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  1. http://ultimapagina.net/forum/topic/49-prologo-whitechapel-1899-parte-1/?do=findComment&comment=11478 Il giorno dopo un funerale è sempre difficile. Da una parte c’è l’effettiva, definitiva condizione di distacco dalla persona che se n’è andata; dall’altra un fastidioso senso di leggerezza per il fatto che ormai tutto è finito e bisogna ricominciare, fastidioso perché vagamente sporcato da un velo di colpevolezza. Si vorrebbero avere ancora lacrime da versare, si vorrebbe ancora mettere la mano sul volto freddo del defunto ma la condizione è inevitabilmente chiara: ora solo burocrazia e ripresa della vita normale. Chi è andato è andato e a chi resta tocca solo di andare avanti. La vita continua. Il giorno dopo il funerale di Marcello, Francesca sentiva tutte queste cose nella sua testa ma un pensiero più opprimente li sovrastava fino quasi a farli sparire. «Non cambia nulla per te.» pensò parlando ad alta voce mentre si alzava dal letto. Andò in cucina e vide una foto di Marcello sul tavolo. E di nuovo quel pensiero invase la sua mente. «Tu te ne sei andato» disse alla foto «e io ho dovuto fare tutto. Quindi, almeno per una volta ho fatto a modo mio.» Fece colazione e subito dopo si preparò per uscire. Quasi tutti le avevano consigliato di non restare chiusa in casa, di provare a distrarsi. E lei lo fece. Si avviò a piedi verso lo studio del notaio. Di certo non sarebbe andata a fare shopping. Camminò per due isolati prima di svoltare in un viottolo stretto e poco frequentato e subito se ne pentì: poco avanti a lei notò un individuo poco raccomandabile vestito di stracci con lunghi e disordinati capelli. Era appena uscito da un portoncino in metallo e camminava reggendosi al muro. Francesca si irrigidì e cercò di pensare a cosa avrebbe dovuto fare ma subito la comparsa di un’altra persona catturò la sua attenzione. «Maestro!» gridò una voce femminile «Ha dimenticato il suo bastone!» L’individuo trasandato si fermò e porse il braccio alla ragazza che subito l’afferrò e cominciò a camminare accanto a lui. «Guardi che i costumi di scena costano cari» borbottò la ragazza mentre passava accanto a Francesca che ostentava indifferenza «non ci dovrebbe andare in giro, e non da solo senza il bastone.» Francesca trasse un sospiro e proseguì per la sua strada cercando di scacciare l’immagine del non vedente con i capelli lunghi e gli abiti di chissà quale scena. Quando uscì dal vicolo stretto fu invasa dalla luce e da un senso di libertà, una sensazione che si interruppe quasi subito nel vedere una zuffa tra un ragazzo sulla trentina e due ragazzini che cercavano di liberarsi dalla sua presa. Si fermò di nuovo, interdetta, si guardò attorno pronta a chiedere aiuto per i due ragazzini ma notò che già un paio di persone e un vigile stavano arrivando. Rincuorata tornò a puntare lo sguardo sul ragazzo: era alto, magro, con una folta chioma e vestito in maniera discutibile. E mentre si ostinava a trattenere i due ragazzini lanciava loro insulti e minacce. L’arrivo del vigile e delle altre due persone non sembrava turbarlo. «Bastardo! Ora avrai quel che ti meriti!» pensò Francesca mentre riprendeva a camminare pronta a consolare i due ragazzini che di lì a poco sarebbero stati tratti in salvo. Fece pochi passi prima di vedere il vigile afferrare i due ragazzini per i polsi. Fu tutto molto veloce: come se si fosse materializzata dal nulla, un’auto della polizia produsse due energumeni in divisa che intervennero sulla scena. Francesca vide il vigile lasciare uno dei due ragazzini che subito tentò invano di fuggire prima di essere ammanettato e spinto dentro la macchina della polizia assieme all’amico. Francesca non era più sicura di aver capito cosa stesse succedendo, tornò a guardare il ragazzo che stava cercando di sistemare i lunghi capelli in una coda di cavallo. Vide il naso sporco di sangue e trasalì. Si sentì come se quella ferita gliela avesse procurata lei. Distolse lo sguardo dal ragazzo e notò una chitarra e la sua custodia a terra. Gli altri presenti stavano porgendo al ragazzo delle monete che, probabilmente, gli erano stata rubate dai due ragazzini. Decise di tornare a casa, per quel giorno niente burocrazia. Entrò in casa, chiuse la porta e vi si appoggiò con le spalle. Ripensò a quello che aveva visto per strada, al cieco e al chitarrista e ai loro capelli lunghi. Scosse la testa sorridendo e decise di andare in cucina a prepararsi una tisana. «Perché me lo hai fatto?» Francesca sussultò in preda allo spavento facendo cadere la tazza che aveva in mano. «Chi c’è?» chiese, ottenendo come risposta un tenebroso silenzio interrotto solo dai rumori che provenivano dall’esterno della casa. Incredula su quello che stava facendo, si guardò attorno. Si diresse verso il salotto, la porta era socchiusa; si avvicinò lentamente ripensando alle azioni che aveva compiuto prima di uscire. Era sicura di aver chiuso tutte le porte e le finestre. Eppure percepiva una corrente fredda giungere dallo spiraglio lasciato dalla porta davanti alla quale esitò. La sospinse piano e la aprì, il salotto le si mostrò in tutta la sua eleganza, in tutta la sua tetra vuotezza. Non c’era nessuno ma Federica non potè fare a meno di pensare che non c’era Marcello. Sapeva che non c’era nessuno in casa e che, se anche ci fosse stato qualcuno, non avrebbe potuto essere questi a parlare. Aveva riconosciuto quella voce e sapeva che la persona a cui apparteneva non poteva essere lì. L’avevano seppellita il giorno prima. Decise di uscire di nuovo, doveva essere un riflesso del dolore per la perdita di suo marito. Doveva distrarsi, restare in mezzo alla gente. Sapeva che avrebbe sofferto ma non avrebbe mai immaginato di stare male fino a quel punto. Una volta in strada cominciò a camminare; provava uno strano senso di colpa nel fuggire in quel modo dal dolore, quasi stesse rifiutando il lutto. Cercò di rilassarsi, si sedette sulla panchina di una fermata del tram facendo finta di aspettare. Due ragazze poco lontane da lei parlavano animatamente dei rispettivi problemi di cuore. «Cioè, hai capito? Io per lui mi sono tolta il piercing al naso, perché a lui non piaceva ma lui non ha cambiato nulla per me…» questa frase detta da una delle due ragazze fece rabbrividire Francesca che si alzò e riprese a camminare senza sapere realmente dove voleva andare. Pochi passi e si imbatté in un litigio tra un uomo e un ragazzo decisamente più giovane, vi riconobbe subito il classico scontro generazionale tra un genitore troppo autoritario e un figlio dai gusti troppo moderni. «… e sappi che se non ti tagli i capelli puoi cominciare a cercarti una casa perché a casa mia non ci entri più…». Francesca sentì un irrefrenabile impulso di intromettersi nella discussione, senza quasi rendersene conto fermò il ragazzo con una mano ma quando questi si voltò e la guardò, lei vide lo stesso sguardo del suo defunto marito. Si bloccò senza riuscire a proferire parola. «Perché mi hai tagliato i capelli?» Francesca non credette ai suoi occhi, quello che stava guardando non era un ragazzo sconosciuto, ora aveva l’intera fisionomia di suo marito. Corse via terrorizzata senza sapere dove andare, corse senza curarsi di nulla e, infine, si ritrovò in un parco. «Qui non c’è nessuno e non sono a casa.» pensò mentre cominciava a percorrere viottoli e sentieri che si intrecciavano in mezzo ai prati, ripensò a suo marito. Fu inevitabile, i ricordi, per quanto cercasse di evitarlo, sembravano condurre sempre la memoria a quei momenti in cui Francesca gli chiedeva di tagliarsi i capelli. Aveva passato tutto il tempo a ripetersi che lui era quasi perfetto, e lo sarebbe stato se si fosse deciso a rinunciare a quel fastidioso vezzo, quella folta capigliatura che gli dava un’aria così trasandata, così ribelle. Un uomo normale, questo avrebbe voluto lei. Non uno che faceva dei capelli lunghi uno stile di vita. «Ti ho dovuto seppellire io» ripeté alla memoria del compagno «almeno una volta ti ho visto con i capelli corti. Me lo meritavo.» Mentre formulava quel pensiero ebbe l’impressione di percepire una presenza alle sue spalle, incuriosita si voltò ma non vide nulla. Solo il cielo che da velato cominciava a diventare grigio. Di lì a poco avrebbe cominciato a piovere. Cominciò a camminare per tornare a casa e si trovò di fronte una donna dal viso pallido e segnato dal pianto. La donna guardò Francesca e accennò un sorriso ma subito cambiò espressione, prima sorpresa e spaventata, poi triste per scoppiare infine a piangere. «Perché?» Urlò più volte la donna correndo via. Francesca affrettò il passo, non si sentiva più sicura in quel parco. Inciampò in una radice e quasi cadde, si rialzò e guardò la radice che le aveva causato quella caduta. Le sembrò strano che fosse proprio nel bel mezzo di un sentiero del parco. Non c’erano alberi vicino. Decise di non pensarci e si rialzò, non riprese a correre ma si diresse comunque verso casa. Camminò a lungo guardandosi attorno per evitare di fare altri inquietanti incontri. Camminò, percorse vialetti, sentieri, attraversò ponticelli di legno finché si rese conto che si trovava ancora dentro allo stesso parco. Si chiese come fosse possibile, quello non era un grande parco, non ci andava tutto quel tempo per attraversarlo eppure lei era ancora lì. Si distrasse ancora e nuovamente cadde per terra. Davanti a se vide una ciocca di capelli lunghi. «Perché me li hai tagliati?» Trasalì nel sentire quella voce, si voltò per vedere chi le stava parlando ma non vide nessuno. Il parco era letteralmente deserto.
