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  1. https://ultimapagina.net/forum/topic/943-crocevia/?do=findComment&comment=11922 «Io esco! Vado a comprarmi le scarpe!» Così dicendo Antonella corse fuori di casa e poi giù per le scale, non vedeva l’ora di di trovarsi a girovagare per le vie del centro. Era dal tempo dei preparativi per il matrimonio che non era più entrata in un negozio di scarpe. Erano passati tre anni da quando si era sposata poi il lavoro aveva assorbito lei e suo marito al punto che non si ricordava quasi più che faccia avessero i suoi amici. «Invece la faccia di quello stronzo me la ricordo sempre! Ma perché continua a tornarmi in mente?» Si sforzò di pensare alle sue future nuove scarpe per scacciare l’immagine di colui che da almeno tre anni aveva fatto perdere le sue tracce. Non un saluto, non una chiamata. Alla faccia delle promesse: non perdiamoci di vista, restiamo amici, potrai sempre contare su di me. Sì, su di un fantasma poteva contare. Ma tanto non aveva più importanza, ora aveva un marito che le voleva bene e a cui lei voleva bene. Eppure la curiosità di sapere che fine avesse fatto, se viveva ancora a Torino o se se n’era andato. Se aveva un’altra… certo che ce l’aveva, sicuramente era per quello che un giorno le si era presentato davanti e con vomitevole diplomazia l’aveva scaricata. Giunse davanti al primo negozio di scarpe, il primo di una lunga lista, e finalmente riuscì a pensare ad altro. «Ma che vi costa? Dico, sono solo cinque minuti. Qua parlate tutti di eternità, di infinito, di… cinque minuti e torno! Promesso.» «Forse non le è ancora chiaro cosa le è successo, lei non può tornare indietro.» «Guarda là!» indicò un punto a caso in lontananza poi prese a correre. Corse come non aveva mai corso prima, si sentiva leggero e veloce e, cosa che più lo sorprendeva, non gli sembrava di provare alcuna fatica. Corse senza voltarsi indietro finché si trovò proprio di fronte a colui da cui stava scappando. Si fermò e rimase a fissarlo sorpreso. Infine questi parlò. «Le sono stati concessi cinque minuti. Cerchi di farne buon uso.» «Se devo farne buon uso mi servono almeno un paio d’ore. Va bene, scherzo. Scherzo. Vado.» Mentre contemplava un paio di scarpe rosse chiedendosi come le sarebbero state addosso, Antonella non poté fare a meno di notare una coppietta che si era fermata accanto a lei. «Guarda quelle scarpe rosse! Che schifo! Ma chi vogliono che se le compri?» chiese subito inorridita la ragazza che stringeva il braccio del suo fidanzatino come fosse l’ultimo appiglio prima di precipitare in un burrone. «Beh, che ne sai? Magari qualche vecchietta potrebbe apprezzare.» Vecchietta? Pensò Antonella. Si guardò nella vetrina e si accorse che, sì, era letteralmente fuori dal tempo. Il suo modo di vestire non era certo in linea con le tendenze correnti. «Possibile che bastino tre mesi e mezzo di matrimonio a farmi sentire già vecchia?» si chiese mentre si allontanava da quelle scarpe che continuavano a piacerle ma ormai la facevano sentire vecchia. Al fastidio creato dall’immagine del suo ex si aggiunse quello creato dall’odioso commento di quella ragazzina. Quant’erano teneri. Si sorprese a pensare. Comprendendo così che non era il commento a darle fastidio, ma quella spensieratezza che traspariva dalle voci dei due fidanzatini. Quella stessa spensieratezza che aveva avuto anche lei quando ancora quello stronzo non l’aveva piantata. Non poteva aspettare un po’? Giusto il tempo di diventare maggiorenne, cominciare a lavorare, non poteva aspettare che finisse il tempo dei sogni? No! A diciassette anni! L’estate più schifosa della sua vita, tutte le amiche che raccontavano di vacanze in giro per il mondo mentre lei era rimasta sola dall’oggi al domani. Se mi si parasse davanti lo… Antonella trattenne a stento un urlo nel vedere davanti a se Michele. «Cosa vuoi?» furono le prime parole che le riuscì di pronunciare mentre nella sua testa era era in corso una tempesta di pensieri ed emozioni. Notò un sorriso tremendamente sicuro riempire il viso di lui e pregò con tutte le sue forze che lui non lo facesse. «Ciao Nelly, come stai?» Brutto stronzo! Figlio di… ringrazia che ho rispetto per tua madre. L’aveva fatto! L’aveva chiamata Nelly come faceva sempre quando stavano insieme. E questo aveva riacceso in lei il desiderio di buttargli le braccia al collo. Ma non poteva, ancora di più ora che era sposata. «Bene, ciao. Ora scusa ma devo andare.» Gli girò attorno e si avviò ma subito si sentì afferrare e trascinare indietro. Si voltò pronta a sputare in faccia a Michele tutta la sua rabbia ma fu bloccata dal suono di un clacson e dal rumore di una macchina che le passò alle spalle tanto vicino da darle l’impressione che l’avrebbe investita. Questa volta urlò in preda alla paura. «Tranquilla, non è successo niente.» la rassicurò Michele mentre le lasciava le braccia per ristabilire una rispettosa distanza da lei. «C’è mancato poco, ancora un secondo e sarei finita all’inferno.» disse Antonella ancora scossa. «Be’, però non è successo.» insistette Michele cercando di smorzare la paura di Antonella. «Allora? Come te la passi?» Bravo! Adesso che mi hai salvato la vita pensi che debba sdebitarmi? Ti aggiusto io. «Bene, mi sono sposata da poco. E tu?» «Sono contento, mi fa piacere che tu abbia trovato una persona con cui creare una famiglia. Lui ti vuole bene?» Sul volto di Michele si dipinse l’espressione della serenità, quella serenità di chi non ha più nulla da desiderare ne da rimpiangere. Quella serenità che si legge nel volto di un bambino che dorme sul petto di sua madre. O di un anziano che sente avvicinarsi il suo momneto e non ne ha paura. «Certo! Lui sì!» rispose Antonella incapace di nascondere l’astio che provava verso il suo primo amore. «E tu? Che fine hai fatto? È da un po’ che non ti si vede in giro. Hai una donna? Una famiglia.» «Io sto bene. Son qui solo di passaggio. Mi ha fatto piacere incontrarti e sapere che stai bene. E non sai quanto sia contento che tu abbia qualcuno al tuo fianco.» «Non so dove vuoi arrivare, non so quale sia il tuo fine ma ti posso garantire che non ho bisogno della tua commiserazione. Dopo che mi hai piantata in asso, dopo che mi hai abbandonata come una scarpa vecchia sono stata malissimo ma mi sono fatta forza da sola e sono andata avanti. Se sei venuto per rimediare al danno fatto sei in ritardo.» Si bloccò accorgendosi che stava per piangere. Guardò Michele negli occhi. Lo fissò intensamente per riuscire a respingere le lacrime, per mostrargli che non le importava più niente di lui ma rimase presto ipnotizzata dal particolare brillio di quegli occhi. C’era qualcosa di strano in quello sguardo. Rimasero immobili per pochi ma interminabili secondi, a lei parve di rivivere in un attimo tutto il tempo passato con lui. Provò un irrefrenabile desiderio di abbracciarlo ma l’immobilità di Michele la fece desistere. Lei non poté fare a meno di sorridere. «Adesso sparirai nuovamente nel nulla?» «Mi dispiace ma non posso fermarmi, ma è sicuramente meglio così.» Detto questo Michele sfiorò la fronte di Antonella con le labbra, poi indietreggiò le strizzò l’occhio e se ne andò. Lei rimase ferma a riflettere su come quell’uomo fosse cambiato. Perché aveva fatto finta di baciarla? Un innocente bacio sulla fronte poteva anche darglielo per davvero. Perché era stato così maledettamente corretto? Antonella fissava il bicchiere davanti a se. Erano passati quattro mesi da quando aveva rivisto Michele. Non c’entra nulla, non può esserci alcuna relazione tra le due cose. «Ciao Anto! Scusa il ritardo.» disse Valentina, la sua migliore amica, arrivando e sedendosi. «Ehi? Cos’hai? Hai una faccia.» «Ah, no… niente. Ero sovrappensiero. Come stai?» «Bene! Ieri ho trovato un nuovo negozio stupendo! Ci devi venire. No! Questa volta non voglio sentire storie...» Valentina rovesciò in faccia ad Antonella una valanga di parole, parlava in maniera concitata e si interrompeva solo per riprendere fiato finché si accorse che Antonella aveva uno sguardo strano. «Anto, tu devi dirmi qualcosa vero?» «Sì» «Ma perché non me l’hai detto subito? Io sto parlando da mezzora di stupidaggini. Avanti dimmi. Tesoro, ma ti rendi conto che era dal tuo matrimonio che non ci facevamo una chiaccherata come si de…» «Sono incinta.» «...ve… co… cosa?» chiese Valentina senza fiato per la sorpresa. «Aspetto un bambino.» confermò Antonella. Valentina fissò l’amica per un istante poi si alzò di scatto e si gettò addosso all’amica, le cinse il collo con le braccia e la strinse forte a se ricoprendo la sua guancia di baci. «Ma che bella notizia! E di quanti mesi? No, no aspetta. Fatti vedere. Tu sei di… Anto. Ma cosa c’è?» «Va tutto bene. Sono incinta di quattro mesi. Il ginecologo che mi segue ha detto che sta andando tutto per il meglio.» «Ma allora perché hai questa faccia? Dovresti sprizzare gioia da tutti i pori.» Antonella prese a giocherellare timidamente con il suo bicchiere. «Piero… in teoria… gli avevano detto che non poteva avere figli.» Valentina tirò un respiro profondo. «Anto, cos’hai combinato?» «Niente, il bimbo è di Piero.» Valentina scosse la testa senza distogliere lo sguardo da Antonella. «Tu non mi stai dicendo tutto.» «Quando sono andata dal ginecologo mi ha detto qual’era il periodo in cui il feto è stato concepito.» «E?» «Mi ha detto un giorno ma ha anche aggiunto che il calcolo non è preciso, insomma potrebbe sbagliare di un paio di giorni.- Valentina annuì. -Be’ in quel periodo mi è capitata una cosa stranissima.» «Che cosa?» chiese Valentina avvicinandosi. «Ho rivisto Michele.» Disse Antonella abbassando lo sguardo come se avesse confessato il più vergognoso dei peccati. «E vorresti dirmi che sei rimasta incinta per intercessione dello spirito di Michele?» la canzonò Valentina. «È stato gentilissimo, tra l’altro mi ha anche evitato di finire sotto una macchina. Non mi ha sfiorata nemmeno con un dito. Boh sarà perché gli ho detto che mi sono sposata. Però è stato tanto carino. Mi ha anche detto che era contento di sapere che mi sono sistemata.» Valentina guardò l’amica. «Anto, ma tu l’hai sognato, vero?» chiese con una punta di preoccupazione. Antonella sgranò gli occhi. «No, cosa ti fa pensare che l’abbia sognato. L’ho visto.» Il vento agitava i capelli di Antonella mentre lei fissava la lapide. Lesse e rilesse il nome e la data di morte. Interrogò più volte quella lapide ma la sola risposta che ottenne fu che Michele era morto un anno dopo che l’aveva lasciata. «Quindi quella svitata di Valentina ha detto il vero: il tumore, tu che non ti fai più sentire per non farmi vedere come ti spegni lentamente. Eppure io ti ho visto, eri lì.» «Quindi? Ha fatto tutte queste storie solo per assicurarsi che la sua amata stava bene?» «Sì. Ora possiamo andare. A proposito. Dove si va?»
  2. lean

