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Trovato 24 risultati

  1. Russotto

    Cassandra.

    Il treno era partito da circa dieci minuti, l’arrivo a Losanna era previsto per le otto della sera. François osservava il panorama scorrere sui finestrini sospirando di tanto in tanto. In altri tempi non sarebbe stato nella pelle all’idea di tornare a casa. E da quando era nata Juliette, il ritorno a casa si era ancora più emozionante. Ma quella sera si chiedeva se non avrebbe fatto meglio ad andare alla cena di lavoro con il nuovo cliente e rimandare la partenza al giorno dopo. Quando aveva saputo della relazione di sua moglie con un altro uomo anche la piccola creatura che tutte le volte gli correva incontro e gli gettava le braccia al collo gli sembrava sempre più estranea. Il tradimento era cominciato un anno prima della nascita della bambina, del tutto inutili furono i tentativi di convincere François della sua paternità. Il paesaggio scorreva sempre più veloce fuori dal treno mentre François pensava che, in segreto, avrebbe dovuto indagare almeno su quello, sulla figlia alla quale aveva voluto e voleva tutto il bene del mondo, ma la paura di un esito negativo lo terrorizzava. Non sapeva nemmeno quanto e se il suo matrimonio avrebbe resistito a quella catastrofe. L’amore di Juliette verso di lui era diventato, ormai, l’unico motivo per essere contento di rientrare a casa. Cosa sarebbe stato del legame che univa lui e la sua piccola principessina? Se fosse emerso che non c’era legame di sangue, probabilmente, non avrebbe avuto nessuna speranza (semmai ce ne fossero state) di ottenerne l’affidamento. E, comunque, la figlia avrebbe un giorno preteso di conoscere il vero padre. Sua moglie si era gettata ai suoi piedi implorando il perdono, giurando che era tutto finito e che era iniziato da un attimo di debolezza. Una debolezza. Sarebbe bastato dire no! Aveva sempre pensato François. Sarebbe bastato dire no anche a Sua moglie quando gli aveva chiesto una seconda possibilità. «È libero?» François sussultò per lo spavento. Guardò avanti a sé e si costrinse a trattenere un’imprecazione. Dapprima vide solo la profonda scollatura di una camicia sembrava in procinto di cedere alla pressione dei seni che racchiudeva. Si affrettò ad alzare lo sguardo. La donna che gli stava davanti era bella, tanto, troppo bella, sprigionava fascino da ogni parte del corpo. Aveva lunghi capelli castani che incorniciavano un viso delicato e luminoso. Due perle azzurre brillavano da dietro una montatura nera mentre il colore del sangue sulle labbra contrastava il chiarore delle guance. Quella donna rappresentava in maniera schifosamente completa ciò che lui da uomo avrebbe voluto possedere. Proprio quello che François odiava con tutto se stesso in quel momento. Anche Claire era bellissima, lo era sempre stata. «No.» rispose fermamente François convinto che la bellezza di sua moglie avesse giocato un ruolo importante in quell’adulterio. Contrariamente a quanto lui si aspettava la donna si sedette ringraziandolo e regalandogli un disarmante sorriso. «Mi scusi, forse non mi sono spiegato.» disse sforzandosi di restare calmo. La donna sgranò gli occhi paralizzando François sul sedile. «Mi perdoni, se non sbaglio le ho chiesto se questo posto non fosse occupato e lei mi ha risposto di no.» «No, lei mi ha chiesto… mi scusi. Ho capito male.» François si sentì un idiota per aver giudicato una persona che non conosceva solo dall’aspetto e per aver scaricato su quella donna l’ira che provava per sua moglie. «Quindi devo alzarmi? C’è qualcuno che deve sedere in questo posto?» Non c’era nessuno. François realizzò in quell’istante di essere completamente solo. «La prego, rimanga seduta. Non faccia caso a quanto le ho detto prima. Ero sovrappensiero e ho risposto senza pensare a cosa stavo dicendo.» Sentì una vampata di calore invadergli il corpo e l’anima. Non poté fare altro che riprendere a fissare il panorama dal finestrino. Aveva appena rimediato una figura da maleducato e a quel punto avrebbe voluto andarsene lui per la vergogna. Ora quella persona persona sicuramente avrebbe cominciato… «Mi chiamo Cassandra molto piacere.» Francois pensò che quel viaggio sarebbe stato molto lungo. Ma quando distolse lo sguardo dal finestrino notò la mano di Isabella tesa verso di lui, non poteva mostrarsi scortese per la seconda volta. «François, dispiaciuto per l’inconveniente.» disse pensando che quanto stava per accadere era una sorta di punizione e che lui se l’era meritata. Le strinse la mano e quasi emise un gemito. «Oops, la scossa.» esclamò imbarazzato vedendo che lei non aveva battuto ciglio. La donna sorrise mentre lui pensò che come punizione non era niente male. «Ti capita spesso di viaggiare in treno? François?» «Tutte le settimane, vado a Torino il lunedì e ritorno a Losanna il venerdì sera. E tu?» rispose massaggiandosi la mano. La donna si sporse in avanti e l’interno della sua scollatura sembrò prendere vita. «Questa è la prima volta, e molto probabilmente sarà l’ultima.» François cercò invano una parte di quella