  2. Si rialzò e notò nuovamente la radice che spuntava dal terreno… dove non c’erano alberi. Un brivido percorse tutto il suo corpo. Si rimise in moto camminando a passo sostenuto. Con sorpresa mista a rabbia, in pochi minuti raggiunse l’uscita. Corse lungo il marciapiede che costeggiava il parco. L’erba che le sfilava accanto sembrava sempre più alta, Francesca si voltò indietro poi tornò a guardare avanti a sé, stava correndo accanto a un bosco di arbusti; la paura crebbe, accelerò il passo senza provare alcuna fatica. Ben presto si fece buio, guardò verso l’alto: gli arbusti erano ora alberi e la coprivano con i loro rami. Corse ancora, era l’unica cosa che le riuscisse di fare, non sentiva più alcun rumore, nessuna voce. Solo il suo respiro affannato ma costante. I rami degli alberi erano sempre più folti e si allungavano verso il basso e sembravano scostarsi per farla passare. Cominciò a sorridere, non sapeva se stava impazzendo ma si sentiva leggera. Gettò un urlo di rabbia per sfogare la tensione di quella strana giornata, decise di fermarsi ma inciampò nuovamente. Restò a terra per riprendere fiato poi si voltò a guardare su cosa era inciampata. La radice, la stessa del parco, identica, si ritrasse affondando nel terreno. Francesca restò senza fiato, poi fu il buio. Si risvegliò sentendo qualcosa che le accarezzava la guancia, un qualcosa di ruvido e duro. Tenne gli occhi chiusi per paura e provò ad allontanare quella strana cosa. Ci riuscì e aprì gli occhi. Il cuore le balzò in gola quando vide una strano essere che la fissava con uno sguardo vuoto. «Chi sei?» chiese a bassa voce «Aiuto!» urlò subito dopo. L’essere si parò le orecchie con le mani e scoprì una dentatura giallastra e incompleta. Poi si alzò e indietreggiò; inciampò anche lui e cadde a terra. Francesca tirò un lungo respiro e si rialzò. Guardò lo strano essere che le si trovava davanti. Era un anziano vestito con abiti sporchi e logori, le sue iridi erano prive di colore. «Mi… mi scusi, signore. Sta bene?» «Si, sto bene. Mi scusi lei, non volevo spaventarla.» l’anziano rispose con la voce consumata dal freddo di tanti inverni passati in strada. «Dove siamo?» chiese Francesca. «Vorrei tanto poterle rispondere signora, ma ormai non lo so più nemmeno io. Sono giorni che vago in questo bosco senza riuscire a trovare l’uscita. Sa… io sono cieco. Non saprei nemmeno dirle da quanto tempo lei si trovava lì. Ma le garantisco che c’è stata almeno tre o quattro ore.» «Che ne dice se proviamo a tornare a casa assieme?» Il vecchio sorrise «Vada pure lei. Io non ho nulla da cercare.» «Mi ha salvata. Senza di lei poteva succedermi chissà… lei no può restare qui. Ha bisogno di qualcuno che si occupi di lei.» «Io non posso venir con lei, ma lei se ne deve andare di qui. Qualcuno la sta aspettando.» Disse il vecchio con voce sempre più roca. Francesca cominciò a singhiozzare. «Cosa? Chi è che mi sta aspettando? Chi è lei?» Il vecchio si portò le mani al ventre e cominciò a lamentarsi in preda a un oscuro dolore. Francesca indietreggiò, si voltò disgustata ma subito sentì una mano callosa stringere la sua. Si rigirò e vide il vecchio in ginocchio davanti a lei. La guardava con occhi senza pupille e la bocca che vomitava sangue. «Deve tornare a casa, lui la sta aspettando.» Disse il vecchio continuando a perdere sangue dalla bocca. Francesca si dimenò finché riuscì a liberarsi, indietreggiò e poi guardò l’uomo in faccia. Lo vide contorcersi per il dolore, vomitava sangue a flutti e urlava. Lei rimase impietrita di fronte a quella scena, vide la mano ancora protesa verso di lei diventare sempre più scheletrica. La pelle si ritraeva fino a strapparsi sulle nocche. Vide le ossa spuntare fuori, guardò il viso: non aveva più occhi. Non aveva più pelle. Quel che restava di quell’anziano signore si accasciò davanti a lei in un cumulo di ossa e tessuto logoro. Solo in quel momento Francesca notò la lunga chioma rimasta nera e folta come quella di un ragazzino. Corse via senza sapere dove si stesse dirigendo. Cominciò a piovere, l’acqua prese a cadere copiosa e si mescolò alle lacrime annebbiandole la vista. Corse fino a non poterne più, si fermò a riprendere fiato e cercò di asciugarsi gli occhi. Riuscì finalmente a riconoscere il paesaggio che la circondava. Era a pochi isolati da casa sua. Si guardò, era fradicia e sporca. Prese un lungo respiro e cominciò a camminare. Quando richiuse la porta di casa si sentì al sicuro. «Bravo! Me l’hai fatta pagare, eh? E va bene, me lo sono meritato. Ora siamo pari.» Disse parlando ad alta voce. «Sappi che ora non mi fai più paura» continuò alzando il volume «io ti amavo e ti amo ancora e so che tu amavi e ami me. E non mi faresti mai del male.» «Non te ne farei mai.» Rispose la voce nella sua testa, lei non si spaventò e cominciò a spogliarsi muovendosi sinuosamente. L’idea che il fantasma di suo marito la potesse vedere e desiderare la fece eccitare. Senti una forte pulsione a sfiorare il suo stesso corpo, cominciò a toccarsi con intensità crescente mentre si dirigeva verso il bagno. Si fermò davanti allo specchio e contemplò il suo corpo, era ancora bello. Lo ammirò e lo desiderò, prese a sfiorarsi i seni con una mano mentre l’altra continuava a indugiare in mezzo alle gambe. Chiuse gli occhi ma li riaprì subito per vedere il suo viso riflesso nello specchio mentre la bocca si apriva in gemiti di piacere. La sua immagine riflessa fece crescere l’eccitazione al punto che volle baciarla. Si avvicinò allo specchio e appoggiò le labbra sul vetro. Le sembrò di baciare veramente una donna, compiaciuta si staccò dallo specchio per tornare a guardarsi. «Sei bellissima.» disse la donna nello specchio parlando con una voce maschile. Francesca, in preda al piacere, tardò a riconoscere quella voce. «Non posso stare senza di te, vieni amore mio. Vieni con me» disse Marcello dallo specchio; Francesca, rapita da un inspiegabile senso di piacere, vide il volto del marito e gli sorrise. «Amore! Ti sono ricresciuti! Hai visto? Ti si stanno allungando di nuovo.» Le mani di Francesca si muovevano in maniera compulsiva, il piacere era diventato irresistibile, i capelli di Marcello continuavano ad allungarsi, lei raggiunse l’orgasmo. Urlò, uno spasmo le fece contorcere il corpo, si sedette per terra ancora tremante. Ricordò l’immagine del marito riflessa nello specchio e sorrise. «È stato come se tu fossi qui con me.» disse prima di rialzarsi. Guardò ancora lo specchio e si paralizzò: l’immagine di Marcello era ancora lì. «Non… non è possibile, tu sei morto.» «Perché mi hai tagliato i capelli?» chiese Marcello. «Perdonami amore, vorrei tornare indietro per non farlo. Te lo giuro.» «Vuoi che torniamo assieme amore mio?» «Sì, certo che lo voglio!» rispose Francesca piangendo «Darei la vita per tornare con te.» «Lascia che ti abbracci.» I capelli di Marcello, si sollevarono, si allungarono, Francesca li vide avvicinarsi a lei, uscire dallo specchio e avvolgerle la testa. Terrorizzata si mise a urlare, i capelli di Marcello cominciarono a ritrarsi trascinando la sua testa verso lo specchio. Lei puntò invano le mani e i piedi, sentì la superficie fredda del vetro comprimerle la fronte per poi infrangersi e poi la voce di Marcello: «Vieni con me amore, non ci separeremo mai più.» Subito dopo fu il silenzio, i vestiti di Francesca giacevano abbandonati a terra lungo il corridoio, le mutande erano davanti allo specchio. E lo specchio era rotto. Una ciocca di capelli pendeva da un pezzo di vetro rimasto ancorato al telaio.
