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  1. Commento a Veridad Mashup dei tre prompt: Bosco d'autunno - La chiave - La musa Chiusi gli occhi e inspirai a fondo; il profumo di terra bagnata e foglie marce permeava l’aria. Molecole di acqua si strinsero una all’altra con forza, arricchendosi di sali e tossine; strinsi con forza le palpebre per ricacciare indietro le lacrime, ma una singola goccia scese comunque lungo la guancia fino all’angolo delle labbra. Riaprii gli occhi; una lama di sole feriva la volta di foglie insanguinate conficcandosi in una pozzanghera qualche passo più avanti lungo il sentiero. Cacciai le mani in tasca rabbrividendo nonostante la temperatura mite di una giornata autunnale. Ripresi a camminare trascinando i piedi; un tronco caduto, stremato da anni di guerra, cedeva finalmente all’assalto di funghi e muschio; un uccello cantò lugubre fra i rami, planando verso una roccia lontana. Il sentiero usciva dal bosco sbucando in un prato ancora verde. Un ruscello gorgogliava precipitando in una valle ammantata di nebbia. Sedetti su un sasso scaldato dal sole e mi guardai con rabbia le mani che tremavano come quelle di un vecchio. Mi accorsi di piangere solo quando sentii il sapore salato sulla lingua. Ero finito, lei se n’era andata. Dovevo accettarlo, non sarebbe più tornata. L’avevo inseguita troppo a lungo ed ero sfinito. Dispiegai i ritagli di giornale sgualciti che tenevo in tasca: “Un esordio straordinario, un successo travolgente.”, “Un talento di prima classe.”, “Un autore geniale, mette d’accordo critici e pubblico.”. Un colpo di vento me ne strappò alcuni dalle mani, li guardai volare via, fogli ingialliti si riunivano alle loro sorelle nella danza autunnale. Le date dei giornali mi scavarono dentro l’animo. Le conoscevo a memoria, ma ogni volta acuivano la sofferenza, mi pungevano gli occhi come spilli che cercano la strada per il cervello. Tutti i ritagli risalivano a cinque anni prima. Aprii le mani e li lasciai volare via. Inspirai a fondo e guardai il cielo, limpido in quel modo particolare che solo l’autunno riesce a creare. Per troppo tempo avevo inseguito la musa che mi aveva abbandonato. Un esordio travolgente mi aveva illuso; scrivere non era affatto facile come credevo. Dapprima con entusiasmo e poi con fatica crescente avevo inseguito idee e ispirazioni, alla ricerca di un altro libro che sarebbe dovuto diventare la conferma del mio talento. Avevo viaggiato, scavato dentro storie e persone, ma non ne avevo ottenuto nulla; dentro di me era rimasto il vuoto. Ora dovevo accettare di non essere uno scrittore. Forse lo ero stato, per un breve momento, ma finalmente era finita. Sarei tornato a essere un semplice libraio. Avrei venduto con gioia i libri degli altri, senza più sentire il bruciore di rabbia e vergogna che mi assaliva ogni volta che porgevo un libro a un cliente e guardando il nome sulla copertina immaginavo le lettere scomporsi e ricombinarsi in un bizzarro anagramma per formare il mio nome. Mi alzai e ripresi a camminare con passo più leggero. Il bosco risuonava di canti che rimbalzavano fra le foglie gialle; mi parve perfino di intravvedere uno scoiattolo indaffarato fra i rami di un nocciolo. Mi chinai e raccolsi una foglia di quercia; qualche insetto o forse una lumaca ne avevano rosicchiato una parte dandole la forma di una chiave. Mi misi ad osservarla; notai le venature, il colore verde che scolorava nel bruno nelle zone già secche, i lobi tondeggianti. Avrei potuto spendere migliaia di parole per descriverne la forma lievemente arricciata, la consistenza, il profumo. Di colpo l’intera storia di quelle foglia mi investì come se una diga fosse crollata. La vidi risalire nel vento per riattaccarsi ad un ramo, vidi le migliaia di animali che su quella quercia erano passati nel corso degli anni, vidi l’albero rimpicciolire fino a tornare una ghianda. E ancora vidi i bambini e gli uomini che si erano appoggiati al suo tronco, i baci degli amanti che all’ombra delle sue fronde avevano trovato rinfresco, vidi i sorrisi, i litigi e vidi le vite di tutti loro. Compresi che le storie erano ovunque, compresi che la musa non se n’era mai andata, ma che io stesso l’avevo rinchiusa in un angolo, soffocandola e imprigionandola. E la chiave per liberarla era l’amore per il mondo, per le persone, le cose, per una piccola foglia dalla forma bizzarra.
  2. Fu avvolto da un boato assordante, seguito da un silenzio irreale e da un odore conosciuto. Cercò di sollevare le palpebre che si ribellarono ai suoi comandi, testardamente incollate da un mastice umidiccio e appiccicoso. Odore di plastico. Si stropicciò gli occhi che finalmente gli ubbidirono e si dischiusero, velati di caramello e investite da folate di fumo acre. Un odore sconosciuto si aggiunse a quello noto e più volte frequentato nei campi di addestramento: il fetore della morte. Chiuse gli occhi. Si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore. Allungò la mano a cercare il pulsante in uno spazio fluttuante: nessun abat-jour, né comodino, né letto, niente di niente, una sensazione non dissimile da quella dell'assenza di gravità. Fu trafitto da un freddo pungente che trasformò in un istante le perle di sudore in spilli di ghiaccio. Tastò il suo corpo alla ricerca di un addome scomparso e si scoprì nudo. Sclere scarlatte indagarono il luogo: solo buio. Una sensazione di vuoto gli riempì la bocca dello stomaco. Era diventato cieco? Stava sognando? Nessun indizio confortò il suo terrore crescente. Improvvisamente riaffiorarono i ricordi... la quiete prima della tempesta... gli occhi disperati di sua madre... lo sguardo muto di suo fratello... la mano infilata sotto il giubbotto... il dito sopra il pulsante... la tempesta dopo la quiete... I ricordi riaffiorarono. E lui li spense. Si assopì. Fotogrammi al ralenti gli inondarono la corteccia visiva: brandelli di carne pendula monconi anneriti fumanti arterie lacere pulsanti sangue vermiglio a fiotti occhi vitrei sbarrati gambe senza piedi piedi senza scarpe scarpe con i piedi. fuochi fatui. click click click... un silenzio ovattato e complice copriva i rantoli dei feriti l'agonia dei morenti l'incredulo stupore dei morti Chiuse gli occhi. Questa volta il risveglio fu più lento e lucido e consapevole. Freddo e buio lo incalzavano ma lui non se preoccupava, ormai conosceva il suo destino e anche il suo premio conosceva, se lo ricordava bene quel premio. Si sollevò a fatica, mosse qualche passo incerto, i suoi piedi presero confidenza con un suolo liscio come lava solida e gelido come ghiaccio urente. Si inoltrò nell'oscurità e iniziò la ricerca. Vana e infruttuosa e frustrante, come il destino che si era scelto, ma continuò a cercarle per l'eternità: non ne trovò neppure una, delle settantadue che gli erano state promesse. Solo settantadue chicchi trovò, settantadue chicchi di uva passa.
  3. Trilce

