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Trovato 6 risultati

  1. Mari

    Fotografie

    Commento È stata una lunga giornata, tra poco dovrò preparare la cena, do un ultimo sguardo alla sala e mi sembra che tutto sia a posto, ben spolverato, pulito e profumato: così deve essere. Mentre comincio a cucinare, lo sguardo mi cade su una delle fotografie appese al muro. Noi due, con gli abiti della cerimonia di nozze, Gianni mi guarda con l'amore negli occhi e, sullo sfondo, il tramonto ci investe con la sua luce rosata. Mi assale un po' di malinconia, ma la scaccio subito: niente pensieri tristi. Il sugo è pronto, pulisco tutto, sciacquo le posate che ho usato e metto a bollire l'acqua nella pentola. Apparecchio mentre la pasta cuoce, lui è sempre puntuale e quindi posso contare sul fatto che non scuocerà. Mentre scolo la pasta sento la saracinesca del garage che si apre: potrei sincronizzare l'orologio con la sua puntualità. Un ultimo sguardo intorno per controllare che sia tutto in ordine, giusto in tempo per rimuovere una macchia di sugo dal ripiano di marmo bianco accanto al piano cottura. - Che profumino, amore. - Ciao, caro. Com'è andata al lavoro? - Bene. Mi bacia, come tutte le volte che ci salutiamo e poi va a lavarsi le mani. Ci mettiamo a tavola, mi racconta la sua giornata e io la mia: sono dieci anni che ceniamo insieme e quella è una scena vista e rivista. Rassicurante? Non proprio. Ma questa è la mia vita. Lui mi si avvicina e io, senza riuscire a controllarmi, ho un sussulto e faccio cadere il bicchiere del vino. Non avrei dovuto farlo. Mi affretto a togliere i frammenti di cristallo e cerco di pulire la macchia. Mi afferra per un braccio e mi fa smettere. Un attimo infinito di silenzio. Cerco di guardare in terra, non voglio irritarlo con uno sguardo di sfida. Lui mi prende il mento e mi costringe a guardarlo. I suoi occhi hanno una luce sinistra, quella che non porta mai a nulla di buono. - Che significa, Sara? - Io non... scusami Gianni, ero soprappensiero e mi sono spaventata. - Da quando ti faccio paura, eh? Il suo tono è minaccioso, non devo rispondergli male. Gli sorrido, ma mi trema il labbro inferiore, non posso impedirlo. Vedo la rabbia salirgli sul volto e il mento comincia a farmi male stretto tra le sue dita. Chiudo gli occhi, mentre due lacrime mi rigano il viso, sento il rumore dei miei denti che battono tra loro come se avessi freddo, ma sto sudando come in una sauna. Mi lascia andare il mento e mi colpisce con il palmo aperto, in pieno volto: sento il bruciore che aumenta mentre perdo l'equilibrio. Mi sforzo per non cadere, l'ultima volta che è successo mi ha presa a calci. Riesco a rimanere in equilibrio appoggiandomi a un mobile: i portafotografie con le foto del viaggio di nozze vacillano ma non cadono. So che se provassi a scappare alimenterei solo la sua voglia di farmi male, quindi mi faccio coraggio, nel ricordo di quei giorni felici e, contro ogni logica, provo ad avvicinarmi per toccargli un braccio. Mentre la guancia mi pulsa e la sento diventare di fuoco, tento di blandirlo, col tono più carezzevole possibile: - Gianni, non roviniamo la serata, andiamo di là... Lo bacio, sento i suoi muscoli rilassarsi mentre risponde al bacio. Il sesso lo calma sempre, è l'unica arma che ho per evitare che mi massacri. Mi trascina in camera. Anche qui è pieno di foto che testimoniano quanto siamo stati felici insieme, almeno per un po' lo siamo stati davvero. Supero la rabbia e l'umiliazione fingendo che sia ancora così. La sua vicinanza mi disturba, mi dà fastidio l’odore che ha, la saliva sul viso, il respiro caldo sul collo. Mi prende con rabbia e senza troppi complimenti, noncurante del fatto che io non sia minimamente pronta. La mente si stacca dal mio corpo e vaga nei ricordi, nei rimpianti e cerco di ignorare il dolore. Per fortuna fa alla svelta, senza sforzarsi di rendermi la cosa piacevole e, appagato, si addormenta. Non ce la faccio più a continuare così, sono scappata due volte, mi ha sempre ripresa e fatto pagare un conto molto caro. La denuncia? Non è una strada possibile, è un colonnello dell'arma dei Carabinieri: non ne uscirò mai. Uniti per sempre nella buona e nella cattiva sorte. Vado in cucina, qui posso piangere senza essere sentita e di conseguenza punita. La guancia mi fa molto male e sotto l’occhio si sta formando un livido. Prendo una confezione di piselli dal congelatore e me lo appoggio con cautela sul lato sinistro della faccia. Sono stanca, ma di dormire in quel letto non se ne parla. Vado nell'ingresso, apro la cassaforte nascosta dietro all'ennesima nostra fotografia, prendo l'arma d'ordinanza, la carico: finché morte non ci separi. Solo uno sparo e tutto quello che rimarrà a Gianni saranno le foto sparse per casa a testimoniare quanto siamo stati felicemente uniti.
