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Trovato 67 risultati

  1. Nope

    La caccia dell'angelo

    È la prima cosa che pubblico qui, sono un po' in ansia è un racconto che ho scritto moooolto tempo fa, e non so bene cosa pensarne. Mi date un parere? Grazie <3 La prima cosa che sentì quando riprese conoscenza fu un dolore acuto alle spalle. Realizzò di essere su una sedia, con le braccia legate dietro di sé. Le tempie le pulsavano dolorosamente. Chiuse gli occhi piegando la testa in avanti, cercando di ritrovare un minimo di equilibrio; si era resa conto che la percezione dello spazio era completamente sfasata, il cervello non raccoglieva correttamente gli stimoli visivi e le mostrava una scia indistinta e confusa, contornata da macchie di vari colori. Finalmente riuscì a mettere a fuoco il luogo dove si trovava, probabilmente una caverna al di sotto della città. Doveva avere un po’ di sangue secco sulla palpebra destra, quando la muoveva sentiva la pelle tirare. All’improvviso capì che era stata catturata. Di nuovo. Il suo sguardo saettò da una parte all’altra della caverna, ma non vedeva nessuno. Alzò lievemente il viso, d’un tratto consapevole. Non voleva voltarsi, non voleva assolutamente, ma alla fine lo fece, slogandosi il collo. Non ci fece quasi caso. Tutto ciò che temeva e odiava era dietro di lei, e lei lo stava guardando in faccia. Un dito gelido le sfiorò la guancia, facendola rabbrividire. “Che c’è, Roux, sono qui per soddisfare le tue pulsioni sessuali? Non ci sono più gli angeli asessuati di una volta” sbottò. Il dito fu sostituito da un violento manrovescio che le fece voltare il capo dall’altra parte. Cassandra strinse i denti. “Forse, e dico forse, dovresti essere un tantino meno arrogante e sfacciata, se vuoi avere qualche possibilità di uscire viva da qui” le sussurrò lui, avvicinandosi al suo orecchio. “Sei tanto bello quanto stronzo, cazzo.” Imprecò lei, tirando su con il naso. “Ma non prendermi per stupida, so benissimo che non uscirò viva da qui. Tanto vale prendermi le mie soddisfazioni.” Si voltò di nuovo verso di lui. Stava sorridendo, quel figlio di puttana, e solo Phandros sapeva quanta voglia aveva di saltargli addosso e strappargli la carne dal viso. Ma anche di farselo. D'altronde Eros e Thanatos vanno sempre d'accordo, pensò. Roux si legò i lunghi capelli rossi. “Non voglio che mi siano d’intralciò” spiegò “e soprattutto non vorrei si macchiassero del tuo sangue”. Prese una coltello dalla cintura e le si inginocchiò di fronte, appoggiando la lama sulle labbra di Cassandra. La donna teneva saldamente piantati gli occhi in quelli dell’angelo, impassibile. “Sai che farò tutto quanto è in mio potere per guastarti la festa, vero?” “Sai che per me non è un problema, vero?” ribatté. Si alzò in piedi e si portò di nuovo dietro di lei. Le afferrò le mani, sollevandole verso l’alto. Porca puttana avrebbe voluto urlare mentre le giunture schioccavano dolorosamente. Sentì la lama gelida sfiorarle la pelle, e si ritrovò con le mani libere. Non riusciva a muovere le braccia, ma doveva riprendersi. “Liberati le gambe” ordinò Roux. Sì, cazzo, doveva assolutamente far funzionare quelle maledette braccia. Si chinò e con uno sforzo enorme riuscì a slegarsi la gamba sinistra. Le braccia le tremavano e si rifiutavano di obbedire ai suoi comandi. Finalmente si liberò anche l’altra gamba. Si alzò in piedi e si girò verso il suo carnefice. Cercò di allargare le braccia, ma il dolore che sentiva la fece desistere. “Fa male?” chiese Roux, togliendosi un pugnale dalla cintura. Lo afferrò per la lama e glielo porse. “Spero di sì.” Cassandra osservò confusa l’arma che l’angelo le stava porgendo. Lo guardò in faccia. “Prendilo, prima che decida di piantartelo in fronte. Hai una possibilità di difenderti e fuggire, non sei felice?” Lo guardò a bocca aperta. “Sii serio, idiota, ti sono scappata già due volte” disse prendendo però il pugnale. “Vuoi rischiare che ti faccia fuori?” Roux ghignò e Cassandra capì perché l’aveva liberata e le aveva messo un’arma in mano. Finora lei era stata l’unica in grado di gabbarlo e sfuggirgli, e dato che era in trappola voleva divertirsi ancora un po’ prima di dare l’addio alla sua cara nemica. Socchiuse gli occhi e gettò via il pugnale con noncuranza. Roux sollevò le sopracciglia. “Che ti prende? Dov’è finita la tua combattività?” le chiese prendendole un braccio e torcendoglielo dietro la schiena. Cassandra soffocò un’imprecazione e la trasformò in una risata goffa. “Non ti darò la soddisfazione di combattere” soffiò “non giocherai con me.” L’angelo le sferrò una gomitata allo stomaco. “Cassy, tesoro, volevo darti la possibilità di uscire di scena a testa alta. Non ho bisogno della tua collaborazione per divertirmi.” Si leccò le labbra e la lasciò andare. Cadde a terra, vicino al pugnale, e per un attimo lo guardò, incerta se prenderlo o meno. Roux prese un altro pugnale e le si inginocchiò a fianco, sorridente. Cassandra digrignò i denti e meditò di sputargli in faccia. No, meglio di no. Sentì le lacrime bruciarle gli occhi e cercò di ricacciarle indietro, ma lui le vide e il suo sorriso si allargò. “Non piangere, Cassy. Dopotutto, sei l’unica che è riuscita a scapparmi non una ma due volte. Una degna avversaria” “Piango perché mi mancherai, figlio di puttana” lo apostrofò lei. Roux scoppiò a ridere e, cazzo, l’avere i minuti contati non le impedì di meravigliarsi per quanto fosse fottutamente figo. “Forse mi mancherai anche tu” le disse poi. Si attorcigliò una sua ciocca di capelli intorno a un dito e la tagliò. “Guarda come sono romantico. Terrò questa ciocca per ricordarmi di te.” Fulminea, Cassandra afferrò il pugnale che era ancora a terra accanto a lei e lo colpì al viso. Roux imprecò ma non si mosse. La guardò furibondo, ma Cassandra sostenne lo sguardo feroce dell’angelo. “La ciocca rischiavi di perderla. Questo te lo porterai dietro a vita.” L’espressione di Roux si ammorbidì. Lo faceva sempre ridere, c’era da pensare che sarebbero stati ottimi amici, in altre circostanze. Le avvicinò il pugnale alla gola. “È proprio necessario?” chiese gettando un’occhiataccia alla lama. Roux si sedette sui talloni e la fissò. “Scusa?” Cassandra si rimise a sedere e lo guardò stranita. “Voglio dire… il tuo divertimento sta nella caccia. Hai cacciato, mi hai presa due volte, io sono scappata. Ti ho dato dei brividi ben maggiori di tutte le tue vittime. E mi ripaghi così?” non sapeva cosa stesse dicendo. Voleva prendere tempo, non voleva morire, e Roux era un dannatissimo, fottutissimo chiacchierone. “Hai altre argomentazioni?” “Sì, certo. Vediamo… a cosa serve che mi ammazzi? Ti toglierai una soddisfazione?” “Sì.” “Ah, beh… e poi come farai?” “Mh?” “Come farai, dopo che mi avrai ammazzata?” insistette. “Sono anni che mi dai la caccia, tornare alla routine quotidiana sarà avvilente” Roux la guardò con sufficienza. “Mi stai deludendo, Cassy.” “Oh, cazzo, non voglio morire! Prenditi qualcun'altra da sacrificare, porca puttana!” L’angelo sollevò le sopracciglia. “E che dovrei, secondo te? Liberarti?” “Ma che ne so… tienimi come schiava sessuale” buttò lì. “Cassy, ti sto per uccidere.” “Ma dai, ti sono più utile come schiava sessuale.” “Non ne sono sicuro.” “Proviamo?” Roux la guardò in silenzio con aria indefinibile. Cassandra gli si avvicinò e gli mise le braccia attorno al collo. Cazzo, quant’era bello quell’uomo… no, quell’angelo. Lo baciò con circospezione, ma dopo un istante Roux le passò un braccio intorno alla vita e ricambiò il bacio. “Non sono convinto che la scelta mi convenga” sibilò staccandosi. Cassandra socchiuse gli occhi e lo spinse a terra, salendogli a cavalcioni. “Vediamo se riesco a farti cambiare idea.” “Certo che è ridicolo.” Commentò Cassandra rivestendosi. Roux sollevò le sopracciglia. “Sei stata tu a proporlo. Fosse stato per me eri già morta da un pezzo.” “Non ho detto che mi dispiace” precisò, piccata “ho solo detto che è ridicolo. E comunque continui a essere un dannato figlio di puttana.”
  2. https://ultimapagina.net/forum/topic/943-crocevia/?do=findComment&comment=11922 «Io esco! Vado a comprarmi le scarpe!» Così dicendo Antonella corse fuori di casa e poi giù per le scale, non vedeva l’ora di di trovarsi a girovagare per le vie del centro. Era dal tempo dei preparativi per il matrimonio che non era più entrata in un negozio di scarpe. Erano passati tre anni da quando si era sposata poi il lavoro aveva assorbito lei e suo marito al punto che non si ricordava quasi più che faccia avessero i suoi amici. «Invece la faccia di quello stronzo me la ricordo sempre! Ma perché continua a tornarmi in mente?» Si sforzò di pensare alle sue future nuove scarpe per scacciare l’immagine di colui che da almeno tre anni aveva fatto perdere le sue tracce. Non un saluto, non una chiamata. Alla faccia delle promesse: non perdiamoci di vista, restiamo amici, potrai sempre contare su di me. Sì, su di un fantasma poteva contare. Ma tanto non aveva più importanza, ora aveva un marito che le voleva bene e a cui lei voleva bene. Eppure la curiosità di sapere che fine avesse fatto, se viveva ancora a Torino o se se n’era andato. Se aveva un’altra… certo che ce l’aveva, sicuramente era per quello che un giorno le si era presentato davanti e con vomitevole diplomazia l’aveva scaricata. Giunse davanti al primo negozio di scarpe, il primo di una lunga lista, e finalmente riuscì a pensare ad altro. «Ma che vi costa? Dico, sono solo cinque minuti. Qua parlate tutti di eternità, di infinito, di… cinque minuti e torno! Promesso.» «Forse non le è ancora chiaro cosa le è successo, lei non può tornare indietro.» «Guarda là!» indicò un punto a caso in lontananza poi prese a correre. Corse come non aveva mai corso prima, si sentiva leggero e veloce e, cosa che più lo sorprendeva, non gli sembrava di provare alcuna fatica. Corse senza voltarsi indietro finché si trovò proprio di fronte a colui da cui stava scappando. Si fermò e rimase a fissarlo sorpreso. Infine questi parlò. «Le sono stati concessi cinque minuti. Cerchi di farne buon uso.» «Se devo farne buon uso mi servono almeno un paio d’ore. Va bene, scherzo. Scherzo. Vado.» Mentre contemplava un paio di scarpe rosse chiedendosi come le sarebbero state addosso, Antonella non poté fare a meno di notare una coppietta che si era fermata accanto a lei. «Guarda quelle scarpe rosse! Che schifo! Ma chi vogliono che se le compri?» chiese subito inorridita la ragazza che stringeva il braccio del suo fidanzatino come fosse l’ultimo appiglio prima di precipitare in un burrone. «Beh, che ne sai? Magari qualche vecchietta potrebbe apprezzare.» Vecchietta? Pensò Antonella. Si guardò nella vetrina e si accorse che, sì, era letteralmente fuori dal tempo. Il suo modo di vestire non era certo in linea con le tendenze correnti. «Possibile che bastino tre mesi e mezzo di matrimonio a farmi sentire già vecchia?» si chiese mentre si allontanava da quelle scarpe che continuavano a piacerle ma ormai la facevano sentire vecchia. Al fastidio creato dall’immagine del suo ex si aggiunse quello creato dall’odioso commento di quella ragazzina. Quant’erano teneri. Si sorprese a pensare. Comprendendo così che non era il commento a darle fastidio, ma quella spensieratezza che traspariva dalle voci dei due fidanzatini. Quella stessa spensieratezza che aveva avuto anche lei quando ancora quello stronzo non l’aveva piantata. Non poteva aspettare un po’? Giusto il tempo di diventare maggiorenne, cominciare a lavorare, non poteva aspettare che finisse il tempo dei sogni? No! A diciassette anni! L’estate più schifosa della sua vita, tutte le amiche che raccontavano di vacanze in giro per il mondo mentre lei era rimasta sola dall’oggi al domani. Se mi si parasse davanti lo… Antonella trattenne a stento un urlo nel vedere davanti a se Michele. «Cosa vuoi?» furono le prime parole che le riuscì di pronunciare mentre nella sua testa era era in corso una tempesta di pensieri ed emozioni. Notò un sorriso tremendamente sicuro riempire il viso di lui e pregò con tutte le sue forze che lui non lo facesse. «Ciao Nelly, come stai?» Brutto stronzo! Figlio di… ringrazia che ho rispetto per tua madre. L’aveva fatto! L’aveva chiamata Nelly come faceva sempre quando stavano insieme. E questo aveva riacceso in lei il desiderio di buttargli le braccia al collo. Ma non poteva, ancora di più ora che era sposata. «Bene, ciao. Ora scusa ma devo andare.» Gli girò attorno e si avviò ma subito si sentì afferrare e trascinare indietro. Si voltò pronta a sputare in faccia a Michele tutta la sua rabbia ma fu bloccata dal suono di un clacson e dal rumore di una macchina che le passò alle spalle tanto vicino da darle l’impressione che l’avrebbe investita. Questa volta urlò in preda alla paura. «Tranquilla, non è successo niente.» la rassicurò Michele mentre le lasciava le braccia per ristabilire una rispettosa distanza da lei. «C’è mancato poco, ancora un secondo e sarei finita all’inferno.» disse Antonella ancora scossa. «Be’, però non è successo.» insistette Michele cercando di smorzare la paura di Antonella. «Allora? Come te la passi?» Bravo! Adesso che mi hai salvato la vita pensi che debba sdebitarmi? Ti aggiusto io. «Bene, mi sono sposata da poco. E tu?» «Sono contento, mi fa piacere che tu abbia trovato una persona con cui creare una famiglia. Lui ti vuole bene?» Sul volto di Michele si dipinse l’espressione della serenità, quella serenità di chi non ha più nulla da desiderare ne da rimpiangere. Quella serenità che si legge nel volto di un bambino che dorme sul petto di sua madre. O di un anziano che sente avvicinarsi il suo momneto e non ne ha paura. «Certo! Lui sì!» rispose Antonella incapace di nascondere l’astio che provava verso il suo primo amore. «E tu? Che fine hai fatto? È da un po’ che non ti si vede in giro. Hai una donna? Una famiglia.» «Io sto bene. Son qui solo di passaggio. Mi ha fatto piacere incontrarti e sapere che stai bene. E non sai quanto sia contento che tu abbia qualcuno al tuo fianco.» «Non so dove vuoi arrivare, non so quale sia il tuo fine ma ti posso garantire che non ho bisogno della tua commiserazione. Dopo che mi hai piantata in asso, dopo che mi hai abbandonata come una scarpa vecchia sono stata malissimo ma mi sono fatta forza da sola e sono andata avanti. Se sei venuto per rimediare al danno fatto sei in ritardo.» Si bloccò accorgendosi che stava per piangere. Guardò Michele negli occhi. Lo fissò intensamente per riuscire a respingere le lacrime, per mostrargli che non le importava più niente di lui ma rimase presto ipnotizzata dal particolare brillio di quegli occhi. C’era qualcosa di strano in quello sguardo. Rimasero immobili per pochi ma interminabili secondi, a lei parve di rivivere in un attimo tutto il tempo passato con lui. Provò un irrefrenabile desiderio di abbracciarlo ma l’immobilità di Michele la fece desistere. Lei non poté fare a meno di sorridere. «Adesso sparirai nuovamente nel nulla?» «Mi dispiace ma non posso fermarmi, ma è sicuramente meglio così.» Detto questo Michele sfiorò la fronte di Antonella con le labbra, poi indietreggiò le strizzò l’occhio e se ne andò. Lei rimase ferma a riflettere su come quell’uomo fosse cambiato. Perché aveva fatto finta di baciarla? Un innocente bacio sulla fronte poteva anche darglielo per davvero. Perché era stato così maledettamente corretto? Antonella fissava il bicchiere davanti a se. Erano passati quattro mesi da quando aveva rivisto Michele. Non c’entra nulla, non può esserci alcuna relazione tra le due cose. «Ciao Anto! Scusa il ritardo.» disse Valentina, la sua migliore amica, arrivando e sedendosi. «Ehi? Cos’hai? Hai una faccia.» «Ah, no… niente. Ero sovrappensiero. Come stai?» «Bene! Ieri ho trovato un nuovo negozio stupendo! Ci devi venire. No! Questa volta non voglio sentire storie...» Valentina rovesciò in faccia ad Antonella una valanga di parole, parlava in maniera concitata e si interrompeva solo per riprendere fiato finché si accorse che Antonella aveva uno sguardo strano. «Anto, tu devi dirmi qualcosa vero?» «Sì» «Ma perché non me l’hai detto subito? Io sto parlando da mezzora di stupidaggini. Avanti dimmi. Tesoro, ma ti rendi conto che era dal tuo matrimonio che non ci facevamo una chiaccherata come si de…» «Sono incinta.» «...ve… co… cosa?» chiese Valentina senza fiato per la sorpresa. «Aspetto un bambino.» confermò Antonella. Valentina fissò l’amica per un istante poi si alzò di scatto e si gettò addosso all’amica, le cinse il collo con le braccia e la strinse forte a se ricoprendo la sua guancia di baci. «Ma che bella notizia! E di quanti mesi? No, no aspetta. Fatti vedere. Tu sei di… Anto. Ma cosa c’è?» «Va tutto bene. Sono incinta di quattro mesi. Il ginecologo che mi segue ha detto che sta andando tutto per il meglio.» «Ma allora perché hai questa faccia? Dovresti sprizzare gioia da tutti i pori.» Antonella prese a giocherellare timidamente con il suo bicchiere. «Piero… in teoria… gli avevano detto che non poteva avere figli.» Valentina tirò un respiro profondo. «Anto, cos’hai combinato?» «Niente, il bimbo è di Piero.» Valentina scosse la testa senza distogliere lo sguardo da Antonella. «Tu non mi stai dicendo tutto.» «Quando sono andata dal ginecologo mi ha detto qual’era il periodo in cui il feto è stato concepito.» «E?» «Mi ha detto un giorno ma ha anche aggiunto che il calcolo non è preciso, insomma potrebbe sbagliare di un paio di giorni.- Valentina annuì. -Be’ in quel periodo mi è capitata una cosa stranissima.» «Che cosa?» chiese Valentina avvicinandosi. «Ho rivisto Michele.» Disse Antonella abbassando lo sguardo come se avesse confessato il più vergognoso dei peccati. «E vorresti dirmi che sei rimasta incinta per intercessione dello spirito di Michele?» la canzonò Valentina. «È stato gentilissimo, tra l’altro mi ha anche evitato di finire sotto una macchina. Non mi ha sfiorata nemmeno con un dito. Boh sarà perché gli ho detto che mi sono sposata. Però è stato tanto carino. Mi ha anche detto che era contento di sapere che mi sono sistemata.» Valentina guardò l’amica. «Anto, ma tu l’hai sognato, vero?» chiese con una punta di preoccupazione. Antonella sgranò gli occhi. «No, cosa ti fa pensare che l’abbia sognato. L’ho visto.» Il vento agitava i capelli di Antonella mentre lei fissava la lapide. Lesse e rilesse il nome e la data di morte. Interrogò più volte quella lapide ma la sola risposta che ottenne fu che Michele era morto un anno dopo che l’aveva lasciata. «Quindi quella svitata di Valentina ha detto il vero: il tumore, tu che non ti fai più sentire per non farmi vedere come ti spegni lentamente. Eppure io ti ho visto, eri lì.» «Quindi? Ha fatto tutte queste storie solo per assicurarsi che la sua amata stava bene?» «Sì. Ora possiamo andare. A proposito. Dove si va?»
  3. Ospite

    Crocevia

    CROCEVIA Chiuse a chiave la porta del camerino - pur sapendo che nessuno avrebbe osato importunarlo durante l’intervallo - gettò la parrucca di scena su di una sedia e sprofondò nella poltrona, innanzi allo specchio illuminato. Si accese una sigaretta. Subito evanescenti volute di fumo tracciarono arabeschi nell’aria circostante. Per qualche minuto avrebbe potuto finalmente abbandonare il consueto sorriso ebete e rilassarsi. Dall’esterno giungeva attutito il fragore degli ultimi applausi, ma la gioia che esprimevano, assieme all’evidente desiderio di gustare la seconda parte dello spettacolo, sembravano infastidirlo più che compiacerlo. I riconoscimenti non erano diretti a lui, bensì a Julius il pagliaccio, il personaggio che l’aveva reso celebre, amato da genitori e bambini, vezzeggiato dai circhi rivali, che se ne contendevano le prestazioni a suon di contratti e dollari. Tra un’ora appena, il suo alter ego sarebbe lentamente scomparso, sbiadito da mani che provvedevano ad asportare il pesante trucco e l’immagine divenuta odiosa e, dalle sue ceneri, sarebbe, infine, riemerso il volto di Hans Knut. Terminato lo spettacolo, spente anche le ultime luci, il ragazzo sarebbe tornato alla sua consueta vita, rivestendo i panni di un uomo totalmente anonimo, uno sconosciuto come tanti, che non destava certo curiosità alcuna. Ricordava un pomeriggio di tanti anni fa, quando aveva svelato a un giornalista di essere lui Julius, lui il portentoso pagliaccio, lui il mago della risata facile e solo grasse risate avevano accolto la sua rivelazione. Il tentativo di riprodurre una delle ormai famose scenette per avvalorare le sue parole, poi, era stato liquidato come un patetico espediente per farsi notare sfruttando il talento altrui. Hans sentiva ancora il calore della rabbia che aveva lacerato il suo animo in quei momenti, le prime perplessità, l’amarezza giunta inattesa a ingrigire la sua esistenza. Probabilmente, in quello stesso pomeriggio, nel suo cuore, il pagliaccio che tanto amava aveva smesso per sempre di ridere. La sua vita svaniva oltre una maschera. A nessuno importava quale viso, quale vita, quale indole si celasse realmente oltre il trucco. L’interprete si dissolveva nel nulla: solo il personaggio restava e viveva, quasi possedesse un’esistenza propria. Certo, Julius non avrebbe assolutamente potuto vivere, né respirare, né far ridere nessuno senza l’apporto di Hans. Ma Hans sembrava non contare nulla, tranne quando rivestiva i panni del celebre pagliaccio. Erano entrambi legati da una sorta di speciale gemellaggio: nondimeno uno dei “fratelli” finiva sempre per annullare l’altro. Hans sospirò e torse le mani in un gesto che esprimeva tutto il suo malumore. Gettò uno sguardo all’uscita d’emergenza del suo camerino. Oltre quella soglia, il mondo reale prendeva il sopravvento sulla finzione. Nessun Julius, nessun confronto, una vita anonima, forse, ma vera; un’esistenza in cui ogni menzogna sarebbe stata abbandonata per sempre. Forse avrebbe dovuto farlo anche lui. Forse avrebbe dovuto abbandonare il circo, abbandonare quella maschera che tanto gli aveva donato, ma anche tanto sottratto e prediligere la propria vita di ogni giorno, lontano dalla pista, dai riflettori, dal pubblico. Poi rievocò il sorriso dei bambini, gli applausi, il boato che l’accoglievano quando appariva in scena e pensò che, in fondo, anche se nessuno sembrava accorgersene, la sua bravura non poteva esser sconfessata, giacché il valore ela popolarità del suo personaggio nascevano e morivano con lui. Gli applausi gli sarebbero certamente mancati. Nulla di simile lo attendeva nel mondo reale. Ma non erano rivolti a lui gli applausi, né tutti i riconoscimenti. Julius, a cui aveva dato vita nel lontano novembre del 1957, aveva annullato tutta la sua esistenza, fagocitandola nel proprio onnipresente sorriso. Talora sembrava addirittura che quel ghigno ebete stesse proprio ridendo di lui e della sua silente sudditanza. Dilemmi su dilemmi sorsero improvvisi nella sua mente, stremandola. Hans spostò la poltrona un po’ più indietro. Dal nuovo punto d’osservazione, contemplava sia la porta del camerino sulla sinistra, sia la porta d’emergenza poco distante, sulla destra. Il mondo del circo, il mondo reale. Finzione e realtà, Successo e anonimato. Prigionia dorata, grigia libertà. Che fare? Dall’esterno, una voce lo stava esortando a tornare in scena…
  4. Ospite

