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  1. - Immagine di copertina - Titolo: Inno Cannibale - Autore: Andrea Zanotti - Editore: DZ Edizioni - Genere: weird western - N° di pagine: 300 - Link per l’acquisto/download: https://amzn.to/3iNJVgp - Preview online o scaricabile di minimo 10 pagine: https://www.amazon.it/gp/product/B096TRVSH5?ie=UTF8 - Trama: Black Mamba, donna-medicina a capo della tribù dei Senza-lingua, ha convocato il cerchio degli Elders, gli anziani capi di tutte le genti pellerossa. Nuovi alleati sono disposti ad aiutare le tribù contro i visi pallidi, è sufficiente unirle per innalzare l’inno cannibale. Poco conta se l’intero ordine del creato verrà sconvolto dal rito, dato che Black Mamba vuole risvegliare Yužáža, «Colui che sgozza gli Dei». Ma le grandi manovre dei selvaggi non passano inosservate al colonnello Souther, gerente della Clinica psichiatrica federale nr. 51. Sta a lui risolvere il problema dei «musi rossi». Ma chi spedire in Sierra Nevada, nel covo della sciamana? La scelta cade su Marc Trementina De La Cruz, il suo compare Jo Occhiomoscio e il resto della loro improbabile banda di antieroi. Solo serpi di quella risma potranno resistere a ciò che li attende in quelle lande infestate: Wendigo, Skinwalker, Si-Te-Caha e tutte le leggende da incubo dei nativi, riportate in vita dalle malie di Black Mamba.
  2. - Titolo: Voodoo - Autore: Andrea Zanotti - Editore: DZ Edizioni - Genere: weird western - N° di pagine: 170 - Link per l’acquisto/download: https://amzn.to/2XeZvWP - Trama: Come ci è finito in quel saloon, e perché quel bruto col cappellaccio da cowboy lo sta aggredendo? Davide non ricorda nulla, né ha il tempo per rifletterci. Certo il cielo grigio nel quale brillano costellazioni rosse sangue non promette nulla di buono. Possibile che quel luogo alieno sia realmente l’oltretomba, un dannato purgatorio-western, così come gli vogliono far credere i bizzarri componenti del gruppo capeggiato dallo stregone voodoo che lo salvano dalle grinfie del suo aguzzino? Un macumbeiro al soldo di un Dio avvolto dall’anonimato, che gli promette, niente meno, di poter tornare alla sua vecchia vita e dai propri cari. Ogni atto magico però necessita di adeguate offerte di sangue, e Davide lo scoprirà a proprie spese, trovandosi innanzi a scelte che determineranno il futuro della sua stessa anima. . Estratto: Un brusio di sottofondo mi tormenta le orecchie. Un pigo- lare ossessivo che pungola la mia mente, cercando di ridestarla. Ho sonno e nessuna intenzione di alzarmi. La sveglia non ha ancora suonato, lasciatemi stare, dannazione ! Le lagnanze però non cessano. Una nenia molesta e ripetitiva fatta di parole che non riesco a cogliere, perché solo bisbigliate. Un mantra che sa di preghiera petulante. Non mi sarò mica addormentato durante la Santa Messa ? Cerco di aprire le palpebre, ma le sento pesanti come sara- cinesche rugginose. Paiono incollate. Combatto, le sollevo a forza e mi riscuoto, sentendo le gambe formicolare. Cazzo, luci soffuse, candele, ombre e persone dai volti cupi. Devo proprio essere in chiesa, che figura di merda ! Una mano mi afferra la spalla e mi strattona, facendo tra- ballare la sedia sulla quale intuisco di essere seduto. Chissà da quanto, a giudicare dal formicolio che mi rende le gambe due pilastri di cemento insensibili. Ancora non riesco a mettere a fuoco, ma il naso mi funziona bene, purtroppo. Un’ondata di lezzo da cloaca mi investe, un misto di alcool di pessima qualità e letame. Un volto rugoso e sporco mi si para innanzi, sbraitando parole che surclassano e azzittiscono per