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ARTE e artisti: Cosa rende qualcosa un'opera d'arte e chi è un artista


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Partita come una discussione in chat sul "valore" della definizione di "Artista" è interessante che continui qui piuttosto che perdersi.

Mettiamo un po' di ordine (o di disordine) nella faccenda:
Cosa rende qualcosa un'opera d'Arte e non sono un "buon lavoro"?
Chi è un Artista? Ma soprattutto... cosa rende una persona un vero artista (ammesso sia possibile determinarlo)?

Bene. E ora, scateniamo l'infern...
Aem... magari non stavolta. Per altro sarebbegià ricadere in un trito stereotipo sulle discussioni in merito all'Arte. O no?

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Non sono stereotipi. Come detto, l'intera corrente di rock alternativo degli anni novanta, l'era più importante per la musica dagli anni settanta, dopo cui è stato il nulla, è basata sul disagio giovanle.

Il disagio giovanile è una guerra che fa seguito al realizzare che il mondo è finto, quindi ti ribelli. Chi poi subisce violenze può reagire assumendo veleni. L'essere tossicodipendenti dei vari Cobain, non era un modo per essere giusti; se Cobain si fosse sentito un giusto non si sarebbe sparato in bocca.

L'arte in sé ha un significato che cambia a seconda del contesto sociale e storico. Michelangelo non è uno che imbraccia una Jaguar e suona tre power chord distorti. Irvine Welsh ha rivoluzionato la narrativa degli anni novanta, scrivendo male e infarcendo i romanzi di cose che fanno rimettere. Questo cosa insegna? Che l'arte cambia a seconda del contesto, quindi uno che valuta un'opera d'arte come un qualcosa che debba seguire delle regole sarà diverso da un disgraziato che sfoga la sua rabbia dentro la sua opera.

Il non essere dei criminali non c'entra niente con il dover essere ipocriti. Se saluti ogni mattina il signor gino e gli lisci il pelo, sei finto. Perché sei finto? Perchè in questa società è l'unico modo per non subire un tso ad opera della municipale, e finire in luoghi dove fanno violenza in nome di una società che maschera la violenza con la gentilezza, e pretende che tu faccia lo stesso.

Cosa fa un certo tipo di artista, quindi? Si ribella. Se tu sei cordiale ed equilibrato non significa che chi non lo è sia un cafone. Sono pieni i Diagnosi e Cura, di cafoni che debbono assumere farmaci perchè la natura non li ha creati nel modo che piace a nonna Adele.

Modificato da Giovanna23
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Il termine artista dovrebbe semplicemente indicare chi lavora nelle belle arti, ma ha anche una valenza di "grande qualità" quando si tratta di altre professioni (allora si dice che un chirurgo particolarmente esperto "è un artista") e questa in italiano ha praticamente cancellato la sua definizione originale e anche chi lavora nelle belle arti non può più definirsi artista senza suonare arrogante. 

In italiano è quindi un termine che per me ha preso una piega strana, associato a questo stereotipo di genio inaffidabile, che non fa una mazza perché aspetta l'ispirazione, che non deve studiare perché lui c'ha il dono, possibilmente povero, tormentato e sofferente. Praticamente l'opposto dell'immagine che qualsiasi professionista delle belle arti vorrebbe dare di sé. 
Da qui deriva l'idea che sia brutto parlare di soldi, che se sei un artista e hai dei problemi non ti devi fare curare perché se no non avremmo Van Gogh, che devi soffrire per alimentare la tua arte e tante altre grandi scemate simili. 
È quindi un termine usato in modi che mi stanno vagamente sulle scatole. 

Mi piacerebbe che venisse più spesso usato semplicemente per definire chi lavora in ambito artistico, dal cane al genio, togliendogli un po' di misticismo. E l'unico artista finto è quello che spaccia per sue robe che non ha fatto. 

 

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Io credo che l'arte sia la creazione di opere di intelletto, manualità o più semplicemente di talento nate per essere fini a se stesse. Mi spiego: è ora di cena, prendo una pentola, la riempo di acqua e mi faccio la pasta. Ho voglia di cucinare e di fare qualcosa di più di un semplice piatto di pasta? Allora provo a inventarmi un piatto nuovo e se ne ho il talento verrà fuoriqualcosa di eccezionale (nel senso più stretto del termine).

Prendete la fotografia, tutti sanno prendere una macchina o un telefono e fare click. Ma c'è chi con una fotografia sa emozionare oltre che semplicemente ritrarre ciò che vede.

Io sono un disegnatore ma non per questo sono un artista: disegno al CAD.

Preferirei essere definito artista da chi mi vede recitare in teatro perché questo vorrebbe dire che qualcuno ha visto del talento in me. Un talento che mi porta a dare vita a un personaggio con un'interpretazione che è solo mia.

Per quanto riguarda il disagio credo che questo sia spesso una fonte di ispirazione per gli artisti che (come ritengo giusto che sia) esprimono il proprio disagio attraverso la loro arte ma non vedo una imprescindibile connessione tra il disagio e l'essere artista.

Basti fare un solo nome (uno tra tanti): Gigi Proietti. Non credo si sia mai drogato e sono sicuro che di lui si può dire senza dubbio che era un vero Artista.