    [Parte 2] Cuor di rondine

    CUOR DI RONDINE [Parte 2] Nestore sgusciò a malincuore dal suo caldo bozzolo, depose i resti del pasto, pulì le mani sui pantaloni e, dopo qualche infruttuoso tentativo, lottando con artrite, cappotto e coperta, riuscì infine ad alzarsi. Raccolse un ciottolo e lo lanciò in prossimità di quel misterioso fantasma. Non intendeva certo ferire eventuali animali, ma solo spaventarli e farli andar via. Detestava gli ospiti indesiderati. Con suo enorme disappunto, non accadde niente. Provò, allora, a gridare, a battere le mani, a produrre rumori assai bizzarri, ma nulla parve assecondare i suoi patetici sforzi. Non restava che avvicinarsi, per mettere in chiaro le cose e riaffermare il proprio sacrosanto diritto a una cena tranquilla. Giunto a destinazione, fece un ultimo tentativo battendo il piede a terra, ma ottenne solo di sfondare definitivamente la scarpa destra, ormai stremata dalla troppa strada percorsa. Un nuovo rumore spense sul nascere una scusabile imprecazione. Qualcosa si muoveva sotto quelle cartacce. Non si capiva se stesse cercando cibo o tentasse semplicemente di liberarsi da un impiccio. Nestore raccolse un bastoncino da terra e lo avvicinò tremante al piccolo cumulo, attendendosi un guizzo, un balzo, una sagoma pelosa che si allontanava spaventata. Invece, quando scostò parte della spazzatura, contemplò una scena che gli strinse il cuore. Un grumo nerastro di piume si muoveva scomposto a terra. Le fattezze dell’uccellino gli erano familiari. Nestore strinse forte gli occhi, quasi dovesse spremere faticosamente il ricordo da chissà quali nascosti recessi. Fortunatamente, andò meglio rispetto al discorso sull’angoscia. Forse perché il calore di certe esperienze permane più saldo rispetto alle astratte e fredde nozioni. Si rivide bambino - non ricordava che età avesse - nel vecchio casolare del nonno, mentre litigava con Nino, il fattore e cercava di strappargli un bastone dalle mani. La nonna, irritata da quel trambusto era accorsa per sedare la lite. Dapprima lo aveva sgridato, poi, udite le sue rimostranze, aveva ripreso lo stesso Nino, minacciando di riferire tutto al marito se avesse tentato nuovamente azioni così crudeli. Nestore ricordava con orgoglio il giorno in cui la sua determinazione e bontà avevano salvato dalla distruzione tanti piccoli nidi di creta, che le rondini appena giunte da lontano, avevano così amorevolmente costruito vicino alle travi del porticato. Il nonno, nell’udire il resoconto dei fatti, da quel giorno l’aveva soprannominato “cuor di rondine”. Ora, ai suoi piedi, uno di quegli stessi uccellini che tanto l’avevano incantato da bambino, giaceva a terra nella sporcizia, come un re spodestato. La mano callosa del vagabondo scese a raccoglierlo. Incurante delle beccate, lo sollevò con estrema delicatezza, soffiò via la polvere dalle sue ali e se lo avvicinò al petto, sussurrando cantilene per tentar di calmarlo. Non sembrava ferito, non c’era sangue sul suo corpo. Pareva ancora vispo. Forse aveva urtato un ostacolo sfrecciando e ora, incapace di spiccare il volo per via delle corte zampette, attendeva il proprio incerto destino senza poter far nulla per opporsi. Come l’uomo in balia della vita: ingenuamente convinto di poter plasmare l’avvenire a piacimento, sin quando la sofferenza lo svela naufrago inerme, in un oceano di tempeste. Nestore gettò un’occhiata alle sue spalle, mentre stringeva il proprio tesoro tra le mani. Nessun pericolo all’orizzonte. Dimenticò il proprio appetito, dimenticò le stelle, dimenticò persino i ratti e il mondo intero. Si avvicinò al giaciglio scomposto. Per la prima volta dopo tanto tempo, finalmente avrebbe avuto compagnia. Mentre carezzava il capino della rondine sperando di rassicurarla, un pensiero improvviso sbocciò nel suo animo, come un’illuminazione. I suoi occhi si spalancarono felici. Magari avrebbe potuto tenerla con sé, prendersene cura, non farle mancare nulla. Non si sarebbe sentito più solo e la vita avrebbe finalmente acquisito uno scopo, un senso, una ragione per svegliarsi al mattino, senza l’opprimente compagnia del silenzio. Ma gli occhi della rondine guizzavano in ogni direzione. Sembravano cercare qualcosa. Nestore sorrise mesto a un contegno che esprimeva più di mille parole. Conosceva lo sguardo affamato non tanto di cibo o futilità, bensì del bene più prezioso concesso da Dio: la libertà. Nelle lunghe notti trascorse in cella, mentre lo sguardo vagava lontano, contemplando un universo squisitamente libero, proprio a pochi metri dalla sua mano prigioniera, solo il pensiero della futura scarcerazione l’aveva sostenuto, solo il sapore della libertà sempre più vicina aveva sfumato di colore giornate cupe e interminabili. Non avrebbe potuto tenerla con sé, pur desiderandolo tantissimo. Sarebbe stato un autentico sacrilegio. Non si sarebbe sentito diverso da Nino o da tutte le persone che pongono il proprio egoismo dinanzi alla felicità altrui. Nulla simboleggia la perfetta libertà più del volo spensierato di un uccello, che sfida le immensità celesti e i limiti dell’uomo, recando ovunque stupore e meraviglia. Doveva fare la cosa giusta, pur sapendo che un pezzettino di cuore sarebbe volato via con lei per sempre. Forse, in un nido simile a quelli che aveva salvato da bambino, alcuni piccoli attendevano trepidanti il ritorno del proprio scomparso genitore. Nestore si allontanò dal vicolo. Il tramonto splendeva come un incendio, contrastando la sera ormai imminente. C’era ancora luce sufficiente perché la rondine potesse orientarsi. Il vagabondo guadagnò uno spazio sufficientemente aperto, mentre il suo respiro cresceva d’intensità man mano che il momento si avvicinava. Chiuse gli occhi, mormorando una breve preghiera, poi si chinò e gettò le braccia verso il cielo, gridando. Il respiro trattenuto, attese un attimo prima di guardare. Il timore di scorgere l’uccellino nuovamente a terra lo atterriva. Ma quando vide la rondine sfrecciare felice nel cielo, il suo volto si illuminò di gioia e una lacrima scese a rigare la sua guancia, suggellando quel momento così toccante. Frammenti di spensieratezza bambina giunsero a riscaldargli il cuore. Mentre l’uccellino svaniva all’orizzonte, garrendo insieme ai compagni ritrovati, un sorriso illuminò il viso di Nestore. Risplendeva sereno e non era mai stato così bello.
  5. Ospite

    [Parte 1] Cuor di rondine

    commento CUOR DI RONDINE [Parte 1] Una pagnotta scura e un misero avanzo di carne. Non la si poteva certo definire una cena luculliana, ma fu comunque accolta con gratitudine: altre volte era andata decisamente peggio. Meglio godere del poco che si possiede in misura certa, anziché struggersi per desideri illusori. Del resto, era tardi per tentar di procacciarsi qualcos’altro. Il furgone dell’immondizia all’orizzonte, efficienza dell’amministrazione comunale, aveva già iniziato a inghiottire schiere infinite di bidoni e, con esse, le ultime speranze di un pasto migliore. Sorpreso da un brontolio allo stomaco, Nestore si ricordò dell’associazione che distribuiva pasti gratuiti ai senzatetto pochi isolati più avanti, ma accantonò sdegnato quell’eresia improvvisa. Dipendere dagli altri in maniera così palese l’avrebbe umiliato. Anche nell’indigenza, un certo decoro non doveva venir meno. Fare da sé. Non chiedere niente a nessuno. Mai elemosinare. Strinse con una mano il bavero del proprio liso cappotto e trascinò passi claudicanti lungo strade che aveva imparato a conoscere palmo a palmo. Scarpe memori di frangenti migliori calpestavano un acciottolato reso lucido dalla recente pioggia. Lo sguardo assente, meditabondo, Nestore scansava gruppi di persone dirette alle rassicuranti comodità domestiche. Un sorriso amaro fece capolino dalla sua barba incolta. Lavoro, letti morbidi, pasti caldi, a volte persino un cenno benevolo. Anche lui li aveva conosciuti. Anche lui aveva fatto parte di quella società schiava dell’incerto avvenire, dedita con ogni mezzo a scongiurare l’ombra della povertà. Ora che aveva toccato il fondo, invece, tutte le paure di un tempo erano svanite e il futuro, l’esistenza stessa, pur nelle sue costanti incertezze, lo lasciava quasi indifferente. Il mondo e le prospettive erano divenuti molto più piccoli. Così gli obiettivi, le aspettative, talvolta anche i sogni. Stravaganze della vita, spesso chi versava nelle condizioni peggiori si scopriva più sereno di chi le temeva solo. Dimenticava l’angoscia, la paura del nulla. Come aveva detto quel predicatore tedesco…. Nestore si fermò a riflettere, mentre il contesto circostante, magicamente, svaniva. Nemmeno si accorse che qualcuno lo aveva urtato e s’era allontanato imprecando. In quei momenti restava solo con se stesso e con i frammenti di una memoria sempre più labile. Un tempo avrebbe risposto con sicurezza a un simile quesito, ma troppi anni erano passati e la vita di strada aveva consumato tanti ricordi innocui per far posto a molta malinconia. Pazienza: prima o poi se ne sarebbe ricordato. Non era poi così importante. Un vicolo maleodorante lo accolse in silenzio. Difficile considerarlo veramente casa propria. Un senzatetto non ha fissa dimora. Il nome stesso che la società usa per classificarli esprime adeguatamente il concetto. Nondimeno vi sono posti che anche chi vive per strada considera propri più di tanti altri. Forse perché riesumano qualcosa da un animo spesso scontroso, forse perché hanno concesso riparo in frangenti particolarmente difficili. Chissà... Una sorta di empatia. Nestore s’inoltrò sin quasi alla fine del vicolo. Non sbucava da nessuna parte e questo, indubbiamente, lo rassicurava. Eventuali pericoli sarebbero potuti giungere da una sola direzione. Spalle al muro, poteva controllare benissimo lo spazio antistante. Nulla l’avrebbe colto impreparato. Del resto non dormiva mai granché. Le notti dei vagabondi sono notti insonni, tormentate dal ricordo di un passato che non possono più rivivere e amareggiate da un avvenire simile a un lento inabissarsi. Il cielo appariva limpido agli occhi ingenui di Nestore. Un tramonto caldo e rassicurante lambiva le asperità del suo viso, quanto una carezza infine concessa. Semplici piaceri, che si dissolvono innanzi agli sguardi indifferenti di chi non sa più coglierli. Il vagabondo chiuse gli occhi commosso e assaporò quella dolcissima sensazione sino all’ultima goccia. Quasi pianse. Con l’avanzare della sera, si sentiva emotivamente fragile. Non era stata una buona giornata. Mentre perlustrava i dintorni in cerca di cibo, il suo sguardo era caduto accidentalmente sulla superficie di una pozzanghera. Quanto vi aveva scorto l’aveva profondamente colpito. Si può anche tollerare di vivere come un vagabondo, forse, ma vedere il riflesso del proprio viso, scorgervi i segni di un progressivo abbrutimento e rivivere, per un istante, il doloroso percorso che ha condotto a divenir l’ultimo degli infelici, è un’esperienza che avvelena l’anima. Scacciò le lacrime con gesti rabbiosi. Non era il momento di cedere al sentimentalismo o rievocare pensieri dolorosi, ma di cenare e godersi una meritata tranquillità. Fece alcuni profondi respiri per riprendersi e si dedicò ai preparativi. Scorse la propria coperta sotto i giornali dove l’aveva riposta. Gli parve assurdo vedersi costretto a nascondere oggetti così poveri per timore di venir derubato da chi versava in condizioni simili, ma sapeva anche quanto la strada possa annerire il cuore di un uomo disperato e mutarlo in ladro. Meglio non correre rischi inutili. Aveva bisogno di quel misero panno. Durante la notte, la temperatura scendeva parecchio. La primavera era appena all’inizio. La calura estiva, madre benevola dei sonni ristoratori, lungi dall’offrirsi. Nestore stese uno dei pochi cartoni ancora asciutti, vi si sedette sopra e strinse al corpo la coperta lisa. Non ricordava in che modo l’avesse rinvenuta e trasformata nella discreta compagna di una vita. Anche la sera precedente si era posto lo stesso dilemma, senza riuscire a risolverlo. Più i giorni passavano, più si rassegnava a quei vuoti di memoria. La strada, la sua costante incoerenza, l’assenza di scopi, le giornate sempre identiche, svilivano la cognizione del tempo tanto quanto privavano del necessario respiro più di un ricordo. Presto il silenzio avrebbe concesso un po’ di pace. Niente più rumori, clacson, grida, lo sterile cicalare dei passanti. Se le nuvole si fossero dissolte, magari avrebbe potuto trascorrere la serata tracciando figure tra le stelle, come faceva da bambino. Distratto da quel gioco puerile, avrebbe differito il sonno e il passato non sarebbe giunto a tormentarlo, com’era solito fare. Ripensando a quante cose dimenticava ogni giorno, biasimò la propria memoria, precisa e puntuale nel rievocare solo ciò che più lo feriva. Quando restava inattivo o la malinconia spezzava la sua volontà, tornava con la mente a un giorno funesto, contemplava mani sporche di sangue rappreso, si osservava fissare incredulo il cadavere del rapinatore da lui ucciso, rammentava gli anni trascorsi in carcere, innocente, prima che la strada l’inghiottisse e le promesse dell’avvenire sprofondassero per sempre nell’oblio. Forse aveva meritato quella punizione. Forse era davvero la persona orribile che il dibattimento aveva inteso mostrare, per indurre il giudice al castigo. Il mondo intero l’aveva ripudiato. Una vecchia coperta senza identità rappresentava, ormai, la sua sola compagnia innanzi agli impervi crocevia dell’esistenza. Un sommesso brontolio giunse fortuito a rammentargli la sua parca cena. Iniziò a mangiare, cercando di non far troppo caso a quanto ingurgitava. Il pane era anche passabile, ma solo uno stomaco avvezzo ai disagi quanto il suo avrebbe potuto risolversi ad approcciare la carne. Quasi a umiliare la miseria, era stata gettata praticamente intera, ma liquidi di non ben precisata natura, colati dalla vicina immondizia sulla sua superficie, le avevano conferito un odore rivoltante. Impassibile quanto Diogene il cinico, Nestore si astenne dal criticare la qualità del cibo rivenuto, né l’ennesimo spreco di chi poteva mangiare a sazietà ogni giorno, giacché era proprio grazie a tali sperperi che riusciva a campare. Contrastando il comprensibile disgusto, ossequiente solo all’istinto di sopravvivenza che mostra commestibile quasi ogni cosa, si accingeva ad assaggiare quell’orrore con mesta rassegnazione, quando un brusio improvviso lo fece sussultare. La bocca ancora spalancata e un’espressione ebete spalmata sul viso rugoso, sollevò lo sguardo con fare perplesso, indagando l’origine di quel rumore e paventando il peggio. In quella parte della città non era infrequente dividere il proprio spazio con bande di ratti affamati. Giungevano alle prime ore del crepuscolo, uscendo da fogne o altri nascondigli e rastrellavano le strade in cerca di cibo. Molti vagabondi li temevano. Leggende metropolitane riferivano addirittura di uomini divorati nel sonno. Nestore derideva simili fandonie, ma non gradiva comunque la compagnia di quelle creature e le temeva quali potenziali veicoli di pericolose infezioni. Forse l’odore della sua cena li aveva richiamati. Rimase immobile un istante. Quasi non respirò nemmeno. Poco distante, sulla sinistra, colse un movimento in un cumulo di cartacce. Ecco da dove proveniva quel rumore! Il suo ospite segreto si era tradito. Non restava che passare all’attacco.
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    Racconto a quattro mani

    Racconto a quattro mani «Allora, ci siamo?» Anna entra in camera trafelata, lancia la borsa sul divano e raggiunge l’amica seduta davanti al pc. «Sì, i risultati del sorteggio sono stati postati poco fa: genere metaracconto, tema vibrazione.» «No, ancora! Che sfiga! Poteva capitarci un distopico, una bella favola, anche la fantascienza andava bene, e invece ci tocca fare le matte e parlare con i nostri personaggi.» Chiara si agita sulla sedia. «Ma no che dici, è fichissimo e ho già una marea di idee. Ho pure abbozzato qualcosa.» «Non oso pensarci.» Anna si tocca stancamente la fronte, mentre l’amica clicca entusiasta sulla cartella al centro del desktop. «Direi di iniziare da questo, si chiama “Primo amore”» mormora con voce sognante. «Oddio.» «Allora, la nostra lei, che chiameremo Olga…» «Perché Olga?» «È il nome di uno dei giudici, fidati di me: fa figo! L’ho fatto pure l’anno scorso per il deca.» «Ottimo precedente, ti ricordo che sei uscita al primo turno.» «…» «Quindi?» «Forse è meglio Pamela.» Anna sospira e alza gli occhi al cielo. «Dai, fammi sentire sto capolavoro.» «Allora, la nostra eroina è una timida liceale che s’innamora per la prima volta… E così è questo l’amore? Che sensazione meravigliosa! L’avevo tanto sentito decantare ma non speravo di trovarlo così presto. Lo stordimento dei sensi, l’inappetenza, l’insonnia… tutto questo finalmente mi appartiene.» «Alé! Pensa che affare.» «Zitta e ascolta.» Pamela trascorreva lunghe ore, seduta sul letto, a pensare a lui. I suoi occhi blu cobalto, le sue deliziose fossette, tutto di quel ragazzo la sconvolgeva. L’avrebbe chiamata, ne era certa, l’aveva capito dal suo sguardo quel sabato di appena tre settimane addietro… «Tre settimane? Cioè lei gli ha dato il numero più di venti giorni prima, quello non l’ha chiamata - e ha fatto bene - e questa ancora aspetta speranzosa? Oltre ad aver descritto una scema, mi vuoi spiegare che c’entra col tema?» «Oh, si vede che non sei mai stata innamorata! Le farfalle nello stomaco, l’emozione che ti scorre dentro quando lo vedi, facendoti vibrare fin nel profondo.» «Ma per favore! Se scriviamo una cosa del genere interrompono la lettura al terzo rigo per noia devastante.» «Ok, forse è un po’ banale, magari potremmo modificare qualcosa… ah, aspetta, senti così: Pamela trascorreva lunghe ore, seduta sul letto, a pensare a lui. I suoi occhi blu cobalto, le sue deliziose fossette, tutto di quel ragazzo la sconvolgeva. L'avrebbe chiamata al cellulare, ne era certa, l’aveva capito dal suo sguardo quel sabato di appena tre settimane addietro… «È uguale a prima.» «Sembra, in realtà non è così.» «Cioè?» «Ho inserito la parola cellulare…» pausa a effetto con la faccia da ebete, poi riprende:« Pamela usa la vibrazione sul telefonino.» «Quindi?» « Vibrazione come richiamo d’amore!» Anna si copre il volto con le mani e Chiara, che è molto intuitiva, capisce che avrebbe fatto bene a finirla lì. Peccato, le romanticherie le erano sempre piaciute ma, per amor di pace, scorre col puntatore sul secondo file. «Ok, ho capito, questa però ti piacerà.» «Ne dubito.» Chiara la ignora e riprende a parlare. «Allora, uno si vuole suicidare e decide di farsi spappolare da un treno.» «Già parte meglio. Dai, sentiamo.» Gian…Marco è stanco, stanco di tutto. Lavoro che detesta, moglie infedele, genitori che lo considerano un fallito rispetto all’illustre avvocato Goldoni, suo fratello, e così ha deciso: l’avrebbe fatta finita. Era arrivato sui binari da venti minuti, si era sdraiato sulle rotaie ed era rimasto ad aspettare, ma ancora nulla: la freccia era in ritardo… «Quale freccia?» «Beh, per farla finita prima, ha escluso un treno regionale, la freccia è nettamente più veloce purtroppo, però, mai in orario. Io da pendolare me ne intendo.» «Sì, sì, ok. Va’ avanti.» Mentre è lì con gli occhi chiusi, percepisce il vibrare delle rotaie: il treno sta arrivando. Di colpo, ogni sua certezza crolla. In fondo, il lavoro non è così male, i colleghi gli piacciono pure e la moglie, quante volte era stato lui a tradirla? Le vibrazioni aumentano, scandiscono i battiti forsennati del suo cuore e lo costringono a ripensare a tutte le cose belle della vita, ai sogni, le speranze... «E quindi? Non muore?» «No, no, muore, in realtà non fa in tempo a spostarsi preso dai ricordi, ma non è questo il punto. Pensa al tema: vibrazione come richiamo alla vita. Pura poesia, non credi? Certo è da sistemare, questa è solo l’idea di base ma…» «Mi pare ti sia sfuggito un particolare: l’ironia. In questa gara il racconto dovrebbe strappare almeno un sorriso no far piangere!» «Ops, questo l’avevo scordato.» Anna si alza e cammina nervosa per la stanza. «Dobbiamo osare, trovare qualcosa di estremo, di spregiudicato.» «Vibrazione di una chitarra? Un chitarrista bello e dannato?» «No, no.. di più…» «Le fusa di un gatto!» «E questo ti sembra spregiudicato?» sbotta Anna. Chiara si alza e torna con un grosso volume tra le mani. «Vibrazioni sismiche… diapason…» «Ma che fai? Ti sfogli il vocabolario?» «Beh sì, alle volte ci dovesse venire qualche idea. Senti questa, vibrazione del calcestruzzo: sistema adottato per il costipamento…» «Ci manca il costipato e siamo a posto!» «Ok, ok, aspetta. Oddio, questa di sicuro no.» «Che c’è?» «Niente, niente.» Anna scatta dalla sedia e prende lo Zanichelli dalle mani di Chiara. «Ma certo! Il vibratore! Come abbiamo fatto a non pensarci!» «Scherzi vero?» «Assolutamente no, così abbiamo il tema, una storia spregiudicata e un protagonista né scemo né suicida ma soddisfatto e appagato!» «E come lo metto il… » «Oh, è facilissimo.» «Come lo metto nella storia, intendevo.» «Figurati, che ci vorrà mai.» «Se Pamela potesse parlare te ne direbbe quattro!» Un bip bip impazzito attira l’attenzione delle ragazze che, incredule, si girano verso il desktop: il nome di Pamela lampeggia impazzito. Pare voler dire: ehi, fermi tutti, non vi azzardate a cambiare di nuovo! Anna ride deliziata. Chiara sbianca come un cencio. «Stiamo per buttare al vento anche l’ultimo briciolo di credibilità che ci resta, vero?» sussurra disperata. Domanda retorica: conosceva già la risposta. Così, rassegnata, apre un nuovo file. Titolo: Pamela e l’arte di arrangiarsi.
  7. L’uomo orso ricomparve davanti alle celle, aprì quella del ragazzo e poi quella del vecchio, poi trascinò entrambi lungo il corridoio che portava all’esterno della struttura. Ad aspettarli c’erano tre persone: lo stronzo con il cappellino della Marlboro sgualcito e la sigaretta perennemente in bocca, fucile mitragliatore con mirino; il coglione con gli occhiali da sole anche di notte, pistola e coltello di sopravvivenza con cui era solito finire le vittime. Poi, fucile da cecchino al fianco e uno sguardo soddisfatto sul volto, c’era Tom. «Sembra che le selezioni si siano ristrette, eh?» esordì, come se annunciare che tutti gli altri erano morti fosse una cosa divertente. Un odore di fumo aleggiava da lontano, proveniva da qualcosa che stava bruciando producendo una lunga colonna di fumo. «Non restate altro che voi. Raggiungete quel fuoco prima di morire e avrete salva la vita, ma attenzione: se arriverete tutti e due, ma ne dubito, uno di voi dovrà morire perché l’altro sopravviva. Avete un minuto di anticipo, vi conviene correre.» Un rapido sguardo tra i due contendenti prima di schizzare nel bosco il più veloce possibile. Un minuto dopo, forse anche meno, seguirono degli spari che annunciavano l’arrivo dei cacciatori di uomini. Il ragazzo si era allontanato volutamente dal vecchio poco dopo la partenza, era sicuro che se ne avesse avuto l’occasione lo avrebbe ucciso senza problemi a mani nude. Cercò di seguire la colonna di fumo usandola come bussola, ma era lento e provato dalla sera precedente e la ferita sembrava essersi infettata. Nonostante questo continuò la corsa e poco dopo sentì il primo sparo. Pensò che essendo un colpo solo fosse quello della pistola, anche perché era noto che il coglione con gli occhiali fosse anche uno dei più veloci. Pochi minuti dopo partirono le raffiche di mitra, ma erano distanti, solo per intimorire e far sentire la presenza. Attraversò un fiume e passò nella riva opposta, gli abiti lasciarono una chiazza di sangue e terra nell’acqua al suo passaggio e divennero più freddi e pesanti. Aveva percorso forse un chilometro quando il mitra lo raggiunse. Bucherellò piante e alberi poco distanti da lui, accompagnato da una risata isterica. Il fiato iniziava a mancargli, non avrebbe retto quel ritmo ancora a lungo. Scese più in basso verso uno dei fiumi che costeggiava la zona di caccia, delimitata da un’infinita rete elettrificata che impediva a chiunque di fuggire. Lui l’aveva costeggiata tutta e sapeva che poteva giocarsela a suo vantaggio. Deviò verso il punto esatto, sicuro che il cacciatore lo avrebbe seguito. Arrivato a ridosso di un rialzamento, dove subito sotto c’era la rete, si accucciò tra l’erba alta e alcuni alberi abbattuti e attese. Lo vide poco dopo, silenzioso, cauto e circospetto cercava la sua preda come se fosse un cervo. Gli passò davanti e non se ne accorse, si fermò per guardarsi attorno. Il ragazzo allora uscì gettandoglisi contro bloccandogli il mitra e spingendolo verso il punto estremo della radura. Ma questo era più forte, liberò il fucile e lo colpì al volto con il calcio. Il ragazzo arretrò con la faccia insanguinata, lui avanzò per finirlo. Con l’adrenalina a mille il giovane lo placcò allo stomaco e lo spinse di nuovo. Il cacciatore si ribellò colpendolo più volte alla schiena con il fucile ma lui non demorse, fino ad arrivare sulla punta del rialzamento. Il cacciatore perse l’equilibrio, cadde giù e si portò addietro il ragazzo. Entrambi ruzzolarono giù, il ragazzo cercò di aggrapparsi a qualcosa mentre il cacciatore finì diritto verso la rete. Il risultato fu simile a quando le zanzare finiscono sulla gabbietta con la luce che le attrae e poi vengono vaporizzate. Restò attaccato là, la rete che produceva ancora scosse sul suo corpo esamine. Il sopravvissuto raccolse il mitra, controllò il caricatore, era pieno. Guardò la distanza dal fumo, poi puntò lo sguardo dalla parte opposta e iniziò la scalata verso la vendetta. Non sapeva se il vecchio fosse ancora vivo, di sicuro si stava aggrappando a una possibilità che non aveva fondamenta, non avrebbe trovato la vita ma soltanto la morte una volta raggiunto il fumo. Certo, valeva lo stesso per il ragazzo, ma con la differenza che stava prendendo il suo destino per le briglie e aveva deciso di lottare e non soccombere. Tornare indietro gli sembrava l’unica possibilità, avere il fucile a tracolla poi gli dava più sicurezza e un barlume di vittoria iniziò a crescere dentro di lui. Aveva il fattore sorpresa dalla sua parte, poteva farcela se giocava bene. Da lontano partirono degli spari, prima uno singolo e poi a catena. Poi più nulla. Si fermò. Guardò in quella direzione, lungo un bosco sconfinato situato da qualche parte nel Brasile. Un’angoscia gli calò nel corpo, non sarebbe più stato capace di frenare il tremore di mani e gambe. Un passo in avanti, un altro ancora e riprese la corsa. Quando vide la struttura dall’aspetto fatiscente rallentò, accucciandosi cercando di vedere se c’era qualcuno. Tom era ancora dove lo aveva lasciato, si era seduto su una sedia di plastica tenendo le gambe incrociate e sembrava intento in un sonnellino. L’uomo orso però era vigile, ma di lui non gli importava, gli bastava un colpo. Si avvicinò, puntò il fucile verso la testa di Tom. Era difficile da quella distanza e lui non era un tiratore provetto, avrebbe dovuto avvicinarsi per forza. Piano piano, guardando dove metteva i piedi avanzò fino all’albero più vicino, poi si distese e continuò ad avanzare. Raggiunse una distanza sufficiente, perciò rimise il mirino davanti all’occhio sinistro e mirò. Si diede stabilità con i gomiti e spostò la croce nera del mirino sulla faccia dell’aguzzino cercando di tremare il meno possibile. Prese un respiro e si preparò. Un solo colpo sputato dal mitra schizzò verso Tom, conficcandosi tra occhio e naso uscendo dalla nuca, producendo uno schizzo di sangue e la caduta dell’uomo all’indietro. L’uomo orso lo cercò nella radura, ma il mitra si mosse veloce e produsse una scarica di proiettili che lo investì in pieno stomaco. Appoggiò l’arma a terra e si rialzò, ma d’improvviso un piede lo spinse dalla schiena di nuovo a terra. Tre spari di pistola gli bucarono il corpo, il fiato scomparve, non riuscì nemmeno a riaverne di nuovo. Tutto di fece bianco, scosso e doloroso. Poi la lama fredda di un coltello gli accarezzò la nuca. Sorrise, rammaricandosi solo del fatto che quello stronzo non sarebbe riuscito a vederlo. Avete perso, merde.
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    Psicoanalisi al parco