qualche istante il vociare molesto. La voce è roca, incrinata da una sbronza tonante, e ogni sillaba mi per- fora i timpani. « Ben arrivato, ragazzo. » Sputi viscidi e maleodoranti mi bagnano il viso. La bocca dell’uomo che rumina tabacco è orrida, una parata di denti marci e spazi vuoti. La barba è un inferno di filo spi- nato nero, bisunto ; gli occhi folli nel loro reticolo di capillari scoppiati. La paura mi scuote, cerco di alzarmi, di allontanarmi, ma il bruto mi strattona costringendomi a sedere. È alto, forte e muscoloso, nonostante l’enorme ventre. Dalla mia postazione a sedere mi pare un titano, un demone uscito da qualche abisso fetente. « Dove credi di andare, anima candida ? » dice sprezzante, infilandomi un laccio al collo. Non capisco che diavolo stia facendo, cerco di fermarlo, ma ho le braccia deboli. « Cazzo fai ? » Mi rifila un ceffone che per poco non mi stacca la testa. Lo sconosciuto mi sovrasta, mi sento un Bambi appena nato in balia di un orso idrofobo. La canapa del lazo mi smeriglia le carni del collo, mentre mi guardo attorno terrorizzato, in cerca di aiuto. Ora sono sveglio, l’adrenalina mi scorre a fiumi nelle vene. Osservo speranzoso : sagome tetre sono sedute ai tavoli di quella che sembra una taverna, un locale angusto e fumoso con finestrelle minuscole dalle quali non entra alcuna luce. Sono delle lampade a olio e un candeliere in un angolo a fornire la blanda illuminazione di quest’antro. La luce, assediata com’è dal fumo di mille sigari e pipe, potrebbe essere soffocata in qualsiasi istante, lasciandoci al buio più completo. Nessuno pare interessarsi al ceffo che mi sta brutalizzando. « Lasciami, bastardo ! Qualcuno mi aiuti ! » urlo con voce tal- mente effeminata da farmi ribrezzo. Nessuno reagisce, nessuno alza neppure il capo nella mia direzione. L’uomo ride, rifilando una scarpata alla mia sedia e facen- domi volare all’indietro. Il cappio si stringe segandomi il collo e attutendo la caduta. Boccheggio in cerca d’aria. La botta in testa l’ho sentita bene. Il pavimento di legno, duro come marmo, puzza di vomito e segatura. Il bruto mi è sopra e sorride compiaciuto. Cerco di respirare, la gola sigillata in una stretta soffocante, quando una sfera brillante mi compare davanti agli occhi, dal nulla, sostituendosi al brutto muso. Tutta la mia attenzione viene catturata da quell’oggetto, facendomi dimenticare il pericolo : è magnifica. Non ho mai visto nulla del genere. Una luce calda pulsa al suo interno sotto forma di nebbia cristal- lina contenuta in un involucro traslucido. Danza nell’aria ed emette un brusio, parole che ora riesco a cogliere. “Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte…” Mi sento rinfrancato, ogni parola un balsamo capace di lenire lo stordimento che mi affligge. Quasi dimentico il mio aggressore, sennonché la mano callosa di questo si stringe sulla sfera e me la porta via. Mi pare di assistere a uno stupro, men- tre osservo impotente. Vedo la mano carezzare il globo lascivamente, la lingua dell’uomo, fessurata e chiazzata dal tabacco, spunta dalla barba per passare sulle labbra in un gesto osceno. Poi porta la sfera all’altezza del cuore e la schiaccia con forza contro il tessuto lordo del suo pastrano marrone. L’oggetto cantilenante spa- risce fra le pieghe della veste, mentre l’uomo viene scosso da brividi di piacere. « Ottima questa profferta, roba pura. Lo sapevo che saresti stato un buon investimento. Ora in piedi, però ! » Mi strattona come fossi un cane al guinzaglio. A fatica mi sollevo, le gambe che stentano a reggermi. Mi gira la testa e mi manca l’aria. Vertigini