  3. Titolo: La casa dalle radici insanguinate Autore: Roberto Ciardiello Editore: self- publishing Genere: thriller-horror-fantastico Numero di pagine: 224 edizione cartacea; 187 edizione digitale Link per l'acquisto: https://www.amazon.it/casa-dalle-radici-insanguinate-ebook/dp/B06Y5NRHWZ/ref=pd_rhf_dp_p_img_3?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=WP8CVE73JF44SBWKSZAF Trama: Cupo, Mago, Skizzo.Tre figure in agguato nell’oscurità, tre predatori in mezzo agli alberi, un unico obiettivo: svuotare la cassaforte di Villa Marchetti, residenza di facoltosi gioiellieri romani.Il piano: sorprendere la coppia di ritorno dal lavoro, entrare in casa, arraffare il possibile e filare verso una nuova vita, lontano dalla periferia degradata della città.Un gioco da ragazzi, come armare il cane di una pistola dalla matricola abrasa. Cupo, Mago e Skizzo questo credevano.Finché non hanno aperto la porta sbagliata. Estratto pdf: Estratto La casa dalle radici insanguinate.pdf
  4. Come può mancare IL telefilm per eccellenza? L'ho recuperato anni fa e mi ha completamente spiazzata. Allucinante, onirico, tremendamente pauroso, non bastano tutti gli aggettivi per descrivere questo capolavoro. E poi chi avrà ucciso Laura Palmer? L'ultima puntata l'ho vista intorno alle due di notte e sono morta di paura, ho ancora l'ultimo fotogramma impresso nella mente e sono passati anni! Non è sicuramente un telefilm facile da vedere e alla fine sono andata a spulciarmi tutti i siti dei fans per capire vari punti oscuri ma... non potete non guardarlo! Vi allego la trama (sempre presa da Wiki, sempre senza spoiler) La serie è ambientata nella fittizia cittadina montana di Twin Peaks situata nello Stato di Washington, a cinque miglia dal confine tra Stati Uniti e Canada[1]. L'apparente tranquillità di questo piccolo paese degli Stati Uniti d'America viene turbata dal ritrovamento del cadavere di Laura Palmer, figlia unica del noto avvocato Leland, nonché una delle ragazze più popolari della città. Le indagini sono affidate alla locale polizia e anche all'agente speciale Dale Cooper dell'FBI e permettono di far affiorare il lato oscuro e nascosto del luogo e dei suoi abitanti.
  5. Trilce

    Tommy

    In una gelida mezzanotte d’autunno Tommy si svegliò addormentato, grattandosi gli occhi, si alzò dal letto. Uscendo dalla stanza, cercò una via di fuga da quella sensazione opprimente che lo tormentava, quando si sentì mancare il respiro: Un rumore strano gli aveva troncato le sue intenzioni di dormire in un sussulto. «Non è niente» sussurrò tra se e sé, sentendosi per qualche secondo un bambino. Infine Tommy si avvicinò alla finestra, respirando l’umidità e vide la pioggia come aveva reso luminoso il giardino. Sovente sua madre osservava da quella stessa finestra. Quando Tommy tornava a casa di notte, alzava lo sguardo incontrando quello di lei, che pallida e immobile, restava pietrificata come una sfinge. «Ciao Jane» la sua voce percorse l’abissale silenzio. Sua madre mai aveva accettato essere chiamata mamma o madre. C’erano due enormi dipinti, attaccati uno accanto all’altro di fronte alla porta d’ingresso, uno rappresentava sua madre e l’altro suo padre. Parlare di lui era un argomento proibito così come tante altre cose che ancora ignorava. Adesso non riusciva più a ricordarlo, anzi credeva di non avere mai serbato nemmeno un ricordo di lui nella sua fragile e debole memoria. Quella notte si era svegliato impaziente, tormentato da frammenti di immagini che comparivano per alcuni secondi come schegge luminose e fugaci che mostravano pezzi nascosti del suo passato. Sua madre non c’era più ma la sua presenza sembrava ancora rinchiusa dentro casa, intrappolata in ogni oggetto, assorbendo l’aria, avvelenando l’ossigeno, che diventava pesante. Ogni volta che frugava nei ricordi, s’indeboliva, stordito e sul punto di svenire, decideva sempre di fermarsi proprio nel punto in cui si avvicinava a quella verità che aveva tanto voluto scoprire. Quella stessa notte sembrava una di quelle tante in cui ci avrebbe provato, senza risultato, fino ad un certo punto. Seduto sulla poltrona di fronte alla finestra, sfogliava l’album di famiglia, la presenza di suo padre mancava in tutte le foto, c’era la sua sagoma, del resto era tutto così oscuro da essere irriconoscibile. Mentre si consumava la sigaretta, ricordava quella volta in cui trovai Jane inginocchiata, accostata sul muro, tremante. Notando la sua presenza, gli coprì la bocca con una mano e con lo sguardo gli fece capire che doveva restare in silenzio. «Adesso ascolta» disse con voce ferma e bassa «senti, devi fare esattamente quello che ti sto per dire». Tommy annuì con la testa. «Devi affacciarti alla finestra, controlla che non ci sia nessuno, vedrai forse un uomo che cammina appoggiandosi sulle mani. Non devi mai guardarlo negli occhi, né farti vedere, altrimenti verrà da te e…» Jane perse la voce, sconvolta, coprendosi la bocca per soffocare il pianto. «Ok, mamma». Quella volta sentirsi chiamare mamma l’aveva commossa, e sorrise, guardandolo dritto negli occhi con un grande affetto, mai dimostrato prima. Tommy s’avvicinò alla finestra. Pioveva, nel buio un’ombra si mosse tra gli arbusti, ma poi scomparve confondendosi nell’oscurità. Quando si voltò verso sua madre, lei non c’era più. Questa notte la sua mente viaggiava all’improvviso, attraverso il tempo, in ordine impreciso, avvolgeva tutte le memorie di quanto aveva potuto conservare. Accese una sigaretta, sedendosi sulla poltrona di sua madre. Il suo sguardo si perse nel buio, il chiaro di luna sulle foglie illuminavano il giardino: e vide un’ombra, due occhi giallastri di un uomo che non era un uomo, e sente di riconoscere, lo stesso sguardo nel ritratto di suo padre… La porta di casa si aprì e Tommy aspettò, fermo, mentre la sigaretta ancora accesa, si consumava…
  6. L’orto del vicino fa più paura del tuo Genere: Horror Tema: Medico Era l’unico posto dove si sentiva al sicuro. Ormai erano ore che girava per la città. La notte era uguale al giorno, una densa pioggia bagnava le strade. Tutto era immenso nel silenzio. Pochi passanti tiravano un carretto pieno di chissà cosa. Due isolati. Le pozzanghere rimandavano immagini di un cielo striato. Non ci si poteva più nascondere. Lo avrebbero trovato, ma non poteva darsi per vinto. Non lui, non ora. Aveva dedicato la vita a salvare gli altri e ora correva per salvare la sua di vita. Passi, sempre i soliti appiccicosi e trascinati. Lo seguivano da mesi, oppure era tutto nella sua testa? Doveva sbrigarsi, il tempo era una tasca bucata. Un isolato. Ancora passi, le porte erano davanti a lui. L’ospedale era ancora un luogo sicuro? Non lo era più da quando erano arrivati, ma lui sperava di trovare pace. Solo barboni accampati all’entrata su sedie rotte aspettavano una dose di qualche sostanza da infermieri consumati. Tutti erano appesi al filo della follia ed era un bomba che poteva esplodere ad ogni isolato. Poteva portare morti, feriti, sangue e loro sarebbero arrivati. Affondavano sui corpi e poi cosa rimaneva? – Mi aiuti… la prego. Un barbone disteso con le mani giunte. Fuggì verso le scale. Ogni volta che faceva un passo ne sentiva due. Uno era nella sua testa ma non poteva cedere alla follia. Aveva visto morire tutti. Un colpo in testa e via, sbranati da esseri lunghi come ombre di cipresso che entravano nei corpi e sbrindellavano anime e organi. Non voleva diventare come loro, ma una volta morto lo sarebbe stato. Doveva rifugiarsi da qualche parte, farsi della sua solita droga e trovare il camice. Con quello straccio bianco addosso nessuno si avvicinava, aspettavano che fosse lui a morire per mano sua. Salvarsi era ora l’unica priorità, scendendo fino al secondo piano del seminterrato. La porta era chiusa. Ronzio delle macchine frigorifere. Condizionatori, odore di medicinali. La droga sintetica che si sentiva aleggiare come disinfettante nell’aria. Spalancò la porta, non c’era nessun mangiatore. Nessuno che aspettasse la sua morte eppure quei passi erano dietro di lui. Si girò. Un’ombra si dileguò in fretta. Chiuse a chiave la sala autoptica con le poche forze rimaste. Doveva farsi una dose subito. Si chinò a terra, estrasse la siringa da insulina e si bucò la pancia. Per un attimo sentì il freddo del pavimento e il caldo del muro. Ma era tutto gelido lì dentro. Due cadaveri erano stati portati dai reparti. Il cancro non veniva sbranato dai divoratori. Non sapeva il perché. Voleva rialzarsi ma rimase lì in terra e chiuse gli occhi. Tanto sarebbero arrivati anche lì. Doveva solo rimanere vivo, non cedere alla follia. – Ehi tu belloccio con gli occhi forse azzurri che mi gratti il piede? Non era sicuro di aver sentito, ma l’effetto della droga durava dieci minuti quindi non si mosse da terra. – Ma che sei sordo? Aprì gli occhi cercando di capire chi fosse, ma non c’era nessuno che potesse parlare. – Sì, bello so quello con la targhetta ar piede, te assicuro che non mordo, potessi esse vivo te salterei alla giugulare pe datte ‘na svegliata. Ma de che te sei fatto? Era tutto nella sua testa, volevano farlo impazzire. – T’ho detto che me prude er piede. Ma che stai a pettinà le bambole? Siete tutti uguali il giuramento de Ippocampo ve lo ficcate al muro e poi l’aiuto uno se lo deve prende da solo. Ma se sapessi da dove vengo? Non capiva. Guardava il morto e gli sembrava che le labbra si muovessero, ma era solo l’effetto della droga. – Dovevi nasce a Roma o periferia, bella la sanità lì. Un esame del sangue ogni cinque anni e poi che fai nel frattempo? Mori