  2. Trilce

    Donna di fuori

    Tutti i fenomeni indecifrabili accadono di notte. Ed io da ianatica alimentava nutrendo la curiosità che si espandeva pagana ascoltando senza estraneità, popolando la mente che faceva di ricettacolo di numerosi voci, che intrecciate sembravano di tessere frasi che mi connettevano con l'ignoto, cariche d'incantesimi che mi trascinavano verso un affascinante bosco. E così sono saltata dal letto, uscita dalla stanza, e persino di casa. Attirata da una forza superiore, aldilà della coscienza, spingendomi ad andare in avanti, come uno spirito errante, addentrando scomparì come una pallida presenza lume, nell'alone dell'orizzonte creato dalla nuvolosa nebbia. Mi sono gettata all'improvviso dopo un impulso iniziale di resistenza che calò col susseguire svaccamento della volontà di potere sminuire sciupata dai sogni subiti. Statico il pensiero, imbianchito si azzerò in un mistero che mi separava tra due mondi. Arrivata in centro a un spoglio campo che si aprì dopo camminare per un lungo sentiero di cipressi, ecco che comparve una presenza più nera dal buio, che però non si confondeva nella penombra. Due occhi rossastri come due gocce di sangue mi fissarono assorbendo la mia ultima essenza. Mi concessi subito a questa forza, potentemente maschile e attraente, e con parsimonia, i miei passi obbedivano le indicazioni di una bussola che mi portavano invaghita da un letargo assonnato, verso di lui. Questa figura in groppa a un cavallo se ne andò, ma la mia conversione alla rinuncia fu inevitabile, battezzata in quel istante, mi fu trasmessa telepaticamente antiche memorie, seminandole nell'inconscio, rinviando l'attesa in un ulteriore incontro. Al risveglio non ricordai come sono tornata, il passato recente, risalito al presente, era di una possente nullità. Un vuoto infelice mi pervase, portandomi a dormire in continuazione per l'intera giornata, recapitandomi nel letto, insecchita da un letargo assorbente che mi lasciava senza energie, prigioniera di un corpo senz'anima, divenendo una donna di fuori, al di fuori di me, dove non c'ero in nessun luogo.
  3. commento: «Ce li ho! Ce li ho!» urla papà. Quindi improvvisa una specie di danza scoordinata, agitando lo spiedone di ferro, che risplende alla luce delle fiaccole. Ha infilzato ben tre scarafaggi e io sono felice, perché sono di quelli grossi e succosi: tra poco sfrigoleranno sulla brace e potremo mangiare di gusto. Sono giorni che non mettiamo qualcosa di decente sotto i denti. Nonno non è dello stesso avviso. Sul volto ha solo ribrezzo. «Io non so come tu faccia» dice a papà, sputando a terra per ribadire il disgusto. «Semplicemente anticipo qualcosa che dovrai fare anche tu, quando avremo finito lo scatolame.» «Piuttosto la morte.» «Già.» Papà non ama discutere con il nonno. Chiude sempre le conversazioni prima che degenerino. A volte, quando il suo vecchio non può sentirci, mi sussurra nell'orecchio che quello è impazzito, ma noi gli dobbiamo volere bene comunque. Da quando abbiamo perso il gruppo un mese fa, lui e papà sono gli unici esseri umani che ho, quindi non posso far altro che amare il nonno in modo incondizionato, anche se lui ci mette del suo per farmi dubitare. Passa le giornate riverso in terra, su un giaciglio che ricrea con delle foglie secche di palma, ogni volta che ci spostiamo. La cosa bizzarra è che indossa degli occhiali da sole sul volto e comincia a fischiettare allegramente, come se non ci trovassimo in un dedalo di tunnel improvvisati e l'unica luce fosse quella fioca delle torce. Abbiamo provato a chiedergli di aiutarci nel cercare cibo e una via per ricongiungersi con mamma e gli altri, ma lui se ne sta a terra e si rilassa. Dice che noi