e stordimento sono concetti vaghi. Non ho idea di dove diavolo mi trovo, né di come ci sono finito. Tutt’attorno gli astanti sono rimasti impassibili, i volti grigi e smorti che fissano il vuoto. Il barman sta servendo un altro cliente e finge di non aver neppure visto la scena, indifferente persino alla sedia mandata in frantumi dal gorilla. Non riesco a far altro che seguire l’energumeno verso l’uscita, sollecitato dai rudi strattoni del cappio. Passiamo di fianco a un tavolo al quale stanno seduti tre uomini. Anzi, una è una donna, lo intuisco solo dai lunghi capelli e dalle spalle esili ; per il resto hanno tutti volti scavati, occhiaie profonde e un colore della pelle malsano. Fissano il vuoto, inebetiti. Forse sono terrorizzati dall’energumeno quanto me e tentano di diventare invisibili, stando immobili. All’improvviso innanzi alla donna compare un’altra sfera. È bella, luccica di un bagliore perlaceo e parla. “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il…” Il mio carceriere l’agguanta prima che la mano della donna la raggiunga. Questa emette un verso incomprensibile, di stizza, si alza, forse vuole reclamare ciò che le appartiene, ma l’uomo estrae un coltellaccio e le apre il collo da parte a parte. Un gesto rapido, preciso e brutale. Quasi svengo mentre la donna crolla al suolo. Anche l’as- sassino distoglie lo sguardo, ma non faccio in tempo a chie- dermi se sia il rimorso a farlo muovere, che un lampo accecante mi brucia gli occhi. Fitte dolorose mi invadono la testa, quasi strali divini mi fossero passati attraverso i bulbi oculari, ince- nerendo tutto. Ne sarei quasi lieto. Quando la vista si decide a tornarmi, il corpo della poveretta è svanito e il troglodita si sta comprimendo la sfera nelle carni. Gode. « Giornata fortunata, ragazzo » grugnisce, strattonandomi avanti. Incespicando lo seguo, mentre con mano tremante mi rovi- sto nelle tasche in cerca del cellulare. Il panico fa di me ciò che vuole. Perché non ci ho pensato prima ? Devo chiamare la polizia ! Concentrato nella mia cerca infruttuosa non mi accorgo che il bruto si è fermato e gli sbatto contro. Si volta e mi spinge indietro fino a tendere la corda ; il cappio torna a mordermi le carni. « Eh, campione, il ragazzo viene con me, liberalo. » La voce proviene da un altro ceffo. Ritto al bancone, un uomo sulla quarantina, dai capelli lunghi e neri è intento a fumare una sigaretta e a bere da una bottiglia di birra con una flemma surreale. La sua voce è calma, cristallina. Porta un cap- pello a tesa larga e un poncho dalle varie tonalità del marrone. È la metà del bisonte che mi impicca a ogni passo, ma sembra sicuro di sé. Per un istante credo di essere finito su un set di Cinecittà, ma il dolore a testa e collo, e la poveretta sgozzata, mi ricordano che c’è ben poco di finto in questa situazione assurda. « Parli con me, ometto ? » Il gorilla ghigna, la mano che ripone il coltellaccio per calare rapida sulla fondina dove mi accorgo alloggia il calcio di una pistola. Ancor prima che arrivi a impugnarla, un tuono fa vibrare le pareti della bettola. Mi tappo le orecchie. Troppo tardi. Vedo il corpo massiccio del mio aguzzino volare all’in- dietro con una voragine aperta nel petto. Con fragore rovina al suolo prima che un nuovo lampo faccia sparire anche lui. Rimango accecato per qualche istante, poi porto lo sguardo sul cowboy : ha un lembo del poncho sollevato sopra la spalla e il braccio scoperto impugna un fucile a canne mozze, fumante. Rovino sulle ginocchia sentendo lacrime scorrermi sulle guance. Dove diavolo sono finito ? L’uomo si avvicina, ogni