in silenzio. Sì perché se i vecchietti se fanno una X sul ginocchio da operare, ce sta un motivo. – Un motivo per cosa? – Allora me rispondi! Penavo de esse più morto de quell’altro che se ne sta nel sacco. – Chi sei? – Uno de Tor Bella Monaca, periferia de Roma. Un postaccio, se more de sanità, droga e de troppa porchetta. – Cosa è la porchetta? – Non sai cos’è la porchetta? Ma da dove vieni? Dallo spazio? La porchetta è … ma te la devo fa assagià. Accidenti e mo che so morto come faccio? – La follia mi porterà alla morte. – Beh se te portasse ad Ariccia sarebbe mejo. – Guarda come sono ridotto. – Stai conciato come Roma, la città eterna che non se riposa mai. Dorme con un occhio solo e due vigili de troppo se mettono a giocà con i semafori alle otto der mattino. Vuoi sapé qual è il risultato? – Sì. – Se infrociano tutti. A destra, a sinistra è un caos e pe fa il giro del raccordo è come se andassi a New York e tornassi indietro. Solo che il giorno dopo devì riandà a lavorà. – E non si può risolvere questa cosa? – Famo il raccordo quadrato. Ma che te vuoi risolve ce stanno più machine che cristiani a Roma. – Ma perché mi stai parlando? – Perchè c’hai una faccia da coglione, medico mio. Ma trombi? – Cosa? – Ecco lo vedi, sembri proprio uno che pettina le bambole o se fa due seghe al giorno. – Io lavoro qui, salvo le persone ma non sempre ci riesco. – E io pure salvavo le persone. – Sei un medico anche tu? – No, un assassino. Salvavo li mejo da ‘sto mondo infame pieno de lupi. – Sai una cosa morto? – Dimme. – Mi stai simpatico. – Ma tante volte sei gay? – No vegano perché? – Perché è un bel casino e che te magni se mori?
  7. Luca

    Il sistro

    Il mio commento : Davide non aveva idea di cosa fosse un sistro, non si interessava di musica o di storia antica. Decise di documentarsi dopo averne trovato uno davanti alla porta di casa, una mattina mentre usciva per andare al lavoro. Inizialmente pensò fosse spazzatura, magari lanciata da qualcuno di passaggio. Tuttavia tenendolo in mano se ne sentì come attirato, forse per i bagliori dorati che emanava, o forse per la strana forma del manico, che terminava con la testa di una creatura, forse un gatto, con occhi e bocca chiusi in un'espressione di pace. Dopo qualche ricerca sul web scoprì che si trattava di un oggetto antico che si suonava scuotendolo, come un sonaglio. Secondo gli studiosi la sua invenzione era da attribuire agli Egizi, alcuni però sostenevano ne esistessero di ancora più datati, risalenti ai primi popoli della mesopotamia. Davide aveva in mente di portarlo da un antiquario, o in un banco dei pegni, qualcuno che gli dicesse se era possibile farci qualche soldo. Una sera però decise di provare a suonarlo. Aprì il cassetto in cui lo aveva riposto, lo prese, e cominciò a scuoterlo. Riprovò ancora, e ancora. Niente. "Chissà se ha mai davvero fatto un rumore" pensò. Lo rimise al suo posto e tornò sul divano a cercarsi un programma tv decente, finendo per passare il tempo sorseggiando bibite e guardando vecchi telefilm polizieschi. La creatura passò la serata dietro di lui. Lo seguì come un'ombra, rimanendo invisibile agli occhi del ragazzo. Nel momento in cui crollò addormentato entrò nella sua mente e in pochi secondi imparò la storia di colui che aveva suonato il sistro. Per l'entità questa esplorazione non fu affatto un viaggio di piacere. Disprezzava l'essere che aveva davanti. Era su questa terra da ormai trentuno anni, e non aveva mia fatto nulla di significativo Mangiare, bere, dormire, rimanere incollato a quell'oggetto luminoso che ormai aveva conosciuto fin troppo, nel corso di altri contatti con altri umani. Aveva un lavoro, vendere delle "tariffe telefoniche" in un "centro commerciale", in pratica passare tutto il giorno a mentire. Erano ormai lontani i tempi in cui scrutava nelle menti e nei cuori di guerrieri, sovrani, poeti e stregoni. Si era abituato a interagire anche con quella che ora era definita "gente comune", e che in fondo era sempre esistita. L'entità valutava lo spirito di una persona, non la sua ricchezza e importanza nella società, tuttavia non si capacitava di come si potesse passare una vita così inutilmente. Certo, nell'animo di quel ragazzo c'era anche qualcosa di buono. Vide il rapporto con la madre, le difficoltà nel trovare un lavoro e mettere su casa. Aveva combattuto delle battaglie, e sembrava molto provato. Ad ogni modo, il sistro era arrivato a lui e la creatura doveva fare il suo dovere, come faceva da migliaia di anni. Davide si svegliò infreddolito. Si era addormentato ancora sul divano, in maglietta. Fece per alzarsi, quando si accorse che qualcosa non andava. Ci mise qualche secondo a capire, di fronte a lui, a destra del televisore, era come se l'ombra fosse più fitta. Non riusciva a vedere il mobiletto e il termosifone. Forse era solo un'illusione dovuta alla stanchezza. Poi la paura prese il sopravvento. L'ombra si stava muovendo? No, qualcosa stava uscendo da essa. Lentamente prese forma un corpo che poteva essere quello di un uomo molto alto e robusto. Infine anche la testa uscì dalla tenebra. Davide era paralizzato. Non riusciva a distinguere la figura che aveva davanti, era come fatta di ombre. Aveva indosso quello che sembrava una tunica scura con un cappuccio che non lasciava intravedere nulla del volto, e avanzava piano, ma deciso, verso di lui. "Chi sei?... Che vuoi da me?" Le parole strozzate che riuscì a pronunciare gli diedero un po' di forza. Riuscì a muoversi, saltò giù dal divano e corse verso la porta d'ingresso. La spalancò con forza e fece per lanciarsi fuori nella notte. La creatura lo attendeva sulla soglia e Davide se la trovò davanti. Si girò per scappare ma una mano lo prese per il colletto della maglia. Provò a divincolarsi, ma l'essere fu più veloce, lo colpì con l'altro braccio e lo fece volare verso la tv. Davide sentì un dolore al petto, quella cosa aveva una forza incredibile. Cercò di rialzarsi ma il mostro era di nuovo di fronte a lui. "Che.. Che vuoi?" "Hai preso il mio strumento" Nonostante la mole la voce era simile al sibilare di un serpente "Non lo sapevo.. Io non lo voglio! È in cucina, portatelo via!" "Troppo tardi. L'hai suonato. Sono costretto a metterti alla prova" "No... Io... Non può essere vero..." "Taci. Sono qui per avvisarti. Presto accadranno delle cose nella tua vita, avrai occasione di decidere il tuo destino. Conosceremo a fondo la tua anima." " Tu vuoi la mia anima?.." " Non sarebbe una grande perdita per te, il tuo spirito soffre, per le nullità che è costretto a sopportare" Davide rimase in silenzio. Qualsiasi cosa stesse succedendo sperava solo finisse in fretta. "Non mi credi, stupido umano? Già, voi non ritenete vero nulla che non sia dimostrato, è così? Così sia allora, ti mostrerò la tua anima" Davide aveva chiuso gli occhi. Attese qualche secondo, poi si accorse che non sentiva più la presenza di quell'essere. Era sparito. Si mise seduto e si guardò intorno. Era solo, in mezzo al salotto. Con quel maledetto dolore al petto dove l'aveva colpito, come a dirgli "tutto questo è reale". Poi sentì un rumore, veniva dalla cucina. "Ti prego fa che non sia lui..." Si avvicinò cauto alla porta che separava le due stanze. Era socchiusa, si vedeva uno spiraglio di luce. E lui l'aveva spenta prima. Qualcuno era seduto sulla sedia vicina al frigo. Sembrava un ragazzino, in jeans e maglietta. I vestiti gli ricordavano qualcosa ma al momento non connetteva abbastanza da capire cosa. Le braccia erano scheletriche, la pelle cadaverica. Stava piangendo, con la testa tra le mani. Davide pensò a cosa fare. Cercò di tirarsi indietro senza fare rumore, avrebbe di nuovo tentato la fuga all'esterno. "Dove vai?" Non era il ragazzino a parlare. Era il sibilo della creatura. "Che cazzo vuoi da me?!" urlò Davide, in preda ora alla rabbia. La figura sulla sedia smise di piangere. Lentamente le mani scesero e il capo si alzò. Stava piangendo sangue, lunghe lacrime rosse percorrevano il tragitto dagli occhi alla mandibola, attraversando le guance scheletriche. Il ragazzino si alzò in piedi e lo guardò dritto negli occhi. Poi prese a correre, Davide si voltò per scappare in salotto ma perse l'equilibrio e inciampò, l'essere gli fu subito addosso. Gli mise le mani al collo e portò la faccia cadaverica vicino a quella di Davide. Ora poteva vedere da vicino gli occhi pieni di sofferenza, sentire l'odore del sangue e della carne in putrefazione. Tentò di liberarsi, ma la presa era troppo forte. Del sangue gli cadde sul volto, sulle labbra, sugli occhi. Ne sentiva il sapore e vedeva rosso. Il ragazzino aprì la bocca e urlò, un grido di dolore, lancinante. Davide si sentì mancare le forze, sperò che stesse per svenire, o per morire, anche quello sarebbe stato meglio. Chiuse gli occhi di nuovo. Tutto si fece buio. Si risvegliò ancora sul divano, infreddolito. Si guardò intorno: nessuna traccia del mostro incappucciato o del ragazzino, tutto tranquillo. Lo strumento era lì sul tavolo dove aveva tentato di suonarlo. Sollevato pensò che si fosse stato solo un terribile incubo, poi sentì la voce. "Ora hai visto di cosa sono capace." Davide capì. Non si trattava di un sogno, un'entità era uscita da quel dannato sistro. Aveva detto che gli avrebbe mostrato la sua anima e cominciò a capire cosa intendesse. Quel ragazzino era lui. Quegli occhi, quello sguardo, sotto la coltre di sofferenza e sangue, era il suo. I vestiti li aveva riconosciuti perchè li indossava da bambino. Quella creatura faceva sul serio e presto sarebbe tornata, l'aveva promesso.