    Controlli

    http://ultimapagina.net/forum/topic/504-violino/?do=findComment&comment=4847 Il pensiero come vapore sospeso nell’aria; lo respiravo, giorno dopo giorno, non era nebbia, non aveva forma. Sentivo la sua presenza intorno a me, attraversava la mia mente per poi restare nella mia testa. Ero scontenta, confusa, irrequieta, disperata… Fuggì di casa, allontanandomi di questa presenza che mi rendeva oppressa. Non capivo cosa fosse, un angelo? il fantasma di un famigliare morto? dio? O semplicemente stavo impazzendo, disincantata delle mie carenze, dei vuoti di memoria, delle false promesse, delle idee scontate… Il fumo mi resse leggera, mi aprì gli occhi, un terzo occhio che mi permetteva di vedere l'invisibile. Come un pulsante per accendere la luce, ma questa luce rivelava tutto quel che era nascosto, oltrepassando le persone e gli oggetti. Tornai a casa, tollerante, cosciente dei miei sbagli, dei miei utili egoismi anche se solo a me stessa, e dopo la dolce caduta, non approfondì nell’abisso, lo guardai dritto negli occhi; con serenità mi raccontò tutto quello che da una vita mi avevo chiesto, sciogliendo le mie insicurezze, trattenni il fiato, rallentando i battiti del cuore, solo per continuare a sentire la sua voce sottile. Come non posso che essergli riconoscente? Se in ogni sua parola, sembrava materializzarsi nei libri che leggevo, come scritte dalla mia stessa mano, perché non era per capacità né talento, era perché lo capivo intensamente, ogni emozione morta nel passato, stampata nel foglio giallastro era ora mia, e la sua anima era risorta in me, mi avevano impossessato. Un’immortale legione di anime che hanno bruciato in me per sempre ogni senso di solitudine.
  4. Trilce

    Lettera d'amore

    Mi abbandono perduto, dentro di me, esaurito sprofondo nella dimenticanza. Accolgo stanco ogni pensare che lascio in solitudine, senza ascoltare la sua voce,né il suo eco. Di parole mi libero, come sangue che scorre, ignorando ciò che minaccia la mia fiducia in un futuro sereno. Rimango a lungo, in silenziosa monotonia, come l’influsso della pioggia, che piange per me… all’infinito… Una fitta nebbia arbustiva circonda mio cuore che dolcemente si ferma. L’Angelo della fine con la sua oscurità si confonde nelle tenebre e la notte è troppo scura per osservare il suo sguardo, la sua sagome che scorre, sparendo nel buio. Come uno spazio abbandonato dal tempo, nel dimenticatoio, la sua presenza sincera, non m’illude. Nero lucente, la sua pelle si confonde col suo mantello, allontanando ogni timido albore d’innocenza e di speranza, riempie il pensiero di vuoto, allontanando gli assurdi e ingannossi pensieri, profumando di vera bellezza, che è la sostanza che dentro il mio cuore trafigge e rinasce lentamente, un lungo battito che ha il suono agonizzante di un violoncello. Prendo tra le mani la mia penna, e inizio a scrivere una dichiarazione di amore alla Morte: Il mio animo veleggia, ed io piccolo mi sento, solitario, tra le tue mani come un sogno, come una barchetta di carta alla deriva. Come non amarti quando tutto quanto di più prezioso nella vita, te lo sei irrevocabilmente portato via, ingoiandolo interamente, senza che le tue mani tremassero e prima di mandarlo giù, al fondo del tuo gonfio ventre, più di una volta mi hai tentato, sussurrandomi parole seducenti, bisbigliandomi all’orecchio, nei miei momenti di grande debolezza, di estrema fragilità? E’ contro natura che io anziché seguire l’istinto di conservazione, di sopravvivenza innata, che ogni essere vivente porta con sé, il mio riflesso volontario, incolume, sia quello di assecondare la gravità del tuo desiderio attraente, di cui non posso più restare immune? Spettro custode del mio passato senza futuro, adesso come adesso, rimane ignoto, anzi, lo cancello. Fino alla fine tu, compagno invisibile, regni nel buio e la tua visione affonda come due grandi occhi, che attraversando come raggi, scolpendo dentro un tetro sentimento. Risanando con grazia cieca ogni onnisciente speranza senza ferita, muore, ormai inesistente, in quel marcio silenzio di dolore lasciato indietro, cui eco non si sente più. Mi sono sempre sentito attirato a te, al mistero e l’ultima verità che rappresenti, sei il centro dove ogni pensiero verrà svelato finalmente, e il mio essere sprigionato da questo corpo troverà due ali di libertà e di pace imminente. Prima di adesso avevo ancora ragioni che sostenevano quel peso che continuavo a portare in avanti con tutta la forza dell’esistenza sulle spalle. Ora che non mi resta nulla, sono portato a raggiungerti. Ho attribuito ogni singola parola sfiorita che ho raccolto nelle mie opere, alla tua Musa influenza. La fama aveva colmato il bisogno materiale e quando dall’alto mi sentivo nella cima più elevata del mondo, mi ritrovai da solo. Solo tu, non mi hai mai dimenticato, e da un angolo nascosto sempre mi osservavi. Ora apro la porta a te, sonnolento, la tua luce assorbe i miei occhi scintillanti di emozione, abbandono la tristezza che al primo sole dell’alba mi accompagnava fino all’ultima lacrima di tramonto. Le tue carezze, col aiuto della mia mano, mi fanno sanguinare delicatamente, mentre mi addormento nel tuo abbraccio immortale, che mi stringe forte, con le freddezze di un corpo che non prova più emozione alcuna. La tua voce resta in silenzio, mentre il timore recita il canto del fiume annunciando la mia fine. L’arrivo della luna in compagnia delle stelle bruciano di sogni, non sono più che polvere sparso nell’aria e l’agonia dell’assenza, un ricordo che scappa via in una lacrima. Il mio cuore è libero e pronto a partire, nell’attesa speranza che mi porti verso l’infinito, dove la poesia mi aspetta, confondendomi nel paesaggio sorvolando sul bianco delle nuvole circondate di luce albore del miracolo.
  5. Kuno

