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Francesco Tonin

Una carezza delicata, molto affettuosa

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Cercando la Giulia, avevo osservato con attenzione le ragazze.

Con il mio occhio pudico, tutt’altro che sfacciato, ho visto le milanesi tutte identiche nella civetteria e nella cura dei dettagli, tutte assuefatte agli stessi gesti monotoni. No, non ho trovato loro indosso qualcosa non ancora omologato, qualcosa non ordinario, non banale. E’ stato un caso, dato che non ho mai cercato la Milano che negli orari appositi -non i miei, immancabilmente allocati nel primo pomeriggio in luoghi troppo frequentati-, fa valere la sua caratura di capitale dell’immagine e della moda.

Mai, fuorché poche volte. Ne ricordo una su tutte già in settembre, in un angolo come tanti intorno a grandi vie sedi in tutte le ore del giorno di cultura, lavoro, svago.

C’era stata una fugace apparizione proprio lì dove non c’è folla, o dove la folla si disperde appena uscita dalla metropolitana. Lei camminava in fretta da sola, e sembrava scacciare ogni cosa e persona con i suoi occhi fissi, rapiti davanti a sé; era ben fatta e slanciata. Come tante altre, certo: ma questa davvero si distingueva. Scura di capelli, occhi e abiti, abiti ricercati e comunque sobri. Il broncio del suo volto latino era una maschera, di là della quale valeva la pena indagare cosa potesse esserci: un vuoto raggelante oppure passioni intense?, cattiveria o piuttosto gioia di vivere?, solitudine o lussuria? O magari tutte queste cose a coesistere insieme?

Vedendola, è importato per me soltanto l’aver riconosciuto qualcosa, di là di quel broncio. Lo stesso corpo giovane ma già compiuto e florido, gli stessi capelli lunghi e lisci insieme a uno sguardo tracotante e scuro, che però sapeva dire anche di slanci e di timori, li ho già attribuiti: alla ragazza creata al mio posto in casa di Lombardi. Ma quei tratti erano rimasti a stagnare nel vapore acqueo di alcune visioni.

Ora invece, rieccola lei! Ero stato costretto ad abbandonarla quando ancora ne parlavo con Marin.

Quel magma eruttato dalla mia immaginazione poi si è consolidato e modellato col tempo: governando vicende così fantasiose, il senso da dare al prosieguo della vicenda matura un po’ per

volta. Ho già scelto per lei la fuga, dalla scuola e dalla gente che si era sempre trovata intorno; adesso cosa posso scegliere ancora...? Adesso mi basta un attimo per volgere la mia speculazione su un lido mediterraneo, teatro di istinti primordiali temperati da una civilizzazione ancora recentissima, e mi sento rivelare il nome di lei, Ysalys. Ysalys: lettere insolite si sono lasciate trovare con facilità e si sono messe a giocare tra loro, e ho così scoperto che esiste anche un nome da attribuire alla mia dea.

                                                         *                    *                    *

Giorno di Pace capitato nelle nostre tre stanze: siamo tutti in casa, eppure è come fossi da solo, libero di sentire i nostri quattro muri che proteggono me e il mio universo, in un vuoto pneumatico dove, poveretti, i miei genitori hanno alzato bandiera bianca. Sconfitti, vinti, annichiliti con tutte le loro sterminate paturnie, siano rimpianti più o meno classici o l’acqua da mettere a bollire.

Spaparanzato in poltrona o accomodato su una sedia, piacevolmente non trovo pace, mi sto dando da fare con un’Idea giaciuta latente per alcuni mesi, e proprio oggi riaffiorata con prepotenza.

Le è bastata la sola forza di un vento leggero, per trasportarmi da questi giorni qualsiasi di finesecolo all’ultima domenica del millenovecentottanta subito dopo Natale, quando Annamaria Balbi mi aveva appena mormorato di no, che non voleva quell’innocuo regalino, che non mi voleva conoscere.

