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Trovato 17 risultati

  1. Mari

    Rosa e Viola [capitolo 4]

    Commento Capitolo 1 capitolo 2 capitolo 3 Gli spiego dove spostare i vasi e le fioriere, gli mostro le zone che deve pulire e lo lascio al lavoro. Torno alle mie telefonate, ma non riesco a fare a meno di guardarlo mentre si sforza per spostare quei vasi enormi e li dispone con precisione dove gli ho indicato. Fa caldo e dopo un paio d'ore faccio portare dalla donna di servizio da bere ai due operai che stanno lavorando in giardino mentre io mi occupo di portarlo a Valerio. È accaldato e si sta asciugando il sudore del viso con la maglietta scoprendo degli addominali molto sexy e, senza rendermene conto, mi perdo a guardare gli obliqui che scendono verso il basso, scompaiono nei jeans leggermente abbassati fino a scoprire parte alta dell'anca e lasciano intravedere l'elastico dei boxer. Deglutisco, mi ridesto dalla trance, lievemente accaldata a mia volta e lo invito a entrare a rinfrescarsi. Gli verso l'acqua nel bicchiere e lo guardo mentre beve, è molto affascinante, ha dei lineamenti decisi, un po' ruvidi, ma molto regolari: potrebbe fare il modello senza problemi e ha due occhi di un castano talmente chiaro da sembrare verde con il riflesso del sole. Ah, se solo non fossi sposata... be', in effetti non devo certo correttezza a quel bastardo. Potrei anche divertirmici un po', ne ho tutto il diritto. Mi avvicino per versargli dell'altra acqua reggendo con una mano la sua che tiene il bicchiere, lo sento irrigidirsi al contatto, forse lo intimorisco, compiaciuta, torno a distanza di sicurezza posando la caraffa dell'acqua sul tavolino. Percepisco la tensione elettrostatica nell'aria, l'attrazione è reciproca, una donna lo sente sempre. Verso l’una ritorna il furgone per prendere gli operai che nel frattempo hanno finito il lavoro nel giardino e mi accordo con il titolare rassicurandolo che poi farò riaccompagnare io Valerio a casa, una volta finito il lavoro e che domani resterà ancora da noi a terminare. Vanno via tutti e restiamo finalmente soli. Vorrei tentare un approccio subito, ma mi sembra una persona riservata, credo sia più prudente tergiversare un po'. Gli offro un panino che insiste per consumare sul terrazzo e non in sala da pranzo dove avevo fatto apparecchiare anche per lui. Credo che la casa lo metta in soggezione. Gli porto fuori il caffè e mi siedo su una fioriera a berlo con lui. Parliamo e mi racconta della moglie che è senza lavoro e del suo piccolo Matteo che va all'asilo, mentre parla di lui gli si illuminano gli occhi e mi mostra il suo sorriso più dolce. Mi sento in colpa al pensiero di quello che vorrei fare, ma lui mi piace veramente tanto. Andrò all'inferno, ma voglio averlo a tutti i costi e credo che l'avrò. Accarezzo con un dito il bordo della tazzina del caffè, con noncuranza, come se accarezzassi lui e noto che, con lo sguardo, segue il movimento e si umetta le labbra. Decido di battere il ferro finché è caldo e mi avvicino un po' di più e, senza dare importanza al movimento, avvicino la mia gamba alla sua. Il contatto mi eccita e credo che faccia effetto anche a lui perché si sposta un po' e cambia posizione di continuo, ma non stacca il contatto. Mi allontano di colpo e lo sento sospirare, me ne vado ancheggiando sui tacchi alti, lo so che mi sta fissando il sedere, è quello che voglio. Una volta dentro, protetta dall'oscurità dell'interno, lo guardo mentre scuote la testa come per schiarirsi le idee, si ravviva i capelli emette un grosso respiro e ricomincia a lavorare. Verso le sette lo faccio accompagnare dalla donna delle pulizie alla doccia di servizio, con un telo da bagno e un cambio di vestiti. Finita la doccia lo invito ad accomodarsi in giardino, sotto il gazebo; spero sia meno timoroso e si lasci un po' andare. Ha i capelli mossi e bagnati e il sole gli ha colorito il viso: da togliere il fiato! Parliamo ancora, gli racconto del mio disastroso matrimonio, di mille altre cose e ci troviamo a ridere di nulla come vecchi amici dopo nemmeno mezz'ora. Lo faccio riaccompagnare a casa da un taxi e gli do appuntamento per l'indomani mattina. Dopo aver portato Matteo all'asilo torno a casa, pulisco dappertutto e mi porto avanti con il pranzo e la cena. Faccio anche una torta con le uova di Sonia e le mele che mi ha portato a casa Valerio. Sprizzo energia e positività da tutti i pori e non vedo l'ora che arrivi stasera, cercherò di mettere a letto il piccolo presto, è troppo tempo che non stiamo insieme come si deve. Mille immagini di noi due in camera da letto mi mettono caldo, sì è decisamente troppo tempo che non facciamo l'amore, dobbiamo per forza rimediare e questa sera sarà la sera buona. Canticchio mentre metto a posto i giochi nella camera di Matteo. Nel pomeriggio mi faccio una bella doccia e mi prendo un po' cura di me, ne ho bisogno, ho un aspetto orribile, non ricordo nemmeno l'ultima volta che mi sono depilata. Mio Dio, ma quand'è che ho smesso di essere una donna? Non importa, stasera recupero alla grande! Non riesco a non stare in ansia per Valerio, chissà come sarà agitato per il suo primo giorno del nuovo lavoro, speriamo gli vada tutto liscio, si merita un po' di serenità. Verso le sette non è ancora tornato, sono molto preoccupata. Do la cena a Matteo e cerco di anticipare il bagnetto e il solito rituale della fiaba nella speranza che poi si addormenti presto. Finalmente sento la chiave nella serratura, gli corro in contro e lo abbraccio, è pulito e profumato, non sembra nemmeno che abbia lavorato e indossa abiti non suoi, la cosa mi sembra un po’ strana. - Amore, com'è andata? - Bene direi. - Come sei bello profumato! - Ho fatto la doccia al lavoro. Il titolare mi ha prestato questi abiti: ero in una condizione terribile. - Racconta: com’è il lavoro? - Mi piace molto. Ho sistemato un giardino e un terrazzo in una villa pazzesca, quel terrazzo è più grande di casa nostra! - Eh, buon per loro. Ti hanno trattato bene? Hai mangiato a pranzo? - Sì, ho mangiato un panino. Però adesso ho fame di nuovo: c'è un profumino! Mangiamo quasi in silenzio per non rischiare di svegliare Matteo che appena lo ha visto lo ha salutato e poi è crollato. Non lavo nemmeno i piatti, ci guardiamo per qualche istante e poi, per mano, ci dirigiamo verso la camera da letto, finalmente! - Non sei troppo stanco? - Non sono mai troppo stanco per quello, Viola! Ridiamo sottovoce e cominciamo a spogliarci. Anche lui ha voglia quanto me di stare un po' insieme. Sono settimane che non ci sfioriamo nemmeno. Siamo persi l'uno tra le braccia dell'altra e la temperatura sale velocemente, le sue mani mi cercano e le mie cercano lui. Tutto è perfetto, ma Mattia decide di svegliarsi proprio ora e ci sta chiamando dalla sua cameretta. Impreco tra me e me e mi rivesto in fretta. Vado da lui sperando di riuscire ad addormentarlo subito, ma non c'è nulla da fare: ha avuto un incubo e sta piangendo sconsolato. Lo prendo in braccio per calmarlo e mi chiede di poter dormire con noi: addio nottata bollente! Torno di là, Valerio sorride e gli fa spazio. Dopo qualche minuto, li sento russare entrambi... non male come seratina. La sveglia sembra suonare dopo pochi minuti, ma in realtà abbiamo dormito tutta la notte senza mai svegliarci. Lui si prepara per andare al lavoro e io a passare un'altra giornata come tutte le altre. Non ho quasi chiuso occhio stanotte. Lorenzo è rientrato alle due e mezza, ho evitato di parlare con lui facendo finta di dormire: Ho passato tutta la notte a pensare al mio matrimonio che sta fallendo e alla mia vita. Ho anche pensato a Valerio, a lungo: non mi era mai successo di provare un'attrazione del genere per uno sconosciuto prima d'ora. Mi dispiace solo che sia sposato, ma in fondo perché dovrei dispiacermene? Qualcuna delle sgualdrine con cui è stato mio marito si è mai fatta scrupoli per me? Se cederà alle mie avance, e lo farà di certo, vuol dire che il suo matrimonio non è poi così felice come dice che sia. Non ho forse diritto anch'io di qualcuno che mi desideri e a un po' di gioia. Fingo di dormire anche quando Lorenzo si alza per andare al lavoro. Mi alzo solo quando lo sento uscire con la macchina dal vialetto. Faccio la doccia e mi preparo, tra poco arriverà Valerio. Puntuale come mi aspettavo, eccolo che suona al citofono, gli apro e gli vado incontro. Indosso un top attillato e un paio di leggings bianchi che con i sandali con il tacco alto trovo che mi stiano d'incanto, messa così potrei svegliare anche un morto. - Buongiorno Signora Graci. - Buongiorno Valerio, ma chiamami Rosa, per favore. Ho parlato con il tuo capo: sarai mio per qualche giorno - rido e spero colga l'allusione. Arrossisce leggermente: credo l'abbia colta. - Cosa devo fare oggi? Il terrazzo mi sembra a posto. - Sì, lo è. Aspettiamo che mi portino i tavoli e poi mi aiuterai a disporli, dovrebbero consegnarmeli in giornata. Come te la cavi con le piccole riparazioni? - Dipende, di cosa si tratta? - Una persiana al piano di sopra non mi si chiude bene, potresti dare un'occhiata? - Volentieri, fammi strada. Lo accompagno di sopra, in camera da letto: adesso o mai più. Lui armeggia un po' con la cerniera della persiana e mi dice che ha solo bisogno di una lubrificata e torna nuova. Mi avvicino e gli metto una mano sul bicipite, lui si volta di scatto e mi guarda con gli occhi sbarrati: credo abbia capito cosa sta per accadere. Sta per dire qualcosa, ma io lo anticipo mettendogli un dito sulle labbra. Anche lui prova attrazione per me, è palese, allarga le narici per respirare e serra la mandibola. Deglutisco e avvicino il viso al suo. Aspetto un cenno, un invito, un diniego, qualsiasi cosa, ma lui resta immobile. Ormai le nostre labbra sono quasi a contatto, aspetto ancora, sento il suo respiro sul viso e perdo lucidità: voglio solo sentire che sapore ha la sua bocca. Lui mi fissa, non accenna né ad avvicinarsi né ad allontanarsi, sembra impietrito. Mi decido: annullo la piccola distanza e appoggio le mie labbra alle sue.
  2. Mari

    Rosa e Viola [capitolo 3]

    Commento Mi sveglio con un mal di testa ferocissimo, nemmeno mi ricordo di esserci andata a letto. Lorenzo sta dormendo accanto a me. Dalla persiana entra un unico fascio di luce e mi arriva direttamente negli occhi, la testa mi pulsa e ho ancora voglia di vomitare. Mi tiro su a fatica e scendo dal letto. La testa mi gira, ma riesco ad arrivare in bagno, prendo un antidolorifico e mi caccio sotto la doccia. Mi sembra che la situazione stia migliorando leggermente, m'infilo l'accappatoio e torno in camera dove trovo Lorenzo sveglio, seduto sul letto. - Buongiorno Rosa. Fatto bagordi ieri sera? - Ti prego: abbassa la voce, ho un terrificante mal di testa. - Ci credo! Ti ho trovata svenuta in bagno quando sono rientrato. Sei uscita con le tue amiche della parrocchia? - Il tuo sarcasmo è fuori luogo, Lorenzo. Improvvisamente mi ricordo della sera prima, della telefonata a Matilde e le conclusioni a cui ero arrivata. La bile mi risale fino in gola - E tu? La tua riunione di lavoro è andata bene? - Come vuoi che sia andata, era una riunione. - Il tuo socio che ne pensa? - È stata una scocciatura anche per lui. Ma che c'entra? Dimmi dove sei stata a bere fino a stare male. - Di sicuro ho avuto le mie buone ragioni – sibilo tra i denti. Prendo un respiro profondo per dominare la nausea e proseguo: - È la tua segretaria? No, ti prego: dimmi che non è quella sciacquetta della tua segretaria! - Non so di cosa tu stia parlando. Prendi un calmante e torna a letto che ne hai bisogno. - Lorenzo, ma pensi davvero che io sia così scema da non accorgermi che mi stai tradendo un'altra volta? Mi credi così stupida? - Rosa ora mi stai stancando con la tua paranoia, non sono andata a letto con la mia segretaria: sei soddisfatta? - Ma con qualcun altro sì, però, questa è una certezza perché Matilda mi ha detto che non c'era nessuna riunione di lavoro, quindi vai a prendere in giro qualcun altro. Comunque non ho voglia di litigare, quindi puoi anche tornare da lei e non disturbarti a tornare a casa stasera. Nel giro di qualche giorno riceverai la tua roba se mi dai il tuo nuovo indirizzo: è finita Lorenzo. - Tu davvero pensi che ti lasci la casa e tutto il resto? Tu senza di me non sopravvivresti un minuto, non hai nulla, dipendi da me in tutto, non sai nemmeno pisciare senza il mio aiuto. Quindi ora piantala di rompermi i coglioni e fatti passare questa sbronza del cazzo: sei patetica. Patetica... certo io sarei la patetica mogliettina tradita che dipende dal marito. Purtroppo questa frase brucia perché è vera. Maledetto bastardo: ho lasciato il mio posto da dirigente di una grossa azienda pubblica perché lui me lo ha chiesto, lo ha fatto per assoggettarmi. non avrei dovuto permetterglielo, sono stata una sciocca. Io non ho nulla: è tutto suo e se lo lasciassi non vedrei un euro per via dell’accordo prematrimoniale, miserabile! E io che gli ho dato tutta la mia vita. Mi viene da piangere, ma non gli voglio dare anche questa soddisfazione. Mi vesto in silenzio e lo lascio in camera senza aggiungere altro. Dopo mezz'ora scende anche lui, pronto per uscire per andare al lavoro. - Che non si debba più tornare su questo argomento, per favore! - Come preferisci - gli dico seccamente e cambio locale. Lui mi segue e francamente non vorrei lo facesse perché avrei voglia di litigare ma credo che sarebbe inutile farlo arrabbiare, tanto non ho via di uscita a meno di rinunciare a tutto per fare una vita di miseria come quella donna del metrò: Madonna che orrore! - Visto che ormai sai che esco con qualcuno, meglio: almeno non devo raccontarti balle. Comunque oggi resta a casa perché arriva la squadra per sistemare il giardino. Controlla che non facciano danni, per favore. - Agli ordini - sibilo tra i denti. - E stasera torno tardi: gradirei che non mi facessi il terzo grado. - Per me puoi anche morire. Non lo vedo nemmeno arrivare lo schiaffo, ma sento il bruciore sul viso. Barcollo e a stento riesco a restare in piedi. - Bravo, adesso mi metti anche le mani addosso! - singhiozzo tra le lacrime, non mi ha fatto certo più male di sapere del tradimento, ma è un affronto che non posso sopportare. Lui è dispiaciuto e mi si avvicina per scusarsi, ma io mi scanso d'istinto. - Ehi, scusami, non volevo colpirti. Ho perso la pazienza. Dai stasera torno a casa e ti porto fuori a cena, vuoi? - Non occorre, davvero. Fai come preferisci. Ora scusami, ma ho da fare. Mi allontano giusto in tempo per non farmi vedere a pezzi. Appena sento sbattere la porta d'ingresso torno in cucina e metto del ghiaccio sulla guancia che mi pulsa ancora. Non posso farmi trovare così dagli estranei. La guancia mi fa male ed è un po' arrossata, nulla di difficile da coprire con un po' di fondotinta, ma per la ferita dell'orgoglio non c’è make up a sufficienza. Mi sono appena ricomposta quando suonano al cancello. Guardo dal videocitofono e vedo un furgone, dannazione speravo non arrivassero. Apro e mi appresto a uscire per vedere cosa devono fare. Mi verrebbe voglia di cacciarli solo per fare un dispetto a Lorenzo, bastardo maledetto! Non lo farò, non è giusto che paghino loro per colpe che non hanno. Saluto il titolare del vivaio, mi spiega che ha accompagnato i dipendenti e che sanno già cosa fare, quindi gli riapro il cancello e torno in casa. Li guardo per qualche minuto dalla finestra sono in tre, due dei quali sono anche vecchiotti, solo uno sembra sulla trentina ed è anche un bell'uomo. Torno a farmi gli affari miei, ho delle telefonate da fare per organizzare un evento per la raccolta di fondi per l'ospedale pediatrico e mi viene un'illuminazione: faremo la cena qui sul nostro terrazzo, so quanto odia le feste di beneficenza, sarà un piacere contrariarlo. Contatto il catering e inizio a organizzare tutto. Lascio un messaggio alla segretaria di Lorenzo per informarlo della mia decisione e la sensazione che provo è magnifica. Devo mettermi subito all'opera per sistemare il terrazzo, ho solo due settimane. Mi affaccio e chiamo gli operai: - Scusatemi, uno di voi potrebbe venire su a darmi una mano? Li vedo confabulare e poi quello più giovane si avvicina alla porta finestra che dà sul giardino. Si pulisce diligentemente gli scarponi da lavoro e poi lo vedo titubare. Gli vado incontro e gli dico: - Vieni, non preoccuparti, c'è chi pulirà. - È che non so se sono autorizzato a entrare in casa sua, signora. Il capo ci ha detto di sistemare fuori e di non entrare in casa per nessuna ragione. - Capisco, aspetta che sento il tuo capo, hai ragione, potresti avere dei guai. Come ti chiami? - Valerio, tra l'altro è il mio primo giorno. - Tranquillo non ti faccio perdere il posto. - Salve sono la Signora Graci. Dall'altra parte, il titolare mi risponde un po' allarmato: - Salve signora, ci sono problemi con i miei ragazzi? - No, nessun problema, anzi. Avrei bisogno che uno dei vostri operai facesse dei lavori sulla terrazza, mio marito non avrà nulla in contrario a pagare le ore in più. Credo che le ruberò il Signor Valerio per un paio di giornate, se non è un problema. - Credo che Jussef e Mirko abbiano più esperienza, ma decida pure come preferisce. - Credo che Valerio andrà benissimo, grazie mille. Riattacco e gli sorrido, si è incantato a guadare l'arredamento del salone: in effetti può sembrare imponente a prima vista. - Seguimi, ti mostro cosa vorrei che facessi.