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Giuro che non sono sicuro di aver capito il senso di quello che hai scritto pur avendo intuito le tue intenzioni al proposito (ben manifeste dai tuoi precedenti post).
Personalmente credo che ci sia un po' di disordine nel tuo punto di vista e parecchia confusione al proposito di situazioni che non hanno nulla a che fare con l'Arte.
In quello che hai detto c'è subito un problema, il tuo riferimento al "disagio giovanile". Che non ha nulla a che vedere con la produzione artistica anche se lo stereotipo commerciale (ebbene sì) al proposito della cosa spinge sempre nel sovrapporre un certo tipo di situazioni ad altre.
L'Arte, prima di tutto, non ha necessariamente origine nel disagio e non è necessariamente più forte o più rivoluzionaria quando è creata da giovani.
Neanche è particolarmente riuscita se insulta, rovescia, è aggressiva o cose simili. Un'opera d'arte riuscita può avere queste caratteristiche ma non è detto che un'opera, per essere Arte, debba necessariamente conformarsi a quelle che poi diventano altre categorie di riferimento.
Se ad un'estetica del Bello sostituiamo una del Brutto non avremmo certo nulla di rivoluzionario ma solo un rovesciamento di prospettiva. Che al momento potrebbe sembrare (ed essere) una rivoluzione ma con l'andare del tempo le posizioni, fisiologicamente, si cristallizzano in regole ed ecco qui riproposta una situaziona analoga.
Ma torniamo alla faccenda "giovanile" che di per sé costituisce un bell'insieme di stereotipi condizionanti che spesso ammazzano la vita di artisti (precocemente) di una certa età (quando sono più di un'età "certa" ).

In un interessante saggio di Robet Poulet (pur venato da razzismo e misoginia, robette non da poco) viene affermata una verità evidente per chiunque abbia a che fare con i giovani e poi gli artisti meno giovani: i giovani sono conservatori e non rivoluzionari. Soprattutto quando si tratta di trasgredire delle regole che vanno imparate (si può benissimo parlare di tecnica) i giovani (spesso i migliori) prima si formano come cultori della norma per poi, più in là, divenire i migliori "trasgressori consapevoli".
La gioventù, in sintesi, non è un valore aggiunto e neanche un momento in cui la tua capacità creativa è al massimo. Moltissimi esempi di artisti anziani (rimasti rivoluzionari fino alla fine, come il celeberrimo caso di Picasso) fanno capire come affiancare un'età anagraficamente giovane alla maggiore passione o elasticità mentale sia uno stereotipo. E a proposito di stereotipi è interessante vedere come nel tuo post si confonda la critica al conformismo con la trasgressione e il disagio, che poi sarebbero tre cose diverse.
La critica al conformismo può avvenire in varie forme. Assumere quella del "rivoluzionario tossico" è conformarsi ad un stereotipo che vuole contrapporre certe figure all'idea di pulizia e ordine, facendo balenare l'idea (sbagliata) che pulizia e ordine siano espressioni di conformismo. Non lo sono.
Certo è il fatto che per vivere civilimente sono necessarie delle regole e trasgredirle non è certo indice di capacità critica maggiore o carattere unico quanto, più spesso, di disagio e noia (che non hanno molto a che fare con l'Arte in quanto tali, sebbene disagio e noia possano affliggere un artista come qualunque altro essere umano).
Ora... Essere gentili, a disagio con il mondo, anticonformisti nella sostanza (più che nella forma) e di buon carattere è proprio di un artista come essere esattamente il contrario. Alla fine la trasgressione rozza e furiosa della regola è solo distruzione; ricreare le regole è invece creativo. Al proposito della cosa vi sono differenti punti di vista, forse più di quanti colori possa assumere l'iride umana (che però è sempre unica).
Trovo più rivoluzionario chi ha la forza di creare più che quella distruggere. E non è vero che per creare è sempre necessario "fare fuori" ciò che ti ha preceduto né che nel decidere di non abbattere i precedenti tu stia accettando di restare nel solco scavato da altri.
Sostenerlo è un brutto preconcetto, l'origine del prossimo stereotipo.

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Con umiltà, penso che qualsiasi forma d'arte sia una capacità, e le capacità si acquisiscono con la pratica. Io non so disegnare perché Gesù Cristo è sceso a mettermi una mano sulla spalla, tantomeno perché ho una brutta infanzia alle spalle o i genitori deceduti, o perché mi drogo, o bevo, o tutte queste altre menate di cui sono sicura che ogni professionista si sia anche abbastanza stufato. So farlo perché ho preso una matita in mano e ormai sono dieci anni che non la poso. E non penso che abbia a che fare con un profondo disagio che mi ha spinta inevitabilmente in questo mondo.

Sarebbe bello, come già detto da Niji, che il termine "Artista" venga usato per tutti i professionisti del settore. Pittori, Illustratori, Modellatori 3D, Concept Artist, Character Designer, Grafici. Troppo spesso sentendo "arte" e "artista" ci immaginiamo qualcuno con il basco, su uno sgabello, con una crisi esistenziale. Come in tutto, è giusto e normale metterci del proprio. Come in tutto

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1 minuto fa, Kate ha scritto:

Con umiltà, penso che qualsiasi forma d'arte sia una capacità, e le capacità si acquisiscono con la pratica. Io non so disegnare perché Gesù Cristo è sceso a mettermi una mano sulla spalla, tantomeno perché ho una brutta infanzia alle spalle o i genitori deceduti, o perché mi drogo, o bevo, o tutte queste altre menate di cui sono sicura che ogni professionista si sia anche abbastanza stufato. So farlo perché ho preso una matita in mano e ormai sono dieci anni che non la poso. E non penso che abbia a che fare con un profondo disagio che mi ha spinta inevitabilmente in questo mondo.

Sarebbe bello, come già detto da Niji, che il termine "Artista" venga usato per tutti i professionisti del settore. Pittori, Illustratori, Modellatori 3D, Concept Artist, Character Designer, Grafici. Troppo spesso sentendo "arte" e "artista" ci immaginiamo qualcuno con il basco, su uno sgabello, con una crisi esistenziale. Come in tutto, è giusto e normale metterci del proprio. Come in tutto

In effetti questa storia del disagiato tormentato mi insegue da troppi anni eppure io non ho affatto l'aspetto del disagiato (sebbene io sia parecchio tormentato, ma non per questo incline a sfogare i miei malumori su alcool, droghe o trasgressioni basiche). Se dovessi poi raccontare le cose che mi sono successe anche solo quando ho detto "sono un pittore"... potrei scrivere un pessimo romanzetto tragicomico. E in allegato delle considerazioni davvero tristi sulla noia delle persone che si fanno le vite degli altri o pensano che gli altri siano "da usare" o "in un certo modo" solo perché "artisti" (e le virgolette le metto per me stesso).