    Sorridimi ancora

    - Sorridimi ancora - Anna De Lorenzo - Self publishing - Romance - 202 pagine - Link per l'acquisto Tradita dall’uomo che sta per sposare, Alice non si abbandona all’autocommiserazione. Decisa a sfuggire il compatimento generale, infatti, sceglie di “staccare la spina” rifugiandosi a Gambarie. Nel piccolo paese dell’Aspromonte, legato ai ricordi più belli del suo passato, spera di rimarginare la ferita e tornare più forte e agguerrita che mai. I suoi piani di pace e serenità si scontreranno però con l’indomita zia Milly: donna piuttosto intraprendente che non lascerà alla nipote il tempo per piangersi addosso. Così, tra incontri inaspettati, cospirazioni e appuntamenti a sorpresa, il soggiorno di Alice si rivelerà più movimentato del previsto ma con risvolti tutt’altro che spiacevoli. Estratto.pdf
  3. Mari

    Rosa e Viola [capitolo 4]

    Commento Capitolo 1 capitolo 2 capitolo 3 Gli spiego dove spostare i vasi e le fioriere, gli mostro le zone che deve pulire e lo lascio al lavoro. Torno alle mie telefonate, ma non riesco a fare a meno di guardarlo mentre si sforza per spostare quei vasi enormi e li dispone con precisione dove gli ho indicato. Fa caldo e dopo un paio d'ore faccio portare dalla donna di servizio da bere ai due operai che stanno lavorando in giardino mentre io mi occupo di portarlo a Valerio. È accaldato e si sta asciugando il sudore del viso con la maglietta scoprendo degli addominali molto sexy e, senza rendermene conto, mi perdo a guardare gli obliqui che scendono verso il basso, scompaiono nei jeans leggermente abbassati fino a scoprire parte alta dell'anca e lasciano intravedere l'elastico dei boxer. Deglutisco, mi ridesto dalla trance, lievemente accaldata a mia volta e lo invito a entrare a rinfrescarsi. Gli verso l'acqua nel bicchiere e lo guardo mentre beve, è molto affascinante, ha dei lineamenti decisi, un po' ruvidi, ma molto regolari: potrebbe fare il modello senza problemi e ha due occhi di un castano talmente chiaro da sembrare verde con il riflesso del sole. Ah, se solo non fossi sposata... be', in effetti non devo certo correttezza a quel bastardo. Potrei anche divertirmici un po', ne ho tutto il diritto. Mi avvicino per versargli dell'altra acqua reggendo con una mano la sua che tiene il bicchiere, lo sento irrigidirsi al contatto, forse lo intimorisco, compiaciuta, torno a distanza di sicurezza posando la caraffa dell'acqua sul tavolino. Percepisco la tensione elettrostatica nell'aria, l'attrazione è reciproca, una donna lo sente sempre. Verso l’una ritorna il furgone per prendere gli operai che nel frattempo hanno finito il lavoro nel giardino e mi accordo con il titolare rassicurandolo che poi farò riaccompagnare io Valerio a casa, una volta finito il lavoro e che domani resterà ancora da noi a terminare. Vanno via tutti e restiamo finalmente soli. Vorrei tentare un approccio subito, ma mi sembra una persona riservata, credo sia più prudente tergiversare un po'. Gli offro un panino che insiste per consumare sul terrazzo e non in sala da pranzo dove avevo fatto apparecchiare anche per lui. Credo che la casa lo metta in soggezione. Gli porto fuori il caffè e mi siedo su una fioriera a berlo con lui. Parliamo e mi racconta della moglie che è senza lavoro e del suo piccolo Matteo che va all'asilo, mentre parla di lui gli si illuminano gli occhi e mi mostra il suo sorriso più dolce. Mi sento in colpa al pensiero di quello che vorrei fare, ma lui mi piace veramente tanto. Andrò all'inferno, ma voglio averlo a tutti i costi e credo che l'avrò. Accarezzo con un dito il bordo della tazzina del caffè, con noncuranza, come se accarezzassi lui e noto che, con lo sguardo, segue il movimento e si umetta le labbra. Decido di battere il ferro finché è caldo e mi avvicino un po' di più e, senza dare importanza al movimento, avvicino la mia gamba alla sua. Il contatto mi eccita e credo che faccia effetto anche a lui perché si sposta un po' e cambia posizione di continuo, ma non stacca il contatto. Mi allontano di colpo e lo sento sospirare, me ne vado ancheggiando sui tacchi alti, lo so che mi sta fissando il sedere, è quello che voglio. Una volta dentro, protetta dall'oscurità dell'interno, lo guardo mentre scuote la testa come per schiarirsi le idee, si ravviva i capelli emette un grosso respiro e ricomincia a lavorare. Verso le sette lo faccio accompagnare dalla donna delle pulizie alla doccia di servizio, con un telo da bagno e un cambio di vestiti. Finita la doccia lo invito ad accomodarsi in giardino, sotto il gazebo; spero sia meno timoroso e si lasci un po' andare. Ha i capelli mossi e bagnati e il sole gli ha colorito il viso: da togliere il fiato! Parliamo ancora, gli racconto del mio disastroso matrimonio, di mille altre cose e ci troviamo a ridere di nulla come vecchi amici dopo nemmeno mezz'ora. Lo faccio riaccompagnare a casa da un taxi e gli do appuntamento per l'indomani mattina. Dopo aver portato Matteo all'asilo torno a casa, pulisco dappertutto e mi porto avanti con il pranzo e la cena. Faccio anche una torta con le uova di Sonia e le mele che mi ha portato a casa Valerio. Sprizzo energia e positività da tutti i pori e non vedo l'ora che arrivi stasera, cercherò di mettere a letto il piccolo presto, è troppo tempo che non stiamo insieme come si deve. Mille immagini di noi due in camera da letto mi mettono caldo, sì è decisamente troppo tempo che non facciamo l'amore, dobbiamo per forza rimediare e questa sera sarà la sera buona. Canticchio mentre metto a posto i giochi nella camera di Matteo. Nel pomeriggio mi faccio una bella doccia e mi prendo un po' cura di me, ne ho bisogno, ho un aspetto orribile, non ricordo nemmeno l'ultima volta che mi sono depilata. Mio Dio, ma quand'è che ho smesso di essere una donna? Non importa, stasera recupero alla grande! Non riesco a non stare in ansia per Valerio, chissà come sarà agitato per il suo primo giorno del nuovo lavoro, speriamo gli vada tutto liscio, si merita un po' di serenità. Verso le sette non è ancora tornato, sono molto preoccupata. Do la cena a Matteo e cerco di anticipare il bagnetto e il solito rituale della fiaba nella speranza che poi si addormenti presto. Finalmente sento la chiave nella serratura, gli corro in contro e lo abbraccio, è pulito e profumato, non sembra nemmeno che abbia lavorato e indossa abiti non suoi, la cosa mi sembra un po’ strana. - Amore, com'è andata? - Bene direi. - Come sei bello profumato! - Ho fatto la doccia al lavoro. Il titolare mi ha prestato questi abiti: ero in una condizione terribile. - Racconta: com’è il lavoro? - Mi piace molto. Ho sistemato un giardino e un terrazzo in una villa pazzesca, quel terrazzo è più grande di casa nostra! - Eh, buon per loro. Ti hanno trattato bene? Hai mangiato a pranzo? - Sì, ho mangiato un panino. Però adesso ho fame di nuovo: c'è un profumino! Mangiamo quasi in silenzio per non rischiare di svegliare Matteo che appena lo ha visto lo ha salutato e poi è crollato. Non lavo nemmeno i piatti, ci guardiamo per qualche istante e poi, per mano, ci dirigiamo verso la camera da letto, finalmente! - Non sei troppo stanco? - Non sono mai troppo stanco per quello, Viola! Ridiamo sottovoce e cominciamo a spogliarci. Anche lui ha voglia quanto me di stare un po' insieme. Sono settimane che non ci sfioriamo nemmeno. Siamo persi l'uno tra le braccia dell'altra e la temperatura sale velocemente, le sue mani mi cercano e le mie cercano lui. Tutto è perfetto, ma Mattia decide di svegliarsi proprio ora e ci sta chiamando dalla sua cameretta. Impreco tra me e me e mi rivesto in fretta. Vado da lui sperando di riuscire ad addormentarlo subito, ma non c'è nulla da fare: ha avuto un incubo e sta piangendo sconsolato. Lo prendo in braccio per calmarlo e mi chiede di poter dormire con noi: addio nottata bollente! Torno di là, Valerio sorride e gli fa spazio. Dopo qualche minuto, li sento russare entrambi... non male come seratina. La sveglia sembra suonare dopo pochi minuti, ma in realtà abbiamo dormito tutta la notte senza mai svegliarci. Lui si prepara per andare al lavoro e io a passare un'altra giornata come tutte le altre. Non ho quasi chiuso occhio stanotte. Lorenzo è rientrato alle due e mezza, ho evitato di parlare con lui facendo finta di dormire: Ho passato tutta la notte a pensare al mio matrimonio che sta fallendo e alla mia vita. Ho anche pensato a Valerio, a lungo: non mi era mai successo di provare un'attrazione del genere per uno sconosciuto prima d'ora. Mi dispiace solo che sia sposato, ma in fondo perché dovrei dispiacermene? Qualcuna delle sgualdrine con cui è stato mio marito si è mai fatta scrupoli per me? Se cederà alle mie avance, e lo farà di certo, vuol dire che il suo matrimonio non è poi così felice come dice che sia. Non ho forse diritto anch'io di qualcuno che mi desideri e a un po' di gioia. Fingo di dormire anche quando Lorenzo si alza per andare al lavoro. Mi alzo solo quando lo sento uscire con la macchina dal vialetto. Faccio la doccia e mi preparo, tra poco arriverà Valerio. Puntuale come mi aspettavo, eccolo che suona al citofono, gli apro e gli vado incontro. Indosso un top attillato e un paio di leggings bianchi che con i sandali con il tacco alto trovo che mi stiano d'incanto, messa così potrei svegliare anche un morto. - Buongiorno Signora Graci. - Buongiorno Valerio, ma chiamami Rosa, per favore. Ho parlato con il tuo capo: sarai mio per qualche giorno - rido e spero colga l'allusione. Arrossisce leggermente: credo l'abbia colta. - Cosa devo fare oggi? Il terrazzo mi sembra a posto. - Sì, lo è. Aspettiamo che mi portino i tavoli e poi mi aiuterai a disporli, dovrebbero consegnarmeli in giornata. Come te la cavi con le piccole riparazioni? - Dipende, di cosa si tratta? - Una persiana al piano di sopra non mi si chiude bene, potresti dare un'occhiata? - Volentieri, fammi strada. Lo accompagno di sopra, in camera da letto: adesso o mai più. Lui armeggia un po' con la cerniera della persiana e mi dice che ha solo bisogno di una lubrificata e torna nuova. Mi avvicino e gli metto una mano sul bicipite, lui si volta di scatto e mi guarda con gli occhi sbarrati: credo abbia capito cosa sta per accadere. Sta per dire qualcosa, ma io lo anticipo mettendogli un dito sulle labbra. Anche lui prova attrazione per me, è palese, allarga le narici per respirare e serra la mandibola. Deglutisco e avvicino il viso al suo. Aspetto un cenno, un invito, un diniego, qualsiasi cosa, ma lui resta immobile. Ormai le nostre labbra sono quasi a contatto, aspetto ancora, sento il suo respiro sul viso e perdo lucidità: voglio solo sentire che sapore ha la sua bocca. Lui mi fissa, non accenna né ad avvicinarsi né ad allontanarsi, sembra impietrito. Mi decido: annullo la piccola distanza e appoggio le mie labbra alle sue.
  4. Mari