  3. Mari

    Rosa e Viola [Capitolo 1]

    Commento CAPITOLO 1 Ho avuto una pessima giornata. La manicure mi ha tagliato troppo le unghie, il sarto ha sbagliato le misure del tailleur e il parrucchiere mi ha fatto una piega orrenda, potrebbe una giornata andare più storta di così? Sì, perché devo prendere il metrò per tornare a casa invece del taxi visto che ho lasciato a casa la carta di credito e ho finito i contanti. Odio la metropolitana: è sporca, puzza ed è sempre troppo affollata. Compro un biglietto all'edicola, insieme a qualche rivista di moda, al limite le userò per non sporcarmi la gonna sul sedile sudicio. Mi incanto a guardare un tabellone che pubblicizza un profumo da uomo, ispira voglia di comprarlo solo a vederne la pubblicità. Dio come sta diventando questa città, ci sono barboni dappertutto, meglio tenermi stretta la borsa, se non verrò scippata sarà un miracolo! Mi metterò ad aspettare qui vicino al muro, non potrei mai stare vicino alla linea gialla, con tutti i pazzi che girano. Il display dice che fra tre minuti arriverà il treno, che incubo, ancora tre minuti. Ho avuto una pessima giornata. L'ho passata tra un'agenzia interinale e l'altra ricevendo sempre la stessa risposta: "le faremo sapere". Non mi resta che tornare a casa e spiegare a mio marito che nemmeno oggi ho trovato lavoro. Spero che mi bastino le monete che ho in tasca per prendere il biglietto della metro...meno male ho quattro euro: che fortuna Viola, ti restano in tasca quei due euro che ti possono cambiare la serata... Dio che vita ingrata! Mentre ritiro il biglietto mi cade l'occhio su un senzatetto avvolto in una coperta sporca e consumata, seduto sul pavimento con la schiena appoggiata a un cartellone che fa pubblicità di un profumo che ritrae modello bellissimo: un contrasto notevole tra le due figure. Gli passo accanto e vedo il suo sguardo perso nel vuoto, il viso segnato dal freddo e dalla fame, non ce la faccio a passare oltre: gli lascio, nel cappello che ha accanto, la moneta da due euro che mi è rimasta: magari a lui davvero salverà la serata, di sicuro più che a me. Timbro il biglietto e passo il tornello, scendo le scale e guardo il display: fra tre minuti arriverà la metro. Sono combattuta tra la voglia di arrivare a casa dalla mia famiglia e quella di ritardare il rientro perché non ho nulla nel frigorifero: che metterò in tavola stasera? Ecco il treno. Aspetto che tutti salgano, non ho voglia di sgomitare per entrare. Meno male che la carrozza non è così affollata come temevo. Mi siedo in un sedile di quelli disposti lungo il finestrino centrale, tra le due porte. Accanto a me, a destra ho un posto vuoto, spero che rimanga tale fino all‘arrivo e dall'altra parte si è seduto un uomo dall'aspetto distinto. Mi è venuta un’emicrania pazzesca. Chiudo gli occhi un attimo, ma il terrore che qualcuno possa avvicinarsi è troppo forte per potermi rilassare. Faccio una panoramica generale degli altri frequentatori della carrozza. Due fidanzatini si sbaciucchiano un po' troppo sfacciatamente nei posti in fondo, sono incuranti di tutti e di tutto, non è un bello spettacolo da dare in pubblico. Poco più in là c'è una vecchietta che ha fatto fatica persino a salire sulla carrozza, è piena di borse della spesa e occupa due sedili. Gli altri sono tutti più o meno persi nel loro smartphone: io non ci penso nemmeno a tirare fuori dalla borsa il mio, in un posto tanto insidioso. Di fronte c'è una donna più o meno della mia età, mio Dio che taglio di capelli orribile, dovrebbero arrestare il suo parrucchiere per lesioni personali. Non si può vedere nemmeno il suo abbigliamento, roba dozzinale, però almeno ha accostato i colori con gusto. Quelle scarpe sono logore e fuori moda almeno da cinque anni: cielo, che orrore. Mi sta fissando un po' troppo intensamente, meglio che finga di leggere le mie riviste, non vorrei le venisse in mente di rivolgermi la parola: ho già visto troppe brutture oggi. Ecco il treno, faccio passare per prima una signora anziana piena di borse della spesa, almeno potrà sedersi, poi entro e mi siedo nel primo posto che trovo libero. Le porte fischiano chiudendosi e il treno riparte. Mi guardo intorno, la signora anziana ha trovato posto sia per lei che per la spesa, meno male. Poco più in là ci sono due ragazzini innamorati che si baciano. Che bella età la loro: si amano e non si preoccupano di altro che di dimostrarselo a vicenda. Godetevela finché potete! tutti gli altri sono presi con le loro cose, ognuno pensa ai fatti propri. Davanti a me c'è un uomo distinto e una donna bellissima: chissà se sono insieme, sarebbero una bella coppia, ma non si guardano nemmeno, mi sa che sono io che vedo coppie dappertutto. Lei ha una chioma bellissima, sembra uscita adesso dal parrucchiere, io non mi ricordo nemmeno l'ultima volta che ci sono andata dal parrucchiere... credo almeno sei mesi fa. Ha un vestito bellissimo, chiaro, molto attillato, le sta d'incanto, mette in risalto la sua figura senza renderla volgare. e quelle scarpe poi... credo costino più di quanto abbia speso io in scarpe da quando sono nata. Mamma mia quanto mi piacerebbe provare la sensazione di indossarne un paio del genere, almeno una volta nella vita, ma non mi capiterà mai. Vorrei sapere cosa si provi a vivere come quella gente, quella ricca intendo. Non vorrei avere chissà cosa, ma semplicemente non sentire più l'angoscia di non saper come fare la spesa e non avere più nel cassetto le bollette scadute da pagare, il patema di sapere che, se capitasse qualcosa di imprevisto, sarei con il culo per terra senza nessuno che mi possa aiutare. Ma Dio vede e provvede, sicuramente non vorrà che il mio piccolo Matteo patisca per colpa mia. Cazzo, mi sono incantata a guardare la signora e lei se ne è accorta, meglio che guardi altrove. Un’altra stazione e miei pensieri vagano. Non potrei mai fare la vita di quella poveraccia, sicuramente avrà difficoltà economiche e magari è pure sola come un cane, senza affetti, senza soddisfazioni, senza svaghi: mio Dio che vita vuota. La mia sì che è una vita come si deve. Posso permettermi quello che voglio, mio marito è un importante uomo d'affari che mi ricopre di regali: cosa desiderare di più dalla vita? Non ho mai dovuto lavorare in vita mia. Un’altra stazione e miei pensieri vagano. Come vorrei essere al suo posto. Bei vestiti, belle scarpe, niente preoccupazioni per l’avvenire. Credo che potrei abituarmi facilmente a vivere così, tra i negozi di lusso e i saloni di bellezza, tra le cene fuori e le serate con gli amici. No, ma chi voglio prendere in giro? Non riuscirei mai, mi basterebbe trovare un lavoro che mi garantisca un minimo di sicurezza, non chiederei di più, mi piace lavorare, darei qualunque cosa per un lavoro qualsiasi. Manca una stazione sola e potrò scendere da questo ricettacolo di infezioni. Sento prurito dappertutto, sa Dio cosa mi sono presa! Mi conviene avvicinarmi alla porta, non voglio rischiare di restare sulla carrozza un minuto di più, appena fuori chiamerò mio marito, spero possa venire a prendermi alla stazione, ho più di un chilometro da fare a piedi e non voglio rovinarmi le scarpe. Ho bisogno di una doccia, ma non sono l'unica a giudicare dall'odore che emana questa gente. Appena le porte si aprono mi proietto fuori, cammino sul lungo marciapiede che costeggia i binari cercando di non farmi urtare da nessuno, mi accodo sulla scala mobile: ancora pochi metri e sarò all'aria aperta. Verso metà scala vedo di nuovo la ragazza del metrò, sta salendo di buon passo la scalinata accanto, mi guarda ancora e sembra mi stia sorridendo. D'istinto le restituisco il sorriso, ma me ne pento subito, potrebbe aspettarmi in cima alla scala, con tutte le storie che si sentono. L'istinto me la fa sembrare buona e simpatica, ma le fregature si prendono dalle persone meno sospettabili, dopotutto. La testa riprende a martellarmi. Arrivo in cima e lei è già scomparsa, mi sfugge un sospiro di sollievo. Finalmente sono all'aria aperta. Manca una stazione sola. Penso alle parole da usare per dire a mio marito che non ho novità, mi pesa dover dipendere da lui in tutto, da lui che non ha un lavoro fisso e sicuro, che si arrangia a fare qualunque cosa gli capiti, che fa di tutto per mantenere decorosamente nostro figlio e me. Mi sento inutile e di peso per la famiglia. Scendo alla mia fermata, mi incammino veloce verso l'uscita. Faccio le scale quasi di corsa, ormai non vedo l'ora di andare a casa, di riprendere il mio piccolo Matteo che è dalla mia vicina di casa. A metà scala supero la signora distinta di poco fa, mi sembra una persona tanto buona e gentile, nonostante la sua aria di superiorità. Mi sembra quasi che mi stia sorridendo, chissà cosa penserà di una stracciona come me. Ma adesso corro verso l'uscita, respiro l'aria aperta e mi incammino verso il quartiere delle case popolari. Mi volto solo un istante e la vedo prendere la via opposta, certo, lei starà nei quartieri alti.
  4. Mari

    Rosa e Viola [Capitolo 2]

    Commento Ora mi sento più al sicuro e posso chiamare mio marito. - Ciao Lorenzo, sei ancora al lavoro? - Sì, ne avrò ancora per un bel po' - Ah accidenti! - Che succede, Rosa? - Nulla, speravo avessi finito. Sono fuori dalla metropolitana, speravo in tuo passaggio. - Perché non hai preso un taxi? - Lascia perdere, è una storia lunga. Non importa, andrò a casa a piedi. - Aspetta lì, ti mando un autista. Dammi dieci minuti per organizzare la cosa. - Grazie Lorenzo, ma stasera ceni a casa? L'ho sentito chiaramente sbuffare, non sopporta proprio quando sono insistente, ma mangiamo insieme così raramente che avevo sperato... - No, Rosa. Ho una riunione di lavoro molto importante con Daniele, non ti conviene aspettarmi alzata, ci vediamo domani. - Va bene, mangerò da sola anche stasera... - Non fare la lagna adesso, cazzo possibile che ogni volta mi fai le stesse menate... devo andare adesso. Aspetta all'incrocio dell'ufficio postale, che mando qualcuno a prenderti. Il click della chiusura mi impedisce di replicare e soprattutto di salutare. Mi irrita quando mi tratta con sufficienza, ma non posso certo fargliene una colpa, lavora sempre così tanto per darmi una vita agiata, dovrei essere più comprensiva; invece finisco sempre per irritarlo. Mi sposto verso l'incrocio indicato da Lorenzo e aspetto l'auto della ditta, un'altra cena in quella casa enorme, da sola. Vorrei avere qualcuno con cui parlare, quasi quasi chiamo la moglie di Daniele, sarà sola anche lei, potremmo andare a cena fuori. Almeno ci faremo compagnia. Sì, dopo la doccia la chiamerò senz'altro. Mi incammino verso casa, ho un bel pezzo di strada fare e sono anche un po' stanca, ma l'idea di andare a prendere Matteo mi dà energia. Sono solo due chilometri, ma i piedi mi fanno male, ci metto una buona mezz'ora ad arrivare a casa, ma finalmente eccomi. Entro dal portone e faccio i due piani di scala quasi di corsa: mi manca il mio piccolino, non lo vedo da stamattina quando l'ho lasciato all'asilo. Suono alla porta della mia vicina sperando che Matteo sia contento di vedermi e non sia arrabbiato con me per averlo lasciato da solo. Mi apre Sonia, sorridendo, mi dice: - Ciao Viola. Com'è andata? - Malissimo, grazie - le dico sconsolata. - Mi dispiace, ma vedrai che troverai qualcosa presto. - Speriamo! Matteo? Dov'è il mio brigante? - L'ha già preso Valerio mezz'ora fa. - È già tornato? Bene, allora credo sia meglio che vada anch'io. - Aspetta. Mia zia mi ha portato troppe uova e se ne vuoi qualcuna te le darei volentieri, altrimenti mi andranno a male. Ma non farci una torta per me come hai fatto l'ultima volta! - Ah grazie, accetto volentieri le tue uova. Non ho fatto in tempo a fare la spesa... - Bene, allora tieni cara. Domani devo tenerti ancora Matteo? È talmente carino che lo terrei sempre con me e va molto d'accordo con il mio Luca. - Sì, lo so, sono molto legati, domani sono a casa anch’io. Non so come ringraziarti, Sonia. - Ma scherzi? Tutte le volte che mi hai tenuto Luca... ci mancherebbe anche che tu mi ringrazi. Per me è un piacere averlo qui con noi. - Allora vado a casa a fare la cena. Grazie di tutto. Scendo al mio piano ed entro in casa. Il consueto e rassicurante disordine fatto di una miriade di pezzi di lego, palline e pupazzi di peluche in terra mi dà il benvenuto insieme a quel rassicurante profumo di casa che senti solo se stai via per un po’. Appena varco la soglia Matteo mi corre incontro e mi abbraccia urlando: - Mamma, finalmente, ma dove sei stata? Lo sai che ho giocato tutto il giolno con Luca a un gioco diveltentissimo? E la maestla oggi mi ha detto che ho fatto un disegno bellissimo, lo vuoi vedele? Domani posso andale ancola da Luca? Salta urla, non mi dà il tempo di rispondere. Lo guardo: è tutto accaldato con i capelli arruffati ed è scalzo, come al solito - Quante domande amore! Anche tu mi sei mancato tanto. Dove sono i calzini? Lui mi guarda con i suoi occhioni supplichevole mi dice: - Non lo so, ma plima c'elano, davvelo mamma! - Dai corri a metterteli, dov'è papà? - Ti sta facendo una solplesa, ma zitta che è un segleto – mi bisbiglia strizzando gli occhietti nel suo buffissimo modo per fare l’occhilino. - Uhm andiamo a vedere che combina papà, vieni! Allargo le braccia e con un salto mi si avvinghia con le gambette sottili alla vita: che sensazione di pace infinita! Vado verso la cucina mentre faccio il solletico a Matteo che urla e ride come un pazzo. Eccolo lì, il mio fantastico maritino alle prese con pentole e fornelli. - Che cosa cucini? - Amore! Bentornata. Com'è andata? - Fammi un'altra domanda, per favore. - Ah capito. Hai fame? - mi chiede con un sorriso enorme che mi lascia sempre senza respiro nonostante stiamo insieme da otto anni. - Un po', ma che cucini? In casa non c'era più nulla. - Ho lavorato ai mercati generali e mi hanno dato delle cassette di verdura che non sono riusciti a vendere e con quello che mi hanno pagato, ho comprato una bella bistecca per Matteo. - Dio che maritino d'oro che ho. - Ma non è finita. Siediti. Mi metto seduta con Matteo sulle ginocchia e lo guardo piena di speranza. - Allora: un mio amico mi ha detto che cercavano dei giardinieri al vivaio vicino ai mercati generali e... - E... - Sono passato da loro tornando a casa e mi hanno detto che mi prenderanno per un mese di prova! - Dio mio che bella notizia! Quando cominci? - Domani! Finalmente una bella notizia, mi ci voleva proprio oggi, dopo tutte le umiliazioni. Aiuto Valerio ad apparecchiare e taglio la carne al piccolo Mattia. Mangiamo e scherziamo tutta la sera: forse qualcosa comincia ad andare per il verso giusto. Dopo cena crolliamo tutti e tre sul divano. L'autista mi ha appena lasciata a casa, entro e butto le chiavi nel portaoggetti del tavolino di cristallo dell'ingresso. accendo la luce, e guardo la sterile e immacolata pulizia del salone. È una bella sensazione entrare in una casa pulita e ordinata. Certo, la donna di servizio è molto brava, è una casa molto grande, ma è sempre in ordine. C'è da dire che a parte qualche cena con gli amici, non ci stiamo quasi mai nemmeno a mangiare. Lorenzo c'è raramente e quando c'è di solito mangiamo fuori. Niente figli che sporcano e mettono in disordine tutto, niente rumori, niente di niente. Vado di sopra a fare una doccia, ho bisogno di levarmi quel senso di sporcizia che ho addosso. Appena fuori dalla doccia chiamo Matilde per invitarla a mangiare fuori mentre gli uomini lavorano e lì ricevo una bella batosta. Mi sta dicendo che suo marito è già a casa da un'ora e che non è a conoscenza di nessuna riunione importante. Chiudo la telefonata salutandola sbrigativamente. Un sospetto terrificante si affaccia nella mente: Lorenzo ha un'altra. Di nuovo. Mi aveva giurato che non sarebbe più successo, non avrei mai dovuto credergli. Non mi vesto nemmeno: ho bisogno di bere qualcosa: Cerco sul ripiano del carrello degli alcolici qualcosa di abbastanza forte per stordirmi un po'. Opto per la vodka. Uno, due, tre bicchierini... mi brucia la gola e lo stomaco: non mi sento affatto meglio. Dannazione quanto sei idiota Rosa: hai rinunciato a tutto e ti ripaga così, solo pensare a lui mi dà la nausea, ma forse è la vodka. Corro in bagno, per il nervoso e l'alcool ingerito a digiuno, vomito tutto, i drink, la mia rabbia e la mia vita. Mi accascio sul pavimento del bagno. Mi vortica tutto, credo che potrei morire per come mi sento: sono a pezzi moralmente e fisicamente. Vorrei alzarmi per stendermi sul divano, ma le gambe non mi reggerebbero. Come tutte le mattine mi sveglio presto, preparo la colazione a Valerio e Matteo e sveglio il piccolino con mille baci, lui protesta nel suo lettino. - Dai, pigrone! Vieni a fare la pipì e a lavarti. - Ma mamma, ho ancola sonno... - Lo so, ma dobbiamo andare all'asilo a fare un altro bellissimo disegno per la maestra. È letteralmente innamorato della sua maestra e solo l'idea di andare all'asilo lo sveglia del tutto. - Andiamo a salutare il papà che oggi comincia un nuovo lavoro? Lui è già pronto nell'ingresso, lo vedo che è un po' agitato: non è facile cominciare un lavoro nuovo tutte le volte, a forza di assunzioni e licenziamenti comincia a dubitare di essere valido per qualcosa. Speriamo che questo duri un po', solo Dio sa quanto abbiamo bisogno di uno stipendio fisso. Valerio prende in braccio il piccolo e lo sbaciucchia sul collo facendolo ridere e protestare e poi lo mette a terra - Svelto, fila a fare colazione, birbante. Ci vediamo stasera. Lui corre via e io posso salutare mio marito con calma. - In bocca al lupo, tesoro. - Ciao piccola. Mi bacia dolcemente e io lo stringo forte - Tu vedi di riposarti che ieri sera eri troppo stanca, ma avrei tanto voluto... - Zitto! Matteo ci sente - ridacchio come una scema, quando mi parla così mi fa ancora arrossire. - pensa al nuovo lavoro, adesso. - Ringrazia il cielo che c'è Matteo di là, altrimenti ti farei vedere io. Il suo sorriso disarmante mi stende, le gambe faticano a reggermi. Lo bacio mordicchiandogli il labbro, lui grugnisce e mi allontana. - Viola, vai via o al lavoro non ci vado più. Ti amo. - Anch'io ti amo. Esce e mi lascia lì, un po' eccitata e con un sorriso ebete in faccia.
