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- Titolo: Voodoo

- Autore: Andrea Zanotti

- Editore: DZ Edizioni

- Genere: weird western

- N° di pagine: 170

- Link per l’acquisto/download: https://amzn.to/2XeZvWP

- Trama:

Come ci è finito in quel saloon, e perché quel bruto col cappellaccio da cowboy lo sta aggredendo? Davide non ricorda nulla, né ha il tempo per rifletterci. Certo il cielo grigio nel quale brillano costellazioni rosse sangue non promette nulla di buono.

Possibile che quel luogo alieno sia realmente l’oltretomba, un dannato purgatorio-western, così come gli vogliono far credere i bizzarri componenti del gruppo capeggiato dallo stregone voodoo che lo salvano dalle grinfie del suo aguzzino?

Un macumbeiro al soldo di un Dio avvolto dall’anonimato, che gli promette, niente meno, di poter tornare alla sua vecchia vita e dai propri cari.

Ogni atto magico però necessita di adeguate offerte di sangue, e Davide lo scoprirà a proprie spese, trovandosi innanzi a scelte che determineranno il futuro della sua stessa anima.


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Estratto:

Un brusio di sottofondo mi tormenta le orecchie. Un pigo- lare ossessivo che pungola la mia mente, cercando di ridestarla. Ho sonno e nessuna intenzione di alzarmi. La sveglia non ha ancora suonato, lasciatemi stare, dannazione ! Le lagnanze però non cessano. Una nenia molesta e ripetitiva fatta di parole che non riesco a cogliere, perché solo bisbigliate. Un mantra che sa di preghiera petulante. Non mi sarò mica addormentato durante la Santa Messa ? Cerco di aprire le palpebre, ma le sento pesanti come sara- cinesche rugginose. Paiono incollate. Combatto, le sollevo a forza e mi riscuoto, sentendo le gambe formicolare. Cazzo, luci soffuse, candele, ombre e persone dai volti cupi. Devo proprio essere in chiesa, che figura di merda ! Una mano mi afferra la spalla e mi strattona, facendo tra- ballare la sedia sulla quale intuisco di essere seduto. Chissà da quanto, a giudicare dal formicolio che mi rende le gambe due pilastri di cemento insensibili. Ancora non riesco a mettere a fuoco, ma il naso mi funziona bene, purtroppo. Un’ondata di lezzo da cloaca mi investe, un misto di alcool di pessima qualità e letame. Un volto rugoso e sporco mi si para innanzi, sbraitando parole che surclassano e azzittiscono per qualche istante il vociare molesto. La voce è roca, incrinata da una sbronza tonante, e ogni sillaba mi per- fora i timpani. « Ben arrivato, ragazzo. » Sputi viscidi e maleodoranti mi bagnano il viso. 

La bocca dell’uomo che rumina tabacco è orrida, una parata di denti marci e spazi vuoti. La barba è un inferno di filo spi- nato nero, bisunto ; gli occhi folli nel loro reticolo di capillari scoppiati. La paura mi scuote, cerco di alzarmi, di allontanarmi, ma il bruto mi strattona costringendomi a sedere. È alto, forte e muscoloso, nonostante l’enorme ventre. Dalla mia postazione a sedere mi pare un titano, un demone uscito da qualche abisso fetente. « Dove credi di andare, anima candida ? » dice sprezzante, infilandomi un laccio al collo. Non capisco che diavolo stia facendo, cerco di fermarlo, ma ho le braccia deboli. « Cazzo fai ? » Mi rifila un ceffone che per poco non mi stacca la testa. Lo sconosciuto mi sovrasta, mi sento un Bambi appena nato in balia di un orso idrofobo. La canapa del lazo mi smeriglia le carni del collo, mentre mi guardo attorno terrorizzato, in cerca di aiuto. Ora sono sveglio, l’adrenalina mi scorre a fiumi nelle vene. Osservo speranzoso : sagome tetre sono sedute ai tavoli di quella che sembra una taverna, un locale angusto e fumoso con finestrelle minuscole dalle quali non entra alcuna luce. Sono delle lampade a olio e un candeliere in un angolo a fornire la blanda illuminazione di quest’antro. La luce, assediata com’è dal fumo di mille sigari e pipe, potrebbe essere soffocata in qualsiasi istante, lasciandoci al buio più completo. Nessuno pare interessarsi al ceffo che mi sta brutalizzando. « Lasciami, bastardo ! Qualcuno mi aiuti ! » urlo con voce tal- mente effeminata da farmi ribrezzo. Nessuno reagisce, nessuno alza neppure il capo nella mia direzione.