non possiamo capire quanto gli manchi la sensazione di placido calore sulla pelle, perché già quando papà era un ragazzo della mia età, il Sole non era più lo stesso. Era diventato violaceo, cattivo. Inaspriva la terra, bruciandola. Non donava più vita alle piante, cosicchè uno potesse coltivarle e trarne del cibo sano. La sua giovinezza è coincisa con l'ultimo periodo di benessere sulla Terra, poi si è dovuto iniziare a scavare. Lui non ha mai accettato la cosa e il voler stare sotto al sole fino all'ultimo momento, gli ha procurato delle macchie sulla pelle che non vanno più via. «Figliolo, la cena è pronta.» Il sorriso di papà brilla grazie alla fiaccola alla sua sinistra. Si è dato da fare e ha portato un poco di normalità, dove non era possibile. Con una carriola arrugginita, che abbiamo trovato in un vecchio tunnel cieco, ha improvvisato un braciere trasportabile: grazie alle riserve di legna che i primi scavatori hanno piazzato nei checkpoint del sottosuolo, riusciamo quantomeno a dare una cottura decente a ciò che troviamo. Piccoli scarafaggi grigi in genere. Topi di media taglia, quando siamo fortunati. Uno potrebbe pensare che facciano schifo, ma in realtà non sanno di nient'altro che vita. Abbiamo l'acqua che i primi scavatori hanno portato quaggiù con delle tubature chilometriche, ma non sappiamo dove queste iniziano e finiscano. Quando ci allontaniamo dalla base, per cercare gli altri, la paura di non ritrovare la via del ritorno e quel mezzo litro d'acqua a testa che ci tiene in vita, è così forte che mi tremano le gambe. «Ti manca la mamma?» Papà mi coglie impreparato. Ero perso nei miei pensieri e stringevo tra i denti la blatta arrosto, nel tentativo di sfondare la corazza e succhiare l'interno. «Sì.» «Anche a me. Ti prometto che la ritroveremo.» «Giuramelo.» «Te lo giuro, Giacomo.» Lo scarafaggio si spacca e posso inghiottire famelico il contenuto. Papà ha lasciato il terzo da parte per il nonno. Sappiamo entrambi che non lo mangerà mai, ma lui spera che prima o poi si ravveda. A me invece lo spreco infastidisce. «Posso prendere anche l'altro?» chiedo, speranzoso. «Sai come la penso: gli verrà fame di qualcosa di diverso dai fagioli un giorno.» «Ho paura che il nonno non ce la farà. Sta tutto il giorno a terra ed è sempre più debole. Verrà schiacciato dal suo zaino pieno di scatolame e foglie secche prima o poi.» Non so perché ho detto delle parole così ciniche. Non volevo, ma sono venute fuori. Forse sto impazzendo, chi lo sa. Papà non risponde. Sa che ho detto la verità, ma l'amore per il nonno è più forte dell'illogicità di cui quello si sta rendendo protagonista. Vorrei dire che mi dispiace, che non volevo, ma il doppio confronto generazionale viene interrotto da uno squittio. Un topo grande come un gatto adulto scatta fra le gambe di mio padre che, ormai abituato alla caccia spietata dei sotterranei, gli infilza al volo la testa con lo spiedone e lo inchioda a terra. Nemmeno il tempo di festeggiare che altri due ratti della stessa dimensione, passano tra di noi. Il primo viene uncinato da papà alla stessa maniera del precedente. Il secondo viene raggiunto da un poderoso calcio del sottoscritto. Finalmente possiamo abbracciarci. «Ravviviamo il braciere, Giacomo! Abbiamo da mangiare per tre giorni!» L'incubo è sempre lo stesso. Il fratello di mia madre che cade con una capriola scoordinata nel vuoto, dopo aver messo un piede in fallo. Io, papà e il nonno che ci caliamo nel baratro con delle corde, nel disperato tentativo di recuperarlo. La parete che cede. Io che mi ritrovo sul corpo senza vita di mio zio, dopo un volo di non so quanti metri. Le lacrime. L'eco delle urla disperate della mamma. Sono sveglio. Alla mia destra