    Rosa e Viola [capitolo 3]

    Commento Mi sveglio con un mal di testa ferocissimo, nemmeno mi ricordo di esserci andata a letto. Lorenzo sta dormendo accanto a me. Dalla persiana entra un unico fascio di luce e mi arriva direttamente negli occhi, la testa mi pulsa e ho ancora voglia di vomitare. Mi tiro su a fatica e scendo dal letto. La testa mi gira, ma riesco ad arrivare in bagno, prendo un antidolorifico e mi caccio sotto la doccia. Mi sembra che la situazione stia migliorando leggermente, m'infilo l'accappatoio e torno in camera dove trovo Lorenzo sveglio, seduto sul letto. - Buongiorno Rosa. Fatto bagordi ieri sera? - Ti prego: abbassa la voce, ho un terrificante mal di testa. - Ci credo! Ti ho trovata svenuta in bagno quando sono rientrato. Sei uscita con le tue amiche della parrocchia? - Il tuo sarcasmo è fuori luogo, Lorenzo. Improvvisamente mi ricordo della sera prima, della telefonata a Matilde e le conclusioni a cui ero arrivata. La bile mi risale fino in gola - E tu? La tua riunione di lavoro è andata bene? - Come vuoi che sia andata, era una riunione. - Il tuo socio che ne pensa? - È stata una scocciatura anche per lui. Ma che c'entra? Dimmi dove sei stata a bere fino a stare male. - Di sicuro ho avuto le mie buone ragioni – sibilo tra i denti. Prendo un respiro profondo per dominare la nausea e proseguo: - È la tua segretaria? No, ti prego: dimmi che non è quella sciacquetta della tua segretaria! - Non so di cosa tu stia parlando. Prendi un calmante e torna a letto che ne hai bisogno. - Lorenzo, ma pensi davvero che io sia così scema da non accorgermi che mi stai tradendo un'altra volta? Mi credi così stupida? - Rosa ora mi stai stancando con la tua paranoia, non sono andata a letto con la mia segretaria: sei soddisfatta? - Ma con qualcun altro sì, però, questa è una certezza perché Matilda mi ha detto che non c'era nessuna riunione di lavoro, quindi vai a prendere in giro qualcun altro. Comunque non ho voglia di litigare, quindi puoi anche tornare da lei e non disturbarti a tornare a casa stasera. Nel giro di qualche giorno riceverai la tua roba se mi dai il tuo nuovo indirizzo: è finita Lorenzo. - Tu davvero pensi che ti lasci la casa e tutto il resto? Tu senza di me non sopravvivresti un minuto, non hai nulla, dipendi da me in tutto, non sai nemmeno pisciare senza il mio aiuto. Quindi ora piantala di rompermi i coglioni e fatti passare questa sbronza del cazzo: sei patetica. Patetica... certo io sarei la patetica mogliettina tradita che dipende dal marito. Purtroppo questa frase brucia perché è vera. Maledetto bastardo: ho lasciato il mio posto da dirigente di una grossa azienda pubblica perché lui me lo ha chiesto, lo ha fatto per assoggettarmi. non avrei dovuto permetterglielo, sono stata una sciocca. Io non ho nulla: è tutto suo e se lo lasciassi non vedrei un euro per via dell’accordo prematrimoniale, miserabile! E io che gli ho dato tutta la mia vita. Mi viene da piangere, ma non gli voglio dare anche questa soddisfazione. Mi vesto in silenzio e lo lascio in camera senza aggiungere altro. Dopo mezz'ora scende anche lui, pronto per uscire per andare al lavoro. - Che non si debba più tornare su questo argomento, per favore! - Come preferisci - gli dico seccamente e cambio locale. Lui mi segue e francamente non vorrei lo facesse perché avrei voglia di litigare ma credo che sarebbe inutile farlo arrabbiare, tanto non ho via di uscita a meno di rinunciare a tutto per fare una vita di miseria come quella donna del metrò: Madonna che orrore! - Visto che ormai sai che esco con qualcuno, meglio: almeno non devo raccontarti balle. Comunque oggi resta a casa perché arriva la squadra per sistemare il giardino. Controlla che non facciano danni, per favore. - Agli ordini - sibilo tra i denti. - E stasera torno tardi: gradirei che non mi facessi il terzo grado. - Per me puoi anche morire. Non lo vedo nemmeno arrivare lo schiaffo, ma sento il bruciore sul viso. Barcollo e a stento riesco a restare in piedi. - Bravo, adesso mi metti anche le mani addosso! - singhiozzo tra le lacrime, non mi ha fatto certo più male di sapere del tradimento, ma è un affronto che non posso sopportare. Lui è dispiaciuto e mi si avvicina per scusarsi, ma io mi scanso d'istinto. - Ehi, scusami, non volevo colpirti. Ho perso la pazienza. Dai stasera torno a casa e ti porto fuori a cena, vuoi? - Non occorre, davvero. Fai come preferisci. Ora scusami, ma ho da fare. Mi allontano giusto in tempo per non farmi vedere a pezzi. Appena sento sbattere la porta d'ingresso torno in cucina e metto del ghiaccio sulla guancia che mi pulsa ancora. Non posso farmi trovare così dagli estranei. La guancia mi fa male ed è un po' arrossata, nulla di difficile da coprire con un po' di fondotinta, ma per la ferita dell'orgoglio non c’è make up a sufficienza. Mi sono appena ricomposta quando suonano al cancello. Guardo dal videocitofono e vedo un furgone, dannazione speravo non arrivassero. Apro e mi appresto a uscire per vedere cosa devono fare. Mi verrebbe voglia di cacciarli solo per fare un dispetto a Lorenzo, bastardo maledetto! Non lo farò, non è giusto che paghino loro per colpe che non hanno. Saluto il titolare del vivaio, mi spiega che ha accompagnato i dipendenti e che sanno già cosa fare, quindi gli riapro il cancello e torno in casa. Li guardo per qualche minuto dalla finestra sono in tre, due dei quali sono anche vecchiotti, solo uno sembra sulla trentina ed è anche un bell'uomo. Torno a farmi gli affari miei, ho delle telefonate da fare per organizzare un evento per la raccolta di fondi per l'ospedale pediatrico e mi viene un'illuminazione: faremo la cena qui sul nostro terrazzo, so quanto odia le feste di beneficenza, sarà un piacere contrariarlo. Contatto il catering e inizio a organizzare tutto. Lascio un messaggio alla segretaria di Lorenzo per informarlo della mia decisione e la sensazione che provo è magnifica. Devo mettermi subito all'opera per sistemare il terrazzo, ho solo due settimane. Mi affaccio e chiamo gli operai: - Scusatemi, uno di voi potrebbe venire su a darmi una mano? Li vedo confabulare e poi quello più giovane si avvicina alla porta finestra che dà sul giardino. Si pulisce diligentemente gli scarponi da lavoro e poi lo vedo titubare. Gli vado incontro e gli dico: - Vieni, non preoccuparti, c'è chi pulirà. - È che non so se sono autorizzato a entrare in casa sua, signora. Il capo ci ha detto di sistemare fuori e di non entrare in casa per nessuna ragione. - Capisco, aspetta che sento il tuo capo, hai ragione, potresti avere dei guai. Come ti chiami? - Valerio, tra l'altro è il mio primo giorno. - Tranquillo non ti faccio perdere il posto. - Salve sono la Signora Graci. Dall'altra parte, il titolare mi risponde un po' allarmato: - Salve signora, ci sono problemi con i miei ragazzi? - No, nessun problema, anzi. Avrei bisogno che uno dei vostri operai facesse dei lavori sulla terrazza, mio marito non avrà nulla in contrario a pagare le ore in più. Credo che le ruberò il Signor Valerio per un paio di giornate, se non è un problema. - Credo che Jussef e Mirko abbiano più esperienza, ma decida pure come preferisce. - Credo che Valerio andrà benissimo, grazie mille. Riattacco e gli sorrido, si è incantato a guadare l'arredamento del salone: in effetti può sembrare imponente a prima vista. - Seguimi, ti mostro cosa vorrei che facessi.
  5. Mari

