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  1. È venerdì, sono le sei di pomeriggio. La giornata, almeno la parte lavorativa di essa, è finita. Sono tornato a casa, apro la porta e il silenzio mi avvolge. Ancora poco e questo silenzio svanirà: arriverà mia moglie con i bambini e il consueto rituale del rientro avrà inizio. Metto a posto la poca spesa che faccio ogni giorno appena uscito dal lavoro: il pane sul tavolo, i biscotti nell’armadio a muro, la verdura nel frigorifero. Bevo un bicchiere d’acqua e tamburello con le dita sul ripiano della cucina. Staranno arrivando? Sento sbattere delle porte, mi affaccio al balcone ma non vedo la macchina di mia moglie. Eppure sento le voci, la sua e quella dei piccoli. Un paio di secondi e il suono del citofono mi fa capire che sono desiderato di sotto. Ho fatto una sola rampa di scale e già li vedo intenti a salire. Mio figlio di cinque anni sale e mi abbraccia mostrandomi qualcosa che ha fatto in un qualche laboratorio dell’asilo. Mia figlia, poco meno di due anni, non è ancora in grado si salire le scale da sola, è ferma sul pianerottolo dell’ingresso e quando mi vede urla “papà” e comincia ad agitare le braccia come fossero ali mentre cammina in tondo a piccoli passi per dare sfogo all’euforia di vedermi. Una pesante settimana di lavoro è finita ma questa scena che si ripete tutte le sere mi aiuta a scrollarmi di dosso tutto ciò che dall’ufficio, mio malgrado, mi sono portato a casa. Scendo la seconda rampa, prendo in braccio la piccola e comincio a consumare le sue piccole guance con una serie infinita di baci mentre ascolto le ultime novità da mia moglie. Rientriamo in casa, mentre io sistemo i bambini mia moglie comincia ad armeggiare con i fornelli e, nel frattempo, ci raccontiamo le rispettive giornate. Viene fuori che la sua macchina è rimasta parcheggiata fuori dal cortile condominiale perché il telecomando del cancello si è rifiutato di fare il suo dovere. Controllo. Infatti, il cancello non si apre. Cambio le pile al telecomando e mi accingo a scendere per mettere la macchina al suo posto. “Papà! Dove vai?” mi urla mio figlio. Rispondo che non vado da nessuna parte, solo parcheggio la macchina di mamma in cortile. Mio figlio decide di venire con me. Scendiamo insieme, io, mio figlio e un sacchetto di spazzatura. Ci avviciniamo al cassonetto; con uno sforzo al limite delle sue possibilità mio figlio riesce a farvi balzare dentro il sacchetto. È ora di prendere la macchina e metterla al suo posto. “Stavolta mi siedo davanti.” sentenzia mio figlio; visto che percorreremo un totale di circa dieci metri, non obietto. Prendo la chiave della macchina dalla tasca e quando premo il pulsante di apertura delle porte, le luci delle frecce paiono salutarmi. Mio figlio, eccitato oltre misura dall’idea di sedere davanti, corre verso la porta anteriore lato passeggero; quando lo raggiungo è già seduto e sta allungando la mano per tirare a sé la porta. Gli intimo di fare attenzione a non farsi male mentre anche io mi siedo. Infilo la chiave nel blocco e noto che mio figlio si sta allacciando la cintura. È decisamente superfluo ma l’attenzione e la determinazione che vedo in questo gesto mi fanno pensare che quello che per me è un paio di manovre per lui è molto di più. Un viaggio in macchina assieme a papà. Seduto davanti. Non posso resistere all’idea di vedere le sue manine piccole e paffute maneggiare la fibbia della cintura di sicurezza. Un’operazione che per me è ormai istintiva per lui sembra un’impresa. Click. C’è riuscito. Ora potrei accendere la macchina e partire ma, se per mio figlio è stato importante allacciarsi la cintura bisogna che lo faccia anche io. Fatto. “Sei pronto?” chiedo al piccolo che si guarda attorno come se fosse salito in questa macchina per la prima volta e mi risponde di sì. Bene, si può partire. Avvio il motore. Il passeggero che porto in auto con me adesso ha diligentemente posto le mani sui lati del sedile e attende di vedere la macchina muoversi. Qualcosa rende questa situazione particolare, in un primo momento non riesco a capirlo ma nemmeno ci provo poi la risposta viene da sé: guardo mio figlio e capisco quanto la sua presenza illumini a giorno l’abitacolo di questa macchina. Nelle sue manine cicce, nelle sue gambine così corte da restare sospese a mezz’aria dal sedile, in quel corpicino piccolo e morbido come un peluche, c’è una vita che freme per essere vissuta. Come un libro appena iniziato del quale non si sa il genere, la trama e nemmeno i personaggi, dove tutto deve essere scoperto. Un libro che ancora si sta scrivendo del quale nulla si sa se non il titolo, ovvero il nome di quell’angioletto che mi siede accanto. Giro la chiave e l’auto prende vita, il motore pulsa sotto il cofano mentre il cruscotto si illumina. “Accendi le luci.” mi ordina mio figlio. Obbedisco senza esitare e ingrano la retromarcia. Mio figlio si concentra sulle immagini trasmesse in diretta sullo schermo del cruscotto dalla retrocamera posta sopra al porta targa. La macchina si muove e le gambine di mio figlio cominciano a dondolare. Procedo dritto per una cinquantina di centimetri poi inizio a sterzare a destra. “Quando sarò grande anche io avrò una macchina che si vede quando vai indietro.” sentenzia mio figlio sparando i miei pensieri a ritroso di quarant’anni. Quando anche io ne avevo cinque come lui e, come lui ora, mi immaginavo adulto a guidare una macchina identica a quella di mio padre. E mi ritrovo a sorridere pensando a quanta tecnologia è stata aggiunta alle auto moderne e che nemmeno le più fantasiose previsioni avrebbero potuto immaginare quarant’anni fa. Intanto il cancello del condominio si è parato dinnanzi a noi; freno e inserisco la prima e mio figlio mi dice che da grande anche lui guiderà una macchina col leone. Premo il pulsante del telecomando mentre la fantasia del mio compagno di viaggio si è spostata su quella che sarà la sua occupazione. Il lavoro di un progettista meccanico non è molto affascinante per chi non lo vede in prima persona, me ne rendo conto per via del fatto che mio figlio si ispira, per ciò che vorrà fare da grande, alla famiglia di mia moglie. E così nella sua mente il futuro è popolato da trattori, macchine per l’erba, mietitrebbie e trince. Mi fermo davanti al cancello e attendo che sia completamente aperto mentre il piccolo osserva la radio incuriosito e nel contempo comincia a raccontarmi la genesi del suo manufatto frutto del laboratorio dell’asilo. Eccitato mi racconta della maestra che gli ha insegnato a dipingere una foglia ingiallita per fare l’inverno. Il suo lessico limitato e la sua pronuncia acerba sono una delizia per le mie orecchie. Resterei ore a sentire i suoi racconti ma il cancello ora si è aperto. Si riparte. Il racconto di mio figlio procede senza sosta. La sua voce tenue suona come un violino e le sue parole mettono voglia di vivere. Lo guardo mentre pronuncia una serie infinita di parole, alcune gli fanno spuntare le fossette sulle guance. Sono irresistibili. Appena scenderemo darò anche a lui lo stesso trattamento che poco prima ho riservato alla sorellina. Quelle guance saranno mie! I fari della macchina illuminano il muretto che delimita la proprietà condominiale. Mio figlio alza la testa per vedere come la forma luminosa proiettata sul muro cambia man mano che la macchina avanza. Mi fermo vicino al muretto e spengo. “Arrivati.” sentenzio mentre osservo la gioia nel viso di mio figlio che soddisfatto si sgancia la cintura e scende dall’auto. Scendo anch’io e me lo ritrovo fermo ad aspettarmi, gli passo accanto e sento la sua manina afferrare la mia. La giornata volge al termine. Nel migliore dei modi. Rientriamo in casa e ho come l’impressione di accorgermi per la prima volta di quanto calore vi sia quando la sera la famiglia vi si riunisce. Mio figlio si è già lanciato nel racconto dell’avventura che si è appena conclusa, alla fine incassa una lunga sequela di baci da parte della mamma che quando finisce di torturare le sue fossette si volta verso di me e mi da la mia parte. Spero che le batterie del telecomando si scarichino di nuovo. Presto.
  2. Manu_ela

    Nanà e Totò

    Ciao a tutti, Come detto nel primo post, pur mantenendo un numero di caratteri limitato, ho allungato il racconto. Non sapevo se scriverci 'prima parte' o 'seconda parte' siccome il primo post era davvero cortissimo e in un'altra sezione e la seconda parte ancora non esiste! Vorrei far sapere che utilizzo il virgolettato per il parlato perché non possiedo il PC e in altro modo sarei scomoda da telefono! Sono curiosa di sapere gli errori e le vostre opinioni su questa piccola storia, Grazie in anticipo a chi volesse rispondere,buona giornata! In paese il 'Piccolo shop del pet' vendeva animali divisi in gabbie a seconda del tipo e della quantità. Quello stesso giorno il negozio aveva aperto da poco, le bestiole si erano addossate ai cancelletti per accaparrarsi la loro razione giornaliera di cibo mentre uno dei conigli era rimasto in un angolo con gli occhi spalancati a sentire schiamazzi e clangore metallico dal suo vicino di gabbia: un cacatua che svolazzava da una parte all'altra e sbatteva sulle listelle di ferro. La notte passata aveva fatto cadere la pallina di plastica con cui aveva giocato e non aveva più smesso di starnazzare e garrire. Un commesso si era avvicinato all'uccello, si era grattato la testa, aveva preso il gioco da terra e glielo aveva riportato al becco. "Oh...Finalmente ti sei calmato! Mi spaventi tutti i clienti se fai così!" Aveva esclamato. Il coniglio si era stiracchiato, si era disteso, aveva osservato gli altri suoi simili disperdersi e la ciotola del cibo svuotata. Aveva scosso la testa, aveva sfloppato da un lato e aveva chiuso gli occhi. Dormiva quando una mano gli aveva cinto il corpo, lo aveva trascinato fuori e lo aveva sollevato da terra. Si era dimenato chiedendo aiuto ma nessuno sembrava averlo sentito. L'odore acre della mano sudata era del commesso che lo aveva appoggiato su un tavolo, lo aveva spinto dentro una scatolina aperta di cartone forata ai lati e prima che avesse potuto riprendere il controllo delle zampe tremanti gli aveva chiuso l'uscita. "Adesso avrai una vita migliore, vedrai..." gli aveva sussurrato. La scatola venne sollevata e oscillava mentre veniva spostata all'esterno del negozio, il coniglio aveva sussultato e aveva conficcato le unghie nel cartone. Non si trovava più in un luogo famigliare: sentiva passi sconosciuti di molte persone, voci di donne, uomini e bambini, odore di asfalto e il battito del cuore accelerato. I padroncini erano rientrati a casa e Totò aveva saltellato e aveva girato attorno alle loro gambe prima che si arrendesse e tornasse nella cuccia scodinzolando perché erano troppo impegnati in una fitta conversazione. "...Ti ho detto di appoggiare a terra la scatola." Disse il ragazzo buttando il cappotto sul letto. "È una cosa sbagliata, hai sentito quello che ci hanno detto al negozio." "Dai, vedrai che non accadrà niente!" La ragazza lo fece. "Ok, ma se rimangono traumatizzati è colpa tua." "Fidati." "Si ok, tu intanto puoi dare il fieno a quello scemetto che ha finito tutto così libero la piccolina?" "Sei sicura che sia femmina?" "No, ma ha un faccino troppo delicato per non esserlo, approposito come la chiamiamo?" "Calimera? È tutta nera!" "Sì ma è troppo lungo...Ci metterebbe dei mesi a capirlo!" "Che ne pensi di Nanà?" "Nanà e Totò? Suona bene! Ah, guarda! Eccolo che arriva..." Totò aveva sentito il suo nome ed era tornato indietro per sapere perché si stesse parlando di lui. Notò la scatola sul pavimento, allungò il corpo ed il muso verso la parete di cartone e arricciò il naso: odorava di pellet, aveva compreso non fosse un nuovo gioco e sgambettò via. La ragazza osservava la scatola, si grattava una mano e si mordicchiava il labbro inferiore, poi la aprì e rimase in attesa seduta sul bordo del letto. "Guarda, secondo me stiamo facendo una stupidaggine per cui ci pentiremo tutta la vita" disse al ragazzo occupato a richiudere la busta del fieno dopo che lo aveva versato nella ciotola. "Sei sempre così pesante e pessimista, sai è questo il tuo grande problema. Sei troppo negativa." "Sarò pure negativa, solo che a differenza tua io mi sono andata a studiare i comportamenti dei conigli..." Totò rosicchiava un filo di fieno, alzò le orecchie e mise il corpo in allerta bloccandolo sul posto. "...E se lo avessi fatto anche tu sapresti che un inserimento non dovrebbe essere fatto così!" Nanà aveva fatto capolino e si era avvicinata al coniglio zompettando. Il ragazzo sbuffò: "Oh ma perché devi essere sempre così pesante?" Totò si girò, sgranò gli occhi verso di lei, rizzò la coda e appiattì il corpo. La coniglietta lo superò di fianco e si buttó di faccia nel fieno, lui la seguì e le annusò coda e orecchie penzolanti, poi fuggì nell'angolo opposto del monolocale nascondendosi fra un mobiletto e il muro, in una nicchia sfruttata da tana. Il ragazzo era scoppiato a ridere: "Quel che si dice un cuor di leone!" "Tu non capisci" La giovane donna si appoggiò una mano sulla fronte scuotendo la testa. Nanà zompettava per la casa e odorava tutti gli oggetti al suo passaggio, quando stava per avvicinarsi al nascondiglio, Totò sbucò fuori con le narici allargate, corse grugnendo contro l'intrusa e la montò conficcando le unghie nel suo corpo, lei scappò alla presa con un salto, inseguita raggiunse l'angolo cucina e si mosse a zig-zag fra le gambe del tavolo, lo depistò, tornò indietro, lo montò a sua volta, gli morse il collo e poi fuggì nel bagno con il suo assalitore addietro. I padroncini avevano cercato di acchiapparli senza risultati. "Prendi un asciugamano!" Urlò la ragazza. "Per fare cosa?!" Dal bagno provenì un urlo animalesco, e poi suoni di colpi e tonfi. "Non ho tempo per spiegarti ora, muoviti!" Lo prese e glielo diede. I conigli avevano formato una palla e si arraffavano le carni con unghie e denti. "ADESSO BASTA." Urlò avvolgendo Totò con l'asciugamano mentre lui provava a mordere un orecchio di Nanà, poi lo tirò sù con una presa salda. "Sei completamente impazzito? Non ti libero se non ti calmi." Il batuffolo di pelo fra le sue braccia si dimenava fendendo l'aria con le zampe. Il ragazzo controllò la salute della coniglietta e la rinchiuse nel bagno. La ragazza liberò l'animale e lo osservò andare nella cuccia in vimini e spingere la copertina con la testa arruffata per aggiustarsela. "...E adesso come facciamo?" Disse portandosi una mano sulle labbra. "Non lo so amore... Questo è un problema." Il ragazzo si afflosciò ad una sedia e alzò gli occhi al cielo. "...E se andassimo a comprare un recinto?" Propose. "Sì, credo sia una buona idea...Dobbiamo andare prima che chiuda il negozio." "Si, andiamoci ora." I ragazzi scesero le scale e lasciarono soli i due animali.
  3. *** Inquisizione (parte 1/2) Ogni tanto me lo chiede, tra le battute di un discorso d’altro tipo oppure nel mezzo d’una tirata contro qualcuno che quasi sempre non conosco. È una domanda spinosa. Una di quelle che sottintendono altro. Me la pone non perché le interessi sul serio la risposta, pensavo, ma per solleticare una reazione. Reazione d’orgoglio, di possesso, da gorilla maschio che batte i pugni sul petto. La cosa è più complessa. Ma a te darebbe fastidio se lo facessi? Dove facessi è la figura retorica per postassi foto svestita su Instagram. La risposta va scelta con cura e calcolo strategico. Non puoi dire sì, perché è quel che vuole sentirsi dire. Non puoi dire no, perché è quel che vuole sentirsi dire. Devi stare nel limbo. La parola chiave da usare, quella che sbatto lì in evidenza, a caratteri cubitali e grondanti Inquisizione Spagnola, è DIPENDE. La sua replica è sempre la stessa. “Dipende da cosa?” Guido nel traffico per accompagnarla a casa, che stasera non può stare da me. Siamo partiti dal commentare le frasi boriose sotto ai fashion post di una stra-bocciata dell’altra quinta e di colpo, tra un momento di gloria e l’altro, è arrivata la domanda. Quella domanda. Ma a te darebbe fastidio se lo facessi? Respiro a pieni polmoni. Mi vien da sorridere ma non bisogna MAI sorridere davanti alla domanda, quella domanda. Mai. “DIPENDE.” “Dipende da cosa?” Mi guarda come fanno i gatti con gli oggetti curiosi, quelli che non sanno come gestire, se prenderli o se finisce che scottano. Giorgia ha tutte le espressioni del repertorio dei gatti. “Allora, innanzitutto da quanto ti devi svestire.” “Ma solo un po’, ti pare, mica nuda.” “Poi dipende da cosa ci devi fare.” “Che vuol dire?” Qui le parti s’invertono. La gatta non sta più studiando l’oggetto misterioso, è l’oggetto misterioso che sta studiando la gatta. E nel gioco all’Inquisizione Spagnola non si dice mai di sì o di no, si gira intorno al concetto. “Vuol dire che, se mi chiedi una cosa del genere, è perché c’è un motivo per il quale vuoi farla.” “Ma io non ho detto che voglio farla, ho solo chiesto se ti darebbe fastidio.” Mai dire sì, mai dire no. “Allora te l’ho detto, dipende.” “Sì, e questo l’ho capito.” “Allora bon, siamo a posto, no?” “Eh, no, io ti ho risposto ma tu a me no.” Nel gioco dell’Inquisizione bisogna essere pronti a ricominciare il giro della ruota dentata. “Giorgina, lo schema è semplice. Dipende. Da quanto ti svesti e da cosa devi farci con quelle foto.” “Ma solo metterle su Insta.” Nel gioco dell’Inquisizione, poi, occorre avere in mano tutti i dati per capire dove stia veramente il punto della questione. Una volta inquadrato, ci si può giocare intorno con vari strumenti del mestiere. Bisogna fare delle premesse. Giorgia è veramente una bella ragazza, ma veramente, però con quel tipo di bellezza artistica, ricercata, che ha poco a che spartire con l’ostentazione gratuita e selvaggia delle influencer sue coetanee. Ha un fisico esile, snello, adorabile, ma non è prosperosa o lavorata come quelle che invece così ci nascono e possono sbrodolarlo al mondo. “Ma su Insta hai già diverse foto in costume da bagno, non vanno bene?” Mi guarda come fanno i gatti di fronte agli oggetti misteriosi e patetici. “Avrò quindici anni in quelle foto?” “A parte che non è vero, ma anche fosse, non vanno bene?” “Vabbé, ma adesso sono molto meglio, no?” Altro ferro inquisitorio che punzecchia tra le costole. Occorre risposta a effetto parabolico. “Guarda che se t’avessi conosciuta prima, con quelle foto là, io ti portavo via alla Bonnie e Clyde, che me ne frega a me.” Sorride, alza gli occhi, me la tiro vicino mentre siamo al semaforo, le stampo un bacio sulla guancia. Lei torna composta sul sedile, si riaggiusta i capelli tenendosi quel sorriso un po’ seccato un po’ sognante; gongola senza darlo a vedere, ma io lo vedo, lo so, la conosco. È bella, bellissima, di quella bellezza artistica. Giorgia lo sa, ci marcia, ci sguazza, ma a volte se ne dimentica e credo che una parte di lei invidi quelle sue coetanee che sbrodolano corpi formosi alla rete, per quanto sia come buttare molliche di pane in un laghetto costipato di trote. Il maschio medio in rete è una trota che si agita e morde per arrivare al pane per primo. E so, sono sicuro, che una parte di lei desidera essere quella mano che getta le molliche. Solo non ha il coraggio di farlo. Per questo lo chiede a me, il coraggio. Per questo pone la domanda, quella domanda, lanciandola in mezzo a un discorso che non c’entra, tirandola come una mollica all’unico storione del lago. Il problema è la risposta che cerca. Vuole il sì per sentirsi legittimata a farlo, vuole il no per sentirsi amata al punto da negarsi questa ambizione. “Senti,” scandisco dopo un paio di minuti buoni che nessuno parla più e anche il traffico s’è diluito, “Per te questa cosa è importante?” Sospira, alza di spalle. “Ma no, figurati, è solo per dire.” “Ah, boh, okay.” Regolo l’aria condizionata. “Perché avevo un’idea, ma vabbé, se non è importante meglio così.” Occhi di gatto si spostano inquisitori sulla mia sorniona figura. “Che idea?” “Ma niente, figurati, è solo per dire.” “No, adesso me lo dici.” Mischiare il gioco dell’Inquisizione con quello del tira e molla è un’esperienza che tutti dovrebbero provare, almeno una volta nella vita. Soprassiedo in nome della diplomazia. “Te lo voglio dire sinceramente, Jo: secondo me tu non hai bisogno di ostentare niente, sei sexy con qualunque cosa indossi, cazzo, anche con la tuta da casa. Non hai bisogno di mettere su Insta foto strane, davvero.” “Sì, vabbé.” “Però, se mi fai finire, secondo me potresti fare qualcosa di artisticamente bello senza scadere nella banalità noiosa e pallosa di tutte le migliaia di cretine che si fanno profili zeppi di foto banali solo per far vedere tette e culi.” “Ma tipo?” “Cose che valorizzino la tua bellezza senza scadere nella banalità.” “Sì, ma tipo?” È il momento di usare il ferro inquisitorio di rimando. “Ti fidi di me?” Espira, s’appoggia al sedile, la finta espressione seccata che è mista a un mezzo sorriso. “Dipende.” “Dipende sta gran ceppa. Ti fidi o no?” Espira di nuovo, ancor più seccata e ancora più sorridente. “Dimmi che idea è.” “Te l’ho detto. Fare delle foto che siano belle, sexy, ma composte. Niente esibizioni gratuite e banali che tanto fanno già tutte.” “Ma io non sono come tutte,” anche il tono, adesso, è decisamente felino. “È per questo che non voglio che tu faccia cose banali. E soprattutto, una ogni tanto, per le occasioni speciali, in modo da distinguersi e farsi desiderare. E sia chiaro che il fotografo sono IO.” “Ma se non sei capace.” “Hai un telefono della madonna, per fare una foto decente basta avere il pollice opponibile. Ci stai?” Ride, fissa avanti, mordicchia le labbra. “E se mi vergogno?” “Eh, ciccia, non è che posso decidere io per i tuoi dubbi esistenziali.” Ridacchia di nuovo, prende un po’ di colore sulle guance, ciondola, guarda la strada. “Facciamo una prova, allora, e poi vedi se ti piace o no.” Occhieggia, molto più coinvolta di quanto cerchi di nascondere. “Dai, va bene.” “Sicura?” “Sicura.” “Allora io domani vado a ordinare un paio di cose per la foto che ho in mente, sabato vieni da me e la facciamo.” “Un paio di cose cosa?” “Un artista non rivela mai le sue idee prima del tempo.” “Ma dammi almeno un indizio.” “Cosa piace a tutta Italia e che sta per tornare?” Mi guarda come fanno i gatti. “Cioè?” “Ciao, Giorgina, siamo arrivati.” Fermo davanti al suo portone. Non dirò una parola di più, ferri o non ferri dell’Inquisizione. ***
  4. Ocelot