Però c'è una cosa che vorrei dire e che vedo si sta un po' ignorando (ed è la cosa che fa soffrire più di ogni altra, a mio parere): imparare le tecniche di un mestiere è possibile MA altro è ESSERE un artista. E un artista sarà tale anche se tecnicamente carente rispetto ad altri. Di fatto molti pittori (ad esempio) non erano eccellenti tdisegnatori come altri (mi viene in mente proprio Van Gogh) ma allo stesso tempo avevano qualcosa di unico e particolare. Uno stile. Quello lo crei ma lo crei da qualcosa che purtroppo non dipende da te e non puoi farti venire. Parlo di unicità, di riconoscibilità. Di ciò che ti rende diverso dagli altri e non anche un eccellente esecutore di te stesso (che è diverso).
Il mondo è pieno di ragazzini che sono in grado, a meno di vent'anni, di fotocopiare letteralmente qualunque opera d'arte. Ma di creatori ce ne sono pochi. E creatori originali... ancora meno.
Sempre più spesso è difficile determinare l'autore di un'opera e non credo che sia una buona cosa. Ci sono però professionisti del mestiere e colleghi che sono di altro avviso (opposto al mio che però ambisco ad essere "Creatore").

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Davvero bella, questa discussione: @Ayame ha fatto benissimo quando vi ha consigliato di spostarla qui dalla chat. 

1 ora fa, Russotto ha scritto:

Io credo che l'arte sia la creazione di opere di intelletto, manualità o più semplicemente di talento nate per essere fini a se stesse

Credo che tale definizione sia tutto sommato accettabile, anche per il modo in cui in seguito la spieghi.
E mi trovo d'accordo anche con @Kate, quando dice

28 minuti fa, Kate ha scritto:

Io non so disegnare perché Gesù Cristo è sceso a mettermi una mano sulla spalla, tantomeno perché ho una brutta infanzia alle spalle o i genitori deceduti, o perché mi drogo, o bevo, o tutte queste altre menate di cui sono sicura che ogni professionista si sia anche abbastanza stufato. So farlo perché ho preso una matita in mano e ormai sono dieci anni che non la poso

Come già qualcuno ha detto: l'arte è al dieci per cento ispirazione e al novanta per cento traspirazione. Senza tecnica, studio, fatica e sudore non si va da nessuna parte.
Condivido anche il pensiero di @Mattia Alari, quando mette in guardia dal vedere sempre e comunque un'espressione artistica in qualsiasi forma di trasgressione o di non rispetto delle regole. Non è così.
Mi viene in mente la distinzione tra ribelle e rivoluzionario, a livello psicologico, che fa Erich Fromm.
Il ribelle è colui che non accetta le regole e si ribella, appunto, al potere costituito, perché vuol essere lui a comandare, imponendo il proprio ego.
Il rivoluzionario invece è colui che non si contrappone al potere in quanto tale, sempre e comunque: lo fa solo quando lo ritiene un reale limite alle libertà individuali. Non è insomma contrario a tutte le regole, ma solo a quelle sbagliate e prova a sostituirle con altre più eque, rispettose della propria e dall'altrui dignità. Non si batte per il suo orgoglio, ma per rendere migliore la vita di tutti gli esseri umani.
 

Modificato da Alexmusic
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Rispondendo a Mattia:
Sulla prima parte, concordo pienamente. Proprio per questa confusione di termini e sovrapposizione di stereotipi vari, anche senza definirci "artisti" soffriamo dell'immagine che altri hanno del lavorare in questo settore. Come ti dicevo in chat, a seguito di un brutto incidente stradale c'è chi ha ritenuto appropriato dirmi che il dolore mi avrebbe resa un'artista migliore. C'era da rispondere con una legnata sui denti, per aiutarli a entrare in comunione con la loro musa. Ma questo è solo un esempio che mi è rimasto impresso perché l'ho trovato particolarmente privo di tatto, poi io sono una persona terribilmente razionale e quadrata e mi scontro quindi continuamente con lo stereotipo dell'artista disagiato.

Per quel che riguarda lo stile (al di là della definizione di artista), io penso che venga da quello che hai attorno, dalle persone che incontri, dalle influenze che hanno su di te, dalle correnti culturali di cui fai parte. E dipende anche da te: da quanto sei aperto a queste influenze, dal tuo ricercarle e dalla tua capacità di interiorizzarle. C'era stata una bella esposizione qui a Londra su Van Gogh e i suoi contemporanei che mostra come nessuno viva in una bolla. Un suo dipinto bellissimo di prigionieri in un cortile è praticamente una copia di Doré. Poi ci sono stili più realistici e stili più sintentici o reinterpretati, non credo che uno sia necessariamente superiore all'altro. Ci sono ottimi artisti e pessimi artisti di entrambi i tipi, ed entrambi possono essere assolutamente riconoscibili o uguali a diecimila altri. (A volte capita di andare in fiere underground dove dovrebbero esserci le nuove voci, le produzioni non mainstream e vedere che hanno tutti lo stesso "stile alternativo")
Sono però pienamente d'accordo riguardo l'importanza dello spunto creativo che in una copia non esiste, soprattutto se l'originale è di qualcun altro. Anche a livello legale, quella è un'opera derivata.