  5. http://ultimapagina.net/forum/topic/817-naufragando-in-un-mare-di-parole-e-incomprensioni-seconda-parte/?do=findComment&comment=10135 Avrei voluto mi conoscesse davvero, cercando di capire la persona che sono diventata e come, da questa persona, non abbia nulla di cui vergognarsi. Invece i ricordi più vivi che ha di me sono quelli legati all'infanzia e l'adolescenza, insomma ad una vita e un mondo che non mi appartengono più, ammesso che l’abbiano mai fatto. Tuttavia l'ultima volta che sono stata in Italia non ho potuto fare a meno, prima di ripartire per il Belgio, di fare un giro nel paese in cui sono cresciuta, ripercorrendo quelle zone appartenute alla mia giovinezza. E lì, come provenienti da altre epoche, ho rivisto i miei fantasmi. Sono passato per via Morante, soffermandomi a lungo davanti al civico numero 16, mentre ragazzi ignari di aver di fronte una persona ospite di quella stessa casa molti anni addietro giocavano in un giardino ricco di aiuole ma privo di alberi. Ho proseguito il mio amarcord verso quel complesso di edifici, scuole e palestre dedicato alla memoria di Maria Montessori. Nonostante la lunga permanenza in quelle strutture, da studente timido e svogliato qual ero, dubito di aver lasciato particolari tracce di me a parte temi poco originali e disegni mal riusciti elaborati con linea chiara e colori tenui. Carta straccia priva di qualsiasi valore conservata, immagino, più che altro per dovere. Elementi a cui al massimo potranno aggiungersi vaghi ricordi di qualche insegnante prossimo alla pensione con buona memoria. Quindi ho fatto giro alla villa del paese, l’unica rimasta quasi come a quei tempi; poi la biblioteca, ormai ristrutturata, la piazza centrale, infine il teatro, custode delle mie ambizioni artistiche finché non mi resi conto di non aver nessun talento per frequentarlo in vesti diverse dal semplice spettatore. Luoghi di una vita che mi appartiene ma che, allo stesso tempo, non sento più mia. Nella casa di periferia, nascosto a quei ragazzi che ora vi abitano, ho ritrovato il bambino silenzioso e sfuggente che ero sempre stato, nella scuola l'adolescente timido e insoddisfatto bloccato in un liceo vissuto come una prigione, per le strade ho invece rivisto il ragazzo che vagabonda in crisi d'identità prima di diventare la donna che ricomincia a vivere. Fantasmi di un'altra epoca, di un altro me, a volte allegri, più spesso incerti, talaltre malinconici. che ancora girovagano per quei quartieri. Forse, dei tanti fantasmi in cui mi è sembrato di specchiarmi in quella interminabile passeggiata, solo gli ultimi mi han riconosciuto, trovando, sono certa, in quel che vedevano una speranza. Mentre il bambino sarà rimasto incredulo, sbigottito l'adolescente, dubbioso se quello che vedeva davanti a sé, quel che sarebbe diventato, fosse fonte di maggior preoccupazione o di speranza. Osservai a lungo la casa della mia infanzia. Ancora riconoscibile eppure, al tempo stesso, completamente diversa.Ai miei tempi la recinzione era una sgangherata rete metallica, macchiata di ruggine. Un cancelletto alto un metro vi si apriva cigolando. Ogni anno lo riverniciavamo di un colore diverso, rosso gli anni pari, grigio quelli dispari. Un sentiero, dal cancelletto a portone, divideva il giardino in due parti. Nella metà di destra piantava le sue radici un grande nespolo, a sinistra cresceva il pesco. D’inverno, quando papà accatastava a fianco del tronco i ciocchi per la stufa, riuscivo ad arrampicarmi sui rami del nespolo. Mentre non sono mai riuscito a scalare il pesco. Mi limitavo a starmene sdraiato protetto dalla sua ombra, disteso sopra un telo, passando così gran parte delle mie oziose estati, fatte di giorni troppo caldi e noiosi, aspettando che cadessero le pesche, per mangiarle o, più sporadicamente, per raccoglierle in una busta da vendersi ai vicini o al fruttivendolo. A farmi compagnia, nell'attesa del tonfo dei frutti caduti, una pila di fumetti e libri. Traslocammo quando la pratica per ottenere una casa popolare, avviata tanti anni prima, venne finalmente accolta. Forse su richiesta del vecchio proprietario, prima di trasferirci papà si assunse l’impegno di sradicare i due alberi. Il pesco finì trapiantato nella campagna appartenente ad uno dei nuovi vicini. L'albero di nespole invece non lo volle nessuno. Così decise di occuparsene un amico di famiglia. L’avrebbe sradicato, segato e fatto diventare legna da ardere, una fine non troppo diversa da quella della collinetta composta dai tanti ciocchi accatastati intorno al tronco dei mesi invernali. Con l'ausilio di una motosega l'amico di papà sfrondò prima i rami, e facendo attenzione affinché non cadesse verso le mura di casa segò il tronco, quindi con l'aiutò di una pala scavò il terriccio circostante e ne sradicò le radici. Io guardai tutte le operazioni affacciato alla finestra della stanza da letto dei miei, con le lacrime agli occhi. Anche mamma si fermò a guardare per qualche attimo, leggermente commossa. Si limito ad osservare come "le cose cambiano" e offrirmi un gelato, per consolarmi. Accettai il gelato, ma non bastò a fermare le lacrime. Papà ci guardò e scosse la testa, minacciandomi di smetterla, se non volevo prenderle. Non so da quando tempo l'albero fosse lì, so che per me c'era sempre stato. Quel che vedeva lui era un figlio deficiente che non capiva bene perché piangesse. Quel che vedeva la mamma erano gli undici anni di vita e di ricordi che quella casa aveva accumulato. Quel che vedevo io era la morte di un amico. Non ci comprendemmo allora, e non ci saremmo mai riusciti neanche in seguito.
  6. http://ultimapagina.net/forum/topic/778-i-giorni-del-cambiamento/?do=findComment&comment=10129 I Ogni mattino mi sveglio convinto di farcela ed invece, per un motivo o per un altro, rimando. Dieci giorni che sono qui, in questo piccolo centro della costa belga e ancora non ho concluso nulla. Pensare che ho attraversato mezza Europa per arrivarci. Alla mia età e con i miei reumatismi non era il caso di farsi tutti quei chilometri passando da un treno all’altro, sostando svariate ore in stazioni fredde e buie piene di gente poco raccomandabile, in attesa delle coincidenze, con la paura di fronte a chiunque si avvicinasse e il dubbio se mi stessero chiedendo una semplice informazione o tentando di minacciarmi, incapace come sono con qualunque lingua, compresa la mia. A stento conosco qualche parola di inglese e non è che mi sia servito a molto. Per fortuna, dovunque vai qualche italiano si trova sempre. Me la sono cavata chiedendo aiuto a loro e alla fine sono arrivato dove volevo. Non che intendessi trattenermi così a lungo. Giusto il tempo di rivedere una persona, quel che resta di quella che una volta era una famiglia felice. So che è qui. Lavora come barista in uno dei bar della riviera, vicino alla biblioteca. “Des folies” si chiama il bar, e io non so neanche cosa voglia dire. Ogni mattino ci passo vicino con l’intenzione di entrarci ma l’attimo in cui dovrei varcare quella dannata soglia ci ripenso, proseguo dritto fino alla biblioteca, quindi entro, mi siedo e faccio finta di leggere i quotidiani locali. Cosa che poi finisce anche per mettermi in imbarazzo. Perché, naturalmente, se ti vedono leggere giornali in lingua francese la gente pensa che tu conosca il francese, si avvicinano e fanno osservazioni, oppure chiedono cose che non riesco a capire. A volte annuisco, sperando che basti. Altre tento di rispondere in un inglese strascicato « I don’t understand », ma nessuno comprende, così come io non capisco loro. E pensare che qui un settore della biblioteca è dedicata ai libri italiani, anche se in realtà sono soprattutto autori stranieri tradotti in italiano. Insomma io ogni mattina mi sveglio apposta per entrare in quel dannatissimo bar, poi non ne trovo il coraggio, così proseguo per la biblioteca dove ci resto un’oretta buona a pensare e far finta di leggere, quindi torno in albergo o vado a farmi un giro in paese. Oppure ci vado davvero al bar, ma un altro, a prendermi un italian coffee che di italiano ha ben poco. La biblioteca e “Des folies” distano appena centro metri l’una dall’altro. Chissà, forse inconsciamente spero di incrociarla qui, questa persona, che magari ci entri per un servizio, per sfogliare le riviste, prendere un libro. Trovo il silenzio di questo luogo più rassicurante del caos di un bar della costa pieno di turisti. Ma finora non è mai accaduto e non è che possa aspettare in eterno. Sono già rimasto fin troppo in questo paese, e neanche avrei potuto permettermelo. II Guarda caso è nei giorni apparentemente meno idonei che trovi il coraggio di fare le cose. Mi sono svegliato di buon’ora anche oggi, il tempo era nuvoloso, così ho deciso di indossare l’impermeabile. Non faccio in tempo ad uscire dall’albergo ed ecco scendere giù un’ acquazzone, due passi ed ero già fradicio, eppure ho proseguito, immerso nei miei pensieri e nelle mie indecisioni. E, non so perché, il freddo pungente mi ha trasmesso serenità. Pensavo alla biblioteca, al fatto che, a furia di avere tra le mani giornali francesi forse iniziavo a capirne alcune parole, agli studenti che la frequentano, al personale che ci lavora e, che mia moglie in cielo mi perdoni, ad alcune belle donne che son solite frequentarla. Insomma, ero completamente assorto nei miei pensieri quando mi ritrovo, quasi senza accorgermene, a varcare la vetrata del “Des folies”. E finalmente, dopo quattordici giorni dal mio arrivo in Belgio, e dieci anni dall’ultima volta, la vedo. E finalmente, dopo quattordici giorni dal mio arrivo in Belgio, e dieci anni dall’ultima volta, la vedo. Di schiena, è china verso un cliente, la lunga treccia castana le accarezza un braccio scuro. Mi stupisce, non pensavo che ci si potesse abbronzare in Belgio. Si volta, una mano sorregge il vassoio, un lieve sorriso ravviva le labbra. Non è il rossetto chiaro, non l’ombretto azzurro che mi colpisce, quanto la delicatezza dei suoi passi, la femminilità dei suoi gesti. Talmente femminili che quasi stento a crederci che la persona che ho di fronte una volta era mio figlio. Già, era un maschio, e l’avevamo chiamato Christian. Oggi sembra una donna a tutti gli effetti e, da quanto ne so, si fa chiamare Christine. III È cambiato molto dall’ultima volta che l’ho visto. Oggi non sfigurerebbe in un concorso di miss. Quattordici anni fa mi sembrava poco meno di un uomo maldestro che tentava di travestirsi da donna per una festa di Carnevale. Insomma un pagliaccio, come lo definii, prima di cacciarlo di casa, quando mi chiese di accettarlo per come sentiva di essere e non per quello che la natura aveva scelto di farne. Gli dissi che, se avesse voluto, l’avrei aiutato a curarsi ma se aveva intenzione di recitare questa sua buffonata per tutta la vita potevamo anche dirci addio. Rispose di essere ormai adulto e libero di fare ciò che voleva, e sarebbe andato fino in fondo. “Allora non farti vedere mai più!” gridai, e così fece, mentre mia moglie era in lacrime, non saprei dire se per la sua scelta o la mia. Loro comunque si sono mantenute in contatto, si scrivevano alla vecchia maniera, lettere e foto spedite per posta. Non potevo certo impedirglielo. Era stato il nostro unico figlio e avevo preso da solo la decisione di cacciarlo. Mi vergognavo terribilmente di lui. Mi sarei vergognato meno se fosse stato un tossico, uno scippatore, qualunque altra cosa. Forse perché mi illudevo che, in certi casi, i parenti, gli amici, i colleghi sarebbero stati più indulgenti con me, più comprensivi e non mi avrebbero riservato tutte quelle frecciatine che, da lì in poi, mi toccò subire. In quei casi, forse, mi sarebbe stata riservata un po’ di comprensione e non la derisione più o meno velata di cui ero vittima. Capitava spesso di sentirli confabulare di educazione e figli e che si interrompessero non appena mi avvicinavo. Era chiaro che, per loro, in quel senso avessi fallito. In effetti è quel che ho sempre pensato anch’io. Quando vedevo mia moglie leggere una sua lettera, a volte sbottavo.« Ma come fai » le ho chiesto una volta « come fai ad accettare la sue decisione come niente fosse? ». Interruppe la lettura per un rapido sguardo. « Dopo aver perso un figlio, non ho intenzione di perdere anche una figlia ». Era così che vedeva la cosa. Christian non c’era più, al suo posto era arrivata una che si chiamava Christine, che era comunque sangue del suo sangue. Era comunque l’essere che aveva partorito e se voleva sentirsi donna, lei l’avrebbe accettata come una figlia. Per me è stato tutto più difficile. Per me era soprattutto uno scherzo della natura, una grave mancanza di rispetto a Dio e a se stesso oltre che terribile fonte di imbarazzo e vergogna. Di lui non volevo più sentir parlare, soprattutto con mia moglie. Solo che così finimmo col non avere più niente da dirci. Gli ultimi anni del nostro matrimonio sono stati caratterizzati da una sorta di gelo, dal silenzio e da un velato rancore da parte di entrambi. Lui, o lei, o quel che è, Christian o Christine che dir si voglia, non ha presenziato al funerale della mamma semplicemente perché non glielo ho comunicato in tempo. Non volevo che venisse. Al dolore per la scomparsa di mia moglie non volevo aggiungere quello per le sue scelte. Solo pochi mesi fa ho ritrovato le lettere che ha scritto alla madre. La curiosità mi ha spinto a leggerle. Ed è stata forse la prima volta che ho scoperto sia il ragazzo che era stato che la donna che ha cercato di diventare.
