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  1. Commento Una intervista...sottovoce! Gigi Marzullo: «Buonanotte amici ancora svegli, anche questa notte il nostro appuntamento con la fine di un giorno appena tramontato e l’inizio di un altro che sta nascendo ci porterà a conoscere un personaggio, perché conoscere è conoscersi, amare è amarsi, sognare è sognarsi, toccare è toccarsi. Siamo pronti per il nostro viaggio, ovviamente sottovoce, senza far rumore, perché il rumore è nemico del sapere…» Regista (fuori campo): «Se continua con le supercazzole lo sostituisco con Luca Giurato». Gigi: «E dunque piano piano, quatto quatto, presento l'ospite di questa notte.» Triangelo: «Buonasera a tutti.» G: «Buonanotte, si dice buonanotte. E abbassi la voce, grazie. Allora, il signor Triangelo, che conoscete tutti grazie alle cronache di questi giorni, è qui per raccontarsi. Una storia di emarginazione e diversità che diventa rinascita. Prego.» T: «Sì, sì, allora, come molti sapranno i miei problemi iniziarono sin dalla nascita perché purtroppo nacqui con un grave problema. Ero un triangolo ma con un angolo in più…» G: «Quindi era un quadrato?» T: «No, il problema fu che il quarto angolo era nel posto sbagliato, non mi faccia dire. E poi sa come si dice, chi nasce rotondo non muore quadrato.» G: «E che c’entra il rotondo, scusi? Non era un triangolo?» T: «Certo, certo. Ma iscritto in un cerchio. Comunque quella è un’altra storia. Dicevo, l'infanzia fu difficile per me.» G: «Immagino. I suoi genitori come la presero? Che tipi erano?» T: «Be', mio padre è sempre stato un gran lavoratore, un triangolo…retto, onesto. Le assicuro che l’unico suo sfogo nella vita fu quello di andare ogni tanto al poligono. Non fu semplice per lui, ma accettò la mia condizione e mi dimostrò sempre vicinanza. Mia madre era una triangola tradizionale, spigolosa direi. Ma sa, ogni scarrafone è bello a mamma sua, quindi anche lei superò il trauma.» G: «Perfetto. Ci diceva di anni difficili. Come fu il suo rapporto con la scuola e i suoi compagni, crescendo?» T: «Un vero inferno! Per tutta la mia adolescenza fui considerato un diverso. Gli altri triangoli mi guardavano con diffidenza, alcuni con una pietà malcelata che faceva davvero male. Provai allora a fare amicizia con i quadrati, ma anche per loro ero uno scherzo della natura. Avevo pur sempre solo tre lati! Vissi sempre in solitudine, venivo preso in giro e fui spesso vittima di trattamenti ignobili.» G: «Ci racconti qualche episodio.» T: «Ah, ce ne sono tanti. Ma ricordo perfettamente quello che poi segnò in me un cambiamento. Un mattino i soliti bulletti mi fecero rotolare giù dagli scaleni. Mi ritirai in un angolo a piangere, pieno di lividi fuori e dentro. Fu allora che mi si avvicinò Pitagora, l'esagono della scuola. Per noi più piccoli era una divinità, il più figo di tutti. Faceva anche il trapezista, pensi. Mi si avvicinò e mi disse queste parole: “Non piangere di un dono che ti è stato fatto. Quello che agli sciocchi può sembrare un difetto, per i più acuti può diventare un pregio unico”.» G: «Molto bello.» T: «Già. Allora ascoltai il consiglio e decisi che finita la scuola avrei valorizzato la mia diversità. Mi arruolai e entrai nei servizi segreti. Così arrivò il giorno in cui riuscii a riscattarmi…» G: «Bene, prima di raccontarci l'evento chiave della sua vita, qualche domanda sui suoi gusti…film preferito?» T: «Rombo.» G: «Rambo?» T: «Sì, sì, quello lì.» G: «Prevedibile. Canzone? Non mi dica “Triangolo” di Renato Zero.» T: «No, no, quella mi fa schifo. “Teorema”, di Ferradini.» G: «Mi sembra coerente. Libro?» T: «It. Di King.» G: «Questa mi sfugge! Perché?» T: «Perché è bello, no?» G: «Non fa una grinza. Va bene, torniamo alle cose serie. Ci racconti l'episodio che l'ha resa celebre.» T: «Certo. Come le dicevo divenni un agente segreto e convinsi il mio superiore ad affidarmi una missione di vitale importanza. Entrai sotto copertura nelle file dell'Isis e in un anno scalai le gerarchie dell’organizzazione e riuscii a ottenere un colloquio privato con il capo assoluto. Fu la mia occasione, la possibilità che aspettavo per mostrare al mondo che