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Buonsalve! Oggi vi propongo il primo di una serie di esercizi, giochi o altro mirati sulle descrizioni.

Scrivete la descrizione di qualcosa di "carino" (es Gattino, fiore, carillon, cuccioli vari, cioccolatini...)in modo da farlo apparire negativo al lettore.

Consigli:

-Utilizzate tutti e cinque i sensi;
-Non tirate conclusioni per il lettore aggiungendo aggettivi o avverbi come disgustoso, orribile, inguardabile...;
-Il suono delle parole utilizzate può aiutare a rendere meglio il concetto (es. scegliere parole con un suono più "duro" o "viscido");
-Usare parole specifiche invece di parole generaliste può aiutarvi (es. "brutto" --> "Tentacoli che escono dal collo, bava che cola dalla bocca che si mescola con il moccio del naso")

Divertitevi :la: (postate qui sotto, obv)

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Eva è chiusa nello stretto gomitolo del suo sonno e così la osservo.
Il suo mantello non è davvero nero e contro luce sembra che ogni singolo pelo, irrigidito dalla leccata della tolettatura, sia avvolto da un'untuosa forfora grigia come la sua pelle. La forfora di Eva è ovunque. La sento ogni volta che la accarezzo anche in quella ruvida resistenza al tocco che fa il suo pelo raso, che si infila tra le cose rendendole simili a lei ma come altri gatti morti. Resti di lettiera, piccoli grumi di sassi legati a grappolo da residui di feci, sono attaccati alla lunga coda che indifferente le ricade sul muso. Un innocuo cumulo di stracci da lavare, sembra questo. Ed è una trappola.
Apre gli occhi, mi guarda, e allenta subito il nodo in cui stringeva pelo e budella. Il suo respiro cambia. Eva è magra. E' un incrastro d'ossa d'uccellino mangiato, ricoperto da poco grasso e troppo pelo e vibra come avesse dentro la pancia cucchiaini e bulloni insieme. Le fusa di Eva hanno una ricorsa che sembra quella di un uomo prima di sputare sul marciapiede. Soffia e poi sputa. E così Eva sputa le sue fusa guardandomi con occhi acquosi da coccodrillo appena nato, gialli come la melma.
Il suo sguardo è tenero, nonostante tutto, mentre i pori succosi del suo naso grondano umori che sanno di muco dolciastro quando è in calore.
Forse Eva ora sorriderebbe, se non fosse un gatto. Il suo muso invece si arriccia in una smorfia che poi si apre in uno sbadiglio da mostro.

Modificato da Mattia Alari
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Zoonosi
Lo ho cercato per una settimana, il mio adorabile Fuffi, una morbida, gioiosa palla di pelo tigrato che ama passare le ore a fare le fusa, a impastarmi diligentemente la pancia con le zampine anteriori. 
Finalmente l'ho trovato.  La bestiolina si lamenta, emette uno strano miagolio acuto e stridulo, che mi fa accapponare la pelle. Il pelo è lurido, come se avesse scavato una tana in una concimaia, tutto chiazzato di una sostanza grigiastra.  Fuffi si muove lentamente, sembra evitarmi. Lo prendo e lo tengo in braccio: ha proprio bisogno di aiuto. Adesso lo vedo meglio. Ha un'ampia ferita sulla spalla, pullulante di vermi molli e bianchicci che si attorcigliano, si arrotolano su se stessi. Dallo squarcio cola una specie di siero viscoso e giallastro, si emana un pungente odore di decomposizione. Un occhio sembra come esploso, è fuoriuscito dall'orbita, ma ancora attaccato alla testa da un sottile filo di tessuto connettivo. Cerco di lavare la ferita infetta, con garza e acqua ossigenata. Fuffi non gradisce, soffia come fosse assatanato e mi colpisce in faccia con uno sputo. Ho ancora sulle labbra l'inconfondibile sapore dolciastro della putrescina e della cadaverina. Non reggo più oltre, lascio andare la bestiola e sbocco.
Torno a casa per ripulirmi. Quel sangue, quel pus, quei vermi mi sono finiti addosso. Mi spoglio, getto i vestiti sporchi dentro il cestello della lavatrice. Impreco. Mi duole l'occhio sinistro, ho fitte intense, come se spingessero da dietro con uno spiedo. Mi guardo allo specchio: l'occhio è gonfio, fisso, con il bulbo protruso.
Sono in macchina, corro verso l'ospedale, me ne infischio degli autovelox, spero solo di arrivare in tempo. All'improvviso un plop, come quelli della marmellata che bolle. Poi tutto diventa nero e mi schianto contro un albero.

Modificato da zio rubone
Correzione refuso
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VITA QUOTIDIANA

 

Sono le 16:25, tra poco mio figlio esce da scuola e sono arrivato appena in tempo. Questa prima media per lui è un cambio di vita importante e una sfida molto impegnativa.