    Discromia

    *** Discromia “Lettura interessante?” Il tono è di lieve sfida ma non lo afferro. Esco dall’impasse del libro che fisso in copertina da svariati minuti, sbatto le palpebre, sollevo due occhi straniti. Roberta mi guarda come si guardano le macchie di tinteggiatura sugli stipiti delle porte. Ha uno dei suoi abbinamenti di camicetta e jeans, un cardigan cappuccino, il caffè delle dieci in mano. Penso a una risposta di circostanza e assieme che non mi ha mai rivolto la parola in tre anni che lavoro lì. “È un regalo,” sentenzio dopo un’indecisione prolungata. Lei occhieggia con due iridi scure e penetranti, ricontrolla la copertina del libro e poi me con la medesima circospezione. “Il mito di Lancillotto? Sul serio?” Pausa. “Non sembra neppure un romanzo.” “È un saggio.” “Pensavo fosse un regalo.” “È un saggio in regalo.” “Un regalo di?” Prendo un respiro più lungo e torno a fissare la copertina col cavaliere disegnato in stile arcaico. “La mia ragazza.” “Ragazza, adesso.” Non centro il punto della frecciata o lo manco di proposito. Roberta sorride senza lasciarmi tempo di replicare, alza le sopracciglia curatissime, si scosta e riprende la via del suo openspace. Il mito di Lancillotto rivive in tinte violente, per un momento, dietro le retine. *** Sono passate le cinque. Dovrei spegnere, andare, la giornata è finita. Lei non s’è mossa dalla postazione. Di solito è tra quelle che, alle 17 spaccate, è già in piedi con la borsa in spalla e nessun tipo di saluto al resto del branco umano: stasera è ancora lì, seduta al pc, che muove il mouse in circolo, senza staccare gli occhi dallo schermo. Non ne ha bisogno. Cerco un grugno che non ho nello scarno repertorio, mi alzo, cammino spedito. Appoggio Il Mito di Lancillotto sulla sua scrivania, mi siedo nella postazione vuota accanto. Il suo sguardo al mascara arriva dopo un lungo e calcolato istante d’indifferenza. “Mi spieghi, per favore?” Roberta sbatte le palpebre, guarda il cavaliere, guarda me. Sento il tocco di quelle iridi fin sotto la pelle. “Spiegarti cosa?” “Perché hai detto… Ma poi cosa ne sai?” “Niente, solo quello che ho sentito dire.” “Cosa hai sentito dire? Da chi?” Sorride con solo un lato della bocca, un’increspatura quasi impercettibile sulla linea marcata delle labbra. Poi inarca le sopracciglia e allarga un sorriso da squalo. “Ma te ne vergogni, quindi?” “Io non…!” Osservo intorno, allarmato, a quelli che se ne vanno con più o meno clamore e i pochi che restano per lo straordinario, sparsi qua e là tra le scrivanie. “Di che stai parlando?” “La tua ragazza.” “E allora?” “Tu stai con una che va al liceo?” Vago le iridi e in ogni alcova del campo visivo c’è un cavaliere lanciato alla carica. “Che ne sapete voi?” “Mai sentito parlare di social network?” “Io non li uso mai.” “Tu no, forse.” Un brivido irrazionale passa tra schiena e reni. “Ma cosa ve ne frega, a parte tutto?” “Niente, infatti. Solo che non puoi chiamare una cosa come quella ragazza. È offensivo, capisci?” “Offensivo per chi?” Non replica, manca qualsiasi forma di vergogna nel suo curatissimo appeal. Spegne il pc, prende lo smartphone, controlla l’agenda, inclina il capo. “Stasera ceno al Nardò, ore 20.” Scuoto il capo senza aver realmente capito il senso della frase. “Cosa?” “Sono disposta a continuare lì questa gradevole conversazione.” Il mondo sta andando verso il baratro e non sono stato informato. Roberta prende con due dita la copertina del saggio, volta il libro sottosopra con un gesto lento, studiato, poi si alza. “Ore 20. Mi raccomando, odio i ritardatari.” *** L’atmosfera del Nardò è ovattata, calda, straniante. Del tutto diversa dai posti caotici e popolari dove, quando non posso evitarlo, Giorgia si fa portare a celebrare circostanze immaginarie. Gli avventori non sono quelli consueti, scorciati dalle notizie non confortanti degli ultimi giorni. Roberta mi guarda come si guardano certe infiorescenze dai colori sgargianti. Ha un viso curato, dai tratti decisi e sfiorato dal tocco dell’abbronzatura artificiale. I capelli, lunghi, castani e impreziositi da un sobrio shatush, le cadono ondulati dietro le spalle. Il rossetto, tenue, ne esalta le labbra ovali. Ha passato i trenta ma ha una bellezza da qualche anno in più. Non ci siamo mai parlati una singola volta in tre anni e ora siamo allo stesso tavolo del Nardò, davanti a un antipasto d’uva e crema di parmigiano. “Non è che si parli di te,” commenta senza enfasi, come amministrasse una delle sue conference-call, “Ma qualcuno l’ha detto e chi ha voluto ascoltare l’ha fatto.” Qualcuno s’è preso la briga di fare lo scoop che Giorgia va a scuola. Una cosa da servizi segreti. Capisco ora il saluto di Edoardo, stamani, con bestemmia e tu sei un uomo fortunato. Ha cinquant’anni, pensavo a demenza precoce. “Ascolta,” non sopportavo il mio ufficio prima, lo tollero ancor meno adesso, “Non ce l’ho con te, ma gradirei vi faceste i fatti vostri. Tutti.” “È per questo che siamo qui: una cosa senza interferenze.” “Una cosa che cosa?” Roberta alza appena di spalle, il vestito da sera, blu scuro, ne tratteggia i contorni. “Ci tenevo a chiedertelo: cosa ci trovi in una come quella?” Il gusto acidulo dell’uva e quello nebuloso del parmigiano. È un gioco d’incastri che funziona a metà. “Molte cose. Devo fare l’elenco?” “Mi renderesti felice.” Vedo distintamente il tunnel buio verso il quale marcio a tappe forzate e non so come invertire la rotta. “Primo: non è una donna stressata da un lavoro che non s’è scelta o una vita che non è quella dei suoi sogni.” “Non ancora. Non è neppure una donna, a dirla tutta.” “Non sai nulla di lei.” “Sono tutt’orecchi.” C’è un fastidio che sale dal basso ma latita a palesarsi. “Secondo: non ha la pretesa di comandare in casa mia o di dirmi come devo vivere la mia vita.” “Quante donne hai conosciuto che lo facessero?” Il fastidio vaga in spirali concentriche. “Terzo: sto bene con lei.” Roberta sorride, da prassi, riempie i bicchieri di Franciacorta con un gesto elegante. Il modo in cui si protende in avanti, garbato, nasconde un sottile divertimento. “D’accordo, questa era la parte politically correct. Ora vorrei quella più,” prende un mezzo sorso dal calice, “Sincera.” So e credo sia tutto surreale. Illogico. “Dove stiamo andando?” “Non lo so. Ma sembra un viaggio interessante.” “Senti, Roberta…” “Roby.” “Roby. A me sembra tanto che questo gioco stia andando oltre.” “Non va da nessuna parte che tu non voglia.” “Allora non parleremo ancora di Giorgia.” “Come ti ha accalappiato, esattamente? No, non me lo dire.” Si china di più, il tono abbassato a un sussurro complice. “Completini intimi di pizzo.” “Roby.” “Dai, dimmelo,” minimizza, “Stiamo solo giocando.” Il fastidio è entrato in un curioso loop attorno allo stomaco. Espiro a metà tra dubbio e fascino dell’ignoto. “Completini sportivi. Li adoro. E le stanno alla perfezione.” Lei sorride sorniona, ravvia i capelli. “Allora,” mormora aggiustando la scollatura, uno scorcio fugace del reggipetto nero ricamato, “Ho sbagliato outfit.” C’è dell’assurdo ma è un assurdo che tocca i tasti corretti sulla combinazione di corpo e anima. “Dimmi di più,” poggia la gota su un indice e la malia striscia e s’insinua: ho difese progettate per assalti meno subdoli. “Amo la sua schiettezza, in tutto.” “È disinibita?” “Dipende. Ma è perfetta così.” Lei vaga lo sguardo, distratta da dettagli che sfuggono alla mia attenzione, poi mi fissa e di nuovo qualcosa affonda tra le costole e il respiro. “Sai, mi ero fatta un’idea di te del tutto sbagliata.” Sorso di vino bianco. “Pensavo fossi uno Scolorito.” “Uno Scolorito.” “Quelli che,” esita, “Hanno preso la strada dell’apatia, del non c’è più niente al mondo che mi faccia sorridere. Quelli che,” accenna intorno, “Sono ormai diretti al purgatorio e non se ne rendono conto. Sono una moltitudine.” Mi sfugge un sorriso pleonastico. “Davo questa impressione?” “Sfortunatamente. Ma sapere che ti diverti con una ragazzina, e che credi veramente in quello che fai, beh… Cambia la prospettiva.” “Questa cosa del purgatorio mi turba.” “Io sono su quella strada. Sono una Scolorita.” Umetta le labbra e si colora d’una tinta più opaca. Gli occhi sono freddi come il marmo. “Non c’è quasi più niente che mi dia soddisfazione.” Sorride del mio sguardo allucinato. Il cameriere si presenta con la prima portata. *** L’aria notturna è fresca, più di un ordinario settembre. Roberta chiude il suo SUV, guarda me e poi il portone del suo civico. “Lo lascerò socchiuso.” In quegli occhi scuri, profondi, ci sono guerre che hanno scordato da tempo i rispettivi casus belli. Saluta con un cenno leggero della mano cui rispondo appena, poggiato alla portiera della Mercedes. La guardo sparire nella scala, torno al posto guida. Ho le mani strette al volante. Il portone socchiuso attende che io faccia una scelta; gli echi che assaltano la parete della coscienza hanno pari delicatezza e rabbia. L’odore sottile della pelle bagnata. Vivo in un mondo di Scoloriti che affollano le strade, gli uffici, le automobili in coda, che mi passano accanto, come grigia acqua corrente; opposto al flusso, fermo come uno scoglio, attendo il giorno in cui mi volterò per seguire la medesima direzione. Chiudo gli occhi, le mani sul volante. L’odore della pelle. L’aroma del veleno. Scendo con un verso di scorno, chiudo la macchina. L’aria di settembre è fredda, fredda come certi angoli dell’anima. Il fiato non condensa ma i pensieri malevoli, certe crude fissazioni, si disegnano ad arabeschi nella luce dei lampioni. Stringo la giacca di jeans beige solo per non dover stringere quel pezzo di dignità che scivola un passo alla volta sull’asfalto. Supero la barriera del portone, l’aura del suo profumo a note orientali traccia una via su per le scale, un sentiero lastricato di carne e respiri. Salgo al passo lento dei morituri. Un filo di saliva resta per un attimo sospeso, dall’alto in basso, tra le nostre labbra dischiuse. Ride, Roberta, pulendosi col polso. La sua mano mi sta premuta sul petto, così forte da bruciare. Brucia come certe consapevoli debolezze, come il segno di Caino, la sabbia ad agosto. Si china ancora, labbra su labbra, i capelli sciolti sul mio volto in un gioco di denti e lingua, furibondo, plateale, accanito. L’animale d’Averno che morde e abbaia dentro non è diverso da quello che domina il mio corpo disteso, fuori. Spinge con più foga, attimo dopo attimo, le cosce serrate ai miei fianchi, la linea arcuata della schiena rosseggia nella luce soffusa della stanza: liscia, sagomata, elegante. L’amplesso stride d’una nota cupa quando mi ricorda cos’è una donna, una vera. Quella mano sul petto mi brancica carne e muscolo, fino al cuore di sotto. Quando la tempesta finisce, la marea si ritrae, quando fisso il soffitto della sua camera da letto e le ombre hanno contorni più lunghi, solo allora realizzo l’imponenza del sottinteso. Il senso ultimo che ho inseguito per tutto il giorno. Mi sollevo a sedere con le fibre che bruciano, sollecitate, tra lenzuola di un colore sanguigno. Roberta mi guarda, sorniona, occhi abissali incorniciati da capelli che hanno ripreso la loro elegante forma. Mi guarda, seduta su un fianco, nuda, il corpo curato, allenato, la stessa silhouette d’una lince pardina. “In tre anni,” sollevo pollice, indice e medio, “Non mi hai neppure mai guardato una volta.” Un’estremità della bocca le si allarga, tenue, in una specie di sorriso. “Adesso è diverso.” “Non è diverso.” Conosco la risposta tanto quanto la conosce lei. Guardo i segni sul mio petto, lì dove c’è il cuore: ne ho di più profondi al di sotto. Colore, incolore, le tinte perdono di senso. La sua figura è carne dorata che perde poco a poco la vibrazione dell’ocra. Si fa grigia, poi bianca. Opaca. Scolorita. “Mi dispiace per te.” Lo dico senza malizia né circostanza. Lei china il capo, piega le labbra. “Sei un bravo ragazzo. Ti meriti qualcosa di meglio d’una bambina.” “Non c’entrano i meriti. Solo le circostanze.” “Forse.” Chiudo gli occhi per un attimo. “Non mi avresti mai cercato se,” la saliva ha ancora, per un attimo, il suo gusto ricercato, “Se non avessi saputo di lei.” Roberta sorride, una linea di seta sulle labbra curate. “Come ti ho detto, poche cose ancora riescono a darmi soddisfazione.” “Forse allora dovresti allargare gli orizzonti.” Mi alzo, raccolgo i vestiti sparsi. “Finisce qui, beninteso.” Il suo sorriso, sottile, non cambia gradazione. “Ovvio.” Note lontane, come di Bosforo, sfiorano quelle corde di me troppo tese, rimaste ad un altro e diverso stato delle cose. Quando tutto questo era solo una ruvida fantasia. Un gioco al massacro. Chiudo gli occhi e Giorgia mi guarda dietro il velo delle palpebre, atona. Non c’è che un frammento di noi a resistere l’ordalia. Tutto scolorisce nelle tinte del bianco e del nero. Sogno, di quei sogni che sanno di caos primordiale. Ho le mani strette al volante. L’odore della pelle è quello dell’imbottitura dei sedili nuovi. Il parabrezza s’appanna con la cadenza del mio respiro. Il libro, Il mito di Lancillotto, giace poggiato sul sedile del passeggero. Giorgia si disegna, per un momento, tra uno screzio di luci e uno d’immaginazione. Avvio il motore e prendo la strada di casa. *** È una giornata come le altre. Roberta non mi ha guardato, stamattina, è andata in postazione come se non esistessi, e va bene così. È un gioco che sa di normalità, d’orgoglio, di ragione. È un gioco. Tutto ritorna nell’ordine delle cose. Quando mi suona il telefono, alle due, ed è lei, Giorgia, sorrido come ogni volta. È il colore che torna a stendersi sul mondo come lo conosco. Rispondo ma lei non c’è, ci sono solo le sue lacrime. Piange. Piange e si arrota con le parole, le distorce, tra i singhiozzi. Non capisco, poi capisco. Alzo incredulo uno sguardo condannato, Roberta mi osserva di lontano. Alza di spalle, divertita, innocente, come la lince acromatica che è. Poche cose le danno ancora soddisfazione. Una è prendersi i colori altrui. ***
  5. Allo sportello passaporti una giovane madre incinta e con un bambino al seguito si stava lamentando. <<E come faccio adesso, ho bisogno del passaporto per il bambino>> <<Signora, e’ scritto molto chiaramente nella comunicazione che avrebbe dovuto fare il cambio di residenza prima di richiedere il passaporto. Ha letto la comunicazione? Eh? L’ha letta?>> l’impiegato disse ad alta voce. Franco li osservava, -Ha ragione, infatti io il cambio di residenza l’ho fatto mesi fa. Era scritto ripetutamente sul sito e nelle emails.- Ciononostante la situazione turbò il suo stato d’animo. <<E come faccio adesso? Noi dobbiamo partire fra una settimana!>> <<Signora, lei non ha fatto quel che doveva fare, non posso mica risolvergli io i suoi problemi, torni quando ha fatto il cambio di residenza, le regole sono regole, siamo precisi qui, lei evidentemente ha sbagliato>> <<Lei mi sta facendo sentir male, lo vede che sono incinta? Mi sento svenire…ora chiamo mio marito>> la signora disse, mentre prendeva il telefono dalla borsa ondeggiando lievemente verso il muro. <<E la smetta di dare la colpa a me, e’ colpa sua se non ha seguito le procedure!>> Franco osservò la scena con sconforto -Perché?- si domandò. Improvvisamente quella croce mancante nel suo modulo divenne fonte di ansia profonda. Apri’ la borsa e tirò fuori la penna, indeciso se mettere la X o no prima che fosse arrivato il suo turno. Franco guardò l’ora: 10:11. Franco era serio sotto la mascherina che gli copriva la bocca. Nel frattempo la signora incinta aveva telefonato al marito, un supervisore era apparso allo sportello passaporti e la discussione sembrava essersi calmata, l’impiegato non si vedeva piu’. Passò ancora qualche minuto dopodichè la signora raccolse i suoi fogli, prese il bambino e si avviò verso l’uscita con un’espressione stanca ed irritata. Allo sportello dei passaporti tornò l’impiegato che subito chiamò Franco. Toccava a lui. Guardò l’ora, 10:17. Franco si alzò penna in mano, pronto a tutto. Trasudava gentilezza. <<Salve, sono qui per rinnovare il passaporto e…ehm…se non le dispiace avrei anche una domanda da fare>> con gesto fluido estrasse la documentazione richiesta dalla borsa e mostrò un modulo compilato all’impiegato, che sembrava essersi ripreso dal battibecco e accennava un sorriso da dietro il vetro dello sportello. <<Che cosa?>> <<Ecco guardi, qui, a stato civile, io sono sposato ma mi sono sposato in questo paese e non ho ancora registrato il matrimonio in Italia>> con la penna stava indicando la sezione del modulo. <<Ma lei doveva registrare il matrimonio entro tre mesi!>> l’accenno di sorriso sparì dal volto dell’uomo. <<Capisco. Mi dispiace, non lo sapevo. Colpa mia. Ho intenzione di rimediare al piu’ presto appena avrò fatto il passaporto. Metto celibe o sposato?>> <<Se e’ sposato metta sposato, suvvia!>> <<Ecco fatto>> Franco mise una croce su sposato e si vergognò per non aver capito l’ovvio. Fece scivolare il modulo e le due foto-tessera nell’apposito comparto ed aspettò impassible. Notò la targhetta con il nome dell’impiegato: Luigi Bianchi. Luigi Bianchi. Luigi controllò il modulo più volte e poi passò alle foto-tessera. <<Queste foto sono molto piccole>> disse accigliandosi e facendo una smorfia con la bocca fine. <<Guardi, sono andato apposta da un professionista che ha un programma con tutte le dimensioni standard di tutti i documenti esistenti per tutte le nazioni del mondo>> Franco si senti’ preparato. <<Eh, ma vede, a volte a essere troppo precisi si sbaglia, vede che qui i margini non ci sono, ora le verra’ una riga nera. Bisogna sempre lasciare i margini!>> Luigi armeggiò con le foto. Franco rimase in silenzio. Non sorrideva dietro la mascherina. <<Colpa sua se ora avra’ una riga come margine, la prossima volta sia meno preciso>> una macchia nera passò improvvisamente sugli occhi di Franco. Luigi passò il modulo dentro una macchina e cominciò a stampare il passaporto. La macchina si bloccò e fece un lungo fischio mentre una spia rossa si accese. Luigi cominciò ad armeggiare con la macchina, poi si voltò verso Franco, gli occhi duri. <<La macchina si e’ bloccata, non so cosa sia successo, e’ tutto bloccato>>. Franco addolcì lo sguardo e disse <<Guardi, non si preoccupi, non ho fretta, aspetto quello che c’e’ da aspettare>> Era vero, si era preso un giorno intero di ferie da lavoro per godersi quella giornata di quasi libertà senza fretta. <<Eh! Ma noi abbiamo fretta eh! Noi dobbiamo lavorare, mica siam qui a perder tempo. Lei non ha fretta ma io si! Ah, guardi, si accomodi pure che devo trovare il modo di sistemare la macchina.>> Franco lancio’ uno sguardo fulminante a Luigi, ma duro’ un attimo, prese la borsa e la cartellina e si allontanò senza una parola. Franco si sedette su di una sedia accanto ad una piccola scrivania, per non occupare le sedie che sembravano essere poste in linee per l’attesa. Adocchio’ la stanza, oltre a lui c’erano due persone agli sportelli che parlavano sommessamente con gli impiegati. Franco osservo’ il muro dove la scrivania era appoggiata, sembrava essere una bacheca ma era così piena di cartellini, foglietti, stampati, fotocopie e posters, che se davvero c’era una bacheca lì sotto quel mare di carta, era stata sommersa già da tempo. Tiro’ fuori il telefono, erano le 10:29, mandò un messaggio e si mise a leggere le notizie del giorno. <<E’ vietato usare il telefono in questo ufficio, non lo vede il cartello?>> Luigi gli urlò da dietro lo sportello. Franco alzò subito lo sguardo alla ricerca del cartello. Non lo vide. <<Mi scusi, non vedo il cartello>> disse con tono colpevole. <<E’ li’, da qualche parte, non usi il telefono>>. Franco mise il telefono in borsa ed aspettò. Franco aveva la bocca secca e gli occhi umidi. Passarono ancora una decina di minuti, poi Luigi chiamò il nome di Franco da dietro lo sportello. <<Ecco, tutto sistemato, ora possiamo finire, il passaporto e’ pronto, ora la devo riconoscere, prego rimuova la mascherina>> Franco rimosse la mascherina. <<Ma scusi, lei cosa ci faceva cosi’ presto questa mattina davanti all’ufficio? Perché e’ arrivato cosi’ presto?>> Franco rimise velocemente la mascherina con gesto esperto, lascio’ la tracolla della borsa e diede un colpo tremendo al vetro antiproiettile dello sportello con il palmo della mano destro. Il vetro si frantumò in mille pezzi che volarono oltre lo sportello, sfiorando Luigi per millimetri. Con un rapido balzo Franco oltrepasso’ il bancone e colpi’ Luigi con un frontino possente, dato con la mano sinistra. Luigi volo’ dalla sedia ed atterro’ di schiena sul pavimento con un tonfo, gli occhi sbarrati. In un lampo Franco gli fu sopra. Manrovescio di nocche. <<Devi fare solamente una cosa! Una. Sola. Cazzo. Di cosa! Sei al pubblico, devi fare solamente una cosa!>> Schiaffone a mano aperta di sinistro. <<Hai un lavoro che potrebbe fare una fotocopiatrice! L’unica cazzo di cosa che devi fare e’ essere gentile!>> Doppio schiaffone sulle guance. <<Potresti essere rimpiazzato domani da un robot ed i cittadini che vengono qui verrebbero trattati con più umanità ed empatia! Sei un coglione!>> Un altro manrovescio. Gli occhi di Luigi lacrimavano. <<Ma…ma…>> <<Niente ma imbecille! Ci provi gusto a rovinare le giornate delle persone? Chi cazzo ti ha messo al pubblico, tuo padre? Tuo nonno? Chi cazzo ti ha raccomandato?>> Gli altri impiegati dell’ufficio correvano come formiche impazzite, una sirena stava suonando e Franco continuava a schiaffeggiare Luigi con lussurioso odio. <<Avete tutto il potere perché non dovete rendere conto ai cittadini vero? Tu poi sei uno stronzo senza speranza con l’empatia di avvoltoio, mi fai schifo!>> Altro manrovescio, altro schiaffone. Luigi ora piangeva. <<Ma io…ma io…>> La porta alle spalle di Franco si richiuse con un click. Franco guardo’ Luigi e disse: <<Sa, sono arrivato un po’ prima per non rischiare di essere in ritardo>>. Franco lesse ancora il nome sul cartellino, Luigi Bianchi. <<Prego, paghi il dovuto e abbiamo finito>>. Il treno correva e Franco sedeva rannicchiato su di una poltroncina sporca, l’odore di muffa umida passava attraverso la mascherina che aveva sulla bocca e sul naso. Stringeva inconsciamente la borsa. Stava leggendo l’email di risposta che aveva ricevuto due mesi fa. Una volta compilato il modulo e fatta la copia di un documento valido, il passaporto, avrebbe spedito il tutto all’indirizzo indicato dall’impiegato nella email, quella stessa email che aveva ricevuto due mesi orsono: “Gentile signore, Si conferma che il documento è corretto e che la documentazione può essere inviata esclusivamente per posta. Gestiro’ personalmente la pratica. Cordiali saluti / Kind regards Luigi Bianchi Ufficio Stato civile e Passaporti”
  6. Franco poggiò i piedi nudi sul pavimento, indugiò qualche secondo, sorrise e si alzò dal letto. La sveglia segnava 6:59, la giornata più eccitante degli ultimi mesi era cominciata. Si infilò subito nella doccia, un’azione che aveva ripetuto puntualmente per anni alla stessa ora ma che negli ultimi mesi era diventata erratica ed era uscita dalla sua routine. Franco si vestì velocemente e scese in cucina per farsi un buon caffè, doppio. Quella era un’abitudine che nessuna pandemia avrebbe potuto modificare. Il telefono segnava le 7:30. Perfetto. Franco sorrise ancora. L’appuntamento era alle 10:07, puntuale! L’email era stata molto chiara. A Franco piaceva essere puntuale, lo considerava un segno di rispetto, però l’email diceva anche “non arrivare in anticipo!”. Questa cosa lo turbava un pochino, molto raramente aveva ritardato agli appuntamenti, soprattutto perche’ arrivava in anticipo. Arrivare esattamente alle 10:07 era un’impresa difficile. Anche perché non era mai stato all’ufficio in questione. C’erano scale da fare? Altri uffici in cui passare? Ostacoli sconosciuti? Sbuffò e scacciò i pensieri molesti, sarebbe arrivato in anticipo come sempre e avrebbe deciso il da farsi. Fini’ il caffè in un ultimo, lungo sorso e sorrise di nuovo con la bocca che sapeva di buon amaro. Franco andò verso il tavolo, apri’ la cartellina in cartoncino per l’ennesima volta, controllò che tutto fosse presente: le foto-tessera, fatte fare da un professionista che aveva un programma che poteva selezionare le dimensioni esatte delle foto per ogni tipo di documento di qualsiasi qualsiasi nazione del mondo. Perfetto. Il modulo compilato, la mancanza di una croce nella sezione “stato civile” lo innervosiva un po’, ma aveva preso la penna con cui poter mettere la croce all’ultimo momento. Quasi perfetto. Un altro modulo giaceva sul fondo della cartellina, Franco si accigliò, non aveva compreso del tutto cosa scrivere nella seconda parte del modulo, se ne vergognava, -e’ colpa mia- si disse, -forse qualcuno mi aiuterà a capire-. Dubbio. Franco era un ottimista. Credeva nel buon animo delle persone. Quasi sempre. Richiuse la cartellina con cura e la infilò nella borsa a tracolla. Indosso’ un giacchetto leggero, era quasi estate ma faceva fresco al mattino, mise le chiavi di casa nella tasca ed usci’. Rientrò immediatamente. -Stupido- pensò. Tornò in cucina, apri’ il cassetto delle medicine e prese le mascherine. Tre. Una per l’andata, una per il ritorno ed una di riserva che non si sa mai. Gli elastici, talvolta, si rompono. Infilò le mascherine nella borsa ed uscì di nuovo. L’aria era fresca ma non faceva freddo, qualche nuvola bianca e morbida macchiava il cielo azzurro, le piante dei giardini erano verdi e rigogliose. Franco sorrise. Mentre si avviava verso la fermata dell’autobus vide il vicino che portava fuori il cane, gli fece un gran sorriso e fece un cenno con la testa, dopo qualche minuto era alla fermata. 7:48. Google map dava come orario di arrivo a destinazione le 9:15. Perfetto. Franco sorrideva come un bambino alle persone che incrociava durante il viaggio, poco importava se la mascherina impediva agli sconosciuti di vedere il sorriso, gli occhi dicevano tutto. Per mesi Franco aveva frequentato solamente il supermercato locale e le viuzze intorno a casa sua durante le passeggiate giornaliere, ora stava andando in un’altra città, addirittura una città in cui non era mai stato. Avrebbe parlato con persone sconosciute. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Franco non sapeva bene quanto ma gli sembrava un bel po’. Anche le campagne e l’architettura noiosa di quelle parti del mondo gli sembravano nuove e meravigliose mentre osservava il paesaggio che scorreva velocemente dal finestrino del treno. Arrivò davanti all’ufficio alle 8:40, evidentemente aveva preso il treno in anticipo. Mentre osservava attentamente la placca in simil-oro che confermava la giusta destinazione, un signore dall’aspetto giovanile, con capelli folti e riccioluti, gli passò accanto e suonò il campanello. Franco gli sorrise. L’uomo dall’aspetto serio lo guardò per un secondo da dietro i suoi occhiali fini ed entrò. Franco non era riuscito a capire bene dove fosse esattamente l’ufficio in cui si sarebbe dovuto presentare esattamente alle 10.07, ma ne aveva scoperto e confermato l’ingresso. Il sole stava cominciando a scaldare l’aria della mattina e decise di fare una bella passeggiata per questa nuova città sconosciuta. Era il momento della giornata in cui caffè e negozi fanno le pulizie del mattino, poco prima di aprire. Franco entrò in un caffe’ ed acquistò un’orribile bicchierone di cartone contenente un liquido nero che in quelle zone del mondo chiamavano caffe’, piu’ per il desiderio di contatto umano che per gusto. Ma la signora dietro al bancone sembrava molto indaffarata per cui non indugiò troppo. Franco tornò all’ingresso dell’ufficio, vergognandosi solo un poco per aver gettato tre quarti abbondanti del contenuto del bicchiere in un tombino. Erano le 10:04. Decise di suonare il campanello. <<Si?>> <<Ho un appuntamento per un documento alle 10:07>> Click. Il portone si aprì, Franco entrò e si trovò in una stanza con un nastro trasportatore, di quelli in uso negli aeroporti, sul quale avrebbe dovuto mettere la borsa. Accanto al nastro c’era una porta metal detector. La guardia che si trovava dall’altra parte della porta gli fece un cenno e Franco passò. Beep. -Sciocco- penso’, aveva il cellulare in tasca. Lo mostrò alla guardia, una signora di mezza età con capelli corti e rossi, dall’aria semi addormentata. <<Va bene, passi pure>>, ed indicò una porta laterale. Franco sorrise amabilmente alla guardia da sotto la mascherina ed entrò. Si ritrovò in una stanza asettica, con alcune sedie economiche fatte in plastica e metallo, ben distanziate l’una dall’altra. Un lato della stanza era occupato da cinque sportelli, tre dei quali erano occupati. Franco diede una veloce occhiata al telefono. 10:06. Nessuno sembrava aver notato che era arrivato in anticipo. Si sedette su una sedia, si mise la borsa in braccio e analizzò gli sportelli. Quello alla sua destra era lo sportello che cercava: Passaporti. Franco sorrise da dietro la mascherina. Notò che l’impiegato allo sportello passaporti era la stessa persona che aveva incrociato alle 8:40 all’ingresso dell’ufficio. -Bene- penso’, sembra una persona giovanile e sveglia, il timore di dover fare i conti con uno di quei vecchi impiegati pregni di burocrazia asfissiante si dissipò in un istante. Franco pensò che i pregiudizi erano una brutta bestia.
  7. Un racconto ispirato a una chitarra, un dipinto di Edward hopper e ad alcune storie realmente accadute Era seduta al caffè della stazione da quasi un’ora. Sotto le falde del cappellino i suoi occhi pensosi contemplavano il fondo della tazza del tè che girava e rigirava tra le mani. Erano quasi dodici anni che non tornava nella sua città. Se n’era andata una mattina di primavera: aveva diciott’anni e una vita davanti. Disse addio a una casa e a una vita che non reggeva più. Non li avrebbe mai perdonati, soprattutto suo padre: se lo ripeteva ogni giorno mentre vagava di città in città, in cerca di quella felicità che sentiva esserle stata rubata. No: non riusciva a dimenticare. Ore e ore china su quella maledetta chitarra classica a sputarci sopra l’anima e il sangue: l’ossessione del padre per quel talento musicale fuori del comune era stato la sua condanna. Quanto lo aveva odiato quel talento! Avrebbe voluto un’altra vita, la vita di una ragazzina qualunque: invece l’avevano costretta ad essere una bimba prodigio. Al conservatorio era la migliore: i professori la esaltavano, i compagni la invidiavano. E lei era sola: Haydn, Vivaldi, Villa Lobos, Albeniz, Rodrigo, i più grandi compositori erano i suoi soli compagni. Aranjuez, il più famoso concerto per chitarra spagnola e orchestra di Joaquin Rodrigo, le ossessionava la vita: era il pezzo preferito di suo padre che le chiedeva sempre di suonarlo, in qualsiasi occasione. Francesca soffriva per tutto questo ma in silenzio: un po’ per timore di offendere il padre, un po’ per non rattristare la mamma, che era una donna dolce e cara ma viveva all’ombra del marito, sottomessa ad ogni sua decisione; fu forse per questo che alla fine arrivò a odiare anche lei. E un giorno prese il suo zaino e se ne andò via, lontano da quella casa e da quella città. Non sarebbe tornata mai più, si disse. Mai più! … Ora invece era lì, in quella stazione, in quel caffè, davanti a quella tazza di tè, cercando il coraggio di rivedere la sua famiglia. Il sole filtrava dalle grandi vetrate sudice dell’enorme stanzone: un sole tiepido, che in quegli ultimi giorni d’inverno faceva un gran piacere sentirsi addosso. Stese sul tavolino le mani scarne seguendo i giochi di luce che i raggi del sole facevano sul dorso e sulle dita. Le sollevò e ne osservò la fermezza. Sorrise: finalmente non tremavano più. Ormai le relazioni sbagliate, la solitudine, la depressione, l’alcool, la droga erano solo lontani ricordi. Era di nuovo padrona della sua vita. Adesso aveva un lavoro ed era anche fidanzata: il futuro le sorrideva. In comunità di recupero aveva avuto tutto il tempo per rientrare in se stessa e decantare la rabbia che aveva in corpo, anche contro suo padre. Piano piano aveva cominciato a vedere tutto con occhi diversi. Si: forse papà non l’aveva amata abbastanza… o forse l’aveva amata troppo, quella figlia avuta in tarda età. La figlia più piccola, la più sensibile: l’unica dotata di un vero talento musicale. Troppo amore può schiacciare. No: in fondo papà non era cattivo. Chissà: forse, solamente, non si erano capiti e lui l’amava davvero, come le aveva detto mamma sei mesi prima, durante una delle rarissime e brevissime telefonate, quando le aveva dato la notizia che papà… Una lacrima rigò il suo bel volto. I suoi occhi azzurro cielo guardarono fuori della vetrata: sospirò. Un gruppetto di ragazzini –il più vecchio avrà avuto diciott’anni- schiamazzava al bancone del bar, e qualcuno di loro, di tanto in tanto, la guardava insistentemente. “Accidenti, quant’è bella”. “Quanti anni avrà?”. “Mah. Non più di venticinque”. “Dici?”. “Certo! Di donne me ne intendo!”. Francesca sorrise tra sé, lusingata e divertita. ‘Cosa ne volete capire di donne a diciott’anni?’, pensò. Intanto un vecchio sedeva in un angolo del bar con la sua chitarra e suonava una canzone malinconica. La ragazza lo ascoltava sovrappensiero: tutto era cominciato per una chitarra. Tornò a guardare la tazza di tè. ‘Sei mesi’, pensò. Ci aveva messo sei mesi a trovare il coraggio di tornare. La verità era che ora si vergognava: negli anni il rancore si era trasformato in vergogna. In fondo al cuore sentiva di aver fatto anche lei tanto male alla sua famiglia. Anche a suo padre: e forse di più di quanto l’uomo ne avesse fatto a lei. Sentiva che la vergogna ora diventava paura. Una paura strana: quel tipo di paura inspiegabile che ti prende quando sai che c’è qualcuno che ti aspetta; che ti ama ancora. Si guardò intorno. “Bisogna andare”, si disse. Compose il numero sul cellulare, tremando di emozione. “Pronto. Sono io, mamma. Si, proprio io: Francesca. Sono…sono qua, alla stazione. Arrivo tra poco. No. non c’è bisogno: prenderò un taxi”. Si alzò, pagò il conto e uscì trascinandosi dietro il suo roller con i pochi vestiti che si era portata, inseguita dagli sguardi dei giovinastri e dalla musica malinconica del vecchio suonatore di chitarra. Fuori della stazione, alcune persone chiacchieravano di sport e politica. La guardarono distrattamente: “Mi sembra di conoscerla”, disse uno di loro. “Mmh… No. Mai vista”, rispose un altro e ricominciarono a discutere di argomenti per loro più interessanti. Più in là, due donne litigavano per l’unico posto macchina ancora libero nel parcheggio: in una di loro Francesca riconobbe la madre di una sua vecchia compagna di scuola. Ci passò accanto senza essere notata. In fondo alla piazza, un vecchio taxi. Lo raggiunse, salì, dette l’indirizzo. Dieci minuti dopo era davanti al portone di casa. Era arrivata. La paura! Di nuovo quella maledetta paura. Deglutì. Si avvicinò a passo tremante. Suonò il campanello. La porta si aprì lentamente. Francesca tremava. Quando apparve sua madre sulla porta si sentì pietrificata. La mamma la guardava sorpresa e felice, con quei suoi grandi occhi azzurro cielo, proprio come quelli di Francesca. Lo stesso volto scarno, rettangolare, lo stesso naso dritto, grande e regolare. Si guardarono in silenzio. Un silenzio lungo. Lungo. Carico di mille parole: tutte le parole mai dette in quei dodici anni. Fu mamma ad abbracciarla. Tutto si sciolse in quell’abbraccio muto. Le lacrime dell’una si mescolarono a quelle dell’altra, rigando i volti, bagnando i vestiti. I singhiozzi sommessi di Francesca si perdevano nei baci di mamma. Entrò. Volgeva lo sguardo intorno, come in trance. Non si rendeva ancora conto di essere veramente a casa, tra le braccia di sua madre. E fra pochi secondi avrebbe rivisto suo padre. ‘Povero papà’, pensò. “Ti aspetta da tanto tempo. Non fa che chiamarti”. “Com’è possibile?” si chiese la ragazza. L’alzheimer non lascia scampo. E a papà era arrivato all’improvviso: in sei mesi era progredito in modo impressionante. In breve tempo era finito a letto, bisognoso di tutto. La madre lo aveva comunque voluto tenere in casa con sé. Francesca non poteva fare a meno di ammirare il coraggio di sua madre e di sentire ancora più vergogna di sé. La madre la guardò e sorrise, come se avesse indovinato i suoi pensieri, ma non disse niente. L’accompagnò lungo il corridoio, incontro a papà. Il vecchio era in salotto: gli ultimi bagliori del tramonto ne disegnavano il profilo di fronte alla finestra. Francesca entrò piano piano. Si avvicinò alla carrozzella. Lui la guardò coi suoi occhi leggermente a mandorla, come quelli della figlia. “Quii…qqaaa…”, mugolò il vecchio padre. Chicca: era il suo soprannome! Francesca sentì il cuore balzarle in gola. Era l’unica parola che il vecchio riusciva ancora a biascicare. Per il resto erano solo mugolii simili a ululati. “Quii…qqaaa…”. Si guardarono a lungo. “Quanto tempo…”, sussurrò Francesca. “Siete soli?” chiese poi alla mamma. “C’è una badante. A ore: di più non possiamo permetterci. Poi ci sono degli infermieri che vengono regolarmente. I tuoi fratelli sono sposati: ora vivono lontani”. Francesca si accucciò davanti a suo padre, gli prese le mani, gli carezzò il volto. “Adesso ci sono io”, sussurrò, parlando più a se stessa che a sua madre. Avrebbe preso aspettativa dal lavoro, intanto: poi si sarebbe visto. Ebbe l’impressione che papà le sorridesse… Si. Le sorrideva! Ne era certa. Tra le lacrime che ora gli rigavano il volto, suo padre le sorrideva! “Papà… Eccomi qua. Ti ho fatto tanto male.” Una lacrima scese sulle guance del vecchio. Si agitò un po’: avrebbe voluto dire qualcosa, si vedeva, ma dalla sua gola uscì solo un lamento indistinto. Francesca guardò interrogativamente la madre, come per chiedere cosa volesse dire papà. Lì per lì, anche sua madre non riusciva a capire, poi si ricordò di qualcosa: le si illuminarono gli occhi e con lo sguardo indicò il tavolino dietro Francesca; lei si voltò e vide una cornice d’argento, con una foto: era il suo ritratto. L’argentatura era ossidata dal tempo e consumata dal continuo strofinio delle mani del padre, che la carezzava ogni volta che ci passava davanti, come le spiegò mamma. “Non faceva che sospirare: ti chiamava e ti chiedeva continuamente perdono. Tornava spesso a quella fotografia, anche in piena notte. Non riusciva a perdonarsi di averti fatto tanto soffrire. È stato così difficile anche per me perdonarlo, ma quando lo vedevo così distrutto dal rimorso, non potevo fare a meno di aver pietà. Ma adesso sei qui.”, concluse mamma con un singhiozzo sommesso, che le impedì di continuare. “Voleva chiedermi perdono.”, disse sorpresa Francesca. Restarono ancora a lungo in silenzio: così, uno di fronte all’altra, cercando di ritrovare un’ombra del tempo perduto, di un legame spezzato ma mai veramente distrutto. All’improvviso il vecchio cominciò ad agitarsi fortemente, emettendo dei versi simili a ruggiti. Francesca si spaventò. “Sta arrivando!” sospirò sua madre, alzando gli occhi al cielo. “Chi?” chiese Francesca. Si sentì suonare il campanello. Andò la mamma. Dal salotto, Francesca sentì sua madre dire con tono che non ammetteva replica: “È la nuova badante. Buona notte”. “Quella pettegola della vicina. – disse la madre, rientrando- Ti ha riconosciuta ed è subito venuta a curiosare! Le ho inventato qualcosa lì per lì.” “E papà l’aveva sentita arrivare...” “Già. Lui certa gente la sente da lontano.” Disse sorridendo. “Però… aveva sentito arrivare anche te. E si vedeva che era felice” “Caro papà…” Il vecchio la guardava con amore, un amore muto eppure così avvolgente. Sembrava che le leggesse dentro. No. Non è vero che i malati di Alzheimer non capiscono più niente. Capiscono. Capiscono eccome: le loro anime raggiungono vette inimmaginabili per l’uomo comune. Quella sera volle accudirlo anche lei. Gli imboccò la cena, aiutò la mamma a pulirlo e a vestirlo per la notte, poi lo misero a letto. Mentre lo vegliava, il suo sguardo cadde in un angolo della stanza. “La mia chitarra”, sussurrò sorpresa. “Si. Non se ne è mai separato. La suonava spesso, anche in piena notte. Ti abbiamo aspettato tanto…” Francesca si avvicinò allo strumento. Lo carezzò con timore. Chissà se si ricordava ancora… Prese la chitarra con mano tremante. Si sedette accanto al letto. La accordò. Cominciò a suonare. Ebbe qualche difficoltà a cominciare, ma dopo poche note le sue dita correvano agilmente lungo le corde. Non aveva mai suonato così bene: lo sentiva. Dalla morbida cassa di legno uscivano note struggenti, di una bellezza infinita. Piangeva. E sorrideva: aveva ritrovato se stessa. Nei giorni successivi, il tempo scorreva lento e sereno, tra le cure amorevoli della moglie e della figlia: solo di tanto in tanto, Francesca ebbe l’impressione che il vecchio le volesse dire qualcosa, ma non riusciva a comprendere altro che il proprio soprannome, Chicca. Si vedeva che l’uomo si sforzava, ma non riusciva a esprimersi: allora piangeva e aveva un moto di stizza che lo agitava tutto e ciò preoccupava le donne. Ma una sera mugolò qualcosa di meno indistinto. Francesca si alzò, si appoggiò alla ringhiera di sicurezza del letto, avvicinò l’orecchio alla bocca dell’uomo e dopo un paio di tentativi riuscì a udire distintamente questa parola: “Pee..do..na..mi”. Fremette di gioia e stupore. ‘Perdonami’: ecco cosa voleva dire! In tutti quei giorni di mugolii, lacrime e moti di stizza, aveva cercato di dire quella parola, quell’unica parola a cui, si capiva bene, teneva così tanto. Adesso che finalmente l’aveva detta, il vecchio si rasserenò, e sorrise. Francesca sentì il cuore sobbalzare di gioia. Andò a svegliare sua madre: “Mamma! Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta!”, diceva con la stessa gioia di una bambina che avesse risolto un indovinello difficilissimo: “Ha detto: Perdonami!”. Mamma si alzò a fatica a sedere sul letto, guardando il marito tra la sorpresa e la gioia, alla fioca luce del lume da notte, mentre Francesca, in preda alla più profonda emozione, tornava al capezzale di papà, ripetendo come un mantra: “Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta!”. Lo guardò a lungo, carezzandolo sulla testa, passando le mani tra i capelli bianchi e folti, un tempo scuri e mossi come i suoi. Lo carezzava e lo guardava come si fa con un bambino o con una persona infinitamente amata, mentre le lacrime non cessavano di rigarle le guance. La notte era scesa sulla città. La luna illuminava i tetti con la sua luce carezzevole. Francesca spense la luce e rimase a lungo accanto a suo padre, al buio, mentre le sue dita ricominciarono a danzare sulle corde della chitarra. Le note di Aranjuez, il pezzo preferito di papà, riempivano la stanza della loro malinconia. Mamma ascoltava piangendo anche lei di gioia, mentre si coricava e sprofondava lentamente in un sonno pacifico e ristoratore, come non era mai stato in quegli anni. Francesca e papà si sorrisero ancora, sotto i raggi della luna. Adesso aveva davvero ritrovato suo padre. Lo baciò sulla fronte. “Buona notte, papà. Sono tornata…”
  8. Ocelot