passo scandito dal tintinnare degli speroni. Le altre persone di questo saloon grottesco non bat- tono ciglio, immobili e perse nei propri fottuti pensieri da mentecatti. Delicatamente il cowboy mi solleva e fa per spol- verarmi le vesti. Solo ora mi accorgo di indossare quello che sembra un sacco di juta. Che mi è successo ? « Ti capisco ragazzo, sei confuso, vero ? » Ragazzo ? Avrà sì e no qualche anno più di me. « Non temere, ora sei in buone mani. » Lo fisso negli occhi vedendo solo un misto di determina- zione e follia. Per lo meno non mi ha ancora aggredito. « Vieni, prendiamo da bere, ti farà bene. » Sono talmente fuori di me, spaventato e confuso, che l’i- dea di ingollare un po’ d’alcool mi pare la soluzione migliore. Ci accomodiamo al bancone e il tizio mi offre una sigaretta. « Purtroppo il bastardo » dice indicando il posto dove sarebbe dovuto giacere il cadavere dell’energumeno, dissoltosi nel nulla, « ha fatto fuori il tuo canarino, altrimenti ti avrebbe spie- gato tutto. » Il mio canarino ? Il mio canarino mi avrebbe spiegato tutto ? « Due, mister, per cortesia » dice l’uomo al barman non disto- gliendo lo sguardo dal mio volto. Devo ispirare compassione nello stato confusionale in cui verso, ma questo tizio pare abbia il volto intagliato nel basalto. « Io sono Sparviero » si presenta, forse cercando di farmi coraggio, di farmi capire che è un amico, non ha cattive inten- zioni, ma sono sotto shock e comunque non potrei risponder- gli neppure se volessi : non ho idea di come mi chiamo. 13 Questa constatazione non fa che gettarmi ancor più nello sconforto. Sento il panico montare nell’addome risalendo i polmoni e bloccando le vie respiratorie. Boccheggio. Il tizio mi posa una mano sulla spalla, a confortarmi, poi un altro globo luminescente e cianciante mi appare innanzi. Mi ritraggo, certo che il pistolero mi faccia lo scalpo pur di impossessarsene. Il barman nel mentre ci ha portato due boccali di terracotta e fissa la sfera con cupidigia. « Mettila via » mi consiglia Sparviero, « è tua. » Trovo il coraggio per posare la mano sull’oggetto incan- tato. È magnifico, liscio, piacevolmente tiepido e la voce è una melodia soave. “Accoglilo e fagli trovare tante caramelle…” Sento una fitta al cuore, mentre il ricordo della mia piccola mi invade la mente. È la voce di Nicoletta, certo, la mia bimba ! La stavo accompagnando a scuola… « Sai, ragazzo, i nuovi arrivati sono preziosi. Tu sei prezioso. Finché i tuoi cari saranno affranti e ti penseranno, le preghiere non mancheranno di certo. Sarai una fonte di sostentamento preziosa, finché non ti dimenticheranno. A ogni modo, forse sei il tale che attendeva El Roi. » Non ho ben afferrato quelle parole, concentrato come sono nel tentativo di ricordare i lineamenti di Nicoletta. Ha sei anni la mia bimba, quasi sette anzi… Sparviero mi invita a un brindisi e così lo imito portandomi il boccale alle labbra. Un liquido tiepido e praticamente insa- pore mi invade il palato. « Piscio di bue… sakè lo chiamano. È una vera sfortuna che il culto degli antenati prosperi soprattutto nelle terre di quei dannati musi gialli » sbotta il pistolero ingollando il contenuto in un sorso. « Ora andiamo però, devo presentarti agli altri. » Non ricordo il colore dei capelli della mia bimba… biondi e ricci ? Forse… cosa ? Il culto degli antenati ? Mi dimenticheranno ? Sono una fonte di sostentamento preziosa ? Ha detto proprio così… di che cazzo parla ? Gli afferro il braccio riportando su di me la sua attenzione. Si volta e mi inchioda con sguardo severo, imponendomi di mollare subito la presa. Così