L’uomo ride, rifilando una scarpata alla mia sedia e facen- domi volare all’indietro. Il cappio si stringe segandomi il collo e attutendo la caduta. Boccheggio in cerca d’aria. La botta in testa l’ho sentita bene. Il pavimento di legno, duro come marmo, puzza di vomito e segatura. Il bruto mi è sopra e sorride compiaciuto. Cerco di respirare, la gola sigillata in una stretta soffocante, quando una sfera brillante mi compare davanti agli occhi, dal nulla, sostituendosi al brutto muso. Tutta la mia attenzione viene catturata da quell’oggetto, facendomi dimenticare il pericolo : è magnifica. Non ho mai visto nulla del genere. Una luce calda pulsa al suo interno sotto forma di nebbia cristal- lina contenuta in un involucro traslucido. Danza nell’aria ed emette un brusio, parole che ora riesco a cogliere. “Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte…” Mi sento rinfrancato, ogni parola un balsamo capace di lenire lo stordimento che mi affligge. Quasi dimentico il mio aggressore, sennonché la mano callosa di questo si stringe sulla sfera e me la porta via. Mi pare di assistere a uno stupro, men- tre osservo impotente. Vedo la mano carezzare il globo lascivamente, la lingua dell’uomo, fessurata e chiazzata dal tabacco, spunta dalla barba per passare sulle labbra in un gesto osceno. Poi porta la sfera all’altezza del cuore e la schiaccia con forza contro il tessuto lordo del suo pastrano marrone. L’oggetto cantilenante spa- risce fra le pieghe della veste, mentre l’uomo viene scosso da brividi di piacere. « Ottima questa profferta, roba pura. Lo sapevo che saresti stato un buon investimento. Ora in piedi, però ! » Mi strattona come fossi un cane al guinzaglio. A fatica mi sollevo, le gambe che stentano a reggermi. 

Mi gira la testa e mi manca l’aria. Vertigini e stordimento sono concetti vaghi. Non ho idea di dove diavolo mi trovo, né di come ci sono finito. Tutt’attorno gli astanti sono rimasti impassibili, i volti grigi e smorti che fissano il vuoto. Il barman sta servendo un altro cliente e finge di non aver neppure visto la scena, indifferente persino alla sedia mandata in frantumi dal gorilla. Non riesco a far altro che seguire l’energumeno verso l’uscita, sollecitato dai rudi strattoni del cappio. Passiamo di fianco a un tavolo al quale stanno seduti tre uomini. Anzi, una è una donna, lo intuisco solo dai lunghi capelli e dalle spalle esili ; per il resto hanno tutti volti scavati, occhiaie profonde e un colore della pelle malsano. Fissano il vuoto, inebetiti. Forse sono terrorizzati dall’energumeno quanto me e tentano di diventare invisibili, stando immobili. All’improvviso innanzi alla donna compare un’altra sfera. È bella, luccica di un bagliore perlaceo e parla. “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il…” Il mio carceriere l’agguanta prima che la mano della donna la raggiunga. Questa emette un verso incomprensibile, di stizza, si alza, forse vuole reclamare ciò che le appartiene, ma l’uomo estrae un coltellaccio e le apre il collo da parte a parte. Un gesto rapido, preciso e brutale. Quasi svengo mentre la donna crolla al suolo. Anche l’as- sassino distoglie lo sguardo, ma non faccio in tempo a chie- dermi se sia il rimorso a farlo muovere, che un lampo accecante mi brucia gli occhi. Fitte dolorose mi invadono la testa, quasi strali divini mi fossero passati attraverso i bulbi oculari, ince- nerendo tutto. Ne sarei quasi lieto. Quando la vista si decide a tornarmi, il corpo della poveretta è svanito e il troglodita si sta comprimendo la sfera nelle carni. Gode.

« Giornata fortunata, ragazzo » grugnisce, strattonandomi avanti. Incespicando lo seguo, mentre con mano tremante mi rovi- sto nelle tasche in cerca del cellulare. Il panico fa di me ciò che vuole. Perché non ci ho pensato prima ? Devo chiamare la polizia ! Concentrato nella mia cerca infruttuosa non mi accorgo che il bruto si è fermato e gli sbatto contro. Si volta e mi spinge indietro fino a tendere la corda ; il cappio torna a mordermi le carni. « Eh, campione, il ragazzo viene con me, liberalo. » La voce proviene da un altro ceffo. Ritto al bancone, un uomo sulla quarantina, dai capelli lunghi e neri è intento a fumare una sigaretta e a bere da una bottiglia di birra con una flemma surreale. La sua voce è calma, cristallina. Porta un cap- pello a tesa larga e un poncho dalle varie tonalità del marrone. È la metà del bisonte che mi impicca a ogni passo, ma sembra sicuro di sé. Per un istante credo di essere finito su un set di Cinecittà, ma il dolore a testa e collo, e la poveretta sgozzata, mi ricordano che c’è ben poco di finto in questa situazione assurda. « Parli con me, ometto ? » Il gorilla ghigna, la mano che ripone il coltellaccio per calare rapida sulla fondina dove mi accorgo alloggia il calcio di una pistola. Ancor prima che arrivi a impugnarla, un tuono fa vibrare le pareti della bettola. Mi tappo le orecchie. Troppo tardi. Vedo il corpo massiccio del mio aguzzino volare all’in- dietro con una voragine aperta nel petto. Con fragore rovina al suolo prima che un nuovo lampo faccia sparire anche lui. Rimango accecato per qualche istante, poi porto lo sguardo sul cowboy : ha un lembo del poncho sollevato sopra la spalla e il braccio scoperto impugna un fucile a canne mozze, fumante. 