metto a fuoco la parola "Ceci" su una targhetta. È capovolta e se ne sta attaccata su un barattolo di latta. Mi metto a sedere sul pavimento roccioso e posso vedere attorno a me altro scatolame sparso. Ciò che colgo un secondo più tardi mi fa scattare in piedi. Papà e nonno sono stretti in quello che sembra un abbraccio. Il mio vecchio mi intima con la mano di restare fermo dove sono. Quello con gli occhiali scuri continua a urlare «Scusa! Scusa! Non potevo sopportarlo», mentre sulle sue guance scendono lacrime copiose. Un attimo dopo capisco il motivo del teatrino. I ratti che io e papà abbiamo scuoiato e cotto alla brace per conservarli al meglio, sono stati buttati a terra e resi immangiabili dal brecciolino e la polvere di cui sono coperti. «Non possiamo nutrirci di quelle cose. È inumano!» urla ancora il nonno. «È tutto ok. Non è successo niente.» C'è una sfumatura nelle parole di mio padre che non riesco a cogliere. Per la prima volta lo sento distaccato. Stanco. Il nonno sorride, felice di essere stato compreso e con questa espressione felice muore, lo spiedone da caccia di papà infilato nel collo, da parte a parte. Poi il corpo cade a terra e io lo imito, inerme. Vedo papà tagliargli la testa e scuoiarlo con fare deciso. Quindi accende la brace e cuoce ogni singola parte. «Abbiamo cibo per più di tre giorni ora. Credo otto, se razioniamo.» Mi dico e mi ripeto per più di un'ora che non toccherò nemmeno un pezzo di quell'orrore. Poi in me scatta qualcosa. Mi alzo e mi precipito sulla carne profumata, mordendo fino all'osso. Mi netto il grasso via dal muso, usando dei movimenti rapidi del polso. Spero di incontrare di nuovo mia madre, un giorno.
  4. Ospite

    La scorreggia

    Il mio commento LA SCORREGGIA Racconto umoristico magari mal riuscito che analizza l'impatto sociale delle scorregge È una strana sensazione essere morti. Tutti pensano che non si sia più in grado di percepire ciò che accade intorno al cadavere del povero disgraziato di turno, ma non è così: si sente tutto, si percepisce tutto. Ed è terribile per certi versi perché senti il formicolio al naso e non puoi grattarti. Io ad esempio, quando sono morto, ho emesso una rumorosissima scorreggia. Si dice che sia naturale, ma gli impresari funebri forse per trattenere il riso o forse per necessità, sono stati costretti a lasciare la stanza. Una bella sensazione: era una vita che me le tenevo. Vuoi per rispetto nei confronti di mia moglie, che le scorregge le odiava, vuoi per una questione di pudore, io non ho mai scorreggiato. Sembra incredibile, ma è vero: ho passato una vita senza scorreggiare. Ed è una sensazione terribile, lo assicuro: si ci sente sempre pesanti, sempre gonfi e un po’ malconci. Come un dolorino qui, appena sopra l’inguine. Una cosa terribile, per davvero. E invece da morto mi sono sentito per la prima volta realmente libero: quanto è bello scorreggiare. Non dimenticherò mai le facce degli impresari funebri, impettiti nei loro completi scuri. Io li odio. Li ho sempre odiati, forse anche più di quanto odi gli avvocati. E gli avvocati li odio veramente tanto! Al funerale è andato tutto bene. Mia moglie piangeva, i miei figli giocavano con quei maledetti cosi che dovrebbero essere usati per telefonare. Persino a tavola li usavano, figuriamoci al mio funerale. Che generazione di ingrate teste di cazzo: uno fa tanto per loro e poi si inculano a vicenda con quei maledetti aggeggi. Ho trattenuto le scorregge per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Quindici anni di matrimonio non sono tanti, ma neppure pochi; se poi sono aggravati da quella pesantezza che mi portavano mia moglie e il suo puritanesimo sono decisamente troppi. Forse chissà, sono morto