  7. CAPITOLO 6 BACCHETTE CINESI Sigi osservava la scena dalla videocamera presente nella voliera, lo sconosciuto rimaneva nascosto dal raggio di tiro ma non sembrava pericoloso. Lo vide lanciare con un movimento svelto la pistola, che cadde più in là, in mezzo al fogliame secco. «Non vorrete mica sparare a qualcuno disamato, vero?» disse, uscendo poi allo scoperto con le mani in alto e un sorriso stampato sul volto, sicuro che non l’avrebbero fatto. Suo malgrado non conosceva la ragazza che lo stava mirando. Una tempesta di proiettili si abbatté verso di lui, che si spostò rapido al sicuro dietro alla corteccia. «Hai altre idee discutibili da provare, per caso?» «No!» esclamò lo sconosciuto con un gridolino spaventato, che rinforzò subito con un’affermazione più decisa. «Qui le regole le decidiamo noi, ora esci e non fare stronzate.» La voce della ragazza non ammetteva obiezioni, perciò lo sconosciuto uscì di nuovo e questa volta senza il sorrisino di poco prima. Intanto Diablo era ritornato da Sigi, dopo essersi perso nel labirinto che si spacciava da giardino. Entrambi non avevano mai visto quel tizio, ma non sembrava uno di Loro perché non presentava nessuno degli indizi per riconoscerli. Matt e Lynnet entrarono poco dopo in casa, alla tempia di Black la pistola della ragazza, che forse ci stava pure prendendo gusto a minacciarlo. «Puoi abbassarla? Non è necessario, non voglio farvi del male» insistette lui, sentendo la canna della pistola spingere un po’ troppo contro la propria tempia. «Allora prima chi ha fatto cadere il pene?» gli chiese Lynnet. Sigi spalancò gli occhi. «Hai sparato alla statua del pene? Perché?» «Aveva una forma inquietante!» Black era sicuro che, negli incubi, quel coso lo avrebbe tormentato per sempre. «Il tizio non ha tutti i torti.» Ammise Matt. «Ora basta con ‘sti discorsi del cazzo: voglio sapere chi sei e che ci fai nel mio castello!» «Fagli la domanda!» suggerì Matt, sicuro dell’efficacia di quel rito. «Già, la domanda! Ascoltami bene ragazzo e rispondi. Pensa bene a cosa dirai perché da quelle parole dipenderà la tua vita.» Matt ricordò in quella frase le uguali parole che aveva usato Sigi il giorno in cui era stato testato. Si schiarì la voce e poi disse: «Con che cosa tagli l’erba?» Un silenzio palpabile calò nella stanza, nessuno osava proferir parola durante quel rito intenso. «Eciuuu!» fece Diablo all’improvviso. Tutti si voltarono verso di lui che scosse la testa chiedendosi che cosa volessero. «Oh, scusate.» Il silenzio allora ritorno a riempire la stanza, il nulla, totale nulla era ciò che l’abitava in quel momento assieme ai cinque. «Ebbene?» chiese Sigi, stanco di aspettare. Black ci pensò su ancora un po’, poi disse: «Con le forbici a punta arrotondata, così mi ha insegnato mio nonno.» A tutti nell’udire quella risposta sembrò di sentire una parola, qualcuno che domandava “fatto?” ma forse era solo uno scherzo della tensione. I presenti allora si guardarono annuendo, ma stava a Sigi dare il verdetto. «Risposta corretta, ma non mi fido. Tu sembri un tipo astuto e da tempo in realtà penso che la domanda sia conosciuta anche tra le schiere nemiche.» «Sigi, fagli la sacra domanda» propose Matt. «La sacra domanda, giusto, grande idea… sì, ehm…» Sigi si spostò con la carrozzina verso la scrivania, cominciando a rovistare tra le carte, guardando in particolare un’antica pergamena. La srotolò, la girò su se stessa, la rigirò e poi disse con le sopracciglia aggrottate: «Qualcuno conosce il cinese?» Tutti si guardarono: chi mai conosceva il cinese? «Quello che vende cover degli iphone davanti alle mura della citta? Si chiama Jiu di ly e…» Tutti lo guardarono male. «Okay, scusate» disse Matt, abbassando la testa. Lynnet però si avvicinò alla scrivania. «Dà qui.» Prese la pergamena e iniziò a leggerla mentalmente. La stanza rimase in silenzio per un po’, in attesa di un cenno di risposta da Lynnet. «Allora con questa domanda?» spronò Black. «Vuoi tacere un attimo? Il cinese non è mica semplice e sembra che chi l’ha scritto non avesse neppure tanto la mano ferma.» La ragazza rimase ancora un po’ in silenzio, poi ripose la pergamena sul piano di legno della scrivania e si rivolse a Black. «Se dovessi scegliere, in una imminente catastrofe, di salvare un cucciolo di scoiattolo o il noto cantante Gigi D’alessio, chi salveresti?» È quella, in fine, la sacra domanda… pensò Sigi, conoscendo per la prima volta il contenuto della pergamena, il suo potere in un solo quesito. «Rispondi, avanti» lo incitò, stringendo il calcio di una pistola nascosta attaccata sotto alla scrivania e puntata dritta verso di lui. Black però non sembrava incline al rispondere ad altre domande, in realtà nel suo sguardo c’era una sorta di… incertezza. Sigi notò la differenza, forse aveva ragione nel pensare che la prima domanda fosse davvero conosciuta nelle schiere oscure. «Ragazzo, non te lo dirò un’altra volta.» Era pronto a sparargli, una sola parola sbagliata e un proiettile gli avrebbe attraversato la gamba, successivamente un altro avrebbe finito il lavoro puntando alla testa non appena si sarebbe accasciato dolorante. Black non dava segni di voler rispondere. In quel momento i presenti non seppero cosa pensare dello sconosciuto, si era presentato in abiti informali, aveva risposto alla prima domanda ma poi si era bloccato. Eppure per Matt qualcosa non quadrava. Chi mai sarebbe così pazzo da intrufolarsi in un castello per uccidere quattro membri della resistenza? Loro non erano così stupidi. Forse Black nascondeva qualche segreto che non voleva confessare. «Bene allora» annunciò Sigi, e in quel momento Matt vide che stava impugnando qualcosa. Lo voleva uccidere? «Hai deciso il tuo destino, Maggiordomo.» Nello stesso momento successero più cose. Matt si protese in avanti verso Sigi per urlargli di non farlo; Lynnet spalancò gli occhi osservano qualcosa che stava facendo Black; Sigi premette di più il dito sul grilletto; Diablo si stava chiedendo perché tutto andasse al rallentatore e nello stesso istante la porta si spalancò e Esperançia entrò nella stanza. Il proiettile venne sputato dalla pistola con un forte boato, Black però si spostò velocemente e afferrò Esperançia togliendola dalla traiettoria. Un buco grosso come un dito sulla porta. Silenzio. «Stai bene?» chiese Black a Esperançia. Aveva ancora il petto contro quello della donna e avvertiva il suo cuore battere all’impazzata. C’era mancato poco. «Togliti da lei immediatamente!» Sigi divenne furente, incapace di sparare senza rischiare di colpire la donna. Fu proprio lei però a pararsi davanti all’uomo, per proteggerlo. Sigi non riusciva a capire, ma sembrava l’unico. Matt era calmo, Lynnet gli diceva di non farlo e Diablo gli faceva gesto di abbassare l’arma. Poi quando Lynn avanzò e si piegò per raccogliere qualcosa da terra, quando vide due bacchette di legno nelle sue mani capì. «Mi chiamo Black e faccio parte della lega delle bacchette cinesi.» «Quindi è per questo che sei qui» disse alla fine Lynnet, stupita. «Per anni abbiamo perso e guadagnato terreno in maniera equilibrata. Poi, due anni fa, è accaduto. Abbiamo una talpa nell'organizzazione. Ha spifferato tutto. La maggior parte delle nostre basi segrete è stata attaccata e annientata . Siamo rimasti in pochi, la maggior parte dispersi o morti.» «Aspetta» disse all’improvviso Sigi. «La pergamena è in cinese!» «Bravo, acuta osservazione. È stata scritta da uno dei nostri fondatori all’inizio della guerra per distinguere i buoni dai cattivi. Se guardi troverai il nostro simbolo inciso a fuoco: due bacchette incrociate. Mi sorprende che tu ne abbia una copia.» «Ne sapevi qualcosa tu, Sigi, di questa lega?» chiese Matt, pensando che in qualche libro dovesse esserci per forza qualcosa al riguardo. «No, non ne ero a conoscenza, ma questo significa che non siamo soli. Non siamo gli unici a combatterli.» «Ora so che esistete ancora e voglio potervi aiutare. Avete un piano? Insomma, non capita da anni di vedere così tanti membri della resistenza in un solo posto.» «La tua talpa ti ha mai parlato del progetto Charlotte?» «Sì, ne so qualcosa. So che è rinchiusa in una parte della loro fortezza più sorvegliata, so che le guardie la sorvegliano ventiquattro ore su ventiquattro. So che per passare devi essere uno di Loro oppure vai incontro alla morte.» «Be’: ecco il piano.» «La morte non mi è mai sembrata il piano migliore…» disse Diablo, un po’ scettico. «Il ragazzo non ha tutti i torti, sarebbe un suicidio solo provare ad entrare in città» convenne Black. «È la nostra unica risorsa, potrebbe essere immune.» Erano le tre di notte quando l’allarme risuonò in tutto il castello. Un forte rumore continuo che non prometteva nulla di buono. Matt si alzò dal letto, con addosso solo una maglietta dei Metallica e le mutande. Cernobyl era già sull’attenti, accanto alla porta. Indossò quindi dei jeans e gli anfibi. Poi prese la pistola da sotto il cuscino e usci dalla stanza. Nel corridoio incontrò subito Lynnet, i capelli arruffati e uno sguardo infastidito dalla sveglia funesta. «Che sta succedendo?» gli chiese. «Nulla di buono mi sa, andiamo.» Diablo uscì anche lui dalla stanza, in boxer e mitragliatore alla mano. «Ho visto delle luci fuori dalla finestra, che succede?» I tre videro Sigi correre verso di loro, due brasiliane dietro di lui vestite con delle tute da combattimento. «Che succede?» fece Diablo. «I maggiordomi si stanno dirigendo qui e non sembrano in pochi!» Sigi indicò un’ampia finestra che dava all’esterno. In lontananza si potevano scorgere delle luci tremolanti, forse torce. «Maledizione! Come hanno fatto a trovarci?» Lynnet si guardò attorno. «Aspettate, dov’è Black?» «Non lo so, non l’ho più visto da ieri sera.» Un’esplosione fece tremare il pavimento. «Non c’è tempo, i sistemi di protezione sono fuori uso, dobbiamo cavarcela da soli! Lynnet e Diablo, andate sulla torre ovest e copriteci, io e Matt staremo giù e che Zeus ce la mandi buona.»
  8. commento Compie il rituale spogliarello che ormai ho imparato a memoria: da svenire! È una gioia per gli occhi, magro con il fisico scolpito, sembra un dio greco. Non posso fare a meno di fantasticare su di lui che mi bussa alla porta per chiedermi dello zucchero, io lo invito a entrare, chiacchieriamo un po' e poi finiamo in camera da letto... devo smettere di leggere romanzetti rosa. Tutti i giorni trascorrono uguali, con le solite telefonate insulse e i soliti finti gridolini di piacere e, tutti i giorni, aspetto con ansia le diciotto e trenta. Oggi hanno telefonato ininterrottamente e ho la nausea delle solite chiacchiere sconce, ma manca poco all'ora tanto attesa, spengo le luci, mi siedo davanti alla finestra e aspetto che lui rincasi. Poco prima del suo arrivo, squilla di nuovo il telefono. Ma che è oggi? Sono tutti ingrifati, c'è la luna piena? Spero sia la "Saffo latente", almeno me la sbrigo in due minuti. - Ciao Sarah, sono io. Io chi? Idiota! Hai una vaga idea di quante persone mi chiamino? - Ciao cocco, felice di sentirti. - Spero che hai avuto una buona giornata Ora l'ho riconosciuto, è "Lo sgrammaticato"... povera me... questo mi fa perdere lo show stasera, maledetto pervertito ignorante! - Buonissima, la tua? - Eh insomma. Se c'eri tu qui magari mi divertivo, ma da solo... se non ci saresti, mi toccasse inventarti. - Tu sì, che sai fare venire i brividi a una donna... Ecco il mio futuro marito che torna a casa... - Che stai facendo tu? - Aspettavo te, cocco. Perché non inizi a spogliarti? - Mi sembra un'ottima idea, spogliati anche tu Sarah. - Sì cocco. Ma aspetta, fai quello che ti dico io, stavolta comando io! - Tutto quello che vuoi. Mi piacciono le donne che mi scomandano. - Oggi mi dai un brivido dopo l'altro, sai? Togliti la giacca. Proprio in quel mentre il mio vicino si toglie la giacca e allora continuo: - Ora la camicia, ma molto lentamente. Non sento nemmeno quello che mi risponde il mio interlocutore, ma vedo solo il mio bellissimo adone che esegue quello che gli dico. - Bravissimo, così, slacciati piano la cintura... - Ma veramente tengo la tuta da idraulico... - Zitto! Fai quello che ti dico in silenzio... è più eccitante. Bravo, adagiala sul letto e togliti i pantaloni... sì, così. L'illusione che lui mi senta e faccia quello che gli dico, è esaltante. - Mi sto spogliando anch'io, caro. - Oh sì... dai che mi tira tutto... Che romanticone... mi viene voglia di levare il volume al telefono per non farmi sciupare il momento magico. Metto invece il vivavoce e appoggio il telefono sul tavolo, dopotutto sta pagando. Accendo la luce del corridoio per illuminare appena la cucina e comincio a togliermi la maglia. - Ora resta in boxer e maglietta. - Veramente ho gli slip e la canottiera, tengo pure la pancera di lana, che faccio, tolgo? Che orrore! Fingo di non aver sentito e gli dico: - Ok, mostrami i bicipiti, dai. - A bici? Che vuoi che faccio... stasera non ti capisco Sarah, sei strana. - Non sono strana cocco, mi sto solo divertendo un po' con te... dai mostrami i muscoli delle braccia... Il mio vicino comincia a fare gli esercizi con i pesi, come tutte le sere e io mi sciolgo, letteralmente. - Ok, così, bravo, ora mi levo i fuseaux, e resto con il perizoma di pizzo... riesci a immaginarlo? - Sì lo immagino, ma quando esci le zinne? Un vero signore! Non c'è che dire. Mollo le pantofole, tolgo la tuta e resto veramente, per la prima volta da quando faccio questo mestiere, in perizoma e reggiseno, è una sensazione strana ma piacevole e stuzzicante. - Ok, da adesso religioso silenzio, fai quello che dico senza replicare, vedrai che ti divertirai anche tu. Se non altro non dovrò più sentirlo e posso concentrarmi sul mio bel vicino di casa... Dio quanto è sexy quando ha i bicipiti in tensione... - Fai dieci flessioni, dai che sei un tipo atletico... - Ma che devo fa'? - Oh! Zitto e falle! Mentre il mio vicino scompare dalla mia vista per fare le flessioni, io accendo la radio e mi avvicino alla finestra e, noncurante del fatto che lui mi possa vedere, anzi sperando quasi che mi noti, comincio a ballare seminuda davanti alla finestra. È esaltante, sapere che lui è a poco più di venti metri da me, separati solo da due finestre, ho la sensazione effimera di essere davanti a lui e la cosa mi eccita molto di più di quanto avrei mai immaginato. - Alzati e fai stretching! Di là dal vetro, lui esegue come guidato dalla mia voce. So che è un'idiozia, ma è talmente realistico questo contatto che veramente mi sento rapire dal momento. Mi dimentico pure dello sgrammaticato che sento a malapena ansimare dal vivavoce. - Vai a farti la doccia, io ti aspetto qui: lui magicamente esegue il mio ordine. - No, ora mi sto facendo una sega pensando a te che balli nuda per me... lavarmi è l'ultimo dei miei pensieri. - Fai come credi, ma ti prego stai in silenzio... è più eccitante. Io continuo a ballare per te. Ballo e aspetto che lui esca dalla doccia e finalmente eccolo, ho un fremito nel vederlo con l'accappatoio slacciato mentre si passa un asciugamano tra i capelli: è di una perfezione e bellezza indicibili. - Che gran pezzo di figo! Quanto è stata generosa Madre Natura con te? - Lo dico sempre anch'io, dopo aver fatto me hanno buttato lo stampo. Eh, meno male... la musica mi culla e io ballo e mi accarezzo. Sento gemere sempre più forte il cliente e cerco di ignorarlo per non farmi rovinare l'atmosfera. Il mio lui sembra indugiare più del solito vicino alla finestra e ho l'inebriante sensazione che mi stia guardando, non ho più pudori, non mi nascondo, anzi, sono talmente presa dal momento, dalla musica, dalle mie carezze e non posso fermarmi ora, i gemiti dello sgrammaticato mi arrivano soffusi e fingo che siano del mio vicino. Anch'io ansimo, le mie mani non si fermano e mi procurano emozioni fortissime. Immagino che siano le sue mani su di me che indugiano esperte nei punti giusti, come se sapesse esattamente come mi piace. Mi sorprendo a gemere a voce alta e sento lo sgrammaticato che mi incita, è un gioco perverso che mi piace da matti. - Vorrei che tu fossi qui con me adesso, faremmo l'amore come si deve! Il mio fortunato interlocutore telefonico s'illude che stia parlando con lui e si eccita ulteriormente e lo sento ululare di puro piacere. Le mie mani mi procurano sensazioni esaltanti amplificate dalla visione del suo corpo e raggiungo anch'io l'orgasmo come non mi accadeva da troppo tempo. Ancora ansante e sconvolta riprendo il telefono in mano e chiedo: -Sei sempre in linea? - Eh chi se lo perdeva sto spettacolo... non ti avevo mai sentita così presa prima d'ora, sono ancora arrapato. - Richiamami domani a quest'ora, potrebbe risuccedere.