    La giornata inizia come tutte le altre. Faccio colazione, mi preparo, esco di casa e mi dirigo al parco con l'immancabile block notes sotto braccio. Mi siedo sulla solita panchina, all'ombra del grande pino, e rimango ad aspettare. Aspettare... Aspettare... ma l'orizzonte è sempre desolatamente vuoto. Eppure i presupposti ci sarebbero tutti: è domenica, c'è il sole, gli uccellini cinguettano, i piccioni tubano, ma qui c'è la vitalità tipica di un cimitero. Sono quasi sul punto di piangere, quando lo vedo comparire. Un ragazzo bellissimo: moro, occhi azzurri, fisico prestante e, cosa più importante, solo. Avanza con le mani sprofondate nelle tasche dei jeans e il viso rivolto al sole, poi mi vede e sorride. Adesso, pensatela come volete, ma per una ragazza di diciassette anni con gli ormoni in subbuglio e la voglia impellente di dare una svolta alla propria vita, piatta e narcolettica, è un'occasione ghiotta. Ripongo il notes nella borsa e assumo una posizione da vamp, ancora incredula per la botta di culo che mi sta capitando. – Ciao. Alzo gli occhi, fingendomi sorpresa e sperando che il bruciore che avverto sul viso non si sia manifestato all'esterno, trasformandomi in una piccola Heidi con due pomodori al posto delle guance. – Ciao - rispondo – Ti dispiace se mi siedo? Mi dispiace se non ti siedi! – No, affatto. Lui non se lo fa ripetere e mi uccide con uno sguardo da paura. – Bella giornata, eh? Ottima. – Già. – Ti ho vista con un quaderno in mano... scrivi? – Sì, in effetti è una mia passione. Lui sembra compiaciuto. – Che coincidenza, anche a me piace scrivere, anzi ho appena pubblicato un saggio su Tolstoj. Bello e colto, che figata! – Vieni spesso qua? - mi chiede. – Nell'ultima settimana ogni giorno. – Amante della natura? – Più che altro, aspirante amante. – Come? – No... cioè, amo la natura e adoro... le papere - dico, indicando lo specchio d'acqua davanti a noi. – Non sono papere, ma anatre mandarine. Quello che vuoi, tesoro. – E tu, come mai sei qua? - – Sinceramenete? – Certo. – Beh, speravo in un incontro come questo. A chi lo dici! – Sono certa che ne risulterai soddisfatto - dico, con una sicurezza che non ho. – Parlo abbassando il tono di voce e il risultato suona particolarmente seducente. Sono stata brava e lo capisco dalla sua reazione compiaciuta. Io sorrido intrigante, lui ammicca sornione, io gli sfioro la gamba, lui mi guarda la bocca e... – Stooooooooop! No! Non ci credo, l'ha fatto di nuovo! L'urlo risuona ancora nell'aria, quando il figone da paura scompare e io mi ritrovo sulla panchina, da sola. Incredibile, dopo giorni di calma piatta, finalmente le era venuta un'illuminazione, e che illuminazione! E lei che fa? Manda tutto a puttane! Il pensiero che il loop temporale, di cui sono stata vittima nell'ultima settimana, ricominci, mi fa andare fuori di testa. Adesso basta, non ho più intenzione di starmene qui a subire. Violerò il protocollo sui diritti e doveri dei personaggi e le farò vedere io. E, se non le vado a genio, che mi licenzi pure. Questa non è vita. – Ehi tu! Guardo rabbiosa verso l'alto e la faccia esterrefatta della mia creatrice riempie il cielo di carta che mi sovrasta. – Mah, che diavolo... devo essere impazzita. – Certo che lo sei. L'hai visto bene quel tizio? Quell'incrocio tra Ian Somerhalder e Brad Pitt? Come diavolo ti è saltato in mente di cancellarlo? Maria sbatte più volte le palpebre e assume un'espressione e una loquacità tipiche di un pesce lesso. – Mi senti? Sono qua giù – dico, saltando e muovendo le braccia sopra la testa. – Non ci posso credere – mormora, mentre avvicina un dito alla pagina, come a voler vedere se riesce a infilarsi dentro. – Hey! Questo non è il video degli A-ah! Questa è la mia vita e tu mi hai appena tolto l'occasione di avere la mia prima pomiciata al parco. Ma lo sai che ho diciassette anni? Di-cias-set-te e tu ancora non mi hai fatto vivere nemmeno un'emozione decente. Maria si riscuote. – Mi... mi dispiace. – Ti dispiace? Figurati a me! – Però non è del tutto vero – cerca di giustificarsi - c'è stato Fabio. Adesso è il mio turno di essere sconcertata, mentre l'immagine dell'occhialuto del mio primo giorno al parco, coi capelli rossicci e il sorriso alla Robocop, per via dell'apparecchietto ai denti, quasi mi fa venire le lacrime agli occhi. – Tu non stai tanto bene, vero? Mi stai paragonando quello – e faccio cenno alla panchina ormai vuota - con pel di carota? Maria sembra pensarci un po' su. – Beh, in effetti... – Alleluia! Allargo le braccia e poi torno a guardarla. Sembra un cane bastonato e quasi mi fa pena. Forse sono stata un po' dura e capisco che devo ridimensionarmi: da questo discorso potrebbe dipendere la mia stessa esistenza. – Che problema hai? Magari potrei darti una mano. Lei sembra interessata. – Potresti davvero? – Certo, dimmi tutto. Maria tituba un po', guarda verso la porta, poi di nuovo verso il foglio. – Credo sia colpa dei miei genitori. Ecco, ci siamo, finalmente del materiale su cui lavorare. – Aspetta, fammi prendere l'occorrente. Mi riaccomodo sulla panchina e tiro fuori il block notes. – Su, continua. – I miei genitori sono... come dire, un po' all'antica e questo non giova molto alla mia vita sociale. Se è per questo nemmeno alla mia. – Nel senso che non ti hanno mai fatta uscire con un ragazzo? – Ma che ragazzo, frequento solo l'azione cattolica, il sabato dalle 16 alle 17:30/17:40. Cristo santissimo! Il pensiero che il mio futuro sia legato alle sue inesistenti esperienze, mi fa venire il panico. Mi vedo catapultata in chiesa, con una coroncina del Rosario fra le mani e un velo sulla testa. Ho il panico. – Maria, scusami cara, ma questo cosa c'entra con me? – Beh sai, non avendo mai vissuto certe cose, non so bene come descriverle sulla carta. Di colpo capisco quanto sia fondamentale che la mia creatrice dia una svolta alla sua vita noiosa. – Ascoltami bene Maria, tu soffri di un disturbo piuttosto diffuso: sindrome da genitore asfissiante. Non è grave anzi, curarsi è più semplice di quanto pensi. – Davvero? – Ma certo. Io capisco molto bene come ti senti. Sei prigioniera di un mondo che non ti appartiene, devi reagire. Gli occhi corrono a un poster di Keanu Reeves appeso sopra il suo letto e ho un'ispirazione. – Hai presente Neo, di Matrix? Come previsto lei s'illumina. – Bene, tu devi fare come lui, ti devi liberare dalla schiavitù, dal giogo che ti tiene legata e scoprire la vita vera, quella che c'è là fuori. Prendi la pillola rossa! – urlo con enfasi - Se collaboriamo, avremo entrambe quello che vogliamo. Maria ha gli occhi che le brillano. – E come? – Facilissimo: tu fammi far pratica e io ti saprò guidare con i consigli giusti. Ti aiuterò a uscire dal guscio, senza timore di farti sentire inadeguata. Io sperimenterò dentro, tu fuori; io sarò la teoria e tu la pratica. In effetti straparlo, ma lei si gasa. – Mi hai convinta. D'ora in poi non sarò più succube dei miei genitori. Del resto che c'è di male ad avere un ragazzo? – NIENTE! Assolutamente niente cara, anzi! – Ormai sono grande, non posso mica vivere come una monaca! – INFATTI! – Parlerò con i miei genitori, spiegherò loro le mie esigenze: che ho diritto di vedere ragazzi della mia età, di andare alle feste, di vivere insomma, per il mio bene. Non possono continuare a tenermi sotto una campana di vetro. Parla a raffica, andando avanti e indietro per la camera. Sembra un po' matta, col viso esaltato e gli occhi spiritati, ma credo di averla motivata alla grande. Poi, finalmente, ritorna verso di me. – Non so come ringraziarti, tu oggi hai cambiato la mia vita – mi dice. – Figurati, che vuoi che sia!...Ehmm, anche se un modo ci sarebbe. Maria sorride e si risiede davanti alla scrivania. – Già, immagino di sì. A quel punto, ripongo il notes e metto il rossetto. Appena in tempo: ecco il mio figaccione ricomparire all'orizzonte e, stavolta, per restare. – Grazie Maria!
  9. CACCIATORI DI UOMINI Gli occhi impastati da un sonno denso s’aprirono lenti, sbattendo più volte alla ricerca di un appiglio conosciuto. Attorno a lui un denso manto d’oscurità si stagliava per chilometri, piccoli bagliori appena visibili accompagnavano una luna a metà. Le mani erano unte del terreno su cui era sdraiato, molle per colpa della pioggia che era scesa mentre dormiva. Era zuppo, solo in quel momento se ne rese conto. Il maglione con il cappuccio, i jeans strappati all’altezza del ginocchio, le Adidas logore e strappate. Tutto lercio. Si rialzò, non vedeva un accidente, non ricordava come era finito lì e neanche il perché. Le scarpe sprofondarono nella melma mentre si guardava attorno cercando di capire cosa fare. Era nella foresta, di quello ne era certo. Sentiva i grilli cantare, il vento soffiargli freddo sul volto, indurendo lo sporco che sentiva appiccicato come colla istantanea. I movimenti delle foglie, anche quello era riconoscibile. Cercando di distinguerne altri individuò un movimento, qualcosa di irregolare, dei rami che si spezzavano, poi un flebile respiro che sembrava molto vicino. Un sibilo, lo avvertì prima che qualcosa si conficcasse nella sua spalla. Cacciò un urlo di dolore e ricadde a terra, mentre un’altra freccia lo oltrepassava finendo nell’erba incolta. Scavò sul terreno e a occhi ciechi s’infilò nella radura, correndo contro ogni logica di sopravvivenza, colpendo tronchi e sfregiandosi con i rami. Inciampò dopo poco, tirò in avanti le mani d’istinto ma non trovò mai l’appiglio di cui aveva bisogno. Cadde di nuovo nel vuoto, rotolando tra erba e sassi, colpendo con i piedi un arbusto coperto dalla notte, fino a ritrovarsi sulla riva di un fiume con l’acqua che lo circondava. Ogni osso che possedeva, ogni muscolo, qualunque cosa si stava lamentando a gran voce nella sua testa. I piedi gli pulsavano, la spalla faceva un male del cazzo e anche se non la toccava sentiva il sangue scorrere dalla ferita. La freccia si era spezzata con la caduta ma il pezzo era di sicuro là dentro, che scavava in cerca di dolore e bestemmie. Di nuovo, cercò di alzarsi ma questa volta non riuscì, la sofferenza lo assalì e decise che era meglio lasciarla fare. Una secchiata d’acqua gelida dall’intenso odore fognario lo risvegliò, purtroppo, riportandolo alla dura realtà. «Svegliati merda, non sei ancora morto» sghignazzò una voce proveniente da un uomo tanto peloso da sembrare un orso, che per simpatia gli piazzò una pedata sulla schiena e poi gli tirò pure il secchio addosso. Poi uscì dalla cella tutto contento, bloccando il chiavistello con un grosso lucchetto e mettendosi la chiave nel taschino della salopette macchiata di scuro grasso. O sangue secco. O tutte e due, era troppo rincoglionito per distinguere qualcosa. Cercò invece di riprendere fiato, accorgendosi di respirare in modo irregolare, veloce e con fastidiosi bruciori alla gola. Appoggiò la mano sul pavimento e cercò di issarsi, partì un intenso dolore che gli arrivò fino al cervello, paralizzandolo agonizzante per paio di minuti. Il secchio rotolò fino ad appoggiarsi alla sua testa, lui in uno scattò d’ira lo spinse contro la parete con una manata. Con quel gesto si accorse di essere in mezzo a una grossa pozza di sangue e fango. Il suo sangue. «Ragazzo!» Una voce sembrava avercela con lui. «Hei, ragazzo! Sei vivo?» «Ancora per poco… Cristo!» Altra fitta orribile, se avesse continuato a stringere i denti così tanto era sicuro che se li sarebbe scheggiati. Il vecchio che lo stava chiamando era rinchiuso in una cella poco distante dalla sua. Erano tutte in fila, la maggior parte aperte, tranne tre: la sua, quella del vecchio e un’altra più in fondo. I pochi sopravvissuti. «Il rosso è morto» lo informò il vecchio. «L’hanno lasciato a marcire nella sua cella.» Ora erano rimasti in due. L’odore di morte, ora che gli era stato fatto notare, gli entrò nel naso e decise di non andarsene mai più. Quello, l’odore di merda e di piscio erano l’unica cosa che conosceva fin troppo bene. «La tua spalla fa schifo» lo informò, come se non se ne fosse reso conto da solo. «Mi hanno tirato una cazzo di freccia, ci credo che fa schifo.» «Non ti preoccupare, con quella ferita non camperai tanto.» Il ragazzo digrignò ancora i denti dal dolore. «Fottiti, vecchio di merda.» «Vedrai.» Aveva pensato da subito che quel vecchio potesse essere un alleato per lui, ma una volta capito come funzionavano le cose l’aveva ben presto designato come nemico. Perché? Perché in quel gioco del cazzo, dove dei selvaggi si divertivano a rapire e cacciare uomini chi restava in vita fino alla fine gli veniva restituita la vita e quindi la libertà. Il vecchio pensava che se fosse sopravvissuto abbastanza avrebbe visto la luce, il ragazzo però sapeva che l’unica luce che avrebbero visto sarebbe stata quella bianca dell’aldilà. Non c’era nessuna possibilità, niente libertà, nulla di nulla. Vallo a spiegare al coglione. Comunque, a differenza sua, lui non era di certo speranzoso, sapeva che era una fregatura da subito e l’unico motivo per cui era vivo era aspettare il momento giusto per vendicarsi. Quegli schifi avevano un capo, lo chiamavano Tom, aveva la faccia da buono ma era un animale come pochi. Era stato il primo a cacciarlo, gli aveva sparato alla gamba per farlo correre di meno e poi lo aveva seguito con un fucile da cecchino per tutta la zona boschiva dove si nascondevano. I colpi risuonavano ancora nella sua testa. La paura di non sapere dove fosse, il terrore di venire colpito ma non fatalmente, perché l’unica cosa che volevano tutti quanti era morire il prima possibile. Quindi il suo piano era sì vivere fino alla fine, ma per guadagnarsi la libertà e potersi trovare a faccia a faccia con Tom. Poi l’avrebbe ucciso.
  10. Eudes

    La vita in un'app

    Commento: ·Congratulazioni! Lei è appena entrato in possesso dello Smartphone Last Generation modello 2044 B prodotto dalla Cippa-Lippa Creation, azienda all'avanguardia nell'integrazione delle più sofisticate tecnologie su cellulare. Sperimenti subito le sue funzioni! Usare Last Generation 2044 B è facilissimo. Non per caso il nostro motto è “Tu pensalo...e noi ti renderemo in grado di farlo”. Perché ciò sia possibile non le chiediamo altro che accettare la connessione del suo cervello alla nostra rete. Connettere il suo cervello alle rete wi-fi Cippa-Lippa Creation? Sul display apparvero i canonici tasti “Accetta” o “Rifiuta”. Daniel esitò, prima di ricordarsi che aveva fatto un mutuo di 36 mesi per permettersi quell'apparecchio. 23 anni, single, magro, occhi castani e capelli ricci, viveva con coinquilini che mal sopportava in uno squallido appartamento di periferia. Il suo lavoro, operatore ecologico, gli piaceva ancor meno: lo avevano assegnato al turno notturno, otto ore in piedi aggrappato alla parte posteriore di un maleodorante camion pieno di spazzatura, fermandosi ogni cinquanta metri per caricare e scaricare bidoni stracolmi di nefandezze umane. Ma come recitavano i poster pubblicitari della Cippa-Lippa “Un'altra vita è possibile. E noi siamo in grado di offrirtela”. Era stato questo slogan, oltre all'invidia che aveva provato sentendo gli elogi degli amici alle prestazioni del Last Generation, a convincerlo a fare un mutuo agevolato di 36 rate mensili, pur di permettersi l'apparecchio. Ormai lo aveva acquistato, ce l'aveva tra le mani, e non aveva alcun senso non utilizzarlo al massimo delle sue prestazioni. Si convinse quindi a premere su “Accetta” ·Connessione in corso...attendere prego Guardò, con un misto di curiosità ed apprensione, la scritta sul display, finché non senti una voce dal suono metallico infilarsi nel cervello. ·Connessione completata! Ora Last Generation 2044 B è in grado di leggerle l'inconscio e i pensieri, nonché guidarla in quelli altrui, al fine di migliorare le vostre prestazioni in molteplici attività, come sedurre, cucinare, guidare, negli sport e tanto altro ancora. D'ora in poi per ogni decisione presa la Cippa-Lippa Creation le assegnerà punti bonus. Più le sue azioni si avvicineranno ai suggerimenti del nostro software, maggiore sarà il punteggio ottenuto. I bonus daranno diritto a sconti sul traffico telefonico, viaggi all'estero gratuiti e numerose altre vantaggiose offerte promozionali. C'è la possibilità che, di tanto in tanto, nella sua testa risuonino anche consigli per gli acquisti, della durata di dieci secondi. Per ogni spot ricevuto, guadagnerà un punto bonus “Oddio, è possibile cancellare i messaggi promozionali?” pensò Daniel ·Pubblicità fastidiosa? Spam? Posta indesiderata? Scarica Clean & Clean, l'app che ti libera la mente! (grazie a questo messaggio hai appena guadagnato un punto bonus) “Tutto quel che vuoi, purché non ne arrivino altri” implorò Daniel ·Caricamento dell'applicazione Clean & Clean in corso. Installazione di Clean & Clean. Installazione eseguita. Funzione anti-banner eseguita. La sua testa è ora libera da qualunque forma pubblicitaria. Meno male, penso Daniel. Ma non fece in tempo a pensarlo quando nella sua testa risuonò un - bip! ad avvertire l'arrivo di un nuovo messaggio. “Che c'è ancora?” pensò quasi disperato, non aveva fatto in tempo ad accettare la connessione che la sua mente era stata subissata di nuovi messaggi. ·Elena, 22 anni, studentessa, mora, cerca principe azzurro, o ragazzo con cui passare bei momenti “E dovrei essere io il suo principe azzurro?” si domandò Daniel ·Le tue caratteristiche corrispondono alle sue richieste. Per tutto il resto basterà seguire i consigli dell'app Seduci e Conquista. Scaricare l'app? Ma sì, proviamo pure, e andiamo a conoscere questa Elena, si convinse infine. Elena non era brutta ma neanche aveva quel fisico da modella che il ragazzo aveva sperato di incontrare. Aveva un viso paffuto, i capelli lisci, fianchi larghi, leggermente in sovrappeso; aveva però occhi dolci e labbra sensuali e carnose, oltre un seno prosperoso. ·Forse lei non sarà la donna dei tuoi sogni, ma potresti diventarlo tu dei suoi consigliò l'app. Daniel decise che valeva la pena fare un tentativo, non tanto convinto dalle parole dell'applicazione quanto dal seno prosperoso. Da sempre imbranato nell'approcciare una donna, segui passo passo le istruzioni del Lost Generation per rompere il ghiaccio, mentre, grazie alle proiezioni olografiche con cui lo smartphone poteva cambiare clima e aspetto del paesaggio circostante, circondò Elena di luoghi affascinanti, portandola a Venezia, tra la cascate del Niagara, o circondandola di fiabeschi giardini fioriti. Col trascorrere dei minuti più Daniel prendeva sicurezza e iniziò ad andare a ruota libera, non sentendo la necessità di ulteriori consigli o rassicurazioni da parte del software, grazie al quale conosceva bene i gusti di Elena ed era in grado di sfruttarli a proprio vantaggio. Passeggiavamo tra sentieri circondati di rose, magnolie, viole, gigli e tulipani: Daniel sentì l'impulso di cogliere una camelia per metterla tra i capelli di lei, quando avvertì l'ennesimo - bip ·Chiedile di sposarla “Ma sei impazzito? L'ho appena incontrata! Che motivo avrei di fare una sciocchezza simile?” chiese mentalmente Daniel a quell'aggeggio che malauguratamente aveva accettato di infilarsi nel cervello. ·Chiedile di sposarla! Avrai diritto a 1000 punti bonus “Ma chi se ne frega del bonus! Non ci penso proprio!” si rifiutò il ragazzo. Non molto dopo numerosi bip consigliarono Daniel di allontanarsi. Il giovane non avrebbe voluto cedere ma il software assicurava che era la stessa ragazza a non volerlo più e che il conflitto di intenzioni creava problemi a entrambi i dispositivi Cippa-Lippa, il suo e quello di Elena. Se non voleva ritrovarsi con un cellulare appena comprato e già danneggiato, era consigliabile allontanarsi. Daniel si convinse, provando un misto di rancore e rabbia nei confronti di Elena. Mentre si allontanava incontrò un altro ragazzo, un tizio alto, biondo, con gli occhi azzurri, con una tavola da surf sottobraccio. Il tizio gli fece un accenno di saluto, quindi sì allontanò, dirigendosi verso il luogo in cui Daniel aveva lasciato Elena. Nervoso e preso dai propri pensieri sulle prime dapprima non badò al surfista, diede peso alla questione solo successivamente, quando notò il paesaggio circostante trasformarsi in una sconfinata spiaggia australiana. Roso di gelosia, non poté fare a meno di fermarsi, restando in disparte a guardare da lontano quel tizio biondo che cingeva lei sorridente, mentre le insegnava a tenersi in equilibrio su una tavola da surf. “Ma che mi frega!” si disse, cercando di consolarsi , mentre se ne andava “manco mi piaceva!”. Eppure in cuor suo soffriva, come capita a tutti coloro che sono appena stati scaricati. Come se non bastasse, venne anche a piovere. Daniel tentò di modificare il clima grazie alle applicazioni in suo possesso, sfortuna volle che...non c'era più campo. Il Lost Generation non prendeva! “Cazzo!” gridò, mentre la pioggia nascondeva qualche lacrima. E senza intrusi in testa, gli venne un'intuizione forse più efficace di quelle finora avute dalla tecnologia. Era tutta una recita. Elena non voleva davvero sposarsi, stava solo cercando di vivere il suo film. Come una regista, lo aveva chiamato a recitare una parte, licenziandolo appena intuito quanto fosse inadatto ad un ruolo cui non aveva saputo attenersi, non fino in fondo almeno, liquidandolo su due piedi. Curiosamente, anche lui non aveva fatto che recitare, ma senza prendere davvero l'iniziativa, seguendo piuttosto i consigli di un suggeritore informatico. E quando aveva iniziato a fare di testa sua, le cose non erano affatto migliorate, anzi. Avrebbe dovuto attenersi al copione, come da richiesta. Sospirò, quindi estrasse lo smartphone fuori dalla tasca, soffermandosi a guardare sul display il logo della Cippa-Lippa, un lecca-lecca rosso con bastoncino giallo. Un servizio il cui scopo sarebbe aiutarci a vivere, invece non fa altro che insegnare a recitare, migliorando le nostre prestazioni da registi o attori. Ma forse era quello il problema, burattinai e marionette son sempre esistite, e il progresso non ha fatto che aiutarle le une e le altre ognuna nel proprio ruolo. Ma, a vivere, quello bisognava impararlo da soli. Avrebbe voluto buttarlo lì, quel coso, nonostante le trentasei rate del mutuo, eppure, lo sapeva, non ci sarebbe mai riuscito. Nella sua testa, già giravano le parole “è uno strumento utilissimo, devo solo imparare a gestirlo meglio. Comandarlo io, piuttosto che lasciarmene influenzare”. Non gliele aveva suggerite alcun software. Era un'ipocrisia che si stava facendo strada da sola, pur di non confessare esplicitamente a sé stesso che non avrebbe più saputo fare a meno di quell'oggetto. Allo stesso tempo, teneva a bada un tarlo che iniziava a sfiorarlo: quello che hai fatto è pericoloso. Acconsentire ad un'azienda di sapere tutto di te, ti rende manipolabile. Mogio, proseguì nella strada verso casa, pensando ad Elena. Lo aveva cambiato, quell'incontro di poche ore? Si rispose di sì, che da allora in avanti non si sarebbe più fatto condizionare, né da persone che vogliono rifilarti in un ruolo a cui neanche credono, né da chi, uomo, donna o macchina che sia, gli suggerisce di recitarne uno, qualunque fosse. Si sarebbe sforzato di imparare a vivere, vivere davvero. Smise di piovere. La connessione tornò. L'orologio segnava le 22. Daniel chiese al suo gingillo se era possibile creare un tramonto. Il Lost Generation lo accontentò, e Daniel si avviò verso casa sotto un cielo pennellato di rosso, con sfumature porpora, mentre file di alberi sembravano sanguinare. Con questo panorama si avviò verso casa, ma passarono solo pochi minuti e ci ripensò, spegnendo l'apparecchio. Come per magia, scese la notte. Meglio così. In fondo, preferiva la luna. Quella vera.
  11. Matt