  8. libero

    Natale

    Commento a Coniugi Pandimensionali Natale «Papà, sta arrivando qualcuno.» La piccola Lucy indicò fuori dalla finestra una macchina che sopraggiungeva nel vialetto di ingresso della fattoria. «Vediamo di che si tratta.» disse Simon Lee alzandosi. Si avviò alla porta seguito da Lucy e Jack, il figlio maggiore. La mamma rimase in cucina assieme a Thomas, che legato sul suo seggiolone guardava con invidia i due fratelli più grandi scorrazzare liberi. La macchina si fermò sbandando lievemente sulla neve alta. Era una lussuosa Cadillac nera. Scese un autista che aprì le porte posteriori. Uscirono un uomo sulla cinquantina e un ragazzo di circa dieci anni. L'uomo indossava un cappotto costoso e scarpe di classe, più adatte alla città che alla neve delle montagne. L'uomo si guardò attorno. Sembrava valutare tutto ciò che vedeva, calcolarne il prezzo che a suo parere non doveva essere molto alto. Il bambino mosse alcuni passi nella neve con aria disgustata. «Potrebbero spalare la neve almeno sulla strada.» si lagnò. Simon si schiarì la gola. «Buongiorno. Posso fare qualcosa per voi?» Lucy e Jack gli si accalcavano accanto aggrappandosi alle sue gambe. L'uomo parve sorpreso, quasi non si fosse accorto della loro presenza. «Oh, si. Stiamo cercando la foresta di Silver pass.» «È quella laggiù.» Simon indicò il fitto bosco che sorgeva a un chilometro dalla fattoria. «Non voglio farmi gli affari vostri, ma non mi sembrate equipaggiati in modo adatto per un'escursione.» aggiunse indicando le scarpe leggere dell'uomo e del ragazzo. «No.» l'uomo rise arrogante. «Nessuna escursione. Siamo qui per un albero di Natale.» «Siete venuti fin qui per un albero di Natale? Sembrate venire dalla città, non è un po' lontano?» «Mio figlio ha sentito parlare della foresta, dicono che ci siano gli alberi più belli di tutto il paese.» «Si, probabilmente è vero. Ma non avrete intenzione di prendere un albero proprio lì.» «Precisamente.» «Si, papà.» strillò il bambino. «Lo voglio. Voglio l'albero più bello che esista. Mi hai promesso che me l'avresti dato.» Simon impallidì e i suoi figli gli si strinsero con più forza. «Gli alberi della foresta non si possono tagliare. Guardate quelli piuttosto.» indicò un boschetto più rado, non lontano dalla fattoria. «Quegli alberi sono bellissimi, come quelli della foresta. Potete prendere uno di quelli.» «Io voglio un albero della foresta.» strillò il bambino. L'uomo sorrise, un sorriso freddo, ironico. «Avete sentito mio figlio. Prenderemo un albero della foresta.» «La foresta è zona protetta.» replicò Simon. «È vietato tagliare alberi o accendere fuochi al suo interno. E in effetti è anche meglio starne alla larga.» «Sciocchezze. Sono amico personale del governatore, credo proprio che nessuno mi multerà per aver tagliato un albero. Anzi, potrei comprarmi e radere al suolo l'intera foresta se mi andasse di farlo.» «Aspetti. Non si tratta solo del fatto che è zona protetta. Nella foresta vivono molte creature, creature che non apprezzano che gli alberi vengano tagliati.» disse Simon. L'uomo scoppiò a ridere. «Dovrei avere paura degli scoiattoli? Oh poveri scoiattolini,» aggiunse rivolgendosi al figlio, «resteranno senza casetta e se la prenderanno con noi. Che paura.» Risero entrambi sguaiatamente. L'uomo si rivolse all'autista che aveva ascoltato in silenzio lo scambio di battute. «Peter, prendi gli attrezzi e vai cercare l'albero più bello.» L'autista aprì il bagagliaio, si infilò degli stivali alti, bordati di pelo, prese una sega e un'accetta. «Cosa aspetti?» lo spronò l'uomo. «Noi staremo qui in macchina, lascia il motore acceso, non vogliamo congelare.» Entrò in macchina sbattendo la porta e fece cenno al figlio di seguirlo. Simon scosse la testa. «Devo farlo.» sussurrò l'autista quando gli passò accanto diretto alla foresta. «Papà.» Jack guardò in su verso il padre. «Non possono tagliare gli alberi. Ci hai sempre detto che non dobbiamo mai fare del male alle piante della foresta.» «Lo so tesoro.» il padre si accucciò e abbracciò i figli. «Nella foresta si deve sempre entrare con rispetto. Bisogna rispettare gli animali, le piante e,» fece una pausa lanciando uno sguardo al bosco che si stagliava scuro nel paesaggio innevato »tutti gli esseri che ci vivono.» Rientrarono in casa a mangiare. La mamma, che aveva seguito la conversazione dalla cucina, aveva un'espressione spaventata e triste. «Ho provato a fermarli.» Simon si strinse nelle spalle per scusarsi. «Più di così non potevo fare.» Finirono di magiare e attesero il ritorno dell'autista. Poco dopo l'uomo arrivò trascinando un abete dalla chioma folta di un bellissimo verde brillante. Il bambino e suo padre non scesero nemmeno dalla macchina per guardare, si limitarono ad abbassare il finestrino per sbraitare, «Sei sicuro di aver preso il più bello?» «A me sembra uguale a tutti gli altri stupidi alberi.» si lamentò il bambino. «È il più bello fra quelli di dimensione adeguata.» rispose l'autista. «Beh caricalo e andiamocene. Non posso perdere tutta la giornata qui.» L'autista caricò l'albero sul tetto della macchina, salutò Simon e la sua famiglia con un cenno del capo, entrò in macchina e partì. Simon scosse la testa rientrando in casa. I bambini si fermarono un attimo sulla soglia a guardare la macchina che si allontanava. La città, nonostante la spolverata di neve che la ingentiliva, puzzava di inquinamento e di gas di scarico. La neve rimaneva bianca solo per pochi istanti, trasformandosi rapidamente in una poltiglia fangosa e lurida. La macchina entrò nel giardino di una grande villa in un quartiere residenziale e parcheggiò davanti alla scalinata principale. L'autista aprì le portiere e i due occupanti salirono in casa. «Sbrigati Peter.» Urlò il bambino, «Voglio addobbarlo subito.» Entrò in casa gridando, «Mamma. Avete preso gli addobbi? Voglio le palle dorate e un sacco di luci.» Peter, occupato a scaricare l'albero non sentì la risposta della padrona. A fatica portò l'albero dentro la casa e lo fissò al piedistallo che aveva preparato precedentemente nel grande soggiorno. Il bambino si precipitò nella stanza assieme alla sorella. Strapparono le confezioni degli addobbi appena acquistati e iniziarono ad attaccarli ai rami dell'albero. La frenesia che li aveva contagiati non permetteva loro di scegliere i punti in cui mettere le luci e gli addobbi. Il risultato fu che l'albero perse la sua maestosità diventando pacchiano e sguaiato. I bambini lo guardarono soddisfatti poi se ne andarono, già stufi della novità. Cenarono e andarono a dormire lasciando accese le luci dell'albero. Un gocciolio svegliò il bambino che iniziò a strillare. «Mamma. Quell'idiota della cuoca deve aver lasciato un rubinetto aperto.» Le sue urla svegliarono i genitori e anche la sorella che dormiva nella stanza accanto alla sua. Assonnato il padre andò in cucina a chiudere il rubinetto e risalì la scala che portava al secondo piano prima di accorgersi che il gocciolio continuava e sembrava provenire dal soggiorno. «Ma che diavolo.» imprecò. Scese nuovamente le scale ed entrò in soggiorno. Lanciò un grido, sgomento. «Che succede?» gridò la moglie dalla camera. Non sentendo