    De rerum influentiarum

    *** “Tutto chiaro?” La adoro quando chiede Tutto chiaro? al termine di uno spiegone. La adoro e assieme sento l’irrefrenabile bisogno di fare il contrario di quello che ha appena detto. I preparativi per una storia di Instagram di successo sono roba complessa, non per tutti, ma i TikTok stanno a un livello ancora superiore. Specie quelli di coppia. Per fare un TikTok servono alcuni elementi imprescindibili: talento, studio accurato del terreno, idea vincente, uno o più personaggi fighi. Per fighi intendo decenti abbastanza da far salire la bile ai loro coetanei. Giorgia è figa: lo sa, ci sguazza, ne fa un vanto, talvolta se lo scorda. A quanto ne so, non è una che sta più di tanto alle prese coi TikTok, ma a volte decide che deve tirarsela anche lì. E per tirartela su TikTok hai due strade: ostentare opulenza, far vedere l’idillio della tua vita di coppia. Di TikTok sul sedile della mia Mercedes ne ha già fatti diversi. “Tutto chiaro?” Ho una domanda. “Perché davanti allo specchio del bagno?” “Perché devo vedere cosa riprendo?” “Ma non è da sfigate farsi le riprese davanti allo specchio del bagno?” “E dove hai letto questa cosa?” Non l’ho letta, è una cosa che mi viene dall’anima. Se hai bisogno d’uno specchio per farti una foto o un video vuol dire che non sai usare l’autoscatto o non hai un servo della gleba che ti faccia una foto decente: ergo sei sfigato. “Niente, lascia stare.” Giorgia espira, poggia le mani curatissime sul lavandino, mi guarda dal riflesso. “Tutto chiaro quindi?” Me la scruto per qualche momento, nel top nero e i pantaloni della tuta bianchi, Adidas. “Io conto fino a tre, entro, ti sto dietro, ti lego sto cordino rosso al polso e ti prendo in braccio.” “E mi porti in camera.” “Ma tanto il telefono riprende solo qui, chi lo vede dove ti porto?” “Vabbé, oh, è uguale.” “Appunto.” “E allora mi porti dove ti pare, tanto la registrazione finisce da sola.” “Magnifico.” Sospira, aggiusta meglio l’Iphone dalla sua posizione tattica sopra al lavandino. “Tanto lo so che dovremo rifarla tipo quindici volte.” “Ouh, che è sta sfiducia?” “Perché non ce la farai mai a farmi un nodo al polso al primo tentativo.” La guardo come si guardano i criminali colti in flagrante, lei ride nel suo modo criminoso. “Anche fosse, sfido chiunque a farti un nodo al polso con il ciarpame che hai.” Le sollevo il braccio coi sei-sette bracciali e monili che ci tiene agganciati. Ride di nuovo, poi torna seria e scocciata, sbuffa, reclina il capo nel suo modo rassegnato. “Sono trenta secondi d’impegno, puoi metterceli per favore?” “Trenta secondi d’impegno per farti fare la figa su Instagram.” “Su TikTok.” “Quello che sia.” “Dai, ma se non ti chiedo mai niente.” Altro guardare come si guardano i criminali presi la seconda volta sul fatto. Ride ancora. “Che poi che c’entra il cordino rosso?” “È una cosa giapponese, unisce due persone che si amano per la vita.” “E secondo te su TikTok c’è gente che capisce questa cosa.” “Ovvio.” “E tutto questo serve a far credere al mondo che io e te staremo insieme per tutta la vita.” “Eh.” “Poi magari ci lasciamo domani.” “Noi NON ci lasciamo domani.” “Ma che ne sai.” Sbuffa, reclina di nuovo la testa, “Puoi fare questa cosa per me senza rompere?” “Con sto cordino io ti ci…” Agita le spalle in un finto attacco di pianto frustrato che è una delle varie cose che adoro del suo repertorio di smorfie. “Trenta secondi,” pesta sul pavimento con un piede, “Solo trenta secondi d’impegno, cazzoooo.” Adoro anche le sue finali allungate quando perde la pazienza. “Okay, va bene.” “Okay?” “Okay.” Espira, si risistema i capelli lunghi e lisci, fa cenno di venirle accanto, mi prende la mano sinistra e il cordino rosso, ci fa un nodo al mio polso con cura maniacale. “L’altro capo,” scandisce occhi negli occhi come fosse la cosa più importante del mondo, “Qua.” Mostra il suo, di polso, con tutta la pletora di bracciali e monili. “Ho capito, scemina.” “Bravo. Adesso vai fuori, do il via, conti fino a tre e entri.” Esco solo dopo una manata energica sulle sue chiappe che, nella tuta bianca, stanno da Dio. È più forte di me. È un bisogno irrefrenabile, il mio. Non posso farci niente. Generazioni diverse, idee diverse, concetti diversi. Poi, TikTok è proprio una cagata. Ma una cagata terribile. Il cordino dal polso me lo sono slacciato e l’ho teso per bene. Giorgia dà il via, inizia a muovere i fianchi canticchiando le parole di qualsiasi stupida canzone contemporanea abbia messo in sottofondo, guarda nello specchio contando i secondi. Nervosa. Tesa. Non si è mai fidata al cento per cento di me. Non in queste cose. E fa bene. Benissimo. Tre secondi vanno via in fretta. Io entro, posato e tranquillo. Mi fermo dietro di lei. Guardo nello specchio da sopra quei pochi centimetri che ci passiamo. Sta fremendo come un animale selvatico. Le prendo il polso, anzi entrambi i polsi: col cordino rosso glieli allaccio di brutto e col nodo più veloce della Storia. Giorgia ha gli occhi sgranati e un mezzo sorriso incredulo. In braccio non la prendo: me la carico su una spalla con una mossa da wrestling. La sento ridere con voce stridula. Saluto militare verso l’Iphone. Addio, io il mio l’ho fatto. Me la porto via come bottino di guerra. *** “Allora?” Fisso il soffitto della camera come se fosse un cielo stellato, Giorgia invece l’Iphone che tiene sollevato davanti al viso. Si perderebbe tutte le stelle del mondo, stesi qui sul letto, se il soffitto fosse la Via Lattea. Piega le labbra, s’aggiusta, concentrata sullo schermo, “Eh.” “Eh cosa?” “Boh, ha fatto un mare di visua e di like.” “Ma che strano.” Rimugina qualcosa, la intravvedo sorridere, ritorna seria quando se ne accorge. “La mia idea era migliore.” “Sì. La cosa giapponese che sapete tu e Toriyama.” “Chi?” “Appunto.” Sbuffa col sorriso che non riesce a trattenere; ci ho messo un po’ a convincerla a non rifare il video e metterlo su così com’è venuto. “Vedi, Giorgina, alla gente piacciono le cose spontanee, non le baggianate finte e artificiali.” Scende un silenzio che sa di proposta in arrivo, mentre scorre il dannato TikTok su e giù e riguarda con metodica insistenza il suo video, il nostro video. “E se diventassi un’influencer?” “Per diventare un’influencer devi avere minimo qualcosa d’interessante da far vedere agli altri.” “Vabbé, io sono interessante.” “Sì ma sai quante ce ne sono come te là fuori?” “Stronzo.” “Che poi, interessante è una parola grossa.” “Stronzo.” “Non sai neanche ballare.” “Sì che so ballare.” “Giorgina, ballare è una cosa, dimenarsi a caso davanti al telefono è un’altra.” “Infatti non lo faccio.” “Perché sai che io le ragazzine su TikTok che ballano come cretine per dieci secondi cacati non le posso vedere.” “Ma infatti io non lo faccio.” “E meno male.” “E se diventassimo tutti e due influencer?” Il cielo stellato sul soffitto diventa una pioggia di meteore infuocate. Alcune hanno la faccia di Fedez e quell’altra. “Per diventare influencer dovremmo minimo avere qualcosa d’interessante da mostrare.” “Ma noi siamo interessanti.” “Sai quanta gente ha un Mercedes bianco, neanche top-class, e una casetta in Liguria?” “Ma che c’entra quello: io dico noi siamo interessanti.” “Perché?” “Perché mica tutte hanno un ragazzo molto più grande.” “E questa cosa sarebbe interessante?” “Certo. Guarda che mi invidiano, eh.” Silenzio. C’è una spruzzata d’aurora boreale, adesso, sulle mie retine. “E cosa facciamo vedere al mondo?” “Ma non lo so, la nostra vita, il modo in cui stiamo insieme. Per esempio: una cosa che ti piace fare con me?” Sorrido come sorridono i coccodrilli a merenda. Giorgia sbuffa sorridendo a sua volta, si ravvia i capelli sparsi, “Una cosa sentimentale, dico.” Ci penso. Mai stato un grande fornitore d’idee. “Vieni qui,” le faccio posare il telefono, la guido a mettersi cavalcioni sul mio petto. Il suo top nero e il modo in cui mi guarda, attenta come una gatta, sono benzina per incendi. Ravvia di nuovo i capelli, la panoplia dei suoi bracciali freme e tintinna come un sonaglio. Le abbasso con cura i calzini dai talloni, la massaggio in circolo. “Sarebbe questo?” Ci guardiamo come gatta e coccodrillo, entrambi con un mezzo sorriso affilato. “A me piace farlo, hai i talloni di velluto.” Sbuffa, alza gli occhi, “Ma secondo te io posso fare un video su questo?” “È una cosa sentimentale.” “Non è una cosa sentimentale.” “Ha parlato l’esperta.” “Questa è una cosa sentimentale.” Si china solenne finché i suoi capelli castani non mi spiovono sulla faccia. Deposita un bacio sulle mie labbra, poi un altro. Non c’è più un soffitto stellato da guardare, solo il suo bel viso ovale e la cascata della chioma. Gli occhi scuri e vividi. La collanina col suo nome in corsivo mi oscilla davanti al volto. “E tu vuoi fare un video su questo?” Sorride, socchiude le palpebre, mi bacia di nuovo. “No, vabbé.” “Non saremo mai degli influencer.” “Chissenefrega.” La bacio ancora e sa vagamente di ciliegia. Sarà il rossetto rosa. Insegue un qualche pensiero mesto mentre mi s’abbandona sul petto, sognante: non voglio disilluderla su quanto facile sia perdersi per la strada, specie per quelli come noi. Anche se siamo influencer immaginari. Giorgia sa poco o niente del mondo degli adulti e non ha avuto basi solide dalle quali partire. Non ha avuto punti di riferimento, o li ha persi troppo in fretta. Un’incombenza che è finita sulle mie spalle, ma non ne sento il peso. Non l’ho mai sentito. In compenso, ha dei talloni di velluto. ***
  9. Ocelot

    Dianoetica (parte 2)