donna da guardare senza che i suoi ormoni impazzissero. Decise di temporeggiare guardando il corridoio tra i sedili del treno. «Non le piace viaggiare in treno?» Cassandra tornò ad appoggiarsi allo schienale e François ne fu al contempo rincuorato e dispiaciuto; Cassandra trasse un profondo respiro e sotto il tessuto della camicia fecero capolino due sporgenze piccole e rotonde. François deglutì. «Non saprei, il fatto è che io non viaggio molto. A me piace la tranquillità e la sicurezza che mi dà casa mia.» François cercò di evitare complicazioni. «Fa bene, io viaggio perché ci sono costretto.» «O forse per scappare.» «Come scusi?» «Le ho chiesto cos’è che la costringe a viaggiare.» François rimase interdetto. «Mi scusi, avevo capito tutt’altro. Comunque viaggio per lavoro. Ma questo lo avrà immaginato.» «Dal fatto che si muove a inizio e fine settimana?» «Sì.» rispose François «Se non per lavoro, per quale altro motivo si dovrebbe fare una simile vita?» «Scopami!» François trasalì, il cuore cominciò a battergli all’impazzata e lui pensò di essere impazzito. Questa volta non aveva distolto lo sguardo dal viso della donna ed era sicuro che le sue labbra non si erano mosse. Eppure aveva sentito forte e chiaro quell’imperativo e la voce era quella di Cassandra. «E… tu? Come mai ti trovi su questo treno? Se posso chiederlo.» Cassandra tirò indietro la folta chioma per poi lasciarla ricadere tutta davanti alla spalla destra scoprendo il collo che venne immediatamente irradiato dalla calda luce crepuscolare che entrava dal finestrino. François cedette le armi alla realtà: era impazzito e avrebbe fatto chissà cosa per possedere quella donna. «Dovevo incontrare una persona a Torino ma non si è presentata. Ed ecco che mi ritrovo a viaggiare in treno. In pratica sto rincorrendo una persona.» Cassandra era stata vaga ma François era certo che stesse parlando di un uomo. Un uomo che avrebbe avuto la fortuna di giacere al fianco di quella bellissima donna. Non poté fare a meno di pensare che anche lui poteva fare lo stesso. Nonostante da un paio di mesi lui dormisse da solo, sua moglie gli faceva sempre capire che gli sarebbe bastato chiederlo. Si chiese se non fosse tutto un gigante errore, se non valesse la pena credere al pentimento di Claire e gettarsi il passato alle spalle. Da un paio di mesi non c’era stato più alcun contatto fisico tra loro e la cosa cominciava a pesargli. «Forse questa donna è un messaggio di qualcuno, Dio, il destino o il mio subconscio. Forse sto davvero impazzendo.» pensò «Forse la mia testa mi sta dicendo che ho una moglie bellissima e la sto trascurando per colpa del mio orgoglio ferito. Questa va a trovare il suo amante, con me è solo stata gentile, se si è fatta bella è per qualcun altro.» «Le auguro di riuscire a raggiungerla, Cassandra.» «In realtà si tratta solo di lavoro, nulla di personale.» «È alquanto singolare che lei rincorra una persona, tanto più in treno. Dove la raggiungerà?» «In un piccolo paesino vicino a Losanna. Spero di non perdermi, però. Non ci sono mai stata.» «Se vuole la posso aiutare. Io conosco bene la zona.» François si svegliò di soprassalto accecato dalla luce dell’alba. Frastornato si guardò attorno e notò un luogo estraneo alla sua memoria. Si strofinò gli occhi, osservò nuovamente ciò che lo circondava e si accorse di non essere solo. Accanto al lui giaceva una donna dal corpo pressoché perfetto e lunghi capelli castani. Immediatamente ricordò tutto, ricordò che la sera prima non aveva avvisato la moglie che sarebbe rientrato a casa disertando la cena, ricordò di averne approfittato per invitare Cassandra a cena e di averla accompagnata all’appartamento che le avevano prenotato a Prilly. E ricordò di aver accettato l’invito di Cassandra ad entrare. Guardò ancora la donna e non riuscì a trattenersi dall’accarezzarla. Lei allontanò la mano di François con un gesto svogliato. «Spiacente François, io con te ho finito.» «Cosa intendi?» «Il mio lavoro è finito, ho fatto quello che dovevo fare e adesso me ne torno a casa. In macchina.» «E la persona che dovevi rincorrere?» chiese François cominciando a pensare di trovarsi difronte a un’opportunista. «L’ho trovata. Quella persona sei tu.» «Ma cos’è uno scherzo? Senti se l’hai fatto per soldi mi dispiace, non ho contanti con me. E francamente non ho nemmeno voglia di procurarmeli.» «Non sono una puttana François. E se fossi in te eviterei di perdere tempo e fiato. La vita è breve. E nel tuo caso è brevissima.» «Ma cosa stai dicendo? Tu sei pazza.» «Fra qualche ora comincerai a sentirti sempre più debole. Ti restano circa trentasei ore da vivere. Cerca di sfruttarle meglio che puoi e, chissà, potrebbe anche essere che ti salvi.» Cassandra si era ormai rivestita, François si era goduto lo spettacolo dello strip-tease al contrario senza accorgersi che lei aveva abiti totalmente diversi da quelli della sera precedente. Notò solo che la bellissima chioma della donna stava per essere coperta da una parrucca rossa. «Quando mi hai stretto la mano, non ti ho dato la scossa. Ti ho iniettato un veleno.»
  2. Mari