Stavo allontanandomi dal luogo di quella delusione. Un minuto, due dopo, sentivo alle spalle una voce scandire imperiosa il mio nome.

-Stefano-! Mi voltai. Ebbi solo il tempo di vedere stentorea… che? La figura perfetta, con tutte le altre grazie, di Ysalys. Avevo avuto soltanto il tempo di vederla in una posa che pareva di sfida, senza capire null’altro in quei dieci, venti secondi: lei mi prendeva per mano cominciando a camminare, accelerando il passo fino a correre. A fatica, perché io, il fardello che si tirava dietro, non capivo ancora cosa stesse accadendo.

Ma noi due avevamo già percorso un breve tratto di via Cavour piena di visi conosciuti, fendendo,

urtando e svicolando quella folla maligna, quando ogni mio dubbio era già stato fugato da quella presa che aveva la forza di chi si aggrappa alla vita e ai sogni: quella ragazza mi teneva per mano senza mai staccarsi, più devota ancora di me che pure la seguivo soggiogato, bramoso di rimanere appiccicato a lei col sudore tattile, che dal palmo si espandeva tra le dita.

Un dominio verde di terra di provincia, contaminato da innumerevoli artifici ma ancora intriso d’ignoto, attendeva noi due fuggitivi. Faccio appena in tempo a vederlo apparire che immediatamente si discioglie per mille rivoli grigi nella mia mente: a questa fantasticheria scalpitata così vigorosa, rimane soltanto un po’ di forza d’inerzia che lascia intravedere altre fioche luci.

Poco male, è soltanto questione di tempo. Le tessere dei miei castelli di carte non mi sono mai arrivate tutte in una volta. Devo attendere ancora, immancabilmente giungeranno a incastrarsi con precisione.

Il salone era preda di mezzetinte ombrose. Le pareti, i broccati dei tendaggi, i legni di cornici e mobili erano appena scaldati da un alito di luce. Una luce debole e fioca, carezza delicata, molto affettuosa, su due corpi nudi appena violati da un rivolo di sangue. Abbandonati scomposti tra cuscini e velluti, scivolati con un braccio e una gamba sul tappeto, quieta marea di tenebra alzatasi all’improvviso. Anime, fantasmi fuggiti dalle tele e dai pennelli di pittori ispirati, filtrati dall’alone vaporoso del tempo e resi alla mia ansia sognante e visionaria.

Di là del diluvio verde di terra di provincia era seguita la villa della Giulia, dove venir condotto furtivamente in cerca di un nido di piacere, piacere subito trovato e abusato. E lì c’era qualcuno che voleva Ysalys tutta per sé, che giunto al cospetto della realtà puliva col sangue l’onta di essere stato tradito, o soltanto di non essere stato scelto.

Chi è quell’assassino posto a delimitare il limite massimo della mia immaginazione? All’inizio di questo percorso onirico avevo creduto che la Giulia, Marin, Annamaria Balbi e qualche altra eventuale comparsa, ne sarebbero stati gli attori. Sbagliandomi.

Soltanto il possente impatto scenico della villa di Fagnano rimane a dominare lo sfondo. Tutto il resto sono corpi estranei e superflui, che non si scollano dalla piatta e opaca segreta della realtà. Quindi non c’e ruolo da attribuire al di fuori di me stesso e di Ysalys, assolutamente.

Lei era stata colpita per prima. L’avrebbero trovata con gli occhi chiusi e le labbra appena aperte, stese in una posa sognante e intensa, adagiata impudica sul divano, coperta solo da qualche ciuffo dei capelli lunghi. Forse il terrore non era stato abbastanza fulmineo da ghermire neppure l’altra vittima, io stesso, che avevo fatto in tempo soltanto a sorprendermi incredulo, con le gambe e le braccia a pencolarmi dal tronco reclinato e scomposto giù dalle spalliere della poltrona.