    Rosa e Viola [Capitolo 1]

    Commento CAPITOLO 1 Ho avuto una pessima giornata. La manicure mi ha tagliato troppo le unghie, il sarto ha sbagliato le misure del tailleur e il parrucchiere mi ha fatto una piega orrenda, potrebbe una giornata andare più storta di così? Sì, perché devo prendere il metrò per tornare a casa invece del taxi visto che ho lasciato a casa la carta di credito e ho finito i contanti. Odio la metropolitana: è sporca, puzza ed è sempre troppo affollata. Compro un biglietto all'edicola, insieme a qualche rivista di moda, al limite le userò per non sporcarmi la gonna sul sedile sudicio. Mi incanto a guardare un tabellone che pubblicizza un profumo da uomo, ispira voglia di comprarlo solo a vederne la pubblicità. Dio come sta diventando questa città, ci sono barboni dappertutto, meglio tenermi stretta la borsa, se non verrò scippata sarà un miracolo! Mi metterò ad aspettare qui vicino al muro, non potrei mai stare vicino alla linea gialla, con tutti i pazzi che girano. Il display dice che fra tre minuti arriverà il treno, che incubo, ancora tre minuti. Ho avuto una pessima giornata. L'ho passata tra un'agenzia interinale e l'altra ricevendo sempre la stessa risposta: "le faremo sapere". Non mi resta che tornare a casa e spiegare a mio marito che nemmeno oggi ho trovato lavoro. Spero che mi bastino le monete che ho in tasca per prendere il biglietto della metro...meno male ho quattro euro: che fortuna Viola, ti restano in tasca quei due euro che ti possono cambiare la serata... Dio che vita ingrata! Mentre ritiro il biglietto mi cade l'occhio su un senzatetto avvolto in una coperta sporca e consumata, seduto sul pavimento con la schiena appoggiata a un cartellone che fa pubblicità di un profumo che ritrae modello bellissimo: un contrasto notevole tra le due figure. Gli passo accanto e vedo il suo sguardo perso nel vuoto, il viso segnato dal freddo e dalla fame, non ce la faccio a passare oltre: gli lascio, nel cappello che ha accanto, la moneta da due euro che mi è rimasta: magari a lui davvero salverà la serata, di sicuro più che a me. Timbro il biglietto e passo il tornello, scendo le scale e guardo il display: fra tre minuti arriverà la metro. Sono combattuta tra la voglia di arrivare a casa dalla mia famiglia e quella di ritardare il rientro perché non ho nulla nel frigorifero: che metterò in tavola stasera? Ecco il treno. Aspetto che tutti salgano, non ho voglia di sgomitare per entrare. Meno male che la carrozza non è così affollata come temevo. Mi siedo in un sedile di quelli disposti lungo il finestrino centrale, tra le due porte. Accanto a me, a destra ho un posto vuoto, spero che rimanga tale fino all‘arrivo e dall'altra parte si è seduto un uomo dall'aspetto distinto. Mi è venuta un’emicrania pazzesca. Chiudo gli occhi un attimo, ma il terrore che qualcuno possa avvicinarsi è troppo forte per potermi rilassare. Faccio una panoramica generale degli altri frequentatori della carrozza. Due fidanzatini si sbaciucchiano un po' troppo sfacciatamente nei posti in fondo, sono incuranti di tutti e di tutto, non è un bello spettacolo da dare in pubblico. Poco più in là c'è una vecchietta che ha fatto fatica persino a salire sulla carrozza, è piena di borse della spesa e occupa due sedili. Gli altri sono tutti più o meno persi nel loro smartphone: io non ci penso nemmeno a tirare fuori dalla borsa il mio, in un posto tanto insidioso. Di fronte c'è una donna più o meno della mia età, mio Dio che taglio di capelli orribile, dovrebbero arrestare il suo parrucchiere per lesioni personali. Non si può vedere nemmeno il suo abbigliamento, roba dozzinale, però almeno ha accostato i colori con gusto. Quelle scarpe sono logore e fuori moda almeno da cinque anni: cielo, che orrore. Mi sta fissando un po' troppo intensamente, meglio che finga di leggere le mie riviste, non vorrei le venisse in mente di rivolgermi la parola: ho già visto troppe brutture oggi. Ecco il treno, faccio passare per prima una signora anziana piena di borse della spesa, almeno potrà sedersi, poi entro e mi siedo nel primo posto che trovo libero. Le porte fischiano chiudendosi e il treno riparte. Mi guardo intorno, la signora anziana ha trovato posto sia per lei che per la spesa, meno male. Poco più in là ci sono due ragazzini innamorati che si baciano. Che bella età la loro: si amano e non si preoccupano di altro che di dimostrarselo a vicenda. Godetevela finché potete! tutti gli altri sono presi con le loro cose, ognuno pensa ai fatti propri. Davanti a me c'è un uomo distinto e una donna bellissima: chissà se sono insieme, sarebbero una bella coppia, ma non si guardano nemmeno, mi sa che sono io che vedo coppie dappertutto. Lei ha una chioma bellissima, sembra uscita adesso dal parrucchiere, io non mi ricordo nemmeno l'ultima volta che ci sono andata dal parrucchiere... credo almeno sei mesi fa. Ha un vestito bellissimo, chiaro, molto attillato, le sta d'incanto, mette in risalto la sua figura senza renderla volgare. e quelle scarpe poi... credo costino più di quanto abbia speso io in scarpe da quando sono nata. Mamma mia quanto mi piacerebbe provare la sensazione di indossarne un paio del genere, almeno una volta nella vita, ma non mi capiterà mai. Vorrei sapere cosa si provi a vivere come quella gente, quella ricca intendo. Non vorrei avere chissà cosa, ma semplicemente non sentire più l'angoscia di non saper come fare la spesa e non avere più nel cassetto le bollette scadute da pagare, il patema di sapere che, se capitasse qualcosa di imprevisto, sarei con il culo per terra senza nessuno che mi possa aiutare. Ma Dio vede e provvede, sicuramente non vorrà che il mio piccolo Matteo patisca per colpa mia. Cazzo, mi sono incantata a guardare la signora e lei se ne è accorta, meglio che guardi altrove. Un’altra stazione e miei pensieri vagano. Non potrei mai fare la vita di quella poveraccia, sicuramente avrà difficoltà economiche e magari è pure sola come un cane, senza affetti, senza soddisfazioni, senza svaghi: mio Dio che vita vuota. La mia sì che è una vita come si deve. Posso permettermi quello che voglio, mio marito è un importante uomo d'affari che mi ricopre di regali: cosa desiderare di più dalla vita? Non ho mai dovuto lavorare in vita mia. Un’altra stazione e miei pensieri vagano. Come vorrei essere al suo posto. Bei vestiti, belle scarpe, niente preoccupazioni per l’avvenire. Credo che potrei abituarmi facilmente a vivere così, tra i negozi di lusso e i saloni di bellezza, tra le cene fuori e le serate con gli amici. No, ma chi voglio prendere in giro? Non riuscirei mai, mi basterebbe trovare un lavoro che mi garantisca un minimo di sicurezza, non chiederei di più, mi piace lavorare, darei qualunque cosa per un lavoro qualsiasi. Manca una stazione sola e potrò scendere da questo ricettacolo di infezioni. Sento prurito dappertutto, sa Dio cosa mi sono presa! Mi conviene avvicinarmi alla porta, non voglio rischiare di restare sulla carrozza un minuto di più, appena fuori chiamerò mio marito, spero possa venire a prendermi alla stazione, ho più di un chilometro da fare a piedi e non voglio rovinarmi le scarpe. Ho bisogno di una doccia, ma non sono l'unica a giudicare dall'odore che emana questa gente. Appena le porte si aprono mi proietto fuori, cammino sul lungo marciapiede che costeggia i binari cercando di non farmi urtare da nessuno, mi accodo sulla scala mobile: ancora pochi metri e sarò all'aria aperta. Verso metà scala vedo di nuovo la ragazza del metrò, sta salendo di buon passo la scalinata accanto, mi guarda ancora e sembra mi stia sorridendo. D'istinto le restituisco il sorriso, ma me ne pento subito, potrebbe aspettarmi in cima alla scala, con tutte le storie che si sentono. L'istinto me la fa sembrare buona e simpatica, ma le fregature si prendono dalle persone meno sospettabili, dopotutto. La testa riprende a martellarmi. Arrivo in cima e lei è già scomparsa, mi sfugge un sospiro di sollievo. Finalmente sono all'aria aperta. Manca una stazione sola. Penso alle parole da usare per dire a mio marito che non ho novità, mi pesa dover dipendere da lui in tutto, da lui che non ha un lavoro fisso e sicuro, che si arrangia a fare qualunque cosa gli capiti, che fa di tutto per mantenere decorosamente nostro figlio e me. Mi sento inutile e di peso per la famiglia. Scendo alla mia fermata, mi incammino veloce verso l'uscita. Faccio le scale quasi di corsa, ormai non vedo l'ora di andare a casa, di riprendere il mio piccolo Matteo che è dalla mia vicina di casa. A metà scala supero la signora distinta di poco fa, mi sembra una persona tanto buona e gentile, nonostante la sua aria di superiorità. Mi sembra quasi che mi stia sorridendo, chissà cosa penserà di una stracciona come me. Ma adesso corro verso l'uscita, respiro l'aria aperta e mi incammino verso il quartiere delle case popolari. Mi volto solo un istante e la vedo prendere la via opposta, certo, lei starà nei quartieri alti.
  6. Mari