    Il Reato al Monte

    Commento: Il Reato al Monte Decisero di muoversi col sole alto, consapevoli che, nelle ore più calde, il Padrone ha sempre troppo da fare per buttare un occhio su tutti. Si sa, ma si tace, che nemmeno Lui è ovunque, anche se di occhi sembra averne quasi infiniti (ma un quasi non è mai trascurabile, quando si parla dell'infinito o del suo contrario). Si erano da poco incamminati Ahehg, Ny'hal e Keqee. Secondo il piano originale, un quarto elemento (un tale Sef'u) avrebbe dovuto far parte del gruppo, ma - all'ora stabilita per la partenza - di lui non c'era traccia. Il giorno prima avevano concordato il luogo dell'incontro: una delle mille radure terrose perse nella foresta. Ne avevano scelta una tra tutte, senza criterio: «Vediamoci là, domani, all'ora che sapete.» Sef'u tardava, insomma, e gli altri non potevano attendere oltre: il rischio di essere scoperti sarebbe stato esagerato. Frettolosamente gettarono sguardi tra le fronde, per sopire il timore di essere spiati; poi partirono, senza nulla a fargli pesante la schiena. Avevano già camminato, piuttosto svelti e sempre muti (per non attirare con la voce i curiosi), poco meno di dieci chilometri, quando il silenzio si fece tanto solido da assumere l'inquietante forma di un'assenza, e i tre pensarono subito a quella dell'amico Sef'u. Le prime parole furono di Ahehg: «Forse non se l'è sentita di rischiare.» «Eppure ieri sembrava entusiasta di questa nostra breve evasione.» «Hai ragione, Kequee, ma magari la notte gli ha regalato incubi. Il sole non scaccia certi sogni neri.» «Non vorrei - chiuse il triangolo Ny'hal - che i fedelissimi del Padrone l'avessero scoperto e arrestato.» Dei tre, Ahehg era il più vecchio, Kequee il più giovane, mentre la nascita di Ny'hal era caduta puntuale a metà strada, tra quelle dei compagni: aveva due anni in meno del maggiore e due in più del minore. Questo suo trovarsi nel punto equidistante dagli estremi gli aveva sempre ispirato l'idea che a lui toccasse il ruolo dell'asse di simmetria: dove s'incontrano le immagini identiche e opposte. Credeva fosse suo, in breve, il compito di stemperare da una parte il carattere autoritario e facilmente irritabile di Ahehg, dall'altra quello impulsivo, spesso aggressivo, di Kequee. Lo spirito violento di questi due non sorprende. Nella bellicosa comunità di cui facevano parte, strideva invece la mitezza di Ny'hal. Tutti e tre, comunque (anno più, anno meno), vivevano l'età più invidiata, ovvero la giovinezza: con le gambe solide e instancabili, non a caso, impiegarono poche ore a valicare i confini della foresta, dove un deserto di pietra ospita il Monte, la cui vetta era appunto la destinazione degli evasi. Una voce: «Saliamo?» Le altre due: «Saliamo.» Ma prima pregarono, affinché tutto si concludesse per il meglio e senza punizioni. Le mani tremavano e la fronte sudava: li animava un terrore evidente. Non gli era permesso arrivare neppure fin lì, così distanti dal cuore della foresta, ma il Monte (e in particolare la vetta) è da sempre sul gradino più alto nella scala delle mete proibite. Cominciarono a salire il fianco, inventando, un passo alla volta, un sentiero mai esistito. Nessuno aveva osato scalare il monte, fino a quel giorno: qualche angelo, al limite, ci si era avvitato intorno volando. Ma i piedi dei giovani erano i primi a calpestare quella roccia, e le loro menti le prime a capirne davvero le forme, senza il soccorso della fantasia. Presto si fermarono, ché il buio grigio della sera mutò in tenebra cieca: per i tre non c'era modo di proseguire su quelle strade appuntite e illogiche, fino a quando la mattina non avesse restituito loro gli occhi. In una grotta sognarono, coi corpi vicini, realtà distanti: Kequee si vide nella foresta, di notte, che fuggiva da bastoni in fiamme e urla diaboliche. Inciampò e lo raggiunse un colosso tatuato, seduto sul dorso di un cinghiale. Non tardarono gli altri inseguitori: chi cavalcava lupi enormi, chi orsi rabbiosi, chi cinghiali dalle fattezze leonine, chi invece uomini, robusti e dalla pelle sudicia di sangue, riconoscibili tra le bestie solo perché più stanchi e dotati di zampe deboli. Proprio un domatore di uomini, in sella a un esemplare ormai esausto, urlò qualcosa a Kequee in una lingua sconosciuta; ma il ragazzo capì: lo avrebbero cavalcato fino a ucciderlo. Difatti, l'uomo che gli aveva urlato scese dal suo animale (non si può chiamarlo in altro modo), sgozzò questo con una piccola lama rovinata da decenni di utilizzo, e montò sulle spalle del giovane Kequee, cavalcandolo nella foresta, durante l'intero giorno e l'intera notte. L'incubo di Ahehg, invece, lo privò di un corpo: egli era il suo paio di occhi e guardava un mare cordiale, riflesso di un cielo non meno pacato. Dominava la scena l'azzurro dello specchio e dello specchiato, il bianco di alcune nuvole e di pochi gabbiani, infine il grigio del cadavere di un vecchio, che al cielo offriva la schiena e il volto al mare. Ahehg riconobbe subito la postura e la tinta di un corpo che la vita ha già fuggito. Trascorso qualche momento, il morto cominciò a ruotare su stesso, rivelando il volto. E questo sorrideva. Le braccia si agitavano rapide, movendo miniature di onde; la bocca articolava parole mai sentite, ma ad Ahehg bastò per capire che l'uomo era, indubbiamente, vivo e contento. Pochi secondi e il corpo si capovolse ancora, tornando cadavere: immobile, senza respiro, grigio come non può esserlo nulla di vivo. Più volte il corpo passò dalla vita alla morte, mostrando e celando il viso. Il cielo e il suo riflesso acquoso restarono azzurri e in pace per tutto il tempo. Intanto, in un altro sogno, Ny'hal moriva in croce. I tre evasi tornarono alla realtà nello stesso momento, ed era quasi l'alba; nessuno fu capace di rammentare le immagini del proprio incubo, ma ognuno sapeva - glielo suggeriva la testa pesante - che qualcosa aveva tormentato quella notte. Ripresero la marcia, Ahehg in testa e Ny'hal a chiudere la fila, inciampando spesso e imprecando, non sempre a bassa voce. Finalmente raggiunsero la vetta. Ahehg e Kequee chiusero gli occhi: «Perdonaci, Padrone, se abbiamo peccato.» «Guardate.» disse composto Ny'hal, ma i compagni non gli davano retta, accecati dalla paura. «Guardate.» ripeté senza alterarsi. Allora gli occhi di tutti si aprirono finalmente allo stesso paradiso. Col capo chinato, videro laggiù la foresta e tutti i suoi confini: capirono che non era sterminata quanto si insegnava e che il mondo possedeva molto di più. Là, per esempio, correva un fiume, che lo sguardo dei tre accompagnò fino all'orizzonte. Non potevano seguirlo oltre, ma quell'acqua, pensarono, doveva scorrere all'infinito. Una valle verdissima reggeva una foresta bianca di pietra: riconobbero strade, piazze, case, un piccolo villaggio che forse la vita abitava dall'inizio dei tempi. Un lago, poco lontano, era senz'altro la dimora del silenzio e della pace. «Ci chiedevamo come fosse la vita di Dio. Ecco: è di infiniti attimi come questi. Il mondo intero nello spazio di uno sguardo.» Parlò così Ahehg e Kequee aggiunse «È straordinario.» e Ny'hal concluse «È un sogno.» In quel momento tremò la terra, si arrestò il vento, s'infiammò l'aria, si spense il sole. Ai giovani bastò il tempo per voltarsi e osservare il Padrone apparire, uscendo da un vortice di fiamme. Il loro amico Sef'u, vennero a scoprire, li aveva venduti. Il Padrone domandò: «Chi ha avuto l'idea?» Ny'hal avanzò di un passo. Lo crocifissero la mattina dopo, nella radura dove l'evasione era partita. A Kequee toccò portare in spalla la pesantissima croce, per lunghe ore, fino al luogo dell'esecuzione. Ahehg non poté sfuggire alla visione di quel corpo appeso che ora moriva, ora sembrava rinascere; ora insanguinava la terra, ora balbettava al cielo. Nel pomeriggio vennero lapidati tutti e tre: uno ancora in croce, gli altri ai suoi piedi. Nessuno pensò mai che la punizione fu eccessiva. In fondo erano colpevoli di tradimento, che è certo il peggiore tra i reati: se ne macchia chi è nato nella foresta del Diavolo e vuole indossare gli occhi di Dio.
  6. Gigiskan