risposta scese le scale. I due figli le si precipitarono dietro. Il padre era fermo, sulla porta del soggiorno. Indicava l'albero. «Che c'è papà?» chiesero i bambini. «L'albero.» rispose «Che diavolo è quella roba?» Tutti e quattro guardarono l'albero, grosse gocce dense e rosse colavano dai rami. «Ma che schifo.» esclamò la moglie disgustata. «Che razza di porcheria avete portato in casa?» «È stato Peter.» si schermì l'uomo. «Ha detto di aver scelto l'albero più bello e guarda invece che schifezza. Dev'essere una malattia della pianta.» «Forse è questo che diceva quell'uomo.» disse il bambino. «Bah, quello era un idiota. Domani butteremo questa schifezza e compreremo un albero come si deve. Alto fino al soffitto.» Chiuse la porta del soggiorno e spinse la moglie e i figli su per le scale. Tornarono a dormire. Dopo pochi istanti il bambino russava già e non poté sentire così lo scricchiolio della porta del soggiorno. Jack e Lucy si precipitarono a colazione appena i genitori li chiamarono. Adoravano mangiare tutti assieme, con la stufa che scoppiettava scaldando la cucina, le tazze ricolme di latte sul tavolo di legno, il profumo dei biscotti preparati dalla mamma. Il papà si inventava sempre qualche scemenza per farli ridere e per tenere buono Thomas che strillava sul suo seggiolone. Furono sorpresi quindi di trovare il padre seduto pensieroso con un'espressione tetra sul volto. «Sei sicuro di andare?» chiese la mamma. «Devo. Appena finita la colazione.» Non disse nulla per tutto il tempo, mangiò in fretta e si alzò quando i bambini stavano ancora mangiando. Indossò gli scarponi, prese le racchette da neve, si infilò il giaccone e uscì. I figli lo guardarono avviarsi verso la foresta. Le racchette lasciavano larghe impronte sulla neve, simili a quelle di un gigante. Simon si addentrò nel bosco silenzioso. Il respiro si condensava rapidamente in nuvolette gelide. Il freddo pungente creava piccoli ghiaccioli su baffi e barba. Gli alberi lo circondavano immobili. Qualcuno avrebbe potuto trovarli opprimenti, ma Simon procedeva sicuro, conosceva i luoghi e sapeva come comportarsi nella foresta. Si diresse verso il centro, la zona più folta, quella non attraversata dai sentieri. Un piccola radura si aperse davanti a lui, con un albero al centro. Alcuni addobbi pendevano dai suoi rami. In mezzo a palle dorate e ghirlande di luci, Simon vide quattro sfere più grosse. Si avvicinò e i suoi timori trovarono conferma. Gli addobbi erano delle teste mozzate, fra le quali riconobbe quella dell'uomo e del bambino che il giorno prima avevano preteso un albero della foresta.
  9. Titolo: La vendetta nel vento Autore: Roberto Ciardiello Editore: self publishing Amazon Genere: horror/fantastico Pagine: 56 (stima Amazon) Link per l'acquisto: http://www.amazon.it/vendetta-nel-vento-Roberto-Ciardiello-ebook/dp/B01A1LSXJW/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1450921096&sr=8-1&keywords=la+vendetta+nel+vento Trama: Fabiana ha quattordici anni e un vuoto di memoria. In una tranquilla mattina di maggio si ritrova in mezzo a un prato, circondata dalla solitudine, un manto di nebbia a offuscarle la mente. Dovrebbe essere a scuola a conquistare gli ultimi ottimi voti prima delle vacanze estive, eppure è da tutt'altra parte, senza sapere come sia arrivata lì, cosa sia successo la notte appena passata. Si è incamminata verso casa dopo aver festeggiato il compleanno dell'amica Cristina; il resto è stato inghiottito da un buco nero. Quando i ricordi le piombano addosso, il peso di un'orrenda verità la schiaccia. Le torna in mente nonna Maria, le sue parole, perché tra l'erba ha visto un soffione curvarsi sotto il vento in arrivo dal mare, oltre lo strapiombo. "Esprimi un desiderio, piccola, e soffia forte forte..." E allora Fabiana lo fa. Soffia e aspetta. Perché anche gli animi più docili possono covare rancore. E desiderio di vendetta.
  10. Luca

    Invasion

    Per la mia prima discussione in ambito serie tv vi vorrei parlare di "invasion". Pochi la conosceranno probabilmente, fu trasmessa in Italia nel 2006, se non ricordo male lo davano su canale 5 in seconda serata. Lo ricordo per essere forse la prima serie ad appassionarmi tanto da farmi aspettare con ansia l'episodio settimanale (ai tempi lo streaming non era una moda)...tanto che nell'estate di quell'anno fui operato alle tonsille e prima che mi addormentassero chiesi a mia madre di registrarmi l'episodio di quella sera Putroppo esiste solo una stagione. Evidentemente in America non raggiunse la popolarità sperata e fu interrotta dopo i 22 episodi iniziali. La storia parte da uno spaventoso uragano in una cittadina della Florida, Homstead, durante il quale si verificano fatti strani. Diverse persone spariscono improvvisamente per poi essere ritrovate, anche giorni dopo la fine della tempesta, illese. Ma in stato confusionale. Inoltre molti, sia scomparsi che non, avvistano strane luci gialle che sembrano arrivare dal cielo e "piovere" dentro l'acqua. Nei giorni successivi le stranezze continuano, creature luminose vengono viste nuotare nel lago e nelle zone paludose intorno, e contemporaneamente tutti coloro che durante la tempesta erano dispersi inziano a mostrare cambiamenti della personalità, nonostante ogni esame provi che effettivamente sono le stesse persone di prima dell'uragano. Il protagonista, un ranger della zona, comincia a indagare e si imbatterà in quella che sembra essere un'invasione di esseri alieni, ma molto diversa da altre viste in televisione. Amico/nemico del ranger sarà lo sceriffo (interpretato da William Fichtner), da una parte interessato a andare a fondo della questione, dall'altra custode di alcuni segreti su questa "invasione", e membro del gruppo delle persone scomparse durante la tempesta. Da tanto non riguardo gli episodi...ma devo ammettere che ricordo ancora molte scene. Anche diversi particolari. E confermo quello che ne pensavo allora, storia interessante, personaggi ben costrutiti sotto ogni punto di vista. In particolare lo sceriffo, d'altra parte Fichtner non è esattamente uno sconosciuto (prison break, armageddon...). In particolare il rapporto tra lui e il protagonista tiene la situazione tesa fino agli episodi finali. Il punto piu forte rimangono però queste creature, a tratti mostri, a tratti salvatori. A tratti animali e a tratti esseri intelligentissimi, il tutto senza mai rivelare troppo su di loro, "costringendo" chi guarda ad arrivare all'ultimo minuto della serie nella speranza di poter capire. Se qualcun altro ha visto Invasion, offro birra, patatine, e un tavolino per fare un remember
  11. Luca

    Villa rossa (parte 1)