    Rosa e Viola [Capitolo 2]

    Commento Ora mi sento più al sicuro e posso chiamare mio marito. - Ciao Lorenzo, sei ancora al lavoro? - Sì, ne avrò ancora per un bel po' - Ah accidenti! - Che succede, Rosa? - Nulla, speravo avessi finito. Sono fuori dalla metropolitana, speravo in tuo passaggio. - Perché non hai preso un taxi? - Lascia perdere, è una storia lunga. Non importa, andrò a casa a piedi. - Aspetta lì, ti mando un autista. Dammi dieci minuti per organizzare la cosa. - Grazie Lorenzo, ma stasera ceni a casa? L'ho sentito chiaramente sbuffare, non sopporta proprio quando sono insistente, ma mangiamo insieme così raramente che avevo sperato... - No, Rosa. Ho una riunione di lavoro molto importante con Daniele, non ti conviene aspettarmi alzata, ci vediamo domani. - Va bene, mangerò da sola anche stasera... - Non fare la lagna adesso, cazzo possibile che ogni volta mi fai le stesse menate... devo andare adesso. Aspetta all'incrocio dell'ufficio postale, che mando qualcuno a prenderti. Il click della chiusura mi impedisce di replicare e soprattutto di salutare. Mi irrita quando mi tratta con sufficienza, ma non posso certo fargliene una colpa, lavora sempre così tanto per darmi una vita agiata, dovrei essere più comprensiva; invece finisco sempre per irritarlo. Mi sposto verso l'incrocio indicato da Lorenzo e aspetto l'auto della ditta, un'altra cena in quella casa enorme, da sola. Vorrei avere qualcuno con cui parlare, quasi quasi chiamo la moglie di Daniele, sarà sola anche lei, potremmo andare a cena fuori. Almeno ci faremo compagnia. Sì, dopo la doccia la chiamerò senz'altro. Mi incammino verso casa, ho un bel pezzo di strada fare e sono anche un po' stanca, ma l'idea di andare a prendere Matteo mi dà energia. Sono solo due chilometri, ma i piedi mi fanno male, ci metto una buona mezz'ora ad arrivare a casa, ma finalmente eccomi. Entro dal portone e faccio i due piani di scala quasi di corsa: mi manca il mio piccolino, non lo vedo da stamattina quando l'ho lasciato all'asilo. Suono alla porta della mia vicina sperando che Matteo sia contento di vedermi e non sia arrabbiato con me per averlo lasciato da solo. Mi apre Sonia, sorridendo, mi dice: - Ciao Viola. Com'è andata? - Malissimo, grazie - le dico sconsolata. - Mi dispiace, ma vedrai che troverai qualcosa presto. - Speriamo! Matteo? Dov'è il mio brigante? - L'ha già preso Valerio mezz'ora fa. - È già tornato? Bene, allora credo sia meglio che vada anch'io. - Aspetta. Mia zia mi ha portato troppe uova e se ne vuoi qualcuna te le darei volentieri, altrimenti mi andranno a male. Ma non farci una torta per me come hai fatto l'ultima volta! - Ah grazie, accetto volentieri le tue uova. Non ho fatto in tempo a fare la spesa... - Bene, allora tieni cara. Domani devo tenerti ancora Matteo? È talmente carino che lo terrei sempre con me e va molto d'accordo con il mio Luca. - Sì, lo so, sono molto legati, domani sono a casa anch’io. Non so come ringraziarti, Sonia. - Ma scherzi? Tutte le volte che mi hai tenuto Luca... ci mancherebbe anche che tu mi ringrazi. Per me è un piacere averlo qui con noi. - Allora vado a casa a fare la cena. Grazie di tutto. Scendo al mio piano ed entro in casa. Il consueto e rassicurante disordine fatto di una miriade di pezzi di lego, palline e pupazzi di peluche in terra mi dà il benvenuto insieme a quel rassicurante profumo di casa che senti solo se stai via per un po’. Appena varco la soglia Matteo mi corre incontro e mi abbraccia urlando: - Mamma, finalmente, ma dove sei stata? Lo sai che ho giocato tutto il giolno con Luca a un gioco diveltentissimo? E la maestla oggi mi ha detto che ho fatto un disegno bellissimo, lo vuoi vedele? Domani posso andale ancola da Luca? Salta urla, non mi dà il tempo di rispondere. Lo guardo: è tutto accaldato con i capelli arruffati ed è scalzo, come al solito - Quante domande amore! Anche tu mi sei mancato tanto. Dove sono i calzini? Lui mi guarda con i suoi occhioni supplichevole mi dice: - Non lo so, ma plima c'elano, davvelo mamma! - Dai corri a metterteli, dov'è papà? - Ti sta facendo una solplesa, ma zitta che è un segleto – mi bisbiglia strizzando gli occhietti nel suo buffissimo modo per fare l’occhilino. - Uhm andiamo a vedere che combina papà, vieni! Allargo le braccia e con un salto mi si avvinghia con le gambette sottili alla vita: che sensazione di pace infinita! Vado verso la cucina mentre faccio il solletico a Matteo che urla e ride come un pazzo. Eccolo lì, il mio fantastico maritino alle prese con pentole e fornelli. - Che cosa cucini? - Amore! Bentornata. Com'è andata? - Fammi un'altra domanda, per favore. - Ah capito. Hai fame? - mi chiede con un sorriso enorme che mi lascia sempre senza respiro nonostante stiamo insieme da otto anni. - Un po', ma che cucini? In casa non c'era più nulla. - Ho lavorato ai mercati generali e mi hanno dato delle cassette di verdura che non sono riusciti a vendere e con quello che mi hanno pagato, ho comprato una bella bistecca per Matteo. - Dio che maritino d'oro che ho. - Ma non è finita. Siediti. Mi metto seduta con Matteo sulle ginocchia e lo guardo piena di speranza. - Allora: un mio amico mi ha detto che cercavano dei giardinieri al vivaio vicino ai mercati generali e... - E... - Sono passato da loro tornando a casa e mi hanno detto che mi prenderanno per un mese di prova! - Dio mio che bella notizia! Quando cominci? - Domani! Finalmente una bella notizia, mi ci voleva proprio oggi, dopo tutte le umiliazioni. Aiuto Valerio ad apparecchiare e taglio la carne al piccolo Mattia. Mangiamo e scherziamo tutta la sera: forse qualcosa comincia ad andare per il verso giusto. Dopo cena crolliamo tutti e tre sul divano. L'autista mi ha appena lasciata a casa, entro e butto le chiavi nel portaoggetti del tavolino di cristallo dell'ingresso. accendo la luce, e guardo la sterile e immacolata pulizia del salone. È una bella sensazione entrare in una casa pulita e ordinata. Certo, la donna di servizio è molto brava, è una casa molto grande, ma è sempre in ordine. C'è da dire che a parte qualche cena con gli amici, non ci stiamo quasi mai nemmeno a mangiare. Lorenzo c'è raramente e quando c'è di solito mangiamo fuori. Niente figli che sporcano e mettono in disordine tutto, niente rumori, niente di niente. Vado di sopra a fare una doccia, ho bisogno di levarmi quel senso di sporcizia che ho addosso. Appena fuori dalla doccia chiamo Matilde per invitarla a mangiare fuori mentre gli uomini lavorano e lì ricevo una bella batosta. Mi sta dicendo che suo marito è già a casa da un'ora e che non è a conoscenza di nessuna riunione importante. Chiudo la telefonata salutandola sbrigativamente. Un sospetto terrificante si affaccia nella mente: Lorenzo ha un'altra. Di nuovo. Mi aveva giurato che non sarebbe più successo, non avrei mai dovuto credergli. Non mi vesto nemmeno: ho bisogno di bere qualcosa: Cerco sul ripiano del carrello degli alcolici qualcosa di abbastanza forte per stordirmi un po'. Opto per la vodka. Uno, due, tre bicchierini... mi brucia la gola e lo stomaco: non mi sento affatto meglio. Dannazione quanto sei idiota Rosa: hai rinunciato a tutto e ti ripaga così, solo pensare a lui mi dà la nausea, ma forse è la vodka. Corro in bagno, per il nervoso e l'alcool ingerito a digiuno, vomito tutto, i drink, la mia rabbia e la mia vita. Mi accascio sul pavimento del bagno. Mi vortica tutto, credo che potrei morire per come mi sento: sono a pezzi moralmente e fisicamente. Vorrei alzarmi per stendermi sul divano, ma le gambe non mi reggerebbero. Come tutte le mattine mi sveglio presto, preparo la colazione a Valerio e Matteo e sveglio il piccolino con mille baci, lui protesta nel suo lettino. - Dai, pigrone! Vieni a fare la pipì e a lavarti. - Ma mamma, ho ancola sonno... - Lo so, ma dobbiamo andare all'asilo a fare un altro bellissimo disegno per la maestra. È letteralmente innamorato della sua maestra e solo l'idea di andare all'asilo lo sveglia del tutto. - Andiamo a salutare il papà che oggi comincia un nuovo lavoro? Lui è già pronto nell'ingresso, lo vedo che è un po' agitato: non è facile cominciare un lavoro nuovo tutte le volte, a forza di assunzioni e licenziamenti comincia a dubitare di essere valido per qualcosa. Speriamo che questo duri un po', solo Dio sa quanto abbiamo bisogno di uno stipendio fisso. Valerio prende in braccio il piccolo e lo sbaciucchia sul collo facendolo ridere e protestare e poi lo mette a terra - Svelto, fila a fare colazione, birbante. Ci vediamo stasera. Lui corre via e io posso salutare mio marito con calma. - In bocca al lupo, tesoro. - Ciao piccola. Mi bacia dolcemente e io lo stringo forte - Tu vedi di riposarti che ieri sera eri troppo stanca, ma avrei tanto voluto... - Zitto! Matteo ci sente - ridacchio come una scema, quando mi parla così mi fa ancora arrossire. - pensa al nuovo lavoro, adesso. - Ringrazia il cielo che c'è Matteo di là, altrimenti ti farei vedere io. Il suo sorriso disarmante mi stende, le gambe faticano a reggermi. Lo bacio mordicchiandogli il labbro, lui grugnisce e mi allontana. - Viola, vai via o al lavoro non ci vado più. Ti amo. - Anch'io ti amo. Esce e mi lascia lì, un po' eccitata e con un sorriso ebete in faccia.
  7. Commento Carissimo, ci ho riflettuto molto, talmente tanto che ho consumato scarpe e pavimento camminando su e giù per il salotto, ma eccomi qui a mettere da parte l'orgoglio e a scriverti. Ne abbiamo passate tante noi due. Eravamo piccoli e spauriti, siamo cresciuti insieme, sembravamo fatti l'uno per l'altra. Poi, col passare del tempo, ti ho dato per scontato e ho sciupato tutto. A un certo punto non mi sei più bastato e ho cercato altrove quello che tu non mi davi. In realtà avevo tutto ciò che mi serviva, ma no: io volevo di più. Non ho saputo trattenerti. È andata come ben sai ed è inutile rivangare. Quindi basta parlare del passato, sappi solo che mi manchi: mi sono resa conto di non poter vivere senza di te. Dico sul serio, da quando non ci sei più mi è successo di tutto, ho litigato con i miei che mi hanno incolpata del tuo abbandono e il proprietario del nostro appartamento mi ha inviato l'ingiunzione di sfratto: ha detto che non gli sembro affidabile. Mi si è pure rotta la macchina... mi va tutto storto. È come se la fortuna mi avesse voltato la spalle. Non esco più, a malapena mi lavo e mangio pochissimo: sono in pigiama da tre giorni, ma soprattutto, non ho più voglia di vivere. Sento il peso del fallimento sulle mie spalle e non ce la faccio più a reggerlo. Ora ti chiedo di colmare l'enorme abisso di solitudine e tristezza, di privazioni morali e materiali che si è creato tra di noi. Appianiamo le nostre divergenze e superiamo anche questo ostacolo. Ti prego, torna da me, sarà tutto diverso. Solo tu puoi impedire che io precipiti in questo abisso che tu hai creato. Tutti mi hanno detto: "Cercatene un altro". Come se fosse facile, di questi tempi. Ci ho provato, lo ammetto, e per brevi periodi l'ho anche trovato, ma tutte cose saltuarie, poco durature e soprattutto di poca sostanza. Così ho capito quanto eri importante per me: triste come ci si renda conto di quanto valga una presenza come la tua solo dopo averla persa, non ti pare? Prometto che mi impegnerò come non ho mai fatto finora. Ce la metterò tutta per far funzionare le cose. Ti giuro che non farò più la difficile, non mi inventerò più le mille scuse e il solito mal di testa per sfuggire ai miei doveri, non parlerò più male di te con gli amici e soprattutto non ti sminuirò più dicendo che non vali nulla. Quindi ti scongiuro, colma il solco che ci divide e torna da me, caro stipendio. Senza di te non ce la faccio a sopravvivere un giorno di più. Angelica
  8. La dichiarazione d'amore Mia cara Mari, ti scrivo perché finalmente ho deciso di aprire il mio cuore e parlarti sinceramente: io ti amo. So che la cosa ti sembrerà strana, so che ti sarà difficile credermi ma è così. Io ti amo. Anche se siamo così lontani e così diversi. Anche se tra noi c'è sempre stato quel maledetto solco! Quello che tu tracciasti con un bastoncino quando da bambini un giorno ti proposi di giocare a marito e moglie: ricordo come se fosse ieri che la prima cosa che mi dicesti da moglie fu: “Ho il mal di testa”. Mari io ti amo, ti ho sempre amata anche se tu ti sei sempre barricata dietro a quel solco. Quando da compagni di classe alle medie ci trovavamo a casa mia o tua per studiare e tu volevi sempre e solo studiare. I miei amici mi tolsero il saluto perché avevo voti troppo alti. Anche volendo non sarei riuscito a prendere un'insufficienza. Anche mio padre si era preoccupato e pensava che non fossi suo figlio! Per non parlare di come la cosa sia degenerata alle superiori. Mi sono iscritto a Ragioneria solo per stare con te, e ancora abbiamo studiato assieme e Dio solo sa cosa non ti avrei fatto ma tu niente! Sempre solo studiare. Se solo sapessi dove avrei voluto mettere la mia lingua ma non ho mai potuto; eppure a scuola mi davano del “lecchino” perché avevo voti troppo alti. Quel solco! Tutto è nato da lì! Mi dicesti: “Non oltrepassarlo”. Infatti non ci sono mai riuscito. È stata dura restarti accanto tutti questi anni, vederti amare altri uomini e soffrire per loro mentre io soffrivo per te. Tante volte avrei voluto pronunciarmi ma c'era sempre qualcosa che me lo impediva. La prima volta fu al cinema, andammo a vedere un film di produzione polacca in lingua originale con i sottotitoli in tedesco. Poco dopo l'inizio del film misi il mio braccio attorno alla tua spalla pensando che di lì a poco mi sarei dichiarato. Verso la metà del primo tempo mi sentivo come se il mio braccio fosse diventato un formicaio gigante. Dovetti usare l'altra mano per recuperarlo. Più volte cercai di parlare ma venivo sempre interrotto da qualche tua recensione sulle qualità artistiche degli attori o del regista. Non che non le apprezzassi, però. Quando il film stava per finire capii che non mi restava molto tempo. Presi un lungo respiro e feci per parlare ma tu… tu scoppiasti a piangere come una bambina dicendo che non avevi mai visto una storia così commovente. Non riuscii a proferire parola. Era il solco che tornava. Un'altra volta fu quando decidesti di correre una Maratona. Ed io fui così folle da seguirti in quell'impresa. E chi lo sapeva che una Maratona è lunga quarantadue chilometri? Ci provai alla partenza a dirti che ti amo ma tu mi interrompesti dicendomi che era meglio risparmiare fiato; mi ripromisi di parlarti alla fine ma, ad essere sincero, su quello che successe dal settimo chilometro fino alla fine ho un vuoto di memoria. Ricordo solo che mi ci volle una settimana prima di riuscire a camminare normalmente senza sembrare Frankenstein Jr. Mari perché hai tracciato quel solco? Ogni volta che provo ad avvicinarmi a te succede qualcosa che mi impedisce di parlare e dichiararti apertamente il mio amore. Come quella volta in cui andammo a fare una passeggiata in campagna e tu ti spaventasti nel vedere un calabrone che ti ronzava attorno. Capii che era il momento di dimostrarti quanto ti volevo bene e cercai di allontanare quella bestia da te. A ripensarci mi sembra di sentire ancora la sirena dell'ambulanza che mi portava all'ospedale in preda ad uno shock anafilattico. Mari, io morirei per te. Farei di tutto per averti ma come posso fare per dirtelo? Le ho provate tutte. Ho provato a cantare al Karaoke “Ti amo” di Umberto Tozzi ma tu, anziché ascoltare la mia esibizione, uscisti a fumare con Enrico. Tornaste dopo quasi un'ora e tu avevi ancora la sigaretta in mano. E quando una notte d'estate provai a scrivere “Ti amo” sulla sabbia, proprio davanti alla tenda in cui dormivi tu. Ma la sfortuna volle che proprio quella notte al posto tuo si fosse messa tale Adriana,noto trans palestrato della zona. Molti lo trovavano invadente, io direi “invasivo”. Mari io non sapevo più cosa inventarmi. Per questo ti ho scritto. Come vedi, così facendo, ci sono riuscito ad aprirmi e confessarti i miei sentimenti. Se solo avessi il tuo indirizzo.
  9. Wolverine