    I giorni del cambiamento

    Commento I GIORNI DEL CAMBIAMENTO Capita che, d’improvviso, qualcosa che si ritiene ordinario manchi. Quel qualcosa è parte della vita in un modo che, nel momento della sua scomparsa, crea subito subbuglio. Era successa la stessa cosa con Internet. Quando era stato annunciato che non sarebbe funzionato per un po’ di tempo, causa problemi tecnici, nessuno aveva pensato che non sarebbe mai più tornato. Quello fu l’inizio di ciò che chiamarono il Cambiamento. Internet era un modo per tenere i contatti, e quando svanì ci fu il caos generale: non si seppe mai come successe, come il mondo perse la miglior fonte di informazioni di sempre, scomparve semplicemente e nessuno poté far nulla per ricrearla. Con Internet assente le informazioni passavano tutte per tv e radio: il tg era presente in ogni canale, salvo alcuni per cercare di salvaguardare la normalità, e dalla radio sedicenti veggenti avevano iniziato a predire l’apocalisse. Il panico, totale, immenso panico invase come una tormenta ogni parte del mondo quando la tv annunciò che per precauzione conveniva serrarsi in casa e non uscire. Perché? Cosa stava accadendo fuori? Non vollero dirlo per qualche intricata ragione che non aveva fondamenta; ma poi la curiosità passò in secondo piano, sorpassata dall’istinto di sopravvivenza. Le finestre vennero sbarrate, le porte sigillate, e chi per sfortuna era rimasto all’aperto si sperava che Dio l’avesse in gloria. La tv sparì due settimane più tardi dal Cambiamento, più nessuno era rimasto a ripetere il mantra “non uscite, restate al riparo”, anche se pian piano era divenuto palese per tutti. Eppure la radio sembrava dell’idea opposta. Dallo stereo a corrente con l’entrata dei cd rotta, gli ultimi speaker rimasti annunciavano che c’era un rifugio e che era pronto a ospitare chiunque fosse ancora in vita. “Mi rivolgo a tutti voi: a chi non ha più cibo, a chi non ha acqua, a chi ha bisogno di cure mediche. Esiste un rifugio, esistono viveri e infermieri pronti ad aiutarvi, esiste un pozzo per l’acqua e altre persone. Non siete soli.” Quello che l’annuncio non diceva era che l’esterno uccideva, mieteva vittime peggio del colera e se qualcuno avesse deciso di ascoltare il messaggio avrebbe incontrato solo la morte. Null’altro. E allora perché incitare la gente a uscire? Perché assassinare volontariamente tutte quelle persone? C’era una teoria in proposito che si era radicata via via: parlava di un santone, convinto che il Cambiamento fosse colpa di qualcuno e che l’unico modo per fermarlo fosse l’espiazione dei peccati. Morti, troppi per contarli o solo per pensarli, immaginarli dava un senso di suicidio. Io lo so, l’ho vissuto. Mi sono rintanato in casa come tutti gli altri, nascondendomi da qualcosa che non potevo vedere né immaginare. Era un nemico sconosciuto, con le sembianze di una leggenda narrata dalla radio, plasmato dalle parole di sedicenti santoni. All’inizio ci avevo creduto, volevo rimanere vivo e sperare che quanto prima tutto si potesse sistemare. Quella speranza era rimasta, mentre il cibo svaniva in modo inesorabile. Ero da solo, come lo ero stato in tutta la mia inutile vita, mangiavo il minimo indispensabile per allungare la terribile agonia. Fu proprio la speranza a tenermi in vita per due mesi, senza sapere cosa stesse succedendo fuori, senza sapere se c’era ancora qualcuno o se erano tutti morti. Fu in un pomeriggio, cinque settimane e due giorni dopo il Cambiamento, che sentii distintamente delle voci in strada. Erano urla, qualcuno che cercava qualcun altro, pianti e grida di disperazione. Tentai di sollevare la tapparella ma la ritrovai bloccata e in quel momento capii che ero in una prigione senza uscita. Morirò, avevo pensato, morirò come tutti gli altri. Verso la fine del secondo mese la radio aveva smesso di funzionare, ipotizzai che le linee elettriche fossero andate, abbattute dalla bufera che rimbombava sulla casa senza sosta. Era un brusio, continuo, che entrava nel cervello ed era impossibile liberarsene. Accusai momenti di follia. Pensai di uccidermi perché ormai avevo capito che non ci sarebbe più stato nessuno miglioramento. Il mondo era finito, ka-boom, andato, checché ne dicesse il santone. Perciò, conscio dell’avvenire che mi attendeva, sapendo che la mia vita era stata solo un inutile cumulo di scene programmate, la scuola, i problemi, l’amore non corrisposto, il lavoro mai voluto, decisi quindi che dovevo rendere almeno la morte dignitosa. Potevo scegliere se farla finita in casa o uscire e vedere cosa davvero stava accadendo al mondo che mi aveva ospitato per ben settantacinque anni. Quindi presi un capotto, quello lungo di pelle che mi piaceva tanto, indossai un berretto, una sciarpa e mi preparai davanti alla porta. La mano tremava mentre stringevo la maniglia, mi voltai per l’ultima volta ad osservare la casa, poi torsi in senso antiorario il polso e mi affacciai all’esterno. Quello che vidi? Non era neppure la punta di quello che mi ero immaginato. Sabbia rossa aveva coperto tutto: giardini, strade, case, macchine, bidoni della spazzatura, cassette delle lettere; sospinta da un vento incessante aveva assunto la veste del Cambiamento, il messaggero della morte. E io ne ero succube. Camminavo lento, cercando di non farmi trascinar via, inciampai un paio di volte, e in una di queste andai a sbattere contro un’auto. Quando riuscii a sollevarmi notai uno scheletro alla guida, la mascella caduta e la pelle sciolta e mischiata all’imbottitura del sedile. Tossii e ebbi un conato di vomito che a stento trattenni. M’imposi di continuare ad avanzare ma più lo facevo più i cadaveri immersi nella sabbia aumentavano di numero. Fu in quelle strade che vidi le prime scritte: “La radio mente”, “Noi siamo gli impuri, noi siamo il sacrificio”, “Non c’è speranza, solo morte”, “Torna indietro”. La maggior parte degli autori era diventata parte stessa del messaggio, sciolti come cera contro le pareti. E non capii che stavo diventando anche io come loro, non sentivo che il respiro si faceva sempre più veloce e non avvertito il cappotto arricciarsi mentre si scioglieva a contatto con la sabbia. Raccolsi un foglio, la grafia di qualcuno dalla mano tremante di paura. “Dicono che siamo solo cadaveri per un fato superiore, carne per espirare i peccati compiuti nei secoli. Se è davvero così spero che il nuovo mondo non possa mai più vivere questo momento, spero che nessun altro debba vedere la propria moglie morire senza poter fare nulla e in fine spero con tutto il cuore che il nostro sacrificio non sia vano. Ti amo Jillian e ti amerò per sempre.” Sentii un dolore al petto che mi fece barcollare, mi appoggiai al palo di un semaforo e cercai di respirare a fondo. Sul muro accanto l’ennesima scritta, mi fermai a osservarla. “Qui giace il bottino della morte, l’attesa è finita: la fine è giunta.” Una figura in rientranza contro il muro teneva ancora il braccio sollevato dove finiva la frase. Tossii di nuovo e questa volta sputai sangue. Mi chinai, lo stomaco ritratto, i polmoni che non immagazzinavano sufficiente aria. Finii per terra, la lettera in mano, incapace di muovermi. Con la sabbia che bruciava la pelle compresi che era la fine. Di tutto. Tenni il foglio in mano e immaginai che quella lettera fosse mia diretta a un amore che non avevo mai avuto. Esalai l’ultimo respiro, chiusi gli occhi e lasciai che la sabbia facesse il resto.
  12. Russotto

    Non nel nostro letto

    Raccontino breve scritto per un contest in un'altra vita. Non nel nostro letto. «E mi raccomando, non nel nostro letto.» Queste furono le ultime parole che mia moglie, sorridendo, mi disse prima di uscire di casa. Di lì a una settimana avrei dovuto raggiungerla in Liguria dove avremmo passato le ferie di agosto. Ormai me lo diceva ogni volta che, per un qualsiasi motivo, restavo solo per un tempo sufficiente a trovare un’altra donna e divertirmi con lei. Non nel nostro letto. L’amara ironia che permeava quella frase sembrava quasi volermi dire che ero autorizzato a tradirla, purché l’altra non violasse il nostro giaciglio. L’anticamera di una separazione consensuale dovuta a un’inevitabile quanto mal celata fine della passione. Da circa un paio di anni non ci sfioravamo più, neanche ci baciavamo quando ci salutavamo; forse l’assenza di figli aveva contribuito in maniera negativa a creare quella situazione. Forse. Ma di una cosa ero certo. Quella passione, quell’intimità, quella complicità che avevano caratterizzato i primi anni della nostra relazione mi mancavano da morire. Avrei pagato chissà cosa per tornare a quei tempi. Intanto, il desiderio di un corpo femminile mi divorava. Ogni volta che incontravo una donna non riuscivo a non pensare a quanto dovesse essere bello fare l’amore con lei; nonostante questo, però, non avevo mai osato pensare di andare a letto con un’altra. Meno che mai avrei seguito il consiglio di un mio amico, sedicente esperto di vita, secondo il quale sarei dovuto andare a letto con una prostituta. «Te la scopi, paghi e fine. Nessuna complicazione, nessun coinvolgimento. Una semplice prestazione professionale.» Inutile dire che lui non si era mai fatto problemi ad usufruire di tali prestazioni, mi disse pure che aveva qualche numero da darmi. Anche quella sera, quando ci vedemmo in birreria, ribadì la sua opinione. Disse che secondo lui stavo sprecando tempo prezioso, che un giorno non mi avrebbe più tirato e che avrei rimpianto di non aver approfittato, al momento giusto, dell’opportunità che mi si era parata davanti. «Ma cosa dici? Pagare per fare sesso? Non solo tradirei Manuela, ma farei pure una cosa oscena! Che schifo! Quelle vanno con la feccia della società, si fanno scopare da tutti. Chissà quante malattie si portano addosso! No grazie. Non sono il tipo. Vedrai che con Manuela si aggiusta. Altro che andare a puttane, io vieterei la prostituzione e manderei in galera sia loro che i loro clienti.» Ci salutammo verso mezzanotte, io mi avviai verso casa e, nel percorrere la solita strada, notai che ai lati della strada, un considerevole schieramento di giovani donne, belle e seminude, si muoveva sul bordo della strada ancheggiando e ammiccando ai passanti. «Che schifo!» pensai. Suonò il cellulare, vidi comparire sul display il volto di Manuela. Decisi di fermarmi per rispondere, senza pensare a cosa quel gesto avrebbe portato. «Ti ho interrotto per caso?» disse mia moglie con lo stesso tono a metà tra l'ironia e la rassegnazione che aveva utilizzato prima di uscire di casa. «Sì, stavo scegliendo una ragazza con cui passare la notte. Cosa vuoi?» «Scemo. Volevo solo dirti che sono arrivata, il viaggio è andato bene e fa caldo.» «Va bene. Io sto tornando a casa. Mi sono fatto una birra con Eugenio.» «E adesso cerchi compagnia?» «Fatti furba. Dai ora ti lascio così torno a casa.» «Buona notte.» «Notte.» Quando finii di parlare notai qualcuno vicino al finestrino della macchina. Quasi mi spaventai nel vedere il volto di una persona che mi fissava. Fu un istante poi notai che la persona era una donna molto giovane e stava sorridendo. Quando mi vide voltarmi verso di lei mi salutò con la mano. Feci per abbassare il finestrino, pronto a dirle che non ero interessato a nulla di quello che aveva da offrirmi ma, prima che potessi parlare, lei aprì la portiera e salì in macchina. «Ha bisogno signorina?» chiesi maledicendomi subito per la stupidità di quella domanda. «Andiamo.» «Dove?» Altra domanda stupida. Avrei dovuto semplicemente dirle di scendere. «Dritto. Avanti te.» Rispose lei allacciandosi diligentemente la cintura. In preda all’imbarazzo, non seppi fare altro che eseguire quell’ordine. Forse fu la fisionomia che tradiva una giovanissima età, o la voce, anch’essa molto giovanile; o quello strano accento straniero. Non seppi dire di no. Quella ragazza emanava tenerezza, era incredibilmente bella; fui quasi sul punto di chiederle come fosse finita a fare un mestiere così indegno ma mi trattenni. Pensai che era meglio non fare domande confidenziali ad una persona del genere. «Senti, forse c'è stato un equivoco. Io non volevo fermarmi.» «Sì, dicono tutti così ma poi.» «No, davvero. Stavo parlando al telefono con mia moglie.» «Ti aspetta? Stai andando da lei? Vuoi che faccio veloce?»Il fatto di aver menzionato mia moglie non aveva minimamente scalfito le intenzioni della giovane donna. «No, in realtà è al mare.» Per l’ennesima volta mi pentii di quello che avevo detto. «Allora andiamo a casa tua.» «No, no. Ferma.» Ribattei con improvviso sdegno. «Ma sei matta? A casa mia non ti ci porto.» «Vuoi fare in macchina?» «No! Non hai capito. Non ti porto a casa e nemmeno facciamo nulla in auto. Io certe cose non le faccio! Chiaro? Sei tu che ti sei buttata nella mia macchina, io non ti ho certo detto di salire. Io con quelle come te non ci vado. Ora ti riporto indietro e tu mi fai il piacere di scendere chiaro? Ma tu guarda! Ora mi toccherà disinfettare la macchina!» Avevo fatto il giro dell'isolato ed ero tornato nel punto in cui mi ero fermato poco prima. «Ecco, scusa per il disguido. Ora scendi per favo... oh cazzo!» Ripartii in tutta fretta sperando che il buio inghiottisse la mia auto il prima possibile. «Cosa fai? Prima dici scendi poi corri come pazzo?» si infuriò la giovane prostituta. «C’era una persona che mi conosce. Faccio di nuovo il giro e ti lascio.» «Ti vergogni?» «Io sono una persona per bene, non vado con le putt... con le prostitute.» «Visto che faccio così schifo non c’è bisogno che torni lì. Scendo qua. Così non devi disinfettare.» Non l’ascoltai. Dopo un altro giro dell’isolato arrivammo nuovamente nei pressi del punto in cui era salita. Feci per accostare ma lei emise un gemito di paura mi girò il volante facendo tornare l’auto in centro strada. «Prego! Va via! Porta via prego!» «Ma cosa fai? Non mi toccare!» Urlai mentre riprendevo il controllo della mia auto. «C'è uno pazzo che vuole me. Quello più cattivo di mio protettore, lui picchia me. Prego porta via.» «Va bene. Ti porto alla Polizia ma sia ben chiaro. Io non entro.» «NO! No Polizia. Io prego, non porta a Polizia. Io clandestina, non posso stare in Italia. Loro manda via me. Io ho figli, devo mandare soldi a casa. No Polizia. Prego.» Mi diressi verso una zona isolata e fermai la macchina pronto a farle una sfuriata. Spensi il motore e mi voltai verso di lei per guardarla negli occhi. «Insomma io non ti conos... ma che ti prende?» il suo viso, dolce come quello di una bambina, era solcato dalle lacrime annerite dal trucco. «Prego» disse con voce flebile «aiuta me.» «No, stai tranquilla: il nostro letto non lo ha neanche toccato.» stentai a crederci, Manuela, mia moglie, mi credette subito. Disse che sentiva dalla mia voce che ero sincero. Quando dissi ad Anna che l’avremmo ospitata finché la situazione non si sarebbe sistemata e che del suo caso si sarebbe occupato un nostro amico avvocato, lei scoppiò in lacrime e mi gettò le braccia al collo. «Io prometto che disinfetto la tua macchina. Prometto.» Disse piangendo. «Non dire stupidaggini che ne ho già dette abbastanza io. Tu devi solo promettermi di avere cura di te e dei tuoi figli.» Non so quanto i fatti di quella sera influirono sull'andamento della mia relazione con Manuela. So solo che quando si incontrarono parlarono a lungo. Chissà se Manuela, un giorno, vorrà raccontare questa storia alla piccola creatura che sta crescendo dentro di lei.
  13. Commento Eccomi nell’ennesima scuola nuova, a metà anno scolastico… metterò mai radici, prima o poi? Non ho mai frequentato la stessa classe per più di sei mesi, sono sempre l’ultima arrivata dappertutto. Sento gli occhi di tutti puntati addosso, dovrei esserci abituata ormai, ma è una cosa che mi mette sempre a disagio: vorrei tanto essere invisibile, ma purtroppo non lo sono. Cerco di immaginare cosa possano vedere in me gli altri: un totale disastro. I capelli sono una lunga massa informe di ricci rossastri, gli occhi sono troppo grandi e le orecchie: oh mio Dio! Ho delle orecchie orribili e mi pare che tutti non facciano che fissarle. Mi ficco per bene il berretto in testa nel tentativo di nascondermi il più possibile. Sto vagando per i corridoi in cerca della mia aula da almeno dieci minuti, ma le sezioni sono messe senza un ordine apparentemente logico e rischio di passarci la mattinata. Meglio chiedere informazioni a qualcuno: - Mi scusi - interpello una custode che sta leggendo un giornale, seduta dietro una scrivania e che mi ignora. Provo ad alzare il tono della voce: - Ehm, mi scusi, potrei sapere dove si trova la terza G? Senza nemmeno distogliere gli occhi dalla rivista, mi indica il corridoio sulla sinistra e biascica: - Ultima aula a destra. - Grazie mille – le dico, ma lei non mi degna nemmeno di uno sguardo: magari facessero così anche tutti gli altri! Mi dirigo verso l’aula, con lo zaino semivuoto su una spalla e lo sguardo fisso a terra. Seguo le mattonelle nere che si alternano in maniera ipnotica a quelle bianche. Arrivata in fondo al corridoio, mi rendo conto che sono rimasta l’unica fuori dalle aule: ecco, sono pure in ritardo. Mi faccio coraggio, levo il berretto e mi sistemo la chioma alla meglio, cercando di coprire con i ricci il viso e le orecchie. Prendo un bel respiro profondo, mi faccio più piccola possibile e busso. - Avanti! – rispondono dall’interno. Spingo sulla maniglia e apro l’uscio. Almeno una quarantina di occhi stanno guardando me che entro, richiudo la porta alle mie spalle e piombo per terra di faccia, per colpa di una cartaccia che mi fa scivolare. La risata scomposta di una ventina di persone sottolinea la mia pessima figura, certo che per essere una che voleva passare inosservata me la sono cavata benone, direi. Cerco di rialzarmi mostrando più dignità di quanta ne abbia in realtà e tranquillizzo la professoressa che, a giudicare dal colorito del suo viso, mi aveva data per morta. - Tu devi essere Verdiana. Benvenuta nella tua nuova classe. Siediti lì, in seconda fila, accanto a Riccardo. Il brusio e le risate si riaccendono nel sentire il mio nome. Certo che mia madre avrebbe potuto essere meno sadica dandomi un nome meno ridicolo. Sbuffo e mi siedo accanto a un ragazzone tutto brufoli che arrossisce e comincia a sudare freddo. Non emana un gran buon odore. - Bene ragazzi, un po’ di silenzio! Stavamo dicendo che domani ci sarà la verifica di scienze. Siamo arrivati al Sistema Solare. Verdiana, tu sarai esonerata dalle verifiche finché non ti sarai ambientata e portata in pari, naturalmente. - Non importa, conosco l’argomento. Posso provare a fare la verifica? Sento distintamente la ragazza seduta al banco dietro il mio camuffare con un colpo di tosse la parola “lecchina”, seguita da una risatina generale, ma decido di ignorare qualunque provocazione: non voglio certo coronare il mio primo giorno di scuola con una strage di sedicenni. Ormai il guaio è fatto: sono arrivata da cinque minuti e ho già l’etichetta di sfigata, maldestra e lecchina… non male! L’ultima volta ci ho messo un mese ad arrivare a questo traguardo. Il resto dell’ora passa veloce, il ripasso sul Sistema Solare mi annoia un po’, ma almeno mi ha dato l’idea del livello in cui si trova la classe: non dovrei aver problemi con il rendimento scolastico. Tutto fila liscio fino all’intervallo. Al suono della campanella tutti balzano in piedi ed escono dall’aula, tranne me. Meglio così, non ho una gran voglia di socializzare. Poco prima che la ricreazione finisca, l’orda chiassosa uscita poco prima comincia a rientrare. Alcune ragazze si assiepano vicino a me e mi fanno le solite domande: “Da dove vieni?”, “Come mai ti sei trasferita qui?” “Quanto tempo ti fermerai? Solite domande e solite risposte generiche, senza scendere troppo nei particolari, sicura che, tanto, non freghi a nessuno di sapere chi io sia. Dopotutto resto convinta che, meno sapranno su di me, meno problemi avrò. Al termine delle lezioni cerco di sgattaiolare fuori dalla classe il più velocemente possibile, ma un ragazzo mi ostruisce il passaggio sulla porta. - Mi faresti passare? Vado un po’ di corsa – dico in tono deciso, per mettere in chiaro che non intendo fermarmi. - Ciao, sono Claudio. Volevo solo scusarmi con te. - Scusarti? Perché? - Perché sei caduta a causa mia, il foglio su cui sei scivolata entrando era mio. Ma giuro che non volevo farti del male. - Non importa, avrei trovato lo stesso il modo per rendermi ridicola, anche senza il tuo foglio. Lui sorride mostrando due file di denti perfetti e bianchissimi, è l’esemplare meno orribile della specie che io mai visto e ha due orecchie bellissime, non ci posso fare nulla: è la prima cosa che guardo. Mi si avvicina, mi prende una ciocca di capelli e cerca di mettermela a posto, mi sottraggo appena in tempo, lui arrossisce. - Scusa, non… non volevo, io… - No, figurati, cioè io, ehm, devo proprio andare. Scappo a gambe levate, c’è mancato un pelo! Un leggero stato di euforia mi fa percepire la forza di gravità meno opprimente del solito, per non parlare del calore che sento sul volto… è solo un maschio! E che cavolo, sei messa così male? A casa tutto tace, mia madre è alle prese con le pulizie e sta sistemando i vari oggetti che ci trasciniamo dietro a ogni spostamento. Non abbiamo grossi averi, solo qualche foto ricordo, un po’ di vestiti di ricambio e poche diavolerie elettroniche che ci facilitano notevolmente la vita. Cerco di sgattaiolare per non farmi vedere, ma lei ha il radar sempre attivo e mi intercetta in un nanosecondo: - Ciao Verdiana, com’è andata a scuola? - Un disastro intergalattico, grazie – rispondo acida. - Non può essere andata tanto male, tesoro, su: racconta. - Niente di ché: sono arrivata in ritardo perché le aule sono messe a caso, sono in classe con dei soggetti orribili e minacciosi, ho tentato di morire spiaccicata in terra a causa di una cartaccia, ma soprattutto ho rischiato che tutti vedessero le mie fantasmagoriche orecchie. - Adoro le tue orecchie: sono così piccine e morbide – scherza mia madre sbaciucchiandomene una. La scanso con forza, e lei mette il broncio. - Scusa madre, non mi sembra il caso di scherzarci sopra: hai idea di quanto siano cattivi i ragazzi? - Non c’è proprio nessuno che sia stato carino con te? - No, madre, nessuno. Solo il soggetto che ha tentato di uccidermi è stato quasi accettabile: ti ho detto tutto. - Sei la solita esagerata! Lo sapevamo che avremmo avuto dei problemi, ma non mi sembra che ti stia impegnando molto per fare funzionare le cose: sai solo lamentarti. Pensa a tuo padre, ai sacrifici che fa ogni giorno per noi. Ha lasciato addirittura la sua galassia per farti vivere su un pianeta in cui non si rischi la vita. - Allora abbiamo sbagliato pianeta, madre: ma hai letto i giornali? Morti e feriti ovunque. - Be’ e chi l’avrebbe mai detto? Sembrava un pianete così ospitale e pacifico sul dépliant… Alzo gli occhi al cielo, ignoro l’aria di rimprovero di mia madre e corro in camera mia sbattendo la porta. Mi connetto a Space-snapchat in cerca di volti alieni, amici di altre galassie per condividere la mia giornata e per aggiornarmi sugli ultimi gossip interplanetari.
  14. libero