    Into the Blue

    Pablo aspirò con avidità il fumo dalla pipa in legno. Chiuse gli occhi e per un attimo la sua mente giacque in un mondo lontano e perfetto, privo di dolore e di rammarico. Pensò a Carlos, delineò il suo ritratto, desiderò che fosse ancora vivo, e l'immagine dell'amico era nitida e presente. Ricordava con mestizia Carlos, con cui fino a poco tempo prima aveva riso e scherzato e che infine aveva scelto il peggiore dei modi per morire. Il suicidio. Aveva rinnegato l'anima e il corpo, preferendo la morte alla vita, e lasciando Pablo in balia della disperazione. Tutto per colpa di una donna. Pablo espirò il fumo e l'illusione della quiete si dissolse in una nube scura e densa. Poggiò la pipa sul tavolo e afferrò il pennello. Trasse un respiro profondo e permise alle emozioni di assumere il controllo della mente. Intinse il pennello nel ciano e tracciò sulla tela le prime linee. L'ennesimo quadro dedicato a Carlos. La piazza del mercato gremita di gente è una macchia di persone azzurra e uniforme. Il sole blu, alto nel cielo, rischiara debolmente il cielo tetro e scuro; i suoi raggi gelati raggiungono la terra in uno zufolo di rammarico e desolazione, fredda angoscia. Soledad cammina a testa bassa, le buste della spesa pesanti la fanno barcollare ora a destra ora a sinistra. Sta attenta a dove mette i piedi. Le gambe le fanno male perché si è alzata presto e ha camminato tutta la mattina per procurarsi tutto il necessario per preparare il pranzo di Lucas, suo marito. Guarda l'orologio e capisce che è meglio sbrigarsi, se non vuole che si arrabbi. Le buste della spesa lasciano dei solchi violacei sulle mani azzurrognole. Le poggia a terra e cerca di procurarsi sollievo sfregando tra di loro i palmi, aprendo e chiudendo le dita, invano. Cerca di risollevare le buste quando, sotto il peso di una forte spinta alle sue spalle, crolla a terra con il viso rivolto verso lo scuro terriccio del suolo. Un omone alto torreggia su di lei, copre il sole con la sua ombra. Stai bloccando tutto il passaggio, ringhia. Non fermarti in mezzo alla strada! Le rivolge una smorfia di disprezzo e passa avanti, quasi calpestandola. Soledad si sente osservata, tutti la stanno fissando. Nessuno è intervenuto, nessuno oserebbe mai. Si rialza sotto gli sguardi diffidenti della folla e cerca di ricomporsi. Dove sono finite le buste? sbotta allarmata. Si guarda attorno ma non vede nulla. Qualcuno deve averle rubate, pensa, mentre sente la gente bisbigliare che è giusto così, che le sta bene. Avverte le lacrime, la vista si annebbia, mentre il blu della piazza sbiadisce. Vorrebbe piangere, ma si trattiene. Deve tornare a casa, deve affrontare Lucas. Piangere non serve a nulla, pensa. Suo marito non si intenerirà solo per qualche lacrima versata o qualche segno sulle guance cerulee. A testa bassa si fa strada fino a casa, commiserando se stessa e la sua vita. Bussa timidamente alla porta e in un attimo sulla soglia compare suo marito. Allora? chiede. La squadra dall'alto in basso, con odio e disprezzo. Soledad non osa fiatare, cerca solo di trattenere le lacrime, ma un singhiozzo disperato fugge dalla sua gola e in breve la finta compostezza di Soledad si infrange in un pianto patetico. Mi dispiace, mormora. Non riesce a dire altro. Ti dispiace? Lucas la afferra per un braccio con forza fino a lasciarle un profondo segno viola e la trascina in casa. La spinge a terra e Soledad batte la testa, ancora in lacrime. Davvero ti dispiace? mormora a denti stretti e con i pugni serrati per la rabbia. La afferra per i capelli, provocandole un dolore lancinante, insopportabile. Solleva i pugni, pronto a colpirla, ma un boato di incredibile intensità, proveniente dall'esterno, lo distoglie. Sei fortunata, bisbiglia, e si allontana per uscire. Un altro boato risuona minaccioso fuori. Soledad trascina il corpo dolorante fino alla porta d'ingresso e assiste allibita allo spettacolo che si presenta ai suoi occhi. Il cielo è scosso da un violento terremoto di tonalità a lei sconosciute. Ci sono toni caldi, confortevoli e accoglienti, e toni freddi, desolanti e sconcertanti. Non riconosce il giallo, il rosso, il verde, né altri colori, ma le sembrano familiari. Una strana sensazione agita le sue membra ora e, quasi dimentica delle violenze appena subite, sorride. Per la prima volta nella sua vita, sorride. E pensa di aver trovato una parte di sé che non conosceva. Mentre i colori continuano a inondare il cielo, la terra inizia a tremare. Strida di terrore si sollevano alte, in cerca di una disperata via di salvezza. Soledad vede Lucas urlare e corre via, come tutti gli altri. Lei invece è tranquilla. Guarda la terra, osserva il cielo, contempla i colori ridefinire il suo mondo mentre il blu si dirada. E sorride. In un attimo è tutto finito. Pablo in un accesso d'ira riversò tutti i colori sulla tela, come a voler gettare via tutte le sue emozioni, per poter ricominciare una nuova vita. Il verde per la speranza, il rosso per la rabbia, il blu dell'amarezza. Si accasciò a terra e pianse. Per se stesso, per i suoi quadri, per Carlos. Non voleva dimenticare il suo amico, non voleva lasciare andare il suo passato, ma non voleva nemmeno soffrire. Distrusse la tela, la sua ultima opera blu. Il dolere lo attanagliava ma il desiderio di vita lo chiamava a sé. Si accasciò su una sedia, lasciando cadere il corpo come fosse un cadavere, e pianse fino a esaurire le lacrime. Il viso di Carlos si affacciò alla sua mente, talmente vivo e vicino che Pablo credette di poterlo sfiorare con le dita. I colori sono la chiave, sussurrò Carlos. Basta scegliere quello giusto. Il suo viso sfumò in una leggera nebbia fino a scomparire, lasciando dietro di sé l'ombra di un sorriso. Pablo prese a fissare uno a uno i colori sulla tavolozza, pensando al dolore provato per la perdita di un'amicizia importante, alla desolazione di una vita difficile, alla mestizia della sua solitudine. E infine capì. Rosa! esclamò. Raccolse nuovamente la concentrazione, si lasciò trasportare dall'emozione e dall'ispirazione e inaugurò una nuova tela. L'inizio di un nuovo periodo.
  7. Mari