    [continua] Mi guarda, occhi fradici, rossi, la mano sempre premuta sulla bocca. “Non mi hai salvato come Amore, Tesoro o sticazzi. Perché sai chi sono io e chi sei tu. Chi siamo noi.” Apro la portiera del passeggero, prendo dal sedile il libro, il suo libro, l’immagine di copertina. Il cavaliere alla carica. “Mi hai chiamato tu così. Hai deciso tu questo gioco. Vuoi lasciarmi per un sospetto, una cattiveria gratuita? È questo che vuoi?” Sospiro, atono. “Il mondo è pieno di demoni, Jo. Per quanti io possa distruggerne, ce ne saranno sempre altri che cercheranno di prendersi la mia, la tua felicità. Sempre.” Sfoga ancora per un lungo attimo, poi mi guarda, tremula, fragile. “Giurami che è la verità…” “I giuramenti sono parole, come tali fallaci. Le emozioni no. Se chiudi gli occhi puoi vederci, io e lei, su un bel letto, i vestiti sparsi, il senso di caldo: funziona così, no? Ti batte il cuore, la testa pulsa, pensi di aver perso tutto in un attimo. Lo pensi, lo vedi, impazzisci.” Continua a fissarmi, incredula. Le leggo nella mente, lei legge nella mia. Tra noi ha funzionato anche per questo. “Demoni, Jo. Vanno sempre qui,” tocco la mia fronte, poi la sua. “Sempre qui. È dove fa più male.” Guarda a terra, l’asfalto del sentiero, le nostre scarpe, l’orlo dei pantaloni. “Lo hai visto e continui a vederlo. L’ho visto anche io, ieri sera, nello stesso modo: ho fatto l’amore con lei, sì, su quel letto che immagini, coi vestiti sparsi, nei modi più bizzarri. L’ho visto anch’io. Ma era tutto nella mia testa. Non è accaduto, semplicemente. Lo abbiamo solo immaginato. Entrambi.” Respira a fondo, col petto che trema per lo sforzo. Accenna un sorriso, affranta, aggrappata a se stessa. “Ho te, non me ne faccio niente delle altre.” Stavolta l’abbraccio non lo cerco, lo offro con le mani appena aperte, quel porto sicuro di cui ha tutto il bisogno del mondo. Mi guarda e scandaglia alla ricerca di una traccia di colpa che non può trovare. Un lungo attimo di nulla poi ci s’abbandona con rabbia, singhiozzando libera, selvatica, rossa in viso. In un altro film, i due vecchi col cane s’intenerirebbero ricordando la gioventù; nel nostro, lui s’increspa digrignando a mezza voce Pezzi di merda esibizionisti. Non so dargli torto. Le bacio i capelli che sanno di mandorle, piange senza suono. “Certo che sei proprio fessa, mamma mia, come fai a credere a tutto?” Più stringo più ne sento il cuore battere sullo sterno. Mormora qualcosa che non capisco, ma non ha importanza. Quando ci stacchiamo sembra passata un’era, il tempo cambiato, i nostri colori anche. Sono vividi, perlati, preziosi. Si smanaccia le lacrime dal viso, aggiusta i capelli che le ho manovrato. Sorride con ancora gli angoli delle labbra piegati verso il basso e gli occhi gonfi, guarda la Mercedes, “Sei veramente entrato nel parco con la macchina?” “Per te questo e altro, scemina.” Alzo di spalle. “C’era l’ingresso per residenti aperto e non avevo voglia di mettermi a correre per tutto il parco a cercarti.” Ride di un riso accennato, con ancora un sottofondo di singhiozzi, mi guarda. In quegli occhi scuri, nocciolati, c’è la muta supplica di non farle rivivere questo inferno. Non lo esterna mai, non lo dice, ma so e so bene che la cosa di cui più ha paura al mondo è vedermi andare via. È anche la mia, per quanto non possa ammetterlo. “Ma poi, come sapevi che ero qui?” “Cuori connessi, stessa frequenza.” Lascio passare qualche secondo ad effetto. “No, vabbé, ho riconosciuto il parco nella storia che hai messo su Insta.” Ride di nuovo, di sollievo, con gli occhi umidi. La paura di guardarsi andare via. Abbiamo demoni che s’ingozzano l’un l’altro di questo assunto. “Andiamo, per favore? Che se passano i vigili la mia giornata diventa ancora più complicata.” La bacio a stampo su una guancia, forte, per vederle indosso un altro sorriso tenue, fragile come certi fiori primaverili. “Muoviti, oh, che devo portarti a casa e poi tua madre vede che hai pianto e mi telefona e mi rompe i coglioni e m’insulta, e sai che io non reggo gli insulti. Specie i suoi.” Ride, le lacrime asciugate a forza, mentre si avvia alla portiera. “Non voglio andare a casa, stasera…” “Se vieni da me, porca miseria, non voglio vedere mezzo pianto né sentir parlare di Instagram.” “Va bene.” “Promesso?” Annuisce con un sorriso delicato. “Promesso.” Saliamo in auto, il libro lo appoggio con cura sui sedili posteriori. Faccio per mettere in moto, ci ripenso, fisso il volante, il verde del Parco Reale e l’azzurro opaco del cielo. “Posso dirti una cosa?” Annuisce dopo un’occhiata tesa. “Non mi era mai capitato prima, voglio dire, prima di stare con te.” “Che cosa?” “Che due tipe ci provassero con me nello spazio di due giorni. Una al dì, praticamente. Non mi ha mai calcolato nessuna, a me: da quando sto con te, invece, è tutto diverso.” Sgrana gli occhi in un moto d’orrore, prende un respiro denso, attonito. “Chi è la seconda, scusa?” “Marty, la tua amica.” Freddo. Gelo. “Come Marty?” Fischio con un muovere della mano. “QG chiama Giorgia: me l’hai detto tu ieri sera, ricordi?” Espira come liberata da un peso mostruoso, mi guarda con un accenno di sorriso che stavolta non può liberare. “Quella cretina ha solo detto che sei figo.” “E sticazzi, non mi sembra poco. Equivale a provarci.” Alza le iridi al cielo, piega le labbra per trattenere il sollievo. “Sì, vabbé.” “Marty è quella con due tette incredibili, no?” Mi fissa allucinata. “Come lo sai?!” “Ciccia, non è che solo tu sai usare Instagram.” “Quindi tu hai cercato Marty su Instagram?” “Chiaro. Se una ti dice che sei figo, minimo minimo vuoi sapere di cosa stiamo parlando.” Appoggia la nuca al sedile in un moto di sconforto. “No, io non posso farcela.” “Non è niente di che. Carina, c’ha un po’ la faccia da bambina. Bambina strabica.” Ride. “Non è strabica.” “Serio? Nella foto sembrava strabica. Sulle tette però niente da dire.” “Vaffanculo.” “Saranno il triplo delle tue.” “Vaffanculo.” Metto in moto, sorrido di sottecchi, la guardo, lei non mi guarda. “E se mi piacessero comunque di più le tue?” “Non mi parlare.” “Chi mi ha fatto uscire prima da lavoro per le sue pazzie immaginarie?” “Non sono pazzie immaginarie.” “Possono dirti che sono un rettiliano e tu ci credi. Basta che sia qualcosa per farti del male, e tu ci credi. M’hai fatto correre fino a qui, m’hai fatto pensare che stava finendo il mondo, minimo minimo da qui a casa parliamo delle tette di Marty e altre cose del genere. Per punizione.” Espira come fa quando non sa uscire da un casino che lei stessa ha creato. “E comunque Marty non so che faccia abbia, non l’ho trovata su Instagram.” “E che ne sai che ha la quarta, allora?” “Ho tirato a caso.” “Sì, vabbé.” Sorrido guidando senza fretta verso l’uscita del parco. “Te lo giuro, del tutto a caso.” Demoni svaniscono nel sole pomeridiano: ne ho uccisi d’ogni genere e specie, ben sapendo che la legione ha numeri smisurati. Che non cesseranno mai d’insinuarsi tra le pieghe dell’esistenza. La nostra esistenza. “Comunque non è che siamo proprio amiche.” “Ma lo so. Tu non hai amiche.” “Se conosco solo gente di merda…” “Concordo. Quelli della tua classe, mamma mia, li appenderei tutti in via Roma.” Ride, cerca la mia mano sul cambio. Il terrore perenne di vedermi andare via. Il bisogno di un punto fermo, uno, nella sua personale burrasca. Lascio passare un’ambulanza a sirene spiegate prima d’immettermi sul corso. ***
  10. Ocelot

    Dianoetica (parte 1)

    *** Dianoetica “Come sarebbe che non c’è?” Il portinaio della scuola è un tizio sulla sessantina, basso, squadrato, con la mascella da bulldog e due occhiali antiquati. Non riesco a immaginarlo fare alcun altro lavoro al mondo che il portinaio di questa scuola. “Ma lei chi è, scusi?” scandisce con accento siciliano e sguardo inquisitore. “Sono un parente stretto.” “Che parente stretto?” “Il convivente. Voglio dire: il fidanzato.” “Ma mica è una parentela, scusi.” “No, ma devo portarla a casa, per cui…” “La signorina è uscita prima, oggi.” “E chi è venuto a prenderla?” “Nessuno.” Scordo e ricordo di continuo che adesso Giorgia può firmarsi le giustificazioni da sola. Alzo l’indice come se dovessi dire qualcosa ma non ho nulla da dire; giro sul posto e torno fuori, in strada, nel pomeriggio assolato, mentre il bulldog sporge da dietro il plexiglass del suo stanzino per un’ulteriore indagine visiva. Torno alla macchina, salgo a bordo. “Mercedes: chiama Bimba,” recito al computer di bordo sentendomi un cretino come ognuna delle poche volte che lo faccio. Odio che la mia auto sappia come chiamo la mia ragazza. Il telefono prende a squillare, a vuoto come nelle ultime due ore, mentre faccio inversione con addosso una cappa d’inquietudine. *** Inchiodo l’auto dopo un’accelerata esibizionista, proprio accanto alla sua panchina, sul viottolo asfaltato del parco. Lei alza lo sguardo per un attimo, lo riabbassa. “JO!” Scendo dalla macchina, sbatto la portiera, le sono davanti con le braccia aperte e l’espressione dei martiri in gloria. “Ma che stai facendo?” Accenno alla quiete e gli spazi del Parco Reale, tra il verde dei giardini, l’azzurro scolorito del cielo. Scoloriti quelli che passano, pochi, a debita distanza. Non mi guarda, tiene gli occhi a terra, le braccia strette sulla giacchetta color panna. I segni del pianto, sulle guance, sono cicatrici identiche da qualche parte dentro. “Non voglio vederti,” mormora in un filo di voce. “Non voglio vederti ‘sto gran cazzo. Adesso mi spieghi. Mi spieghi che cosa è successo, e dall’inizio alla fine.” Non replica: si alza di botto, prende lo zaino, si avvia sulla stradina tra le aiuole del parco. “No, no, no, no.” Le sono davanti in poche e decise falcate. “Non te ne vai se prima non mi hai spiegato.” “Non ti devo spiegare niente.” “Devi, invece. Dopo puoi andartene, se vuoi. Ma mi devi spiegare, me lo devi.” Fa per replicare, ha un singulto, piega le labbra, chiude gli occhi. Prendo il respiro più lungo della mia vita. “Non ho fatto niente, Jo. Nulla.” Singhiozza, in composto silenzio. Due anziani di passaggio guardano, attenti come il loro cane che assomiglia al portinaio. Le prendo le spalle, con vigore. “Guardami.” Niente. “Jo, guardami.” Ci vuole ben più che qualche secondo perché alzi il viso rigato contro il mio. “Ti ha chiamato, ti ha scritto, cosa ha fatto?” “Mi ha scritto.” “Su Instagram?” Annuisce appena. Lascio passare i secondi nel modo che serve a sentire i battiti del cuore. “Ti ha mentito, Jo. Voleva farmi un torto, e lo ha fatto nel modo peggiore.” Scuote la testa, in lacrime, cerco di abbracciarla, si sottrae. “Ti ha mandato una foto?” “Sì.” “Non dire cazzate. Non ti ha mandato nessuna foto.” “No.” “Ti ha dato una prova, qualcosa?!” “No…” “No, certo. Quindi una che non conosci ti scrive su Instagram che ti ho tradita con lei e tu ci credi. Così, a cazzo, tu ci credi. Se domani ti scrive uno per dirti che sono finocchio, tu ci credi.” Sussulta le spalle, il viso dal bel colorito ora torbido, come l’acqua di mare quando sollevi la sabbia dal fondo. “Ma poi l’hai vista? L’hai vista in foto quella?!” “Che c’entra?” mormora a voce rotta. “È figa? La consideri figa?” Si spazientisce come quando incomincio un caleidoscopio di parole, cerca di voltarsi, in lacrime, mi ritrova di nuovo di fronte. “Rispondi. La trovi figa sì o no?” “SÌ!” “Ecco, ma secondo te io posso andare con una così? Tutta truccata che, madonna, la chiamano al circo Orfei?” “Cosa c’entra…?” “Io sto con te, ho te, e devo perderti per andare con una del circo Orfei? Ma ti sembra logico? No, dimmi se ti sembra logico!” Mi guarda come si guardano i miraggi sfocati nel deserto. Ha il respiro affannato di chi vuol annegarsi ma non trova il coraggio di farlo. Mimo il girare d’ingranaggi, “Era un modo per dirti, se ce la fai, che sei la cosa più bella che mi sia mai capitata. Non me ne possono capitare di migliori. Specie se truccate in quel modo.” Un lungo attimo di nulla, di rabbia forzata, voluta, cercata, di odio e disperazione che non hanno solide basi. “Ci sei andato a cena?” “Certo. È una mia collega, abbiamo un progetto di lavoro da portare avanti, voleva discuterne. Ci ha provato con me, le ho detto di no, e per ripicca ti ha scritto.” Esita, cerca di trattenere le lacrime. “L’hai accompagnata a casa?” “Certo. È una cortesia che non si nega a una donna, se te lo chiede.” “Non dovevi farlo!” “Dovevo eccome.” Ha un altro singulto, il dorso della mano pressato sulle labbra e gli occhi serrati per un lungo attimo. “Jo.” Guardo il cielo solo perché non amo vederla in quello stato, non per me. “Jo: come mi hai salvato sulla tua rubrica del telefono?” Sussulta le spalle in un nuovo attacco di pianto muto. “Come hai salvato il mio numero sulla rubrica, Jo? Con che nome?” [segue]
  11. Ocelot

    Deus Ex

    *** Deus Ex Mi porti via? Tre parole, dieci lettere, tutto scritto sullo schermo del telefono in un balloon bianco. Mi porti via? Sono tre parole e dieci lettere che ti danno un valore, un peso specifico, una funzione. Ti rendono deus ex. Leggo cercando il tasto per spegnere il pc e chiudere così la giornata. Mi porti via? Il suo modo per dire che ha litigato col mondo, di nuovo, o che la vita fa schifo. Più raro si riferisca a uno dei molteplici, triviali problemi della sua esistenza quotidiana. Scrivo di pollice per sapere a che ora finisce il pomeriggio, mi dice alle cinque e mezza. È una vita che il pomeriggio finisce alle cinque e mezza ma mi piace esserne sicuro. - Sto da te stasera Senza il punto o la domanda. Hai avvisato tua madre? Rassetto la postazione per spendere i minuti che mancano alle 17. - Tanto esce. Le frega < 0 Allora ti porto via. Allora la porto via. - <3 Deus ex. Gliel’ho scritto, una volta: sono il tuo deus ex. *** Entro in casa con quella sensazione d’estraneo che mi prende da qualche parte al ventre, ormai da tempo, e che sbiadisce solo se lei entra da quella stessa porta, con me. I muri, gli armadi in legno di rovere, il piastrellato in gres: non ho scelto niente, neppure l’arredo delle mie quattro mura. Non scelgo mai, è una maledizione. Giorgia, per contro, varca la mia soglia e rinasce. Non manco uno dei movimenti quasi erotici coi quali si sfila le costose Nike nere senza chinarsi, butta lo zaino contro la parete, svanisce nel corridoio stirandosi: io sto ancora decidendo dove poggiare la borsa della spesa, la giacca, con che mano chiudere la porta. “Che poi,” finisce dal bagno il ragionamento sul come abbia solo amiche stronze, “Alla fine chissene.” L’acqua corre, i miei scorni giornalieri se ne vanno anche più in fretta. “Ah,” sporge dal bagno mentre riordina i capelli in una corta coda, “Marty ha detto che sei figo.” “Lusingato.” Non che sappia chi sia, ma certo una di quelle che chiama amiche solo a giorni alterni, quando non sono un ostacolo da rimuovere nella scalata al trono. “Marty sarebbe?” “Ma chissenefrega? Tanto è cessa.” Più che una reginetta Giorgia è una despota concettuale. Per arrivare dove vuole, anche se non deve arrivare da nessuna parte, passeggerebbe scalza sui cadaveri allineati delle sue più strette amiche. Quelle dei giorni alterni, se non sono un ostacolo da rimuovere. Amo l’idea che entri in casa mia prima di me, usi il bagno prima di me, vada a ravanare nei cassetti che le ho riservato per prendersi una tenuta da camera, e poi nei miei, per vedere se ho comprato qualche nuova maglietta di marca. Amo l’idea che, mentre ficco la spesa in cucina, alla buona, il suo problema sia non aver da parte abbastanza per cambiare l’iPhone invece degli esami che avrà a fine anno. “Col cazzo che t’aiuto a studiare a giugno,” preciso a voce alta. “Siamo a settembreee,” dall’altra stanza, con la E finale che s’allunga nel suo modo di banalizzare tutto, anche l’ovvio, e mi piace il modo in cui riesce a farlo. Quel modo che a me non riesce più da tempo. Metto su l’acqua per la pasta. Amo il vederla ricomparire in cucina, come niente fosse, con gli shorts grigi, le gambe abbronzate, le calzette, il felpone nero di Calvin Klein preso dal mio dannato armadio. “Dai, non rompere, è mio ormai,” si scansa scazzata, e so che quella felpa, indosso, le ricorda un qualche abbraccio protettivo, uno che le manca. Amo il suo modo di camminare che non è sensuale né ricercato, al più dinamico, come certi uccelli di piccola taglia che ispirano dignità. Ride e s’inarca quando lascio i fornelli per prenderla ai fianchi, da dietro, tenta di svicolare ma è solo un momento: s’adagia con la testa sul mio petto, attende. “Hai fame?” Alza di spalle. “Poca.” Le stampo un bacio sulla guancia, ha un mezzo sorriso. “Sentito tuo padre?” Incupisce, piega appena le labbra. “Boh.” La bacio ancora. “Boh?” “Tanto lo vedo nel weekend.” Le batto col piede su un tallone. “Glieli hai fatti gli auguri, sì? Avevi detto che glieli facevi.” “Ma che t’importa di lui.” “Non di lui. Di te.” Le sue braccia s’allungano dietro, a brancicarmi i capelli, volta il capo a occhi socchiusi. “M’importa di te.” Sorride appena, in qualche modo dolce nonostante la giornata. Se la lascio è solo per seguire la pasta. *** La televisione parla di cose che non vorrei sentire, d’immagini che non vorrei vedere. Non cambio canale, ammaliato dall’ennesima inquadratura d’un’ambulanza a sirene spiegate. I titoli sul bordo basso dello schermo menzionano numeri che scelgo di non leggere. Giorgia compare con la sua camminata dignitosa e lo sguardo mezzo chiuso, siede con me sul divano, il telefono incollato agli occhi. Amo il modo in cui tira su le gambe nude, si mette di lato, poggia con cura la schiena sul cuscino del bracciolo e ambo i piedi sul mio uccello. Ho imparato, ma solo col tempo, che non è una richiesta né un gesto sottinteso, solo uno dei suoi modi di esprimere e chiedere affetto, nonostante non mi guardi neppure, nonostante l’iPhone tra le mani. Le accarezzo una gamba e lì rimaniamo, a fissare ciascuno il proprio schermo, senza ammettere quanto importante sia essere sullo stesso divano, a giocare con la sua gamba nuda, coi suoi piedi sul mio uccello. “Vuoi dormire qui?” “Ovvio.” Sorrido appena, un giornalista ricama concetti davanti ai cancelli chiusi del San Vincenzo. “L’hai avvisata tua madre?” “Tanto torna tardi.” Si scuote e stira con un movimento sontuoso delle braccia, cambia posizione, mi si accoccola addosso. Le bacio i capelli che, nel suo anonimo castano, profumano vagamente di mandorla. Smanaccia cercando, chiedendo e poi prendendosi di forza il telecomando, cambia canale con un verso annoiato, cerca uno qualsiasi dei reality col nome importante. Sbadiglia già. “Se faccio una storia?” “A chi interessa che siamo sul divano a far niente?” “A un sacco di gente. Marty per prima.” “Sei gelosa?” “Di quella? Ma tu sei scemo.” Mi si preme di più ancora contro, solleva il telefono, fa due smorfie con le labbra. Ho imparato che non guardare nello schermo e fregarsene d’essere filmati aumenta l’appeal sulle storie di Instagram, come pizzicarla al fianco e guardarla contrarsi e sorridere. Il contorno di filtri stupidi e qualche cuore lo lascio all’immaginazione. “Studi qualcosa questo weekend?” Poggia il telefono sul divano, mi guarda dal basso e sottosopra. “Che cosa?” “Ma che ne so. Basta che studi un po’.” “Studio poi ad aprile.” “Ad aprile è tardi. Tu non li passi gli esami se continui così.” “Va bene, a marzo.” “A febbraio.” “Ok.” Pausa che conosco, sorrisetto. “Tanto mi aiuti tu.” “Io non ti aiuto.” Si abbandona con un singulto di finta stanchezza, sorride con altrettanta finta stanchezza, mi prende una mano e se la poggia in grembo. “Ho freddo.” “Hai una felpa di tre chili, non puoi avere freddo.” “Ho comunque freddo.” Cambia posizione, si muove, va a mettersi cavalcioni davanti a me oscurando la televisione. Le accarezzo le cosce nude, abbronzate, lisce. “Dovrei cominciare a mettere i pantaloni lunghi,” commenta guardandosi, le labbra piegate in basso. “Non ci provare neanche.” Ride, mi abbraccia, deposita un bacio. Si alza sulle ginocchia per stare più in alto di me, guardarmi con quei pochi centimetri in più che di solito sono mio appannaggio. “Non voglio andare a scuola domani.” “Né io a lavoro.” “E allora stiamo a casa.” “Ma a lavoro ci devo andare.” “Dai, che palle…” “Tua madre mi ha coperto d’insulti l’ultima volta che non sei andata a scuola.” “Perché è stronza.” “Perché la scuola è importante.” “Ma se posso morire domani e non gliene fregherebbe un cazzo.” “No, Giorgina, non è così.” Mi bacia con lo schiocco per coprire cose che non ama sentirsi dire. “Quando mi fai venire a vivere qui?” Le accarezzo le gambe. “Quando avrai un lavoro qualsiasi.” “Ma se prendi un fracco di soldi.” “È il principio. Si vive insieme se si collabora insieme. Poi comunque non prendo un fracco.” Sbuffa e sorride. Si riadagia sui talloni e le mie mani rimangono pressate tra le sue cosce e i polpacci. “E se ti faccio da casalinga?” “Tu non sai fare la casalinga.” “Imparo.” “Ma cosa impari che ti mancano le basi.” “Imparo anche quelle.” “Comincia a passare gli esami a giugno.” Sbuffa, cambia posizione, mi si siede addosso, abbracciata, le gambe raccolte. Amo il suo ammettere, col linguaggio delle posture, che ha molto più bisogno di protezione di quanto dicano i suoi modi spicci. “Jo.” Mugugna senza guardare. “Io ci sono per te. Ma devi fare la tua parte.” Altro mugugno. Si aggiusta, si scuote, prego mentalmente per la salute delle mie palle, abbassa gli shorts quel poco che serve a far risaltare l’elastico delle mutandine arancioni. Sa che il baratto del suo corpo con l’evitare argomenti complessi, con me, non funziona. Ci prova egualmente. Tiro e rilascio quell’elastico perché schiocchi sulla sua pelle perfetta, come un bacio. “Andiamo al mare?” mormora contro il mio collo, sbadiglia, socchiude gli occhi. “Quando?” “Questo weekend.” “Vai da tuo padre questo weekend.” “Gli dico che non ci sono.” “Non perderlo il rapporto con lui, Jo. È importante.” “Che palle che sei.” “Andremo quello dopo.” “Ormai è settembre, farà freddo tra due week.” “Tuo padre è più importante del mare.” Mi bacia a padre per non sentire il resto. “Che palle che sei.” “Andiamo a nanna?” “Facciamo l’amore?” “Guarda che è mezzanotte.” Sbadiglia. “E chissenefrega?” “Sei stata due ore su Instagram.” Ridacchia, mi bacia svogliata. “A nanna, Jo. Che domani ti devo pure portare a scuola e mi fai fare tardi, Cristoddio.” Mi alzo, la sollevo di peso, lei ride, la reggo tra le braccia come nei film ma nei film è diverso. Muove i piccoli piedi come una ninfa al bagno, non passiamo dalle porte, prendo uno stipite anzi lo prende lei su un ginocchio, mi regala una pacca di finto sdegno, la butto sul letto. *** “È ancora lunga la disamina?” chiedo da sotto le lenzuola mentre, al lume dell’abat-jour, la guardo camminare su e giù per la camera con l’iPhone in mano e la faccia scornata. “Marty ancora non l’ha guardata la storia.” “Se è gelosa di te non la guarderà.” “DEVE guardarla. E starsene al suo posto, la stronza.” Sorrido perché alla fine c’è del buffo a guardarla vagare attorno al letto, indosso una delle mie magliette slargate, con la camminata di certi uccelli di piccola taglia, pure dignitosi. “Dai, Jo, molla quel telefono.” Espira, sbuffa, controlla ancora una volta Instagram, poi chiude, spegne, lo butta sul comodino. Alza le lenzuola, controlla il mio abbigliamento da notte: dice che solo i vecchi usano il pigiama, quindi non lo devo portare. “Ma la canotta devi per forza tenerla?” “L’hai detto tu, è settembre, ormai fa freddino.” “Senza canotta stai meglio.” “Al buio non si nota la differenza.” Giorgia non è una reginetta, solo una despota concettuale. Si siede, sfila i calzini con gesto aggraziato, scioglie i capelli, s’infila sotto le lenzuola ancora leggere. Il letto non è un matrimoniale, lo spazio è poco ma amo pensare che è meglio così, è quel che vogliamo. “Freddo?” L’abbranco in una morsa di peso e supremazia, lei ride, si contorce come un pesce, rimane passiva nella muta lotta per la posizione più comoda. Si rifarà a luci spente. “Buonanotte.” “Notte.” Spengo la lampada e il buio si prende quel che avanza di noi. Le ore, i minuti, scorrono via come acqua nel piatto della doccia quando riesco ad averla qui, a casa. Troppo in fretta, prima di un altro giorno a lavoro, a scuola, nel vuoto acuto che Giorgia riempie quando le circostanze lo permettono. Non credo ai progetti che millanta sul nostro futuro. Non credo alla maschera di vanità che le piace portare. Non avrebbe bisogno di un deus ex. Pure amo quando, nel buio, finisce la quiete e iniziano i suoi cambi di posizione, i calci involontari, il suo avvinghiarsi con ogni mezzo ed estremità, come se nel buio potessi sparire lasciandola ai suoi vuoti, le mancanze d’affetto, le storie su Instagram. Quel calore che il suo corpo sul mio genera è quanto mi tiene ancorato al mondo, il mio mondo, giorno per giorno, settimana dopo settimana e oltre ancora. È settembre ma il tepore e il calore del suo corpo sanno d’estate. Per quanto possa volerla, desiderarla, abbracciati nella notte come termini di un’equazione, niente di lei vale quanto l’insieme delle nostre mancanze. È questo a renderci, in qualche modo, perfetti. Glielo scrissi, una volta, sono il tuo deus ex. Rispose come rispondono le despote concettuali. Al massimo, deus sex. ***
  12. lara