Parcheggio l’auto nell’unico posto vuoto rimasto, lontano dal cancello d’uscita, dietro a una sfilata di giganteschi SUV lucidi, costosi e parcheggiati male.

Fa un freddo becco! Riesco a vedere il vapore del mio fiato e ho male alle punte delle dita. Le massaggio cercando di ritrovare un po’ di sensibilità.

Mi sporgo in avanti per guardare l’ingresso: forse stanno arrivando, meglio andargli incontro e farsi vedere.

Scendo dall’auto, rendendomi conto che fuori fa ancora più freddo, perciò cerco di riparare la pelata con il cappuccio della felpa; alzo la mascherina e immediatamente si appannano gli occhiali, mentre l’elastico si incastra tra le stanghette e le orecchie; sono costretto ad allontanare le lenti poggiandole sulla punta del naso, come un ottantenne mentre legge il bugiardino del medicinale.

Faccio qualche passo cercando di chiudere la zip fino al collo, nell’inutile tentativo di non rabbrividire.

Arriva Jacopo. Lo vedo uscire con la solita baldanza: sguardo indurito dalla ribellione adolescenziale, giubbotto e felpa aperti, stringhe delle scarpe slacciate, passo frettoloso.

Mi fa un cenno di saluto e mi pianta in mano i trenta chili della cartella, tornando indietro per salutare i compagni.

«Muoviti, fa freddo!»

«Eccomi» risponde in tono piatto, ma continua a intrattenersi.

Con le dita rattrappite, cerco di sistemare la cartella sul sedile posteriore, accorgendomi troppo tardi che le rotelle sporche stanno lasciando segni evidenti che difficilmente riuscirò a cancellare.

Lo convinco a salire in macchina con eloquenti frasi di minaccia e avvio il motore.

«Com’è andata a scuola?»

«Bene.»

«Cos’hai fatto?»

«Niente.»

«Possibile? Sei ore di lezione e non hai fatto nulla? Una verifica, un’interrogazione, un compito. Nulla?»

Le mie parole sembrano rimbalzare su un muro di gomma.

«Sai che mentre andavo in bagno ho sentito rombare fuori dalla finestra. Mi sono sporto ed è passata una Lamborghini!»

«Jacopo, io voglio sapere delle lezioni.»

«Quando arriviamo a casa posso giocare con la Playstation?»

Ci risiamo. Sospiro.

«Prima vediamo se hai ancora compiti per domani.»

«Daaaiii. Che barba. Sono stanco!»

Finalmente entriamo in casa, con il figlio già sul piede di guerra per la mia mancata conferma ad accendere il videogioco.

Entra lanciando le scarpe da una parte e il giubbotto dall’altra: l’afrore da adolescente mi investe all’istante.

«Stasera devi farti una doccia! Sistema le scarpe.»

«No.»

«Vai subito a lavarti le mani.»

«Sììì…»

Il tono piatto e indifferente mi comunica che le mani non verranno lavate.

Trascino lo zaino fino in camera e guardo il diario: ancora quattro esercizi di geometria.

«Jacopo, hai da finire i compiti.»

Nessuna risposta, ha già infilato le cuffie e accesso la Play.

Bentornato a casa penso tra me e me: è sempre bello riabbracciare i propri figli.

Modificato da Alorigo
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Non so se il mini racconto di @Alorigo sia perfettamente in linea col tema proposto, ma di certo è un gran bel pezzo: chiaro, scorrevole, senza fronzoli, diretto ed efficace. Forse il miglior brano che abbia mai letto tra quelli scritti da lui. Questo è la riprova che, quando si scrive di cose che si conoscono, col cuore oltre che col cervello, e si è in possesso di una discreta tecnica di base, quasi sempre si fa centro.
Poi, ovvio, se hai alle spalle degli illustri maestri, come nel tuo caso, non ce n'è più per nessuno >P!

  • Grazie 1
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Un ospite poco gradito

Ma guardati.

Stai lì, su quella sedia, come ci stai tutti i giorni, tutte le notti, tutte le ore.

Non riuscirò mai a capire. Non capirò mai cosa diamine tu possa trovarci, nell'ozio perenne. 

Ti osservo, mentre sono seduta sul mio divano. Tu nemmeno mi calcoli, non lo fai mai. Mi snobbi, come se fossi un essere immondo, un ostacolo per la tua felicità.

Sai che c'è? Ti sbagli, mio caro. Ti sbagli, inetto.

Senza di me, tu sei perduto. Credimi.

No, non te lo sto dicendo perché ho manie di grandezza. Ti sto soltanto sbattendo, davanti al muso, un dato di fatto.

Certo, pelosetto grigio. I croccantini chi te li mette nella ciotola? La sottoscritta, piccolo baffuto. 

Credimi, ora. Quando finisci di mangiarli, il tuo alito puzza di pesce e di morte. Tuttavia, non te lo faccio mai notare, perché sono una signora. Io, sì, lo sono.