    Attimi

    commento Attimi. Flash, sprazzi di lucidità tra un incubo e l'altro, tra l'oblio e la coscienza. Tra il bianco e il nero. Tra il sonno e la veglia. Giorni. Sono tutti uguali. Piatti, infiniti e scoloriti. Non sono sola, siamo in tanti. Tutti urlano, tutti piangono. C'è una tale concentrazione di sofferenza qua dentro... non c'è mai pace in questa specie di limbo in cui ci troviamo. Non so nemmeno più come mai sono qui, so a malapena il mio nome, mi stordiscono con le pillole e con le gocce, ma più me ne danno e più ne ho bisogno. Dopo le gocce mi sento bene, tutto si attenua: il male che ho dentro, le voci che mi urlano in testa, ma la pace dura troppo poco. Settimane. Si susseguono con una lentezza feroce. Le solite cose, le solite facce, la solita puzza di chiuso e di escrementi. Urlo. Almeno mi vedono, si curano di me. Tanti hanno paura di me quando urlo, glielo leggo negli occhi. Quando lo faccio finisce che qualche piccola concessione poi me la concedono, ma non oggi. Oggi c'è il turno di merda... quella maledetta infermiera non mi dà mai nulla, né una sigaretta, né qualcosa in più da mangiare, niente strappi alle regole quando c'è in turno la stronza. Mesi. Il tempo si dilata, perdo il conto, le uniche cose a identificarlo sono le ricorrenze ufficiali: il Natale, l'Epifania, il carnevale, la Pasqua, il mio compleanno, il Ferragosto, Halloween. Poi, in un attimo o in un tempo che sembra non voler finire mai, arriva di nuovo il Natale. Anni. Da quanti anni sono qui? Se me lo chiedono non so rispondere. Mi ricordo solo che mia madre era ancora viva, sempre allegra e giovane. Veniva spesso a trovarmi e mi regalava degli abiti bellissimi... Dio quanto ero bella con quei vestiti. Poi non è più venuta a trovarmi, mi hanno spiegato solo dopo molto tempo che era perché era morta... quella volta la rabbia che avevo dentro non sono riuscita a trattenerla. Piangere non mi bastava, ho spaccato la mia camera, ho urlato per giorni e ho colpito con pugni e calci chiunque si avvicinasse o volesse toccarmi e qualunque cosa mi capitasse a tiro. È stata dura, ma ho superato anche quel dolore... non so sinceramente dove ho trovato la forza per tenere in piedi quel castello di sabbia di cui è fatta la mia vita. Ho superato indenne un dolore grande come la perdita dell'unica persona alla quale importasse qualcosa di me. Mesi. Non resisto più. Fa male vederli passare. Inesorabili, senza una meta o uno scopo. Non so più nemmeno io che cosa voglio da questo schifo di vita. Settimane. Sento sempre lo stesso dolore che mi trafigge il petto, un peso che mi schiaccia sempre di più. Quasi mi manca il respiro. Alcune volte mi illudo che sarò felice di nuovo, come prima di impazzire... ma sarà poi vero che sono impazzita? Non è che è il mondo a essere più folle di me? Chi è che a questo mondo può definirsi sano di mente? Giorni. Non ne posso più. La noia mi annienta, il dolore ormai è quasi insopportabile. Voglio andare a casa... ma quale casa? Non ho più una casa, non ho più nessuno al mondo. Dove potrei mai andare? Attimi. Me ne basta uno. Uno spiraglio di luce nel buio. Mi incanto a guardare il panorama, ringraziando la sbadataggine della donna delle pulizie che ha lasciato la finestra socchiusa. Il mare oltre gli scogli è in burrasca, ne sento l'odore, mi arriva alle orecchie il rumore della risacca. Inspiro forte, l'odore di salsedine mi penetra e mi calma i sensi. Respiro ancora a fondo, mi disconnetto dal mondo, una sensazione di benessere mi pervade. Sono già fuori, sono felice, libera: ho imparato a volare.
  8. Gigiskan

    Tramonto

    Commento Siamo fermi qui, aspettando il tramonto. La brezza marina che accompagna il volo dei gabbiani in fuga dall'orizzonte porta con sé un sapore dolciastro che sa di malinconia e che lascia in bocca un retrogusto amaro. Il mare respira quando le sue onde si infrangono sulla riva dissolvendosi in una schiuma bianca e fumosa. La natura vive e parla. Noi tratteniamo il fiato, seduti sulla sabbia, in un insolito silenzio religioso. Non ho mai visto così tante persone assorte nella contemplazione, nemmeno in chiesa durante la preghiera. I bambini sono stanchi, dormono. È un peccato che debbano perdersi un tale momento. Ma forse è meglio così, forse è meglio che non provino questa spiacevole sensazione di sconforto, forse è meglio che nella loro memoria il ricordo rimanga incontaminato. Il cielo arrossisce, mentre la luce del mondo si concentra verso l'orizzonte, al di là del mare. Che spettacolo, sospiro. Ci hanno detto di aspettare il tramonto e noi aspettiamo. Ci hanno detto che domani il Sole non sorgerà, che non potremo vederlo mai più. Ci hanno detto che si spegnerà, lasciandoci al buio del cosmo per l'eternità. Non so come sia possibile, ma è questo che ci hanno detto. Il Sole si spegnerà. Dopo averci illuminato per miliardi di anni, dopo averci regalato la vita, senza mai volere nulla in cambio, alla fine anche Lui ha perso la fiducia nel genere umano. Ci abbandona, per sempre. È una sentenza definitiva, da cui non si torna indietro. Credevamo di avere tutto il tempo del mondo, ma avevamo torto. Il nostro tempo finisce qui e adesso, senza concederci alcuna possibilità di riscatto. Alla fine siamo stati sconfitti. Dall'ingenuità, dall'ignoranza, dalla cattiveria. Abbiamo combattuto una guerra contro noi stessi, ci siamo uccisi a vicenda, abbiamo raso al suolo questa terra che è dimora di tutti, e ne siamo usciti sconfitti. Il mare placa le sue onde e stende onorato il suo tappeto trasparente e uniforme. Il Sole cala alle sue spalle ma continua a irradiare il cielo con il suo caldo rossore. Una sensazione piacevole e familiare si affaccia in me e la accolgo con gioia. In un attimo mi sento come uno di quei bambini che continuano a dormire tra le braccia dei genitori: insignificante di fronte all'immensità di questo mondo, ma protetto da una mano amorevole e confortante. Non so come faremo domani, quando il Sole si sarà spento. Quando la Guida che ci ha tenuto per mano sin dalle origini, insegnandoci a orientarci seguendo il suo movimento e il suo esempio, non sarà più qui ad aiutarci. Quando la fonte di energia e vita si sarà esaurita e ci avrà abbandonati al nostro destino, senza lasciare nemmeno una spiegazione. In qualche modo dovremo fare, anche se non so come. Adesso il Sole è solo una semisfera lontana ma avverto con certezza il suo calore. So che continuerà a guidarci finché la sua luce potrà raggiungerci, fino all'ultimo momento. So che il tramonto sarà lento, perché Lui vorrebbe rimanere. So che ha fatto una scelta difficile, ma è l'unica opzione possibile. Una lacrima mi riga le guance, mentre osservo attento il declino. L'ultimo raggio di luce mi accarezza il volto. Il Sole svanisce all'orizzonte. Non ci incontreremo un'altra volta. In breve anche la fascia dei crepuscoli si estingue e le tenebre si impossessano del mondo. Ora vedo il buio, nient'altro che il buio. Addio, Sole.
  9. Commento (Sfida 2 "viaggiatore nel deserto") BREVE DELIRIO INSENSATO DI UN UOMO SUGLI UOMINI, SUL DESERTO, SULLA VITA, SULLE STELLE, SULLE COSE ALIENE, SUL SENSO, SUI SENSI, SULLE COSE SENZA SENSO E SU UNA COSA CHIAMATA “CODARDIA” CHE È, INVERO, L’UNICA COSA CHE MERITA LA MEDAGLIA AL VALORE PER IL CORAGGIO. Scappare, da sempre, è considerata la “virtù” dei codardi. Scappare da tutto e da tutti, anche da se stessi è, per quanto assurdo possa sembrare, la scelta più coraggiosa che un uomo possa fare nell’arco di una intera esistenza. Perché la scelta di lasciare tutto e fuggire lontano, alla disperata ricerca di un attimo di libertà, di un brivido mai provato, di una serenità che si ha solo sognata durante quelle rare notti di piacevole sonno non interrotte da atroci incubi. E spaccare quello specchio, illudendosi di poter fare del male a quell’immagine riflessa; illudendosi di poter cambiare qualcosa nella misera esistenza nella quale siamo stati gettati come pedine di un sadico gioco; con l’angoscia perenne, la malinconia incalzante, l’insolito mal di vivere che, in genere, viene scambiato per mal di morire. La routine quotidiana diventa una dolorosa agonia: svegliarsi al mattino, consumare una misera colazione, buttarsi sotto la doccia, uscirne, asciugarsi, spazzolare una, due, tre, quattro, cinque volte i denti; vestirsi, uscire di casa, andare a lasciare i figli a scuola, andare nel misero ufficio, lottare con i clienti. Uscire, prendere i bambini, tornare a casa, cucinare, mangiare, riposare, spazzolare una, due, tre, quattro, cinque volte i denti; mettersi le scarpe, uscire. Tornare in ufficio, lottare con i clienti, prendersi una pausa. Tornare a casa, cucinare, accendere la televisione, ignorare i bambini che giocano; metterli a letto, tornare davanti la televisione; addormentarsi sul divano. E ricominciare daccapo. Giorno e notte diventano relativi, niente più giorni festivi, niente più giorni lavorativi, niente più sole, niente più luna: quando a stento si ha la forza di aprire gli occhi non si fa più caso a queste cose. In breve è la vita stessa ad alienarsi e noi stessi ci alieniamo, seguendo la sua scia. Di colpo “abbasso il potente” e “proletariato” divengono: “abbasso la vita” e “vivente”. Il comunismo diviene da utopia a realtà, ma in un modo diverso: diventa un comunismo vitale, per così dire. La stanchezza si trasforma in malattia, la malattia in morbo mortale, incurabile, virale. E non rimane altro da fare se non scappare, per evitare di morire. O forse per evitare di vivere. Perché sì: per quanto possa sembrare assurdo, l’unico modo per continuare a vivere è lasciarsi la vita alle spalle. E, bisogna ammetterlo, ci vuole coraggio. E di colpo la routine cambia radicalmente. Svegliarsi la mattina, procurarsi del cibo, camminare. Sprofondare nella sabbia, combattere contro il caldo e la sete, lottare per la sopravvivenza. Cercare un’oasi verdeggiante, sognare l’acqua; guardarsi intorno: non vedere nulla. I palazzi adesso sono fatti di sabbia: enormi dune candide, che si formano e si sformano come nulla fosse; e di colpo ti rendi conto che non sono i Romeni o gli Armeni o gli Italiani o gli Americani la migliore mano d’opera: è il vento. E costa pure di meno, anche se è un po’ più rompicoglioni. Trovare della legna, accendere un fuoco, rannicchiarsi lì vicino per sopportare il freddo. Riflettere su come sia volubile la vita: un giorno vedi solo palazzi di cemento, un altro solo di sabbia. Di giorno il sangue ti bolle nelle vene, di notte rischi di morire assiderato. E pensare che non ti è mai piaciuto il caldo. Sperare che non arrivi qualche animale a mangiarti vivo, pregare un Dio al quale non hai mai creduto, addormentarti nel silenzio della notte, guardando le stelle. Non avresti mai pensato che ce ne fossero così tante. In città se ne vedono poche, giusto uno o due miliardi; adesso ne vedi così tante da immaginare che sia giorno. Centinaia e centinaia di miliardi di piccole lucette in lontananza che ti fissano avidamente. Perché sì: le stelle sono come miliardi di occhi che ti fissano, supplici del perdono per azioni compiute da uomini innocenti. E il tuo ultimo pensiero, prima d’addormentarti, va proprio a quelle stelle: cosa avranno mai fatto per fissarti in quel modo? Costrette nel gelo dello spazio, immobili e immutabili. E pensare che non sai nemmeno se tutte quelle stelle ci sono ancora. La solitudine ti spaventava, ma ormai non ci fai più caso: non ti mancano le persone né le loro voci e, a dire il vero, hai quasi dimenticato che suono ha una voce. E che calore ha un abbraccio. Continuare a camminare diventa vitale: spostarsi di giorno in giorno, sprofondare nella sabbia, sudare, cercare dell’acqua. Non si ci fa nemmeno più caso dopo un po’, diventa normale, naturale. E si ci rende conto che si è di nuovo piombati in quella stessa routine, in quella stessa agonia, in quella stessa malinconia, in quella stesa lenta, triste, misera, dolorosa vita di sempre. E l’alienazione ha un nuovo significato. Eppure questa volta non ti pesa e a stento riesci a pensare: non sei più un uomo, ma un camminatore: uno che cammina per vivere e vive per camminare. Il deserto diventa il tuo mondo e il mondo il tuo deserto, l’acqua diventa la tua sete, la sete la tua unica fonte d’energia. E hai dimenticato tutto, di nuovo. Il comunismo vitale diventa comunismo mortale e “abbasso il potente” e “proletariato” – che erano diventati “abbasso la vita” e “vivente” – diventano: “abbasso la morte” e “morente”. Eppure, nonostante tutto, non stai male. Si ci sente diversi quando non si ha più la possibilità di sentire. Si ci sente vivi solo quando non si ha più vita. Si ci sente liberi solo quando non si ha più un motivo per volere la libertà. E, intanto, ogni notte, prima di addormentarti, fissi quei piccoli puntini di luce in lontananza che ti fissano a loro volta: come occhi supplici del perdono per azioni compiute da uomini innocenti.
  10. Ospite