proprio perché evitavo di scorreggiare. Mia moglie, poveretta, al mio funerale piangeva. Io ero al suo fianco e contemporaneamente dentro la comoda bara, e avrei tanto voluto confortarla, ma lei non mi sentiva. Ci fu un attimo di silenzio, persino mia moglie, la poveretta, aveva smesso di singhiozzare. E proprio in quell’attimo di silenzio, dall’interno della bara, il mio corpo ha emesso un’altra scorreggia che è riecheggiata per tutta la chiesa. Sono sempre stato un fiasco nei rapporti sociali e spesso mi rendevo da solo conto di come mettessi in imbarazzo mia moglie. Ma tutto quello che ho fatto in vita non potrà mai essere paragonato a quando la scorreggia riecheggiò per tutta la chiesa. Qualcuno si mise sguaiatamente e poco educatamente a ridere, qualcun altro trattenne il riso. Mia moglie, sotto quell’ennesima umiliazione, non poté far altro che piangere ancora. Considerando che in media un essere umano emette quattordici scorregge al giorno e che io le ho trattenute tutte per quindici anni, avevo ben settantaseimilaseicentocinquanta scorregge di scarto. E devo ammettere che dopo la mia morte le ho fatte tutte! Ricordo ad esempio il giorno quando iniziarono a mangiarmi gli occhi. Io non volevo che li mangiassero, ma non potevo far nulla per evitarlo. E poi una puzza terribile e persino gli insetti se ne andarono! Benedette scorregge, mi hanno salvato gli occhi! Durante la mia vita matrimoniale mi sono spesso trovato nella condizione di dover scegliere tra il poter scorreggiare e mia moglie. Visti i risultati voi già sapete quale fu allora la mia scelta; e forse fu anche quella giusta, almeno per me. Mia moglie era incredibilmente bella e odorava sempre della campagna nella quale era cresciuta. Forse per un attaccamento all’infanzia, chissà. Quando la conobbi indossava una gonna a fiori che le sfiorava dolcemente le caviglie. Rideva educatamente sotto la mano lì messa per pudore e io ne fui attratto. Uscimmo a mangiare tre mesi dopo (ero un fiasco con le donne, timido e spesso mal curato) e la portai a mangiare pesce. Inutile dire che proprio allora emisi la mia ultima scorreggia: lei dapprima rise, poi si fece seria e mi disse che non avrei dovuto più farlo. Se qualcuno oggi mi chiedesse cosa intenda io per amore, di certo direi che l’uomo che ama la donna avita per scorreggiare per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Ma adesso che sono morto e ho finito tutte le mie settantaseimilaseicentocinquanta scorregge, adesso che gli animaletti odiosi hanno iniziato di nuovo a mangiarmi, non mi resta che osservare il mio corpo che lentamente smette di essere tale. E medito sull’esistenza e sulla vita: incredibilmente da morti diventiamo tutti filosofi. L’altro giorno ho incontrato il fantasma di Moana Pozzi che mi disse di trovare la tesi Heideggeriana interessante e inconfutabile, ma che tuttavia poteva essere raggirata. Persino le pornostar diventano filosofe, e questo lascia molto pensare sull’esistenza. Oggi sono passati otto anni dalla mia morte: mia moglie si è risposata con un tipo che fa le scorregge di nascosto. Probabilmente il suo amore non è poi tanto vero come sostiene. I miei figli continuano a giocare con quegli schifosi aggeggi. La tecnologia ha fatto passi da gigante e qualche nerd ciccione ha inventato un apparecchio che maschera le scorregge non solo silenziandole ma facendole profumare i pino silvestre. A saperlo prima. E oggi, a otto anni di distanza, osservo ancora la mia vita e medito sull’esistenza. Finalmente però ho scoperto cosa sia l’esistenza, cosa sia la vita. E poi non era poi tanto difficile, ci voleva solo un po’ di impegno. La vita è Dio che, morendo, emette una terribile e puzzolentissima scorreggia.