    Foglie

    Titolo: Foglie Autore: Francesco Mastinu Editore: Amarganta Genere: LGBT/Romantico Collana: Narrativa Italiana Pagine: 344 ISBN Ebook 978-88-99344-26-9 nei maggiori store online ISBN Cartaceo 978-88-99344-25-2 acquistabile ne sito dell'editore e su Amazon Anteprima: Allegata PDF, (Abbiate pazienza, l'ho realizzata io) Quarta di copertina: L’arrivo della piccola Ginevra nella vita di Mirna non compensa completamente il vuoto lasciato dalla partenza di Manlio, padre della bambina, suo grande e impossibile amore. La vita di tutti i giorni, la solitudine e la stanchezza, conducono la protagonista a un baratro dalla disperazione appena alleviata dai progressi della piccola e dalla vicinanza di Alba, sua amica da sempre. È questo lo scenario di destini incrociati e di fatalità che sull’onda della passione, del dolore e del rimpianto condurranno Mirna a comprendere il significato vero del trascorrere del tempo. Sospinti dal vento come foglie, i protagonisti della saga Emozioni del nostro tempo cresceranno a dispetto del gioco di emozioni circolari che sembrava aver monopolizzato la loro esistenza. Perché poi le cose non potranno più essere le stesse. Foglie anteprima.pdf
  10. Mari

    Green Valley (1/2)