    Il Principe

    Mi sto stiracchiando e la cerco. È lì, seduta nell’angolo opposto del divano, il gomitolo di capelli mezzo sfatto che pende di lato dalla testa e il mio maglione preferito, quello da casa, bianco, di lana, un po’ sfilacciato ormai, ma ancora tanto morbidoso. La adocchio sopprimendo uno sbuffo. Non mi guarda; ha di nuovo quell’affare stupido sulle gambe. Non ho mai capito cosa ci possa essere di tanto avvincente nel riempire di nero uno schermo bianco. Almeno io lo faccio divertire quel coso: suoni, vibrazioni, colori, puro gioco. Mah, sbadiglio al solo vederla. Eppure, lei se ne sta lì tutta concentrata; sembra anche abbastanza soddisfatta mentre a me quel continuo clic clac, ora quasi frenetico, delle dita nel loro incomprensibile tamburellare sta cominciando a snervare. Sa che la notte la voglio tutta per me, sono le mie ore, è a me che deve interessarsi non a quell’insignificante giocattolo. Muto mi giro sulla schiena insistendo a fissarla. Non faccio altro, né un mugugno e tantomeno la chiamo. Non serve, so che sente il mio sguardo e basta solo contare: uno, due e… mhm, brava bambina. Lei ha sollevato il viso e mi sorride; il suo sguardo adorante sa tanto di conferma. Socchiudo gli occhi mostrando che ho apprezzato e mi allungo in attesa del suo tocco. Infatti, lei ride, scuote la testa e spostando l’aggeggio di lato, si alza. Sogghigno ancora soddisfatto, crogiolandomi sotto la sua ombra quando la perfida, ormai a una spanna da me, si volta e raggiunge il tavolo. Sento il disappunto lievitare. Non irritazione, gli eccessi sono per le razze deboli e ho comunque un aplomb da difendere, ma con tutta la dignità possibile mi sforzo di palesarle che non ho gradito, affatto. Con gli occhi ora atteggiati a due lame taglienti, sollevo il busto e toccandomi la pancia, resto seduto in posizione “jabba the Hutt”. Un nome stupido ma è così che lei la chiama. Di sicuro appartiene a qualche tizio che conosce; uno dei suoi ridicoli amici, questo però deve piacerle di più; un tipo spassoso, facile anche fico se glielo ricordo: le si illumina il viso ogni volta che lo dice e ammetto che la cosa un po’ mi disturba. Non voglio che mi paragoni ai suoi amici. Non voglio che pensi agli amici. A cosa le servono gli amici? Ha me. Comunque, non mi sono messo seduto per elemosinare un suo sorriso che puntuale è arrivato; no, lo ignoro, piuttosto sono curioso di scoprire cosa ci sia di così impellente da fare ora. Dico, ha visto che sono sveglio, perché non fa il suo dovere? Lei conosce le regole; le ho permesso di condividere la mia casa perché in fondo è una brava ragazza: pulita, tranquilla, puntuale nei suoi compiti… giusto un po’ strana a volte. Anche questa mattina l’ho sorpresa a pulirmi le orecchie mentre dormivo. Deve ringraziare il suo Dio, ossia me, che tutto sommato ho scoperto che è una cosa che mi piace, la prima volta ha rischiato seriamente che scordassi quanto odi scompormi o affaticarmi con scatti insulsi. Per non parlare di altre sue abitudini: strambe, incomprensibili, a tratti inquietanti… mah, valla a capire. Come ora che continua a darmi le spalle e a indugiare. Stringo i denti per non umiliarmi a chiamarla. L’alta spalliera della sedia in parte me la nasconde e tendo il collo sempre più disturbato. Dolcezza, non è così che funziona: qui comando io e… oh, oh, oh. Sento lo scricchiolio della carta e un attimo dopo le vedo sollevare una mano che agita il pacchetto dei biscotti. Ecco che riconosco la mia ragazza. Mi rilasso e attendo. Un secondo, due secondi… Lei si volta finalmente ma resta a fissarmi con un’espressione che in tutta onestà riconosco come imbecille, ammiccando e continuando a far suonare quel pacchetto di biscotti. Prego? No, non credo che pretenda che vada io da lei. No, no, sarebbe un’assurdità, quindi? Eppure, sotto il mio sguardo perplesso, lei aggiunge anche un cenno della mano e un… “su”. Su? Temo di avere una faccia sbalordita e questo mi sconvolge ancora di più. Mi ricompongo dietro una maschera di sufficienza. Ma per piacere! Piuttosto, “su” tu, finiscila e muoviti. Non si scherza su queste cose. Lei scoppia a ridere come se non fossi stato abbastanza eloquente e posa il sacchetto sul tavolo, lo apre, mhm, giusto, tira fuori un paio di biscotti che seguo mio malgrado con fin troppo interesse, ottimo, e… scusa? torna a farmi il gesto. Immobile. Con un esplicito: “Allora, pigrone?”. Mi rigetto tra i cuscini pregando che il mio sangue inglese prenda il sopravvento su quello scozzese. Una principiante. Mi è capitata una principiante. O è semplicemente ottusa? Fisso il soffitto pensando a come fargliela pagare mentre lei scoppia a ridere. La sento, si sta avvicinando. Ora? Non la degno di uno sguardo. Si inginocchia accanto al divano e mi tocca. Mi ritraggo fingendo di stiracchiarmi. Non può trattarmi in questo modo. Lei insiste sogghignando; l’odore dei biscotti mi punge il naso ma non è l’unico odore che sta minacciando i miei propositi. Chiudo gli occhi, perché lei non li veda. Mi impongo di resistere anche quando sento il suo alito caldo scottarmi la pancia, vi strofina il viso, arriva alla pelle. “Il mio patatone. E io ti adoro sai?”. Cedo. Il mio corpo mi tradisce: con orrore sento la stanza riempirsi di un rimbombare fragoroso. Le fusa, bastarde. Apro gli occhi e vedo un biscotto, lo tiene davanti al mio muso. Sposto lo sguardo e incrocio il suo, tanto vicino; un nocciola verde che confesso è stato capace di conquistarmi sin dal primo giorno. E già, questa stupidina sa incantare. Chiudo gli occhi e li riapro in un linguaggio che sembra solo lei capire. Poi tendo il muso e ignorando, per ora, i biscotti, le lecco il naso. Ti adoro anche io, mia tenerissima e insostituibile schiava.
  13. CurzioG

    P

    Sono stato in terapia: psicoterapia di gruppo: abusavo di alcolici. Fu partecipando a quegli incontri che conobbi P. Le riunioni si tenevano, sotto la supervisione di uno psichiatra, nel seminterrato di una clinica privata: una struttura fatta di basse costruzioni annegate tra gli abeti e collegate da camminamenti in legno sopraelevati, per rispetto al sottobosco, edificata sulla sommità di una collina strappata, con la forza dei milioni, al demanio cantonale. Era uno di quei lussuosi e lindi ospedali privati nei quali i ricchi vanno a sbiancare i panni sudici nella discreta candeggina dei medici più pagati e riservati. Benché non fossi ricco, vi ebbi accesso grazie alla mia famiglia, che diede fondo alle sue risorse, e ai buoni uffici dello psichiatra dal quale ero in cura. Fu una fortuna, anche se non dovrebbe esserlo. Non dovrebbe essere una fortuna intendo, perché tutti dovrebbero poterne beneficiare. Ma questa è soltanto l'amara considerazione di un alcolista redento. P, al contrario di me, era ricco. Anzi, ricchissimo. Come avrei scoperto nel corso del tempo, spendeva ogni mese cifre pari ai miei stipendi di due o tre anni per auto di lusso, o d'epoca, per le quali aveva una passione sfrenata. Eppure, il suo aspetto non manifestava in nulla quell'opulenza. A guardarlo, o parlando con lui, dai suoi modi gentili e aperti non ne traspariva alcun indizio, salvo gli accenni espliciti che si lasciava sfuggire di tanto in tanto. Vestiva in modo trascurato, quasi sciatto: pantaloni di jeans e maglioncino a collo alto durante i mesi freddi, che sostituiva con una semplice camicia in quelli caldi. Prediligeva i colori spenti, le tinte neutre. Lo ricordo vestito d'un golf marrone, o verde scuro, e con una camicia bianca d'estate, oppure di un azzurro slavato, con un pacchetto morbido di sigarette mezzo vuoto perennemente nel taschino. Rammento che le fumava in modo singolare, senza staccarle dalle labbra, spazzolando a intervalli regolari con un gesto meccanico della mano la cenere che gli cadeva sugli abiti. Portava scarpe da ginnastica in ogni stagione, tanto fruste che sembrava potessero andare in pezzi ad ogni passo. Il suo volto era tondo, poggiato su un collo tozzo e largo. La vita lo aveva inciso di rughe, sottolineate dalla barba forte come dal carboncino di un artista irriverente. La fronte si alzava spingendosi nelle pronunciate stempiature, e le sue orecchie sporgevano a ventaglio fuori dalla testa. La cosa che più colpiva erano i grandi occhi: rotondi e scuri, che con le marcate borse e la pelle delle guance che già cedeva al peso del tempo, gli davano un'aria perennemente triste. Di una tristezza però dolce, e sazia, come avesse infine compreso una verità profondissima e spiacevole, la cui necessità aveva accettato di buon grado. Contribuivano alla sua rassegnata mestizia la bocca dagli ampi labbri carnosi, e un accenno appena percettibile di progenismo, che ne incupiva ancor più l'espressione. Non era molto alto, ma la sua larga figura trasmetteva una sensazione di forza fisica considerevole. Aveva mani così grandi, che le tazzine del caffè che mi offriva regolarmente alla buvette della clinica parevano, tra le sue dita, accessori di una casa di bambola. Parlava d'abitudine con voce profonda e calda, incespicando di tanto in tanto in qualche sillaba. Pronunciando qualche parola occasionalmente deragliava, sostituendo le vocali in modo insolito e imprevedibile, credo senza accorgersene, perché, a memoria, non l'ho mai sentito correggersi. Malgrado ciò, la sua conversazione era piacevole. Evocava confidenza, e la concedeva con facilità, o almeno lo faceva quando eravamo a tu per tu. Ci trovavamo una mezz'ora prima delle sedute, e dopo ci fermavamo ancora, scambiando qualche parola con la scusa di un altro caffè. Benché ci conoscessimo poco, mi parlava di cose intime, come i ruvidi conflitti col padre e i fratelli, o il suo disinteresse per il sesso, con un candore fanciullesco. Durante le riunioni P se ne stava sulle sue, seduto con le gambe incrociate, reggendosi ora sulla mano destra, ora sulla sinistra, il capo reclinato. Così comunicativo fuori dalla sala, altrettanto apatico una volta all'interno. Di tanto in tanto veniva chiamato in causa dal dottore in merito alla testimonianza di qualcuno, o sollecitato a portare la sua. Allora farfugliava di malavoglia qualche parola incomprensibile, e tornava nel suo silenzio annoiato. Era il suo modo di passare il turno, per così dire. Non si sentiva pronto. Un giorno, in modo del tutto inaspettato, le barriere di quella sua reticenza cedettero di schianto, liberando le parole a lungo trattenute. Sembrava un seduta come un'altra. Era stato introdotto, forse dal dottore, forse da noi malati, uno dei temi ricorrenti della terapia: toccare il fondo: una locuzione in uso tra i reietti del seminterrato, che rappresenta il momento in cui il malato, raggiunto il culmine del degrado, decide di reagire e chiede aiuto. È un passo essenziale, il primo e imprescindibile della terapia di una malattia da dipendenza. E non è automatico. Non sempre il malato lo compie. In quei casi, purtroppo non rari, è perduto. In maniera inopinata, P chiese la parola con un'alzata di mano. Appena il dottore gliela concesse, nel rispetto dell'ossuto ma rigidissimo protocollo delle riunioni, la sua postura cambiò. Si piegò in avanti, coi gomiti sulle cosce e le mani giunte. Alzò lo sguardo verso di me, che gli sedevo di fronte, e prese a fissarmi. Come se parlasse con me solo, e gli altri non ci fossero. La sua voce calda era modulata un tono sopra l'ordinario. Masticando qualche sillaba, parlò del suo lavoro, e di come fosse stato sollevato dagli incarichi operativi. La sua famiglia possedeva e gestiva un'importante azienda fornitrice di servizi di sicurezza: autisti armati assegnati, per la loro protezione, a personalità di alto profilo. Ora era ridotto al rango di fattorino, allontanato dai compiti di scorta a causa della sua dipendenza dall'alcol. Si stringeva le mani parlando, sino a sbiancarle, colmo di quella pietà per se stesso che provano tutti gli alcolisti quando sono lucidi. Raccontava uno di quei dolorosi momenti di coscienza della propria condizione che il disagio da dipendenza concede. Uno di quelli in cui la malattia si ritira temporaneamente, lasciando il malato privo di speranze, consapevole dell'abisso in cui è precipitato. La dipendenza, in quei frangenti, con perfidia si scosta, e il malato si ritrova nella più assoluta solitudine, racchiuso nella bolla in cui quella lo imprigiona: un campo di forze repulsivo che tiene lontani tutti gli altri esseri umani. Narrava con difficoltà. Faticava a concatenare le sillabe, mentre la disperazione rivissuta si condensava in gocce d'argento raccolte dall'orlo delle palpebre spalancate. Si diresse nelle campagne con l'auto, arrestandosi nei pressi di un bosco. Discese. Fece qualche passo e poi si sedette sotto un pino, con la sua pistola automatica in mano. P parlava. I suoi occhi sbarrati erano conficcati nei miei. Ogni mia cellula lo ascoltava, nell'assoluto silenzio della stanza, rotto dagli affrettati passi e dalle voci indistinte provenienti dai corridoi oltre la porta. Quegli occhi! Pieni della paura di quel tempo che rievocava. Occhi che mi chiedevano aiuto disperatamente, come certamente fecero in quel momento lontano rivolgendosi a un universo vuoto. Prese la pistola e si mise la canna nella bocca. Rammentò di averla sentita fredda mentre l'appoggiava alle labbra. In quell'angolo di mondo, silenzioso e disabitato, sentiva la propria determinazione prendere forza. Aveva già il dito sul grilletto. Tuttavia ristette, concedendosi ancora qualche secondo, e fu quell'esitare che lo salvò, perché accadde qualcosa che lo fece desistere. Ero paralizzato. La sua voce mi avvolgeva in un sortilegio. Tentavo persino di frenare lo sbattere delle palpebre. Continuando a fissarmi mentre raccontava, si alzò distendendo la schiena, appoggiato con le ampie spalle alla parete. Le mani ferme tenevano i ginocchi. La sua espressione tornò quella triste e gentile di sempre. I resti di quella paura appena rivissuta restavano impigliati in minuscoli cristalli tra le sue ciglia. Anche la sua voce si abbassò, discendendo al tono abituale. Aveva sentito suonare il telefono, lasciato nella macchina poco distante. Quel suono familiare lo aveva scosso, rompendo l'illusione di un universo privo di vita in cui lo imprigionava la sua malata percezione. Quel banale trillo gli regalò la vita. Qualcuno lo cercava. Si sentì invadere da una gioia incontenibile e inattesa. Una gioia dimenticata. Si tolse la volata gelida dalla bocca e rimise la sicura, poi tornò all'auto, ferma lì a pochi passi, e controllò il display del cellulare. Era una chiamata dal numero dell'ufficio. Mentre guardava il telefono, vi comparve un messaggio di suo padre, che lo pregava di rientrare. Una commissione urgente doveva essergli affidata. Rise forte, lì solo, ma non più in solitudine, seduto nella macchina in una strada isolata tra i boschi. Era rinato. La vita gli aveva regalato una seconda possibilità. Così aveva toccato il suo fondo. E ora risaliva. Perciò era in quella stanza. Terminato il racconto, reclinò come suo solito la testa, reggendola sulla mano sinistra. Mi guardava ancora, con una serenità rinnovata sul volto. Sembrava assaporare la libertà di chi si disfa di un segreto doloroso rivelandolo al mondo. Si era alleggerito del peso di quella verità sgradevole che aveva portato tutto solo per tanto tempo. La sala rimase muta per qualche minuto. Vedevo annuire i compagni di sventura. Fu il dottore che parlò per primo. Ringraziò P, sottolineando la drammaticità del suo racconto. Disse che aveva fatto un passo importante lungo il cammino della terapia. Promise che ne avremmo parlato al prossimo incontro, chiedendo a ciascuno di riflettere su quelle terribili parole. La seduta era terminata. Andammo al bar, per il solito caffè. P mi parlò di un'auto che aveva visto e che voleva comprare ad ogni costo.
  14. Isagani pedalava deciso, era stanco, odiava quel lavoro misero e mal pagato ma doveva farlo, almeno finché non avesse trovato di meglio e ogni volta che lo scoraggiamento si impadroniva di lui pensava a sua moglie e suo figlio che lo attendevano fiduciosi a casa; avevano riposto su di lui tutte le loro speranze e questa consapevolezza lo aiutava a resistere. Pedalata dopo pedalata. Era appena ripartito dopo aver ritirato l’ennesimo pacco da consegnare a qualcuno più fortunato di lui quando sentì il rumore di un motore. Si aspettò di vederla sfilare accanto a sé. Ma non fu così. Mahalia era seduta sul vecchio e scomodo divano, cercava di allontanare le ansie di una vita difficile leggendo gli annunci di lavoro su un quotidiano locale quando il rumore di passi la distrasse. Immediatamente l’ansia tornò a invadere il suo animo. Sapeva con quale genere di richiesta Alon si sarebbe presentato e l’idea di dover fronteggiare il suo sguardo dopo l’ennesimo rifiuto la straziava. «Mamma – disse infine il piccolo accomodandosi sulle gambe della madre con una rivista in mano – mi puoi ritagliare questa macchina? Così ci gioco.» Mahalia non sapeva se fosse peggio dover dire di no a una richiesta di suo figlio di comprare un giocattolo che non potevano permettersi o vedere suo figlio adattarsi a giocare con un ritaglio di giornale. Mentre ritagliava la sagoma di una Golf, pensò che dopotutto era meglio così anche se si sentiva un po’ egoista. «Mamma, dov’è papà?» chiese ancora Alon mentre attendeva con impazienza il suo giocattolo di carta. «È andato a lavorare.» «E quando torna?» «Lo vedrai domani mattina. Adesso vai a giocare che tra un po’ è ora di andare a dormire.» Alon obbedì e prese a far scorrere la sua macchina sul pavimento imitando il rumore del motore. Mahalia tornò agli annunci di lavoro. La ricerca non era facile, nella maggior parte dei casi veniva richiesta un’istruzione di livello universitario e lei non aveva che un attestato, paragonabile a un diploma, preso nelle Filippine. Un attestato che in Italia nessuno avrebbe preso in considerazione. Inizialmente provò a farsi coraggio guardando anche annunci per impiegate ma si scoraggiò quasi subito: quando non si pretendeva una laurea era comunque richiesta l’esperienza. Alla fine dovette soccombere e cercare annunci per lavori meno stimolanti. Anche se faceva male ammetterlo, per una giovane e inesperta donna filippina non c’erano molte speranze di trovare lavori più edificanti. Sconsolata lasciò cadere la penna sul tavolo dopo aver cerchiato tre soli annunci. Poi il pianto improvviso di Alon la fece sobbalzare. «Cosa è successo?» chiese avvicinandosi al bambino che se ne stava seduto per terra. Alon le mostrò i due pezzi di quello che fino a pochi istanti prima era stato il suo giocattolo. Mahalia li guardò, erano bagnati. Guardò allora il pavimento e notò che vi era dell’acqua. Sicuramente le era caduta mentre lavava i piatti. Non poté fare a meno di pensare che il destino si era accanito contro suo figlio e aveva deciso che lui non dovesse avere nulla con cui giocare. Intanto Alon continuava a piangere, Mahalia decise che era ora per lui di andare a dormire e pensò che una macchinina, tutto sommato, non doveva costare molto. «Ascolta tesoro, senti cosa ti dice mamma.» Il tono caldo e rassicurante di quelle parole interruppe il pianto del piccolo che subito prese a fissare la mamma con uno sguardo pieno di speranza. Mahalia si perse in quegli occhioni e quasi fu sollevata quando gli disse che se papà avesse fatto tante consegne quella notte, probabilmente l’indomani avrebbero potuto andare a comprare una macchinina vera. che non si sarebbe strappata se passava su una goccia d’acqua. Alon si asciugò le lacrime incredulo. Lui la macchinina avrebbe voluto averla subito. «Adesso a nanna, domani quando ti sveglierai ci sarà papà e andremo tutti assieme a comprare una macchinina.» Questa frase cambiò l’umore di Alon. La mamma aveva ripetuto che sarebbero andati a comprare la macchina. L’incredulità del bambino lasciò il posto all’eccitazione per la promessa ricevuta. «Perché non possiamo andare adesso?» chiese mentre camminava vero la cameretta. «Perché a quest’ora i negozi sono chiusi, tesoro.» «E allora perché papà va a prendere la roba dai negozi e poi la porta alle persone?» Mahalia rispose spiegando che il lavoro di papà consisteva nel prendere la pappa dai bar e portarla a casa di persone che al bar non ci potevano andare. E che i bar a quell’ora erano aperti. «Ma perché le persone non possono andare al bar?» Mahalia avrebbe voluto dirgli che, in realtà, quelle persone avrebbero potuto benissimo andarci al bar ma che non ne avevano voglia. Tuttavia preferì evitare di spiegare che gli altri potevano permettersi di mangiare il cibo dei ristoranti e per giunta farselo recapitare a casa mentre loro non potevano nemmeno permettersi le merendine. E poi, se non fosse stato per quegli sfaticati, papà non avrebbe nemmeno avuto quel lavoro. Umile, rischioso e degradante. Ma pur sempre un lavoro che permetteva loro di mangiare. «Perché non possono. Perché non hanno la macchina.» disse infine per soddisfare la curiosità di suo figlio. «E papà ce l’ha?» «No, ma ha una bici.» Alon era ormai eccitato all’idea di comprare una macchinina vera. Non vedeva l’ora che fosse domani per poter andare a comprarla. Mahalia convinse il piccolo ad addormentarsi. Vederlo così carico di aspettativa per così poco fu un toccasana per il suo umore. Era un bambino tenero e per nulla viziato. Di fatto non avrebbe potuto esserlo, e Mahalia se ne rendeva perfettamente conto. Non riusciva a pensare ad altro che al fatto che il suo piccolo angioletto di quattro anni era troppo piccolo per comprendere certe dinamiche che portavano alcuni bambini a possedere tanti giocattoli e altri a non averne nemmeno uno. Andò in cucina e riprese il giornale. Pensò che piuttosto non avrebbe mangiato ma suo figlio avrebbe avuto una macchinina. Si sentì anche lei eccitata all’idea di vederlo felice. Anche lei non vedeva l’ora di rivedere papà. Erano quasi le undici di sera quando sentì bussare alla porta. «Avrà dimenticato le chiavi, che sbadato.» pensò mentre andava ad aprire la porta. Quasi urlò nel vedere due uomini in divisa con il cappello in mano. Alon si svegliò di soprassalto, stava facendo uno di quei sogni in cui si ha l’impressione di cadere. Ma subito si ricordò della promessa che la mamma gli aveva fatto la sera prima. Corse in cucina e vide la madre china sul tavolo. Eccitato corse verso di lei. «Mamma è domani? Dov’è papà? Dobbiamo andare a comprare la macchinina.» Mahalia si voltò verso Alon cercando un coraggio che non aveva per sostenere quello sguardo innocente e pieno di vita. Non ci riuscì, poté solo abbracciarlo, stringerlo a sé. «Mamma, perché stai piangendo?»
  15. Mattia Alari