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Rispondendo a Niji:

Nessuno vive in una bolla grazie al cielo e certamente le influenze reciproche tra artisti e le ispirazioni da qualunque cosa ci piaccia o non ci piaccia (o più semplicemente avere un'idea derivata da quello con cui entriamo in contatto) sono normali e auspicabili. Van Gogh ha copiato molto, sia per piacere che per ammirazione (come nel caso delle stampe giapponesi) ed è sempre un utile esercizio. Sono cose normali per un artista, così come "rubare" da altri e poi ricreare secondo il proprio stile.
Il problema di cui parlo è quello che mostra un'evidente carica di cose UGUALI (come ci fossero due o tre correnti estetiche prevalentissime, per intenderci) tra le quali è letteralmente impossibile riconoscere i singoli autori. Lì c'è qualcosa che non funziona. Intendevo dire solo quello.
Insomma... Vincent aveva tanti difetti ma la personalità non gli mancava ed era (ed è ancora) molto evidente come cosa ed è ciò che lo ha reso riconoscibile. Quindi sì, in noi ci sono i segni dei nostri tempi in tutti sensi ma dovremmo restare... noi. Unici. Come si può somigliare, eventualmente, ai propri genitori ma finita lì.

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non pensi però che siamo in fondo sommersi senza particolare ordine né selezione da immagini di contemporanei mentre per il passato abbiamo già chi ha chiarito per noi chi erano gli esponenti principali di una corrente e chi lavorava "nello stile di" e che quindi questo possa farci sembrare che ci fosse una maggiore differenza? (oltre che, sicuramente, una mera questione di quantità!)
Forse a guardare indietro a questo periodo anche solo tra 50 anni un sacco di immagini tutte uguali saranno state semplicemente dimenticate e quello che emergerà sarà un quadro più chiaro.

Ma onestamente non sono per l'originalità a tutti i costi: non tutte le immagini hanno quello scopo. Forse perché non conosco l'ambiente della fine art e quindi ho una mentalità molto pratica, da illustratrice. Penso sia importante fare quello che ci piace e ci diverte e, quando possibile, nel nostro piccolo contribuire a rendere il mondo un posto migliore. Essere riconoscibili è auspicabile ma non necessario, per me. Troppi se ne preoccupano fin troppo, cercando di costruirsi forzatamente uno stile personale, cosa che io non comprendo fino in fondo, ma se funziona per loro ovviamente non ho nulla da ridire. Trovo più importante cercare di fare quello che ci piace veramente, essere sempre curiosi, imparare da ogni fonte possibile, e vedere cosa salta fuori :biggrin:

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Non ci siamo capiti. Artista non è chi si schianta in auto ai 110 o assume eroina. Ma essere degli ermaginati e quindi dedicarsi all'arte non è uno stereotipo. Negarlo significa come, letto in altri lidi, fare come chi arriva e dice "eh ma tanto qui non è capitato a nessuno", riferendosi a episodi spiacevoli. Per quel che ne sa pincopalla uno può essersi dedicato all'arte anche perchè gli sono cadute cinquanta tegole in testa, perché se non fosse successo avrebbe continuato a fare l'impiegato.

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Essere emarginati E QUINDI dedicarsi all'Arte è un bel po' uno stereotipo perché sostiene le ragioni di alcun sciroccati che tali sono anche se con pretese artistiche. Il talento non proviene dal trauma come non viene neanche lavorandoci sopra (se non c'è qualcosa). L'affermazione da te fatta sembra dire che gli emarginati che producono creativamente qualcosa sono artisti (e non è detto) e che per produrre devi essere emarginato (e decisamente è un no). L'Arte come CURA è un altro fastidioso stereotipo molto duro a morire; l'Arte ti fa ammalare. Io mi sono ammalato, per aver deciso di seguire la mia vocazione. Se invece intendi che una personalità con talento può sublimare il suo dolore creando... allora sì, è vero. Ma non è necessario soffrire per creare e questo non è molto chiaro a molti fan dello stereotipo del disgraziato artista che crepa disperato e matto.
In realtà gli artisti caratteriali, sfortunati e con una vita difficile, sono una minoranza sul totale. Lo dice la storia dell'Arte.
I musei sono pieni di opere di persone che sono state in vita esattamente l'opposto.

1 ora fa, Niji ha scritto:

non pensi però che siamo in fondo sommersi senza particolare ordine né selezione da immagini di contemporanei mentre per il passato abbiamo già chi ha chiarito per noi chi erano gli esponenti principali di una corrente e chi lavorava "nello stile di" e che quindi questo possa farci sembrare che ci fosse una maggiore differenza? (oltre che, sicuramente, una mera questione di quantità!)
Forse a guardare indietro a questo periodo anche solo tra 50 anni un sacco di immagini tutte uguali saranno state semplicemente dimenticate e quello che emergerà sarà un quadro più chiaro.

Ma onestamente non sono per l'originalità a tutti i costi: non tutte le immagini hanno quello scopo. Forse perché non conosco l'ambiente della fine art e quindi ho una mentalità molto pratica, da illustratrice. Penso sia importante fare quello che ci piace e ci diverte e, quando possibile, nel nostro piccolo contribuire a rendere il mondo un posto migliore. Essere riconoscibili è auspicabile ma non necessario, per me. Troppi se ne preoccupano fin troppo, cercando di costruirsi forzatamente uno stile personale, cosa che io non comprendo fino in fondo, ma se funziona per loro ovviamente non ho nulla da ridire. Trovo più importante cercare di fare quello che ci piace veramente, essere sempre curiosi, imparare da ogni fonte possibile, e vedere cosa salta fuori :biggrin:

Dopo 5 giorni, e non 50 anni, la valanga di "cose" è dimenticata sommersa da un'altra valanga. E' un processo così veloce che non resta che prenderne atto e non lo vedo del tutto negativo se non per l'appiattimento (come ho detto) della proposta. Riferisco una cosa che vedo ma che non riguarda affatto tutta l'arte o tutti gli artisti. Contrariamente a quanto sostengono alcuni, il mondo è pieno di Arte più che mai e il problema è invece quella che prevale ed è riconosciuta come tale. Penso infatti che molti artisti riconosciuti tali non lo siano per nulla, e fin troppo talento reale sia sprecato nell'impossibilità (o la difficoltà superiore) di emergere in un caos di offerta virtuamente divenuta infinita. E non parliamo poi dell'abuso che molti fanno del "nostro" mestiere! La possibilità di definirti artista e spammare le tue crazioni ovunque crea un fastidioso rumore di fondo moltiplicato per tutti gli egocentrici che decidono di condividere ciò che fanno. E costoro occupano spazio. Troppo spazio.
Quando poi parlo di stile personale io penso a qualcosa di più simile alla tua scrittura spontanea che a quella che avresti dopo un corso di calligrafia. La personalità (che io chiamo "stile") non si crea e se ti riferisci alla volontà di rendersi "unici" posso dirti che, a mio parere, non funziona perché già parte da un calcolo che in tal senso... non esiste.

La tua mentalità pragmatica ha tutte le ragioni di essere tale e non è sbagliata neanche in senso artistico generale (io non disprezzo un approccio simile, lo desidererei per me stesso ma io sono un idealista senza talento e troppo carattere, forse). Sei poi una persona con un approccio positivo e altruistico, così si evince dalle tue parole.
E hai ragione: l'importante è fare quello che si ama. Sempre. Il problema è solo quando non ci si riesce e questa è un'altra storia.
 

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Non ci capiamo davvero. A te non è successo (o è successo l'opposto, e cioè ti sei ammalato per dipingere) e quindi è impossibile. Ci sono intere discografie di gente che non ha studiato ma ha trasmesso dolore. Ci sono centinaia di migliaia di chitarristi che hanno studiato che suonano alle sagre.

Poi c'è il chitarrista che ha studiato e che vuole bene alla mamma. Come lui c'è il tossico, e a parità di tecnica è più facile che riesca il tossico, se non muore prima.

Semplicemente non lo dicono a te. Per un artista dato in pasto alle folle, che comprano la maglietta con la siringa, ce ne sono cento che hanno sofferto in egual modo e quella è stata la loro fortuna, ma non lo dicono alla stampa.

Però se dobbiamo continuare a fare un 1 Vs 15, con voi che scrivete che chi prova dolore non è al livello di chi studia, allora rinuncio.

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Personalmente non penso che non esistano artisti che si sono dedicati all'arte perché emarginati. Ritengo che sia uno stereotipo se lo si generalizza a condizione necessaria per dedicarsi alle arti. C'è chi crea quando è triste, perché se fosse felice uscirebbe a godersi la vita, e chi crea perché la meraviglia del mondo gli è rimasta negli occhi. E mille altre storie e ragioni. Ci sono una molteplicità di strade, vite e motivazioni che portano a questa scelta e appiattirle ad un'unica storia per tutti lo trovo sbagliato. E quando me la affibbiano solo perché come professione disegno, lo trovo proprio irritante.

Mattia: nella tua risposta hai toccato un sacco di argomenti, non so bene come organizzare una risposta! Ci penso con calma!

 

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37 minuti fa, Giovanna23 ha scritto:

Non ci capiamo davvero. A te non è successo (o è successo l'opposto, e cioè ti sei ammalato per dipingere) e quindi è impossibile. Ci sono intere discografie di gente che non ha studiato ma ha trasmesso dolore. Ci sono centinaia di migliaia di chitarristi che hanno studiato che suonano alle sagre.

Poi c'è il chitarrista che ha studiato e che vuole bene alla mamma. Come lui c'è il tossico, e a parità di tecnica è più facile che riesca il tossico, se non muore prima.

Semplicemente non lo dicono a te. Per un artista dato in pasto alle folle, che comprano la maglietta con la siringa, ce ne sono cento che hanno sofferto in egual modo e quella è stata la loro fortuna, ma non lo dicono alla stampa.

Però se dobbiamo continuare a fare un 1 Vs 15, con voi che scrivete che chi prova dolore non è al livello di chi studia, allora rinuncio.

No, io non ritengo che sia impossibile! E non ho certo detto che lo studio fa l'artista, anzi. La tecnica puoi impararla (e bisogna pure dire "fino ad un certo punto") ma il talento o c'è oppure non c'è. Quando però mi dici che il chitarrista tossico, perché tale, è più facile che riesca rispetto a quello che "vuole bene alla mamma" penso a tutti i musicisti riusciti che hanno voluto bene alla moglie, all'amante, alla madre, alle figlie, al compagno, al marito... e sono numericamente più di quanto tu creda e la maggioranza. Solo che di una persona con una biografia problematica si parla più spesso e della biografia più normale di altri artisti non si parla perché poco interessante.

"Chi prova dolore non è al livello di chi studia" è una frase che di per sé non ha senso come dire che il canto lirico non è tirare mazzottate al muro! Se intendi dire che un artista autodidatta può essere migliore di chi ha studiato ed è senza talento (nota bene)... sicuramente. Lo si sa, è un dato di fatto. Ma l'errore delle tue affermazioni sta nell'insistere che provare dolore è una marcia in più. L'Arte non è SOLO prodotto del SOFFRIRE ma anche del suo opposto e tu non sembri aver chiaro questo! Tu stai continuando ad insistere sulla sofferenza come "super propellente artistico". E non è una cosa vera.
E' una faccenda diversa. Il dolore non fa l'artista. Un artista può soffire. E non è detto neanche che lo faccia in modo distruttivo esternamente o super teatrale. Ma ci sono sofferenze profondissime e invisibili esternamente, che però esistono e sono potenti (proprio come il nostro carissimo Covid, che certo è meno ingombrante di bazooka ma è letale, potenzialmente, lo stesso).
A questo punto ti chiederei che tipo di dolore è quello che per te causa Arte (ma devi sapere prima che io non ritengo che ci possa essere un tipo di dolore che CREI un artista, prima che la sua Arte, ma eventualmente una persona sfortunata che è artisticamente dotata. Ed è altro).