    Commento Il sole entra prepotente dalle imposte socchiuse e mi colpisce gli occhi come una frustata. È di nuovo giorno, che schifo di vita. Fino a due anni fa facevo la maestra nel piccolo paesino dove sono nata e poi ho buttato tutto nel Grand Canyon. Amareggiata, mi alzo e mi lavo nell’acqua del catino che ho nell’angolo della stanza. Mi guardo allo specchio appeso al muro: occhi cerchiati di viola, colorito spento e capelli arruffati… Dio mio che brutto spettacolo. Tutta colpa del mio lavoro: se solo mia madre sapesse che sono finita a fare la prostituta nel Saloon di Green Valley. Scendo nel locale sottostante, le mie compagne di sventura sono già tutte lì. Loro rappresentano uno dei pochi motivi per cui ancora non sono scappata da qui, oltre al fatto che non ho soldi e non saprei dove altro andare. Abbiamo fatto amicizia, ho insegnato loro a leggere e a scrivere e loro mi trattano come una figlia o una sorella. È vero, sono ballerine e prostitute, ma in fondo sono delle brave ragazze. C'è anche lo sceriffo Tom Shelter seduto al solito tavolo: come tutti i giorni, è venuto per il pranzo. Le mie compagne ridacchiano: sostengono che lui abbia una cotta per me, ma figuriamoci se un bel ragazzone come lui ha bisogno di innamorarsi di una puttana. Credo sia l'unico abitante in questo dannato paesino dimenticato da Dio con cui non sia andata a letto. Mi avvicino al suo tavolo e lo saluto come faccio ogni giorno. - Buongiorno Sceriffo. - Buongiorno a voi Camille, oggi siete… ecco… più bella del solito. Vi andrebbe di pranzare con me? Me lo propone tutti i giorni e, come sempre, gli rispondo che non ho fame, ma che gli faccio volentieri compagnia mentre mangia. Mi siedo di fronte a lui e chiedo: - Come vanno le cose in città? - In questo periodo va tutto alla grande qui a Green Valley. Speriamo che la pace duri ancora a lungo, le mie celle non sono mai state vuote per così tanto tempo da quando ecco… da quando sono diventato sceriffo. - È perché state facendo un ottimo lavoro per mantenere l’ordine in città. Tom arrossisce, mi ravvivo i ricci con entrambe le mani e noto il suo sguardo perso nella scollatura, ha la bocca socchiusa, poi scuote il capo e serra la mascella. Mi sa che le mie amiche hanno ragione, soffoco una risata e lui avvampa ancora di più. Gli portano una zuppa di fagioli dall'aspetto a dir poco sinistro, ma lui comincia a mangiarla di gusto. È un bell'uomo, alto, con delle spalle ampie, delle grandi mani e uno sguardo gentile. Dopotutto non sarebbe una cattiva idea entrare nelle sue simpatie. Se fosse veramente innamorato di me, potrebbe portarmi via dalle grinfie di Josh, il proprietario di questa stalla di Saloon. Non sono innamorata di lui, ma devo essere onesta con me stessa: pur di smettere di fare questo lavoraccio sarei disposta a tutto. Mi alzo e mi siedo accanto a lui e manca poco che si strozzi con la zuppa. Sfiorandogli un braccio con la mano con fare casuale, gli bisbiglio all’orecchio: - Domani sarò libera, vi andrebbe di fare una passeggiata in città con me? - Oh, mi farebbe molto piacere, ecco io… - Allora deciso, domani al tramonto davanti all'ufficio postale. - Io… non vedo l’ora. Mi alzo e mi allontano lasciandolo lì, sudato e paonazzo. L'indomani, all’imbrunire, mi avvio per le strade polverose della città. Non esco spesso dal Saloon, le donne di questa città mi trattano con distaccato disgusto, ma non è colpa mia se i loro uomini vengono a cercare conforto da me e dalle altre, dopotutto. C’è movimento, il fabbro sta ritirando gli oggetti esposti e lo spaccio sta per chiudere, c’è già la proprietaria che spazza l’ingresso del negozio scacciando con la scopa la polvere e tre ragazzini che le corrono tra le gonne. Delle donne chiacchierano a voce bassa davanti alla merceria, ma si bloccano appena mi vedono passare, poi ricominciano a bisbigliare alle mie spalle le loro cattiverie: dannate puritane, ci credo che i loro mariti vengono a cercare noi prostitute, sono così rigide e austere. Mi avvio verso l’ufficio postale e delle ragazzine stanno rincorrendo un cerchio lungo la via, le invidio un po’: quante corse facevo da bambina, prima che la vita diventasse quel gran casino che è. Un carro mi passa accanto sollevando una nuvola di terra che mi costringe a ripararmi gli occhi. Il vento la spazza via insieme ai miei pensieri. Finalmente arrivo davanti all’ingresso dell'ufficio postale e Tom è già lì che mi aspetta. Ha le mani in tasca e lo sguardo fisso sui suoi stivali ed è occupato a prendere a calci i sassi della strada. Fa la sua bella figura con il cinturone ai fianchi e gli stivali con gli speroni tirati a lucido. - Buonasera Tom. - Buonasera Camille, siete... - Più bella del solito? - Sì, ecco, ma sono così monotono? - No, siete piacevolmente rassicurante. Scoppiamo a ridere mentre mi offre il braccio. Lo cingo con il mio e ci incamminiamo. - Posso farvi una domanda? Se non sono indiscreto. - Parlate liberamente. - Insomma, come ci siete finita in questa città? - Da dove comincio... - sospiro e mi accingo a raccontare la mia storia, la conoscono tutti e credo la conosca anche lui, ma vorrà sentirla dalle mie labbra. - Facevo la maestra in un piccolo paesino, poi ho conosciuto un uomo: Butch Burton. Era bellissimo e mi ha fatto perdere la testa. Partire con lui per venire a Green Valley, all'epoca, mi era sembrata un'ottima idea. - Non ha funzionato? - Direi di no, lui mi ha trascinata attraverso tutto il Paese come un capo di bestiame. Era in cerca dell'oro, ma non lo trovò. Era sempre ubriaco e spese tutto quello che aveva ai tavoli da poker, quel bifolco! Doveva un sacco di soldi anche al proprietario del Saloon, così mi lasciò qui come pegno. Se ne andò in cerca di fortuna per riscattarmi e non è più tornato… spero sia morto malamente! - Oh mio Dio, Camille. Non stiamo parlando di Butch Killer Burton, vero? Dal suo tono trapela preoccupazione e terrore, ma io non ho idea di cosa stia parlando. - Venite con me. Mi accompagna nel suo piccolo ufficio a pochi metri dall’ufficio postale e mi mostra un manifesto che ritrae Butch con una taglia molto cospicua come premio. - Tom! È proprio lui. - Allora siete stata fortunata che non sia più tornato. È uno dei banditi più pericolosi in circolazione. - Come ho potuto mettermi con un criminale come lui? - Non è colpa vostra, eravate giovane e ingenua. State tranquilla, tanto se n'è andato. Si avvicina per stringermi le mani e io mi rifugio tra le sue braccia. Lui mi cinge dolcemente le spalle e mi sento subito al sicuro.
  11. Mari

    Green Valley (2/2)