  5. Kuno

    Il Reato al Monte

    Commento: Il Reato al Monte Decisero di muoversi col sole alto, consapevoli che, nelle ore più calde, il Padrone ha sempre troppo da fare per buttare un occhio su tutti. Si sa, ma si tace, che nemmeno Lui è ovunque, anche se di occhi sembra averne quasi infiniti (ma un quasi non è mai trascurabile, quando si parla dell'infinito o del suo contrario). Si erano da poco incamminati Ahehg, Ny'hal e Keqee. Secondo il piano originale, un quarto elemento (un tale Sef'u) avrebbe dovuto far parte del gruppo, ma - all'ora stabilita per la partenza - di lui non c'era traccia. Il giorno prima avevano concordato il luogo dell'incontro: una delle mille radure terrose perse nella foresta. Ne avevano scelta una tra tutte, senza criterio: «Vediamoci là, domani, all'ora che sapete.» Sef'u tardava, insomma, e gli altri non potevano attendere oltre: il rischio di essere scoperti sarebbe stato esagerato. Frettolosamente gettarono sguardi tra le fronde, per sopire il timore di essere spiati; poi partirono, senza nulla a fargli pesante la schiena. Avevano già camminato, piuttosto svelti e sempre muti (per non attirare con la voce i curiosi), poco meno di dieci chilometri, quando il silenzio si fece tanto solido da assumere l'inquietante forma di un'assenza, e i tre pensarono subito a quella dell'amico Sef'u. Le prime parole furono di Ahehg: «Forse non se l'è sentita di rischiare.» «Eppure ieri sembrava entusiasta di questa nostra breve evasione.» «Hai ragione, Kequee, ma magari la notte gli ha regalato incubi. Il sole non scaccia certi sogni neri.» «Non vorrei - chiuse il triangolo Ny'hal - che i fedelissimi del Padrone l'avessero scoperto e arrestato.» Dei tre, Ahehg era il più vecchio, Kequee il più giovane, mentre la nascita di Ny'hal era caduta puntuale a metà strada, tra quelle dei compagni: aveva due anni in meno del maggiore e due in più del minore. Questo suo trovarsi nel punto equidistante dagli estremi gli aveva sempre ispirato l'idea che a lui toccasse il ruolo dell'asse di simmetria: dove s'incontrano le immagini identiche e opposte. Credeva fosse suo, in breve, il compito di stemperare da una parte il carattere autoritario e facilmente irritabile di Ahehg, dall'altra quello impulsivo, spesso aggressivo, di Kequee. Lo spirito violento di questi due non sorprende. Nella bellicosa comunità di cui facevano parte, strideva invece la mitezza di Ny'hal. Tutti e tre, comunque (anno più, anno meno), vivevano l'età più invidiata, ovvero la giovinezza: con le gambe solide e instancabili, non a caso, impiegarono poche ore a valicare i confini della foresta, dove un deserto di pietra ospita il Monte, la cui vetta era appunto la destinazione degli evasi. Una voce: «Saliamo?» Le altre due: «Saliamo.» Ma prima pregarono, affinché tutto si concludesse per il meglio e senza punizioni. Le mani tremavano e la fronte sudava: li animava un terrore evidente. Non gli era permesso arrivare neppure fin lì, così distanti dal cuore della foresta, ma il Monte (e in particolare la vetta) è da sempre sul gradino più alto nella scala delle mete proibite. Cominciarono a salire il fianco, inventando, un passo alla volta, un sentiero mai esistito. Nessuno aveva osato scalare il monte, fino a quel giorno: qualche angelo, al limite, ci si era avvitato intorno volando. Ma i piedi dei giovani erano i primi a calpestare quella roccia, e le loro menti le prime a capirne davvero le forme, senza il soccorso della fantasia. Presto si fermarono, ché il buio grigio della sera mutò in tenebra cieca: per i tre non c'era modo di proseguire su quelle strade appuntite e illogiche, fino a quando la mattina non avesse restituito loro gli occhi. In una grotta sognarono, coi corpi vicini, realtà distanti: Kequee si vide nella foresta, di notte, che fuggiva da bastoni in fiamme e urla diaboliche. Inciampò e lo raggiunse un colosso tatuato, seduto sul dorso di un cinghiale. Non tardarono gli altri inseguitori: chi cavalcava lupi enormi, chi orsi rabbiosi, chi cinghiali dalle fattezze leonine, chi invece