faccio. « Senti, ragazzo, quel pazzo di El Roi è lì che arringa le folle con i suoi spettacolini da circo per tentare di attirarti a sé, invece tu mi vieni quasi a sbattere sul muso. Bella fortuna » si tocca le palle in un plateale gesto scaramantico, « speriamo solo che questa botta di culo non mi costi cara. Sai come si dice, la ruota gira e tutto ha un prezzo in questo posto di merda. » Non capisco nulla di quello che dice. « Dove diavolo siamo ? » sbotto, isterico. Sparviero mi prende per le spalle e mi scuote come per sve- gliarmi da un incubo. Punta i suoi occhi magnetici nei miei. « Non c’è un modo più delicato per dirtelo, ragazzo : sei morto. »
  3. Mari

    Green Valley (1/2)

    Commento Il sole entra prepotente dalle imposte socchiuse e mi colpisce gli occhi come una frustata. È di nuovo giorno, che schifo di vita. Fino a due anni fa facevo la maestra nel piccolo paesino dove sono nata e poi ho buttato tutto nel Grand Canyon. Amareggiata, mi alzo e mi lavo nell’acqua del catino che ho nell’angolo della stanza. Mi guardo allo specchio appeso al muro: occhi cerchiati di viola, colorito spento e capelli arruffati… Dio mio che brutto spettacolo. Tutta colpa del mio lavoro: se solo mia madre sapesse che sono finita a fare la prostituta nel Saloon di Green Valley. Scendo nel locale sottostante, le mie compagne di sventura sono già tutte lì. Loro rappresentano uno dei pochi motivi per cui ancora non sono scappata da qui, oltre al fatto che non ho soldi e non saprei dove altro andare. Abbiamo fatto amicizia, ho insegnato loro a leggere e a scrivere e loro mi trattano come una figlia o una sorella. È vero, sono ballerine e prostitute, ma in fondo sono delle brave ragazze. C'è anche lo sceriffo Tom Shelter seduto al solito tavolo: come tutti i giorni, è venuto per il pranzo. Le mie compagne ridacchiano: sostengono che lui abbia una cotta per me, ma figuriamoci se un bel ragazzone come lui ha bisogno di innamorarsi di una puttana. Credo sia l'unico abitante in questo dannato paesino dimenticato da Dio con cui non sia andata a letto. Mi avvicino al suo tavolo e lo saluto come faccio ogni giorno. - Buongiorno Sceriffo. - Buongiorno a voi Camille, oggi siete… ecco… più bella del solito. Vi andrebbe di pranzare con me? Me lo propone tutti i giorni e, come sempre, gli rispondo che non ho fame, ma che gli faccio volentieri compagnia mentre mangia. Mi siedo di fronte a lui e chiedo: - Come vanno le cose in città? - In questo periodo va tutto alla grande qui a Green Valley. Speriamo che la pace duri ancora a lungo, le mie celle non sono mai state vuote per così tanto tempo da quando ecco… da quando sono diventato sceriffo. - È perché state facendo un ottimo lavoro per mantenere l’ordine in città. Tom arrossisce, mi ravvivo i ricci con entrambe le mani e noto il suo sguardo perso nella scollatura, ha la bocca socchiusa, poi scuote il capo e serra la mascella. Mi sa che le mie amiche hanno ragione, soffoco una risata e lui avvampa ancora di più. Gli portano una zuppa di fagioli dall'aspetto a dir poco sinistro, ma lui comincia a mangiarla di gusto. È un bell'uomo, alto, con delle spalle ampie, delle grandi mani e uno sguardo gentile. Dopotutto non sarebbe una cattiva idea entrare nelle sue simpatie. Se fosse veramente innamorato di me, potrebbe portarmi via dalle grinfie di Josh, il proprietario di questa stalla di Saloon. Non sono innamorata di lui, ma devo essere onesta con me stessa: pur di smettere di fare questo lavoraccio sarei disposta a tutto. Mi alzo e mi siedo accanto a lui e manca poco che si strozzi con la zuppa. Sfiorandogli un braccio con la