    Spari nella notte. La gente sente ma non si affaccia alle finestre. Non chiama la polizia. Gli uomini neri sono in azione, sono la fuori, e sopratutto sono loro la polizia. Un gruppo di cacciatori e due prede che fuggono, fianco a fianco. "Vattene Secondo...da quella parte c'è il paese. Forse sarai al sicuro." "Ma che dici? Sei impazzito?" "Non possiamo salvarci entrambi...e tu hai una famiglia. Non discutere stanno arrivando!" Il ragazzo rimase immobile. Gli occhi fieri, e commossi, fissavano l'amico. "Vai ho detto! Ora!" Adriano vide l'amico girarsi verso sinistra, dargli le spalle, e correre. La mente lo riportò a qualche minuto prima. Era in casa, nella sua dove abita solo. Con lui c'erano Secondo, Freddy e Pino. Brindavano con un buon bicchiere di rosso quando sentirono i cani abbaiare. Presero in fretta i fucili e uscirono. I tedeschi. Con le loro divise scure come la notte. In tanti, troppi da affrontare. Si girarono e fuggirono, ma Freddy non resistette alla tentazione di tirare a uno di quei figli di puttana che si era esposto troppo. E lo colpì. Ma pagò con la vita. Pino cadde durante la fuga invece. Cercarono di entrare nel bosco vicino, il posto piu sicuro se gente armata ti insegue. Alberi che fermano pallottole, rami e oscurità coprono la fuga. Pino non ci arrivò mai. Poco prima dell'ultimo metro di vallata fu colpito. Finì a terra, il braccio disteso come a coprire quella distanza verso gli alberi, verso la salvezza. Erano rimasti in due. E ora soltanto uno. Un rumore portato dal vento lo desta dai pensieri. I tedeschi hanno sempre avuto pesante nei boschi... Spari nella notte. Due sagome a terra. Sangue caldo sulla terra umida. "E questo è per i miei amici" pensa Adriano. Ma è consapevole che gli altri stanno arrivando, e lui è solo. Ora ha due possibilità: rimanere qui e morire combattendo o tentare un inutile fuga. Si guarda intorno...dovrebbe condurli lontano dal paese e poi affrontarli. Ma dove andare? Poi scorge qualcosa. La luna fa capolino tra le nuvole e illumina il tratto di bosco che riprende alle sue spalle. Ma oltre agli alberi si vede altro, qualcosa che riflette la luce diversamente dalle fronde. Altri spari. Uno spostamento d'aria davanti agli occhi. La morte scampata di un soffio. Li vede, stanno arrivando. Adriano si gira e inizia a correre, entra nell'ultimo tratto di bosco mentre altre pallottole fischiano intorno a lui. Corre, fino a capire la fonte di quella luce. Non si era reso conto di essersi avvicinato così tanto alla Villa. Guarda verso l'alto. L'edificio è su una collina abbastanza alta da fare in modo che il tetto si vedesse oltre quegli alberi. Ma quella luce, quando mai delle tegole riflettono così? Ad ogni modo non c'è tempo per pensare. Deve allontanarsi ancora dal paese. Poi nota una cosa. Una delle finestre è aperta. Si diceva che fosse stato tutto sigillato dopo la fuga dei proprietari a causa dei fascisti. Forse è stato un ladro, o un vagabondo. O magari uno dei suoi. In una frazione di secondo si lascia richiamare da quel colpo di fortuna e scavalca la finestra. Ora è dentro, cerca di orientarsi, nel buio. Intravede della scale che salgono e comincia a correre. Se non ricorda male sono quattro piani. Decide di barricarsi all'ultimo e attendere. Ne avrebbe uccisi il maggior numero possibile, e l'ultima pallottola sarebbe stata per lui. Respira. Attende. Fuori il gruppo di tedeschi si riunisce. "Capitano, uno dei due fuggitivi deve essere entrato in questo edificio." "Ne siete certi?" Il soldato nota lo sguardo inquieto del suo superiore "Si signore, le tracce portano a una delle finestre." Il capitano si avvicina. La finestra è chiusa. Non c'è traccia di scassinamento o forzatura. "E chi diavolo chiude gli scuroni in questa situazione." pensa. Meglio non dire nulla agli uomini, sono già troppo tesi. La caccia all'uomo non è mai piacevole. "Avanti. Entreremo dall'ingresso principale, non siamo ladri ne ratti in fuga. Siamo la legge! " Uno sparo. Il lucchetto della porta salta insieme alla serratura. Le due ante si staccano leggermente. Un uomo da un calcio a una di esse spalancandola, poi si tirano indietro. Nessun segno di vita. "Avanti dentro!" Intanto Adriano aveva trovato un'altra finestra aperta al quarto piano." Eppure da fuori sembrava tutto chiuso..." Aveva osservato i tedeschi arrivare e dividersi. Cinque per lui, quattro per l'altro fuggitivo. Lui si era beccato un capitano, e i migliori uomini probabilmente. Ora carica il fucile e attende. Cinque contro. Sei persone in tutto nella Villa, vediamo in quante ne usciranno vive. Poi sente dei passi nel corridoio "Non è possibile...non possono essere già qui." Adriano passa di nuovo in rassegna le sue idee di prima. Ladri, vagabondi, "colleghi". Ad ogni modo imbraccia il fucile ed esce. Prima si muove piano verso la porta, poi con uno scatto balza fuori dalla stanza. Punta l'arma "Fermati o..." Ma ciò che vede non è un ladro, non è un partigiano, o un fascista o un tedesco. Ciò che vede non può proprio appartenere alla sua concezione di Umano. Il fucile scende piano. Due occhi rossastri si accendono Nessun altro udì spari, quella notte. Un ragazzo pedalava avvolto in un cappotto imbottito, sciarpa e guanti. La nebbia era sempre stata tipica di quella zona, ma in quel periodo era più fitta del solito. Le giornate erano una la copia dell'altra. Grigie, umide, corte. Sanku superò l'ennesima curva e cercò di riprendere fiato. Ancora un paio di chilometri e sarebbe stato a casa. Un auto gli sfrecciò affianco e lui sperò che il giubbotto catarifrangente facesse il suo dovere. "O che almeno mi faccia fuori sul colpo se mi deve prendere." Cercò di scacciare quel pensiero dalla testa. Idee del genere gli tornavano sempre più spesso ultimamente. Erano giorni cupi, vuoti. E sentiva un malessere sempre più strano dentro di se. Fece un respiro e riprese a pedalare con intensità e arrivò all'ultimo tornante. Affianco il bosco lasciò spazio a un terreno incolto che una volta era una grande prato. E poi, eccola. Villa rossa era l'edificio più inquietante che Sanku avesse mai visto. Un palazzo costruito con uno stile strano. Quattro piani, esteso più in verso orizzontale che verticale. Dipinta di un rosso acceso, scolorito dagli anni. Scuroni di una versione più cupa dello stesso colore. Nessun portico, nessun terrazzo. Esattamente il contrario di tutte le case più o meno grandi della zona. Da anni ormai era disabitata. Da quando i proprietari, ricchi agricoltori lombardi, erano fuggiti a causa di dispute politiche. Da allora nessuno ci aveva messo piede. A chiunque sarebbe sembrato un peccato, un edificio così grande e inutilizzato. Sanku non la pensava così. In realtà pochi la pensavano così. La superstizione in queste zone di campagna era così radicata da fare in modo che la gente ancora temesse le vecchie storie legate a quelle mura, e a quelle finestre. Ma per lui il motivo era diverso. Lui sperava che Villa rossa restasse vuota perché avrebbe detestato avere vicini di casa. Si perché quello era l'edificio più inquietante che Sanku avesse mai visto. E lui ci abitava accanto. Ed era difficile farci l'abitudine, raramente riusciva a passarci davanti senza voltarsi almeno un secondo. E fu così anche quella mattina, nonostante avesse altre cose a cui pensare. Superata la Villa proseguì per un centinaio di metri e arrivò a un vialetto alberato che portava a un robusto cancello di ferro. Casa Gualtieri. Da alcuni detta la “casa bianca” della zona. Non perchè somigliasse alla residenza di Obama, ma per il contrasto con l'edificio vicino. Rosso e bianco. Una villa e una casa più modesta, anche se comunque più grande della maggior parte delle abitazioni locali.
