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Connotazioni dei marchi editoriali


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Senza voler scomodare nozioni di semiotica, è evidente che un marchio editoriale, essendo equivalente a un brand, comunica alcuni valori, attraverso i quali circoscrive il suo target, ed è riconoscibile sul mercato. Questo parte ovviamente dalla scelta del nome e del logo, e poi si definisce attraverso i generi e le tipologie di opere che pubblica, e anche attraverso quelle che scarta, spesso a prescindere dalla qualità. Un marchio editoriale può comunicare, in proporzione variabile, valori estetico-culturali, filosofico-religiosi, politico-sociali, e tanto altro.

Quanto più i marchi editoriali si presentano come “neutri” - quanto più gli editori si definiscono soltanto attraverso i servizi editoriali che offrono agli autori - tanto più sono contigui all’editoria a pagamento e al Self-publishing, che non hanno connotazione, perché non hanno una linea editoriale, e guadagnano tramite gli autori, quali che siano, non tramite i lettori. Le uniche vaghe connotazioni che comunicano questi marchi sono rivolte unicamente agli autori, e sono quelle del fare sentire "accolti" e "a casa" quanti più autori possibili, mentre non comunicano nulla ai lettori, in quanto pubblicano di tutto, senza preferenze né scelte. Mutatis mutandis, anche alcuni grandi marchi editoriali tendono ad essere neutri, ma in questo caso per il motivo opposto: non perché si rivolgono a tutti gli autori, ma perché si rivolgono a tutti i lettori.

In mezzo a queste due opposte tipologie di "neutralità" del marchio editoriale, oggi un piccolo o medio editore per sopravvivere deve avere qualcosa da comunicare, deve avere una sua personalità, una sua riconoscibilità sul mercato. Se un marchio editoriale non comunica nulla, se non ha una linea editoriale, se non ha un’estetica militante, se non ha una “politica” (nel senso più lato del termine), se non ha dei gusti e dei dis-gusti, se non fa delle scelte, allora molto probabilmente si tratta di un editore a pagamento o di un suo omologo più o meno "free". 

Cosa ne pensate?

 

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@Wanderer, se avessi letto questo tuo contributo trent'anni fa sarei stato d'accordo con te, senza riserve. Negli anni del primato della politica era così, dovevi essere schierato. Oggi la società è cambiata, ci si fa un punto d'onore di non essere -isti, di essere politically correct. Questo ha portato dappertutto a un impoverimento delle idee che si è capaci di esporre e l'editoria non è certamente in controtendenza.  

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1 ora fa, zio rubone ha scritto:

@Wanderer, se avessi letto questo tuo contributo trent'anni fa sarei stato d'accordo con te, senza riserve. Negli anni del primato della politica era così, dovevi essere schierato. Oggi la società è cambiata, ci si fa un punto d'onore di non essere -isti, di essere politically correct. Questo ha portato dappertutto a un impoverimento delle idee che si è capaci di esporre e l'editoria non è certamente in controtendenza.  

Io non mi riferisco tanto a un orientamento politico, ma al fatto che l'editore abbia personalità e il marchio comunichi dei valori, anche a livello di estetica. Da questo punto di vista, la tendenza odierna è opposta a quella passata. In passato, gli editori erano relativamente pochi, e spiccavano facilmente in virtù del nome dell'editore stesso, che acquisiva prestigio e notorietà (come Giulio Einaudi o Neri Pozza). Oggi, in mezzo a 5000 editori di cui nessuno conosce i nomi dei fondatori, se un editore non ha personalità, se non ha una linea editoriale, e se il marchio non acquisisce alcune caratteristiche distintive anche a livello di "brand", è condannato alla mediocrità e all'irrilevanza. 

Per quanto riguarda il "politically correct", in realtà, anche questa è una tendenza politica, e di apolitico non ha nulla. Coincide con un certo orientamento politico progressista, globalista, sostanzialmente neo-marxista. Il fatto che oggi questo orientamento vada per la maggiore - e che anzi si presenti come l'unico valido, tipo "non avrai altro dio all'infuori di me" - non significa altro che la maggior parte delle case editrici sono appiattite su un certo tipo di orientamento politico, quello che oggi fa girare il mercato, in quanto è direttamente finanziato da grossi gruppi di potere politico ed economico. 

Poi sono d'accordo sul fatto che questa sia una forma di pensiero debole, che finisce per annullare ogni dialettica, per eliminare ogni differenza. Ci sono case editrici che alla voce "chi siamo" decantano di pubblicare opere ribelli, provocatorie e scandalose, e poi si tratta delle solite banalità moraleggianti del politicamente corretto, che non scandalizzerebbero nemmeno una vecchia comare. Roba che se ricevessero davvero la proposta di un'opera "ribelle" chiamerebbero l'esorcista... 