mano con fare casuale, gli bisbiglio all’orecchio: - Domani sarò libera, vi andrebbe di fare una passeggiata in città con me? - Oh, mi farebbe molto piacere, ecco io… - Allora deciso, domani al tramonto davanti all'ufficio postale. - Io… non vedo l’ora. Mi alzo e mi allontano lasciandolo lì, sudato e paonazzo. L'indomani, all’imbrunire, mi avvio per le strade polverose della città. Non esco spesso dal Saloon, le donne di questa città mi trattano con distaccato disgusto, ma non è colpa mia se i loro uomini vengono a cercare conforto da me e dalle altre, dopotutto. C’è movimento, il fabbro sta ritirando gli oggetti esposti e lo spaccio sta per chiudere, c’è già la proprietaria che spazza l’ingresso del negozio scacciando con la scopa la polvere e tre ragazzini che le corrono tra le gonne. Delle donne chiacchierano a voce bassa davanti alla merceria, ma si bloccano appena mi vedono passare, poi ricominciano a bisbigliare alle mie spalle le loro cattiverie: dannate puritane, ci credo che i loro mariti vengono a cercare noi prostitute, sono così rigide e austere. Mi avvio verso l’ufficio postale e delle ragazzine stanno rincorrendo un cerchio lungo la via, le invidio un po’: quante corse facevo da bambina, prima che la vita diventasse quel gran casino che è. Un carro mi passa accanto sollevando una nuvola di terra che mi costringe a ripararmi gli occhi. Il vento la spazza via insieme ai miei pensieri. Finalmente arrivo davanti all’ingresso dell'ufficio postale e Tom è già lì che mi aspetta. Ha le mani in tasca e lo sguardo fisso sui suoi stivali ed è occupato a prendere a calci i sassi della strada. Fa la sua bella figura con il cinturone ai fianchi e gli stivali con gli speroni tirati a lucido. - Buonasera Tom. - Buonasera Camille, siete... - Più bella del solito? - Sì, ecco, ma sono così monotono? - No, siete piacevolmente rassicurante. Scoppiamo a ridere mentre mi offre il braccio. Lo cingo con il mio e ci incamminiamo. - Posso farvi una domanda? Se non sono indiscreto. - Parlate liberamente. - Insomma, come ci siete finita in questa città? - Da dove comincio... - sospiro e mi accingo a raccontare la mia storia, la conoscono tutti e credo la conosca anche lui, ma vorrà sentirla dalle mie labbra. - Facevo la maestra in un piccolo paesino, poi ho conosciuto un uomo: Butch Burton. Era bellissimo e mi ha fatto perdere la testa. Partire con lui per venire a Green Valley, all'epoca, mi era sembrata un'ottima idea. - Non ha funzionato? - Direi di no, lui mi ha trascinata attraverso tutto il Paese come un capo di bestiame. Era in cerca dell'oro, ma non lo trovò. Era sempre ubriaco e spese tutto quello che aveva ai tavoli da poker, quel bifolco! Doveva un sacco di soldi anche al proprietario del Saloon, così mi lasciò qui come pegno. Se ne andò in cerca di fortuna per riscattarmi e non è più tornato… spero sia morto malamente! - Oh mio Dio, Camille. Non stiamo parlando di Butch Killer Burton, vero? Dal suo tono trapela preoccupazione e terrore, ma io non ho idea di cosa stia parlando. - Venite con me. Mi accompagna nel suo piccolo ufficio a pochi metri dall’ufficio postale e mi mostra un manifesto che ritrae Butch con una taglia molto cospicua come premio. - Tom! È proprio lui. - Allora siete stata fortunata che non sia più tornato. È uno dei banditi più pericolosi in circolazione. - Come ho potuto mettermi con un criminale come lui? - Non è colpa vostra, eravate giovane e ingenua. State tranquilla, tanto se n'è andato. Si avvicina per stringermi le mani e io mi rifugio tra le sue braccia. Lui mi cinge dolcemente le spalle e mi sento subito al sicuro.