    Matteo

    «Non la vedi più, è la vecchiaia» Ecco cosa mi dico ogni volta che sollevo lo sguardo dalle ciprie e guardo nello specchio l’ombra tremolante della locandina dello spettacolo, dietro le mie spalle. È l’ignobile prodotto di un creativo a buon mercato; eppure ricordo che brindai quando la vidi. Ma non mi piace più. La odio. Come le crepe che ho sul viso. Le mie linee d’espressione si sono trasformate in linee depressive. Mi fanno una faccia da pagliaccio triste, quando mi strucco. La liscia pelle della finzione scenica mi si fessura ad ogni pensiero. E la faccia, vorrei proprio stapparmela di dosso. Che c’entra con me, ormai, quella donna scosciata su vertiginosi tacchi a spillo? Quella donna tutta ricoperta di piume di struzzo artificiali, avanzo di avanspettacolo? Niente. Sono solo io. Matteo Luca Giovanni Marco. Mi chiamo così e di cognome “Evangelisti”. Credo faccia ridere tristemente. Evangelisti, cazzo! Ma io che ne so di verità assolute? Nessuno è mai arrivato a dirmi «Vieni e seguimi». So che ad un certo punto avrei seguito chiunque, ma solo per soldi. Cristo però non ne aveva e quindi sarei rimasta quieta sul mio marciapiede ad indicargli, col medio teso, la strada da prendere da solo. Sì, sono stata una puttana. Una baldracca a sorpresa. Ci ho pure provato a fare altro, ma quelli come me, la gente li vuole su strade diverse dalle proprie. Angoli in ombra che all’occorrenza possano essere raggiunti di nascosto. Potrei parlare delle numerose conversioni, nel confessionale della macchina di famiglia, di carnefici diventati amanti fedeli del loro pubblico disgusto. Nel mio vangelo parlerei di questi miracoli. Ma la parola vangelo mi fa pensare ad altro che a un libro di favole. Le ragazze della strada van verso chiunque si fermi e sembrano anche allegre quando ti chiedono di sceglierle e farle salire in auto. Invece no. Non lo sono. Come possono esserlo in certi inverni? Il gelo ti uccide. Si indurisce qualunque cosa tu abbia dentro, molle o liquida, e spesso senti scricchiolare le ossa della poveraccia accanto a te come fossero i rami degli ulivi dopo le odiose nevicate. In Calabria, quando succedeva, mio nonno guardava la campagna con gli occhi lucidi, sperando finisse presto. Gli occhi delle puttane di strada dicono la stessa cosa e non riesco a capire come un uomo possa scopare qualcuno che lo guarda così. Ma io non sono un uomo. E nemmeno una donna. E van-gelo per me sono due parole e significano camminare nel freddo. Ricordo bene come, da bambino, abbia cercato di nascondermi l’evidenza di una pessima differenza tra me e mia madre. La adoravo. Era il mio Dio. Un dio femmina con il corpo di una modella di Rubens. Tutta quella gloria fisica esposta mi aveva sedotto e già da piccolo mi toccavo il petto sperando presto che crescesse. Toccavo anche le mie compagne per questo, per invidia e non per altro. Il resto che volevo non potevo certo rubarlo a loro, come gli elastici colorati per legare i capelli. Mamma mi manca e la sua ombra me la vedo davanti allo specchio, come maledizione. Ho preso le sue gambe, la forma delle mani. Persino il sedere femminile. Quando mi ha detto che le facevo schifo, fino a godere del fatto che mi si impedisse di vivere, tormentandomi, io ho pensato che fare la puttana fosse anche un ottimo modo per insozzare l’ultima cosa che di lei mi restava, ossia me stesso. «Mamma, fotto con il tuo culo! Quello perbene! Quello uguale al tuo!» lo pensavo mentre scopavo e mi dava persino piacere. Avevo talento, per quella vita. Ho sempre avuto talento per fingere. E un po’ di soldi li ho fatti, mi amministravo bene. Come una casalinga giudiziosa, dicevano. Quando ho iniziato, pensavo che avrei messo da parte il necessario per risolvere al meglio la mia esistenza. Ma sbagliavo. In realtà non volevo. Si pensa che tutto debba essere bianco o nero, anche in questo senso. Non è così. Io pensavo di volermi definire ma non ho mai avvicinato uno psicologo. Niente cure. Sono sempre stato fisicamente consapevole che non avrei mai avuto il corpo che desideravo davvero; e non odiavo abbastanza il mio. Alla fine, maschile e femminile, in me, sono separati senza che prevalga niente, neanche quando penso. Tutto si mescola, come i pronomi mentre parlo. Anche ora, che mi guardo da vicino la bocca dura e gli occhi ancora truccati, vedo una persona che sembra uomo e donna insieme. E non è nessuno dei due. Un pomeriggio decisi che, visto che non intendevo tagliarmi l’uccello, non sarei più andata a vendere il culo. E smettere fu davvero semplice. Inoltre, se volevo nascondermi, non c’era solo il buio della notte. E come uomo passavo assolutamente inosservato almeno quanto ero appariscente vestita da puttana. Per un po’ quindi, un lavoro modesto ma decente, il grigiore assoluto e niente sesso. Mi faceva schifo anche solo pensarci e non provavo neanche più lo scatto dell’attrazione momentanea. Sopravvivevo così, appoggiato alla mia vita come ad una porta socchiusa dopo essere uscito di colpo dalla stanza dove stavo. Ma non era male e sarebbe durato molto di più se non l’avessi incontrata al bar dove lavoravo, alla luce della notte. Ero lì da un po’. Mi era rimasta una certa confidenza con gli orari notturni e mi piaceva, mi piace ancora, la mancanza di luce diretta dal cielo, quella che di giorno sembra inchiodarti alla tua ombra. Meglio i lampioni, artificiali come me. Sono più gentili con tutti. Lei arrivò dalla strada, con una donna molto giovane sotto braccio e un paio di ragazzi. Non me lo disse il suo viso ma l’espressione dei suoi occhi, che lei era ben più vecchia di loro. Capii subito che dominava quel piccolo sciame alticcio, entrato per un caffè e un cornetto caldo in un bar troppo anonimo per loro. Erano di classe, molto di classe. Lei soprattutto, vestita in modo discreto ed elegante, anche se molto stropicciata. Immaginai che non uscissero da un locale ma da una casa dove lei aveva fatto l’amore con tutti, a modo suo e per quanto ne aveva voluto. Gli occhi truccati ancora, ma la bocca nuda, me la fecero immaginare mentre leccava e succhiava quei ragazzi storditi e sovreccitati, che pendevano dalle sue labbra in ogni senso. Ecco allora l’unico cazzo di miracolo a cui ho assistito. Mi venne duro all’idea. Mi venne duro di colpo, facendomi persino male. Ancora me lo ricordo per quanto prepotentemente mi fece sentire di essere maschio, nonostante tutto e per la prima volta. La immaginai nuda. E la parte mancante di me sembrò tremare furiosa. Lei, la femmina assoluta, proprio come mia madre, era ritornata in un’incarnazione inaspettata, notturna. E già la amavo e odiavo d’istinto. Si accorse, predatrice, del mio sguardo turbato. Io, da dietro il bancone, non riuscivo a ignorare il mio corpo che, come una freccia, tendeva verso di Lei. A un tratto si alzò, lasciando mollemente la ragazza spettinata e i giovani maschi ancora inquieti e venne verso di me. «Caffè lungo, nero» mi chiese con voce bassa. Io mi vergognai di risponderle, la mia voce non era delicata come avrei voluto ma tetra, stonata. Mi vergognai del mio timbro più che della mia erezione e non proferii parola, per non coprire subito il ricordo della sua voce che volevo registrarmi dentro, tenere da parte. La voce di una donna che avrei voluto essere, che desideravo del tutto perché amante di quello che era, per intero. Ma quella rabbia che insieme provavo mi smarriva. Le porsi quel che voleva nascondendo il tremito della mia mano e Lei prese la tazza fissandomi un lungo momento. «Mi chiamo Ginevra, come la regina» disse con un sorriso. Io annuii e Lei si sporse verso di me. Portava molti profumi mescolati e aveva addosso un odore confuso di sesso maschile e femminile, lo sentivo «…e la prossima volta che ti vedrò, ti bacerò». Fu un sussurro ed io trattenni a stento un gemito. Neanche la vidi tornare al tavolo, forse ridendo di me. Scappai per il bagno a farmi una disperata sega che mi fece grugnire quasi di rabbia e buttare il veleno che avevo scaldato d’istinto per lei. Quand’ebbi finito e tornai nella sala, Lei se n’era già andata. Provai una fitta di dolore ma insieme un profondo sollievo per la sua assenza. Mi licenziai il giorno dopo. La cosa meravigliò tutti tranne Carla, la cameriera che era di turno con me quando la vidi. Penso che abbia capito d’istinto che se Lei fosse tornata avrei potuto ammazzarla e che fuggivo da lì per non farla a pezzi. Dopo quello compresi che la normalità non era praticabile per me, come la decenza, e quindi cercai qualcosa che mi scusasse davanti al mondo di volermi fingere solo femmina a tutti i costi. Così, trovai il locale dove alla fine sono invecchiata, su tacchi altissimi e piume colorate in modo improbabile. Canto con la mia orrenda voce, mi trucco per coprirmi la faccia e mi faccio guardare con raccapriccio dalle vere donne che ridono della caricatura che ne faccio, come fossi un triste clown. Ogni tanto qualche uomo si innamora di me, perché non può permettersi di tradire la propria compagna con un’altra donna e se stesso con un uomo. In tal senso sono stata spesso venerata a distanza, un’icona di qualcosa di irrisolto dentro, una femmina che non essendo tale non fa paura a certi maschi. Io capisco. Neanche loro mi fanno paura. Sono uomini. Lei invece mi ha smosso dentro come non avrei mai voluto e la temo ancora, più di quanto non la ricordi. Non so dove sia, mai più vista e forse non la riconoscerei se non con gli occhi chiusi e vicino al suo corpo, dopo aver fatto l’amore per la prima volta nella mia vita, ma dalla parte sbagliata. Eppure stanotte, ora, quel dannato manifesto colorato mi fa pensare a Lei. Come pure le mie rughe, il trucco sfatto e la mia strana mezza mancanza: quella di non essere una donna. Lo specchio appannato di un vecchio camerino rimanda indietro, rovesciata, la scritta che più non vedo. Ma non è importante che possa leggerla, è solo il mio vero nome, quello che ho scelto: Queen Ginevra. Ecco chi sono. Io, come Lei. Al contrario, appunto.
  16. Il bambino con la copertina rosa. Ciao a tutti, mi chiamo... no, non ve lo dico ancora come mi chiamo, ma forse dovrei chiamarmi: “Il fu Alice Russotto.” Chiedo scusa per la freddura ma in realtà non sono io che vi parlo: è quello stordito del mio papi che mi usa per raccontarvi in quale rocambolesco modo ho fatto il mio ingresso in scena (anche qui è colpa di papi che si crede un attore teatrale). Ebbene tutto è iniziato circa nove mesi fa quando papi e quella dolcissima e bellissima donna che mi ha scarrozzato nella sua pancia fino a qualche giorno fa hanno fatto l'amore; ma questa parte è alquanto noiosa. Tanto sapete tutti cosa succede no? Allora passiamo subito a quando quei due curiosoni dei miei genitori hanno preteso di sapere quale sarebbe stato il mio sesso. Ma io dico: se sono dentro una pancia e lì non mi puoi vedere, un motivo ci dovrà pur essere no? E, invece, loro hanno voluto saperlo comunque e così sono andati da uno che ha fatto sdraiare mamma su un lettino e poi le ha schiacciato un oggetto sulla pancia. Almeno una volta al mese per quasi tutto il tempo in cui ci ho abitato. Ora ditemi se a voi farebbe piacere che qualcuno si appiccichi alla finestra di casa vostra per curiosare su chi siete e cosa state facendo. Immagino proprio di no. Ecco! Beppe, il ginecologo amico di papi, lo ha fatto per ben due volte e per due volte ha detto: “È una femminuccia.” I mesi passano ed io cresco e, con me, anche la pancia di mia mamma. I miei genitori tornano ancora da quel ficcanaso di Beppe ma nessuno prova più a guardarmi nei paesi bassi. Ed è così che si giunge al momento in cui io dovrei girarmi, almeno cosi dice Beppe (comincio a provare un certo astio per quest'uomo) ma io non mi giro, non ci riesco e non ne ho alcuna voglia. Anzi, questa volta a Beppe lo faccio fesso! Lui vuole che mi giri per forza e prova a darmi una spinta da fuori ma io dico NO! E non mi giro. “Non facciamo danno” dice lui “Si vede che deve andare così”. Bene, Beppe ha capito chi comanda. Almeno questo è quello che credevo. E, invece, quello che fa? Decide di aprire la pancia di mia madre! Ma ancora non sa quale sorpresa ho in serbo per lui. Eccomi qua. Il giorno è arrivato. Mamma e papà devono andare in ospedale perché Beppe deve tirarmi fuori da casa mia. E sia. Ma muovetevi, dovremmo essere in ospedale per le sette e mezza; sono le sette e un quarto e voi ancora state lì a chiedervi se avete preso questo o quello! I miei genitori sono ritardatari cronici, i loro amici, quando si danno appuntamento, gli dicono l'orario anticipato di un quarto d'ora per farli arrivare puntuali! Arriviamo in ospedale e Beppe ricomincia a spiare in casa mia. NO! Sono ancora lì e non mi giro! Poi fanno entrare mia mamma in una stanza con un letto, lei ci si mette sopra, le attaccano un tubo e se ne vanno. Mamma si mette a dormire e papi gironzola per il reparto (che, tra infermiere e future mamme, brulica di donne). Dopo molto tempo entrano delle persone nella stanza e portano via mamma. A papà dicono: “Tra mezz'ora o, al massimo, tre quarti d'ora vedrai transitare Alice, poi arriverà anche tua moglie”. E così, mentre mamma sarebbe restata a digiuno ancora per un giorno intero, papà è corso al bar a divorare una focaccia farcita. Intanto io ricevo lo sfratto dal mio caldo giaciglio dove stavo tanto bene. Ho fatto resistenza con tutte le mie forze ma Beppe ha avuto la meglio. Ma io ho il mio asso nella manica! Anzi… in un altro posto... Intanto fuori papi sta consumando il pavimento a forza di andare avanti e indietro, anche perché è già passata un'ora e ancora non mi vede uscire. Ecco il momento: accanto a Beppe, un altro signore come lui (ginecologo) dice: “Complimenti è un bel maschietto!” “Come un maschietto?” chiede stupita mamma. Intanto, fuori della sala operatoria, papà ha dato un nome ad ogni piastrella e fra un po' comincerà anche a parlare con loro. “Ma siete sicuri?” chiede ancora mamma. Quindi l'anestesista mi guarda in mezzo alle gambine e risponde: “Sì, è proprio un maschietto”. A questo punto il collega di Beppe esce e va ad avvisare mio padre: “Buongiorno, lei è il marito della signora che sta facendo il cesareo?” “Sì.” “È andato tutto bene, stanno finendo. C'è solo una novità. “Che novità?” “ È un maschietto.” Per poco a papi non cedono le gambe. “Un maschietto?” ha pensato “E ora come c...o lo chiamiamo?” Ebbene sì, caro Beppe. Ti ho fregato! Sono un maschietto! Per la gioia di mamma e anche di papà che, anche se voleva una femminuccia, quando mi ha visto si è subito innamorato di me. Infatti, quando due bellissime fanciulle mi hanno portato fuori nella mia culletta, hanno detto a papà: “Lei è il padre di Alice?” “Sì (ah, ecco. Era uno scherzo), sono io.” “E, invece no, perché è un maschietto.” Papi, incredulo, si avvicina e mi guarda... sì, tutti lì. Ma non ce l'ho una faccia io? Comunque, quando mi vede pensa: “Mamma che p” e dice: “Eh, sì. È evidentemente un maschietto”. Poi, finalmente mi guarda in faccia e mi riempe di complimenti. Nei venti minuti che seguono tutti gli fanno la stessa domanda: “Come lo chiamate?”, ma mio padre vuole aspettare che mammina esca dalla sala operatoria per decidere insieme a lei. Il giorno dopo due signore che sono venute a visitare la mamma mi vedono e dicono: “Ma che bella bimba... ah ma è un maschio. E perché ha la copertina rosa?” “Perché doveva essere femmina secondo l'ecografia ma poi è venuto fuori un maschietto.” risponde mamma. “Ah! Quindi lui è quel bambino che è nato ieri che doveva essere una femminuccia!” A meno di un giorno dalla mia nascita sono già famoso. Ah, dimenticavo: io sono Mattia. Il bambino con la copertina rosa.
  17. L'impiegato dell'ufficio anagrafe in quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa pur di avere una puntina da disegno infilata dentro la scarpa, proprio sotto la pianta del piede: una volta in un film aveva sentito dire che quello era un eccellente metodo per ingannare la macchina della verità, auto infliggendosi del dolore mentre si risponde sinceramente, per non essere poi smascherati al momento di mentire. Ma lui in quell'istante non intendeva certo ingannare alcuna macchina; quella maledetta puntina gli avrebbe solo impedito di ridere. Non sapeva per quanto ancora ce l'avrebbe fatta a trattenersi: stava per scoppiare. E non sarebbe stata una bella figura, la sua. Per questo teneva gli occhi fissi sullo schermo del computer, come se stesse leggendo chissà quali informazioni, e armeggiava vorticosamente col mouse, nella speranza che il rapido correre della freccetta nel video in qualche modo riuscisse a ipnotizzarlo: un espediente che al momento pareva funzionare. Tutto andava bene, insomma, pur di non incrociare gli occhi di quella povera ragazza dall'altra parte del vetro, il cui sguardo, sempre evitato con cura, continuava lo stesso a sentire fisso su di sé. Lei parve leggergli nel pensiero e cercò di toglierlo dall'imbarazzo: «È colpa di mio nonno!» «Come, scusi?» L'uomo a quel punto, per non mostrarsi maleducato, si vide costretto a gettarle una rapida occhiata: con quei capelli neri a caschetto e quell'ovale del viso quasi perfetto, sarebbe stata anche piuttosto attraente, se la sua bellezza non fosse stata sommersa da quello tsunami di tristezza che doveva essere stata la sua vita. «Ho detto che è colpa di mio nonno... O, meglio, della sua dentiera.» «Della dentiera?» le chiese sgranando gli occhi, convinto di non aver capito bene. «Sì della dentiera. L'aveva rotta proprio il giorno prima e quando venne a registrare il mio nome, qui in municipio, non riusciva a pronunciare la lettera R... Avrei dovuto chiamarmi Rita, capisce? Rita, non Cita!» Non disponendo della puntina nella scarpa, l'impiegato si auto inflisse una potente ginocchiata sotto il tavolino sul quale poggiava la tastiera del pc, facendola sobbalzare come se nella stanza si fosse avvertita una scossa di terremoto. Soffocò un lamento, ma riuscì comunque a non ridere, nell'immaginarsi quel vecchietto sdentato che ripeteva in continuazione il pagano ritornello “Cita, Cita, Cita ”, al posto del cattolicissimo “Rita”. Subito dopo però, dentro di lui subentrò lo sdegno nei confronti di chi lo aveva sadicamente preceduto dietro quella scrivania. Costui, pur capendo benissimo il problema del pensionato, si era divertito a trascrivere pari pari sui documenti ufficiali quell'infausto e scimmiesco nome, che abbinato a quel raro e improbabile cognome, rendeva le generalità della giovane se possibile ancor più comiche, e tragiche nello stesso tempo. L'impiegato nel suo lavoro ne aveva viste e sentite di tutti i colori e fino a quel giorno si era ritenuto “pronto a tutto”. Sapeva per certo che a Busto Arsizio per anni alle medie aveva insegnato la professoressa Rosa Culetto, aveva letto di una tale Domenica Gnocchi che faceva la cuoca, mentre il muratore che l'anno prima aveva ristrutturato casa sua si chiamava Crocefisso La Mattina. Forse era anche esistito il famoso Remo La Barca, che magari non aveva mai visto il mare; mentre era del tutto convinto che i signori Dario Lampa, e la di lui sorella Dina, esistessero solo nelle barzellette e fossero quindi il parto della fantasia di qualche burlone. Il dolore al ginocchio lo aiutò a restare serio e a mantenere un tono professionale: «Guardi, signorina Modifica, la sua richiesta è del tutto legittima. Ora che è maggiorenne, lei ha tutto il diritto di cambiare i propri dati anagrafici; ma l'avverto fin da subito che la cosa non sarà affatto semplice, né veloce. Non dipende solamente da noi: l'ultima parola spetta comunque alla Questura. Io intanto le posso fornire i moduli da compilare e le prometto che li inoltrerò il più presto possibile, non appena me li avrà restituiti debitamente compilati e firmati. Però dovrà avere pazienza...» «Pazienza? Ha idea di quanta pazienza ho già dovuto avere io da quando sono nata?» Il tono della ragazza era mutato. La sua triste gentilezza stava per lasciar spazio alla cieca disperazione: «A scuola i compagni facevano sparire la mia sedia e al suo posto mi facevano trovare qualche ramo d'albero... Ogni mattina sul banco trovavo sempre la mia bella banana!» L'uomo si cimentò in un goffo tentativo di sdrammatizzare: «Beh, non le saranno mai mancate vitamine e potassio, allora...», ma quando vide che dagli occhi di chi gli stava di fronte cominciavano a scendere le prime lacrime, subito si pentì della sua infelice uscita: «Su, su, andiamo! Non faccia così... Vedrà che col tempo...» «Già, col tempo...» lo interruppe la diciottenne, tamponandosi il viso con un fazzoletto dai ricami dorati e tirando su col naso «Quanto dovrò aspettare? Giorni? Settimane?» «Io direi piuttosto mesi, signorina. Forse anche anni. Sa, per queste cose...» «Sì, sì, ho capito, non c'è bisogno che lo ripeta: “ci vuole tempo”!» Non aggiunse altro. Ripose con cura il fazzoletto nella borsetta di cuoio che teneva sotto il braccio e dopo aver mormorato un “arrivederci” a labbra serrate, si avviò a passi veloci verso l'uscita. L'impiegato si alzò in piedi quasi di scatto e provò a infilare dei fogli attraverso l'apertura rettangolare sotto il vetro dello sportello, gridando: «Signorina! I suoi moduli! Ma come? Non li vuole più?» L'unica risposta fu il chiudersi automatico delle porte a vetri alle spalle di chi aveva appena lasciato il suo ufficio. Quel pomeriggio, era primavera inoltrata e faceva un gran caldo, la ragazza si comprò un gelato all'amarena e, leccandolo con tutta la calma del mondo, salì sull'ascensore che portava all'ultimo piano del palazzo più alto della sua piccola città. Il portiere, nel vederla passare, non le disse nulla: la conosceva, perché spesso era andata in quello stabile a trovare una vecchia zia. Di certo conosceva anche il suo nome. Di sicuro non ne conosceva il peso. Arrivata all'ultimo piano, invece di suonare il campanello della parente, salì su un'ultima rampa di scale, che portava sul terrazzo comune, dove stese al sole sventolavano le lenzuola dei condomini. Finì il suo cono e sorridendo pensò che oltre all'amarena avrebbe anche potuto prenderlo al gusto di banana, perché, anche se ai compagni aveva sempre detto che le facevano schifo e quando le trovava sul suo banco, gliele rilanciava addosso con rabbia oppure le gettava nel cestino dei rifiuti, a lei le banane in fondo erano sempre piaciute. Poi si avvicinò al cornicione, si levò le scarpe, poggiò a terra la borsetta di cuoio, l'aprì e controllò che dentro ci fossero i documenti d'identità. Al pensiero che chi li avrebbe trovati, a dispetto della tragicità della situazione, si sarebbe comunque messo a ridere, così come forse avrebbero riso pure i giornalisti nello scrivere l'epilogo della sua vicenda, la ragazza invece di intristirsi, cominciò lei stessa prima a sorridere e poi a ridere di gusto. E dopo un po', sempre ridendo, si lanciò nel vuoto. 
  18. https://ultimapagina.net/forum/topic/976-ancora-cinque-minuti/?do=findComment&comment=14165 Seduto dietro la scrivania del grande ufficio sobriamente arredato, Xiu Yan premette un tasto. Una donna alta e segaligna, un militare dalla corporatura massiccia e un vecchietto con barba bianca e occhi spiritati entrarono e sedettero dalla parte opposta del tavolo. «Compagno Ai Zheng, è tutto pronto?», chiese Xiu. «Tutti gli aspetti del piano sono stati definiti con cura, compagno Segretario», rispose sorridendo l’uomo più anziano. «La compagna Ling Ding ha selezionato un vettore eccellente e il compagno Generale ha studiato gli aspetti logistici e individuato la provincia più adatta». «Voglio capire meglio», disse il Segretario. «Compagna Ling, perché mai i nemici non dovrebbero comprendere che il virus è stato manipolato in laboratorio?». «Perché non è stato manipolato, compagno Xiu», rispose la donna. «Abbiamo semplicemente lasciato che si evolvesse spontaneamente, in vitro e in cavie di molte specie diverse. Ogni volta abbiamo scelto, conservato i ceppi più convenienti e distrutto gli altri. Esattamente come fecero con i cani gli uomini del tardo Paleolitico, soltanto in modo più efficiente. Se puoi lanciare i dadi infinite volte, prima o poi troverai la combinazione vincente. Abbiamo scelto un betacoronavirus, una mutazione del vettore della SARS del 2003. R0 è intorno a 3.3, la letalità prossima al 5 per cento. All’inizio dell’epidemia, il numero di casi aumenterà ogni settimana di un fattore 10. Come per tutti i coronavirus, le mutazioni non sono particolarmente frequenti. Seguendo in vitro circa un milione di miliardi di eventi di riproduzione virale, abbiamo tuttavia trovato che in caso di pandemia emergeranno entro un anno nuove varietà, più contagiose e più letali. Il principale bersaglio saranno le cellule polmonari. I pazienti più gravi presenteranno polmonite e insufficienza respiratoria, avranno bisogno di ossigeno e ventilazione forzata. I reparti di terapia intensiva saranno presi d’assalto». «Complimenti, compagna Ling. Il lavoro svolto da te e dalla tua equipe è impressionante. Ai Zheng, come potremo diffondere il contagio senza destare sospetti?». «Infetteremo poche persone, una decina, al mercato del pesce di Wuhan. Nessuno noterà i primi casi, le polmoniti non sono certo rare. Lasceremo ai medici del luogo il compito di individuare la malattia. Prima che ci riescano saranno passate tre settimane e avremo superato il migliaio di casi. Se fosse necessario, manderemo dalla capitale qualcuno per aiutarli. Sequenzieranno l’RNA, elaboreranno test diagnostici. Tutte le informazioni prodotte a Wuhan saranno trasmesse all'Organizzazione Mondiale per la Sanità con la massima tempestività e trasparenza. A quel punto, qualche contagiato sarà già salito su un aereo diretto in Occidente. Dopo quattro settimane, con circa 10 mila casi, istituiremo il coprifuoco in tutto l’Hubei. Sigilleremo i confini, invieremo medici, attrezzature, ospedali da campo. Imporremo in tutta la provincia il più rigido distanziamento sociale. Stimo che riusciremo a fermare l’epidemia in due mesi. Secondo le mie simulazioni, alla fine avremo 100 mila contagi e 5 mila morti. Tutti i dati disponibili sull’epidemia e sul decorso della malattia saranno resi pubblici. All’estero invieremo i test molecolari e tutto l’aiuto possibile. Le frontiere rimarranno chiuse per evitare una seconda ondata». «Quali saranno i danni per l’economia?» «Per noi ben pochi, compagno Xiu. In Hubei vive soltanto il 3 per cento della nostra popolazione. Per quattro mesi tutto resterà fermo, ma poi la produzione ripartirà. Stimiamo un calo del PIL intorno al 5% nei primi tre mesi dall’evento. Poi, al massimo entro un anno, torneremo agli usuali livelli di crescita», rispose Ai Zheng, con il sorriso sempre dipinto sulle labbra. «Ancora non capisco, compagno Generale, perché gli occidentali dovrebbero essere annientati, quando noi ci libereremo del virus tanto rapidamente. Non nasconderemo loro nulla. Perché non dovrebbero riuscire a copiare le nostre misure?». «Compagno Segretario», iniziò il militare che fino a quel momento era rimasto in silenzio. «Il nostro Popolo è abituato alla disciplina e ai sacrifici, ad accettare la guida illuminata del Partito, a porre sempre il benessere della comunità al di sopra di quello dell’individuo. Quello che in Occidente chiamano libertà altro non è che la feroce dittatura di pochi gruppi multinazionali. Nulla è più importante del denaro, tanto meno le vite umane. Le multinazionali non permetteranno che si fermino fabbriche, trasporti e scuole. E quando pure i leader politici riuscissero a imporre il coprifuoco, ogni volta che vi fosse una pur minima diminuzione dei contagi, le lobby reclameranno la riapertura. La gente comune non vorrà mai rinunciare alla libertà di comprare e farà ressa nei centri commerciali per non perdere l’ultima promozione. Pretenderanno di andare a lavorare per poter comprare, vorranno le scuole aperte per potervi lasciare i bambini. Qualche terrapiattista scriverà che non c’è nessun virus, che è tutto un complotto per privare il popolo della libertà. Molti moriranno intubati in ospedale, convinti fino all’ultimo respiro di avere soltanto una banale influenza. Le compagnie aeree non accetteranno restrizioni ai voli, frotte di turisti si accalcheranno nelle spiagge e nelle discoteche. Nuove ondate della malattia si susseguiranno, ognuna più mortifera della precedente. I vaccini, se riusciranno a produrli, saranno rifiutati da molti. Quando cominceranno a vaccinarsi, saranno già emerse varianti resistenti del virus. Quando gli ospedali saranno così affollati da dover chiudere i battenti, quando le persone cominceranno a morire in strada, soltanto allora si renderanno conto. Ma sarà troppo tardi. I pochi sopravvissuti, si scaglieranno contro la classe dirigente, si uccideranno l’un l’altro, creeranno il caos. Ma a quel punto il capitalismo e il consumismo saranno già morti. Non dovremo far altro che attendere la vittoria che ci verrà servita su un piatto d’argento». «Grazie. Basta così», disse Xiu. «Lasciatemi con Ai Zheng». A queste parole, il militare e la donna si allontanarono chiudendo la porta. «Quanti ne moriranno, Ai?» «Da quattro a cinque miliardi, il mondo sarà nostro». «Neppure Hitler osò una cosa simile». Per un istante Ai Zheng sembrò quasi perdere fiato e rabbuiarsi in viso. Ma poi riprese: «Certo che no, non ne aveva i mezzi». E, ritrovata la sua sicurezza continuò, senza trattenere una risata: «Non ci sporcheremo le mani col loro sangue. Saranno uccisi dal loro individualismo, a dispetto dei nostri buoni consigli. Faranno come i lemming. Sarà un suicidio di massa». «Grazie, Ai. Puoi andare. Ti farò sapere quando cominceremo». Quando il vecchietto uscì, Xiu premette un altro tasto sulla scrivania. Entrò il responsabile della sicurezza. «Arrestate le tre persone che erano nel mio studio. Teneteli in isolamento, non devono avere contatti con nessuno e nessuno deve saperne nulla. Soltanto io potrò interrogarli. Direte loro che sono accusati di alto tradimento». Mentre usciva dal palazzo del Comitato Centrale, quando le guardie lo fermarono, Ai Zheng aveva già smesso di ridere.
  19. Alexmusic