    Commento Prima parte Lo sento sospirare e mi rendo conto che, fuori dal Saloon, i miei atteggiamenti non sono appropriati. Cerco di staccarmi, ma lui mi trattiene e, guardandomi negli occhi, mi dice: -Camille io... ecco io... voi mi piacete molto. Ha il volto rosso e respira a fatica, gli deve essere costato molto dirmelo. Non pensavo che mi avrebbe turbata così tanto sentirmi dire di piacergli. Avvicino il mio viso al suo, lui si abbassa e mi bacia con una dolcezza a cui non sono abituata. La stanza mi vortica intorno e mi sento smarrire, ma la sua presa è salda e mi sorregge senza smettere di baciarmi. Facciamo fatica a staccarci, ma non sarebbe conveniente se ci sorprendessero nel suo ufficio in atteggiamenti equivoci. Ho il volto in fiamme per questo bacio e l'imbarazzato Tom sembra sorpreso. - Scusatemi, ecco io non volevo turbarvi. - Mi avete solo colta di sorpresa, sono contenta che mi abbiate aperto il vostro cuore, spero non mi troverete sfacciata se vi confesso anche a me piacete molto. Lui non riesce a trattenere un sorriso impacciato e mi abbraccia nuovamente. Usciamo dal suo ufficio tenendoci per mano e ci dirigiamo verso il Saloon. - Parlerò con Josh, per liberarvi dal contratto. - Credete sia possibile? - Josh è un uomo d’affari, se è una questione di soldi, troveremo un accordo. Naturalmente poi non sareste obbligata a venire via con me, sareste libera di andare dove volete. - Verrei con voi anche in capo al mondo, se lo desiderate. Si ferma a guardarmi incredulo e mi stringe di nuovo, incurante degli sguardi sbalorditi dei passanti. Mi saluta davanti all’ingresso del Saloon con un ultimo bacio, dandomi appuntamento all'indomani. Lo seguo con lo sguardo, mentre se ne va fischiettando e salutando tutti i passanti con grandi sorrisi. Anche io mi stupisco a canticchiare mentre oltrepasso la porta a vento del saloon. Riesco a fatica a evadere le domande delle mie compagne che vorrebbero il racconto dettagliato della mia uscita. Non posso fare a meno di fantasticare su come sarebbe la mia vita con Tom, fuori da qui. I clienti si susseguono, ma il mio pensiero è fisso su di lui e sulla mia voglia di andarmene. Mi abbandono al sonno nel ricordo della sensazione piacevole che ho provato stando tra le sue braccia. L'indomani, Josh mi sveglia di buon'ora prendendo a pugni la porta e urlando il mio nome. - Arrivo dannazione! Smettila di urlare! - Sbrigati donna, ti vogliono giù. - Dammi il tempo di vestirmi e scendo. Bifolco che non sei altro, che maniere... chi diavolo può essere che mi cerca a quest'ora... sarà Tom, magari non ha voluto aspettare l'ora di pranzo. Sorrido, mi vesto alla svelta, do un ultimo sguardo allo specchio, mi pizzico le gote per dar loro un po' di colorito ed esco, pregustando la mia prossima libertà. Quando scendo dallo scalone, il sangue mi si ghiaccia nelle vene: c'è Butch. Appena mi vede mi corre incontro, mi abbraccia sollevandomi da terra e mi sussurra: - Sono venuto a riprenderti. - Ce ne hai messo di tempo, Butch! Pensavo fossi morto - gli sibilo. - Sempre tagliente la tua lingua, vedo. La sua risata che mi fa rabbrividire. - Prepara i tuoi stracci, vieni via con me. - Non lascerò anche questa città per colpa tua! - Poche storie, ho riscattato il tuo contratto: ora appartieni a me. - Scordatelo! - Andiamo di sopra che ti do una bella lezione, so io di cosa hai bisogno per cambiare idea. Mi trascina di sopra e mi strappa i vestiti. Inutili le urla e i tentativi di sottrarmi a lui. Mi tiene ferme entrambe le mani con una delle sue e con l'altra armeggia per togliersi il cinturone che lascia cadere per terra con un tonfo sordo. Comincia a slacciarsi i pantaloni e so che avrà la meglio, così mi gioco la mia ultima carta: - Scusami, ero arrabbiata perché pensavo che non mi volessi più, lasciami le mani e saprò come rendere la cosa più piacevole. - Uh dov'è finita la maestrina timida di due anni fa? Attratto dalla prospettiva di avermi senza dover faticare, molla la presa. Io gli accarezzo il volto e lo bacio come se lo desiderassi davvero: ho imparato a fingere molto bene. Un fragore. Tom fa irruzione in camera, afferra Butch da dietro e lo trascina via da me, ma viene colpito in pieno volto da un pugno e cade a terra svenuto. - Ma sei impazzito? È lo sceriffo, vuoi passare di guai? La sua risata risuona per tutta la stanza. - Non è il primo sceriffo che ammazzo, non sarà nemmeno l'ultimo. Mi butta sul letto, l'idea che Tom sia lì, privo di conoscenza, mi fa impazzire dalla rabbia. Mi giro nel letto facendo sdraiare Butch sotto di me. Prendo tempo slacciandogli la camicia. Tom è ancora privo di conoscenza e ha una ferita alla testa, il pensiero che possa essere morto mi procura più dolore di quanto pensassi. Devo fare qualcosa! Sfilo i pantaloni a Butch e, con la scusa di appoggiarli sulla sedia ai piedi del letto, afferro una delle pistole dal cinturone abbandonato a terra da lui poco fa. Gliela punto direttamente al cuore. Fatico a respirare e la mano mi trema visibilmente, la pistola è pesantissima. - Ehi, ma cosa pensi di fare? Mi allontano da lui per paura che mi disarmi e gli urlo di non muoversi, lui ride, crede che non avrei mai il coraggio di sparare, ma si sbaglia. Mi si avvicina, io premo il grilletto strizzando gli occhi per istinto. Non succede niente: la pistola non spara. Me la strappa dalle mani e mi colpisce al volto. Il dolore è lancinante e la rabbia che provo è incontenibile. Poi ecco che sento uno sparo e qualcosa sfiorarmi un orecchio, il rumore è fortissimo, m'intontisce per un attimo e poi tutto intorno si fa ovattato. Una macchia di sangue comincia a espandersi sul petto di Buth, che si porta le mani sulla ferita e imprecando cade a terra esanime. Mi giro e vedo la pistola fumante: è in mano a Josh. - Prendi i tuoi stracci, sveglia lo sceriffo e sparite dal mio Saloon! Credo che Tom sarà felice di occuparsi di te. Così dicendo gli rovescia in faccia l'acqua della brocca accanto al catino e Tom riprende conoscenza. Vede il cadavere a terra, me salva e Josh con la pistola ancora in mano e capisce che è tutto finito. Si mette una mano sulla nuca ancora sanguinante e mentre mi chino verso di lui per aiutarlo ad alzarsi, lui mi guarda e arrossisce. Mi rendo conto di essere impresentabile e mi copro come posso. Lui mi fissa negli occhi e mi dice: - Ecco... insomma... volete venire via con me? - Più di qualunque cosa al mondo. - Josh, quanto serve per liberarla dal vincolo? - gli chiede senza smettere di fissarmi. - Il debito è stato saldato da quel bastardo, è tutta tua, ma sappi che è una grandissima rompipalle: la tua vita sarà un inferno. Ride sguaiatamente, rinfodera la pistola e se ne va. È un tipo burbero, ma a suo modo, prova affetto per me.
  12. lean

    Amore senza tempo

    Titolo: Amore senza tempo Editore: Triskell Edizioni Autore: Anna De Lorenzo Edizione Ebook: 978-88-98426-59-1 Lunghezza: 64 pagine Collana: Pink Genere: M/F Formato: pdf, epub, mobi Trama: Per quanto ti sforzi di sfuggirgli, il passato è sempre lì, pronto a presentarti il conto. Questi sono i pensieri di Joy quando riceve dal suo capo l’incarico d’indagare su Day Flanagan, l’uomo con cui, cinque anni prima, aveva vissuto l’esperienza più folle della sua vita. Joy l’aveva amato profondamente, ma l’aveva lasciato appena scoperto di aspettare un figlio, nascondendogli la verità e guadagnandosi così il suo disprezzo. Adesso, per amore di suo figlio, Joy sarà costretta a ritornare nella vita di Day e ad affrontare una passione mai sopita e un desiderio di vendetta dai risvolti inaspettati. Prezzo: 2,99 Nei principali store online o nel sito dell'editore ;-)
  13. Nome: David and Mathaus Sito web Generi pubblicati: Narrativa, Romantico, Cronaca, Biografia, Storie vere, Indirizzo: via Flaminia, 66/A 61030 Serrungarina (PU) info@davidandmatthaus.it Distribuzione: DNT Modalità di invio manoscritti: Non specificato Sono free
  14. ZG

    Ricardo y Carolina

    Ricardo y Carolina Laura Costantini e Loredana Falcone goWare Romance storico 490 pagine http://www.goware-apps.com/ricardo-y-carolina-laura-costantini-e-loredana-falcone/ Attualmente in prenotazione fino al 5 ottobre - non disponibile ancora il preview Abbandonare l’Italia e un pretendente in grado di garantirle un futuro nell’aristocrazia della Milano del XIX secolo. Questa è la scelta di Carolina. Rifiutare le convenzioni, inseguire la libertà. Anche di raccontare il mondo sulle pagine di un giornale. Per se stessa e per il Messico di Benito Juárez affronta l’oceano, le diffidenze, i nobili bigotti e reazionari, la monarchia asburgica, la tirannia francese. Per sentirsi parte della lotta dell’uomo che ha scelto di avere accanto, rinuncia a gioielli e crinoline e veste i cenci della revolución. Carolina è figlia del Risorgimento, decisa a rischiare vita e onore in nome di un’idea di emancipazione che precorre i tempi. Ha dalla sua la forza della verità e dell’amore. Per la libertà. E per l’unico uomo che è riuscito a rubarle il cuore.
  15. Nome: Badiglione Editore Sito web Generi pubblicati: libri per l'infanzia, narrativa, poesia, genere rosa, romantico Indirizzo: via Tommaso Albinoni, 11/A - 44124 Ferrara E-mail: info@badiglioneeditore.com Distribuzione: non specificato Modalità di invio manoscritti: compilare il questionario allegato alla pagina "Pubblica con noi", preparare sinossi e una breve biografia e allegarli al lavoro; quindi spedire il tutto a BADIGLIONE EDITORE v. Tommaso Albinoni,11A 44124 Ferrara Non richiedono contributi per la pubblicazione
  16. Nome: Antonio Tombolini editore Sito web Generi pubblicati: Steampunk, rosa, narrativa, saggistica, fantascienza, noir, mistery, horror, fantastico, reportage Indirizzo: email: info@antoniotombolini.com Distribuzione: non specificato Modalità di invio manoscritti: email secondo queste indicazioni Editore digitale ma non solo, non richiede contributi per la pubblicazione
  17. Nome: Dunwich Edizioni Sito web Generi pubblicati: horror, thriller, mystery, paranormal romance Indirizzo: Via Albona 95 - 00177 Roma Email: info@dunwichedizioni.it Distribuzione: directBOOK Modalità di invio manoscritti: accettano racconti singoli, (almeno 4000 parole), novelle (fino a 40000 parole) e romanzi (dalle 40000 parole in su, senza limiti di lunghezza). Potete utilizzare questo indirizzo mail: manoscritti@dunwichedizioni.it Per il paranormal romance le opere vanno mandate a rosagotica@dunwichedizioni.it Si tratta di una casa editrice digitale, nata con l’obiettivo di pubblicare e promuovere romanzi horror, thriller e mystery. Digitale, perché credono che la nuova ondata tecnologica possa dare una grande spinta alla lettura garantendo una fruibilità del libro più immediata e a costi contenuti. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  18. Titolo: Falene Autore: Francesco MastinuEditore: AmargantaGenere: LGBT/Romantico Collana: Amarganta LGBTPagine: 380ISBN Ebook 978-88-99344-24-5 nei maggiori store onlineISBN Cartaceo 978-88-99344-23-8 acquistabile qui (sito editore http://www.amarganta.eu/narrativa/falene/ ) Disponibile dal 3 settembre 2015Anteprima: Allegata PDF, (Abbiate pazienza, l'ho realizzata io)Quarta di copertina: Manlio pensa di aver avuto tutto: una laurea a venticinque anni e un compagno, Enrico, da cui non riesce più a distinguersi. C’è anche Mirna, la sua amica di sempre, un legame che si confonde tra le pieghe del passato. L’incontro con un Francesco, un pittore magnetico e attraente, rimescola le carte della sua esistenza, avviando per Manlio un difficile percorso alla ricerca di sé e dei desideri che pensava di aver perduto. Sullo sfondo di una Cagliari affascinante, Manlio affronterà lo scontro tra le speranze e la dura realtà, fronteggiando con coraggio una serie di scelte destinate a cambiare la sua vita. Inizia così Falene, una storia intensa della serie Emozioni del nostro tempo. Booktrailer: Falene.pdf
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