  4. Mari

    Green Valley (2/2)

    Commento Prima parte Lo sento sospirare e mi rendo conto che, fuori dal Saloon, i miei atteggiamenti non sono appropriati. Cerco di staccarmi, ma lui mi trattiene e, guardandomi negli occhi, mi dice: -Camille io... ecco io... voi mi piacete molto. Ha il volto rosso e respira a fatica, gli deve essere costato molto dirmelo. Non pensavo che mi avrebbe turbata così tanto sentirmi dire di piacergli. Avvicino il mio viso al suo, lui si abbassa e mi bacia con una dolcezza a cui non sono abituata. La stanza mi vortica intorno e mi sento smarrire, ma la sua presa è salda e mi sorregge senza smettere di baciarmi. Facciamo fatica a staccarci, ma non sarebbe conveniente se ci sorprendessero nel suo ufficio in atteggiamenti equivoci. Ho il volto in fiamme per questo bacio e l'imbarazzato Tom sembra sorpreso. - Scusatemi, ecco io non volevo turbarvi. - Mi avete solo colta di sorpresa, sono contenta che mi abbiate aperto il vostro cuore, spero non mi troverete sfacciata se vi confesso anche a me piacete molto. Lui non riesce a trattenere un sorriso impacciato e mi abbraccia nuovamente. Usciamo dal suo ufficio tenendoci per mano e ci dirigiamo verso il Saloon. - Parlerò con Josh, per liberarvi dal contratto. - Credete sia possibile? - Josh è un uomo d’affari, se è una questione di soldi, troveremo un accordo. Naturalmente poi non sareste obbligata a venire via con me, sareste libera di andare dove volete. - Verrei con voi anche in capo al mondo, se lo desiderate. Si ferma a guardarmi incredulo e mi stringe di nuovo, incurante degli sguardi sbalorditi dei passanti. Mi saluta davanti all’ingresso del Saloon con un ultimo bacio, dandomi appuntamento all'indomani. Lo seguo con lo sguardo, mentre se ne va fischiettando e salutando tutti i passanti con grandi sorrisi. Anche io mi stupisco a canticchiare mentre oltrepasso la porta a vento del saloon. Riesco a fatica a evadere le domande delle mie compagne che vorrebbero il racconto dettagliato della mia uscita. Non posso fare a meno di fantasticare su come sarebbe la mia vita con Tom, fuori da qui. I clienti si susseguono, ma il mio pensiero è fisso su di lui e sulla mia voglia di andarmene. Mi abbandono al sonno nel ricordo della sensazione piacevole che ho provato stando tra le sue braccia. L'indomani, Josh mi sveglia di buon'ora prendendo a pugni la porta e urlando il mio nome. - Arrivo dannazione! Smettila di urlare! - Sbrigati donna, ti vogliono giù. - Dammi il tempo di vestirmi e scendo. Bifolco che non sei altro, che maniere... chi diavolo può essere che mi cerca a quest'ora... sarà Tom, magari non ha voluto aspettare l'ora di pranzo. Sorrido, mi vesto alla svelta, do un ultimo sguardo allo specchio, mi pizzico le gote per dar loro un po' di colorito ed esco, pregustando la mia prossima libertà. Quando scendo dallo scalone, il sangue mi si ghiaccia nelle vene: c'è Butch. Appena mi vede mi corre incontro, mi abbraccia sollevandomi da terra e mi sussurra: - Sono venuto a riprenderti. - Ce ne hai messo di tempo, Butch! Pensavo fossi morto - gli sibilo. - Sempre tagliente la tua lingua, vedo. La sua risata che mi fa rabbrividire. - Prepara i tuoi stracci, vieni via con me. - Non lascerò anche questa città per colpa tua! - Poche storie, ho riscattato il tuo contratto: ora appartieni a me. - Scordatelo! - Andiamo di sopra che ti do una bella lezione, so io di cosa hai bisogno per