    Mani

    Il mio commento: qui. MANI Mio padre morì nel Novembre ’89. Ricordo che, al momento dell’ultimo respiro, aveva un’espressione felice. Io gli tenevo forte la mano rattrappita, lui appena stringeva. Ricordo la pelle macchiata, la pelle di un vecchio: le mani che mi tenevano in aria da piccolo erano forti e vigorose, quelle che mi davano i ceffoni quando combinavo qualche cazzata erano enormi e dure. Quelle erano raggrinzite, macchiate, scure, mollicce, con le vene tanto gonfie da sembrare come esplodere. Quelle erano le stesse mani? Erano le stesse mani che sfioravano mia madre e mia sorella? Le stesse mani verso le quali provavo terrore e al contempo amore? Come potevano quelle mani essere così dolci e severe allo stesso tempo? E come potevano essere solo pezze di pelle gettate svogliatamente sulle ossa in quel Novembre ’89? Ricordo che ogni volta che gli facevano la flebo avevo paura che l’ago lo trapassasse da parte a parte. Vedevo già il suo corpo svuotarsi dell’aria e volare via, fuori dalla finestra, lontano dall’ospedale; lontano dalla vita. Lontano da me. Mio padre aveva degli splendidi occhi azzurri. Nel Novembre dell’89 erano grigi. Mio padre aveva i capelli neri come la pece e folti come il sottobosco. Nel Novembre ’89 erano bianchi e radi, tanto sottili che avevo paura a respirarci vicino, come se potessero volare via come facevano quei fiori bianchi. Mio padre aveva un piccolo tatuaggio sull’avambraccio: il simbolo del reggimento che aveva servito nella guerra contro il Führer. Nel Novembre ’89 aveva perso forma e colore, ed era una piccola macchia d’inchiostro sbiadita tra le pieghe della carne molliccia. Mio padre aveva una voce possente, roca, ferma; una di quelle che ti fanno trasalire se sentite nel cuore della notte. Nel Novembre 1989 era poco più che un sussurro. Poco più che un respiro grottesco. Chi era quell’uomo al quale tenevo la mano? Ricordo che lui mi guardò, forse percependo la mia espressione di disgusto nel vedere ciò che era diventato. Mi sentivo stampato in faccia lo sguardo di chi osserva qualcosa di sconosciuto e se ne rende conto solo in quel momento: chi era quell’uomo al quale tenevo la mano nel momento della morte? Chi era? Dov’era mio padre? Era già morto? Da quando? E io dov’ero? Quell’uomo cercò di parlare, cercò di stringermi la mano; ma uscì un rantolo incomprensibile e la mano ebbe solo un impercettibile sussulto. Pochi attimi dopo il rumore d’allarme dell’elettrocardiogramma piatto mi riempì le orecchie. Quell’uomo era morto; ed era morto tenendo la mano di suo figlio. Un figlio che, nel guardarlo, non lo riconosceva. E, nonostante tutto, aveva un’espressione felice. Le infermiere accorsero in massa per cercare di catturare la vita di mio padre, la stessa vita che ormai era volata via dalla finestra. Io rimasi a guardare la scena, sinceramente un po’ divertito. Sentii il peso dell’ultimo regalo di mio padre nella tasca del pantaloni; lo presi. Era un vecchio orologio da taschino dorato, lo stesso orologio che aveva mentre combatteva contro i Nazisti. Se al tempo fosse già uscito Pulp Fiction mi sarei sentito come quel bambino che riceve in regalo l’orologio del padre. Lo stesso orologio che il compagno del morto aveva nascosto nel sedere per tutti gli anni che era stato prigioniero. Che schifo. Se avessi avuto questo pensiero, allora, di certo non l’avrei accettato. Lo aprii: le lancette giravano al contrario. Sul coperchio d’oro la scritta: «Per ricordare sempre che il tuo tempo è limitato. Vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo, vivi! E non temerai la morte». Naturalmente la scritta era molto piccola e mi sforzai parecchio per decifrarla, ma alla fine ci riuscii. Uscendo, mi guardai allo specchio: avevo gli occhi azzurri, i capelli neri e folti, le mani grandi. Guardai l’orologio. Guardai il morto. Riconobbi mio padre.
  11. Luca