    The revenge

    Commento a Marionette - capitolo I Vagabondando. Non guardo i miei piedi che, ritmicamente, si sollevano dal suolo, compiono un lento arco nell’aria per posarsi infine circa un metro oltre la posizione originaria. Allo stesso modo lascio che siano loro a decidere non solo il come, ma anche il dove portarmi, liberando la mente dalla necessità di scegliere una meta. Lo sguardo può così vagare liberamente, soffermandosi sul volto di un vecchio, segnato dal tempo e rugoso come la corteccia di un pino, o sul sorriso indefinitamente intrigante di una ragazza, sulle linee sbilenche di un vecchio edificio, su una vetrina scintillante o sulla crepa che percorre il selciato, solcandolo come una linea di faglia. Camminando così, senza altro scopo che il guardarmi attorno, mi capita di ritrovarmi al di fuori dei percorsi abituali scoprendo ad ogni passo nuovi scorci che si nascondono capricciosamente agli sguardi affrettati, luoghi a me ignoti e inconsueti punti di vista su quelli già noti. Fu durante una di queste peregrinazioni che mi ritrovai ad assistere ad un evento peregrino. Mi trovavo ai piedi delle Alpi francesi, e più precisamente alla periferia di Dufort, nei pressi del castello da cui il paese deriva il proprio nome, in quel punto in cui la via principale curva bruscamente a sinistra e supera un ruscelletto, entrando in un boschetto di castagni e faggi. I miei piedi scelsero invece di non curvare, ma di proseguire diritto, dove l’asfalto lascia il posto al vecchio acciottolato sconnesso e consumato di una stradina stretta fra la roggia sulla sinistra e il cupo muro del castello alla sua destra. Un uomo sedeva, guardando fisso davanti a sé, sul ciglio della strada, con i piedi penzoloni che sfioravano quasi l’acqua della roggia che fluiva gorgogliando, seminascosta dalle erbacce. Improvvisamente l’uomo levò un iroso borbottio, bestemmiando panteisticamente contro ogni cosa, scagliandosi indifferentemente contro le pietre, l’acqua, le piante, gli uccelli che cantavano fra le fronde arrossate dall’autunno, dimostrando una fantasia davvero notevole, sia nella scelta degli epiteti che in quella degli obiettivi. Non sono un uomo né timido né pauroso, sono tuttavia di animo solitario specialmente quando mi coglie lo spirito errabondo, per cui mi mossi il più possibile silenziosamente nella speranza che l’uomo non si accorgesse di me. Le suole di gomma delle mie scarpe da ginnastica non producevano quasi alcun suono su quei ciottoli che in altri tempi dovevano risuonare dei colpi secchi delle suole di cuoio dei calzari; tuttavia non appena fui alle spalle dell’uomo questi si girò verso di me. «E tu? Credi forse di poter sfuggire al destino solo perché ti fai piccolo e silenzioso?» mi apostrofò. Mi bloccai, interdetto, troppo sorpreso dalla sua domanda per poter rispondere. Lo fissai scrollando le spalle e mi accinsi a riprendere il cammino. L’uomo si alzò: «Aspetta» disse. «Voglio mostrarti una cosa che mai hai veduto nei tuoi vagabondaggi e che mai vedrai nuovamente.» Come potesse sapere dei miei vagabondaggi era sicuramente un mistero, ma in qualche modo egli sembrava conoscermi molto più di quanto avesse dovuto. Raccolse da terra una sacca che prima non avevo notato, vi frugò dentro con una mano e ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo. Mi avvicinai per osservarla meglio: sembrava un mappamondo di marmo lucido, fatto per riprodurre non solo i continenti e i mari, ma anche l’atmosfera e le nuvole. Osservandolo meglio mi accorsi però che non era liscio, come mi era sembrato dapprincipio, ma era invece sovramagnificentissimamente intagliato; si scorgevano infatti i rilievi delle montagne più alte, per quanto minuscoli anch’essi, intagliati con incredibile precisione. Lo stupore mi tolse il respiro e la mia mente si rifiutò malthusianamente di generare alcuna idea, quasi che un istinto di conservazione primitivo cercasse di preservare la mia sanità psicologica togliendomi provvisoriamente la ragione. «Guarda meglio, non hai nulla da temere» disse l’uomo allungando il braccio e avvicinando la sfera ai miei occhi. Essa sembrò ingrandirsi davanti al mio sguardo e mi parve così di poter scorgere ulteriori dettagli, altre montagne, vallate, rocce che si generavano partenogeneticamente da quell’unico lievissimo corrugamento che avevo scorto dapprincipio. Vedevo boschi così finemente intagliati da scorgere perfino i più precisi dettagli degli aghi delle conifere, ruscelli, prati, baite alpine e paesi. Mi sentii inghiottire da quel mondo, volando senza controllo, guidato da qualcosa che sembrava attirarmi a sé. Sorvolai le pendici di montagne che mi ricordavano le Alpi; precipitando sempre più velocemente intravvidi un cittadina e poi un castello, identico in tutto e per tutto a quello alle mie spalle. Due uomini erano fermi, in piedi, in uno stretto viottolo accanto alle mura, uno dei due sembrava mostrare qualcosa all’altro. Convinto ormai di sfracellarmi chiusi gli occhi un istante e quando li riaprii mi ritrovai esattamente nel punto in cui ero sempre stato. L’uomo con la sfera mi guardò sorridendo, la ripose velocemente nella sacca e si avviò scuotendo la testa. «Le regressioni infinite sono pericolose.»
  15. libero

    Maledetta Pioggia

    Commento a [Parte 1] Vieni con me amore, non ci separeremo mai più Tolse dal gancio gli occhialoni da sole, sputò sulle lenti rotonde e scure e le strofinò con la manica della tunica. Allacciò le cinghiette dietro la testa e controllò che la pelle attorno alle lenti aderisse perfettamente a quella del viso; era una delle prime cose che si imparavano da bambini per non ritrovarsi con gli occhi pieni di sabbia. Si allacciò il fazzoletto sulla bocca, indossò il cappello di paglia tesa larga e passò nella camera intermedia. Si chiuse la porta alle spalle, verificò due volte che fosse sigillata e guardò il termometro: 35 gradi, era ancora piuttosto fresco per essere mattina inoltrata. Aprì la porta esterna, fece qualche passo nella sabbia calda e si girò a controllare la casa. La polvere portata dal vento notturno aveva ricoperto quasi del tutto le piccole finestre e si era depositata sul tetto. Decise di spazzarla via, non gli piaceva quando la sua casa diventava indistinguibile dalle rovine annegate nella sabbia che segnavano il paesaggio attorno. Due bambini sbucarono da dietro una duna: «Buongiorno signor Ferro,» gridarono all’unisono, con le voci soffocate dai fazzoletti, «vuole che le spazziamo via la sabbia?» «Per due bicolore togliamo fino all’ultimo granello anche dalla camera intermedia» aggiunse uno. «Che ve ne fate di due bicolore?» «È arrivata una carovana. Sono accampati al condensatore pubblico e hanno cose meravigliose da vendere.» «D’accordo ragazzi, due bicolore e quattro brune piccole se mi aiutate a ripulire il mio condensatore.» I bambini annuirono con entusiasmo e seguirono Ferro sul retro della casa dove si ergeva una struttura cilindrica di tubi di metallo, legno e plastica, ricoperta di fitte reti e teli trasparenti. Tolsero la sabbia che si era accumulata alla base, pulirono i teli e controllarono che il raccoglitore di condensa non fosse intasato. «Tutto a posto signor Ferro» disse uno dei bambini. «Ottimo lavoro ragazzi» rispose frugandosi in tasca. Ne trasse alcune monete e le guardò. Una, di due metalli diversi, recava il disegno di un obelisco davanti a un grande edificio. L’obelisco era familiare, ma l’edificio non assomigliava a nessuna delle rovine dei dintorni. L’altra moneta bicolore aveva su un lato un uomo con quattro braccia e quattro gambe. Ferro scosse la testa, meravigliandosi come sempre per l’incredibile fantasia degli antichi. Diede una moneta a ciascuno dei bambini e vi aggiunse alcune monete più piccole di metallo scuro. «Pensate alla casa, io vado a controllare gli impianti.» I bambini fecero sparire le monete nelle tasche e annuirono. Ferro li guardò prendere la scala dalla camera intermedia e salire sul tetto per spazzare via la sabbia, poi si avviò versò un colle poco distante su cui spuntava una rada sterpaglia spinosa che contendeva lo spazio alle immancabili rovine. Alcune capre, che masticavano caparbiamente i cespugli, incuranti delle spine, si dispersero al suo passaggio. Ferro raggiunse la sommità del colle e si guardò attorno. Sulle cime delle montagne a nord-est, offuscate dal pulviscolo sottile sospeso nell’aria, il cielo era cupo, indice di una tempesta di sabbia in arrivo. In basso, nel caos di edifici distrutti e dune sabbiose vi erano altre case come la sua, invisibili per chi non sapeva cosa cercare, ben protette dal sole e dal calore. Più di cinquecento persone abitavano in quella città, una delle comunità più grandi al mondo, a quanto si diceva. Spiccavano invece, ben visibili, delle aree ripulite dalla sabbia, piccole oasi verdi, sottratte al deserto grazie alle torrette di condensazione. Sembrava tutto a posto, ma Ferro sapeva troppo bene che un piccolo dettaglio all’apparenza insignificante poteva fare la differenza fra vita e morte. Si avviò per il giro di controllo, tutto andava verificato: i condensatori, gli impianti di irrigazione, le cisterne di raccolta. Era passato un mese dalla pioggia e per altri undici non ne sarebbe caduta altra. Il vento spostava continuamente la sabbia, scoprendo un pezzo di un edificio da una parte e ricoprendo qualcos’altro da un’altra in un paesaggio sempre mutevole. Ferro diede un calcio a un blocco grigio che si sgretolò sotto il suo piede. Doveva essere antico per ridursi in polvere al solo toccarlo. Ricordò suo nonno che diceva sempre che i muri grigi che si sgretolavano cotti dal sole erano quelli più recenti, mentre quelli di grosse pietre e mattoni erano assai più antichi. Ma suo nonno era mezzo pazzo. Ferro sentì gli occhi inumidirsi e ricacciò indietro le lacrime. Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi. Riprese il giro di ispezione, fissando meglio i teli allentati dal vento e sistemando ogni cosa che non fosse a posto. Un rubinetto lasciava cadere ancora qualche goccia che evaporava toccando il suolo. Lo chiuse bene, ogni goccia uscita durante il giorno era sprecata; i campi andavano irrigati solo la notte, quando l’acqua faceva in tempo a raggiungere le radici delle piante. Raggiunse l’ultimo campo da controllare, aprì il portello della cisterna e la trovò quasi piena, come le altre. Si inginocchiò fra le piantine che frusciavano nel vento caldo che si era levato nel frattempo. Affondò una mano nella terra, calda e secca alla superficie, ma ancora lievemente umida in profondità grazie all’irrigazione notturna. Un piccolo cratere sfrigolante si formò d’improvviso accanto al suo ginocchio. Impiegò qualche istante prima di rendersi conto che si era trattato di una goccia di pioggia. Alzò gli occhi, quelle che aveva scambiato per una tempesta di sabbia erano invece nuvole scure. Il rombo di un tuono squarciò il silenzio e diede il via ad una pioggia torrenziale. Ferro si affrettò verso casa, un temporale inaspettato non andava sprecato, doveva raccogliere più acqua possibile. Si soffermò sulla cima del colle, la pioggia non accennava a diminuire e con la sua violenza ripuliva gli edifici dalla sabbia. Ferro si augurò che non fosse troppo violenta per i suoi preziosi raccolti, ma in fondo le piante amano l’acqua. Scese la collina correndo e aprì tutte le vasche di raccolta dell’acqua piovana. Diede uno sguardo alla casa: i bambini avevano fatto un buon lavoro e la pioggia contribuiva a ripulire il tetto e le finestre dagli ultimi rimasugli di sabbia. Si avvio versò il centro dell’abitato, contrassegnato da una colossale struttura circolare di pietra e mattoni vuota all’interno, dove, con il lavoro di tutta la comunità, era stato eretto il grande condensatore pubblico. Nell’ombra dei corridoi a volta che portavano all’interno ci si trovava per commerciare, scambiarsi cose o semplicemente chiacchierare. Era anche il luogo dove si accampavano le carovane in transito e i rari viaggiatori, il luogo dove avere notizie del resto del mondo. Il temporale si esaurì di colpo, così come era cominciato e il sole tornò a bruciare la terra. Ferro si infilò sotto le volte di pietra accolto da un brusio di voci agitate. La carovana aveva esposto le merci, ma stranamente non erano al centro delle attenzioni di tutti. Ferro si avvicinò a un gruppetto di persone fra cui spiccava un vecchio con la faccia incartapecorita dal sole. «Che succede?» chiese incuriosito. «Notizie dal nord» rispose il vecchio indicando gli uomini della carovana. «Buone o cattive?» «Dicono che al nord sta piovendo tantissimo, più volte al mese. Perfino per dei giorni di seguito.» Ferro impallidì. «Quanto a nord?» «È iniziato molto in su, posti dove già pioveva più volte all’anno, ma non tanto come adesso. Ma il tempo sta cambiando anche qui.» Una luce improvvisa seguita da un cupo brontolio sottolineò le sue parole. «Visto?» Il vecchio indicò il cielo che si andava nuovamente oscurando. «Su a nord stanno marcendo le coltivazioni, la pioggia porta via le terra e le case sono tutte allagate.» «Nessuno può sopravvivere con un clima così tremendo. Dovremo spostarci più a sud e sperare.» interloquì un uomo. Ferro uscì all’aperto e lanciò uno sguardo al cielo. Gli occhialoni si riempirono di gocce che gli velarono lo sguardo. «Maledetta pioggia.»
  16. http://ultimapagina.net/forum/topic/49-prologo-whitechapel-1899-parte-1/?do=findComment&comment=11478 Il giorno dopo un funerale è sempre difficile. Da una parte c’è l’effettiva, definitiva condizione di distacco dalla persona che se n’è andata; dall’altra un fastidioso senso di leggerezza per il fatto che ormai tutto è finito e bisogna ricominciare, fastidioso perché vagamente sporcato da un velo di colpevolezza. Si vorrebbero avere ancora lacrime da versare, si vorrebbe ancora mettere la mano sul volto freddo del defunto ma la condizione è inevitabilmente chiara: ora solo burocrazia e ripresa della vita normale. Chi è andato è andato e a chi resta tocca solo di andare avanti. La vita continua. Il giorno dopo il funerale di Marcello, Francesca sentiva tutte queste cose nella sua testa ma un pensiero più opprimente li sovrastava fino quasi a farli sparire. «Non cambia nulla per te.» pensò parlando ad alta voce mentre si alzava dal letto. Andò in cucina e vide una foto di Marcello sul tavolo. E di nuovo quel pensiero invase la sua mente. «Tu te ne sei andato» disse alla foto «e io ho dovuto fare tutto. Quindi, almeno per una volta ho fatto a modo mio.» Fece colazione e subito dopo si preparò per uscire. Quasi tutti le avevano consigliato di non restare chiusa in casa, di provare a distrarsi. E lei lo fece. Si avviò a piedi verso lo studio del notaio. Di certo non sarebbe andata a fare shopping. Camminò per due isolati prima di svoltare in un viottolo stretto e poco frequentato e subito se ne pentì: poco avanti a lei notò un individuo poco raccomandabile vestito di stracci con lunghi e disordinati capelli. Era appena uscito da un portoncino in metallo e camminava reggendosi al muro. Francesca si irrigidì e cercò di pensare a cosa avrebbe dovuto fare ma subito la comparsa di un’altra persona catturò la sua attenzione. «Maestro!» gridò una voce femminile «Ha dimenticato il suo bastone!» L’individuo trasandato si fermò e porse il braccio alla ragazza che subito l’afferrò e cominciò a camminare accanto a lui. «Guardi che i costumi di scena costano cari» borbottò la ragazza mentre passava accanto a Francesca che ostentava indifferenza «non ci dovrebbe andare in giro, e non da solo senza il bastone.» Francesca trasse un sospiro e proseguì per la sua strada cercando di scacciare l’immagine del non vedente con i capelli lunghi e gli abiti di chissà quale scena. Quando uscì dal vicolo stretto fu invasa dalla luce e da un senso di libertà, una sensazione che si interruppe quasi subito nel vedere una zuffa tra un ragazzo sulla trentina e due ragazzini che cercavano di liberarsi dalla sua presa. Si fermò di nuovo, interdetta, si guardò attorno pronta a chiedere aiuto per i due ragazzini ma notò che già un paio di persone e un vigile stavano arrivando. Rincuorata tornò a puntare lo sguardo sul ragazzo: era alto, magro, con una folta chioma e vestito in maniera discutibile. E mentre si ostinava a trattenere i due ragazzini lanciava loro insulti e minacce. L’arrivo del vigile e delle altre due persone non sembrava turbarlo. «Bastardo! Ora avrai quel che ti meriti!» pensò Francesca mentre riprendeva a camminare pronta a consolare i due ragazzini che di lì a poco sarebbero stati tratti in salvo. Fece pochi passi prima di vedere il vigile afferrare i due ragazzini per i polsi. Fu tutto molto veloce: come se si fosse materializzata dal nulla, un’auto della polizia produsse due energumeni in divisa che intervennero sulla scena. Francesca vide il vigile lasciare uno dei due ragazzini che subito tentò invano di fuggire prima di essere ammanettato e spinto dentro la macchina della polizia assieme all’amico. Francesca non era più sicura di aver capito cosa stesse succedendo, tornò a guardare il ragazzo che stava cercando di sistemare i lunghi capelli in una coda di cavallo. Vide il naso sporco di sangue e trasalì. Si sentì come se quella ferita gliela avesse procurata lei. Distolse lo sguardo dal ragazzo e notò una chitarra e la sua custodia a terra. Gli altri presenti stavano porgendo al ragazzo delle monete che, probabilmente, gli erano stata rubate dai due ragazzini. Decise di tornare a casa, per quel giorno niente burocrazia. Entrò in casa, chiuse la porta e vi si appoggiò con le spalle. Ripensò a quello che aveva visto per strada, al cieco e al chitarrista e ai loro capelli lunghi. Scosse la testa sorridendo e decise di andare in cucina a prepararsi una tisana. «Perché me lo hai fatto?» Francesca sussultò in preda allo spavento facendo cadere la tazza che aveva in mano. «Chi c’è?» chiese, ottenendo come risposta un tenebroso silenzio interrotto solo dai rumori che provenivano dall’esterno della casa. Incredula su quello che stava facendo, si guardò attorno. Si diresse verso il salotto, la porta era socchiusa; si avvicinò lentamente ripensando alle azioni che aveva compiuto prima di uscire. Era sicura di aver chiuso tutte le porte e le finestre. Eppure percepiva una corrente fredda giungere dallo spiraglio lasciato dalla porta davanti alla quale esitò. La sospinse piano e la aprì, il salotto le si mostrò in tutta la sua eleganza, in tutta la sua tetra vuotezza. Non c’era nessuno ma Federica non potè fare a meno di pensare che non c’era Marcello. Sapeva che non c’era nessuno in casa e che, se anche ci fosse stato qualcuno, non avrebbe potuto essere questi a parlare. Aveva riconosciuto quella voce e sapeva che la persona a cui apparteneva non poteva essere lì. L’avevano seppellita il giorno prima. Decise di uscire di nuovo, doveva essere un riflesso del dolore per la perdita di suo marito. Doveva distrarsi, restare in mezzo alla gente. Sapeva che avrebbe sofferto ma non avrebbe mai immaginato di stare male fino a quel punto. Una volta in strada cominciò a camminare; provava uno strano senso di colpa nel fuggire in quel modo dal dolore, quasi stesse rifiutando il lutto. Cercò di rilassarsi, si sedette sulla panchina di una fermata del tram facendo finta di aspettare. Due ragazze poco lontane da lei parlavano animatamente dei rispettivi problemi di cuore. «Cioè, hai capito? Io per lui mi sono tolta il piercing al naso, perché a lui non piaceva ma lui non ha cambiato nulla per me…» questa frase detta da una delle due ragazze fece rabbrividire Francesca che si alzò e riprese a camminare senza sapere realmente dove voleva andare. Pochi passi e si imbatté in un litigio tra un uomo e un ragazzo decisamente più giovane, vi riconobbe subito il classico scontro generazionale tra un genitore troppo autoritario e un figlio dai gusti troppo moderni. «… e sappi che se non ti tagli i capelli puoi cominciare a cercarti una casa perché a casa mia non ci entri più…». Francesca sentì un irrefrenabile impulso di intromettersi nella discussione, senza quasi rendersene conto fermò il ragazzo con una mano ma quando questi si voltò e la guardò, lei vide lo stesso sguardo del suo defunto marito. Si bloccò senza riuscire a proferire parola. «Perché mi hai tagliato i capelli?» Francesca non credette ai suoi occhi, quello che stava guardando non era un ragazzo sconosciuto, ora aveva l’intera fisionomia di suo marito. Corse via terrorizzata senza sapere dove andare, corse senza curarsi di nulla e, infine, si ritrovò in un parco. «Qui non c’è nessuno e non sono a casa.» pensò mentre cominciava a percorrere viottoli e sentieri che si intrecciavano in mezzo ai prati, ripensò a suo marito. Fu inevitabile, i ricordi, per quanto cercasse di evitarlo, sembravano condurre sempre la memoria a quei momenti in cui Francesca gli chiedeva di tagliarsi i capelli. Aveva passato tutto il tempo a ripetersi che lui era quasi perfetto, e lo sarebbe stato se si fosse deciso a rinunciare a quel fastidioso vezzo, quella folta capigliatura che gli dava un’aria così trasandata, così ribelle. Un uomo normale, questo avrebbe voluto lei. Non uno che faceva dei capelli lunghi uno stile di vita. «Ti ho dovuto seppellire io» ripeté alla memoria del compagno «almeno una volta ti ho visto con i capelli corti. Me lo meritavo.» Mentre formulava quel pensiero ebbe l’impressione di percepire una presenza alle sue spalle, incuriosita si voltò ma non vide nulla. Solo il cielo che da velato cominciava a diventare grigio. Di lì a poco avrebbe cominciato a piovere. Cominciò a camminare per tornare a casa e si trovò di fronte una donna dal viso pallido e segnato dal pianto. La donna guardò Francesca e accennò un sorriso ma subito cambiò espressione, prima sorpresa e spaventata, poi triste per scoppiare infine a piangere. «Perché?» Urlò più volte la donna correndo via. Francesca affrettò il passo, non si sentiva più sicura in quel parco. Inciampò in una radice e quasi cadde, si rialzò e guardò la radice che le aveva causato quella caduta. Le sembrò strano che fosse proprio nel bel mezzo di un sentiero del parco. Non c’erano alberi vicino. Decise di non pensarci e si rialzò, non riprese a correre ma si diresse comunque verso casa. Camminò a lungo guardandosi attorno per evitare di fare altri inquietanti incontri. Camminò, percorse vialetti, sentieri, attraversò ponticelli di legno finché si rese conto che si trovava ancora dentro allo stesso parco. Si chiese come fosse possibile, quello non era un grande parco, non ci andava tutto quel tempo per attraversarlo eppure lei era ancora lì. Si distrasse ancora e nuovamente cadde per terra. Davanti a se vide una ciocca di capelli lunghi. «Perché me li hai tagliati?» Trasalì nel sentire quella voce, si voltò per vedere chi le stava parlando ma non vide nessuno. Il parco era letteralmente deserto.
  17. Si rialzò e notò nuovamente la radice che spuntava dal terreno… dove non c’erano alberi. Un brivido percorse tutto il suo corpo. Si rimise in moto camminando a passo sostenuto. Con sorpresa mista a rabbia, in pochi minuti raggiunse l’uscita. Corse lungo il marciapiede che costeggiava il parco. L’erba che le sfilava accanto sembrava sempre più alta, Francesca si voltò indietro poi tornò a guardare avanti a sé, stava correndo accanto a un bosco di arbusti; la paura crebbe, accelerò il passo senza provare alcuna fatica. Ben presto si fece buio, guardò verso l’alto: gli arbusti erano ora alberi e la coprivano con i loro rami. Corse ancora, era l’unica cosa che le riuscisse di fare, non sentiva più alcun rumore, nessuna voce. Solo il suo respiro affannato ma costante. I rami degli alberi erano sempre più folti e si allungavano verso il basso e sembravano scostarsi per farla passare. Cominciò a sorridere, non sapeva se stava impazzendo ma si sentiva leggera. Gettò un urlo di rabbia per sfogare la tensione di quella strana giornata, decise di fermarsi ma inciampò nuovamente. Restò a terra per riprendere fiato poi si voltò a guardare su cosa era inciampata. La radice, la stessa del parco, identica, si ritrasse affondando nel terreno. Francesca restò senza fiato, poi fu il buio. Si risvegliò sentendo qualcosa che le accarezzava la guancia, un qualcosa di ruvido e duro. Tenne gli occhi chiusi per paura e provò ad allontanare quella strana cosa. Ci riuscì e aprì gli occhi. Il cuore le balzò in gola quando vide una strano essere che la fissava con uno sguardo vuoto. «Chi sei?» chiese a bassa voce «Aiuto!» urlò subito dopo. L’essere si parò le orecchie con le mani e scoprì una dentatura giallastra e incompleta. Poi si alzò e indietreggiò; inciampò anche lui e cadde a terra. Francesca tirò un lungo respiro e si rialzò. Guardò lo strano essere che le si trovava davanti. Era un anziano vestito con abiti sporchi e logori, le sue iridi erano prive di colore. «Mi… mi scusi, signore. Sta bene?» «Si, sto bene. Mi scusi lei, non volevo spaventarla.» l’anziano rispose con la voce consumata dal freddo di tanti inverni passati in strada. «Dove siamo?» chiese Francesca. «Vorrei tanto poterle rispondere signora, ma ormai non lo so più nemmeno io. Sono giorni che vago in questo bosco senza riuscire a trovare l’uscita. Sa… io sono cieco. Non saprei nemmeno dirle da quanto tempo lei si trovava lì. Ma le garantisco che c’è stata almeno tre o quattro ore.» «Che ne dice se proviamo a tornare a casa assieme?» Il vecchio sorrise «Vada pure lei. Io non ho nulla da cercare.» «Mi ha salvata. Senza di lei poteva succedermi chissà… lei no può restare qui. Ha bisogno di qualcuno che si occupi di lei.» «Io non posso venir con lei, ma lei se ne deve andare di qui. Qualcuno la sta aspettando.» Disse il vecchio con voce sempre più roca. Francesca cominciò a singhiozzare. «Cosa? Chi è che mi sta aspettando? Chi è lei?» Il vecchio si portò le mani al ventre e cominciò a lamentarsi in preda a un oscuro dolore. Francesca indietreggiò, si voltò disgustata ma subito sentì una mano callosa stringere la sua. Si rigirò e vide il vecchio in ginocchio davanti a lei. La guardava con occhi senza pupille e la bocca che vomitava sangue. «Deve tornare a casa, lui la sta aspettando.» Disse il vecchio continuando a perdere sangue dalla bocca. Francesca si dimenò finché riuscì a liberarsi, indietreggiò e poi guardò l’uomo in faccia. Lo vide contorcersi per il dolore, vomitava sangue a flutti e urlava. Lei rimase impietrita di fronte a quella scena, vide la mano ancora protesa verso di lei diventare sempre più scheletrica. La pelle si ritraeva fino a strapparsi sulle nocche. Vide le ossa spuntare fuori, guardò il viso: non aveva più occhi. Non aveva più pelle. Quel che restava di quell’anziano signore si accasciò davanti a lei in un cumulo di ossa e tessuto logoro. Solo in quel momento Francesca notò la lunga chioma rimasta nera e folta come quella di un ragazzino. Corse via senza sapere dove si stesse dirigendo. Cominciò a piovere, l’acqua prese a cadere copiosa e si mescolò alle lacrime annebbiandole la vista. Corse fino a non poterne più, si fermò a riprendere fiato e cercò di asciugarsi gli occhi. Riuscì finalmente a riconoscere il paesaggio che la circondava. Era a pochi isolati da casa sua. Si guardò, era fradicia e sporca. Prese un lungo respiro e cominciò a camminare. Quando richiuse la porta di casa si sentì al sicuro. «Bravo! Me l’hai fatta pagare, eh? E va bene, me lo sono meritato. Ora siamo pari.» Disse parlando ad alta voce. «Sappi che ora non mi fai più paura» continuò alzando il volume «io ti amavo e ti amo ancora e so che tu amavi e ami me. E non mi faresti mai del male.» «Non te ne farei mai.» Rispose la voce nella sua testa, lei non si spaventò e cominciò a spogliarsi muovendosi sinuosamente. L’idea che il fantasma di suo marito la potesse vedere e desiderare la fece eccitare. Senti una forte pulsione a sfiorare il suo stesso corpo, cominciò a toccarsi con intensità crescente mentre si dirigeva verso il bagno. Si fermò davanti allo specchio e contemplò il suo corpo, era ancora bello. Lo ammirò e lo desiderò, prese a sfiorarsi i seni con una mano mentre l’altra continuava a indugiare in mezzo alle gambe. Chiuse gli occhi ma li riaprì subito per vedere il suo viso riflesso nello specchio mentre la bocca si apriva in gemiti di piacere. La sua immagine riflessa fece crescere l’eccitazione al punto che volle baciarla. Si avvicinò allo specchio e appoggiò le labbra sul vetro. Le sembrò di baciare veramente una donna, compiaciuta si staccò dallo specchio per tornare a guardarsi. «Sei bellissima.» disse la donna nello specchio parlando con una voce maschile. Francesca, in preda al piacere, tardò a riconoscere quella voce. «Non posso stare senza di te, vieni amore mio. Vieni con me» disse Marcello dallo specchio; Francesca, rapita da un inspiegabile senso di piacere, vide il volto del marito e gli sorrise. «Amore! Ti sono ricresciuti! Hai visto? Ti si stanno allungando di nuovo.» Le mani di Francesca si muovevano in maniera compulsiva, il piacere era diventato irresistibile, i capelli di Marcello continuavano ad allungarsi, lei raggiunse l’orgasmo. Urlò, uno spasmo le fece contorcere il corpo, si sedette per terra ancora tremante. Ricordò l’immagine del marito riflessa nello specchio e sorrise. «È stato come se tu fossi qui con me.» disse prima di rialzarsi. Guardò ancora lo specchio e si paralizzò: l’immagine di Marcello era ancora lì. «Non… non è possibile, tu sei morto.» «Perché mi hai tagliato i capelli?» chiese Marcello. «Perdonami amore, vorrei tornare indietro per non farlo. Te lo giuro.» «Vuoi che torniamo assieme amore mio?» «Sì, certo che lo voglio!» rispose Francesca piangendo «Darei la vita per tornare con te.» «Lascia che ti abbracci.» I capelli di Marcello, si sollevarono, si allungarono, Francesca li vide avvicinarsi a lei, uscire dallo specchio e avvolgerle la testa. Terrorizzata si mise a urlare, i capelli di Marcello cominciarono a ritrarsi trascinando la sua testa verso lo specchio. Lei puntò invano le mani e i piedi, sentì la superficie fredda del vetro comprimerle la fronte per poi infrangersi e poi la voce di Marcello: «Vieni con me amore, non ci separeremo mai più.» Subito dopo fu il silenzio, i vestiti di Francesca giacevano abbandonati a terra lungo il corridoio, le mutande erano davanti allo specchio. E lo specchio era rotto. Una ciocca di capelli pendeva da un pezzo di vetro rimasto ancorato al telaio.
  18. Mari