  9. commento Faccio una schifosissima vita di merda. Alle quattro del mattino mi alzo per andare al lavoro, in un'impresa di pulizie. A mezzogiorno stacco, torno a casa e una specie un po' particolare di call center mi passa le chiamate. Appena accendo il telefono, già squilla. Prendo un grosso respiro e rispondo: - Pronto? - Sarah? Sono Paolo. Ti ricordi di me? Abbiamo parlato qualche giorno fa... - Ma certo, come potrei scordarmi di te - mento spudoratamente. - Sei già nuda? - No cocco, ma se vuoi, posso spogliarmi per te. - Oh mi piacerebbe molto... dai spogliati. - Mi sto abbassando la lampo della minigonna e me la sto sfilando. Lascio passare un congruo lasso di tempo e poi, sospirando, aggiungo: - Adesso sbottono la camicetta, un bottone alla volta. Eccomi: sono in reggiseno e slip. Dimmi la verità, vorresti strapparmi le mutandine a morsi?- dico nonostante sia con una tuta ginnica di due taglie più grande del necessario e che non mi sia levata proprio nulla. Ah, per la cronaca, non mi chiamo nemmeno Sarah. - Oh sì! E ai piedi? Cosa indossi? Mi guardo le pantofole con i musi da panda: - Scarpe nere col tacco a spillo, le devo levare? - No, quelle tienile, mi piacciono le donne nude con i tacchi alti. Il respiro dell'interlocutore si fa affannoso, indice del gradimento della conversazione. Lui incalza: - Ti piace la mia voce, ti eccita Sarah? - Hai la voce più sexy che io abbia mai sentito, sono tutta bagnata... - Oh mio Dio, dimmelo ancora. - Hai una voce sexy... - No, non quello, quello che hai detto dopo... Panico: che gli ho detto dopo? Opto per sviare il discorso: - Sarah non concede repliche cocco, ma sai cosa sto facendo adesso? - Dimmelo, ti prego. - Mi sto toccando dappertutto pensando a te - mento mentre sfoglio la Settimana Enigmistica e cerco il cruciverba di Bartezzaghi che ieri ho lasciato a metà. - Oh Dio quanto mi arrapi. Sei bellissima, lo sai? Già, nella pubblicità su internet sono uno schianto, con il seno prosperoso e scoperto, sdraiata su un letto enorme, intenta a succhiarmi un dito con lo sguardo languido e voglioso... tutto il contrario di me. La telefonata ha termine dopo una decina di minuti, tra gli spasmi di Paolo, i miei finti lamenti di piacere, mentre risolvo il trentadue verticale. Un po' da schizofrenici, ma funziona. - È stato bellissimo, sei venuta anche tu? - Oh sì, sono tutta un fremito, tesoro. Spero che vorrai richiamarmi presto. - Sì, ci sentiremo presto. Purtroppo, lavorare per una linea erotica a basso costo implica anche una bassa resa economica, ma riesco ad arrotondare e a mettere via qualcosa per il mio obiettivo: andare a cercare un lavoro dignitoso all'estero. Ho cominciato un po' per gioco e, dopo un primo periodo d'imbarazzo e orrore, ho preso più sicurezza e adesso non mi fa più nemmeno tanto schifo. Ormai ho un gruppetto di clienti affezionati che mi chiamano regolarmente e che ho schedato mentalmente secondo la perversione di ciascuno. C'è "Piedino folle", che vuole sempre che mi tocchi i piedi; il "Baciami tutto", che pretende baci in svariate parti del corpo. "Il frustrato" m'insulta perché si eccita solo così, "il remissivo", invece, vuole essere insultato. "Lo sgrammaticato", che non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio e, per ultima, la "Saffo latente", una ragazza che vuole sentire la mia voce mentre fa sesso con il suo ragazzo... peccato che lui soffra di eiaculazione precoce e, la telefonata, duri pochissimo. Poi ho un numero considerevole di clienti occasionali che mi fanno pensare che io sia brava in quello che faccio. Cosa abbastanza bizzarra visto che, da un paio d'anni a questa parte, quel po' di sesso telefonico che faccio è l'unico tipo di sesso che sperimento. Il tempo libero dunque, lo trascorro tra una telefonata hot e il bucato, due moine telefoniche e un panino; leggo trattati d'ingegneria biomedica tra una chiamata e l'altra, già perché la mia laurea con 110 e lode mi permetterebbe di creare organi artificiali per dare speranza alle persone malate e non avrei mai immaginato di rivitalizzare ben altri organi per gente sì malata, ma di mente. Poi arriva, finalmente, il momento preferito della mia giornata: le diciotto e trenta. Ogni giorno a quell'ora, puntuale come un orologio svizzero, rientra a casa il mio vicino, o meglio quello che abita nel palazzo di fronte, che ha la finestra della camera proprio davanti a quella della mia cucina.
  10. CAPITOLO 5 CHARLOTTE «Che succede? Chi siete?» Lynnet arretrò di qualche passo, alzando la pistola lanciafiamme: non aveva più gas, certo, ma loro non lo sapevano. Un uomo in stampelle e codino, un ragazzo barbuto con evidenti occhiaie e una donna vestita con un abito semitrasparente stavano davanti a Lynnet e a Diablo. Solo in quel momento si accorse che attorno non c’era più la sala da tè diroccata e disseminata da cadaveri in smoking, ma un’ampia stanza dai muri ricoperti di libri. Il soffitto era in legno e un lampadario d’oro, a dieci braccia con complicati intarsi floreali, illuminava il luogo dov’erano sbucati dal portale. «Cazzo!» inveì all’improvviso Diablo: «il numero sessantanove!» Senza curarsi della situazione, e del fatto che si trovasse in un luogo sconosciuto, si mise a rovistare attorno alla ricerca della preziosa rivista. Lynnet scosse la testa, poi ritorno a guardare gli sconosciuti. «Allora? che ci facciamo qui, cosa volete? Questa casa sembra proprio una Loro base: siete dalla Loro parte?» incalzò, alzando la pistola, pronta a sparare solo un tiepido alito di gas insufficiente per dare la giusta scintilla. «Calma, calma, siamo tutti sotto la stessa bandiera» si schernì Sigi, alzando le mani. «Nessuno qui vuole uccidervi, anzi: se non era per noi non sareste nemmeno qui a parlarne.» La donna al suo fianco lo aiutò ad adagiarsi su una sedia a rotelle che gli aveva avvicinato. «Non ho bisogno del vostro aiuto» fece invece la ragazza. «Sono capace di difendermi da sola. Ad ogni modo, se mi dite dov’è l’uscita toglierei volentieri il disturbo.» A quel punto la donna si distinse dal trio, avanzando. Aveva lunghi capelli viola scuro e indossava un abito di seta semitrasparente che lasciava intravedere la biancheria dello stesso colore: sembrava una dèa. «Mi dispiace ma non puoi andartene: io ti ho vista.» Lynnet allora abbassò piano la pistola. Quella donna sembrava possedere una sorta di alone misterioso, quasi sapesse più di chiunque altro nella stanza. «Vedi» continuò, «io sono in grado di prevedere gli eventi che potrebbero portare e conseguenze disastrose e i modi per impedirlo. Voi due, come Matt» indicò con un gesto delicato della mano il ragazzo con le occhiaie, «siete questi modi.» «Capisco Matt, ma lui? Davvero?» Tutti si misero a guardare Diablo che in quel momento stava uscendo da sotto al tappeto, mezzo impolverato e senza la rivista. Si accorse che tutti gli occhi erano puntanti su di lui. «Che c’è? Che ho fatto?» esordì lui, con gli occhi sgranati e uno sguardo dubbioso dipinto sul volto. «E, di preciso» continuò Lynnet, «che dovremmo fare?» «Vorrei capirlo anche io» si aggiunse Matt, privo come gli altri di una reale risposta alla situazione. «Insomma, sono stato trascinato qui ma non so perché. Vuoi dirci che sta succedendo una volta per tutte?» Sigi allora si voltò verso Esperança, fece un gesto e lei uscì dalla stanza, richiudendo la porta. «Che sta succedendo?» ripeté l’uomo, avvicinandosi alla scrivania con la sedia a rotelle. «Non lo vedete? Il mondo sta crollando sotto il Loro dominio. Miliardi di persone sono rinchiuse in città come queste.» Lanciò su un tavolo una serie di foto raffiguranti delle alte mura in cemento armato, fin troppo conosciute, che rinchiudevano intere città. Matt ne prese una in mano, vedeva distintamente la Tour Eiffel con appesa in cima la Loro bandiera. Lynnet Osservò invece il Big Ben, sfregiato da due cucchiai al posto delle lancette. Diablo stava riponendo una foto dove un piccione la stava facendo sopra alla statua della libertà, la Loro bandiera ben visibile in alto sulla fiaccola. «Nessuno osa affrontarli, gli unici ribelli sono costretti a nascondersi, a muoversi per non morire.» «E allora cosa possiamo fare? Non siamo diversi da loro, non conosciamo nulla che potrebbe avvantaggiarci» commentò Diablo. «È qui che ti sbagli. In questi anni di prigionia forzata ho raccolto molti dati, informazioni che nessuno conosce, a parte Loro, e ho formulato un piano.» I tre si guardarono, curiosi di sentire quello che l’uomo stava per rivelare. «Continua» lo incalzò Lynnet. Sigi però non lo fece. «Prima voglio sapere se ci state, devo potermi fidare di voi. Non sarà facile, il rischiò è notevole e c’è la possibilità di non tornare.» «Io ci sto» disse subito Diablo. «Sembra una cosa fica e ho voglia di spaccare qualche culo in smoking!» Si spostò l’enorme arma sulla spalla, eccitato all’idea. Matt e Lynnet si guardarono, entrambi consci di quello che sarebbero andati incontro, ma allo stesso tempo sicuri che il dominio di quei mostri dovesse finire al più presto. «Io ci sto» disse Lynnet. «Pure io e Cernobyl. Non mi muovo senza di lui.» Sigi sorrise compiaciuto, si piegò verso un cassetto della scrivania ed estrasse una cartella ingiallita. Un solo nome campeggiava in bella vista con un colore rosso acceso come fosse un timbro. CHARLOTTE Matt aprì la cartella e per prima cosa vide una foto. Ritraeva una ragazzina dai capelli scuri e dai lineamenti dolci, gli occhi castani e una scritta stampata sulla foto: Fallito. Cominciò a leggere i suoi dati: Charlotte Apples, 16 anni, strappata dai genitori e portata via da Loro. «Che ha di speciale?» fece Matt, perplesso. «Leggi tutto.» Matt ci aveva provato, ma c’erano pagine e pagine su quella ragazzina. «Ti dispiacerebbe farmi un riassunto?» «È stata infettata da uno di loro ma secondo il file non ha mai presentato i sintomi della trasformazione. Si rifiuta di toccare argento o di indossare uno smoking, oppure un papillon.» «Pensi che sia immune?» chiese allora Lynnet. «Non lo credo, il gene viene solo rallentato ma non eliminato. Più passa il tempo più rischia di cadere nelle loro mani. So che la tengono prigioniera in città ma non sono riuscito nemmeno a varcare le mura.» Sigismondo si fermò e guardò Matt, quest’ultimo capì che cosa voleva. «No, scordatelo! Ho già rischiato abbastanza, ed entrare in città è un puro suicidio.» «E poi siamo in tre e tu hai una gamba rotta, saremmo solo facile carne da uccidere una volta dentro» avvisò Diablo. «Andiamo, sappiamo tutti che qui non ci sono semplici persone, no? Tu Lynnet, eri famosa per aver ucciso cinquanta pinguini usando solo una teiera d’acciaio*. Tu Diablo, quell’arma è di sicuro quella che è sparita un anno fa dall’elicottero che hanno trovato a pezzi contro il muro sud-ovest della città. E tu Matt, so che riesci a creare armi funzionati da rottami, e, perdio, sei l’unico ad aver addomesticato un cerbero! Tutti voi avete fatto parte di ciò che è stata La Resistenza, non siete per nulla gente comune.» Nessuno osò parlare, il ricordo dei compagni morti per riportare l’ordine nel mondo era ancora vivo nonostante fossero passati dieci anni. La Resistenza si era spaccata, disseminata ovunque e alcuni pensavano addirittura che fosse morta. Ma in quel momento tre di loro erano in quella stanza, forse gli ultimi rimasti o forse no, di sicuro gli unici talmente pazzi da poter affrontare una sfida simile. «Ci servono armi» disse Diablo. «Molte armi» corresse Lynnet. «Io so dove trovarle, ma non sarà facile arrivarci» informò Matt. «E quando lo è mai?» rispose la ragazza, che cominciava ad essere eccitata dalla cosa. «Ti conviene caricarla quella, ho delle bombole a gas giù in cantina» informò Sigi, che si era accorto da subito che era scarica. «Una volta prese le armi potremo…» Sigi però non finì la frase. Un fastidioso allarme si propagò nella stanza, poi la luce giallognola del prezioso lampadario divenne rossa a intermittenza. «Che cos’è questo fracasso?» fece Diablo, tappandosi un’orecchia con la mano e l’altra con la canna dell’arma. «Qualcuno è entrato nella tenuta! Computer: sistema di sicurezza attivato.» A quelle parole il quadro sopra al camino in centro stanza, raffigurante un Chihuahua con gli occhiali da sole, si protese in avanti mediante un braccio meccanico e al suo posto apparve uno schermo incorniciato d’oro. Sigi si avvicinò con la sedia a rotelle, tamburellò un po’ e poi lo individuò. «È vicino alla gabbia, nella parte Est!» Indicò un puntino rosso rappresentante lo sconosciuto che si muoveva lento verso il castello. «Ci pensiamo noi» assicurò Matt, uscendo dalla stanza seguito dagli altri due, mentre Sigi gridava: «vi invio la mappa sul cellulare!» Fuori era buio, timidi lampioni rischiarivano l’enorme giardino e parte delle sagome di foglie e rami. Matt estrasse le due colt, le armò e cercò di capire da che parte doveva andare. «Okay: Diablo, tu vai dalla parte opposta e controlla che non ci sfugga da dietro, io e Lynnet gli andiamo incontro.» «Okay, ma non mi piacciono le cose da dietro» rispose Diablo, sogghignando e precedendo con l’arma pronta. Era scarica ma molto pesante. «Prendi» disse Matt, lanciando a Lynnet una delle sue pistole. La ragazza l’afferrò, controllò se fosse armata e ringraziò, procedendo verso il punto stabilito. Dopo un po’ però cominciarono a perdere l’orientamento, il giardino era troppo ampio e sembrava più un labirinto senza via di fuga. «Di là» indirizzò la ragazza, che aveva estratto il cellulare con la mappa di Sigi aperta. «Non siamo distanti, occhi aperti.» Alcuni minuti dopo sentirono dei movimenti e si nascosero dietro a una siepe. «Uhm, dotato sto tizio» fece Lynnet, indicando un lungo pene d’erba proprio sopra alla loro testa. In quel momento sentirono uno sparo e il pene si spezzò a metà cadendo davanti a loro. Partì un altro botto e Matt fece per tirare indietro Lynnet, ma lei fu sorprendentemente più veloce e lo schiacciò contro la siepe prima che il proiettile lo ferisse. «Stai dietro a me se vuoi restare in vita.» Detto questo scattò in avanti e rincorse l’intruso, che entrò in una grossa voliera di ferro abbandonata e dominata dall’edera. L’erba aveva preso il sopravvento e l’oscurità dominava; una figura stava protetta dietro a un albero, appena visibile. «Se ti muovi sei morto» esclamò Matt, che come Lynnet aveva la pistola puntata su di lui: gli sarebbe bastato un movimento per morire. «Vi conviene non uccidermi, se vi è cara la vita, membri della Resistenza.» * parte che non ho aggiunto per mancanza di caratteri ma che volevo vedeste lo stesso