Comunque non vorrei buttarla in politica, il mio discorso era più articolato. 

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Mondadori crede nel "corporate identity", hanno un "marchio" e un "logotipo". Il marchio è stato realizzato unendo le due lettere "A" e "M", il logotipo creando un alfabeto di caratteri esclusivo prendendo ispirazione dalla grafia precedente. Credo che gli studi effettuati si basino principalmente su strategie di marketing e sulla vendibilità di un prodotto legato a qualcosa di riconoscibile, magari indice di qualità. Un piccolo editore, non potendo competere con aziende più grosse, dovrebbe puntare su dei libri di cui detiene l'esclusiva. Affrontare, ad esempio, un tema legato soltanto a una determinata città o avere solo libri di un certo genere può aiutare nella creazione della cerchia dei lettori. La linea editoriale, poi, è importantissima. Il lettore deve sapere che tipo di libri aspettarsi da quella casa editrice. Non avendo poi i "grandi nomi" da presentare sul mercato, devono essere le tematiche trattate a spiccare, quindi, la "neutralità" può rivelarsi in questo caso sinonimo di "anonimità". Non credo nemmeno che un orientamento politico di un certo tipo possa giovare, anzi, ricordo una casa editrice legata a CasaPound e le polemiche avevano soppiantato la presunta qualità del catalogo. C'è un po' questa tendenza del "purchè se ne parli", ma non sempre questo può portare dei vantaggi.

Qui un articolo: http://www.lol-marketing.it/2016/05/17/perche-sbagliato-purche-ne-parli/

Nel nostro caso, l'aspetto negativo può configurarsi in questo passaggio:

Cita

 

  • La visibilità complessiva (derivante da una scelta discutibile), pur essendo anche molto estesa, non arriva al target di riferimento della persona/azienda. In pratica è visibile a tutti fuori che alle persone che potrebbero comprare.

 

Secondo me, invece, mancano dei direttori di collane che ci mettano la faccia e sappiano fare delle scelte coraggiose.
Tutti quanti ad esempio ricordiamo Calvino direttore di collana, allo stesso modo, le piccole CE, potrebbero avere i loro scrittori di punta, così da permettergli anche una crescita professionale oltre che economica. Manca un po' quell'ambiente che favorisce delle attività lodevoli, di sentirsi socialmente impegnati, anche con attività culturali parallele per farsi conoscere, ad esempio, una rivista e ecc.

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5 ore fa, Valente ha scritto:

Mondadori crede nel "corporate identity", hanno un "marchio" e un "logotipo". Il marchio è stato realizzato unendo le due lettere "A" e "M", il logotipo creando un alfabeto di caratteri esclusivo prendendo ispirazione dalla grafia precedente. Credo che gli studi effettuati si basino principalmente su strategie di marketing e sulla vendibilità di un prodotto legato a qualcosa di riconoscibile, magari indice di qualità.

Mondadori - insieme a Giunti - è in realtà proprio uno di quei casi di "neutralità" delle major di cui parlavo, in quanto sono editori (anzi meta-editori) generalisti che pubblicano di tutto, si rivolgono a tutti. Discorso diverso per marchi editoriali come Adelphi, Neri Pozza, Marsilio, e in buona parte anche Feltrinelli, che ha una nota connotazione politica. In mezzo ci sono le case editrici GeMS, tra cui alcuni marchi editoriali dalle forti connotazioni, come Guanda, ma che sono sempre più uniformati in base alle logiche del gruppo. 

5 ore fa, Valente ha scritto:

Non credo nemmeno che un orientamento politico di un certo tipo possa giovare, anzi, ricordo una casa editrice legata a CasaPound e le polemiche avevano soppiantato la presunta qualità del catalogo. C'è un po' questa tendenza del "purchè se ne parli", ma non sempre questo può portare dei vantaggi.

In realtà, le piccole CE di chiara matrice politica - che siano di destra o di sinistra - vendono abbastanza bene, se comparate alla media degli editori nello stesso settore. Lo stesso vale per case editrici che affrontano soltanto alcuni temi, in quanto riescono meglio a individuare il loro target di lettori. 

5 ore fa, Valente ha scritto:

Secondo me, invece, mancano dei direttori di collane che ci mettano la faccia e sappiano fare delle scelte coraggiose.

Questo è vero. Nelle grandi CE ormai prevale sempre più spesso una mentalità puramente burocratica; nelle piccole CE si cerca di sbarcare il lunario, e l'investimento sulla cultura passa spesso in secondo piano. 

Forse sarebbe il caso di spostare la discussione in Supporto Editoria, @Ayame?