    La dolce e bella violante

    Commento Giulio De Giorgi era il commissario capo della stazione di Polizia più scalcinata e inoperosa di tutta Italia e forse anche d’Europa. Continuava a guardare l’orologio in attesa dell’ora in cui avrebbe potuto chiudere la caserma e passare la linea telefonica delle emergenze a quella del paese limitrofo. Era stata una giornata noiosa, ma stava finalmente finendo. Squillò il telefono e De Giorgi rispose in maniera svogliata: - Sì, pronto: sono De Giorgi Il colore delle sue gote virò dal rosato al rosso intenso nel giro di tre secondi e poi la fronte si imperlò di sudore. Riagganciò snocciolando una decina di pittoresche quanto fantasiose imprecazioni. Prese la giacca, le chiavi della volante e fece cenno al suo sottoposto, tutto preso nella sua occupazione principale: la lettura attenta e approfondita della Gazzetta dello Sport, di seguirlo. Lui si alzò con una lentezza pari a quella di un bradipo in pieno processo digestivo. - Preparati Cinini, questa sarà una bega incredibile… chi cazzo me l’ha fatto fare… me lo diceva mia madre di andare a lavorare in posta come mio cugino Luigi… ma io no, in Polizia ho dovuto entrare: imbecille che sono! - Che è successo Commissario? - Un morto carbonizzato all’Hotel Supramonte. - Intendi il casolare di Violante? Addirittura? - Già. Mai successo nulla in questo posto del cazzo e adesso sta rogna… Arrivarono sul posto nel giro di dieci minuti, erano solo le sei del pomeriggio, ma cominciava a imbrunire. Carlo Minotri, il Comandante dei Vigili del Fuoco, gli si fece incontro. - Salve De Giorgi. Siamo riusciti a domare l’incendio. Per fortuna passavo di qui per caso e ho dato subito l’allarme, altrimenti… - Meno male Minotri. Cosa ha causato l’incendio, lo sai già? - Non ne sono ancora sicuro, ma credo sia stato un incidente, la vittima stava fumando nel letto, abbiamo trovato parecchi mozziconi. - Capisco. Posso andare a vedere? Indossò i calzari e i guanti, salì al piano superiore e si avvicinò al corpo. Una donna con i vestiti e i capelli bruciacchiati era riversa su un materasso annerito dal fumo. La riconobbe nonostante le bruciature: Violante. Tutti la conoscevano in paese. Bellissima come una modella, con un carattere solare e le vedute molto aperte, e non solo quelle… tutti i maschi della città, prima o poi, avevano ricevuto un qualche servizio da lei: persino De Giorgi. Raccolse un mozzicone risparmiato dal fuoco e lo mise in una delle bustine di plastica delle prove. - Guarda Cinini, che ti pare? - Una Winston, le fumavo anch’io prima di smettere. Vizio pericoloso quello del fumo. - Già. – annuì De Giorgi - decisamente pericoloso. Finite le pratiche del medico legale e portato via il cadavere, ebbe via libera per ispezionare come si deve la scena del crimine. La camera non era bruciata del tutto, per fortuna. C’era un gran disordine come se qualcuno avesse cercato qualcosa a lungo. Cominciò a cercare anche lui, senza sapere cosa. L’attenzione di De Giorgi fu catturata da una cartelletta annerita dal fumo, il contenuto era sparso sul pavimento: erano delle foto con i contorni deformati e bruciacchiati. Nonostante fossero parzialmente bruciate, si vedeva chiaramente Violante con molti uomini diversi. Erano tutte prese dalla stessa angolazione e non fu difficile capire che erano state scattate da una fotocamera nascosta, probabilmente degli autoscatti. Riconobbe tutti: c’era il sindaco, il direttore della Banca Centrale, il dirigente dell’ufficio postale e, dulcis in fundo, il parroco. Erano tutti in atteggiamenti intimi con la ragazza. - Cinini, vieni a vedere che ho trovato – tuonò al suo sottoposto – te l’avevo detto che sarebbe stata una rogna! - Questo vuol dire che non è stato un incidente. Forse stava ricattando uno di questi uomini. - Ma perché l’assassino ha lasciato qui le foto? Solo un idiota non le avrebbe rimosse dal luogo del delitto. - Solo un idiota si farebbe fotografare senza accorgersene, del resto. - Sei sicuro? Guarda un po’… In fondo al plico c’erano delle foto più piccole che ritraevano altre persone del paese tra cui proprio il buon Cinini intento a ricevere un bel lavoretto dalla vittima. - Per essere un idiota sei venuto bene in queste foto. Sorvoliamo sul doppio senso. – ridacchiò De Giorgi. Cinini diventò paonazzo. L’imbarazzo era a un livello tale che si pentì di averlo preso in giro e gli mostrò che non era tutto. In una c’era pure lui, di spalle, a fare un bel servizio alla vittima, lo si riconosceva solo dalla giacca sulla sedia che portava appeso il distintivo e la targhetta col nome. - Come vedi non sei l’unico idiota della città. Noi siamo uomini single, non siamo ricattabili, ma questi quattro sono tizi influenti e tutti sposati, a parte il parroco. Le loro foto sono più grandi delle altre. Potrebbe essere uno di loro. - Andiamo in centrale, facciamo il rapporto e domani decideremo come muoverci. Una volta a casa, non riusciva a togliersi dalla mente la visione di quella povera donna mezza carbonizzata. “Sarà un bel casino capire chi è stato, non credo confesseranno da soli. Povera dolce e bella Violante… chi mi scoperò adesso che non c’è più nemmeno lei?” Pensò stappandosi una birra davanti al frigorifero. “Saranno in molti a piangerla, che imbarazzo e che risate quando mi sono scontrato col Minotri uscendo da quella casa. Ah se quei muri potessero parlare!” Tra mille pensieri e alla quinta birra, cadde praticamente in coma sul divano e si svegliò la mattina successiva. Si fece una doccia, si sbarbò e andò in caserma. Nel primo pomeriggio arrivò l’esame preliminare del medico legale: dichiarava che la vittima era deceduta per soffocamento, ma prima dello scoppio dell’incendio. “Dunque è veramente un omicidio. Che Dio ci aiuti!” Fece convocare i quattro sospettati. Sembravano molto sorpresi e affranti nello scoprire della morte di Violante e tutti restarono parecchio imbarazzati nel vedere le fotografie ritrovate. - Che il Signore l’accolga tra le sue braccia – disse il parroco facendosi il segno della croce. - Mancherebbe solo Lui all’appello, in effetti - ironizzò De Giorgi, ma nessuno rise: la tensione era altissima. Il Sindaco, foto numero tre, dichiarò di essere stato al cinema, da solo. Il farmacista, ritratto nella foto numero uno, dichiarò di essere rimasto a casa con i figli. Il Banchiere, foto numero quattro, disse di essere stato a casa con la moglie. Il parroco invece, intento a leccare un capezzolo nella foto numero cinque, era stato in chiesa a pregare e per controllare il suo alibi avrebbe dovuto scomodare il Padre Eterno, un po’ complicata come opzione. “Siamo punto e a capo!” disse tra sé De Giorgi. “Deve esserci qualcosa che mi sfugge, ma cosa?” Andò a casa arrovellandosi, setacciando tutte le possibilità. L’immagine della bella Violante che se ne andava tra le volute di fumo, non lo abbandonò per tutta quella tormentata nottata. Al rientro in centrale, l’indomani, trovò sulla scrivania il rapporto dei Vigili del Fuoco che definiva l’incendio, accidentale. - Cinini! Convoca i sospettati e anche il Comandante Minotri, voglio che assista. Dopo due ore, erano tutti nella sala interrogatorio. - Buongiorno signori, perdonate l’attesa, ma ho dovuto fare gli ultimi controlli. Ognuno di voi aveva la possibilità e i mezzi per commettere l’omicidio e soprattutto il movente. Il parroco si dimenava sulla sedia, il farmacista si mordicchiava le unghie in maniera ossessiva, il sindaco giocherellava con il sigaro spento e il banchiere aveva la faccia tirata in un sorriso forzato. - Ora ditemi, signori, voi tutti e ahimè pure io, conoscevamo la vittima. Secondo voi: quante sigarette fumava al giorno la nostra Violante? - Nessuna, Commissario, che io sappia non fumava – disse il farmacista e tutti gli altri confermarono. - Quindi la teoria dell’incendio accidentale non regge, comandante Minotri. - Mah, magari qualcuno che era con lei aveva fumato e poi è scappato… - Sì, probabilmente l’uomo ritratto nella foto numero due. Manca solo quella, sono tutte numerate, io sono il numero quarantadue, spero non sia una classifica. Qualcuno ha sottratto la foto numero due e ha lasciato le altre per fare incriminare uno di voi. Fissò i sospettati sperando in una qualche reazione rivelatoria, poi proseguì: - Scusatemi, facciamo cinque minuti di pausa, se non fumo una sigaretta sclero. Minotri, me ne offriresti una? Il capitano gli porse un pacchetto di Winston blu. - Interessante. Strana coincidenza. Come il fatto che sei stato il primo a dare l’allarme, e sei l’unico dannato uomo che non è presente su queste foto… possibile che tu non abbia mai frequentato la sua camera dell’Hotel Supramonte? Comunque appena avremo il DNA estratto dai mozziconi avremo la conferma. Il Comandante restò impietrito per un attimo e poi cercò di scappare, ma Cinini lo attendeva dietro l’uscio con le manette in mano. Il Commissario De Giorgi sorrise compiaciuto, aveva risolto il caso in tempi da record, guardò i quattro sbigottiti ospiti e disse: - Voi altri potete anche andare, il caso è chiuso.
  19. -E’ tutto pronto? -Sì amore, tutto pronto. Questo botta e risposta si ripeteva ogni volta che Andrea e Daniela si preparavano a partire per le vacanze. Andrea chiedeva se tutto era pronto e Daniela rispondeva di sì poi, puntualmente… -La macchina fotografica l’hai presa? -Sì, stai tranquillo. E’ nella scatola dei giochi di Luca. Andrea frenò bruscamente rischiando di subire un tamponamento dalla macchina che lo seguiva e dalla quale cominciarono a giungere gesti e imprecazioni di vario genere mentre l’autista gli passava accanto per poi ripartire sfogando la sua ira sull’acceleratore. -Ti pare il modo di frenare?- chiese Daniela spaventata e furibonda. -Non abbiamo la macchina fotografica. Luca ha detto che non si voleva portare i giochi e mi ha detto di lasciarla a casa. Daniela affondò la faccia tra le mani e trasse un profondo respiro. Aveva appena capito che il figlio, oltre ad aver lasciato a casa la macchina fotografica (alla quale suo marito sembrava tenere più che a lei), avrebbe sicuramente preteso che gli venissero comprati dei giochi al primo autogrill o direttamente nel primo negozio del lungomare. Erano partiti da poco più di un quarto d’ora e già non ne poteva più di avere suo marito tra i piedi. -Tesoro caro, le vacanze dovrebbero servire a eliminare lo stress, tu invece me lo fai venire.- spiegò con finta calma al marito mentre questi si prodigava in una manovra al limite della legalità per reindirizzare la macchina verso casa. -E a te come è venuto in mente di metterla nella scatola dei giochi?- rispose Andrea. -C’era spazio lì e poi, se dovessero aprire la macchina, sarebbe l’ultima cosa che ruberebbero. -La devi tenere al collo! La macchina fotografica non si lascia incustodita! Il breve viaggio, fuori programma, verso casa fu animato dalla discussione che i due intavolarono per decidere se fosse più importante visitare posti interessanti e raccogliere belle foto o deliziarsi in uno squisito, dolcissimo far nulla, perché quello è ciò che si fa quando si è in vacanza. Quando ripartirono alla volta del porto gli animi sembrarono placarsi. Il piccolo Luca continuava a guardare i suoi genitori chiedendosi come mai urlavano sempre. Una volta arrivati al porto non fu difficile per Andrea capire che l’imprevisto della macchina fotografica aveva avuto una terribile conseguenza. -Amore? La nave che dovremmo prendere noi si chiama “Delfina”? -Sì, devi andare al molo…-Daniela esitò cercando il biglietto nella borsa ma Andrea la fermò battendole una mano sulla spalla. -Mi sembra che fosse… -Partita.- La interruppe Andrea. -Fermati!- Ordinò nervosa Daniela; Andrea accostò la vettura a un edificio e si fermò, curioso di sapere quali fossero le intenzioni della moglie; restò poi a guardarla mentre scendeva dalla macchina e si allontanava senza dire nulla. -Dov’è andata?- Chiese Luca. -Sarà andata a chiedere informazioni, vorrà vedere quando parte la prossima nave. Andrea continuò a seguire la moglie con lo sguardo e, vedendola camminare senza fermarsi davanti a nessun edificio e senza chiedere nulla a nessuno, cominciò a sospettare di essersi sbagliato. -Vieni piccolo, facciamo uno scherzo alla mamma.- Disse Andrea prima di scendere e andare ad aprire la portiera del figlio. -Che scherzo gli facciamo?- Chiese Luca eccitato dall’idea mentre il padre sganciava le cinture del seggiolino. -Le, tesoro, si dice “le”. -Le? -Non importa, dai la mano a papà che andiamo a fare lo scherzo alla mamma.- Concluse Andrea. Camminarono per un po’ nella stessa direzione in cui avevano visto andare Daniela poi Luca chiese dove fosse la madre. -Come sarebbe a dire “dov’è”? Stiamo andando da lei, non ricordi? E’ uscita dalla macchina poco fa.- Rispose Andrea quasi seccato da quella domanda apparentemente fuori luogo. -Sì, ma dov’è andata?- Insistette il piccolo. A quel punto Andrea si rese conto di aver perso di vista la moglie. Si guardò attorno, vide un bar ma lei non c’era; puntò verso il negozio di souvenirs e vide il gestore appoggiato allo stipite della porta, non era neanche lì; provò verso il mare ma vide solo persone intente a scattare foto ricordo con i cellulari. -Ma che idiota! Chissà dove si è cacciata? -Papà cosa vuol dire idiota?- Quella domanda giunta all’improvviso e formulata dalla tenera voce di Luca rammentò subito ad Andrea che non doveva pensare ad alta voce. -No, niente. Non ci pensare.- Tagliò corto. -Ma cosa vuol dire idiota?- Insistette il piccolo. -Idiota si dice quando uno fa tutto di testa sua, come tua madre. Ecco.- Rispose seccato Andrea, sapeva che non c’era altro modo per far tacere il figlio. D’un tratto ad Andrea parve di sentire la voce della moglie che si lamentava e, immediatamente dopo, una voce maschile. Entrambe sembravano provenire da dentro il bar. Decise di andare a verificare ma non voleva portare il figlio con sé, almeno non dentro al bar. -Luca, lo vuoi un gelato? Una volta calmato l’entusiasmo del figlio per l’inaspettata proposta, Andrea lo fece accomodare nel dehors del bar e, dopo mille raccomandazioni, entrò nel locale. Una volta dentro trovò la moglie seduta con una gamba appoggiata a una seria e uomo fermo davanti a lei, Daniela continuava a lamentarsi mentre l’uomo rialzandosi le diceva che non c’era nulla di rotto. Andrea si avvicinò a grandi passi verso lo sconosciuto e gli parlò con tono fermo e deciso. -Cosa sta succedendo? -Succede che sei un cretino! Dov’eri finito?- La voce di Daniela frantumò tutte le intenzioni con le quali il marito si era avventurato all’interno del bar. -Come sarebbe a dire dove sono finito? Sei tu che sei scesa dalla macchina e sei sparita.- Protestò Andrea -Ma lei mi dica un po’, mia moglie mi molla in mezzo alla strada col bimbo e poi mi chiede dove sono finito!- Continuò rivolgendosi allo sconosciuto che ora vedeva come alleato. -LUCA!- Urlò improvvisamente Daniela. Andrea, l’uomo sconosciuto, il gestore e tutti i clienti del bar sgranarono gli occhi cercando di capire cosa stesse succedendo poi Andrea corse verso l’esterno del bar. -E il gelato?- Chiese Luca quando vide il padre. Andrea fece per rispondere ma fu interrotto dall’urlo della moglie che era rimasta dentro al bar. -Aspetta qui.- Disse prima di correre nuovamente dentro. Daniela era stesa per terra e sciorinava imprecazioni e maledizioni all’indirizzo del marito mentre l’uomo sconosciuto cercava di farla alzare. -Cos’è successo?- Chiese Andrea preoccupato. -LUCA!- Urlò ancora Daniela. -E basta! Luca è fuori che aspetta che gli porti il gelato! La vuoi finire di urlare? Di tutta risposta Daniela apostrofò il marito con i peggiori epiteti prima di alzarsi e correre fuori dal bar. Andrea fece per seguirla ma fu fermato dal gestore del bar; prese una banconota da dieci Euro e gliela lasciò in mano dicendogli che poteva tenere il resto. Quando finalmente raggiunse la moglie la trovò intenta a fissare un punto lontano. -Cosa guardi cara?- Chiese Andrea. -Tuo figlio stava vagando da solo per il porto...- Spiegò Daniela senza voltarsi. -Luca,ti avevo detto di aspettare seduto.- la interruppe Andrea. -Si è alzato perché credeva che stessimo andando via.- Concluse rassegnata Daniela. -Ma se eravamo dentro al bar, come facevamo ad andare via? Daniela non rispose e indicò col dito un carro attrezzi con la loro auto sopra. Mezz’ora dopo, mentre uscivano dalla centrale della Polizia, Andrea chiese alla moglie come mai fosse scappata in quel modo quando erano arrivati al porto. -Volevo allontanarmi da te per non strangolarti, amore mio. Per colpa tua abbiamo perso la nave. E ora siamo anche senza macchina perché l’hai lasciata in divieto di sosta.- Fu la risposta di Daniela. -La solita esagerata. Dai ora cerchiamo un posto dove mangiare, poi andiamo a ritirare la macchina e prendiamo il prossimo traghetto. -Va bene- rispose Daniela mentre si guardava addosso -a proposito: dove hai messo la mia borsa?- -Io? Cosa vuoi che ne sappia di dov’è la tua borsa?- Protestò Andrea. -Vorresti dire che non l’hai presa?- Il tono di Daniela si fece allarmato. -Presa da dove?- Mentre quello di Andrea era spazientito. Daniela prese a correre verso il bar mentre Andrea, immaginò che il barista, forse, non l’aveva fermato per il conto. -Papà guarda! C’è una nave che sta aprendo la bocca!- La voce di Luca colse l’attenzione di Andrea che d’istinto guardò verso i moli. -No Luca, non sta aprendo la bocca. Quello è come una specie di portone. Vedi? Adesso fanno entrare le macchine e poi partono.- Spiegò Andrea -Come avremmo dovuto fare anche noi.- Aggiunse sospirando. Padre e figlio rimasero in attesa di Daniela guardando la nave che fagocitava una vettura dietro l’altra, del tutto incuranti dei rumori di clacson, delle grida stizzite degli automobilisti e di quelle di una donna infuriata che gli rispondeva. Pochi minuti dopo Andrea si sentì chiamare a gran voce, si voltò e vide lo sconosciuto del bar che correva verso di lui. -Andrea, mi scusi. Forse è meglio se viene con me.- Disse l’uomo ansimando quando si fermò. -Come sa il mio… oh mio Dio, cos’è successo a mia moglie? Sta bene? -Sì, ma forse è meglio se viene a calmarla. Sembra impazzita. L’uomo indicò con un cenno della testa un gruppo di macchine ferme, da una delle quali usciva una colonna di fumo. Il giorno dopo, marito e moglie salirono sul ponte della nave che li avrebbe portati in vacanza. -Ma quante ne hai combinate ieri?- Chiese Andrea sorridendo. -Io? Vorrei ricordarti, amore mio, che tutto è iniziato per colpa tua.- Rispose Daniela. I due continuarono a punzecchiarsi ridendo di tutti i danni che avevano causato il giorno prima: dall’incidente causato da Daniela, all’espositore di souvenirs abbattuto da Andrea, passando per la gamba rotta del cameriere e il vestito macchiato della signora del tavolo accanto al loro quando si trovavano al ristorante. I due rasserenati dalla partenza guardarono il porto mentre la nave lentamente cominciava a muoversi. -Guarda tesoro, c’è Luca che ci saluta. -Luca? Dov’è? -Lì, sul molo. C’è anche il signore di ieri, anche lui ci saluta. -Ah, è vero… LUCA? FERMATE LA NAVE! MIO FIGLIO È RIMASTO A TERRA!
  20. Commento - Abbiamo finito per oggi? - Sì, Carla, puoi andare a casa. Non ho altri appuntamenti e dal policlinico non mi hanno chiamato: credo andrò a casa a farmi una bella dormita, sono in piedi da 42 ore. - Dovrebbe rallentare un po’ il ritmo. L’aria di rimprovero della mia segretaria mi indispettisce sempre, pensa di sapere tutto, ma non sa un cavolo! La mia vita è perfetta: successo, fama, soldi e donne a volontà. Non c’è nessuno che io conosca che non mi abbia detto, almeno una volta in vita sua, “Come vorrei essere te”. - Sa cosa le ci vorrebbe? Una moglie – riparte all’attacco Carla. - Sì, certo, vada a casa, Buonanotte. Una moglie? No grazie. Non voglio tornare a casa da una donna triste e annoiata che mi tiene il muso perché è rimasta sola per giorni e che scarichi la sua frustrazione su di me con lagne impossibili da sopportare: tutti i miei colleghi sposati finiscono per fare questa fine. La renderei solo una persona infelice, mentre ora faccio felici parecchie donne. A casa ci sto pochissimo, ho una vita frenetica, costantemente sotto pressione e spesso torno a casa dal lavoro talmente sfinito che dormo anche per 12 ore di seguito (reperibilità permettendo), oppure sono talmente carico di adrenalina che devo per forza sfogarmi con qualcuno… anzi qualcuna. No, cara Carla: la mia vita è perfetta così com’è. Chiudo l’ambulatorio, vado verso il parcheggio e una ragazza mi fissa finché non raggiungo la mia macchina. Le sorrido e lei si avvicina. - Dottor Brosi? Salve. - Buonasera signorina, ci conosciamo? - Ehm sì, no, cioè… Oddio! Arrossisce e la sua timidezza mi eccita. - Posso esserle utile in qualcosa? - Sono Cristina, dell’accettazione dell’ospedale. - Oh certo, vero, ora ricordo – mento – come mai da queste parti? - Esco adesso dal parrucchiere – civetta lei toccandosi la frangia fresca di piega – L’ho vista nel parcheggio e ho pensato di salutarla, mi scusi se l’ho disturbata. È sexy e innocente al tempo stesso, la situazione mi intriga. - Si figuri, io sto andando a mangiare un boccone, le andrebbe di cenare con me? - Mi farebbe molto piacere, dottor Brosi. - Chiamami Michele, non vorrai darmi del lei per tutta la sera, spero. Abbassa gli occhi e arrossisce di nuovo e io, di nuovo, la trovo più sexy che mai, chissà perché all’ospedale non l’avevo mai notata. La cena si rivela piacevole, Cristina è molto simpatica e non posso negarlo: bellissima. La riaccompagno al parcheggio a mezzanotte e chiaramente vorrei che la serata proseguisse. Lei è parecchio brilla, credo che rimanderò un approccio più fisico a una volta in cui sarà in grado di capire, non mi va di approfittare del suo stato. - Grazie per la compagnia, Cristina. Che ne dici se uscissimo anche un’altra volta? - Mi piacerebbe molto. Sono felice di aver cenato con te, non sei affatto come ti dipingono. - Perché? Come mi dipingono? Si tappa la bocca con la mano, incredula di averlo detto ad alta voce, credo. - Oh, scusa, sono una sciocca e ho bevuto troppo. Non darmi retta. - Eh no. Ora mi devi dire cosa dicono di me, coraggio non sono un tipo permaloso. - Sicuro? Non vorrei rovinare questa bella serata – prende un respiro profondo e poi prosegue: - Va bene, tutti dicono che sei un borioso e prepotente figlio di puttana – ride, è proprio brilla e poi riprende - dicono anche che ti si perdona tutto solo perché sei il migliore, ma sei insensibile e tratti troppo male i pazienti, i loro familiari, le infermiere e i colleghi. Ricomincia a ridere: credo che domani non ricorderà nulla di questa serata. Io invece sì, nessuno mi aveva mai parlato in questo modo. - Chi lo dice? Se posso chiederlo? Si sta ancora sbellicando dalle risate e si avvicina a me barcollando un po’ sui tacchi alti. Non dovrebbe bere il vino se non lo regge. Si aggrappa al bavero della mia giacca e mi bacia. Attenta piccola, scherzi col fuoco. - Dimmi dove abiti che ti accompagno. Non puoi guidare in questo stato. L’accompagno a casa, la metto a letto e me ne torno a casa. Non riesco a levarmi dalla mente le sue parole. Sono troppo sgarbato? Non mi pare proprio che essere puntigliosi e precisi nel mio lavoro significhi essere sgarbato. Non ho tempo per chiacchierare amabilmente con i pazienti, io salvo le vite, per le chiacchiere ci sono le infermiere. Non tratto male nessuno, sono solo diretto e schietto. Passo per insensibile? Non mi importa, non devo stare simpatico alla gente, la devo curare. Torno al mio appartamento e mi butto sul letto, sono veramente stanco, non dormo da troppo tempo e domani mattina ho quattro interventi chirurgici da fare, devo dormire un po’. Un rumore mi desta all’improvviso, un fruscio proviene dal corridoio. Mi alzo di scatto e cerco qualcosa per potermi difendere. Brandisco il fermacarte a forma di scialitica che tengo sul comodino e mi alzo dal letto. Vado verso il corridoio cercando di non fare rumore e vedo una sagoma in piedi vicino alla porta d’ingresso. - Chi sei? Cosa vuoi? Ho chiamato la polizia, arriveranno tra poco. - Tranquillo, non sono qui per rubarti qualcosa, anzi. - Che significa? - Significa che voglio farti un dono. - Un dono? - Sì, hai capito bene. Tu hai salvato la vita a tanta gente, io vorrei farti un dono per salvare la tua. Puoi scegliere quello che vuoi. So che hai tutto, quindi scegli qualcosa di non materiale. Qualcosa che potrebbe migliorare la tua vita, una capacità che magari non hai, dimmi tu cosa vorresti. - Sono già dotato di mio, sono il migliore nel mio campo. - Che ne direbbe di un po’ di modestia? - La modestia la lascio ai mediocri. - Ci sarà qualcosa in cui vorrebbe migliorare e che non le riesce bene! Non è possibile che eccella in tutto. Ci penso e mi ritornano in mente le parole della ragazza di ieri sera, dopotutto potrei migliorare in qualcosa. - Va bene, vorrei essere più sensibile con i miei pazienti e i loro familiari, mi hanno detto che sono un po’ rude. Non so perché stia dicendo queste stupidaggini a un perfetto sconosciuto, ma sto sicuramente sognando e domani mi sveglierò ridendo di me stesso; forse ha ragione Carla: ho bisogno di riposo. - Dono accordato! Buonanotte. Sto per replicare, ma la figura scompare e io, incredulo e un po’ scosso, torno a letto. La radiosveglia mi urla un brano rock nelle orecchie strappandomi dall’incoscienza un po’ troppo duramente. Ho mal di testa e sento di aver dormito poco e male. Mi metto sotto la doccia e mi preparo per andare in ospedale. Arrivo puntuale come sempre e il mio aspetto non rivela né la carenza di sonno né il disagio del ricordo di quello strano sogno. Vado verso la sala operatoria e prima di arrivare alla porta a vetri, mi ferma una giovane donna incinta: - Dottor Brosi? - Sì? - Sono la moglie di Bitti Giorgio, è in lista per l’intervento di sostituzione della valvola cardiaca di oggi. Volevo solo sapere quante possibilità abbiamo che mio marito si salvi. Accidenti, l’altro giorno quando abbiamo parlato non avevo notato che fosse incinta: ma come ho fatto a non vederlo? Mentre parla si accarezza la pancia e mi sembra di vederla muovere sotto la sua mano, non avevo mai visto nulla del genere da vicino. Vengo pervaso da un seno di claustrofobia. Mi allento la cravatta e cerco di sganciarmi: - La percentuale di riuscita è molto alta. - Ma potrebbe anche morire, vero? - Ogni intervento chirurgico ha i suoi rischi e quelli sul miocardio a maggior ragione, signora. Ora mi scusi, ma devo andare a prepararmi. La vedo preoccupata, sta per piangere. Mi fermo e le tocco un braccio: - Andrà bene, vedrà. Farò del mio meglio. - Grazie dottore, grazie infinite. Ma che cavolo sto facendo? Faccio promesse che non posso mantenere? Mi sto rincretinendo. Saluto la donna, mi giro e imbocco la porta della sala operatoria. L’intervento del marito di quella donna è il primo, mi lavo accuratamente le mani, secondo il protocollo e la mia mente va a quella pancia e mi ritrovo a pensare a quanto sarà preoccupata per le sorti del marito soprattutto per la paura che possa non vedere mai il loro bambino, se qualcosa andasse storto. Il mio assistente mi chiama e io sobbalzo. - Scusi, non volevo spaventarla. Tutto bene? - Sì, sì. Ero solo soprappensiero. Il paziente è pronto? - Dorme già, aspettiamo lei per cominciare. Entro in sala, un inserviente mi infila il camice e i guanti sterili. Mi avvicino all’uomo, do un’occhiata al suo viso rilassato e addormentato: è pronto. A un mio cenno accendono la filodiffusione e la musica di Bach pervade l’ambiente. Pratico la toracotomia e mi appresto a cominciare. La procedura dell’intervento è routine per me. La valvola è già stata inserita, riposiziono tutti vasi, ripristino la circolazione e do la scarica al cuore con in defibrillatore. Il muscolo riprende la normale attività, controllo che tutto sia a posto: niente travaso di sangue dalle suture, niente segni di problemi di sofferenza del cuore: perfetto come sempre. Mi appresto a richiudere il torace, ma qualcosa non va. La pressione cala e il cuore va in fibrillazione ventricolare. Dopo dieci minuti di manovre di rianimazione il cuore riparte. Per tutto il tempo della rianimazione ho avuto davanti a me l’immagine di sua moglie in attesa fuori e l’idea di dover uscire a dirle che suo marito era morto mi metteva un’angoscia mai provata. È questa la tanto decantata sensibilità? Non la voglio, voglio tornare a essere il bastardo insensibile che tratta male i parenti e i pazienti, è più sicuro per me e anche per loro. La notizia della buona riuscita dell’intervento fa piangere la donna e inspiegabilmente commuove anche me. La donna mi abbraccia, singhiozza e io, per poco, non scoppio a piangere con lei. Non avevo mai provato una gioia così intensa, avrò salvato migliaia di persone e non me ne è mai importato nulla di più della soddisfazione personale e della gloria professionale: niente a che vedere con quello che sto provando in questo momento. Il dono ricevuto è un fardello pesante, ma forse mi darà delle gioie nuove. Torno in sala operatoria consapevole che tra le mani non ho solo il destino del paziente di turno, ma anche quello delle persone che lo amano.
  21. Mari