  11. CAPITOLO 4 IL CANTO DEL MALE Il gomito rinforzato e coperto dalla camicia nera infranse la lastra di vetro sporca di povere, una mano esile agì sulla serratura e la porta del bar si aprì. Occhi castani si posarono su una stanza rivoltata come un calzino, i tavoli erano rotti e marci, le sedie spaccate come se avessero vissuto più risse di quante ne avrebbero potute tollerare. Degli stivali scuri sbriciolarono i cocci di vetro, mentre la figura si voltava a chiudere la porta e liberare una tenda logora per coprirla. Si mise a girare per il bar, osservando il decadimento del posto. Quando Loro erano insorti molti negozi, locali, case o bar come quello erano stati testimoni di innominabili atrocità, troppo abominevoli solo per poterle pensare. Notò numerose posate a terra, alcune macchiate di sangue secco, ne prese una in mano. Portava il Loro marchio: due cucchiai incrociati in un cerchio e la scritta Siamo qui per ripulire il mondo che lo circondava. Andò dietro al bancone, sopra di esso l’insegna del Barbery Tea House era stata rotta e la tazzina rosa che accompagnava il nome risultava così infranta. Controllò i cassetti rivoltandoli uno a uno e sparse scartoffie malridotte sulla pedana di legno decrepito. Il bancone presentava una patina di polvere spessa, appiccicosa abbastanza da attaccarsi ai suoi guanti: forse dell’alcol sprecato, pensò. Continuò l’ispezione controllando un’altra piccola stanza, dove del sangue macchiava il parquet con aloni vecchi e scuri. Nulla neanche lì, tranne una rivista dal carattere sconcio che stonava in quell’ambiente un tempo sublime, la migliore sala da tè della zona. La sfogliò per sfizio e la lasciò sul tavolino dov’era. Si stava stancando, non si sentiva a suo agio lì dentro in pieno centro città. Se Loro avesse saputo che una ribelle stava girovagando per vecchi bar, alla ricerca di uno stupido libretto, avrebbe passato dei guai. Cercò di fare mente locale pensando a dove potesse averlo lasciato. Dette un’altra occhiata attorno cercando di guardare in ogni angolo del locale fino a quando non lo vide. Un libretto azzurro con brillantini e dalla copertina trasparente era per terra tra le macerie, lo prese e lo spolverò con la mano, sospirando. Il quel momento sentì un rumore. Con una velocità quasi sovraumana si nascose dietro al bancone, stringendo l’impugnatura di una grossa pistola simile a un lanciarazzi, ma più discreto. Avvertì la porta aprirsi, dei passi avanzare e l’uscio richiudersi. Un ragazzo si palesò: capelli lunghi, barba incolta e una maglietta di un gruppo mai sentito: i bury the cat. Un grosso fucile riposava a tracolla, aveva quattro canne e sembrava pesante. La ragazza aspettò che si voltasse si voltasse e poi scattò verso di lui, puntandogli la pistola alla nuca. «Non fare cazzate, togli il fucile e passalo a me» intimò allo sconosciuto. Lui fece quello che gli era stato detto. «Ora voltati, lentamente.» Il ragazzo eseguì e vide la figura che lo stava minacciando: indossava un corsetto con molte cinghie, dei pantaloni stretti scuri e una camicia rossa e nera. Aveva capelli corti e ricci anch’essi rossi e uno sguardo che non ammetteva esitazioni. «Chi sei?» chiese la ragazza, continuando a puntargli l’arma contro. «Mi chiamano Diablo, stai calma» disse lui, abbassando gli occhi in modo palese sulla scollatura della ragazza. «Ehi, gli occhi ce li ho più su. Ora ti consiglio di stare fermo.» La ragazza lo guardò male, poi prese a tastarlo con una mano, mentre con l’altra lo teneva sotto tiro; Diablo non sembrava dispiaciuto. Controllò che non avesse segni rivelatori, tipo oggetti in argento, fazzoletti o guanti bianchi. «Non ho uno Swiffer nel culo, se è questo che cerchi» assicurò Diablo. «Che ci fai qui?» gli chiese dopo aver constatato che non aveva nulla addosso, ripuntandogli la pistola alla tempia. «Dovevo solo prendere una rivista.» La ragazza strabuzzò gli occhi: «Quella robaccia è tua?» Diablo non sembrava pericoloso, più che altro dava l’idea di uno malato di donnine nude, talmente tanto da ritornare in un vecchio locale per riprendersi l’essenziale rivista. «Il numero 69 di Playboy, altro che robaccia! Ora mi togli questo affare dalla testa?» La ragazza abbassò la pistola. «Grazie» disse lui, iniziando a rovistare per cercare l’oggetto del desiderio. «E tu chi sei?» le chiese, alzando un tavolo per poi rilasciarlo, sbuffando. «Mi chiamo Lynnet, non devi sapere altro. È nell’altra stanza» aggiunse, sperando che tutto il casino che stava facendo il ragazzo non destasse qualcuno di Loro. «Ah, l’hai letta quindi» disse, mentre attraversò l’uscio. «Non leggo quelle schifezze» rispose lei, offesa. Lui ritornò con la rivista arrotolata e infilata della tasca dietro dei pantaloni, tutto soddisfatto. «Allora, Lynnet, ora dammi quel coso e levo il disturbo.» Diablo allungò la mano ma restò immobile. «Il coso lo tengo io, se permetti.» Diablo fece uno sguardo contrariato. «No, rossa, l’ho strappato con le mie mani da un tizio su un elicottero, quello ritorna a casa con me.» Diablo allungò la mano per afferrarlo, ma di tutta risposta si sentì tirare uno schiaffo sulle mani da Lynnet. Non l’aveva però vista muoversi. Il ragazzo rimase stupito. «Come hai fatto?» In quell’istante un fischio rimbombò all’esterno e della musica rimpiazzò i rumori, una voce risuonò forte e dolorosamente si ficcò nelle orecchie dei due giovani. Besame siente como suena el corazon E il suo sorriso nelle labbra mi fermò Sia Lynnet che Diablo sbiancarono. Era il Loro allarme, erano stati scoperti. «È colpa tua, dannazione!» imprecò contro Diablo, «tu e della tua stupida rivista!» Non era un angelo, ma forse un diavolo E quella notte nel fuoco il mio cuore con lei si bruciò «Hei, non prendertela con Playboy!» si difendette l’altro, mentre le funeste parole di Gigi D’alessio fendevano il silenzio. «Ora siamo alleati, se vuoi avere una possibilità di sopravvivere devi aiutarmi a sbarrare la porta, se entrano siamo finiti!» Diablo sbuffò, ma capì che la prospettiva di essere catturato da Loro non era delle migliori, perciò l’aiutò a bloccare la porta con un frigo, dei tavoli e una bottiglia di birra vuota. «Che c’è?» disse lui irritato dallo sguardo severo della ragazza. «Prendi questo coso e vediamo di non farci ammazzare.» Lynnet gli passò il fucile, la stringa di proiettili tintinnò contro la carcassa di un nero opaco. «Oh, adesso mi piaci.» Si rimise a tracolla il fucile tutto giulivo e pronto a usarlo di lì a poco.
  12. Luca

    Villa rossa (parte 1)

    Spari nella notte. La gente sente ma non si affaccia alle finestre. Non chiama la polizia. Gli uomini neri sono in azione, sono la fuori, e sopratutto sono loro la polizia. Un gruppo di cacciatori e due prede che fuggono, fianco a fianco. "Vattene Secondo...da quella parte c'è il paese. Forse sarai al sicuro." "Ma che dici? Sei impazzito?" "Non possiamo salvarci entrambi...e tu hai una famiglia. Non discutere stanno arrivando!" Il ragazzo rimase immobile. Gli occhi fieri, e commossi, fissavano l'amico. "Vai ho detto! Ora!" Adriano vide l'amico girarsi verso sinistra, dargli le spalle, e correre. La mente lo riportò a qualche minuto prima. Era in casa, nella sua dove abita solo. Con lui c'erano Secondo, Freddy e Pino. Brindavano con un buon bicchiere di rosso quando sentirono i cani abbaiare. Presero in fretta i fucili e uscirono. I tedeschi. Con le loro divise scure come la notte. In tanti, troppi da affrontare. Si girarono e fuggirono, ma Freddy non resistette alla tentazione di tirare a uno di quei figli di puttana che si era esposto troppo. E lo colpì. Ma pagò con la vita. Pino cadde durante la fuga invece. Cercarono di entrare nel bosco vicino, il posto piu sicuro se gente armata ti insegue. Alberi che fermano pallottole, rami e oscurità coprono la fuga. Pino non ci arrivò mai. Poco prima dell'ultimo metro di vallata fu colpito. Finì a terra, il braccio disteso come a coprire quella distanza verso gli alberi, verso la salvezza. Erano rimasti in due. E ora soltanto uno. Un rumore portato dal vento lo desta dai pensieri. I tedeschi hanno sempre avuto pesante nei boschi... Spari nella notte. Due sagome a terra. Sangue caldo sulla terra umida. "E questo è per i miei amici" pensa Adriano. Ma è consapevole che gli altri stanno arrivando, e lui è solo. Ora ha due possibilità: rimanere qui e morire combattendo o tentare un inutile fuga. Si guarda intorno...dovrebbe condurli lontano dal paese e poi affrontarli. Ma dove andare? Poi scorge qualcosa. La luna fa capolino tra le nuvole e illumina il tratto di bosco che riprende alle sue spalle. Ma oltre agli alberi si vede altro, qualcosa che riflette la luce diversamente dalle fronde. Altri spari. Uno spostamento d'aria davanti agli occhi. La morte scampata di un soffio. Li vede, stanno arrivando. Adriano si gira e inizia a correre, entra nell'ultimo tratto di bosco mentre altre pallottole fischiano intorno a lui. Corre, fino a capire la fonte di quella luce. Non si era reso conto di essersi avvicinato così tanto alla Villa. Guarda verso l'alto. L'edificio è su una collina abbastanza alta da fare in modo che il tetto si vedesse oltre quegli alberi. Ma quella luce, quando mai delle tegole riflettono così? Ad ogni modo non c'è tempo per pensare. Deve allontanarsi ancora dal paese. Poi nota una cosa. Una delle finestre è aperta. Si diceva che fosse stato tutto sigillato dopo la fuga dei proprietari a causa dei fascisti. Forse è stato un ladro, o un vagabondo. O magari uno dei suoi. In una frazione di secondo si lascia richiamare da quel colpo di fortuna e scavalca la finestra. Ora è dentro, cerca di orientarsi, nel buio. Intravede della scale che salgono e comincia a correre. Se non ricorda male sono quattro piani. Decide di barricarsi all'ultimo e attendere. Ne avrebbe uccisi il maggior numero possibile, e l'ultima pallottola sarebbe stata per lui. Respira. Attende. Fuori il gruppo di tedeschi si riunisce. "Capitano, uno dei due fuggitivi deve essere entrato in questo edificio." "Ne siete certi?" Il soldato nota lo sguardo inquieto del suo superiore "Si signore, le tracce portano a una delle finestre." Il capitano si avvicina. La finestra è chiusa. Non c'è traccia di scassinamento o forzatura. "E chi diavolo chiude gli scuroni in questa situazione." pensa. Meglio non dire nulla agli uomini, sono già troppo tesi. La caccia all'uomo non è mai piacevole. "Avanti. Entreremo dall'ingresso principale, non siamo ladri ne ratti in fuga. Siamo la legge! " Uno sparo. Il lucchetto della porta salta insieme alla serratura. Le due ante si staccano leggermente. Un uomo da un calcio a una di esse spalancandola, poi si tirano indietro. Nessun segno di vita. "Avanti dentro!" Intanto Adriano aveva trovato un'altra finestra aperta al quarto piano." Eppure da fuori sembrava tutto chiuso..." Aveva osservato i tedeschi arrivare e dividersi. Cinque per lui, quattro per l'altro fuggitivo. Lui si era beccato un capitano, e i migliori uomini probabilmente. Ora carica il fucile e attende. Cinque contro. Sei persone in tutto nella Villa, vediamo in quante ne usciranno vive. Poi sente dei passi nel corridoio "Non è possibile...non possono essere già qui." Adriano passa di nuovo in rassegna le sue idee di prima. Ladri, vagabondi, "colleghi". Ad ogni modo imbraccia il fucile ed esce. Prima si muove piano verso la porta, poi con uno scatto balza fuori dalla stanza. Punta l'arma "Fermati o..." Ma ciò che vede non è un ladro, non è un partigiano, o un fascista o un tedesco. Ciò che vede non può proprio appartenere alla sua concezione di Umano. Il fucile scende piano. Due occhi rossastri si accendono Nessun altro udì spari, quella notte. Un ragazzo pedalava avvolto in un cappotto imbottito, sciarpa e guanti. La nebbia era sempre stata tipica di quella zona, ma in quel periodo era più fitta del solito. Le giornate erano una la copia dell'altra. Grigie, umide, corte. Sanku superò l'ennesima curva e cercò di riprendere fiato. Ancora un paio di chilometri e sarebbe stato a casa. Un auto gli sfrecciò affianco e lui sperò che il giubbotto catarifrangente facesse il suo dovere. "O che almeno mi faccia fuori sul colpo se mi deve prendere." Cercò di scacciare quel pensiero dalla testa. Idee del genere gli tornavano sempre più spesso ultimamente. Erano giorni cupi, vuoti. E sentiva un malessere sempre più strano dentro di se. Fece un respiro e riprese a pedalare con intensità e arrivò all'ultimo tornante. Affianco il bosco lasciò spazio a un terreno incolto che una volta era una grande prato. E poi, eccola. Villa rossa era l'edificio più inquietante che Sanku avesse mai visto. Un palazzo costruito con uno stile strano. Quattro piani, esteso più in verso orizzontale che verticale. Dipinta di un rosso acceso, scolorito dagli anni. Scuroni di una versione più cupa dello stesso colore. Nessun portico, nessun terrazzo. Esattamente il contrario di tutte le case più o meno grandi della zona. Da anni ormai era disabitata. Da quando i proprietari, ricchi agricoltori lombardi, erano fuggiti a causa di dispute politiche. Da allora nessuno ci aveva messo piede. A chiunque sarebbe sembrato un peccato, un edificio così grande e inutilizzato. Sanku non la pensava così. In realtà pochi la pensavano così. La superstizione in queste zone di campagna era così radicata da fare in modo che la gente ancora temesse le vecchie storie legate a quelle mura, e a quelle finestre. Ma per lui il motivo era diverso. Lui sperava che Villa rossa restasse vuota perché avrebbe detestato avere vicini di casa. Si perché quello era l'edificio più inquietante che Sanku avesse mai visto. E lui ci abitava accanto. Ed era difficile farci l'abitudine, raramente riusciva a passarci davanti senza voltarsi almeno un secondo. E fu così anche quella mattina, nonostante avesse altre cose a cui pensare. Superata la Villa proseguì per un centinaio di metri e arrivò a un vialetto alberato che portava a un robusto cancello di ferro. Casa Gualtieri. Da alcuni detta la “casa bianca” della zona. Non perchè somigliasse alla residenza di Obama, ma per il contrasto con l'edificio vicino. Rosso e bianco. Una villa e una casa più modesta, anche se comunque più grande della maggior parte delle abitazioni locali.
  13. Si nascosero dietro a un tavolo e aspettarono che entrassero, Diablo con il pesante mitragliatore e Lynnet con quella pistola strana. Attesero ma non comparve nessuno, poi d’improvviso la TV si accese e uno di Loro apparì nel monitor. «Vi consiglio di arrendervi, signori, non vorremmo spargere inutile sangue, difficile poi da togliere dai vestiti se non si sa come fare. Sapete, il sangue è ostinato e se non si usa il giusto candeggio si rischia di lasciare l’alone sul vestito.» Lynnet e Diablo si guardarono chiedendosi perché quell’uomo stesse impartendo regole sul candeggio. «Perciò abbandonate ogni ostilità e uscite dal locale, vi prometto che non vi sarà fatto alcun male.» «Fanculo!» gridò invece Diablo, alzando l’arma e scaricando preziosi colpi contro il macchinario trasmittente, come ogni cosa tecnologica anche quella tv a schermo 3D era sotto il loro controllo. Urlò per un po’ mentre i bossoli cadevano a terra uno dopo l’altro, poi si fermò ansimando ma soddisfatto. «Finito?» gli chiese Lynnet. «Credo di sì.» Diablo ricevette un’altra occhiataccia dalla ragazza che sembrava pensare “se avessi saputo che oggi sarei morta, di certo me ne sarei rimasta a casa a bere del tè.” Guardò l’orologio al polso. “Cazzo, mi sono dimenticata quello pomeridiano.” La porta saltò e uomini vestiti in smoking entrarono come uno sciame d’api costretto a uscire dall’alveare. Lynnet schiacciò un bottone sulla pistola per liberare il gas, poi premette il grilletto. Una fiammata uscì dalla canna e bruciò i primi maggiordomi, mentre gli altri cercavano di spegnerli con fazzoletti candidi. Sembrava che tutti i maggiordomi della città si fossero radunati in quel piccolo locale disabitato. I primi vassoi cominciarono a volare, conficcandosi sul tavolo e sul muro dietro di loro. Diablo stecchiva quei mostri con facilità disarmante, il fucile faceva il suo lavoro. Uno di Loro si avvicinò troppo e Lynnet premette sulla pistola, ma il fuoco non uscì perché il propellente era terminato. La ragazza uscì allo scoperto e colpì con il calcio della pistola l’uomo pinguino sulla tempia. Diablo la vide combattere con naturalezza e movimenti troppo veloci, sembrava la figlia vittoriana di Flash. Colpiva i nemici con destri precisi e calci ai gioielli, spostandosi da una parte all’altra in modo talmente rapido che non riuscivano neppure ad afferrarla. Diablo riprese a sparare e colpì di striscio Lynnet, che si guardò la ferita sul suo braccio, scoccandogli poi un’altra occhiataccia. Diablo lo sapeva: se non fosse morto grazie a Loro di sicuro Lynnet avrebbe rimediato. La ragazza colpì un nemico alla mandibola, gli dette una ginocchiata allo stomaco e poi le gettò a terra, dolorante. Più combatteva più si rendeva conto che erano troppi, non avrebbe resistito ancora a lungo, bastava uno sbaglio e sarebbe stata sommersa da corpi scuri e profumati di acqua di colonia. Uno di Loro le si avventò contro colpendola al volto con un vassoio, una scarica di proiettili venne verso la sua direzione, Lynnet fece in tempo a buttarsi a terra per schivare i colpi che bucarono come un groviera l’assalitore e i suoi alleati. Poi il flusso mortale finì e l’imprecazione di Diablo segnò la fine dei proiettili. Lynnet arretrò e si ritrovò contro il muro accanto a Diablo. «Dannazione» disse quest’ultimo: «Non ho neanche finito di guardare tutto il numero sessantanove.» Lynnet si chiese come facesse a pensare a quelle cose in quel momento. Una ventina di Loro si avvicinavano minacciosi, posate e vassoi pronti a porre fine alle loro sofferenze. «Avete causato molto disagio, pagherete per non aver ascoltato i nostri consigli.» Fece uno di Loro, e fu proprio a lui a cui scoppiò la testa all’improvviso come un palloncino pieno d’acqua, quando un sibilo anticipò la comparsa di un portale dal nulla. Tutti rimasero sbigottiti quando videro uscire due figure, un ragazzo e un uomo, entrambi con dei grossi fucili in mano. «Salve signori, scusate l’interruzione, ma avremmo bisogno dei due ragazzi in vita.» Così dicendo l’uomo aprì il fuoco e il ragazzo gli andò dietro. Un fascio azzurro simile alle pistole dei Ghostbusters dilaniò uno a uno i maggiordomi, che caddero impotenti al suolo assieme ai loro compagni. Il ragazzo si voltò verso Lynnet e Diablo. «Entrate nel portale, non c’è molto tempo!» gridò, sperando che facessero in fretta. Diablo non se lo fece ripetere due volte e si fiondò nel vortice che sbucava nell’ignoto, Lynnet titubò un po’ ma alla fine lo seguì. «Andiamo prima che ne arrivino altri!» spronò Matt a Sigismondo. «Un attimo ancora!» Sigismondo puntò il fucile plasmante verso la finestra dove riusciva a vedere il megafono, la voce di Gigi D’Alessio venne interrotta da uno scoppio, La canzone finì e il posto calò nel silenzio. Sigismondo sorrise e seguì Matt oltre il passaggio che si chiuse alle loro spalle subito dopo. Ora Loro sapevano che la resistenza era ancora in vita.