cambiare idea. Mi trascina di sopra e mi strappa i vestiti. Inutili le urla e i tentativi di sottrarmi a lui. Mi tiene ferme entrambe le mani con una delle sue e con l'altra armeggia per togliersi il cinturone che lascia cadere per terra con un tonfo sordo. Comincia a slacciarsi i pantaloni e so che avrà la meglio, così mi gioco la mia ultima carta: - Scusami, ero arrabbiata perché pensavo che non mi volessi più, lasciami le mani e saprò come rendere la cosa più piacevole. - Uh dov'è finita la maestrina timida di due anni fa? Attratto dalla prospettiva di avermi senza dover faticare, molla la presa. Io gli accarezzo il volto e lo bacio come se lo desiderassi davvero: ho imparato a fingere molto bene. Un fragore. Tom fa irruzione in camera, afferra Butch da dietro e lo trascina via da me, ma viene colpito in pieno volto da un pugno e cade a terra svenuto. - Ma sei impazzito? È lo sceriffo, vuoi passare di guai? La sua risata risuona per tutta la stanza. - Non è il primo sceriffo che ammazzo, non sarà nemmeno l'ultimo. Mi butta sul letto, l'idea che Tom sia lì, privo di conoscenza, mi fa impazzire dalla rabbia. Mi giro nel letto facendo sdraiare Butch sotto di me. Prendo tempo slacciandogli la camicia. Tom è ancora privo di conoscenza e ha una ferita alla testa, il pensiero che possa essere morto mi procura più dolore di quanto pensassi. Devo fare qualcosa! Sfilo i pantaloni a Butch e, con la scusa di appoggiarli sulla sedia ai piedi del letto, afferro una delle pistole dal cinturone abbandonato a terra da lui poco fa. Gliela punto direttamente al cuore. Fatico a respirare e la mano mi trema visibilmente, la pistola è pesantissima. - Ehi, ma cosa pensi di fare? Mi allontano da lui per paura che mi disarmi e gli urlo di non muoversi, lui ride, crede che non avrei mai il coraggio di sparare, ma si sbaglia. Mi si avvicina, io premo il grilletto strizzando gli occhi per istinto. Non succede niente: la pistola non spara. Me la strappa dalle mani e mi colpisce al volto. Il dolore è lancinante e la rabbia che provo è incontenibile. Poi ecco che sento uno sparo e qualcosa sfiorarmi un orecchio, il rumore è fortissimo, m'intontisce per un attimo e poi tutto intorno si fa ovattato. Una macchia di sangue comincia a espandersi sul petto di Buth, che si porta le mani sulla ferita e imprecando cade a terra esanime. Mi giro e vedo la pistola fumante: è in mano a Josh. - Prendi i tuoi stracci, sveglia lo sceriffo e sparite dal mio Saloon! Credo che Tom sarà felice di occuparsi di te. Così dicendo gli rovescia in faccia l'acqua della brocca accanto al catino e Tom riprende conoscenza. Vede il cadavere a terra, me salva e Josh con la pistola ancora in mano e capisce che è tutto finito. Si mette una mano sulla nuca ancora sanguinante e mentre mi chino verso di lui per aiutarlo ad alzarsi, lui mi guarda e arrossisce. Mi rendo conto di essere impresentabile e mi copro come posso. Lui mi fissa negli occhi e mi dice: - Ecco... insomma... volete venire via con me? - Più di qualunque cosa al mondo. - Josh, quanto serve per liberarla dal vincolo? - gli chiede senza smettere di fissarmi. - Il debito è stato saldato da quel bastardo, è tutta tua, ma sappi che è una grandissima rompipalle: la tua vita sarà un inferno. Ride sguaiatamente, rinfodera la pistola e se ne va. È un tipo burbero, ma a suo modo, prova affetto per me.
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