anche un “diverso” come me poteva diventare un eroe!» G: «Sì, sì, ma abbassi la voce. Cosa fece?» T: «Semplice. Prima di entrare nella stanza dove c’era il loro capo, i soldati mi perquisirono, ma si fermarono a tre angoli. Non si accorsero del quarto, dove avevo nascosto la pistola che usai per uccidere il capo. Senza di lui l'Isis fu sgominata in poco tempo e la pace tornò, ma questo già lo sapete.» G: «Geniale! Bene, siamo giunti alla conclusione di questa puntata. Il signor Triangelo ci ha dimostrato come si possa lottare contro i pregiudizi e diventare un eroe nonostante i difetti fisici. E non dimentichiamo quanto si sia mostrato acuto nonostante i suoi angoli fossero…ottusi! Una grande lezione. E adesso, prima di andare a dormire, cari amici…» Regista (fuori campo): «No! Lo dice, me lo sento. Ancora?» G: «…fatevi una domanda e datevi una risposta!» Regista: «Lo sapevo! Lo licenzio!» G: «Fatto? Bene. Vi aspetto domani con una nuova emozione sottovoce, come noi diciamo, un modo per capire, per capirci, per capirsi, per sommi capi insomma, quando un giorno è appena concluso e uno nuovo sta per cominciare. Avremo il vincitore del Premio Strega, Moccia, a spiegarci cos’è per lui l'amore, ovviamente quattordici. Ovviamente sottovoce. Buonanotte.»
  2. commento: «Ce li ho! Ce li ho!» urla papà. Quindi improvvisa una specie di danza scoordinata, agitando lo spiedone di ferro, che risplende alla luce delle fiaccole. Ha infilzato ben tre scarafaggi e io sono felice, perché sono di quelli grossi e succosi: tra poco sfrigoleranno sulla brace e potremo mangiare di gusto. Sono giorni che non mettiamo qualcosa di decente sotto i denti. Nonno non è dello stesso avviso. Sul volto ha solo ribrezzo. «Io non so come tu faccia» dice a papà, sputando a terra per ribadire il disgusto. «Semplicemente anticipo qualcosa che dovrai fare anche tu, quando avremo finito lo scatolame.» «Piuttosto la morte.» «Già.» Papà non ama discutere con il nonno. Chiude sempre le conversazioni prima che degenerino. A volte, quando il suo vecchio non può sentirci, mi sussurra nell'orecchio che quello è impazzito, ma noi gli dobbiamo volere bene comunque. Da quando abbiamo perso il gruppo un mese fa, lui e papà sono gli unici esseri umani che ho, quindi non posso far altro che amare il nonno in modo incondizionato, anche se lui ci mette del suo per farmi dubitare. Passa le giornate riverso in terra, su un giaciglio che ricrea con delle foglie secche di palma, ogni volta che ci spostiamo. La cosa bizzarra è che indossa degli occhiali da sole sul volto e comincia a fischiettare allegramente, come se non ci trovassimo in un dedalo di tunnel improvvisati e l'unica luce fosse quella fioca delle torce. Abbiamo provato a chiedergli di aiutarci nel cercare cibo e una via per ricongiungersi con mamma e gli altri, ma lui se ne sta a terra e si rilassa. Dice che noi non possiamo capire quanto gli manchi la sensazione di placido calore sulla pelle, perché già quando papà era un ragazzo della mia età, il Sole non era più lo stesso. Era diventato violaceo, cattivo. Inaspriva la terra, bruciandola. Non donava più vita alle piante, cosicchè uno potesse coltivarle e trarne del cibo sano. La sua giovinezza è coincisa con l'ultimo periodo di benessere sulla Terra, poi si è dovuto iniziare a scavare. Lui non ha mai accettato la cosa e il voler stare sotto al sole fino all'ultimo momento, gli ha procurato delle macchie sulla pelle che non vanno più via. «Figliolo, la cena è pronta.» Il sorriso di papà brilla grazie alla fiaccola alla sua sinistra. Si è dato da fare e ha portato un poco di normalità, dove non era possibile. Con una carriola arrugginita, che abbiamo trovato in un vecchio tunnel cieco, ha improvvisato un braciere trasportabile: grazie alle riserve di legna che i primi scavatori hanno piazzato nei checkpoint del sottosuolo, riusciamo quantomeno a dare una cottura decente a ciò che troviamo. Piccoli scarafaggi grigi in genere. Topi di media taglia, quando siamo fortunati. Uno potrebbe pensare che facciano schifo, ma in realtà non sanno di nient'altro che vita. Abbiamo l'acqua che i primi scavatori hanno portato quaggiù con delle