  14. CAPITOLO 2 FUGGITIVI «Signore, mi ha chiamato?» L’uomo si fermò davanti alla scrivania del Capo supremo, S si faceva chiamare, abito impeccabile e braccia dietro alla schiena. «A che punto siamo con i preparativi?» S aveva capelli grigi e lunghi, sguardo impassibile come ognuno di Loro. «Signore, il piano è quasi completo: tutti sono pronti e attendono solo il Vostro segnale. Signore.» «Molto bene, avverta il Caporale che dia l’ordine, e, signor Alexander» lo fermò, prima che l’uomo convocato se ne andasse: «Mi aspetto grandi cose da lei, non mi deluda.» Alexander mantenne il viso rigido: «Non lo farò, signore.» «Bene, può andare.» S guardò il novizio uscire dalla stanza, movimenti curati e attenti: era sicuro che sarebbe diventato presto un ottimo Maggiordomo. * Erano le quattro di mattina e Matt stava mettendo a soqquadro la villa. Stava riempiendo lo zaino più grosso che aveva trovato con tutto quello che gli serviva. Erano passate quattro ore dal Loro attacco e aveva capito che ormai la base non era più sicura. Le difese che aveva installato erano state annientate da un banale blackout: ora sapevano come entrare e non avrebbero esitato a rifarlo. Finì di riempire il borsone, aveva già messo delle provviste e infilato alcuni vestiti, una coperta e degli effetti personali: ora era davanti alla parete girevole delle armi. Prese un fucile d’assalto e uno da cecchino e li mise nello zaino con le canne che uscivano dalla zip. Non aveva molto spazio ma gli bastavano quei pochi attrezzi di morte. Fece scorta di munizioni, intascandone anche un paio, e per riempire gli ultimi spazi mise il visore notturno e delle bombe a mano. Indossò le fondine per le Colt Elite semiautomatiche e ci infilò le pistole. Un coltello da sopravvivenza era ben saldo accanto alla cintura. Alla fine chiuse lo zaino e nascose la parete. In quel momento la corrente saltò. Cernobyl si alzò da terra, e iniziò a guaire: era cominciato. Un grosso boato si udì all’esterno, pezzi di cemento colpirono il vetro della biblioteca, lo stesso materiale del muro di cinta. Osservò fuor, in attesa che le mine piazzate su tutto il perimetro del giardino cominciassero a fare il loro sporco ma utile dovere, una a una si attivavano e brillavano quando Loro ci passavano sopra. Prese lo zaino e scese in cantina, seguito da Cernobyl. Altre esplosioni si udirono mentre raggiungevano il generatore. Lasciò a le armi e attivò la macchina, che gli avrebbe dato altri secondi preziosi. Si avvicinò al muro e spinse in un punto specifico: un quadrato, grande come una mano, si girò e mostrò un schermo. Matt inserì l’allarme di protezione che fece partire il countdown di sei minuti, lo schermo ritornò nella sua posizione originaria e il generatore iniziò a spostarsi di lato, mostrando un ampio tunnel nascosto. «Andiamo, Cerno.» Matt seguì l’animale e stava per chiudere il passaggio, quanto udì un fortissimo boato che fece tremare il pavimento. «Prendetelo e mettetelo a tavola!» sentì gridare dal piano superiore. Pochi istanti dopo vide uno di Loro scendere, impugnando un coltello d’argento. «Sir, si faccia servi...» Matt gli sparò un colpo in fronte con la Colt prima che finisse la frase. Si sbrigò a chiudere il passaggio, agendo su uno schermo fissato alla parete identico a quello precedente: mancavano cinque minuti alla fine del conto alla rovescia che avrebbe dato il via libera alla demolizione della villa. Matt iniziò a correre dietro al cerbero lungo il passaggio illuminato da lampade al neon. Una sirena si innescò, era il segnale che mancavano solo quattro minuti. «Aspettami, Cerno!» Matt era troppo lento per riuscire a seguire l’animale, perciò gli salì in groppa, tenendosi ben salde le armi. Abbassò la testa mentre il cerbero sfruttava al massimo le quattro zampone pelose. La sirena si fece più intensa, ma non mancava molto all’uscita. La vide davanti a lui: un muro che dava l’idea di un punto cieco. Il cerbero si fermò e Matt scese, fece comparire lo schermo per aprire il passaggio, ma proprio in quel momento il generatore si fermò. Il tunnel piombò nell’oscurità più totale, con la sirena che continuava a strillare. «Cazzo!» imprecò Matt, sapendo che era colpa Loro; gli sarebbe bastato un attimo di più. Il generatore era saltato, ma il contro alla rovescia funzionava ancora perché aveva un’alimentazione propria. Trovò a tentoni lo zaino e aprì la zip, cercando gli occhiali. Il tunnel si tinse di un verde acceso e lui si diresse verso il pannello e lo riavviò. Avrebbe dovuto funzionare lo stesso, come la bomba che sarebbe esplosa di lì a poco. Quello, però, non pareva dare segni di vita. Lo colpì con la mano, sperando che un qualche Dio sconosciuto gli facesse dono di un po’ di fortuna. La sirena emise un rumore continuo, poi si sentì la prima detonazione. Il terreno tremò di nuovo, scosso dalle esplosioni. Era in trappola, non sarebbe mancato molto prima che il fuoco raggiungesse il tunnel, o che l’onda d’urto della detonazione più vicina li rendesse un semplice fregio nel muro incenerito. Dovevano uscire al più presto. Prese dallo zaino una bomba a mano, fece arretrare Cernobyl e staccò la spoletta, lanciando la granata contro la porta. Matt protesse Cernobyl con il corpo, mentre la porta saltava in aria. La luce entrò dal buco deformato che si era creato; senza aspettare oltre prese il borsone e corse fuori assieme al cerbero. Fecero in tempo ad allontanarsi di pochi metri quando l’esplosione entrò nel vivo. La casa venne distrutta dalle fiamme, la vide accartocciarsi su sé stessa, ingoiando tutto quello che c’era all’interno. «Andiamo via, Cernobyl.» Si caricò lo zaino sulle spalle e s’incamminarono verso la foresta, dove sarebbero riusciti a far perdere le proprie tracce, mentre la sua dimora veniva rasa al suolo assieme ai maggiordomi. Era pomeriggio inoltrato. Matt e Cernobyl stavano vagato da ore in una foresta che non era ancora riuscito a riconoscere, troppo tempo rinchiuso nella villa, immaginò. Uscirono dalla boscaglia e s’inoltrarono in un esteso campo d’erba alta fino al busto, che costrinse Matt a salire su Cernobyl per capire dove andare. Sapeva che rifugiarsi in città era impossibile, aveva visto il muro che Loro avevano innalzato per tenere fuori gli stranieri e dentro gli abitanti. Perciò, quando trovò la baracca abbandonata pensò che sarebbe stata l’unico posto vicino dove avrebbero potuto nascondersi. La costruzione era a pezzi, abbandonata da troppo tempo e in balia della natura. Il tetto era per metà ceduto, ma in compenso le mura sembravano resistenti. «Meglio di niente» disse a Cernobyl, dirigendosi verso la catapecchia. La coperta era stata un’ottima idea, avvolto in essa scrutava il buio esterno. Nessun fuoco danzava accanto a lui e a l cerbero, non lo aveva acceso per paura che qualcuno li individuasse. Prese di nuovo gli occhiali notturni e cominciò a scandagliare il paesaggio che li ospitava, non si sentiva ancora al sicuro. Fino a ora non aveva visto anima viva, ed era un bene, non avrebbe voluto un altro scontro. Pii però, come se la dea della sfortuna non si fosse divertita abbastanza, notò un movimento tra l’erba alta. Non riusciva a capire che cosa fosse, ma non sembrava un animale. Matt prese l’M40 e lo appoggiò sul davanzale della finestra, guardando nel mirino. Mise a fuoco, con l’indice pronto sul grilletto: se fosse stato uno di loro gli avrebbe sparato un colpo in mezzo agli occhi. Non vedeva però smoking, o fazzoletti sul taschino, nemmeno temibili vassoi d’argento. Era un uomo, aveva un berretto in testa e un fucile a tracolla che aderiva al giubbotto imbottito. Si stava dirigendo verso di loro. Matt ripose il fucile da cecchino e, senza svegliare Cernobyl, scese giù, estraendo una delle Colt. Si mise accanto all’entrata della casa, priva di porta. Sentì l’erba muoversi e l’uomo sospirare, il cuore di Matt era in fermento. Lo sconosciuto sbucò trafelato nella baracca, Matt lo agguantò al collo e gli puntò la pistola alla tempia. «Non ti muovere o ti spappolo le cervella.» Lo sconosciuto fece per alzare le mani, ma poi colpì Matt al fianco con una gomitata e si liberò, puntandogli la canna del fucile. Erano uno davanti all’altro, armi puntate contro il proprio avversario. «Chi sei?» chiese Matt. «Mi chiamo Sigismondo, ti consiglierei di tenere i proiettili per quelli che stanno per raggiungerci. » rispose l’uomo. «Ti hanno seguito?» Matt era incredulo, tenne puntata la pistola verso lo sconosciuto e guardò oltre l’erba con gli occhiali: li vedeva, erano molti e stavano venendo verso di loro.
  15. * «Questo posto è enorme!» disse Matt, entrando in uno studio, un’altra delle innumerevoli camere del castello. Anche quella era immensa, aveva pareti ricoperte di libri di ogni sorta, un caminetto, una poltrona davanti a un tavolino e una scrivania cosparsa di scartoffie e libri. Sigismondo si posizionò con la seria a rotelle dietro a una scrivania, con la gamba ingessata alla bene e meglio ma non rotta. «Credimi, nemmeno io conosco tutte le zone… Ora chiudi la porta, per favore.» Matt fece quello che gli era stato chiesto, si sentiva un po’ strano senza Cernobyl, Sigismondo sembrava avere troppa paura dell’animale e perciò l’avevano lasciato con le brasiliane. L’uomo guardando Matt fisso per un attimo. Un secondo dopo la serratura dello studio scoccò. «Che cosa vuol dire?» chiese Matt, interpretando quel gesto non nel migliore dei modi. «Ti prego di stare calmo e di rispondere a una sola domanda. Pensa bene a cosa dirai perché da quelle parole dipenderà la tua vita.» Quasi per sottolineare la pericolosità della sua futura risposta, aprì un cassetto ed estrasse una pistola, appoggiandola al tavolo. «A che gioco stai giocando?» chiese Matt, iniziando ad agitarsi. «Con che cosa mangi la minestra?» domandò Sigismondo, viso tirato e occhi sul ragazzo. «Che razza di domanda è?» «Rispondimi: con che cosa mangi la minestra?» Matt sapeva che l’uomo faceva sul serio, se avesse risposto sbagliato non avrebbe esitato a bucagli la fronte con un proiettile. La mano di Sigismondo si strinse sulla pistola. «Con la forchetta, così prendo solo la minestra e il brodo me lo bevo a parte facendo i gargarismi» disse alla fine Matt. Sigismondo tirò un sospiro di sollievo. «Menomale. Non sei uno di Loro.» Rimise la pistola nel cassetto e sbloccò la porta. «Perdonami, ma dovevo esserne sicuro.» «Non capisco, Sigismondo.» «Sta tutto scritto qui, e chiamami pure Sigi.» Spinse verso Matt un grosso libro dalla copertina in pelle, probabilmente contava più di mille pagine, se pensava che le avrebbe lette tutte si sbagliava di grosso. «Sai, leggo lento io, puoi farmi un riassunto?» «Questo libro contiene la storia dei Tu-sai-chi, la domanda che ti ho fatto è l’unico modo per identificare uno di Loro da uno di noi. Conosci la Loro storia?» Matt scosse il capo e Sigi iniziò a raccontare. «I tu-sai-chi non erano così malvagi vent’anni fa; certo, non erano ben visti per la presunzione, fondata, che fossero sempre i colpevoli di delitti afferrati e misteriosi. Nessuno però ci faceva caso all’epoca, parliamo del 2015, le persone erano ancora ignare del loro progetto di insurrezione. Tu eri più piccolo e ti ricorderai meno di come hanno preso il potere, ma io ho ancora quei giorni terribili e bui stampati in mente. Ricordo ancora quando comparve il messaggio. Era l’ora di punta, lo schermo di ogni televisore, cellulare e tablet, emisero il messaggio in contemporanea. Nessuno poté resistere a quelle parole, le parole del loro sicario: Gigi D’Alessio. Il suo video venne trasmesso ovunque e su ogni apparecchio, la sua voce venne ascoltata da miliardi di persone. Se lo chiedi nessuno si ricorderà di quel video, nessuno ti dirà le immagini dannate di vassoi e cravatte che friggevano il cervello. Eppure quello fu l’inizio, ogni persona perse la memoria, salvo alcuni fortunati, divenne schiava di Loro.» Matt si ricordava poco di come era scampato al disastro, sapeva solo che da piccolo la televisione lo faceva piangere continuamente e quindi non gliela facevano guardare mai. «In pochi giorni successe il caos: uomini e donne in smoking con il papillon o cravattino si riversarono in strada, pulendo ogni cosa; in pochi mesi ogni città d’Italia subì il Loro controllo. Passarono in casa in casa a ritirare la falsa argenteria, perché loro ammettevano solo argento puro e luccicante, la chincaglieria di bassa lega era considerato un affronto.» «Ma tu come sei riuscito a scamparla? E chi sono quelle ragazze?» chiese Matt, cercando di capire. «Da ragazzo ebbi un incidente e persi la memoria, quando mi svegliai mi ritrovai qui. Non sapevo chi ero e dove mi trovassi. Girando per il castello trovai delle foto e delle cartoline dal brasile. Un teletrasporto usa e getta era vicino a un indirizzo, preso dalla voglia di capire usai il teletrasporto e mi trovai a Rio durante il carnevale. Lì le persone sembravano conoscermi, incontrai una grossa donna che parlava in portoghese, capii solo che mi chiamavo Sigismondo. Quando lei comprese che avevo perso la memoria, chiamò una dozzina delle sue figliocce, sembrava che loro mi conoscessero meglio. Loro mi riportarono indietro, si trattennero qualche mese, il tempo che serviva ai Tu-sai-chi per colonizzare anche Rio. Decisero che non potevano ritornare a casa e che io non potevo stare da solo, perciò rimasero con me. Ho insegnato loro l'italiano e loro mi hanno detto ciò che sapevano su di me. Successivamente trovai il libro esattamente qui, nello studio di mio padre, li compresi con chi avevo a che fare. Scoprii di Loro. Ancora adesso penso a quella donna, sono sicuro che lei sapesse di più…» In quell’istante la porta dello studio si spalancò e una ragazza in bikini giallo entrò trafelata. «Esperançia! Lo sta rifacendo!» Sigi sbiancò, uscì dalla scrivania e si diresse verso di lei, manovrando la sedia a rotelle con il joystic. «Che sta succedendo?» chiese Matt, seguendo a passo svelto la carrozzina che sembrava avere il turbo. «Esperançia ha un dono, a volte cade in trance e viene colta da delle visioni. Grazie a lei ti ho trovato, o meglio, lei mi ha detto di andare in quella catapecchia ma non pensavo di trovare te all’inizio.» «E chi pensavi di trovare?» «Non ora, tutto a tempo debito» taglio corto lui, entrando in una stanza dove tutte le brasiliane erano radunate attorno a una sola, distesa sul letto in preda a convulsioni. «Quand’è iniziata?» chiese Sigi a una di loro. «Un attimo fa» rispose lei, con la voce tremante. «La morte…» disse Esperaça all’improvviso. «Loro cercano la morte.» Tutti si zittirono, tranne Sigi. «Dove, cara?» «L’argento luccica e un dolore sonante accompagna gli spari…» «Dimmi dove, Esperança» insistette Sigi. «Le mura circondano il male… una tazzina infranta… gli spari…» Subito dopo Esperança smise di delirare, riaprì gli occhi, prendendo grandi boccate d’aria. «Che ho detto?» chiese la ragazza a Sigi. Lui sembrava preso da un milione di pensieri. All’improvviso si girò verso il ragazzo e con sguardo illuminato gli disse: «Matt, mi devi dare una mano, dobbiamo andare al più presto in città.»