    Fotografie

    Commento È stata una lunga giornata, tra poco dovrò preparare la cena, do un ultimo sguardo alla sala e mi sembra che tutto sia a posto, ben spolverato, pulito e profumato: così deve essere. Mentre comincio a cucinare, lo sguardo mi cade su una delle fotografie appese al muro. Noi due, con gli abiti della cerimonia di nozze, Gianni mi guarda con l'amore negli occhi e, sullo sfondo, il tramonto ci investe con la sua luce rosata. Mi assale un po' di malinconia, ma la scaccio subito: niente pensieri tristi. Il sugo è pronto, pulisco tutto, sciacquo le posate che ho usato e metto a bollire l'acqua nella pentola. Apparecchio mentre la pasta cuoce, lui è sempre puntuale e quindi posso contare sul fatto che non scuocerà. Mentre scolo la pasta sento la saracinesca del garage che si apre: potrei sincronizzare l'orologio con la sua puntualità. Un ultimo sguardo intorno per controllare che sia tutto in ordine, giusto in tempo per rimuovere una macchia di sugo dal ripiano di marmo bianco accanto al piano cottura. - Che profumino, amore. - Ciao, caro. Com'è andata al lavoro? - Bene. Mi bacia, come tutte le volte che ci salutiamo e poi va a lavarsi le mani. Ci mettiamo a tavola, mi racconta la sua giornata e io la mia: sono dieci anni che ceniamo insieme e quella è una scena vista e rivista. Rassicurante? Non proprio. Ma questa è la mia vita. Lui mi si avvicina e io, senza riuscire a controllarmi, ho un sussulto e faccio cadere il bicchiere del vino. Non avrei dovuto farlo. Mi affretto a togliere i frammenti di cristallo e cerco di pulire la macchia. Mi afferra per un braccio e mi fa smettere. Un attimo infinito di silenzio. Cerco di guardare in terra, non voglio irritarlo con uno sguardo di sfida. Lui mi prende il mento e mi costringe a guardarlo. I suoi occhi hanno una luce sinistra, quella che non porta mai a nulla di buono. - Che significa, Sara? - Io non... scusami Gianni, ero soprappensiero e mi sono spaventata. - Da quando ti faccio paura, eh? Il suo tono è minaccioso, non devo rispondergli male. Gli sorrido, ma mi trema il labbro inferiore, non posso impedirlo. Vedo la rabbia salirgli sul volto e il mento comincia a farmi male stretto tra le sue dita. Chiudo gli occhi, mentre due lacrime mi rigano il viso, sento il rumore dei miei denti che battono tra loro come se avessi freddo, ma sto sudando come in una sauna. Mi lascia andare il mento e mi colpisce con il palmo aperto, in pieno volto: sento il bruciore che aumenta mentre perdo l'equilibrio. Mi sforzo per non cadere, l'ultima volta che è successo mi ha presa a calci. Riesco a rimanere in equilibrio appoggiandomi a un mobile: i portafotografie con le foto del viaggio di nozze vacillano ma non cadono. So che se provassi a scappare alimenterei solo la sua voglia di farmi male, quindi mi faccio coraggio, nel ricordo di quei giorni felici e, contro ogni logica, provo ad avvicinarmi per toccargli un braccio. Mentre la guancia mi pulsa e la sento diventare di fuoco, tento di blandirlo, col tono più carezzevole possibile: - Gianni, non roviniamo la serata, andiamo di là... Lo bacio, sento i suoi muscoli rilassarsi mentre risponde al bacio. Il sesso lo calma sempre, è l'unica arma che ho per evitare che mi massacri. Mi trascina in camera. Anche qui è pieno di foto che testimoniano quanto siamo stati felici insieme, almeno per un po' lo siamo stati davvero. Supero la rabbia e l'umiliazione fingendo che sia ancora così. La sua vicinanza mi disturba, mi dà fastidio l’odore che ha, la saliva sul viso, il respiro caldo sul collo. Mi prende con rabbia e senza troppi complimenti, noncurante del fatto che io non sia minimamente pronta. La mente si stacca dal mio corpo e vaga nei ricordi, nei rimpianti e cerco di ignorare il dolore. Per fortuna fa alla svelta, senza sforzarsi di rendermi la cosa piacevole e, appagato, si addormenta. Non ce la faccio più a continuare così, sono scappata due volte, mi ha sempre ripresa e fatto pagare un conto molto caro. La denuncia? Non è una strada possibile, è un colonnello dell'arma dei Carabinieri: non ne uscirò mai. Uniti per sempre nella buona e nella cattiva sorte. Vado in cucina, qui posso piangere senza essere sentita e di conseguenza punita. La guancia mi fa molto male e sotto l’occhio si sta formando un livido. Prendo una confezione di piselli dal congelatore e me lo appoggio con cautela sul lato sinistro della faccia. Sono stanca, ma di dormire in quel letto non se ne parla. Vado nell'ingresso, apro la cassaforte nascosta dietro all'ennesima nostra fotografia, prendo l'arma d'ordinanza, la carico: finché morte non ci separi. Solo uno sparo e tutto quello che rimarrà a Gianni saranno le foto sparse per casa a testimoniare quanto siamo stati felicemente uniti.
  22. Matt