    Il cane nero

    http://bookinprogress.net/forum/index.php?/topic/92-scrivi-un-racconto-partendo-da-un-immagine/#comment-1427 (SFIDA 1) Dal mio ufficio nel grattacielo, quel giorno, stavo guardando il mare, mosso dalla brezza autunnale. Fu allora che un puntino nero che si muoveva su e giù per la spiaggia attirò la mia attenzione. Guardai l'orologio, le 17.15 di un pomeriggio di ottobre. Caso strano, anche per questa stagione, non si vedeva nessuno. Era tutto deserto, eccetto quello che pensai fosse un cane. Forse era scappato a qualche padrone poco attento, forse era di qualcuno che non riuscivo a vedere dalla mia posizione. Tenevo un binocolo nell'armadietto, reduce dai tempi delle mie escursioni in montagna, di cui ora rimaneva soltanto attrezzatura impolverata in un garage. Mi serviva da promemoria, ricordando un tempo di buio, da cui mai avrei pensato di uscire e stava lì nell'improbabile caso mi dimenticassi che avevo imparato una lezione importante: osservare sempre le cose, anche le più banali, cercarne il significato.Aprii le ante del vecchio mobile, lo presi e volsi ancora lo sguardo alla spiaggia. Era un cane, non mi intendo di razze ma notai che si trattava di un esemplare di grossa taglia a pelo corto. Correva in qua e in la, apparentemente senza una meta. Andava avanti e tornava indietro. In quel momento una strana sensazione mi pervase. Ci misi un po' a ricordare. Era come un vecchio amico che torna a farti visita dopo tanto tempo, e intanto gli è cresciuta la barba, si è abbronzato, ha comprato un cappello e una sciarpa e tu lo vedi dalla finestra e pensi “ma chi diavolo è questo?” Fino al momento in cui ti saluta e torna nella tua vita con tutti i ricordi di un passato di cui forse, avresti fatto a meno. Di nuovo, quel giorno, sentii la stanza rimpicciolirsi, il cuore accelerare i battiti. Mi accorsi che respiravo troppo velocemente. Tuttavia riconobbi il mio amico e gli dissi “fermati pure se vuoi, mi casa es tu casa, ma devo finire di fare una cosa fondamentale”, infatti non mi smisi di osservare la scena, la spiaggia. Intanto il cane si fermò. Girò la testa verso di me. Nonostante la distanza incrociammo i nostri sguardi per pochi intensi secondi e fui assolutamente certo che lui sapesse cosa stava accadendo. Lo riconobbi, come il mio vecchio amico, come se ci fossimo visti ieri. Eppure non comprendevo perché, che motivo avevano queste visite? Perchè ora? Feci mentalmente il riassunto delle ultime settimane. C'erano impegni, lavoro, la casa da pagare e mantenere... In fondo ero un sessantenne. Si apparivo più giovane e esuberante, continuavo a lavorare anche se non ne avevo la necessità, eppure l'età iniziava a farsi sentire. Come diceva sempre mia nipote, vedendomi con la classica bombetta all'inglese con la quale mi presentavo ai rari ritrovi di famiglia “ho studiato un tizio a scuola che ti somiglia tantissimo”. Come cresceva. Una volta giocava con le bambole e ora leggeva della seconda guerra mondiale sui banchi di scuola. Insomma non ero insoddisfatto, eppure... avevo forse trascurato qualcosa? Il contatto visivo finì e il cane rivolse la sua attenzione a qualcos'altro. In quel momento sentii che dovevo staccare lo sguardo. Feci per posare il binocolo ma mi fermai, qualcuno stava passeggiando sulla spiaggia a pochi metri dall'animale. Di nuovo puntai lo strumento. Era una donna, sola. Camminava in fretta, con la testa bassa. Passò affianco al cane senza nemmeno accorgersene. Così capii... Due cose feci quel giorno. Scesi velocemente in spiaggia, fermai la donna con una scusa, chiedendole se avesse visto il mio cane. Riuscii a farla parlare un po', ci prendemmo un caffè e chissà, forse diventeremo amici. La seconda, una volta tornato a casa, fu riaprire l'armadio e spolverare l'attrezzatura. Era proprio ora di godersi un fine settimana in montagna. In realtà ce ne fu una terza, tornai al mio ufficio, sbrigai le ultime pratiche e, nonostante fosse ormai calato il buio, osservai ancora il mare e sorrisi.
  12. Ospite