uomini, robusti e dalla pelle sudicia di sangue, riconoscibili tra le bestie solo perché più stanchi e dotati di zampe deboli. Proprio un domatore di uomini, in sella a un esemplare ormai esausto, urlò qualcosa a Kequee in una lingua sconosciuta; ma il ragazzo capì: lo avrebbero cavalcato fino a ucciderlo. Difatti, l'uomo che gli aveva urlato scese dal suo animale (non si può chiamarlo in altro modo), sgozzò questo con una piccola lama rovinata da decenni di utilizzo, e montò sulle spalle del giovane Kequee, cavalcandolo nella foresta, durante l'intero giorno e l'intera notte. L'incubo di Ahehg, invece, lo privò di un corpo: egli era il suo paio di occhi e guardava un mare cordiale, riflesso di un cielo non meno pacato. Dominava la scena l'azzurro dello specchio e dello specchiato, il bianco di alcune nuvole e di pochi gabbiani, infine il grigio del cadavere di un vecchio, che al cielo offriva la schiena e il volto al mare. Ahehg riconobbe subito la postura e la tinta di un corpo che la vita ha già fuggito. Trascorso qualche momento, il morto cominciò a ruotare su stesso, rivelando il volto. E questo sorrideva. Le braccia si agitavano rapide, movendo miniature di onde; la bocca articolava parole mai sentite, ma ad Ahehg bastò per capire che l'uomo era, indubbiamente, vivo e contento. Pochi secondi e il corpo si capovolse ancora, tornando cadavere: immobile, senza respiro, grigio come non può esserlo nulla di vivo. Più volte il corpo passò dalla vita alla morte, mostrando e celando il viso. Il cielo e il suo riflesso acquoso restarono azzurri e in pace per tutto il tempo. Intanto, in un altro sogno, Ny'hal moriva in croce. I tre evasi tornarono alla realtà nello stesso momento, ed era quasi l'alba; nessuno fu capace di rammentare le immagini del proprio incubo, ma ognuno sapeva - glielo suggeriva la testa pesante - che qualcosa aveva tormentato quella notte. Ripresero la marcia, Ahehg in testa e Ny'hal a chiudere la fila, inciampando spesso e imprecando, non sempre a bassa voce. Finalmente raggiunsero la vetta. Ahehg e Kequee chiusero gli occhi: «Perdonaci, Padrone, se abbiamo peccato.» «Guardate.» disse composto Ny'hal, ma i compagni non gli davano retta, accecati dalla paura. «Guardate.» ripeté senza alterarsi. Allora gli occhi di tutti si aprirono finalmente allo stesso paradiso. Col capo chinato, videro laggiù la foresta e tutti i suoi confini: capirono che non era sterminata quanto si insegnava e che il mondo possedeva molto di più. Là, per esempio, correva un fiume, che lo sguardo dei tre accompagnò fino all'orizzonte. Non potevano seguirlo oltre, ma quell'acqua, pensarono, doveva scorrere all'infinito. Una valle verdissima reggeva una foresta bianca di pietra: riconobbero strade, piazze, case, un piccolo villaggio che forse la vita abitava dall'inizio dei tempi. Un lago, poco lontano, era senz'altro la dimora del silenzio e della pace. «Ci chiedevamo come fosse la vita di Dio. Ecco: è di infiniti attimi come questi. Il mondo intero nello spazio di uno sguardo.» Parlò così Ahehg e Kequee aggiunse «È straordinario.» e Ny'hal concluse «È un sogno.» In quel momento tremò la terra, si arrestò il vento, s'infiammò l'aria, si spense il sole. Ai giovani bastò il tempo per voltarsi e osservare il Padrone apparire, uscendo da un vortice di fiamme. Il loro amico Sef'u, vennero a scoprire, li aveva venduti. Il Padrone domandò: «Chi ha avuto l'idea?» Ny'hal avanzò di un passo. Lo crocifissero la mattina dopo, nella radura dove l'evasione era partita. A Kequee toccò portare in spalla la pesantissima croce, per lunghe ore, fino al luogo dell'esecuzione. Ahehg non poté sfuggire alla visione di quel corpo appeso che ora moriva, ora sembrava rinascere; ora insanguinava la terra, ora balbettava al cielo. Nel pomeriggio vennero lapidati tutti e tre: uno ancora in croce, gli altri ai suoi piedi. Nessuno pensò mai che la punizione fu eccessiva. In fondo erano colpevoli di tradimento, che è certo il peggiore tra i reati: se ne macchia chi è nato nella foresta del Diavolo e vuole indossare gli occhi di Dio.