Rovino sulle ginocchia sentendo lacrime scorrermi sulle guance. Dove diavolo sono finito ? L’uomo si avvicina, ogni passo scandito dal tintinnare degli speroni. Le altre persone di questo saloon grottesco non bat- tono ciglio, immobili e perse nei propri fottuti pensieri da mentecatti. Delicatamente il cowboy mi solleva e fa per spol- verarmi le vesti. Solo ora mi accorgo di indossare quello che sembra un sacco di juta. Che mi è successo ? « Ti capisco ragazzo, sei confuso, vero ? » Ragazzo ? Avrà sì e no qualche anno più di me. « Non temere, ora sei in buone mani. » Lo fisso negli occhi vedendo solo un misto di determina- zione e follia. Per lo meno non mi ha ancora aggredito. « Vieni, prendiamo da bere, ti farà bene. » Sono talmente fuori di me, spaventato e confuso, che l’i- dea di ingollare un po’ d’alcool mi pare la soluzione migliore. Ci accomodiamo al bancone e il tizio mi offre una sigaretta. « Purtroppo il bastardo » dice indicando il posto dove sarebbe dovuto giacere il cadavere dell’energumeno, dissoltosi nel nulla, « ha fatto fuori il tuo canarino, altrimenti ti avrebbe spie- gato tutto. » Il mio canarino ? Il mio canarino mi avrebbe spiegato tutto ? « Due, mister, per cortesia » dice l’uomo al barman non disto- gliendo lo sguardo dal mio volto. Devo ispirare compassione nello stato confusionale in cui verso, ma questo tizio pare abbia il volto intagliato nel basalto. « Io sono Sparviero » si presenta, forse cercando di farmi coraggio, di farmi capire che è un amico, non ha cattive inten- zioni, ma sono sotto shock e comunque non potrei risponder- gli neppure se volessi : non ho idea di come mi chiamo. 
13
Questa constatazione non fa che gettarmi ancor più nello sconforto. Sento il panico montare nell’addome risalendo i polmoni e bloccando le vie respiratorie. Boccheggio. Il tizio mi posa una mano sulla spalla, a confortarmi, poi un altro globo luminescente e cianciante mi appare innanzi. Mi ritraggo, certo che il pistolero mi faccia lo scalpo pur di impossessarsene. Il barman nel mentre ci ha portato due boccali di terracotta e fissa la sfera con cupidigia. « Mettila via » mi consiglia Sparviero, « è tua. » Trovo il coraggio per posare la mano sull’oggetto incan- tato. È magnifico, liscio, piacevolmente tiepido e la voce è una melodia soave. “Accoglilo e fagli trovare tante caramelle…” Sento una fitta al cuore, mentre il ricordo della mia piccola mi invade la mente. È la voce di Nicoletta, certo, la mia bimba ! La stavo accompagnando a scuola… « Sai, ragazzo, i nuovi arrivati sono preziosi. Tu sei prezioso. Finché i tuoi cari saranno affranti e ti penseranno, le preghiere non mancheranno di certo. Sarai una fonte di sostentamento preziosa, finché non ti dimenticheranno. A ogni modo, forse sei il tale che attendeva El Roi. » Non ho ben afferrato quelle parole, concentrato come sono nel tentativo di ricordare i lineamenti di Nicoletta. Ha sei anni la mia bimba, quasi sette anzi… Sparviero mi invita a un brindisi e così lo imito portandomi il boccale alle labbra. Un liquido tiepido e praticamente insa- pore mi invade il palato. « Piscio di bue… sakè lo chiamano. È una vera sfortuna che il culto degli antenati prosperi soprattutto nelle terre di quei dannati musi gialli » sbotta il pistolero ingollando il contenuto in un sorso. « Ora andiamo però, devo presentarti agli altri. » Non ricordo il colore dei capelli della mia bimba… biondi e ricci ? Forse… cosa ? Il culto degli antenati ? Mi dimenticheranno ? Sono una fonte di sostentamento preziosa ? Ha detto proprio così… di che cazzo parla ? Gli afferro il braccio riportando su di me la sua attenzione. Si volta e mi inchioda con sguardo severo, imponendomi di mollare subito la presa. Così faccio. « Senti, ragazzo, quel pazzo di El Roi è lì che arringa le folle con i suoi spettacolini da circo per tentare di attirarti a sé, invece tu mi vieni quasi a sbattere sul muso. Bella fortuna » si tocca le palle in un plateale gesto scaramantico, « speriamo solo che questa botta di culo non mi costi cara. Sai come si dice, la ruota gira e tutto ha un prezzo in questo posto di merda. » Non capisco nulla di quello che dice. « Dove diavolo siamo ? » sbotto, isterico. Sparviero mi prende per le spalle e mi scuote come per sve- gliarmi da un incubo. Punta i suoi occhi magnetici nei miei. « Non c’è un modo più delicato per dirtelo, ragazzo : sei morto. »

Modificato da Corvorosso
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