Andando e venendo dalla realtà ho steso la mia ultima pagina lasciando tenebre, barlumi e reminiscenze mulinare e mischiarsi tra loro. E ora rimiro il turbinio di sensi e passioni che ne è scaturito: la Pagina scritta di mio pugno è aggiunta al novero di quelle che avevo letto, i sensi e le passioni sono state vissute con slancio, le derive decadenti sono corse incontro alla fine nel crescendo di gesti e sentimenti che avevo auspicato. Compiuta l’opera. ...E adesso, che mi resta da fare...? Un fremito mi intima di non lasciar languire quest’opera nella totale solitudine del suo autore. Nei giorni scorsi c’è stata la Giulia, specie di musa all’inverso...

Fidando nella barocca vicenda in corso Vercelli, pietra miliare che sancisce un'intimità amicale con lei acquisita, che io possa trovare più fortuna della ben poca concessa da Marin nell’unica occasione capitatami di esternare?

No, assolutamente. Lo so già. Ho celebrato il millenovecentottanta, questo ordine magico di quattro cifre, fino al punto di fantasticare la mia fine addirittura. Cose simili, posso soltanto tenerle per me.

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Racconto interessante e sicuramente innovativo, se di racconto si tratta.

Be' sicuramente se dovessi etichettarlo con un genere direi che è un metaracconto. L'autore che racconta la storia dal punto di vista dell'autore anziché da quello della voce narrante, trascendendo il concetto di prima o terza persona perché è tutti e due allo stesso tempo.

Mi sono servite un paio di letture per comprendere e distinguere i personaggi di fantasia da quelli fantastico-reali ma il risultato è stato di sicuro piacevole.

Non posso che confermare quanto detto dai giudici che hai citato nella tua presentazione riguardo alla tua dialettica molto forbita ma al contempo articolata. Leggerti è un po' come guardare un bel film interrotto di tanto in tanto da uno spot pubblicitario che spezza l'emozione e l'empatia che si crea tra l'autore e il lettore. Mi riferisco a quelle frasi sulle quali ho dovuto idugiare per poterle decifrare.

Con questo non voglio dire che dovresti rinunciare all'eleganza della tua dialettica ma prestare maggiore attenzione alla scorrevolezza di alcune parti del testo.

Concludo complimentandomi per il testo che, di la da tutti gli aspetti sopra citati, è molto bello e invitandoti ad arricchirlo o espanderlo, ad esempio con un prequel (anche perché, per quanto si tratti di finzione ci stà poco che l'autore nonché protagonista nonché voce narrante in terza persona della sua vita reale e di quella di finzione continui a parlare anche dopo il suo trapasso).

Complimenti anche per il nome della protagonista femminile.

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Ciao amico! Rispondo soltanto ora perché... sono diventato un po' legnoso con smartphone e notebook... ma alla fine la strada si ritrova, magari in ritardo. Dunque... il fatto è che io ho preso un capitolo della mia opera, quello forse più circoscrivibile a un racconto ma comunque pur sempre uno stralcio avulso, e difatti un "prequel" c'è, cinquanta pagine prima, e prima ancora. Si tratta di un'opera scritta nel corso del tempo, palestra per affinarmi.

Palestra sarebbe anche riduttivo; mi ritengo un autodidatta che ha scelto una via difficile: una storia inframmezzata da divagazioni oniriche che corrono insieme alla realtà, due linee parallele che ...potrebbero anche finire per incontrarsi. La sostanza, stringi stringi, è che questo "stralcio avulso" fuori dal suo contesto presta il fianco a giusti rilievi come quelli tuoi; c'è da dire che dovrò per l'ennesima volta rimaneggiare questo mio lavoro, ho individuato i punti da migliorare. Ho scritto e sto scrivendo anche altro, ed è tutto in subbuglio... scrivere comunque è fatica, è impegno, è una sfida con un virtuale mezzo mondo che non lascia vuoti: necessita impegno e lucidità, necessita  sapienza nel rendere intelligibile un intreccio di vicende contorte... insomma ne ho, di carne al fuoco!, e da stare attento che non si bruci!...

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