    Orangwaltz

    «Uno-due, salta! Uno-due, salta! Uno-due, salta!» La femmina di primate grugniva disperata, mimando le istruzioni al suo piccolo, che pareva proprio non capirle, o non volerle capire. Da più di un'ora ormai, lei afferrava al volo un ramo dopo l'altro, spiccando ogni due prese un balzo più ampio. «Ma come fai a non comprendere?» gli domandò col fiato grosso per la fatica, concedendosi una pausa. «Cosa c'è di difficile? Ti aggrappi a un ramo, poi a un secondo, prendi lo slancio e ti butti! Guarda come faccio io: uno-due, salta! Uno-due, salta! Uno-due, salta!» Niente da fare. Quel testone di cucciolo, che poi tanto cucciolo non era più, visto che aveva da un pezzo compiuto tre anni, la guardò tenero e stupito con quegli occhioni umidi e dolci. Pareva quasi stesse per piangere; ma poi su quel faccino spuntò il più luminoso dei sorrisi, giusto un attimo prima che si tuffasse pure lui tra le fronde della foresta pluviale. Sì, ma a modo suo. «Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto!» grugniva, ma con voce più stridula, tutto soddisfatto della sua prestazione. La madre scosse il capo sconsolata: non ce l'avrebbe mai fatta a insegnarli come si fa. Poi si coprì gli occhi con la mano destra: meno male che il padre non era lì a guardarlo. Di certo il suo compagno non l'avrebbe presa bene e forse sarebbe volata anche qualche sberla, sulla faccia di quel figlio che lui aveva sempre considerato stupido, prima ancora che ribelle. Quello che intanto però continuava a volare era il cucciolo. La femmina, quando finalmente si tolse la mano dal muso, si accorse che con quel sistema tutto particolare, tutto suo, il piccolo andava molto più veloce di un esemplare adulto. Non solo. Quando dopo le tre “prese” spiccava il balzo, restava sospeso nel vuoto per un tempo infinito e copriva una distanza quasi doppia, rispetto ai balzi dei membri della sua specie. Era decisamente un fenomeno. Purtroppo però - per fortuna succede solo tra i primati - i “fenomeni” non sono molto apprezzati e non ci vuole molto prima che suscitino la diffidenza e l'invidia dei propri simili. Il resto del mondo, quando va a due, non gradisce chi va a tre. Così ben presto, di foglia in foglia, di ramo in ramo, di albero in albero, di foresta in foresta, cominciarono a girare pettegolezzi e dicerie su quello strano cucciolo. «Lo sanno perfino quei deficienti degli esseri umani» era la voce circolante, «che il tango è un ritmo binario, o al limite quaternario... Insomma, in ogni caso è un ritmo pari, non dispari. Perché quel "coso" si ostina ad agguantare tre appigli, prima di saltare? Chi si crede di essere?» Dopo le critiche arrivarono i soprannomi più disparati, uno dei quali ebbe più successo degli altri: Orangwaltz. Ora, il più famoso dei ritmi ternari, il valzer appunto, è una cosa bellissima; ma solo se sei un umano deficiente, sei nato dall'altra parte del globo, nella Vienna del diciannovesimo secolo ad esempio, e magari hai pure la fortuna di poter partecipare ai balli di corte. Se invece hai avuto la sfiga di nascere scimmia nella Sumatra del ventunesimo, beh allora essere Oragwaltz in una società di orangtang è appunto solamente questo... una sfiga! E da che mondo è mondo, ma solo e sempre tra i primati, dopo la sfiga arriva inevitabile l'emarginazione. Orangwaltz, nel giro di qualche anno si ritrovò completamente solo, abbandonato da tutti, dalla famiglia, dagli amici, perfino dai soci della scuola di ballo del mercoledì sera, dove, manco a dirlo, nessuno riusciva ad andare a tempo con lui. L'occasione del suo riscatto però non tardò ad arrivare, perché un bel giorno quei deficienti degli esseri umani si comportarono proprio da tali. Senza neppure mandare un avviso di sfratto, cominciarono ad abbattere gli alberi della foresta pluviale a uno a uno. Anzi, no: a essere precisi ne tagliarono uno ogni due. Gli esemplari adulti degli orantang fecero appena in tempo a mettersi in salvo, senza però accorgersi che la maggior parte dei loro piccoli, non ancora in grado di compiere balzi abbastanza lunghi tra un ramo e l'altro, era rimasta indietro, intrappolata nel cuore della foresta. Di lì a poco gli esseri umani, non potendo smettere di essere deficienti, li avrebbero di certo catturati, per poi magari venderli a qualche zoo o a qualche collezionista senza scrupoli. Nessuno era più in grado di tornare a prenderli. Nessuno, tranne Orangwaltz. Avrebbe anche potuto fregarsene: dopo tutto quelli là l'avevano trattato davvero di merda e verso di loro non aveva alcun debito di riconoscenza. Ma i cuccioli? Che colpa ne avevano i cuccioli, della stronzaggine dei loro genitori? Fu così che tornò indietro, e uno alla volta se li caricò sulle spalle, per riportarli al sicuro. «Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto» ripeteva tra sé per darsi coraggio, «ce la posso fare, ce la devo fare!» Eccone un altro che alla fine può riabbracciare la mamma. Sempre così, avanti e indietro. «Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto! Un-due-tre, salto... Ce la posso fare, ce la devo fare!» E alla fine ce la fece. Ci mise quasi due giorni e due notti, senza praticamente toccare acqua né cibo, ma ce la fece. Quando cadde stremato ai piedi di un albero gigantesco, le prime a soccorrerlo e ad abbracciarlo furono le madri dei piccoli. Poi fu la volta dei padri, che uno alla volta si scusarono con lui, con una serie interminabile di grugniti lamentosi. Inutile dire che da allora Organwaltz, oltre che un eroe, è uno dei membri più stimati della comunità: il suo parere è sempre preso in seria considerazione in qualsiasi riunione e per qualsiasi decisione. Ha perfino trovato un impiego fisso, o quasi. Un impiego part time. E' diventato insegnante nella scuola di ballo del mercoledì sera. Provate a indovinare cosa insegna
  20. Alexmusic

    La scintilla

    Vi è mai capitato di stare seduti vicino a due persone che parlano ad alta voce, cercando di non ascoltare i loro discorsi, per essere discreti? È proprio quello che sto cercando di fare in questo momento. Ma chi voglio prendere in giro? Non è vero. Oggi sono tornato qui apposta, sulla mia panchina preferita, all'angolo di questo piccolo parco dai grandi alberi, nella speranza e nel timore di ritrovarli e di risentirli. E loro, come ieri, sono ancora lì, seduti su un'altra panchina, quasi di fronte a me. Ci separa solo un sentiero di terra battuta, che si snoda tortuoso tra le radici delle piante secolari, come un serpente marrone in mezzo all'erba lucente di questo inizio di primavera. A occhio e croce non devono avere più di vent'anni. Lei è quella che potremmo definire un tipo interessante, né bella né brutta, ma comunque interessante: capelli castani sciolti, che le cadono lisci sulle spalle, occhiali neri da segretaria che si fa sposare dagli avvocati, come nella canzone di Venditti, giubbotto beige con il bavero alzato e l'immancabile foulard fantasia. Anche lui lo potremmo definire nella media, né bello né brutto, ma molto più “ordinario” e molto meno “interessante”. Parla sempre lei, come ieri del resto, e come sempre accade tra uomini e donne fin dalla notte dei tempi. Lui non può far altro che stare ad ascoltare, rassegnato al ruolo più tragico a cui un esemplare maschio possa adattarsi in una relazione con un esemplare femmina: quello del confidente. Ogni tanto prova a interloquire, ma riesce solo a pronunciare solo qualche storta sillaba e secca come un ramo, prima che un nuovo turbine di parole lo travolga. Anche l'argomento, come io speravo e nel contempo temevo, è lo stesso di ieri. La ragazza gli sta spiegando le “ragioni” per le quali alla fine ha deciso di non mettersi insieme a un altro tizio, di cui non afferro il nome, ma che, a quanto pare, risulta essere un compagno di studi di entrambi: «Sai come succede, insomma: avevamo gli stessi gusti, ci piacevano gli stessi libri, gli stessi film, perfino lo stesso cibo. Potevamo parlare per ore, senza annoiarci, ma...» «Ma fisicamente non ti piaceva» interviene il ragazzo, illudendosi di completare la frase nel modo giusto. «Ma va, non è quello! Fisicamente mi piaceva e pure molto. E sono abbastanza convinta che pure io piacessi a lui.» «E allora?» «Non so come spiegarti. È che...» No, per amor del cielo, non dirlo: l'hai già detto ieri, per favore non ripeterlo! La ragazza si aggiusta i capelli, guarda in alto verso il folto delle chiome delle magnolie e poi abbassa di nuovo lo sguardo sulle sue scarpe rosa pulitissime. «Sì, insomma: lui mi piaceva e io piacevo a lui. Però...» Ecco lo sapevo, ora lo dice. Me lo sentivo che l'avrebbe detto di nuovo, me lo sentivo! «Ma dai, lo sai, te l'ho spiegato già ieri: non è scattata la scintilla.» Era inevitabile, l'ha detto: lo ha ripetuto anche oggi! D'altronde, se ne è convinta, cos'altro potrebbe fare se non ripeterlo in continuazione, agli altri, oltre che a se stessa? Chiudo il libro che avevo tra le mani e del quale non sono riuscito a leggere neppure una riga. Tiro un lungo respiro e mi preparo psicologicamente a essere mandato a quel paese in modo più o meno elegante; ma è un rischio che devo correre: la mia socratica ricerca del vero me lo impone. Mi sposto sul lato della panchina più vicino ai due giovani e, dopo essermi schiarito la voce, decido di importunarli: «Mi scusi, signorina: posso farle una domanda?» Lei mi osserva stupita, spingendosi gli occhiali più vicino alla fronte. Anche il suo interlocutore si gira verso di me e dal suo sguardo capisco che comunque non mi considera una minaccia, ma solo un tipo strano. Non aspetto la risposta e continuo. «Posso chiederle cosa ha mangiato oggi a pranzo?» «Eh? Come dice?» «Sì» insisto, «a pranzo: avrà mangiato qualcosa, no?» «Certo: un'insalata mista. Ma perché lo vuol sapere?» Scuoto la testa, sconsolato. «Mi perdoni. L'insalata non va bene: ho scelto l'esempio sbagliato. Allora facciamo a cena: cosa ha mangiato a cena ieri sera?» La ragazza si gira verso il suo compagno di panchina: ci manca solo che si picchi il dito sulla tempia per fargli capire che sono matto. Alla fine decide lo stesso di rispondermi. «A cena? Non mi ricordo... Una bistecca mi pare. Sì, una bistecca, con contorno di patate fritte.» «Oh, perfetto!» esclamo soddisfatto «Così va bene: proprio quello che mi occorreva. Bistecca con patate... roba che bisogna cuocere, insomma. E mi dica: lei, o chi cucina per lei, avrà provveduto ad accendere il fuoco sotto la padella, immagino? Oppure vi siete semplicemente seduti davanti ai fornelli, aspettando che la fiamma sgorgasse da sola come per magia?» Ormai sono piuttosto convinto che lei davvero mi consideri un pazzo; ma forse è troppo educata per dirmelo in faccia e poi i pazzi, si sa, è meglio assecondarli. «È ovvio che abbiamo acceso il fuoco, altrimenti staremmo ancora qui ad aspettare di mangiare!» Il suo confidente si lascia andare a una risatina un po' forzata: anche lui mi considera strambo, ma sempre non pericoloso. Non mi importa. Proseguo imperterrito. «Vede signorina, sia ieri sia oggi, non ho potuto fare a meno di ascoltare i suoi discorsi, e per questo le chiedo scusa. Mi creda: non sono un pettegolo e odio il pettegolezzo, ma i suoi “ragionamenti”, se così si possono definire, li ho sentiti tante di quelle volte e fatti da tante di quelle donne, che alla fine non sono riuscito a trattenermi.» «A quali ragionamenti si riferisce?» Il suo tono ora è un po' indispettito. «E cosa c'entrano con il cibo e i fornelli?» «Ci arrivo subito. Ieri ha parlato di una “scintilla” che non è scoccata tra lei e un ragazzo che comunque, a quanto pare, le piaceva. Ma perché non l'ha accesa lei questa scintilla, come ha fatto per le bistecche e le patate? » Adesso anche la ragazza mi elargisce una pietosa risatina. «Ma cosa c'entra, mi scusi? Sono due cose completamente diverse!» «Lei crede? Davvero ne è convinta? Sul serio è sicura che un sentimento non possa essere creato, preparato, acceso allo stesso modo in cui siamo in grado di accendere un fuoco?» «Ma che discorsi! Non ci si innamora a comando!» «Questo è vero. Non ci si innamora a comando, così come a comando non ci prendiamo un'influenza o un'altra malattia. Ma si può amare a comando, mi dia retta: questa è una prerogativa esclusiva di noi esseri umani, l'unica che ci distingua davvero dal regno animale.» Stavolta la ragazza attende qualche attimo prima di rispondere: «Innamoramento, amore… sono due parole per definire la stessa cosa.» «Si sbaglia di grosso e come lei si sbagliano tutti quelli che la pensano allo stesso modo. E le dirò di più: da questo errore, da questa confusione nascono la maggior parte delle incomprensioni, dei drammi e addirittura delle tragedie nei rapporti sentimentali. Perché vede, signorina, gli esseri umani da sempre hanno cercato di tenere sotto controllo la propria vita, programmando lavoro, casa, viaggi, passatempi... tutto. Tutto, tranne la cosa più importante: l'amore. Ancora oggi, che siamo in grado di spedire nello spazio un oggetto per milioni di chilometri e di farlo atterrare su un altro pianeta con l'approssimazione di pochi metri, per l'amore ci affidiamo al caso e non ci riteniamo capaci di accendere una scintilla.» Hanno smesso entrambi di ascoltarmi. Lui le ha ricordato che rischiano di perdere l'autobus. Si sono alzati e, dopo aver biascicato un “arrivederci”, che sottintende “a mai più”, se ne stanno andando verso l'antico cancello in ferro battuto che segna l'uscita dal parco. Lei, un istante prima di varcarlo, mi getta un'ultima occhiata, ma è troppo lontana perché io possa capire se si tratta di compatimento o comprensione. Ripenso a De Andrè: Da chimico un giorno avevo il potere di sposar gli elementi e di farli reagire, ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l'amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore.
  21. L'UOMO CHE RADDRIZZAVA IL MARE Cosa faccio di lavoro? Semplice: raddrizzo il mare nelle foto che vengono postate su facebook! Non ci credete? Pensate che non sia affatto possibile essere pagati per una sciocchezza del genere? Avete già cominciato a ridere a crepapelle? Sì, sì avanti... continuate pure a sbellicarvi dalle risate, a lacrimare, a tenervi la pancia; ma, come recita il proverbio: “ride bene chi ride ultimo!”. Ridevano anche tutti i miei amici, sapete, quando gli ho esposto la mia idea per la prima volta. Non mi hanno dato del pazzo, semplicemente perché già prima mi credevano pazzo: uno con la testa sempre tra le nuvole, che nella vita non combina mai niente di concreto. Ma adesso rosicano, oh se rosicano, quando al mattino devono alzarsi presto per andare in ufficio, prendere autobus, tram o treni, per poi sbrigare mansioni delle quali non gli importa un tubo ed esser per giunta rimproverati in continuazione, magari a sproposito, da dirigenti ottusi e incompetenti: il tutto per uno stipendio da fame! Mentre io... Be', io mi alzo quando mi alzo, se ho voglia di farmi la barba me la faccio, altrimenti chissenefrega: tanto non sono mica obbligato a uscire. Mi faccio un tè, ci metto un cucchiaino di miele, ci puccio un frollino e intanto accendo il computer: mentre i vari programmi si avviano, il tè si raffredda e diventa bevibile, senza il rischio di ustionarmi il palato. E così, sorseggiando con calma la mia bevanda, comincia la mia attività giornaliera. Cosa faccio? Ve l'ho detto: giro su facebook, dove ho accesso ai profili di tutti gli utenti, e quando vedo la foto con il mare in discesa, la scarico, la modifico, rimettendola in bolla, e poi la posto nuovamente. Tutto qui. E sapete qual è la cosa più straordinaria? Che la maggior parte delle volte, nessuno si accorge di nulla, né chi ha pubblicato la foto, né gli “amici” che l'hanno guardata! Adesso immagino che la vostra sganasciante risata di prima si sia già trasformata in un sorrisetto ironico... Accesso a tutti i profili? Ma che diavolo stai dicendo? Chi pensi di prendere in giro? Non siamo mica fessi! Chi mai ti avrebbe dato l'accesso a tutti i profili? E chi volete che me l'abbia dato? Lui, il ragazzetto ultra miliardario, quello che a vederlo così lo diresti il principe dei nerd, mentre ormai non gli basteranno altre dieci, cento, o anche mille vite per spendere tutto quello che ha guadagnato fino a oggi: Mark Zuckerberg! Be', a voler ben guardare, forse l'autorizzazione non me l'avrà data proprio lui in persona. Probabilmente sarà stato uno dei suoi collaboratori più fidati, che ne so io; ma sono quasi certo che il nerd sa tutto di quello che faccio, e anche di come lo faccio, e soprattutto quanto gli costo! Non è stato facile, cosa credete, arrivare fino ai vertici di facebook. Avete mai provato a segnalare qualcosa alla direzione, che ne so, un malfunzionamento o una funzione che si impalla? Non esiste mica un indirizzo e-mail! Ci sono solo dei complicatissimi formulari da compilare: con tutto il tempo che ci metterete a farlo, il problema nel frattempo si sarà già risolto per conto proprio. Comunque alla fine ce l'ho fatta, ma non chiedetemi esattamente come, perché non ho alcuna intenzione di dirvelo. Vi dirò solo che ho scritto una letterina con tutti i crismi, facendo appello alla logica economica, più che ai buoni sentimenti: il mare storto è irritante, più che sgradevole, e se una foto è irritante, uno passa meno tempo a guardarla. E se passa meno tempo a guardarla, vorrà dire che resterà meno tempo su quella pagina. E se resterà meno tempo sulla pagina, avrà anche minori possibilità di guardare la pubblicità delle varie inserzioni a pagamento. Bingo! La lettera era davvero convincente, perfino per me che ero già convinto. Il difficile però era tradurla: il mio inglese non sarebbe stato sicuramente all'altezza. Per fortuna è intervenuta una mia cara amica di vecchia data, che ha sempre trovato la mia pazzia stimolante, oltre che divertente: la sua intelligente traduzione ha addirittura accresciuto l'efficacia del messaggio originale, che ha proprio colpito nel segno. Non so però cosa alla fine abbia davvero convinto Zuckerberg a pagarmi per raddrizzare il mare, non chiedetemelo. Forse, essendo un nerd come me, anche lui da bambino, quando entrava in una stanza e vedeva un quadro storto, si alzava in punta di piedi per metterlo dritto. Forse pure lui una volta, com'è successo a me, ne avrà fatto cadere uno, beccandosi un paio di ceffoni e la cosa di certo gli sarà rimasta impressa, non lo so. O magari è del mio stesso segno zodiacale, della bilancia: il segno dell'equilibrio per antonomasia! Ma cosa dico? E' nato a maggio, giusto il giorno prima di mio fratello. Segno del toro: ottimo fiuto per gli affari. E' inutile allora cercare ragioni psicologiche, allora: mi ha dato questo lavoro solo per il suo tornaconto economico. Che male c'è? A proposito di tornaconto... A questo punto sono sicuro che morite dalla curiosità di sapere quanto guadagno, se vengo pagato con un fisso, se prendo un tot a fotografia, se mi pagano in dollari o in euro, ecc. Col cavolo che ve lo dico: così imparate a ridere come avete fatto all'inizio della storia! Vi basti sapere che guadagno più del doppio di tutti quei miei amici di cui vi ho parlato prima, e che pure mi prendevano in giro. Sono felice, soddisfatto e vivo da re. L'unica preoccupazione è che adesso, voi, tutti voi, invidiosi del mio splendido impiego, d'ora in avanti cominciate a tenere gli obiettivi di cellulari e macchine fotografiche ben dritti sulla linea dell'orizzonte, al solo scopo di farmi dispetto e privarmi dei miei guadagni: poveri illusi! Siete troppo frettolosi, troppo distratti e perfino troppo incapaci per riuscirci! Sono davvero contento, ve l'ho detto. E sono solamente un po' dispiaciuto per un altro mio amico, un carabiniere, che di solito è prodigo di barzellette sui colleghi. Non appena ha saputo che di mestiere io raddrizzo il mare in discesa, mi ha detto: - E adesso noi carabinieri dove andiamo a fare lo sci nautico? -
  22. https://ultimapagina.net/forum/topic/943-crocevia/?do=findComment&comment=11922 «Io esco! Vado a comprarmi le scarpe!» Così dicendo Antonella corse fuori di casa e poi giù per le scale, non vedeva l’ora di di trovarsi a girovagare per le vie del centro. Era dal tempo dei preparativi per il matrimonio che non era più entrata in un negozio di scarpe. Erano passati tre anni da quando si era sposata poi il lavoro aveva assorbito lei e suo marito al punto che non si ricordava quasi più che faccia avessero i suoi amici. «Invece la faccia di quello stronzo me la ricordo sempre! Ma perché continua a tornarmi in mente?» Si sforzò di pensare alle sue future nuove scarpe per scacciare l’immagine di colui che da almeno tre anni aveva fatto perdere le sue tracce. Non un saluto, non una chiamata. Alla faccia delle promesse: non perdiamoci di vista, restiamo amici, potrai sempre contare su di me. Sì, su di un fantasma poteva contare. Ma tanto non aveva più importanza, ora aveva un marito che le voleva bene e a cui lei voleva bene. Eppure la curiosità di sapere che fine avesse fatto, se viveva ancora a Torino o se se n’era andato. Se aveva un’altra… certo che ce l’aveva, sicuramente era per quello che un giorno le si era presentato davanti e con vomitevole diplomazia l’aveva scaricata. Giunse davanti al primo negozio di scarpe, il primo di una lunga lista, e finalmente riuscì a pensare ad altro. «Ma che vi costa? Dico, sono solo cinque minuti. Qua parlate tutti di eternità, di infinito, di… cinque minuti e torno! Promesso.» «Forse non le è ancora chiaro cosa le è successo, lei non può tornare indietro.» «Guarda là!» indicò un punto a caso in lontananza poi prese a correre. Corse come non aveva mai corso prima, si sentiva leggero e veloce e, cosa che più lo sorprendeva, non gli sembrava di provare alcuna fatica. Corse senza voltarsi indietro finché si trovò proprio di fronte a colui da cui stava scappando. Si fermò e rimase a fissarlo sorpreso. Infine questi parlò. «Le sono stati concessi cinque minuti. Cerchi di farne buon uso.» «Se devo farne buon uso mi servono almeno un paio d’ore. Va bene, scherzo. Scherzo. Vado.» Mentre contemplava un paio di scarpe rosse chiedendosi come le sarebbero state addosso, Antonella non poté fare a meno di notare una coppietta che si era fermata accanto a lei. «Guarda quelle scarpe rosse! Che schifo! Ma chi vogliono che se le compri?» chiese subito inorridita la ragazza che stringeva il braccio del suo fidanzatino come fosse l’ultimo appiglio prima di precipitare in un burrone. «Beh, che ne sai? Magari qualche vecchietta potrebbe apprezzare.» Vecchietta? Pensò Antonella. Si guardò nella vetrina e si accorse che, sì, era letteralmente fuori dal tempo. Il suo modo di vestire non era certo in linea con le tendenze correnti. «Possibile che bastino tre mesi e mezzo di matrimonio a farmi sentire già vecchia?» si chiese mentre si allontanava da quelle scarpe che continuavano a piacerle ma ormai la facevano sentire vecchia. Al fastidio creato dall’immagine del suo ex si aggiunse quello creato dall’odioso commento di quella ragazzina. Quant’erano teneri. Si sorprese a pensare. Comprendendo così che non era il commento a darle fastidio, ma quella spensieratezza che traspariva dalle voci dei due fidanzatini. Quella stessa spensieratezza che aveva avuto anche lei quando ancora quello stronzo non l’aveva piantata. Non poteva aspettare un po’? Giusto il tempo di diventare maggiorenne, cominciare a lavorare, non poteva aspettare che finisse il tempo dei sogni? No! A diciassette anni! L’estate più schifosa della sua vita, tutte le amiche che raccontavano di vacanze in giro per il mondo mentre lei era rimasta sola dall’oggi al domani. Se mi si parasse davanti lo… Antonella trattenne a stento un urlo nel vedere davanti a se Michele. «Cosa vuoi?» furono le prime parole che le riuscì di pronunciare mentre nella sua testa era era in corso una tempesta di pensieri ed emozioni. Notò un sorriso tremendamente sicuro riempire il viso di lui e pregò con tutte le sue forze che lui non lo facesse. «Ciao Nelly, come stai?» Brutto stronzo! Figlio di… ringrazia che ho rispetto per tua madre. L’aveva fatto! L’aveva chiamata Nelly come faceva sempre quando stavano insieme. E questo aveva riacceso in lei il desiderio di buttargli le braccia al collo. Ma non poteva, ancora di più ora che era sposata. «Bene, ciao. Ora scusa ma devo andare.» Gli girò attorno e si avviò ma subito si sentì afferrare e trascinare indietro. Si voltò pronta a sputare in faccia a Michele tutta la sua rabbia ma fu bloccata dal suono di un clacson e dal rumore di una macchina che le passò alle spalle tanto vicino da darle l’impressione che l’avrebbe investita. Questa volta urlò in preda alla paura. «Tranquilla, non è successo niente.» la rassicurò Michele mentre le lasciava le braccia per ristabilire una rispettosa distanza da lei. «C’è mancato poco, ancora un secondo e sarei finita all’inferno.» disse Antonella ancora scossa. «Be’, però non è successo.» insistette Michele cercando di smorzare la paura di Antonella. «Allora? Come te la passi?» Bravo! Adesso che mi hai salvato la vita pensi che debba sdebitarmi? Ti aggiusto io. «Bene, mi sono sposata da poco. E tu?» «Sono contento, mi fa piacere che tu abbia trovato una persona con cui creare una famiglia. Lui ti vuole bene?» Sul volto di Michele si dipinse l’espressione della serenità, quella serenità di chi non ha più nulla da desiderare ne da rimpiangere. Quella serenità che si legge nel volto di un bambino che dorme sul petto di sua madre. O di un anziano che sente avvicinarsi il suo momneto e non ne ha paura. «Certo! Lui sì!» rispose Antonella incapace di nascondere l’astio che provava verso il suo primo amore. «E tu? Che fine hai fatto? È da un po’ che non ti si vede in giro. Hai una donna? Una famiglia.» «Io sto bene. Son qui solo di passaggio. Mi ha fatto piacere incontrarti e sapere che stai bene. E non sai quanto sia contento che tu abbia qualcuno al tuo fianco.» «Non so dove vuoi arrivare, non so quale sia il tuo fine ma ti posso garantire che non ho bisogno della tua commiserazione. Dopo che mi hai piantata in asso, dopo che mi hai abbandonata come una scarpa vecchia sono stata malissimo ma mi sono fatta forza da sola e sono andata avanti. Se sei venuto per rimediare al danno fatto sei in ritardo.» Si bloccò accorgendosi che stava per piangere. Guardò Michele negli occhi. Lo fissò intensamente per riuscire a respingere le lacrime, per mostrargli che non le importava più niente di lui ma rimase presto ipnotizzata dal particolare brillio di quegli occhi. C’era qualcosa di strano in quello sguardo. Rimasero immobili per pochi ma interminabili secondi, a lei parve di rivivere in un attimo tutto il tempo passato con lui. Provò un irrefrenabile desiderio di abbracciarlo ma l’immobilità di Michele la fece desistere. Lei non poté fare a meno di sorridere. «Adesso sparirai nuovamente nel nulla?» «Mi dispiace ma non posso fermarmi, ma è sicuramente meglio così.» Detto questo Michele sfiorò la fronte di Antonella con le labbra, poi indietreggiò le strizzò l’occhio e se ne andò. Lei rimase ferma a riflettere su come quell’uomo fosse cambiato. Perché aveva fatto finta di baciarla? Un innocente bacio sulla fronte poteva anche darglielo per davvero. Perché era stato così maledettamente corretto? Antonella fissava il bicchiere davanti a se. Erano passati quattro mesi da quando aveva rivisto Michele. Non c’entra nulla, non può esserci alcuna relazione tra le due cose. «Ciao Anto! Scusa il ritardo.» disse Valentina, la sua migliore amica, arrivando e sedendosi. «Ehi? Cos’hai? Hai una faccia.» «Ah, no… niente. Ero sovrappensiero. Come stai?» «Bene! Ieri ho trovato un nuovo negozio stupendo! Ci devi venire. No! Questa volta non voglio sentire storie...» Valentina rovesciò in faccia ad Antonella una valanga di parole, parlava in maniera concitata e si interrompeva solo per riprendere fiato finché si accorse che Antonella aveva uno sguardo strano. «Anto, tu devi dirmi qualcosa vero?» «Sì» «Ma perché non me l’hai detto subito? Io sto parlando da mezzora di stupidaggini. Avanti dimmi. Tesoro, ma ti rendi conto che era dal tuo matrimonio che non ci facevamo una chiaccherata come si de…» «Sono incinta.» «...ve… co… cosa?» chiese Valentina senza fiato per la sorpresa. «Aspetto un bambino.» confermò Antonella. Valentina fissò l’amica per un istante poi si alzò di scatto e si gettò addosso all’amica, le cinse il collo con le braccia e la strinse forte a se ricoprendo la sua guancia di baci. «Ma che bella notizia! E di quanti mesi? No, no aspetta. Fatti vedere. Tu sei di… Anto. Ma cosa c’è?» «Va tutto bene. Sono incinta di quattro mesi. Il ginecologo che mi segue ha detto che sta andando tutto per il meglio.» «Ma allora perché hai questa faccia? Dovresti sprizzare gioia da tutti i pori.» Antonella prese a giocherellare timidamente con il suo bicchiere. «Piero… in teoria… gli avevano detto che non poteva avere figli.» Valentina tirò un respiro profondo. «Anto, cos’hai combinato?» «Niente, il bimbo è di Piero.» Valentina scosse la testa senza distogliere lo sguardo da Antonella. «Tu non mi stai dicendo tutto.» «Quando sono andata dal ginecologo mi ha detto qual’era il periodo in cui il feto è stato concepito.» «E?» «Mi ha detto un giorno ma ha anche aggiunto che il calcolo non è preciso, insomma potrebbe sbagliare di un paio di giorni.- Valentina annuì. -Be’ in quel periodo mi è capitata una cosa stranissima.» «Che cosa?» chiese Valentina avvicinandosi. «Ho rivisto Michele.» Disse Antonella abbassando lo sguardo come se avesse confessato il più vergognoso dei peccati. «E vorresti dirmi che sei rimasta incinta per intercessione dello spirito di Michele?» la canzonò Valentina. «È stato gentilissimo, tra l’altro mi ha anche evitato di finire sotto una macchina. Non mi ha sfiorata nemmeno con un dito. Boh sarà perché gli ho detto che mi sono sposata. Però è stato tanto carino. Mi ha anche detto che era contento di sapere che mi sono sistemata.» Valentina guardò l’amica. «Anto, ma tu l’hai sognato, vero?» chiese con una punta di preoccupazione. Antonella sgranò gli occhi. «No, cosa ti fa pensare che l’abbia sognato. L’ho visto.» Il vento agitava i capelli di Antonella mentre lei fissava la lapide. Lesse e rilesse il nome e la data di morte. Interrogò più volte quella lapide ma la sola risposta che ottenne fu che Michele era morto un anno dopo che l’aveva lasciata. «Quindi quella svitata di Valentina ha detto il vero: il tumore, tu che non ti fai più sentire per non farmi vedere come ti spegni lentamente. Eppure io ti ho visto, eri lì.» «Quindi? Ha fatto tutte queste storie solo per assicurarsi che la sua amata stava bene?» «Sì. Ora possiamo andare. A proposito. Dove si va?»
  23. CurzioG