Modificato da Mattia Alari
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Arte: s. f. [lat. ars artis]. – In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati: l’a. del fabbro, del medico, del musicista, ecc. Secondo una distinzione antica: a. meccaniche (o manuali), i mestieri, in quanto richiedono pratica manuale e tendono alla fabbricazione di oggetti utili; a. liberali (o anche ingenue, gentili, lat. artes liberales, in quanto si confanno alla dignità dell’uomo libero), quelle che si esplicano soprattutto con l’intelletto, suddivise nel medioevo (circa dal 9° sec.) in arti del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e arti del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica). [...] Nell’ambito delle cosiddette teorie del bello o dell’estetica, si tende a dare al termine arte un sign. privilegiato, vario secondo le diverse epoche e i diversi orientamenti critici, per indicare un particolare prodotto culturale, comunemente classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc. (fonte: Treccani).

In queste righe si evince chiaramente - e mi trova d'accordo - che l'Arte prevede due fattori fondamentali: il libero pensiero e la conoscenza di determinate regole. Non si fa riferimento al genio. Voglio dire, il genio artistico esiste ma se il genio è di per sé artista un artista non è necessariamente un genio. Non è artista solo chi è geniale nel suo ambito. Salieri non era Mozart ma resta comunque un ottimo artista.

Personalmente non ho mai amato definirmi un artista. Per anni mi sono sempre definitə poeta ma mai artista. Al massimo azzardavo nel dire che la mia anima possedeva uno slancio artistico. Questo fin quando - dopo quasi dieci anni - ho completato (e ancora non lo padroneggio e andrebbe comunque ampliato e approfondito) un mio stile personale nella poesia il quale, per chi non lo conosce, ha le sue radici nella fusione tra la metrica e un significante moderno e attuale. In quel preciso momento ho sentito la necessità di definirmi tale. E' evidente che, quindi, il mio concetto di artista si costruisce insieme a quello di creazione, creazione di qualcosa che non è mai esistito o che non esiste più.

Nella poesia, a mio avviso, il concetto di Arte è stato massacrato negli ultimi decenni. Forse anche nella narrativa ma sfortunatamente non ho piacere nel leggere la prosa quindi ammetto di non poter fare paragoni. Di una cosa però sono certo: l'assenza di movimenti letterari (e forse artistici in generale) - si basti pensare che l'ultimo movimento degno di nota è la Beat Generation di Burroughs e Kerouac - ha portato all'attenzione di tutti tanta immondizia spacciata per poesia. Tra le mani abbiamo da decenni una quantità infinita di prosa dell'accapo che ci viene proposta per poesia. In questo contesto è assolutamente normale che il significato di Arte perda la sua essenza ed è quindi ovvio che ci si domanda oggi: cos'è l'Arte? Chi è l'Artista?

Eviterei di scadere nel luogo comune dell'artista tormentato. Nella poesia, ad esempio, non esistono solo i poeti maledetti. Soprattutto quella può essere una fase.

Porto il mio esempio per spiegarmi meglio. Nel corso della mia vita ho passato due grandi periodi molto prolifici in ambito poetico: il primo, dai 16 ai 24, dove penso di aver assunto ogni droga esistente a questo mondo; vita assolutamente promiscua, rapporti personali morbosi e malati, momenti di depressione di un'oscurità terrificante alternati a momenti di manie di onnipotenza che carissime divinità scansatevi - dovrei pagare anni di psichiatria a tutti i miei partner e amici di allora. Poi, però, c'è il secondo periodo ossia da pochissimi anni a questa parte, dove conduco una vita assolutamente normale da bravo cittadino, da amorevole partner e buon amico.

Onestamente non ritengo il primo periodo più artistico di questo mio secondo. Anzi, quello è stato un periodo più acerbo dove le mie poesie cercavano morbosamente un loro spazio nel mondo della Poesia, tentavano in modo irruente di crearsi una loro identità. Questo periodo, invece, più lucido a livello interiore, è un'affermazione del periodo precedente e anche più maturo dove quello che scrivo sa finalmente di essere e non sente la necessità di urlarlo al mondo intero.

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11 ore fa, Niji ha scritto:

Personalmente non penso che non esistano artisti che si sono dedicati all'arte perché emarginati. Ritengo che sia uno stereotipo se lo si generalizza a condizione necessaria per dedicarsi alle arti. C'è chi crea quando è triste, perché se fosse felice uscirebbe a godersi la vita, e chi crea perché la meraviglia del mondo gli è rimasta negli occhi. E mille altre storie e ragioni. Ci sono una molteplicità di strade, vite e motivazioni che portano a questa scelta e appiattirle ad un'unica storia per tutti lo trovo sbagliato. E quando me la affibbiano solo perché come professione disegno, lo trovo proprio irritante.

Mattia: nella tua risposta hai toccato un sacco di argomenti, non so bene come organizzare una risposta! Ci penso con calma!

 

Amen.