  6. Trilce

    Le pulci delle ciabatte

    Aveva impiegato sedici ore a strapparsi la pelle con le unghie fino a sentire il reflusso acido che stagnava nella sua gola, affogandolo nel vomito della sua disperazione. Le altre sedici ore rimaste, anche se il giorno ne aveva solo ventiquattro, le aveva dedicate al sonno a stomaco vuoto; povero stomaco, faceva dei rumori agonizzanti e sofferenti, rimbombando l’eco del suo lamento su tutte le pareti della stanza. In questa carestia auto inflitta era impensabile per questo misero vagabondo di potersi persino alzare dal letto. Mentre si contorceva convulsionando nelle debolezze del digiuno si domandò: “Perché dovrei sfamarmi se cibandomi non sarò mai sazio? Insomma, sarebbe come mettere un cerottino per fermare un’emorragia. Comunque… è un mondo “buffo” – pensò tra sé e sé, sapendo che nessuno avrebbe visto le virgolette e in nessun caso capito il sarcasmo. Erano giorni, settimane o mesi? Non lo sapeva, non sapeva da quanto tempo era rinchiuso in quella stanza, il suo senso del tempo ormai era andato a puttane. Ma prima o poi sarebbe uscito di lì per andare in cucina… e nessuno se ne sarebbe accorto, ormai abituati alla sua assenza non si chiedevano neanche se fosse divenuto un’entità astratta; o, se lo scorgevano, le persone appoggiavano una mano sul cuore, non si sa se per la sorpresa, per la sua brutta faccia, per l’emozione, oppure perché credevano di aver visto un fantasma. Sua madre lo aveva persino creduto morto, aspettava solo di sentire la puzza del suo cadavere. Ma l’istinto materno, anche questa volta, le aveva detto di no. Così rimise giù la mano e non bussò alla porta. Tornò sui suoi passi e dopo uscì di casa. Finalmente lui uscì dalla stanza, entrò dunque in cucina, e fece una strage: svuotò il frigo ingoiando ferocemente tutto quanto gli capitava tra le mani. Era intrappolato in sé stesso, in uno stato di cattività immaginaria che lo emarginava dal mondo, restando in un angolo del pensiero psichiatrico. Tutte le sue simulazioni venivano manifestate una a una, esclusivamente verso l’interno, come un vulcano in costante attività. Addirittura credeva di essere morto, anche se in verità era vivo, istituzionalizzato nella sua volontà di rimanere alienato dalla società, con la quale non riusciva a trovare un senso di appartenenza. Ogni volta, all’atto di attraversare il portale verso l’esterno, provava solo un senso di smarrimento e di ansia. “Ho visto la luce!”, diceva. Si, ma non quella del sole, solo quella alla fine del tunnel. Era riuscito giusto a fare due passi una volta per poi svenire finendo dritto dentro un’ambulanza. E cosa aveva visto durante quell’esperienza di quasi morte? Tante sagome – diceva – di altre persone che non solo erano lui, ma una prolissità molteplice di sé stesso, che si era depersonalizzata di fronte all’uniformità monotona della sua vita, che non si manifestava, che lo spingeva a creare queste rappresentazioni isteriche alle quali si abbandonava per poter viaggiare senza spostarsi, bruciando il tempo in allucinazioni mentali. Ma perché era così tossico? Era forse stato avvelenato? O forse era stato morso da quel ragnetto dietro alla lampada? Il turbamento indotto da questo pensiero lo aveva fatto svegliare di soprassalto. Si girò poi su sè stesso a pancia in giù, guardando verso il pavimento. I suoi occhi a spillo erano posati verso un paio di vecchie ciabatte ma la visuale era sfuocata e pian piano la sua astrazione visiva iniziò a contrarsi, iniziò a fissare un piccolo buco nero, una fessura nella ciabatta da dove qualcosa di altrettanto piccolo uscì fuori saltellando. Abbassò le sopracciglia con interesse, fermando per un attimo i suoi pensieri autodistruttivi. Per qualche ragione però non si chiese dove stesse andando quella minuscola creatura che, tra l’altro, non era nemmeno l’unica: ne uscirono tante altre. Sembrava invece concentrato a contarle – come si fa con le “pecore” – fino a quando, ormai quasi addormentato, dal nulla, sentì un prurito e iniziò a grattarsi le gambe. Sollevò le coperte e scoprì un fitto tappeto costituito da quegli esseri minuscoli: pulci delle ciabatte che gli succhiavano il sangue! Erano ovunque. Paralizzato dal terrore provò a gridare ma la sua voce non arrivava nemmeno a toccare le sue labbra che apparivano invece come un orizzonte lontano e irraggiungibile. Era chiaramente in panico. Non gli restò altro che farsi il segno della croce con la mano sinistra, coprì poi con entrambe il suo tesoro che era in erezione: finalmente il suo sogno di morire era divenuto realtà.
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