    Prologo di nipotina

    Preludio alla nipotina. Estratto delle peripezie familiari di un collega. Così come udite, raccontate. Non appena i due maschietti furono cresciuti al punto da potersi allacciare le scarpe da sé, senza gli ausilî della mano materna, e della paterna talvolta; e quando furono maturati quel tanto, o quel quanto, ch'è abbastanza da consentir loro l'utilizzo autonomo delle più irrinunciabili tra le maioliche color dello champagne installate nelle stanze da bagno della casa, venne l'ora per i Bertolotti di mettere in cantiere la tanto agognata figliola, complemento alla perfezione della famiglia. Agognata si dovrebbe dire, per completezza della cronaca, innanzitutto dai nonni Bertolotti. I quali nonni eran benedetti sì di figli, e di tanti nipotini e nipotucci, appesi all'altro capo di questo o quel ramo, albero, od altro arbusto genealogico, lontani o prossimi che fossero secondo i gradi che sono il numerario delle parentele, ma sprovveduti affatto di nipotine, priva essendo la pianta familiare di tenere foglioline femminucce. Pareva ai nonni, ed alla nonna segnatamente, una mezza maledizione. Alla Ginetta del terzo piano la sua gliel'avevano scodellata bell'e subito, la figliola e quel marito secco secco, che a vederlo non sembrava neanche tutto lui. L'andavano a trovare, per abitudine, tutti i mercoledì. In ossequio alla neonata, e per riguardo alla vecchia, avevano derogato alle sedimentate consuetudini ebdomadarie, portandole la pupetta il primo lunedì ch'era venuto buono, dopo la nascita. Da quel momento la nonna era rifiorita, rivitalizzata da nuova energia. Finanche il di lei colorito, pallido per solito, ne aveva tratto giovamento. A far tempo da quel dì, la rinvigorita anziana s'era operosamente votata a rimpolpare colle smorfiette e scorreggine della piccola il macilento epos del condominio, con quanto piacere di donna Rosa in Bertolotti possiamo immaginare. Anche la Pina del secondo. A lei l'avevano recapitata dentro una carrozzina fucsia, di quelle a triciclo, cioè con tre ruote, e s'era fatta una fatica d'inferno a cavarle fuori, mamma figlia e carrozzina-triciclo, dalla stretta apertura dell'ascensore, operazione che aveva richiesto l'intervento di forze scelte da tutte le porte del pianerottolo, col piano di sotto a rincalzo. Rimane tuttora aperta, a distanza di anni e non ostante il fiorire delle congetture, la questione di come avesse fatto la puerpera ad introdursi al piano terra, con tutti gli accidenti, nell'angusto vano. Con l'aiuto dei vicini la carrozzina, terminata la visita, era poi stata ridiscesa a braccia lungo le scale, ed anche la pupa, al fine di scongiurare ulteriori contrattempi. Persino la sciura Carla che stava dirimpetto ce n'aveva avuta una: quella bisbetica che spiava tutto il giorno la strada da dietro le tende della cucina, per controllare chi va e chi viene. Sì, persino quella. Una sua figliola, raggiante d'un sorrisone steso da un'orecchia fino alla gemella, le aveva condotto in visita la neonata, e tanto se n'era intenerita da lasciare il posto di vedetta per un pomeriggio intero, negligendo la garitta ed il dovere, con ciò esponendo il quartiere ai congeniti rischi relati al rilassamento dell'attenta sorveglianza sua. Solo i nonni Bertolotti erano senza. Nastri rosa neanche a parlarne, per quanti gradi invocassero, delle cognazioni, nelle loro litanie familiari, defraudato com'era ogni arco dell'ideale grafo della gioia di terminare in una nipote. Malgrado migliaia di ave maria si fossero involate negli anni verso le superne cerchie dell'Empireo. E ceri su ceri consumati dalla fiamma, sacrificati per illuminare il volto materno della Signora dei Cieli, ritratta nelle diverse interpretazioni pittoriche che ornano, a tutt'oggi, le dedicate nicchie sui lati della navata della cattedrale. Nanca 'na tusèta! Almeno una! supplicava donna Rosa. Quattro maschi noi! Esclamava. E quelli solo maschietti anche loro, di regresso. Dava la colpa di tutto al povero marito, l'Armando, il quale replicava piagnucoloso dalla sua poltrona di velluto verde, indispensabile ausilio alla digestione domenicale, che a'hinn mia rópp de cátá föra! quel che arriva arriva. Lui non c'entrava mica niente. Ma la signora non voleva sentire ragioni: emesse in forma irrefutabile di sotto il corruccio dello sguardo accusatore le assertive proposizioni sull'incapacità maritale, del resto comprovata da ben quattro distinti, ed indipendenti, esiti sperimentali, rintuzzava didascalica il consorte, chiamando a testimonî gli studi dei dottori più studiati: l'è l'òmm, è lui il "determinativo", così argomentava, del sesso del nascituro. Sicuro. Minga ball. L'Armando, poveretto, allora taceva, ammaestrato dalla convivenza ultraquarantennale. Tirava su le gambe sul poggiapiedi di velluto, verde come la poltrona, pertinenza del solio Armandi d'altrettanta collaborazione nelle tribolate peristalsi della domenica pomeriggio. Sospirava e stava lì un momento, in uno stato temporaneo di amenza, sospeso tra la tivù e la signora. Poi, riemerso dalle profondità della meditazione, tra le due, s'abbandonava alla prima, ed al silenzio. Il giorno in cui la signora Rosa seppe dal figlio, il suo secondo, della fruttuosa iterazione della ricerca della desiderata bambina Bertolotti, ovvero che la nuora era incinta la terza volta, anche se era presto per conoscere il genere, anzi: a fortiori, si credette di dover abbandonare l'atteggiamento passivo fin lì mantenuto in relazione alla faccenda. Certo, per i rami collaterali dell'albero genealogico non stava mica bene darsi troppo da fare, ma ki l'era 'l sò fiö! e se la Provvidenza non arrivava a provvedere da sé, magari abbisognava d'essere un tantino stimolata: in aggiunta alle giaculatorie e alle candele ci volevano le opere: opere preventive: si doveva forzare un pochetto la mano alla parsimoniosa, di nipotine Bertolotti, misericordia dell'Altissimo. Agire cioè ancor prima di conoscere il sesso, perché si limitassero a prendere atto, colà dove si puote, senza pensarci tanto sopra. Trascinò perciò il rassegnato marito per tutte le ingiallite mercerie ch'erano sopravvissute alle invasioni dei centri commerciali, a cercarvi qualche gomitolo, o rocchetto, di cotone rosa da lavorare all'uncinetto, e fili di lana, stessa tinta o equipollente, da annodare coi ferri in un golfino per la presagita fortunata pupetta, oltre che scampoli bianchi di lino e di organza finissima, dei quali lavorare a ricamo gli orli e farne lenzuolini da destinare alla culla. Rifornita di materia prima avviò la produzione di maglioncini, di centrini, e di cuffiette per tener ben calda la concupita testina. Armata di aghi e ditale d'ottone ricamò gli angolucci dei lenzuoli mignon coi quali corredare il lettino. Cinque o sei, per aver lì a portata di mano qualche cambio di scorta, dato che com'è noto i neonati tendono a disperdere in abbondanza i proprî fluidi sulle delicate stoffe nelle quali si ama mantenerli avvolti. A dispetto dell'impegno profuso senza risparmio dalla nonna, per tacer pietosamente delle fatiche del nonno Armando, la morfologica del quinto mese fu inesorabile: due ovetti disegnati sullo schermo crudele dell'ecografo, proprio là dove dovrebbero stare, misero termine alle speranze. Un altro maschio! Ancamò? Fu il laconico ed interrogativo commento del futuro nonno, giubilato della passione cristica da una merceria all'altra per niente. La nonna era disperata. Ne faceva una questione personale: cosa che c'ho fatto io di male al Signore? che non le mandava la nipotina. Cominciò persino, tanto era affranta, a mettere in dubbio quell'ascesa ai Campi Elisi che aveva sempre dato per assicurata: col marito che c'ho io! Vöri propi vidèl el San Peder s'el gà cör de mandam al pürgatorî! Nei suoi progetti ultraterreni l'inferno in effetti mai era stato contemplato, nemmeno come teoretica possibilità. Delusa, regalò alle vicine, alle Ginette e alle Pinucce del condominio, i prodotti dello sferruzzare. Quelle, accettando il dono, ringraziavano, riservando alla sconsolata Rosetta la comprensione che emana da chi la nipotina ce l'ha già in casa: vedrà sciura Rosa, il prossimo. Il prossimo è una femminuccia. Ma sì! non si abbatta. Ci vuole la fede sa? anche per queste cose qui. Soprattutto queste qui vè. E la pazienza. Certo! Sigüra! Come no! Alla fine, che fosse per le consolatorie smancerie delle Mariucce, oppure per spossatezza, anche nonna Rosa dovette arrendersi, e farsene una ragione. Si dedicò quindi, tirandosi dietro il suo Armando, a rifare le dodici cappelle delle mercerie, via crucis del povero consorte, stavolta in cerca dell'azzurro, o del bleu. E poi di nuovo a risferruzzare, a far oscillare l'uncinetto, però attorno alle varie gradazioni del celeste: calzine, e braghette, quest'ultime un po' abbondanti: c'è da calcolare l'ingombro del patello. I lenzuolini, almen quèi, eran venuti buoni, il bianco ghe và ben istèss, a tutti i neonati. Quando ormai sulla faccenda della nipote la signora Rosa c'aveva quasi messo una pietra sopra, e tre anni giuppersù dopo la nascita dell'ultimo Bertolotti, la visita del figlio, con al seguito la nuora ed il nipotino sullodato, rinfocolò le di lei pie speranze di raggiungere l'apoteosi di grande-mère: era di nuovo in stato interessante, la cara mogliettina del figliolo, e già da qualche settimana. La donna, che nella gravidanza precedente s'era ingigantita sino a sfiorare, così diceva lei sottostimandosi con modestia, gli ottanta chilogrammi a forza d'ingozzarsi del commestibile e del non, tre anni dopo era stata ripristinata, dalla rigorosa applicazione di una ferrea dieta, al suo antecedente stato di acciughina di 56 chili, ben bilanciati su una lunghezza complessiva, capelli esclusi, di un metro e settanta cm, ovverosia centimetri. Principiava a nuovo ad arrotondarsi, e già non si poteva lasciare incustodito in casa un panino imbottito col prosciutto, cotto o crudo, o un avanzo di pasta al forno di ieri, per non menzionare torte e dolciumi, senza che la mano graffignona s'allungasse per ghermire ed istradare alla bocca l'alimento abbandonato: amore, diceva, ho fame per due, lo sai, all'incauto rimasto a stomaco vuoto, marito o figliolo che fosse, ch'aveva facoltà di evocare con affetto alla medesima maniera, essendo il vocativo invariabile sia declinato al modo filiale, sia al modo coniugale. Allorché l'arrotondamento del ventre raggiunse quel grado che s'associa, nei ponderosi manuali della disciplina ostetrica, al mese quinto della gestazione, moglie e marito si presentarono, come prassi richiede, dal ginecologo di fiducia, già in positivo, e più volte, sperimentato, come senz'altro fino a qui intuito. Il momento della verità: o maschio, ancora? o femmina alfine. Fu allora che l'ecografo, per bocca del medico, emise il suo verdetto inappellabile quanto il terzo grado di giudizio, che è l'ultimo e definitivo previsto dai costituenti. "... come vedete qui...", "Qui dove?", "Ma qui, qui", corroborava la parola il dottore con l'immediatezza del gesto indicatore, "dove ci sono quelle forme allungate, le vedete?". Ai genitori, perplessi davanti alla babelica trama puntinata di linee curve intersecantisi, e pulsante d'un proprio simulato organo cardiaco di concerto colla creaturina scandagliata, esitanti in presenza del groviglio filamentoso, ansimante ed indecifrabile proiettato sul monitor, venne in soccorso la scienza del medico, che insisteva "... qui, queste sono le grandi labbra, perciò…". La mamma, con tutta evidenza più edotta del marito in quanto alle nomenclature anatomiche, si mise a ridere singhiozzando: rideva cioè e piangeva al contempo; e per quanto la posizione assunta per assoggettarsi alla sonda dell'oracolo ecografico le consentisse senza inficiarne il vaticinio, sussultava, come percorsa da una corrente, scossa da un fremito convulsivo. "Vedo che la signora ha già compreso: è una bimba. Una femminuccia. L'aspettavate dopo tre maschietti, non è forse così?". I genitori, in transizione verso il quarto, definitivo e più perfetto stadio dell'evoluzione della specie, vollero baciare le mani al ginecologo, che ne fu imbarazzato alquanto, in ragione innanzitutto del rispetto dovuto alla scienza! la quale osservava severa dai papiri e pergamene incorniciati e protetti da un vetro appesi alla parete. Una Bertolotti! Una nipotina Bertolotti! Un miracolo! Spostata sapientemente la sorgente di ultrasuoni, la macchina restituì la forma, intelligibile persino ai profani, d'una testina, una capoccetta tonda. Il visetto, che s'offriva di profilo, con la fronte altissima ed il nasino arricciato, sembrava scrutarli tutti, scienziato incluso, come nobildonna domina fiera con lo sguardo la plebaglia dei servi più accattoni e cenciosi da elevata finestra di palazzo signorile; siccome fosse sua degnazione venire al mondo per il tramite dell'umile condotto uterino materno. Divinava, ancora parzialmente formata ed allo stato proto umano del feto, una capricciosa esistenza principesca, in un castello sfornito di damigelle concorrenti da viziare. Pregustava il lucrativo monopolio delle attenzioni. Ma ci pensate? Una nipotina! Nonna Rosa non sapeva più dove mettersi dalla contentezza. Non stava più nella pelle. Incapace di decidersi se stare all'impiedi o seduta, da tanto che l'agitazione la scuoteva, si persuase alfine a risolvere i suoi dubbi ribadendo al marito, ad evitare fraintendimenti ché repetita iuvant, le sue inadeguatezze di sessatore di figli, e, transitivamente, di nipoti, non mancando però di segnalare al consorte come, al contrario, il figlio, il suo di lei è ovvio, mica del marito, lui sì! l'aveva fatta la figliola, la nipotina. T'é vedü el mè fiö? Non certo come l'Armando, stravaccato in poltrona a digerire lo spezzatino tutto il pomeriggio! Eh sì! Buono proprio quello lì! Sbatacchiato per bene il consorte, bastonato coi sillogismi, benché, bisogna dirlo in tutta onestà, claudicanti con riguardo ai demeriti maritali, l'indefettibile signora lo costrinse ad abbandonare il conforto della tivù e della poltrona, con correlate propaggini, obbligandolo a nuovo ad ascendere la perigliosa versione armandesca del monte Calvario, cogl'inciampi connaturati sui gradini delle mercerie del malcapitato carico di pacchi e pacchetti, arrangiamento profano e casereccio dell'incespicare del Cristo, curvato dal peso della croce, alle stazioni.
  24. Alexmusic

    Atarassia

    «Sì, sì ho capito, certo che ho capito, ammiraglio: la responsabilità è mia e mia soltanto. Di chi altri dovrebbe essere? Va bene, va bene, non aggiunga altro: la terrò informato... Tra quanto? Questione di minuti, si tenga pronto.» L'uomo poggiò con un gesto secco e nervoso la cornetta del telefono sul ricevitore e si passò entrambe le mani tra i capelli castani, che cominciavano a ingrigirsi intorno alle tempie. Abbassò lo sguardo sulla scrivania, per poi rialzarlo a osservare alla sua sinistra una foto incorniciata, che lo ritraeva insieme alla moglie e ai suoi due splendidi bambini su una spiaggia della Toscana: era stata scattata l'estate precedente e alle loro spalle si poteva scorgere il sole tuffarsi nel mare al tramonto. Già, il mare... Come era possibile che qualcosa di così bello, di così puro, di così immenso potesse anche essere la causa di tanto dolore? Smise di guardare la foto e puntò gli occhi dritto davanti a sé, dove un distinto e anziano signore, in un impeccabile vestito scuro, lo fissava seduto in silenzio: aveva ascoltato tutta la telefonata senza batter ciglio e anche ora sembrava non avesse alcuna intenzione di aprir bocca. Toccava dunque a lui parlare per primo, ma proprio non sapeva da dove cominciare. Spostò all'indietro la propria sedia e con quattro passi si avvicinò alla finestra, scostando un po' le tende per guardare fuori: era già quasi buio e le prime luci iniziavano a illuminare le strade della Capitale. Il giorno dopo tutto sarebbe stato diverso, tutto sarebbe cambiato. «Me la ripeta ancora, professore: ne ho bisogno.» L'anziano signore non si era mosso, seguendolo solo con lo sguardo e continuando a tenere le mani sulla vetusta cartella di cuoio consunto che teneva appoggiata sulle ginocchia. «Che cosa le dovrei ripetere, signor primo ministro?» Il suo interlocutore smise di guardare fuori dalla finestra e si girò verso di lui con un sorriso bonario: « Primo ministro? Perché non mi chiama semplicemente Alberti, come ha sempre fatto fin dai tempi del liceo? Anzi, mi pare di ricordare che una volta si rivolse a me con il mio nome di battesimo...» «E' vero, ma accadde subito dopo che lei aveva superato l'esame di maturità: non era più un mio allievo e quindi potevo permettermi una maggiore confidenza.» «Già, mi chiamò Claudio quel giorno, ma sempre dandomi del lei, come aveva fatto fin dal primo giorno di scuola con tutti noi ragazzi del resto: non sa quanto ci pareva strano che qualcuno si rivolgesse a dei sedicenni con il lei. » «Era un modo per responsabilizzarvi, per farvi crescere più in fretta, e mi pare che almeno nel suo caso abbia funzionato. Ma ora mi dica: cosa le dovrei ripetere?» Il primo ministro lasciò la finestra e tornò a sedersi dietro la scrivania, appoggiando le spalle allo schienale e le mani sui braccioli: «Vorrei che lei mi ripetesse la questione dell'atarassia, il fulcro della filosofia stoica.» «Lei era uno dei miei allievi migliori, una delle menti più brillanti, credo che si ricordi benissimo la materia.» «Sì, ma ho bisogno di sentirla dalla sua voce, se non le spiace.» Il professore tirò un lungo respiro, guardandolo con gli occhi di un padre che vede un figlio in difficoltà e che sa di non avere i mezzi per poterlo aiutare, se non con poche parole di conforto. Tolse la borsa di cuoio dalle ginocchia, l'appoggiò ai piedi della sedia alla propria destra e intrecciò le dita delle mani sotto al mento. «L'atarassia è un termine greco, che significa distacco dai sentimenti. Non va confuso con quella che in Italiano chiamiamo apatia, termine a cui attribuiamo un significato negativo, quasi fosse una sorta di pigrizia. L'apatico insomma è un qualcuno che non è in grado di provare sensazioni. Il saggio che raggiunge l'atarassia invece è colui che per sua libera scelta, e non senza sforzo, decide di distaccarsi dai sentimenti, sia quelli positivi, sia quelli negativi.» «Ed è una buona cosa questa?» lo interruppe il primo ministro «Voglio dire il decidere di non voler provare sentimenti?» «Per gli uomini cosiddetti “comuni” forse non lo è; ma per gli uomini di potere direi non solo che lo è, ma che è addirittura un obiettivo imprescindibile da raggiungere. Perché vede, caro Alberti, per fare il bene non solo prima di tutto è necessario conoscerlo, è anche indispensabile essere del tutto razionali e calcolatori. Bisogna, per esempio, avere il sangue freddo di sacrificare una o più vite, se questo dovesse servire a salvarne molte di più. » L'allievo sapeva bene a cosa si riferisse in quel momento il maestro e lo fissò dritto nei suoi occhi azzurri, soffermandosi a osservare i suoi folti capelli bianchi, pettinati all'indietro, nemmeno uno dei quali in più di trent'anni aveva mai visto fuori posto. Provò a sorprenderlo con una domanda a bruciapelo, di quelle che da studente lui aveva dovuto più volte affrontare: «Lei ha mai raggiunto l'atarassia, professore?» L'anziano non parve affatto sorpreso, non si scompose e gli regalò uno dei suoi rari sorrisi. «Io? E perché mai avrei dovuto? Sono solo un insegnante... Anzi, lo ero: adesso, cedendo alle sue gentili insistenze, ho abbandonato la mia vita da pensionato, per farle da consigliere. Non sono un uomo di potere, come...» «Come me?» «Precisamente. Come lei.» I due uomini si guardarono a lungo in silenzio, cercando di intuire l'uno i pensieri dell'altro. Non ce n'era bisogno, in realtà: si conoscevano da troppo tempo per riuscire a nascondersi qualcosa. Il primo ministro si alzò dalla sedia e gli allungò la mano per congedarlo. «La ringrazio, professore. Ora però è meglio che lei se ne vada: la storia deve registrare che lei non era in questo ufficio, quando ho fatto la telefonata che sto per fare.» Il consigliere si alzò a sua volta, afferrando la cartella di cuoio con la sinistra, per poter stringere con la destra la mano al suo ex studente. «Sono io che ringrazio lei per questa cortesia, ma, prima che con la storia, so di dover fare i conti con la mia coscienza, e questa mi dice che qualsiasi decisione lei prenderà sarà quella giusta.» Non aggiunse altro: a una certa età, atarassia o meno, diventa difficile controllare le proprie emozioni e il vecchio sentiva che gli occhi stavano diventando umidi. Si voltò, raggiunse la porta, l'aprì con delicatezza e con lo stesso garbo la richiuse alle proprie spalle. Il primo ministro, rimasto solo, ripassò nella sua mente la situazione. Il Paese era sull'orlo della guerra civile. Attentati terroristici e atti di violenza erano all'ordine del giorno e alcune zone del territorio erano ormai del tutto fuori controllo, in mano a bande paramilitari che le gestivano a proprio piacimento. Le forze dell'ordine avevano quasi gettato la spugna e ormai anche l'esercito, pur con il rientro di tutte le missioni all'estero, non pareva in grado di fronteggiare la situazione. Non aveva scelta. Sollevò di nuovo la cornetta e ordinò alla propria segretaria di rimetterlo in contatto con il capo di stato maggiore della marina. «Pronto? Sì, ammiraglio, sono sempre io. Proceda come stabilito.» Dall'altro capo del filo arrivò una richiesta di conferma. «Sì, ammiraglio, glielo ho già detto prima e non intendo ripeterlo ancora: mi assumo tutte le responsabilità. Questa conversazione è registrata ed è agli atti.» Dopo pochi secondi, più di cinquecento miglia più a sud, appena sotto la superficie del mare due scie bianche parallele puntarono veloci verso la fiancata di un peschereccio stracolmo di esseri umani, nessuno dei quali fu in grado di capire cosa stesse per raggiungerli, finché due enormi palle di fuoco non segnarono la fine della loro disperazione. Il primo ministro rimase con il telefono in mano ad aspettare due parole, “ordine eseguito”; poi, questa volta con una calma e una lentezza surreali, appoggiò la cornetta. Guardò di nuovo la foto della moglie e dei figli e la girò a faccia in giù sul piano della scrivania, prendendosi la testa tra le mani.
  25. Giovanna23

    Notturno

    Ero andato in un bosco. Stavo lì, in quella radura circondata da alberi; il cielo ero nero. Era davvero scuro. Andai verso sinistra rispetto a un grosso masso, perché sapevo che c’erano delle ragazze che stavano facendo camping. Così guardai il cielo ed era stellato. Pieno di stelle che riflettevano la luce intensa sulle foglie degli alberi. La luna però era quasi rossa, come il mio sangue. Così camminai per un po’, fino a giungere molto vicino alle voci. Le voci delle ragazze. “Sono giovani”, pensai. Sentii un lupo, ma forse era il cane di un qualche pastore o di un esploratore. Un vecchio montanaro o un contadino salito troppo in cima. La montagna era un posto per froci. Però a me piaceva addentrarmi dentro quelle foreste e vedere i picchi smussati delle montagne. Poco prima di giungere a quella radura e di udire le donne, mentre salivo con l’auto, mi era passato davanti un gruppo di caprioli, e c’era anche un cervo. A mano a mano che mi avvicinavo udivo le voci delle giovani, e mi si alzò il cazzo. Però non era duro; era un po’ su ma anche un po’ morbido. Come quando non senti distintamente l’eccitazione, ma sei a metà e fatichi a focalizzare il buco della figa nella tua testa. Così andai un po’ in esplorazione cercando di avvicinarmi ancora, per quanto fossi già nei pressi. A un certo punto mi riparai dietro il grosso tronco di un albero. Presi in mano il cazzo, ma avevo deciso di non masturbarmi poiché avrei perso la possibilità di far l’amore. Loro erano attorno a un fuoco; non ricordo cosa stessero facendo, ma avevano occhi vispi e intenti a fissare le fiamme che si liberavano. La terza da sinistra rispetto alla mia postazione aveva degli occhiali un po’ brutti. Non neri e alla moda, ma color metallo. Così passarono trentacinque minuti ed ero sempre lì con un’erezione nei pantaloni. Però mi ero messo a pensare. Pensavo al motivo per cui stavo facendo tutto quello. Poi cadde un breve silenzio nel gruppo e qualche istante più tardi le ragazze si rifugiarono dentro una tenda a casetta. Il fuoco l’avevano lasciato acceso. Mi misi a pensare alla gente che mi aveva circondato per tutta la vita. Lasciai trascorrere altri quaranta minuti, il tempo non passava mai. Mi misi a sbuffare e a guardare il cielo. Alle due del mattino mi avvicinai all’entrata della tenda. Mi tolsi le scarpe e le appoggiai sull’uscio, di fianco a un picchetto. Entrai, mi avvicinai alla ragazza con gli occhiali, le appoggiai la bocca aperta sul collo e affondai leggermente i denti; lei si mosse nel sonno, ma non si svegliò. Lasciai la bocca appoggiata per qualche minuto, sentendo i canini pulsare, poi uscii dalla tenda, misi le scarpe e me ne andai.
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