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(da lettrice) Sono assolutamente d'accordo con l'associare la presenza di un "gusto" editoriale con la serietà della casa editrice, soprattutto quando si parla di piccola editoria. Credo di averlo citato tra le cose che guardo in una casa editrice in un'altra discussione. Chi pubblica un po' di ogni, magari tremila collane da 3 libri l'una, non mi paga mai l'occhio. Credo sia importante che l'editore abbia una propria identità e infatti le poche piccole case editrici che conosco anche solo di fama sono quelle che hanno scelto di specializzarsi nei generi che seguo.

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1 ora fa, Wanderer ha scritto:

Mondadori - insieme a Giunti - è in realtà proprio uno di quei casi di "neutralità" delle major di cui parlavo, in quanto sono editori (anzi meta-editori) che pubblicano di tutto, si rivolgono a tutti.

Mondadori diciamo che non è così "neutrale", basta leggere il cognome "Berlusconi". Saviano potrebbe, ad esempio, pensarla diversamente, fatti alla mano:

https://tg24.sky.it/cronaca/2011/01/22/marina_berlusconi_roberto_saviano_orrore

In più, io farei una distinzione tra "marchio editoriale", riferito appunto a un logo per identificare una linea di prodotti sul mercato, e la linea editoriale che fa riferimento a una linea politica, economica e i temi pubblicati.
I marchi non dicono nulla, se non per un valore estetico, tutto quello che poi ruota intorno danno connotazione al messaggio.

16 ore fa, Wanderer ha scritto:

Ci sono case editrici che alla voce "chi siamo" decantano di pubblicare opere ribelli, provocatorie e scandalose, e poi si tratta delle solite banalità moraleggianti del politicamente corretto, che non scandalizzerebbero nemmeno una vecchia comare. Roba che se ricevessero davvero la proposta di un'opera "ribelle" chiamerebbero l'esorcista... 

Questo potrebbe essere un punto davvero interessante. Ci sono editori che non dichiarano nemmeno il loro nome sul sito e non espongono i nomi del loro staff con le relative competenze. Come poi intenderebbero realizzare la loro presunta "mission"? Resta un mistero. 

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42 minuti fa, Valente ha scritto:

Mondadori diciamo che non è così "neutrale", basta leggere il cognome "Berlusconi". Saviano potrebbe, ad esempio, pensarla diversamente, fatti alla mano:

https://tg24.sky.it/cronaca/2011/01/22/marina_berlusconi_roberto_saviano_orrore

A differenza di Feltrinelli, che ha un target più politico, Mondadori punta ad essere percepito come un marchio trasversale rispetto alla politica. Che poi lo sia o meno è secondario, quello che importa è cosa comunica. Di fatto, molti personaggi di sinistra hanno pubblicato con Mondadori (o con altri marchi abbastanza neutrali facenti parte del gruppo, Piemme, Sperling & Kupfer, eccetera), e pochi di destra con Feltrinelli. Questo non lo dico per dire che Mondadori è migliore di Feltrinelli, ma soltanto per dire che hanno un diverso approccio, una diversa definizione del marchio. All'interno del gruppo Mondadori, poi ci sono alcuni brand - in particolare Einaudi - che hanno diverse caratteristiche rispetto al marchio principale, in modo da differenziare l'offerta.  

Cita

In più, io farei una distinzione tra "marchio editoriale", riferito appunto a un logo per identificare una linea di prodotti sul mercato, e la linea editoriale che fa riferimento a una linea politica, economica e i temi pubblicati.
I marchi non dicono nulla, se non per un valore estetico, tutto quello che poi ruota intorno danno connotazione al messaggio.

Marchio e logo non sono la stessa cosa. Il logo è l'aspetto grafico del marchio, mentre il marchio comprende anche la denominazione e le caratteristiche del brand. In ogni caso, tutti gli aspetti sono correlati, tanto quanto lo sono il marchio "Nike", il suo logo, il tipo di prodotti che vende, la "mitologia" che gira intorno a quel brand. 

Cita

Questo potrebbe essere un punto davvero interessante. Ci sono editori che non dichiarano nemmeno il loro nome sul sito e non espongono i nomi del loro staff con le relative competenze. Come poi intenderebbero realizzare la loro presunta "mission"? Resta un mistero. 

Già dalla scelta dei nomi di certi editori, cadono le braccia. Nomi amorfi, senza personalità, mansueti, rassicuranti, pucciosi, e che pure vorrebbero apparire come originali e coraggiosi. Modaioli dell'ultima ora, che non hanno radici, e non possono avere alcun futuro a lungo termine. In molti casi, sarebbe meglio che l'editore si chiamasse soltanto con il proprio nome e cognome, come un tempo... 

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