    Settantadue milioni di anime

    Il mio commento: Qui NOTA: è da un sacco di tempo che non scrivo un racconto; spero sia decente. SETTANTADUE MILIONI DI ANIME Come avrei potuto sparare a un uomo ferito? Era così indifeso, gettato lì per terra, con la gamba piena del sangue provocato da una granata esplosagli accanto; ed io gli puntavo il fucile dritto sulla testa, preso com’ero dalla foga della battaglia. Non ricordo se piovesse o ci fosse il sole; è un dettaglio indifferente. Nelle trincee c’era sempre fanghiglia, tanto era il sangue che si mischiava alla terra in quei giorni. Eppure... non avrei dovuto avere pietà per quell’uomo; non se la sarebbe meritata. No. Non avrei dovuto. Tutto quel sangue; e tutta quella sofferenza... solo colpa mia. Tutto per merito mio. L’uomo posò il bicchiere di vetro sul bancone del bar. Era vuoto ormai, e il soldato non poté fare a meno che rivedersi nel bicchiere: così inutile, così colpevole, così crudelmente segnato da un destino scritto in un giorno come tanti; durante una delle mille battaglie da lui combattute. Ne aveva uccisi tanti, di uomini, ma i sensi di colpa venivano subito repressi dalla convinzione che quello che faceva lo faceva perché doveva essere fatto, per il bene del suo paese. Per difendere gli innocenti e vendicare i giusti caduti; sanare i torti commessi e combattere per un sogno chiamato “pace”. Eppure... Già: eppure... Chiamò il barista con voce spezzata e chiese un altro bicchiere. «Lascia la bottiglia» disse mentre l’altro s’accingeva a riposarla in uno degli scaffali dietro il bancone. «Non crede di aver bevuto troppo, per stasera?», ma l’altro non rispose; nemmeno lo aveva sentito. In un sorso solo il bicchiere era già vuoto, e un attimo dopo era di nuovo pieno. Lo lasciò lì sul bancone, il soldato Tandey, mentre guardava la tempesta che infuriava fuori dalla finestra. Ammirò le persone che camminavano per strada, protette da grandi ombrelli d’indefinibile colore; e immaginò di essere come loro: libero da una così grande colpa. Accese una sigaretta e continuò a fissare il liquido ambrato mentre il fumo bluastro lo avvolgeva e le terribili immagini degli anni precedenti gli balenavano davanti agli occhi. Si era sentito subito in colpa, non appena seppe l’identità di quell’uomo, ma solo dopo anni il peso della sua azione si era manifestato in tutto il suo terribile splendore. Un peso sicuramente troppo gravoso per una persona sola. Quasi settantadue milioni di anime gli toglievano il sonno e la voglia di vivere. Aveva risparmiato una vita; ma a quale prezzo. A quale prezzo... non avevo mai immaginato che una buona azione potesse avere simili conseguenze: decine di milioni di vittime; e quanti feriti e morti di fame, e dispersi, e famiglie distrutte. Tutto per un unico gesto magnanimo che non avrei dovuto concedermi. Tutto per un attimo di debolezza che non doveva esserci. Sono stato decorato decine di volte, porto sul petto le più importanti medaglie Inglesi; e sono stato io la causa di tutto. Io, ed io soltanto. Ricordo ancora quando il primo ministro mi disse che lui mi portava i suoi più sentiti saluti. Lui. L’essere più spregevole della storia; vivo grazie a me. Ha persino appeso un quadro in memoria di quel giorno. Perché non mi aveva dimenticato. Come avrebbe potuto farlo? Ha detto che mentre gli puntavo il fucile pensava di non poter rivedere mai più la Germania; la sua Germania. Avrei dovuto sparargli senza pensarci, e se potessi tornare indietro lo farei senza la minima esitazione. La bottiglia ormai era vuota e della sigaretta rimaneva solo la cenere. Le persone erano andate via quasi tutte e il barista s’accingeva a chiudere per la notte. D’un tratto un pensiero scoppiò nella mente del soldato: e se in quei momenti di terrore, mentre lui stava per morire, avesse deciso di fare ciò per il quale è passato alla storia? Dio, abbi pietà di me! Allontana questa colpa dal mio buon cuore; permettimi di sognare, o di morire se preferisci. Ma ti prego, signore, allevia la mia pena! È colpa mia! Sono stato io a insediare il seme malato nella mente di quell’essere! Io ho la colpa e io sono l’unico responsabile! Ti prego, Dio, cancellami dalla faccia della terra, e cancella il ricordo di me! Non posso più vivere con questo peso sul petto! Li rivedo tutti, ogni notte. Anche se non li ho mai conosciuti. E vedo le loro famiglie distrutte dal dolore; e la sofferenza provata dagli innocenti che io avevo giurato di proteggere! Io, che merito oggi tutte le pene che sono state inflitte a loro. Ma Dio non rispose, né l’ascoltò. Settantadue milioni di anime erano troppe persino per lui. Il barista osservò il soldato da lontano, e notò una lacrima farsi strada attraverso le rughe. Non l’aveva mai visto piangere, anche se veniva nel suo bar da quasi tre anni. Da quando era finita la guerra, per la precisione. Non avevano mai parlato di se stessi, né si salutavano se s’incrociavano per le strade; e non c’era nulla di particolarmente strano in questo. Soprattutto per quei tempi. Eppure non aveva mai immaginato che quell’uomo potesse piangere: l’aveva sempre visto forte, come una roccia; e si meravigliava del fatto che bevesse così tanto. Evidentemente aveva qualcosa da dimenticare; motivo per il quale non gli aveva mai chiesto niente. Era andato a caccia di informazioni su di lui in giro per la città, anni prima; ma nessuno era in grado di darne d'interessanti: si era trasferito dopo la guerra e non parlava con nessuno; né aveva amici. Era sempre solo e tanto malinconico da incutere uno strano senso d’angoscia nell’animo del barista il quale, senza volerlo, si rendeva conto di evitare sempre il suo sguardo. Eppure quella volta non ci riuscì: il soldato si voltò di scatto e i loro occhi s’incrociarono per un solo istante; uno solo, ma il barista si sentì mancare e s’appoggiò al bancone. Era come se avesse visto la sofferenza di settantadue milioni di anime.
  13. Ospite

    Il pianto di un bambino

    Il mio commento lo trovate cliccando qui IL PIANTO DI UN BAMBINO La pioggia era fine e rada; faceva freddo e la strada era deserta. Roma, in quelle condizioni, di certo era una delle città più malinconiche del modo. Il rumore delle gocce di pioggia sulle pozzanghere era ritmico e cadenzato; in lontananza si sentiva il fruscio di un lampione che stava per fulminarsi e l’aria era impregnata di una tristezza palpabile; quasi fisica. La stessa tristezza che era chiaramente leggibile negli occhi dell’uomo seduto sulla panchina di piazza Vittorio Emanuele secondo. Era grottescamente accasciato lungo lo schienale; il bastone gettato di lato e le scarpe sporche di fango. Boccheggiava sommessamente e si premeva con la poca forza rimasta una mano contro lo stomaco. Tra le mille gocce di pioggia che gli scendevano lungo il volto era impossibile riconoscere l’unica lacrima che aveva avuto il coraggio di uscire, ma l’uomo la sentiva bruciare come fosse fuoco liquido e la percepiva distintamente. Non pensava di poter piangere ancora, non dopo tutte le lacrime che aveva versato dopo la morte della moglie; e si sorprese nel constatare il contrario. I ricordi erano confusi e gli passavano davanti agli occhi in modo indistinguibile, come fossero tutti uniti dal peggior direttore della fotografia della storia del cinema. D’un tratto sentì l’odore di quel prato appena tagliato sul quale giocava da bambino, percepì il calore dell’abbraccio di quella madre morta prematuramente, provò la gioia di quella volta che gli regalarono il modellino di un treno di latta; e la tristezza il giorno che lo perse. La gioia della prima volta che aveva visto la moglie; quella del matrimonio e dell’angelica visione di lei con il lungo abito da sposa che camminava, sinuosa, lungo la navata della piccola chiesa medievale nel piccolo paesino appena fuori Roma. La sensazione di tenere in braccio la figlia appena nata; e quelle lacrime di gioia alla sua prima carezza. E l’oblio nel constatarne la morte a causa di un problema respiratorio, la depressione nella quale era caduta la moglie; il silenzio, gli sguardi evitati, le bottiglie sempre più vuote e gli occhi sempre più velati. E lei che mangia sempre di meno, lei che non si alza più dal letto, lei che non parla più. Lei che esce dalla finestra e si mette in bilico sul parapetto; lei che si butta pronunciando il nome della figlia che mai aveva sentito parlare. Perché il problema degli affetti è il momento in cui li si perde; e se li si ama così incondizionatamente come una madre fa con il proprio figlio, la perdita è troppo forte per essere superata. E l’uomo aveva provato a seguire la moglie, ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Iniziò a voler morire, pregando Dio ogni giorno e ogni notte affinché gli togliesse la vita, ma Lui si faceva sordo e non l’accontentava mai. A quanto pare Dio si diverte a vedere la sofferenza, pensava. In quei momenti, lì seduto, morente, sulla panchina; l’uomo si sentiva come subito prima di un orgasmo: stava per stare bene, ma mancava ancora poco. Lo avevano accoltellato dopo essere uscito dal bar: volevano dei soldi, ma se li era già bevuti tutti. Il ladro era scappato a mani vuote e l’uomo si era diretto verso casa, ubriaco e sanguinante; ma aveva preferito fermarsi lì, al centro esatto del parco, dove aveva visto, anni prima, la moglie per la prima volta. Con immane sforzo riuscì ad alzare la testa e osservò i sentieri artificiali mentre la pioggia aumentava d’intensità. Poi la forza venne a mancare, la pressione della mano sulla ferita scemò, la testa cadde all’indietro, le gambe si lasciarono andare e l’uomo spirò; in silenzio. In lontananza, il pianto di un bambino.
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