Gli stereotipi sono insufficienti per natura. Si sta parlando di creatività così in generale che come può non contenere tutto e il contrario di tutto?
L'arteterapia nasce per chi vive situazioni di disagio, ci sono progetti artistici meravigliosi portati avanti da collettivi di emarginati di vario tipo, questo non toglie che il "chitarrista che vuole bene alla mamma" non possa essere un animale da palcoscenico. A prescindere dall'uso di droghe, alcool o dolce euchessina (che poi un bicchiere di vino o una cannetta sciolgano la mano e la gola è indiscutibile, cari amici maggiorenni consenzienti e senza passato di dipendenze).

Io che cos'è un artista non lo so, quando mi chiedono rispondo che faccio artigianato perché la mia pancia mi dice che gli artisti sono BRAVI da "oooh". Bravi di quella bravura che è predisposizione, motivazione, studio e naturalezza, che quando ti guardano/leggono/ascoltano pensano "ma come razzo gli/le è venuto in mente?". Insomma, la faccia che faccio io quando guardo Magritte.

Ci arriverò mai? Boh, no, non credo, per esempio non credo di avere sufficiente motivazione per fare il salto da artigiano ad artista. Però via, un bravo artigiano è comunque un bel lavoro :)
O forse sono gli altri che ti definiscono artista e per essere un artista devi essere riconosciuto, ma anche qui ci si avventura su un ghiaccio parecchio sottile.

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Mi fa piacere che si stia andando più in profondità alla questione e sto leggendo pareri interessanti che condivido pienamente e rispetto nella loro efficace singolarità (da "vecchio" trekker ed ex whovian sono anche per le "infinte combinazioni in infinte possibilità"). La mia esperienza personale nel campo artistico... è ancora diversa.

Nonostante io sappia bene cosa significa la parola "artista" (e sia disturbato dall'abuso che ne viene fatto in italiano, vista la sfumatura di significato assunta nella lingua) io non mi definisco MAI così. Non ce la faccio. Ho un rispetto sacro per la cosa e posso definire, come si diceva, un collega come tale senza pensarci troppo ma non riesco a pensare uno chef come un artista (nonostante la precisazione giustissima fatta da @Arcadia al proposito del suo corretto riferirsi alle "arti manuali").
Certo, se mi dici "è un genio nell'arte della panificazione" è diverso (e corretto) ma molto spesso IN ITALIA si mette sullo stesso piano chi fa cake design con chi disegna fumetti, fa illustrazioni, dipinge, scolpisce, compone musica o scrive. Una bella insalata di cose, per altro. E questo perché vi è davvero scarsa considerazione di Arti che sono di ben altro livello rispetto alla panificazione (e va detto) ma considerare persino inferiori in quanto "inutili".
No, non è tempo per la poesia o la pittura. Purtroppo.
Per imparare a fare un ottimo pane a lievitazione naturale ho fatto tre tentativi. Poi, sono riuscito a fare la qualunque con la pasta.
Per comprendere le potenzialità di un colore, mesi e mesi. O anni, quando ho messo a punto la mia tecnica speciale.
Fare pasta non è allo stesso livello di fare un quadro o pensare un romanzo. Restaurare (pure una professione artistica) non è come scolpire.
Non è scontato affermarlo con forza perché vi è una gran confusione sostenuta dalla mancanza di rispetto enorme verso le professioni creative, considerate di livello (persino!) intellettualmente inferiore rispetto alle scientifiche e di fatto qualcosa che si può... può improvvisare con successo dal nulla.
Anche perché vi è un enorme (duplice) preconcetto di successo fieramente affermato dai pragmatici "di giudizio" ossia che lo studio in certi campi serva poco (e sia per persone che non vogliono sforzarsi a fare qualcosa di utile) e che la formazione artistica sia persino dannosa al genio che, come tale, emergerebbe lo stesso IN PUREZZA.
Come molti stereotipi, tale affermazione non si basa su una falsità ma se vogliamo parlare di Talento (quello vero) penso che la maggior parte degli esseri umani non ne abbia davvero uno, non ne abbia generalmente molto (quando ha "qualcosa") e... Quando pure ha questa (dis)grazia... spesso non riesce a focalizzarne qualità e dimensioni quindi finisce per usarlo male, deformarlo o addirittura ignorarlo per non finirci "sotto". Se una persona ha una buona predisposizione verso qualcosa e molta volontà (e intelligenza) credo fermamente possa avere grande e meritato successo e dare moltissimo, forse più che una persona dal talento puro.
Il problema di me come "artista" è che personalmente preferisco essere uno zero che anche solo un 8 in una scala da 1 a 10 e questo riguarda solo ed esclusivamente il giudizio a cui sottopongo me stesso. Non sono infatti un critico bastardo e spietato per piacere, quanto solo molto portato all'analisi delle cose. Divento terribile solo davanti alla malafede e vi assicuro che in Arte circola come le correnti in mare.
Il mio essere flessibile eticamente come una parete di diamante non mi ha portato fortuna, nessuna. Ma non è qualcosa che rimpiango di essere.
Io ho delle caratteristiche personali davvero incosuete e per molto tempo queste mi hanno reso un problema: per la mia famiglia, per la scuola (e poi l'università) e soprattutto per me stesso e questo nonostante non dessi formalmente alcun problema. Tranquillo (e invece inquietissimo) calmo (e così nervoso da farmi venire un'ulcera) apparentemente poco interessante (o forse davvero tale) riuscivo lo stesso a dare troppo nell'occhio senza fare nulla.
Io sono in grado di fare cose che molte persone ritengono difficilissime in pochissimo tempo oppure cose utili ma che non fanno di me certamente un genio (come leggere ad una velocità tripla rispetto alla media e ricordare quel che leggo) ma contemporaneamente a questo non me ne riescono di semplicissime (come chiudere correttamente il cartone di una pizza o prendere serenamente sempre lo stesso autobus senza dubbi sull'aver sbagliato il numero).
Ho poi un approccio molto strambo con le regole. Sono refrattario all'Autorità ma contrariamente a molte persone che cercano di andare contro le regole per il gusto di trasgredire, io cerco di seguirle ma sono "troppo laterale" e quindi vado spesso fuori pista senza accorgermene e poi mi si ritrova... completamente altrove a capeggiare una rivolta. Per questa stranezza il mio soprannome, da quando ero bambino, è "capitano". Non me ne libero e devo dire che mi piace ma sono consapevole che non sarei mai riuscito a fare la carriera militare perché non c'è verso di farmi seguire un ordine. O la retta via, come diceva mia madre a proposito del fatto che avrei dovuto studiare medicina e non sarei nei guai in cui sono adesso.