Non come te, che caghi in una scatoletta e poi mi giri per tutta casa, con quelle zampette zozze.

Ti osservo deambulare, spesso. L'eleganza, tu non sai nemmeno dove stia di casa. Tra tutti i felini, a me è capitato quello sgraziato, che salta e manca i mobili, che scivola sulle piastrelle del pavimento, che non riesce nemmeno a camminare sulle mensole più alte. Eh si, sai bene di non essere in grado di farlo. Hai paura anche della tua ombra, figurarsi delle altezze. 

I tuoi peli, poi. Non parliamo dei tuoi peli. Quei piccoli fili d'argento, che assomigliano a zampe di ragno, i quali si portano appresso un sacco di polvere. Li trovo ovunque: sul divano, per terra, nelle mie insalate.

Ieri sera, mentre camminavo verso il mio letto, ho messo un piede su qualcosa di viscido e caldo. Era il tuo vomito, una palla di pelo umidiccio, per essere più precisi, che ha mandato a quel paese le mie calze pulite. E, io, ho mandato a quel paese te, essere inutile. 

Poi, sei venuto comunque tra le mie lenzuola, ad accoccolarti al mio fianco. Ma chi ti vuole? Ti ho comprato la cuccia, vacci! Quel tuo sinistro rumore a ripetizione, non mi fa prendere sonno. Per non parlare di quella tua lingua, ruvida e secca, per nulla gradita sulla mia mano... i tuoi baci sono piacevoli come carta vetrata sulla pelle.

Nella prossima vita, mi sposo. Al diavolo chi mi ha consigliato di prendere un gatto!

___________________________________________________________________________________________________________________________

Nota: io adoro i gatti, spero che mi perdonino per ciò che ho scritto di loro. 

 

 

 

Modificato da Francesca Penelope
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Ottimo esercizio: fingi di denigrare, quando in realtà il tuo affetto per il micio traspare da ogni parola.
Nulla da eccepire sul contenuto, dunque, ma molto da eccepire sulla punteggiatura, in special modo sulle virgole, che adoperi spesso a sproposito; mentre non metti un punto esclamativo manco a pagarlo oro, nemmeno quando sarebbe quasi indispensabile.

7 ore fa, Francesca Penelope ha scritto:

Ma guardati!

Qui, ad esempio, era necessario.

7 ore fa, Francesca Penelope ha scritto:

Stai lì, su quella sedia, come ci stai tutti i giorni, tutte le notti, tutte le ore.

Qui le virgole ci potrebbero anche stare, per sottolineare ogni singola espressione, ma almeno la prima la toglierei.

7 ore fa, Francesca Penelope ha scritto:

Ti sto soltanto sbattendo, davanti al muso, un dato di fatto.

Davvero è necessario questo inciso? Non funziona meglio se levi entrambe le virgole?

7 ore fa, Francesca Penelope ha scritto:

Credimi, ora. Quando finisci di mangiarli, il tuo alito puzza di pesce e di morte.

"Ora" non serve e prima di "quando" invece del punto fermo ci vorrebbero i due punti.

7 ore fa, Francesca Penelope ha scritto:

Tuttavia, non te lo faccio mai notare, perché sono una signora. Io, sì, lo sono.

Iniziare un periodo con "Tuttavia" è un pessimo vezzo del linguaggio politichese, da evitare come la peste, e la virgola che lo segue è superflua. Se tu avessi impostato la frase in questo modo: "Non te lo faccio mai notare, tuttavia, perché sono una signora", le virgole avrebbero avuto un senso. Anche quel "Io, sì, lo sono" (virgole superflue a parte) suona proprio male.

Non vado oltre. Il brano resta comunque molto godibile. Complimenti.

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@Alexmusic ma ci credi che ho abbondato di virgole "grazie" al tuo commento nel post del contest? Ho provato a fare un esercizio di punteggiatura!

Ho pensato: dato che non ne avevo beccata una l'altra volta, adesso le metto tutte, vediamo se le becco 🤣

Mi riservo di riprovare e, magari, azzeccarle!

Ora leggo meglio il tuo commento, questa risposta era di getto, quando ho letto "virgole".

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1 minuto fa, Francesca Penelope ha scritto:

Alexmusic ma ci credi che ho abbondato di virgole "grazie" al tuo commento nel post del contest? Ho provato a fare un esercizio di punteggiatura!

In medio stat virtus. :-):
Fai come in artiglieria: un tiro lungo, un tiro corto e poi alla fine centri il bersaglio.
In ogni caso, al di là di tutto, sempre meglio una virgola in più che una virgola in meno.
In questo brano ho capito subito e senza equivoci quello che volevi dire e quindi siamo già molto avanti.
Penso solo che in alcuni casi avresti potuto dirlo non meglio, ma in maniera un po' più scorrevole. :-):

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