  12. Violaliena

    Un lieve ronzio

    Titolo: «Un lieve ronzio» Autore: AA VV (10 autori) Casa editrice: si tratta di un e-book auto-pubblicato Prezzo: disponibile dal 12 ottobre in download gratuito Genere: horror Pagine: 107 Premessa: L’iniziativa della raccolta di racconti horror è partita da un’idea di Angela Catalini. Il suo entusiasmo e la sua determinazione hanno contagiato un gruppo autori che hanno realizzato questo collage di 10 racconti più un prologo. È cominciato tutto nei primi mesi del 2015 nel forum del Writer’s Dream come lavoro di gruppo, pilotato da Joy e Nerio con la supervisione di Francesco Mastinu che ci ha incoraggiati e ha scritto per noi la prefazione. La partecipazione di grafici e illustratori ha consentito di dare alla raccolta una veste più adeguata e professionale. L’intento era scrivere dei racconti horror che avessero un filo conduttore comune: il ronzio. Ronzio un po’ misterioso che si associa a vari dispositivi di comunicazione ed elettronici e che si accompagna a morti o altri eventi inspiegabili. Trama: Un prologo iniziale traccia il legame tra il ronzio degli apparecchi e una serie di incidenti improbabili Si viaggia attraverso vari scenari e ambientazioni, tra entità demoniache o aliene e presenze sovrannaturali che comunicano attraverso ronzi e vibrazioni. Si incontrano situazioni in cui l’orrore nasce dal quotidiano come una casa di notte o una vecchia radio o una misteriosa pen-drive o un CD e vicende in cui si insinuano inquietanti alieni o non morti. Gli undici racconti hanno tutti un legame mortale con il misterioso ronzio e nell’ultimo si arriva a una sorprendente conclusione. Un panorama variegato insomma di stili e situazioni. Link al download: QUI free download su SmashWords PROLOGO.pdf
  13. Inizio di un racconto lungo a capitoli che vi aprirà gli occhi. Qualcuno lo conosce già, per gli altri leggete e capirete molte cose :gesi: CAPITOLO 1- PROLOGO ISOLATI Attizzò di nuovo il fuoco del camino. I grossi ciocchi di legna bruciavano gradualmente, ardevano tra le fiamme che emanavano calore. Matt Wolf si strofinò le mani sbuffando davanti alle fiamme crepitanti: odiava il freddo. La notte era buia e calma, attraverso le grandi vetrate antiproiettile si scorgeva a malapena il manto erboso e umido del giardino della villa ottocentesca. La dimora era deserta, tutti gli inservienti erano stati cacciati da tempo, per sicurezza. Tornò a sedersi sulla poltrona di velluto rosso e aiutato da una lampada vintage d’ottone, riprese la lettura del libro: I voi-sapete-chi: origine e ascesa della più grande minaccia dei nostri giorni di Gaunt Melton. Matt, per tenersi al sicuro e lontano da Loro, aveva reso la sua villa una fortezza inespugnabile. Un muro di tre metri la circondava, una rete elettrica alta un altro metro e mezzo impediva che Loro potessero in qualche modo scavalcarlo. Decine di torrette erano disposte in posizioni strategiche nell’ampio giardino, tarate per individuarli e annientarli. Sulla fontana al centro troneggiava una gamba pietrificata di quei cosi, come monito di avvertimento. Matt ricordava ancora quel pomeriggio. Era in giardino a giocare assieme a Cernobyl, quando uno di Loro scavalcò il muro. La barriera elettrica non era ancora stata installata. Lo aveva visto correre verso di lui, con quel smoking, i baffi curati, il suo comportamento formale. Da quel che ne sapeva non potevano nemmeno scalare un albero, figurarsi un muro di tre metri! Maledetto. «Attacca Cernobyl!» aveva gridato. Cernobyl era un cucciolo di cerbero alto quasi due metri, amante della carne cruda e particolarmente protettivo. Si era scagliato contro di Lui costringendolo a salire su di un albero. Si ricordava ancora come quel bastardo aveva tentato di negare la sua natura, ma Matt l’aveva scoperto e gli aveva aizzato contro il cane da guardia. La gamba era quello che ne era rimasto, messa in bella vista come un monito, qualcosa che avrebbe potuto scoraggiare quelle creature abominevoli. Negli anni Matt aveva imparato a combatterli, anche se sapeva che erano troppi. I loro occhi vedevano tutto. Perciò si era segregato nella villa da parecchio tempo, con una scorta di cibo sufficiente per sei mesi, un arsenale di armi e un cerbero come guardia del corpo. Girò un’altra pagina. La biblioteca era muta, l’unico rumore proveniva dallo crepitio del fuoco e dal cerbero che ronfava in mezzo alla stanza, le tre teste che sbavavano sul tappeto. Quell’animale era diventato la sua assicurazione sulla vita, gli era rimasto solo lui. All’improvviso un rumore. Urla strazianti, lontane. Matt si voltò verso le vetrate e vide un chiarore intermittente, il fulminio della rete elettrica. «No, non è possibile!» Poi più nulla. La luce della lampada sul tavolino si spense. Un brivido freddo lo attraversò da capo a piedi. Delle ombre si muovevano oltre il vetro: erano riusciti a passare. Attese che le torrette si attivassero, inutilmente: i bastardi dovevano aver staccato la corrente. Senza perdere tempo si precipitò verso il generatore di emergenza in cantina. L’abbaiare di Cernobyl proveniente dal piano superiore l’accompagnava, mentre una fiacca luce d’emergenza al neon gli faceva strada tra bottiglie di vino riposte accuratamente in ripiani di frassino. Il generatore in fondo alla stanza era enorme: abbassò la leva di sicurezza e premette il tasto per l’accensione. La macchina si mise in moto sobbalzando, prima con un fischio leggero, poi aumentando sempre di più. Immediatamente sentì in lontananza gli spari delle torrette, le Loro urla. Matt a quel punto salì di corsa saltando gli scalini a due a due. Cernobyl era di fronte al vetro della sala, graffiava con le zampe e ringhiava più che mai. La barriera aveva ricominciato a funzionare, ma alcuni di loro dovevano essere all’interno della villa. All’improvviso una torretta esplose. Un grosso botto e una fiamma rossa si innalzò nel scuro cielo, la situazione gli stava sfuggendo di mano. Si avvicinò al Gargoyle di marmo vicino alla libreria, gli mise una mano in testa la spinse in giù. La libreria si mosse, cominciando a roteare su se stessa e rivelando un arsenale completo: fucili d’assalto, pistole, granate, lanciarazzi; non mancava nulla. Prese un AK-47 modificato, controllò se il caricatore era pieno. Stava riarmando l’arma quando sentì battere contro il vetro della sala. Uno di Loro era arrivato fino a lì. Era da un pezzo che non ne vedeva uno da vicino, non che gli mancasse. Cernobyl si mise a ringhiare mentre quell’uomo di mezz’età batteva ripetutamente con un vassoio d’argento sul vetro. Sempre le stesse parole, sempre quel tono troppo serio. «Cernobyl, vieni con me!» Armò il fucile, guardò se Cernobyl fosse pronto e poi aprì la porta d’ingresso. Una quindicina di loro stavano scorrazzando per tutto il giardino, cercando di mettere fuori uso le torrette con coltelli e forchette. Matt puntò il fucile e iniziò a sparare, mentre Cernobyl azzannava e dilaniava. Uno di loro si avvicinò troppo a Matt. «L’arrosto è cotto a puntino, Sir?» gli urlò addosso. Il ragazzo lo colpì con il calcio del fucile, l’essere cadde a terra e Matt lo finì con una scarica di proiettili. Continuò a sparare abbattendoli uno a uno, quando sentì il guaito di Cernobyl. Era circondato da quei cosi che lo colpivano ripetutamente con delle forchette. «Schifosi! Lasciatelo!» Matt perse la testa. Non arrischiandosi a sparare per timore di colpirlo, corse verso l’unico amico che gli era rimasto. Colpì violentemente uno di Loro con il calcio, facendolo finire a terra. Un altro cercò di prenderlo da dietro, legandogli attorno al collo un tovagliolo, Matt lo colpì prima allo stomaco e poi al volto. A uno a uno crollarono come birilli, freddati poi da colpi precisi alla testa. Quando si fermò aveva il fiato corto: non era rimasto più nessuno. Si avvicinò a Cernobyl che gemeva e si leccava le ferite. «Ci sono io Cernobyl, ti proteggerò.» Da diversi tagli sul fianco usciva parecchio sangue. «Adesso ci penso io, torniamo dentro.» Matt raccolse alcuni tovaglioli dai cadaveri e tamponò la ferita meglio che poté. Si guardò attorno: il giardino cosparso dei Loro corpi, le torrette distrutte, la rete di protezione elettrica piegata. Stava ricominciando. Ma stavolta è diverso, si disse. Si erano spinti oltre questa volta: non avevano più paura. Stava per ripartire un altro attacco, forse più pericoloso di qualunque altro. Non avrebbe potuto farcela da solo, gli serviva aiuto. Schifosi maggiordomi.
  14. Nome: Il castello editore Sito web Generi pubblicati: libri sul giardinaggio e sulle varie attività artistiche, salute e benessere, libri per l'infanzia, libri-gioco, libri illustrati, fantasy, horror, didattica linguistica Indirizzo: VIA MILANO 73/75 – 20010 CORNAREDO (MI) Email: info@ilcastelloeditore.it Distribuzione: http://www.ilcastelloeditore.it/distribuzione.php Modalità di invio manoscritti: inviare le opere per posta o e-mail, fornendo il seguente materiale: Per manuali o libri tecnici: Titolo dell'opera Foto degli oggetti/Disegni/Tabelle Nome dell'autore Indice Breve introduzione Per libri illustrati per ragazzi Si prendono in esame solo progetti già abbozzati di testo e illustrazioni Titolo dell'opera Alcune illustrazioni Testo E-MAIL Puoi inviare via e-mail a: info@ilcastelloeditore.it POSTA Puoi inviare per posta a: IL CASTELLO S.R.L. Via Milano 73/75 20010 Cornaredo (MI) Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  15. Nome: Alcheringa Edizioni Sito WebGeneri pubblicati: tutti i generi tranne Poesia.Indirizzo: 03012 Anagni (Fr) Via della Sanità 20 E-mail: alcheringaedizioni@gmail.com Distribuzione: Libri DiffusiModalità di invio manoscritti: inviare il manoscritto (in formato doc., docx. oppure rtf.) a manoscrittialcheringa@gmail.com. Insieme al manoscritto, inviare anche una biografia e una sinossi dell'opera. Verrà data conferma di ricezione e verrà mandata una mail anche in caso di esito negativo. I tempi di lettura si aggirano sui sei mesi dal momento dell'invio del manoscritto. In caso di esito positivo la CE occ si occuperà dell’editing, dell’impaginazione, della grafica di copertina. Tutti i libri saranno dotati di codice ISBN. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  16. Nome: Dunwich Edizioni Sito web Generi pubblicati: horror, thriller, mystery, paranormal romance Indirizzo: Via Albona 95 - 00177 Roma Email: info@dunwichedizioni.it Distribuzione: directBOOK Modalità di invio manoscritti: accettano racconti singoli, (almeno 4000 parole), novelle (fino a 40000 parole) e romanzi (dalle 40000 parole in su, senza limiti di lunghezza). Potete utilizzare questo indirizzo mail: manoscritti@dunwichedizioni.it Per il paranormal romance le opere vanno mandate a rosagotica@dunwichedizioni.it Si tratta di una casa editrice digitale, nata con l’obiettivo di pubblicare e promuovere romanzi horror, thriller e mystery. Digitale, perché credono che la nuova ondata tecnologica possa dare una grande spinta alla lettura garantendo una fruibilità del libro più immediata e a costi contenuti. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
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