@Arcadia ha descritto sé stesso da ragazzo come l'opposto di chi ero io per poi dire che ora è diverso. Io invece sono rimasto sempre uguale a me stesso e nonostante questo entrambi (Arcadia, non volermene se ti uso come esempio) cerchiamo e troviamo le nostre strade (e lo facevamo allora). Lui è un poeta io sono...
Non lo so.
Sono in molti a dire che la lucidità è preziosissima, se vuoi pensare bene. Ma chissà perché sembra che per l'Arte sia decisamente l'opposto ed è una falsità. Se pensi utile per stesso alterare la tua coscienza nel tentativo di espanderla... fai pure. Ma molti, dopo una fase "distruttiva", prendono coscienza che certi comportamenti non aiutano a raggiungere obiettivi di qualità e ambendo a migliorare e decidono di guardare "oltre" in altro modo. Perché un tossico non è certo più creativo di un asceta a meno che il tossico in questione non sia una persona più creativa a prescindere. E siamo sempre lì.
Io sono quindi un artista? Non ne ho idea. Ma so che non mi si direbbe (superficialmente) tale perché non sono nello stereotipo da nessun punto di vista.
Cosa potrebbe vedere una persona che si avvicina a me? Niente di speciale e penso che lo si evinca anche da quel che scrivo e come.
Sono un pittore che scrive o uno scrittore che dipinge e possibilmente niente di buono in entrambi i campi. Vorrei avere qualcosa di speciale che mi sostenga ma ciò in cui sono speciale... mi avvilisce. E sono strambo solo per il fatto di dimostrare fisicamente molti meno anni di quelli che ho davvero e per il vezzo (forse) di indossare giacche steampunk da quando ero ragazzino, ma per il resto... ? Nonostante questo, per lo stereotipo che mi vorrebbe interessante solo per il fatto di essere "artista" (appena si viene a conoscenza della cosa) le persone mi trovano "istintivamente allarmante" (non potrei definire la cosa in modo diverso) e contemporaneamente molti mi si attaccano addosso come i gatti ai caloriferi aspettandosi da me... il tormentato maledetto problematico con cui passarsi un po' il tempo.
Perché succede anche questo e persone più fragili possono soffrire molto della cosa. Non io, io guardo il manifestarsi della cosa non la medesima curiosità che ho per le pozzanghere a terra dopo la pioggia.

Guardando me stesso (in tutti i sensi possibili) spesso mi chiedo: può una persona come me produrre Arte e avere talento? Possibilmente sì. Magari non è il mio caso, ma sì... anche uno come me potrebbe essere un artista. Ma per qualche strana forma di ingiustizia universale, magari hai avuto in dote molto coraggio, un carattere non comune, forza e ostinazione MA non il Talento che potrebbe compensarti di tutti gli altri fastidi che il resto delle cose che hai ti porta ogni giorno.
Senza talento puoi creare lo stesso, se questo ti rende felice. Nel mio caso... no. Non sono felice o libero quando creo, sono in esplosione e implosione insieme. E forse non è neanche granché salutare essere così ostinati nonostante la paura di "non essere" ma non cedo. Lo farò alla fine, di colpo.
Sì, sono un romantico. Ma anche questo non si direbbe.

Ma davvero... ho detto troppo  e non volevo annoiare. Scusatemi se l'ho fatto.
 

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5 ore fa, LaBonvi ha scritto:

che poi un bicchiere di vino o una cannetta sciolgano la mano e la gola è indiscutibile, cari amici maggiorenni consenzienti e senza passato di dipendenze).

L'unica cosa su cui non siamo d'accordo è questa: è discutibile. Una cosa che potrebbe avere un effetto del genere su un'altra persona è un corso di teatro (io ho fatto teatro per questo) o della psicoterapia, se sei la persona adatta (non è per me). Questo perché è un problema di freni inibitori da abbassare e poi di percezione di maggiore disinvoltura solo dovuta a questo. Non è che quando io ho avuto gli amici strafatti (regolarmente tutti e pure troppo) sembrassero tanto "sciolti" quando si sentivano tali, eh?

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Dico la mia, con modestia e semplicità.

Per me è l'arte è l'attività attraverso cui qualcuno comunica qualcosa oppure attraverso cui quel qualcuno trae soddisfazione dal risultato.

Quindi l'artista è colui il quale attraverso il risultato di un'attività (sia essa materiale come un quadro o immateriale come la musica) comunica o tra giovamento da essa. Il resto sono sfumature e variazioni sul tema...

Mi rendo conto di non avero contribuito in maniera consistente al topic, ma è quello che penso riducendo i concetti ai minimi termini :asd:

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Sarò breve e risponderò alla domanda "Chi è un artista?"

Un artista non è chi ha un'idea. Queste si sprecano, le abbiamo tutti, sono inflazionate. Un artista è chi è in grado di sviluppare quella scintilla, di renderla diversa da tutte le altre e proiettarla in una dimensione particolare. 

Artista è chi ricerca, chi ci mette anima e cuore e non produce lavori raffazzonati aderenti solo ad una definizione. 

Esempio: filastrocche scambiate per poesie, motivetti per canzoni...

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