  16. CAPITOLO 3 ESPERANÇA «Non so tu, ma io non voglio morire per mano loro: propongo di mettere da parte le divergenze fino a scampato pericolo.» Matt non si fidava molto dell’uomo, ma non poteva di certo affrontarli da solo perché sarebbe stato un inutile suicidio. «Okay, ma se fai qualche cazzata ti sparo in testa e ti lascio a Loro.» Sigismondo si accese una sigaretta: «Il sentimento è reciproco.» In quell’istante un grosso cane a tre teste scese dalle scale. Il nuovo arrivato retrocedette in modo troppo brusco. Chi diamine andava in giro con un cerbero? «Non ti farà nulla, per ora. Aiutami con quella, dobbiamo sbarrare la porta.» Matt e Sigismondo misero da parte le divergenze e spostarono una credenza fin davanti all’entrata, poi fecero la stessa cosa con un vecchio e logoro divano, mettendolo contro la credenza in diagonale. «Dovrebbe bastare» assicurò Matt, strofinandosi la fronte «Sai sparare?» chiese poi all’uomo. «Che me ne vado in giro con un fucile a fare?» rispose Sigismondo, sarcastico. «Sali sopra e coprici, sotto ci stiamo noi. Quello dallo a me.» Sigismondo passò l’arma a Matt, che per prima cosa controllò il caricatore. «Ne hai altri?» L’uomo sbuffò e gliene passò altri tre, poi salì svelto le scale, felice di allontanarsi dalla creatura che lo scrutava come una bistecca con le gambe. Matt fu costretto a indossare gli occhiali notturni, la porta sbarrata faceva oscurava ancor di più la stanza, ma poteva usare l’unica finestra, dalle ante assenti, per vedere fuori. Erano lì, in mezzo all’erba alta. Si facevano largo con i coltelli da arrosto come in una giungla. Il ragazzo aprì le danze, mirò alla testa del più vicino e premette il grilletto. Appena questo crollò a terra i maggiordomi iniziarono a correre, le loro voci gridavano frasi intimidatorie. «Sistemiamogli la cravatta!» sbraitò uno. «Facciamogli l’orlo!» strillò un altro. Un maggiordomo più giovane schiamazzò: «Facciamogli i risvoltini!» «I risvoltini no! Bastardo!» urlò Matt, prima di bucargli il cervello con un proiettile. I maggiordomi iniziarono a cadere come tessere del domino sotto i colpi precisi di Matt e Sigismondo, che dall’altro scartava cartucce senza sprecarne una. All’ennesimo colpo di Sigismondo, però, uno di Loro alzò un vassoio e fermò il proiettile. Un botto metallico risuonò nella radura. Matt ne approfittò per sparare a un altro di Loro ma il proiettile venne fermato anche questa volta. I loro vassoi erano più spessi del normale, armi micidiali e dai bordi affilati. Avevano capito come difendersi. I maggiordomi aumentarono il passo, proteggendosi con i piatti da portata. Matt impiegava più cartucce per ucciderli, se continuava così avrebbe dovuto salire per prendere dallo zaino. All’improvvisò un colpo fece traballare la credenza che bloccava la porta, una mano si fece largo oltre la finestra e uno di Loro cercò di entrare. Matt gli sparò in testa, sentì Sigismondo gridare da sopra che erano circondati, anche se era fin troppo palese. Altri colpi più forti alla credenza e il divano si spostò, lasciando che si ribaltasse, liberando l’entrata. Decine di persone in smoking si fecero largo dall’apertura, Cernobyl iniziò a azzannare, mentre Matt sparava a raffica e cercava di impedire che lo assalissero. Capì ben presto che non potevano rimanere al piano inferiore. «Cerno!» gridò, liberandolo da alcuni mostri armati con forchettoni da arrosto. Il Cerbero retrocesse assieme a Matt, tenendoli a distanza e azzannando le mani guantate di bianco che si protraevano verso di loro. «Vieni ragazzo!» Matt salì di corsa seguito da Cernobyl, Sigismondo aveva addosso la borsa, il fucile a tracolla e una bomba a mano stretta nel pugno. «Saltate dalla finestra» ordinò l’uomo, con un tono che non permetteva obbiezioni, staccando la spoletta e alzando il braccio in aria. Matt a quel punto non se lo fece ripetere, ordinò a Cernobyl di buttarsi oltre la finestra, l’animale ascoltò il padrone e si gettò a capofitto nel vuoto. Matt lo seguì a ruota, mentre Sigismondo lanciava la bomba in mezzo alla folla che cercava di raggiungerli. L’ordigno dipinse un arco in aria, un maggiordomo alzò un braccio e disse: «Chi ha un panno? Va spolverat…» La bomba esplose proprio in quell’istante, mentre Sigismondo si gettava dalla finestra e la catapecchia esplodeva, portandosi dietro gli uomini dal fazzoletto nel taschino. L’onda d’urto lo gettò più distante, toccando terra appoggiò male la gamba. Un dolore immenso gli percorse il corpo, poi un urlo uscì da sé. Imprecò, autopunendosi per non essere caduto come aveva visto nei film di Rambo, mentre Matt e Cernobyl lo raggiungevano. «Dobbiamo andarcene da qui» disse Sigismondo, «Loro vedranno la luce del fuoco e non ci impiegheranno molto ad arrivare. Dovrai uccidermi più tardi ragazzo, ora aiutami ad alzarmi.» Matt fece come proposto, gli passò un braccio attorno alle spalle e assieme si allontanarono dall’incendio, con Cernobyl che zampettava dietro di loro. «Okay, qui va bene» disse a un tratto Sigismondo: «fermati.» «Fammi guardare la gamba, ci sarà un ramo con cui fissarla…» disse Matt, guardandosi attorno. «Non ora, non siamo al sicuro.» Era chiaro avesse bisogno di cure al più presto, erano abbastanza lontani dall’incendio per permettersi di sistemarla. Sigismondo però non sembrava curarsene, mise una mano dentro al giubbotto e ne estrasse un cerchio trasparente, ci strisciò la mano sopra e questo si illuminò, poi lo gettò a terra poco più avanti. Dal cerchio, grande come un palmo, uscì un fascio di luce azzurra che formò un passaggio. «È un portale usa e getta, non rimarrà aperto per molto, meglio muoverci.» «Perché non l’hai fatto subito?» «Serve un posto ampio perché si apra.» Matt guardò i vorticante passaggio. «Che c’è oltre?» «Lo vedrai» gli rispose Sigismondo, sorridendo. Cernobyl passò per primo, Matt lo vide scomparire attraverso il vortice azzurro, verso chissà dove. Aiutò Sigismondo a fare lo stesso e assieme, avvertì in tutto il corpo una leggera scossa e un senso di vertigini, poi sbucarono in un immenso giardino. Una strada serpeggiante portava verso un enorme castello dalle guglie appuntite, sculture ricavate dalle siepi erano sparse per il verde curato, rappresentavano guerrieri armati di spada e lance come guardiani della fortezza. «Dove siamo finiti?» chiese Matt, che guardava sbigottito la maestosa dimora. «Nel mio castello» rispose Sigismondo: «Qui saremo al sicuro.» La dimora sembrava ergersi in un altopiano, dato che attorno a loro c’era solo il cielo scuro della notte. Il viale era illuminato da lampioni a olio che si accostavano perfettamente al luogo. L’entrata del castello era un possente portone alto più di sei metri. Prima che potessero aprirlo si spalancò da solo, facendo uscire dodici Dèe dalle forme prominenti e in bikini. «Sigi caro, finalmente!» esordì una di loro, che probabilmente si era fatta fare il costume su misura, dato la taglia esagerata di seno. «Stai bene?» chiese un’altra, dai capelli simili alla criniera di un leone dal manto nero. «Ci hai fatto stare in pensiero!» disse un’altra, saltandogli al collo. «Mi dispiace ragazze, ho avuto un contrattempo. Lui è Matt.» A quelle parole le ragazze abbracciarono sia Sigismondo che Matt, che non riusciva a pensare a quanta fortuna avesse avuto a incontrare Sigismondo e le sue donzelle dalle curve da urlo. «Che hai fatto alla gamba?» chiese una di loro, vedendo che Sigismondo la teneva piegata e non osava toccare il suolo. «Entriamo, vi spiegherò tutto» assicurò lui. Le ragazze si presero cura di Sigismondo, lasciando indietro Matt e Cernobyl, che non obbiettarono. Matt non sapeva chi fossero, se mogli, serve, guardiane, sirene o Dèe in carne ed ossa, ma di sicuro Sigismondo aveva ottimi gusti. Tutte portavano bikini dal colore differente che coprivano ben poco, ognuna aveva un taglio e gradazione diversa di capelli, ma sembravano tutte di nazionalità brasiliana. Non poteva capitare in un posto migliore.
  17. Inizio di un racconto lungo a capitoli che vi aprirà gli occhi. Qualcuno lo conosce già, per gli altri leggete e capirete molte cose :gesi: CAPITOLO 1- PROLOGO ISOLATI Attizzò di nuovo il fuoco del camino. I grossi ciocchi di legna bruciavano gradualmente, ardevano tra le fiamme che emanavano calore. Matt Wolf si strofinò le mani sbuffando davanti alle fiamme crepitanti: odiava il freddo. La notte era buia e calma, attraverso le grandi vetrate antiproiettile si scorgeva a malapena il manto erboso e umido del giardino della villa ottocentesca. La dimora era deserta, tutti gli inservienti erano stati cacciati da tempo, per sicurezza. Tornò a sedersi sulla poltrona di velluto rosso e aiutato da una lampada vintage d’ottone, riprese la lettura del libro: I voi-sapete-chi: origine e ascesa della più grande minaccia dei nostri giorni di Gaunt Melton. Matt, per tenersi al sicuro e lontano da Loro, aveva reso la sua villa una fortezza inespugnabile. Un muro di tre metri la circondava, una rete elettrica alta un altro metro e mezzo impediva che Loro potessero in qualche modo scavalcarlo. Decine di torrette erano disposte in posizioni strategiche nell’ampio giardino, tarate per individuarli e annientarli. Sulla fontana al centro troneggiava una gamba pietrificata di quei cosi, come monito di avvertimento. Matt ricordava ancora quel pomeriggio. Era in giardino a giocare assieme a Cernobyl, quando uno di Loro scavalcò il muro. La barriera elettrica non era ancora stata installata. Lo aveva visto correre verso di lui, con quel smoking, i baffi curati, il suo comportamento formale. Da quel che ne sapeva non potevano nemmeno scalare un albero, figurarsi un muro di tre metri! Maledetto. «Attacca Cernobyl!» aveva gridato. Cernobyl era un cucciolo di cerbero alto quasi due metri, amante della carne cruda e particolarmente protettivo. Si era scagliato contro di Lui costringendolo a salire su di un albero. Si ricordava ancora come quel bastardo aveva tentato di negare la sua natura, ma Matt l’aveva scoperto e gli aveva aizzato contro il cane da guardia. La gamba era quello che ne era rimasto, messa in bella vista come un monito, qualcosa che avrebbe potuto scoraggiare quelle creature abominevoli. Negli anni Matt aveva imparato a combatterli, anche se sapeva che erano troppi. I loro occhi vedevano tutto. Perciò si era segregato nella villa da parecchio tempo, con una scorta di cibo sufficiente per sei mesi, un arsenale di armi e un cerbero come guardia del corpo. Girò un’altra pagina. La biblioteca era muta, l’unico rumore proveniva dallo crepitio del fuoco e dal cerbero che ronfava in mezzo alla stanza, le tre teste che sbavavano sul tappeto. Quell’animale era diventato la sua assicurazione sulla vita, gli era rimasto solo lui. All’improvviso un rumore. Urla strazianti, lontane. Matt si voltò verso le vetrate e vide un chiarore intermittente, il fulminio della rete elettrica. «No, non è possibile!» Poi più nulla. La luce della lampada sul tavolino si spense. Un brivido freddo lo attraversò da capo a piedi. Delle ombre si muovevano oltre il vetro: erano riusciti a passare. Attese che le torrette si attivassero, inutilmente: i bastardi dovevano aver staccato la corrente. Senza perdere tempo si precipitò verso il generatore di emergenza in cantina. L’abbaiare di Cernobyl proveniente dal piano superiore l’accompagnava, mentre una fiacca luce d’emergenza al neon gli faceva strada tra bottiglie di vino riposte accuratamente in ripiani di frassino. Il generatore in fondo alla stanza era enorme: abbassò la leva di sicurezza e premette il tasto per l’accensione. La macchina si mise in moto sobbalzando, prima con un fischio leggero, poi aumentando sempre di più. Immediatamente sentì in lontananza gli spari delle torrette, le Loro urla. Matt a quel punto salì di corsa saltando gli scalini a due a due. Cernobyl era di fronte al vetro della sala, graffiava con le zampe e ringhiava più che mai. La barriera aveva ricominciato a funzionare, ma alcuni di loro dovevano essere all’interno della villa. All’improvviso una torretta esplose. Un grosso botto e una fiamma rossa si innalzò nel scuro cielo, la situazione gli stava sfuggendo di mano. Si avvicinò al Gargoyle di marmo vicino alla libreria, gli mise una mano in testa la spinse in giù. La libreria si mosse, cominciando a roteare su se stessa e rivelando un arsenale completo: fucili d’assalto, pistole, granate, lanciarazzi; non mancava nulla. Prese un AK-47 modificato, controllò se il caricatore era pieno. Stava riarmando l’arma quando sentì battere contro il vetro della sala. Uno di Loro era arrivato fino a lì. Era da un pezzo che non ne vedeva uno da vicino, non che gli mancasse. Cernobyl si mise a ringhiare mentre quell’uomo di mezz’età batteva ripetutamente con un vassoio d’argento sul vetro. Sempre le stesse parole, sempre quel tono troppo serio. «Cernobyl, vieni con me!» Armò il fucile, guardò se Cernobyl fosse pronto e poi aprì la porta d’ingresso. Una quindicina di loro stavano scorrazzando per tutto il giardino, cercando di mettere fuori uso le torrette con coltelli e forchette. Matt puntò il fucile e iniziò a sparare, mentre Cernobyl azzannava e dilaniava. Uno di loro si avvicinò troppo a Matt. «L’arrosto è cotto a puntino, Sir?» gli urlò addosso. Il ragazzo lo colpì con il calcio del fucile, l’essere cadde a terra e Matt lo finì con una scarica di proiettili. Continuò a sparare abbattendoli uno a uno, quando sentì il guaito di Cernobyl. Era circondato da quei cosi che lo colpivano ripetutamente con delle forchette. «Schifosi! Lasciatelo!» Matt perse la testa. Non arrischiandosi a sparare per timore di colpirlo, corse verso l’unico amico che gli era rimasto. Colpì violentemente uno di Loro con il calcio, facendolo finire a terra. Un altro cercò di prenderlo da dietro, legandogli attorno al collo un tovagliolo, Matt lo colpì prima allo stomaco e poi al volto. A uno a uno crollarono come birilli, freddati poi da colpi precisi alla testa. Quando si fermò aveva il fiato corto: non era rimasto più nessuno. Si avvicinò a Cernobyl che gemeva e si leccava le ferite. «Ci sono io Cernobyl, ti proteggerò.» Da diversi tagli sul fianco usciva parecchio sangue. «Adesso ci penso io, torniamo dentro.» Matt raccolse alcuni tovaglioli dai cadaveri e tamponò la ferita meglio che poté. Si guardò attorno: il giardino cosparso dei Loro corpi, le torrette distrutte, la rete di protezione elettrica piegata. Stava ricominciando. Ma stavolta è diverso, si disse. Si erano spinti oltre questa volta: non avevano più paura. Stava per ripartire un altro attacco, forse più pericoloso di qualunque altro. Non avrebbe potuto farcela da solo, gli serviva aiuto. Schifosi maggiordomi.
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