tubature chilometriche, ma non sappiamo dove queste iniziano e finiscano. Quando ci allontaniamo dalla base, per cercare gli altri, la paura di non ritrovare la via del ritorno e quel mezzo litro d'acqua a testa che ci tiene in vita, è così forte che mi tremano le gambe. «Ti manca la mamma?» Papà mi coglie impreparato. Ero perso nei miei pensieri e stringevo tra i denti la blatta arrosto, nel tentativo di sfondare la corazza e succhiare l'interno. «Sì.» «Anche a me. Ti prometto che la ritroveremo.» «Giuramelo.» «Te lo giuro, Giacomo.» Lo scarafaggio si spacca e posso inghiottire famelico il contenuto. Papà ha lasciato il terzo da parte per il nonno. Sappiamo entrambi che non lo mangerà mai, ma lui spera che prima o poi si ravveda. A me invece lo spreco infastidisce. «Posso prendere anche l'altro?» chiedo, speranzoso. «Sai come la penso: gli verrà fame di qualcosa di diverso dai fagioli un giorno.» «Ho paura che il nonno non ce la farà. Sta tutto il giorno a terra ed è sempre più debole. Verrà schiacciato dal suo zaino pieno di scatolame e foglie secche prima o poi.» Non so perché ho detto delle parole così ciniche. Non volevo, ma sono venute fuori. Forse sto impazzendo, chi lo sa. Papà non risponde. Sa che ho detto la verità, ma l'amore per il nonno è più forte dell'illogicità di cui quello si sta rendendo protagonista. Vorrei dire che mi dispiace, che non volevo, ma il doppio confronto generazionale viene interrotto da uno squittio. Un topo grande come un gatto adulto scatta fra le gambe di mio padre che, ormai abituato alla caccia spietata dei sotterranei, gli infilza al volo la testa con lo spiedone e lo inchioda a terra. Nemmeno il tempo di festeggiare che altri due ratti della stessa dimensione, passano tra di noi. Il primo viene uncinato da papà alla stessa maniera del precedente. Il secondo viene raggiunto da un poderoso calcio del sottoscritto. Finalmente possiamo abbracciarci. «Ravviviamo il braciere, Giacomo! Abbiamo da mangiare per tre giorni!» L'incubo è sempre lo stesso. Il fratello di mia madre che cade con una capriola scoordinata nel vuoto, dopo aver messo un piede in fallo. Io, papà e il nonno che ci caliamo nel baratro con delle corde, nel disperato tentativo di recuperarlo. La parete che cede. Io che mi ritrovo sul corpo senza vita di mio zio, dopo un volo di non so quanti metri. Le lacrime. L'eco delle urla disperate della mamma. Sono sveglio. Alla mia destra metto a fuoco la parola "Ceci" su una targhetta. È capovolta e se ne sta attaccata su un barattolo di latta. Mi metto a sedere sul pavimento roccioso e posso vedere attorno a me altro scatolame sparso. Ciò che colgo un secondo più tardi mi fa scattare in piedi. Papà e nonno sono stretti in quello che sembra un abbraccio. Il mio vecchio mi intima con la mano di restare fermo dove sono. Quello con gli occhiali scuri continua a urlare «Scusa! Scusa! Non potevo sopportarlo», mentre sulle sue guance scendono lacrime copiose. Un attimo dopo capisco il motivo del teatrino. I ratti che io e papà abbiamo scuoiato e cotto alla brace per conservarli al meglio, sono stati buttati a terra e resi immangiabili dal brecciolino e la polvere di cui sono coperti. «Non possiamo nutrirci di quelle cose. È inumano!» urla ancora il nonno. «È tutto ok. Non è successo niente.» C'è una sfumatura nelle parole di mio padre che non riesco a cogliere. Per la prima volta lo sento distaccato. Stanco. Il nonno sorride, felice di essere stato compreso e con questa espressione felice muore, lo spiedone da caccia di papà infilato nel collo, da parte a parte. Poi il corpo cade a terra e io lo imito, inerme. Vedo papà tagliargli la testa e scuoiarlo con fare deciso. Quindi accende la brace e cuoce ogni singola parte. «Abbiamo cibo per più di tre giorni ora. Credo otto, se razioniamo.» Mi dico e mi ripeto per più di un'ora che non toccherò nemmeno un pezzo di quell'orrore. Poi in me scatta qualcosa. Mi alzo e mi precipito sulla carne profumata, mordendo fino all'osso. Mi netto il grasso via dal muso, usando dei movimenti rapidi del polso. Spero di incontrare di nuovo mia madre, un giorno.
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