    Silver death

    Commento http://ultimapagina.net/forum/topic/504-violino/?do=findComment&comment=8282 (con la gentile concessione della pasta patate riso e cozze) SILVER DEATH Non ne poteva più di tutto quell’incontrollabile tremare, delle nuvolette quando respirava, la sciarpa sulla faccia e il berretto che non copriva mai abbastanza. Non era uno stramaledetto pinguino: era un uomo che amava la spiaggia, il sole e le scottature. Però era lì, in un paesino della Siberia che non riusciva nemmeno a ricordare (forse Warlast o Wirstar, o qualcosa di simile). Il primo impatto era stato orribile, ma piano piano ci stava facendo il callo. La nota positiva era che tutti lì si facevano i cavoli loro, avevano troppo freddo per fermarsi e chiacchierare, o voltare la testa per guardare quel nuovo arrivato che imprecava alla ricerca di un locale con il riscaldamento. Non c’erano manager in affari, persone con la fretta dietro al culo, pazzi schizzati o loschi individui con l’impermeabile; perché se c’era un tipo di persona di cui non ci si doveva mai fidare quello era il tizio con l’impermeabile. Tirò su con il naso e tuffò il volto nella sciarpa. Aveva una fame assassina, ma sapeva che poco distante avrebbe scorto il ristorante in cui era solito cenare da un paio di settimane. Il Silver era il posto migliore dove mangiare qualcosa di decente in quel buco di culo ghiacciato che chiamavano Werstor, o Wistrot, ben gestito e con un personale ridotto ma simpatico. Nonostante la scarsa, e ingiusta, frequenza del posto, riuscivano lo stesso ad andare avanti e lui ne era felice perché altrimenti non avrebbe trovato un altro posto dove saziarsi decentemente. «Ferdinand!» lo salutò Aalina, con la sua voce squillante, non appena varcò la soglia. «Ti aspettavo da un momento all’altro: siediti pure al solito posto, la pasta patate riso e cozze è quasi pronta!» Gli lanciò un sorriso e andò in cucina. Quella ragazza l’aveva catturato sin da quando era arrivato dalla lontana Manhattan, che rispetto a dove si trovava era di certo più vivibile. Non che sognasse di ritornarci, sia chiaro, c’erano troppi ricordi e problemi che lì non l’avevano più asfissiato. Si stava trasformando in uno Yeti, ma almeno era uno Yeti sereno. Mentre toglieva il giaccone e arrotolava la sciarpa, ascoltava Aalina fischiettare una canzone, sembrava la colonna sonora di Frozen ma non ne era troppo sicuro. La ragazza uscì poco dopo dalla cucina con un piatto fumante. «Ecco a te.» Depositò il piatto sulla tovaglia di un bianco immacolato. Ferdinand sorrise osservandola, perché la ragazza non aveva voluto nascondere gli orecchini che lui stesso le aveva regalato il giorno prima per il compleanno, fregandosene di quello che avrebbe potuto dire suo padre. Non sarebbe stato un problema in effetti, ma si dava il caso che il padre, grosso omone attaccato alle vecchie tradizioni, era anche il gestore del ristorante assieme alla moglie e quindi, in un certo senso, andare a mangiare da loro era un rischio. Tuttavia, per usare una frase originale: il rischio era il suo mestiere. Aalina rimase lì, in attesa. «Be’» fece, «come ti trovi qui?» Lui resistesse nel risponderle “Con il gps, con tutta sta neve non si vede un cazzo” ma non lo fece, perché in quel posto le sue battute non sortivano l’effetto che desiderava. Non che in qualche altro luogo sortissero un effetto diverso. «Casa un po’ mi manca, ma preferisco essere qua che là. Non sopportavo più di…» Ferdinand si fermò, interrompendo la frase. «Di?» lo incalzò lei. «Nulla, pensavo ancora al lavoro…» «Ah, il tuo lavoro misterioso.» «Già.» Ferdinand si mise a giocare con le posate, esclusivamente per lui in argento, incerto se mangiare o dover dire qualcos'altro. In quel momento la porta si aprì e un uomo entrò nel Silver. Indossava un cappotto nero. Brutto segno. Aalina si ricompose e torno dietro al bancone, preparandosi ad accogliere la clientela. «Buonasera, un tavolo per uno?» fece, con voce affabile. Lui dapprima non disse una parola, poi avanzò di alcuni passi e chiese: «Cosa avete di... rosso?» A quel punto l’attenzione di Ferdinand aumentò: lo sconosciuto avevano qualcosa di familiare, troppo familiare. Sebbene il cappotto lo coprisse quasi interamente, con tanto di cappuccio calato, aveva capito in che guai si erano cacciati. «Uhm, vediamo… ginger?» «No.» «Del vino?» «No.» «Un succo d’arancia?» «No.» «Una deliziosa spremuta di barbabietola?» «Cosa? No!» «Un bloody Mary?» A quel punto lo sconosciuto emise uno strano rumore, simile ad un sibilo, poi le puntò gli occhi arrossati addosso e rispose: «Magari un bloody Aalina…» Le sue mani scattarono veloci verso il collo della ragazza, che arretrò urlando e schiaffeggiandogliele. Ferdinand afferrò d’istinto una posata a caso, gridò «hei!» e quando l’uomo si voltò glielo dirò dietro, accorgendosi subito dopo di aver scagliato il cucchiaio. L’uomo, dopo essere stato colpito al volto, scattò all’indietro coprendosi la guancia con le mani. Ferdinand era sicuro che quel fumo che sfuggiva dalla figura non era di certo alito. Erano anche lì. Ciò da cui era fuggito, il lavoro, l’aveva raggiunto. «Entra in cucina, Aalina!» «Hai ancora fame?» chiese lei, perplessa. «No, cioè sì, ma no!» «Sì o no? Devi essere chiaro, sennò come…» Il tizio si alzò parecchio incazzato e cercò di afferrarla, ma lei arretrò sbigottita. «Ma che fai, non vedi che sto prendendo un’ordinazione?» Lui non badò alle sue parole e cercò di oltrepassare il bancone, ma Aalina si voltò e prese la prima cosa che gli capitò a tiro: un vassoio d’argento. Glielo fracassò in testa con tanto di BONG! Il colpo l’atterrò di nuovo e lo lasciò per qualche istante a terra agonizzante, mentre si torceva come un lombrico tagliato a metà da uno stupido marmocchio sadico. Aalina si pretese verso l’uomo che aveva colpito, si era tirato dietro la tovaglia del tavolo più vicino e ci si stava dimenando dentro. «Animale! Ci ho messo due ore a stirarla!» La ragazza scavalcò il bancone con un balzo felino e lo colpì in testa. «Alzati subito!» «Aia! Aia! Mi fai male, cretina!» si lamentò lui, cercando di proteggersi con le braccia. «Cretina a chi? Cretina a chi, eh?» Lo prese per l’impermeabile e cercò di strattonarlo via dalla tovaglia, lui si ritrasse sfilandoselo. Sotto portava un tanga verde fosforescente e aveva il petto villoso che manco l’orso grizzly. «Ma che fai? Ridammelo!» si lamentò, coprendosi il pacco con le mani. «A sconcio!» esordì Edda dalla cucina, con un mestolo in mano. «Questo è un ristorante fine, coglione! Boris, Boris! C’è un tizio nudo!» Il marito accorse subito con una coscia di pollo calata a metà in bocca, lo vide e per poco non si strozzò. Quindi la sputò e impugnò un tostapane, accompagnando il gesto con imprecazioni elaborate. Il mostro, che di riflessi ne aveva gran pochi, venne colpito al petto. «Ma sei scemo?» gli ululò contro, sbigottito. «Non si entra nel mio ristorante conciato in quel modo! Pervertito!» gli urlò Boris di rimando, lanciandogli cose di ogni tipo, compreso il cellulare della figlia che lo rincorse stile rugbista al grido di «l’aifooonnnn!», schiantandosi contro il malcapitato mezzo nudo. Ferdinand si stava godendo tutta la scena mangiando il suo piatto di patate riso e cozze, in piena serenità. Una volta tanto qualcuno che lavorava al posto suo! Boris intanto aveva afferrato il bizzarro tizio nudista dalle orecchie e lo stava prendendo a calci nel sedere. Nello sconosciuto dei ricordi, di sua madre che lo puniva quando non gettava le sacche di sangue finite nel cestino, gli sovvennero quasi stesse rivivendo quei tremendi momenti. «Pervertito! Hai distrutto il mio ristorante! Hai spaventato mia moglie e mia figlia!» Le due, d’altro canto, stavano guardando con un certo quella protuberanza che si distingueva nel sottile indumento fosforescente. «Mi lasci. Mi lasci, lei è pazzo!» «Mi pagherai tutto quello che hai scassato!» Lui trovò la forza per voltarsi e mostrargli dei lunghi canini affilati, sibilando. Boris però non si fece intimorire e gli piazzò una testata epocale che fece sbilanciare il nemico, che a quel punto decise di abbandonare il locale in fretta e in furia raschiando il parquet con le scarpe ancora umide. «Il pavimento! Il pavimento!» Una serie di pentole attraversarono la sala, mentre la porta si apriva e chiudeva nel giro di pochi secondi. «L’ho preso?» domandò Edda, con la testa che sporgeva dal bancone. «Temo che fia fuffito, fignora» farfugliò di rimando Ferdinand, ingurgitando un boccone a forza. «Fuffito? Nessuno si è mai permesso di fuffire senza salutare!» tuonò Boris. «Amore, portami il fucile! Non voglio che i maleducati infestino il nostro ristorante!» Un attimo dopo padre, armato di fucile da caccia, madre armata di mocho vileda e figlia, che filmava tutto, uscirono di corsa alla ricerca del depravato che aveva messo a soqquadro il loro amato ristorante di famiglia. Nel frattempo Ferdinand aveva terminato la sua cena e, non ancora del tutto sazio, pensò di chiedere un bis. Purtroppo non era rimasto nessuno all’interno, quindi dovette servirsi da solo. D’un tratto si fermò, chiedendosi se fosse il caso di andarli ad aiutare. Uscì dalla cucina, nel locale sembrava che fossero passati gli sciacalli. Si guardò attorno. «Be’, dopotutto è ancora domenica.» Perciò si risedette e affondò il cucchiaio nella seconda porzione di riso patate e cozze, masticando tutto felice la succulenta prelibatezza. Com’era duro il lavoro di cacciatore delle tenebre!
  23. Paolo fissò la foto per un istante poi, afferrandola per il lato superiore con entrambe le mani, la strappò. -Ecco. Questo è quello che ti meriti. Non vali più di cinque lire bucate.- disse ad alta voce parlando alla foto, ormai ridotta a due pezzi, prima di accartocciare nella mano destra la parte in cui si trovava Sandro, il destinatario di quella frase. Il suono del telefono interruppe i suoi pensieri. -Ciao Gian- rispose quasi seccato -ho appena mandato a quel paese Sandro… non è colpa mia se stava per sposare una puttana… ah, non ti ci mettere anche tu, dai andiamo a farci una birra. Poco dopo Gianluca aspettava l’amico davanti alla birreria, vide passare una Golf bianca, la seguì con lo sguardo e la vide parcheggiarsi davanti a un passo carraio. -Eccolo. Pensò. -Guarda che sei assurdo! Da quant’è che siete amici?- chiese Gianluca. -Non siamo amici, non più. E se lui crede di essere ancora amico mio è in errore. -E mettere in conto l’ipotesi di essere stato tu a sbagliare? Paolo si grattò il mento pensieroso poi fece dondolare la testa e si decise a rispondere: -E’ vero, potrebbe anche essere che la colpa sia mia. Magari avrei dovuto evitare di colpire il suo pugno chiuso col mio mento. Già. Domani lo chiamo e gli chiedo scusa. -Non ti sei nemmeno chiesto se magari hai fatto qualcosa di sbagliato? -Se pensi che abbia ragione lui perché sei qui a bere con me? Perché non vai a consolarlo? Magari gli fa male la mano. Mentre parlava, Paolo sentì una mano sfiorargli la spalla. Sì voltò e vide una ragazza che lo fissava. -Ciao, tu devi essere Paolo, l’amico di Adriana.- esordì la ragazza. -Sì, sono io. -Beh, mi correggo: il fu amico. Almeno lei dice così. -E tu chi cazzo sei?- Chiese infastidito Paolo. -Chi sono io? Io sono, anzi, avrei dovuto essere la testimone di nozze di Adriana. -E cosa vuoi da me? -Volevo dirti che mi fai schifo. Tutto lì. Paolo si voltò come se nulla fosse successo. La ragazza scosse il capo e se ne andò. -Questa volta hai combinato un bel casino Paolo. -Adesso ti ci metti anche tu? Ma che volete tutti da me? -Quei due dovevano sposarsi. -Non sono stato certo io a vietarglielo. Gianluca dovette combattere con l’istinto di sferrare un pugno a Paolo, in nome della loro longeva amicizia provò a farlo ragionare. -Ma come ti è venuto in mente di scoparti Adriana? A un mese dal loro matrimonio poi! -E come è venuto in mente a lei di darmela? Tutti a fare i moralisti con me mentre lei è quasi una vittima. -Credi che se la stia godendo? Hai presente cosa vuol dire annullare un matrimonio? Un mese prima per giunta. -Non è un problema mio. Io non mi devo sposare. Lei sì. Doveva pensarci prima. Gianluca sapeva che se avesse insistito avrebbe solo peggiorato una situazione già disastrosa. Cambiò discorso e verso mezzanotte i due si salutarono fuori dalla birreria; ognuno si avviò per la sua strada. Dopo pochi passi Gianluca sentì in lontananza la voce di Paolo mescolata ad altre voci. Istintivamente si voltò per vedere con chi stesse parlando e la scena che vide lo fece trasalire. Arrivò giusto un attimo prima che la discussione degenerasse e, facendo affidamento sulla sua diplomazia, riuscì ad evitare che il suo amico ricevesse un altro pugno sul mento. -Scusa ma cosa gli hai detto?- Chiese Gianluca a Paolo mentre si allontanavano. -Eccolo lì! Parti già dal presupposto che abbia detto qualcosa di sbagliato. Tanto valeva che restassi dov’eri. -Hai ragione, forse sono stato prevenuto… -Togli pure il forse. -Va bene, allora dimmi com’è cominciato tutto. Di tutta risposta Paolo si voltò e cominciò a camminare in direzione opposta. Gianluca gli corse dietro e lo strattonò per il braccio. -Ma si può sapere cosa ti prende? Non ci riesci proprio a non fare una cazzata appena ti muovi? -Sei forse mio padre? Sei un maestro di vita? -Sono un tuo amico, e ti voglio bene. -Allora, se mi vuoi bene, lasciami stare. Stasera non ho testa di sentire le tue paranoie. -Io sto solo cercando di… -Gian’, anche io sono tuo amico. Ma, visto che da qualche giorno a questa parte tutto il mondo ce l’ha con me, mi aspettavo che almeno tu ti comportassi da amico vero. Invece anche vieni a farmi la morale. Allora, se è per questo che mi hai chiamato, ti dico che non ne ho bisogno. Visto che me l’hanno fatta in tanti ultimamente. -Forse perché te la sei meritata. -Vai a casa Gian’. Così dicendo, Paolo si incamminò nuovamente. Quella notte Gianluca fece fatica ad addormentarsi. L’immagine del suo amico che si dirigeva da solo verso casa e ripassava spavaldamente davanti al gruppo di ragazzi con i quali aveva appena avuto un’accesa discussione lo tormentò a lungo fin quando la stanchezza prese il sopravvento e, quasi all’alba, si addormentò. L’indomani, mentre faceva colazione, si chiedeva se fosse il caso di verificare che non fosse successo nulla. Più volte prese il telefono pronto a chiamare Paolo ma non lo fece mai. Giunse Anna, la sorella di dieci anni, e si sedette di fronte a lui. -Anna, quando mi guardi così mi metti paura. -Guardati tu, stamattina sembri uno zombie. -Io non intendevo dire che tu sia brutta. Solo che quando mi guardi così so che stai per dirmi qualcosa che non mi farà piacere. E, comunque, ho dormito male stanotte. Se ho la faccia da zombie è per quello. -Hai fatto a botte con qualcuno?- L’espressione di Anna era inequivocabilmente divertita. -Ma come ti viene… perché me lo hai chiesto? -Ti ho beccato! Hai fatto a botte! Hai fatto a botte!- rispose la sorella ridendo. Gianluca finì il suo tè e si strofinò la faccia. -Non ho fatto a botte! Vedi dei lividi sulla mia faccia? La sorella gli prese il volto tra le mani e lo esaminò attentamente. -No, in effetti a te non le hanno date. Gianluca afferrò le mani di Anna e la guardò serio in volto. -Come sarebbe a dire “a te”. -Devi telefonare a Paolo. -Paolo? Cosa c’entra lui con le botte? Quando ha chiamato? Cosa ti ha detto? -È venuto qui. Mamma se era brutto. Aveva delle macchie tutte viola sulla faccia. Lui sì che le ha prese. Gianluca afferrò il cellulare. Dopo due tentativi finalmente Paolo rispose. -Ciao idiota, sei ancora vivo? -Se volevo una lavata di testa chiamavo l’amica di Adriana. -Appunto, dimmi: cosa vuoi? -Innanzitutto che ti calmi. -Altrimenti che fai? Mi picchi? La risposta di Paolo fu un invito alla pratica della sodomia seguita dal vero motivo di quella chiamata. Poche ore dopo i due, seduti vicini, aspettavano di essere chiamati e osservavano il tranquillo viavai di gente davanti a loro, chi in divisa chi in manette. -Ancora non ci credo che lo sto facendo. -Ti vuoi stare zitto? Guarda che se ti sentono finisce male per tutti e due. -Quando usciamo di qui ricordami di mandarti a… Fu interrotto dall’arrivo di un uomo in divisa che si parò davanti a loro e, dopo averli squadrati a lungo, fece cenno con la testa di seguirli. -Allora signori- esordì con tono severo il poliziotto quando tutti furono seduti -se credete che abbia scritto scemo sulla fronte avete sbagliato tutto. Avete sbagliato modo, giorno e persona.- Gianluca sentì un brivido di paura percorrergli la schiena; Paolo sembrava impassibile. -Guardi che quello che le abbiamo raccontato è vero.- ribatté Gianluca nervosamente. -Ascoltami bene testa di cazzo, io di persone che fanno a botte per strada ne vedo tutti i giorni. E ti posso garantire che solo nei film di Bruce Lee succede che uno mena tutti e non prende nemmeno un pugno. E tu non hai la faccia di uno che le ha prese. Lui, invece, sì. Ora ascoltatemi bene tutti e due: per questa volta passa perché siete entrambi incensurati mentre i vostri amichetti sono delle nostre vecchie conoscenze. Ma la prossima volta che capitate qui vi raddrizzo io come si deve. Ora levatevi dalle palle che ho da lavorare. Fuori. E vedete di rigare dritto. I due amici uscirono senza proferire parola, quando furono per strada Gianluca prese a camminare velocemente verso casa. -Gian! Vieni che ti offro un caffè. Gianluca si fermò, esitò per un attimo chiedendosi se fosse meglio far finta di non aver sentito o tornare indietro e urlare in faccia all’amico la sua ira. -Ascoltami bene Paolo- disse dopo aver scelto la seconda opzione -ti rendi conto che abbiamo appena rischiato di passare dei guai? -Ci hanno arrestati? Ci hanno fatto qualcosa? Ci hanno preso le impronte? No. Allora mi spieghi che cazzo hai sempre da lamentarti? -Stamattina non eri così sicuro che sarebbe andato tutto bene. Ti sei quasi messo a piangere quando ti ho detto che non volevo testimoniare per te. -Certo! Se non avessi testimoniato, sì che mi arrestavano. -Ma non mi dire! Sarà mica che tu hai riempito di botte delle persone? In effetti, solitamente, certe cose vengono punite con l’arresto. -E tu mi avresti fatto finire in carcere? -Paolo, ho rischiato di finirci io, per aiutare te. Te ne rendi conto? -Non mi sembra che tu ci sia finito. Comunque volevo offrirti un caffè proprio per ringraziarti. -Non ti preoccupare. Per oggi ho rischiato abbastanza. Io vado a casa e tu cerca di rigare dritto. Non potrai cavartela sempre con l’aiuto di uno scemo come me. -E invece sì. -NO! No Paolo. Non puoi pensare di sistemare sempre tutto in questo modo. Prima o poi dovrai pagare per i tuoi comportamenti da pivello. -Senti, sai che c’è? C’è che mi hai rotto il cazzo. La prossima volta che avrò bisogno di un amico non chiamerò certo te. Addio. Quella fu una lunga giornata per Gianluca, il comportamento di Paolo lo aveva reso tremendamente nervoso e si era rimproverato tutto il giorno di averlo aiutato quella mattina. La sera, dopo cena si mise sul letto e provò a distrarsi leggendo un libro. -Abbassate un po’ il volume!- urlò infastidito verso la cucina. Prima che la sua richiesta venisse soddisfatta sentì involontariamente una notizia data al telegiornale. Durante la sua folle corsa il ragazzo ha perso il controllo dell’auto schiantandosi contro la recinzione, l’impatto gli è stato fatale. Si alzò sbuffando e si avvicinò alla porta, giusto in tempo per sentire un’altra parte della stessa notizia. Alla guida della Golf si trovava Paolo… Proprio in quell’istante il volume si abbassò.
  24. libero

    Violino

    Commento a Ultimo atto La folla dei mendicanti si aprì per farlo passare. Un Mosè accattone e un mare di straccioni che si spalancava davanti a lui senza nemmeno dover fare un segno con la mano. La custodia del violino gli pendeva dalla spalla: la pelle nera lacera e consunta, le chiusure ossidate, tutto portava il segno del lungo servizio prestato. Veniva da molto lontano, ma tutti sapevano chi era e lo salutavano chinando il capo con deferenza, senza osare sfiorarlo. Il tunnel sotterraneo sfociava nell'ampio spazio di una stazione della metropolitana in disuso. Seduto su un trono realizzato con un vecchio sedile strappato da un vagone distrutto, lo attendeva il re. Gli si fermò davanti e piegò lievemente il capo, in segno di rispetto. “Mi tratterò per breve tempo nella vostra città. Suonerò agli angoli delle strade.” Il re fece un cenno affermativo. “Per chi sei venuto?” “Questo non lo posso dire.” sorrise. “E sia. Hai libero accesso a tutto il mio territorio, nessuno ti importunerà. Sei sotto la protezione del re.” Piegò nuovamente il capo in segno di assenso e si allontanò. La folla si aprì nuovamente al suo passaggio. Non aveva bisogno di chiedere il permesso a nessuno, ma provava gusto nel mantenere le tradizioni. E la tradizione voleva che ogni mendicante che entrava in un territorio nuovo si presentasse al re degli straccioni a chiedere il permesso di mendicare. Risalì in superficie seguito dagli altri mendicanti che si dispersero, ognuno verso il suo luogo abituale. La città odorava di sterco di cavallo e fumo di carbone, ma nemmeno il puzzo delle strade riusciva a cancellare del tutto il dolce profumo della primavera. Camminò senza meta finché non trovò un luogo che lo ispirasse. Scelse l'angolo di una piazza contornata da palazzi antichi, aprì la custodia e tirò fuori il violino. Il legno lucido, quasi bianco, talmente chiaro da sembrare osso, contrastava con il nero della tastiera. Sistemò la mentoniera, regolò con precisione l'accordatura e passò la pece sui crini dell'archetto. Quando iniziò a suonare le note penetranti riverberarono sui palazzi antichi creando un'armonia complessa. Il suono sembrava attardarsi, scivolava lungo i muri, inondava la piazza, rimbalzava indietro, indugiava ancora, come non volesse spegnersi. I passanti si fermavano, colti alla sprovvista e lasciavano cadere qualche moneta nella custodia aperta, affascinati e spaventati dalla musica del suo violino. Suonò a lungo, pezzi famosi e brani dimenticati da secoli, suonò le sue composizioni, suonò brani per quartetto, per orchestra, per solista. Ogni nota volava magica nell'aria e ognuno portava via con se un pezzetto di quella musica e inconsapevole la faceva risuonare nella propria testa, consumando la cena, preparandosi a dormire, attizzando il fuoco nel camino, finché i sogni non la consumavano. Suonò qualche ora, poi soddisfatto del guadagno cercò una locanda dove mangiare qualcosa e fermarsi a dormire. Lo attendeva un lavoro importante. Il suo lavoro lo era sempre e vi dedicava la massima cura, non gli importava se doveva suonare per un re, un ciabattino, un marinaio, se fosse una sguattera o una regina e richiedere i suoi servigi. Dormì. Dormì uno spartito in si minore, un adagio complesso e intricato di melodie sovrapposte. Fece colazione e senza affrettarsi si recò nello stesso angolo del giorno precedente. La notizia della sua musica si sparse per la città. Vennero in molti ad ascoltarlo, appassionati, sedicenti esperti ed esperti veri, vennero bambini, insegnanti, nobili. Solo i mendicanti si tennero lontani, tappandosi le orecchie quando appoggiava l'archetto sulle corde. Attese. Suonò. Non aveva fretta. Colui che l'aveva chiamato sarebbe andato da lui quando si fosse sentito pronto. Trascorsero alcuni giorni e finalmente, proprio quando stava riponendo il violino nella custodia, lo vide. Capì subito che era lui, lo capì dallo sguardo. L'uomo non disse nulla, si incamminò nell'ombra scesa sulla città mentre ancora ls luce rosata del che ammantava i campanili e le guglie di chiese e palazzi. Lo seguì, fino a un portone rinforzato da pesanti borchie di ferro nero. Lo seguì nel cortile interno, salì le scale guidato dal suo passo ed entrò nella camera. L'uomo giaceva nel letto, consumato dalla stanchezza di una vita troppo lunga. Non gli disse nulla, un cenno del capo fu sufficiente. Appoggiò delicatamente a terra la custodia e prese il violino. Con estrema cura verificò la tensione delle corde, le pizzicò appena, lasciandole risuonare nel silenzio della casa. Controllò l'archetto, sistemò ogni cosa con estrema cura. Sorrise all'uomo che lo guardava dal letto e attaccò un brano in una tonalità inusuale, fatto di note lunghe che si sovrapponevano in dissonanze sincopate per poi mescolarsi in accordi dolci e melodiosi. Una nota alla volta guardò il cuore dell'uomo fermarsi. Con la sua musica guidò la vita fuori da quel corpo consumato. Con un lieve sorriso l'uomo esalò l'ultimo respiro che si attorcigliò all'ultima nota della melodia. Il violino è morte, è straziante lamento, è dolce riposo, è grido lacerante, è gioia. Il violino è vita, è respiro, è cuore che pulsa, sangue che scorre. Uscì dalla casa, alcuni mendicanti chinarono il capo vedendolo passare. Senza dire nulla se ne andò dalla città, verso il suo prossimo lavoro, verso il prossimo uomo che aveva bisogno di morire.
  25. Trilce

    Tommy

    In una gelida mezzanotte d’autunno Tommy si svegliò addormentato, grattandosi gli occhi, si alzò dal letto. Uscendo dalla stanza, cercò una via di fuga da quella sensazione opprimente che lo tormentava, quando si sentì mancare il respiro: Un rumore strano gli aveva troncato le sue intenzioni di dormire in un sussulto. «Non è niente» sussurrò tra se e sé, sentendosi per qualche secondo un bambino. Infine Tommy si avvicinò alla finestra, respirando l’umidità e vide la pioggia come aveva reso luminoso il giardino. Sovente sua madre osservava da quella stessa finestra. Quando Tommy tornava a casa di notte, alzava lo sguardo incontrando quello di lei, che pallida e immobile, restava pietrificata come una sfinge. «Ciao Jane» la sua voce percorse l’abissale silenzio. Sua madre mai aveva accettato essere chiamata mamma o madre. C’erano due enormi dipinti, attaccati uno accanto all’altro di fronte alla porta d’ingresso, uno rappresentava sua madre e l’altro suo padre. Parlare di lui era un argomento proibito così come tante altre cose che ancora ignorava. Adesso non riusciva più a ricordarlo, anzi credeva di non avere mai serbato nemmeno un ricordo di lui nella sua fragile e debole memoria. Quella notte si era svegliato impaziente, tormentato da frammenti di immagini che comparivano per alcuni secondi come schegge luminose e fugaci che mostravano pezzi nascosti del suo passato. Sua madre non c’era più ma la sua presenza sembrava ancora rinchiusa dentro casa, intrappolata in ogni oggetto, assorbendo l’aria, avvelenando l’ossigeno, che diventava pesante. Ogni volta che frugava nei ricordi, s’indeboliva, stordito e sul punto di svenire, decideva sempre di fermarsi proprio nel punto in cui si avvicinava a quella verità che aveva tanto voluto scoprire. Quella stessa notte sembrava una di quelle tante in cui ci avrebbe provato, senza risultato, fino ad un certo punto. Seduto sulla poltrona di fronte alla finestra, sfogliava l’album di famiglia, la presenza di suo padre mancava in tutte le foto, c’era la sua sagoma, del resto era tutto così oscuro da essere irriconoscibile. Mentre si consumava la sigaretta, ricordava quella volta in cui trovai Jane inginocchiata, accostata sul muro, tremante. Notando la sua presenza, gli coprì la bocca con una mano e con lo sguardo gli fece capire che doveva restare in silenzio. «Adesso ascolta» disse con voce ferma e bassa «senti, devi fare esattamente quello che ti sto per dire». Tommy annuì con la testa. «Devi affacciarti alla finestra, controlla che non ci sia nessuno, vedrai forse un uomo che cammina appoggiandosi sulle mani. Non devi mai guardarlo negli occhi, né farti vedere, altrimenti verrà da te e…» Jane perse la voce, sconvolta, coprendosi la bocca per soffocare il pianto. «Ok, mamma». Quella volta sentirsi chiamare mamma l’aveva commossa, e sorrise, guardandolo dritto negli occhi con un grande affetto, mai dimostrato prima. Tommy s’avvicinò alla finestra. Pioveva, nel buio un’ombra si mosse tra gli arbusti, ma poi scomparve confondendosi nell’oscurità. Quando si voltò verso sua madre, lei non c’era più. Questa notte la sua mente viaggiava all’improvviso, attraverso il tempo, in ordine impreciso, avvolgeva tutte le memorie di quanto aveva potuto conservare. Accese una sigaretta, sedendosi sulla poltrona di sua madre. Il suo sguardo si perse nel buio, il chiaro di luna sulle foglie illuminavano il giardino: e vide un’ombra, due occhi giallastri di un uomo che non era un uomo, e sente di riconoscere, lo stesso sguardo nel ritratto di suo padre… La porta di casa si aprì e Tommy aspettò, fermo, mentre la sigaretta ancora accesa, si consumava…
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