    La dolce e bella violante

    Commento Giulio De Giorgi era il commissario capo della stazione di Polizia più scalcinata e inoperosa di tutta Italia e forse anche d’Europa. Continuava a guardare l’orologio in attesa dell’ora in cui avrebbe potuto chiudere la caserma e passare la linea telefonica delle emergenze a quella del paese limitrofo. Era stata una giornata noiosa, ma stava finalmente finendo. Squillò il telefono e De Giorgi rispose in maniera svogliata: - Sì, pronto: sono De Giorgi Il colore delle sue gote virò dal rosato al rosso intenso nel giro di tre secondi e poi la fronte si imperlò di sudore. Riagganciò snocciolando una decina di pittoresche quanto fantasiose imprecazioni. Prese la giacca, le chiavi della volante e fece cenno al suo sottoposto, tutto preso nella sua occupazione principale: la lettura attenta e approfondita della Gazzetta dello Sport, di seguirlo. Lui si alzò con una lentezza pari a quella di un bradipo in pieno processo digestivo. - Preparati Cinini, questa sarà una bega incredibile… chi cazzo me l’ha fatto fare… me lo diceva mia madre di andare a lavorare in posta come mio cugino Luigi… ma io no, in Polizia ho dovuto entrare: imbecille che sono! - Che è successo Commissario? - Un morto carbonizzato all’Hotel Supramonte. - Intendi il casolare di Violante? Addirittura? - Già. Mai successo nulla in questo posto del cazzo e adesso sta rogna… Arrivarono sul posto nel giro di dieci minuti, erano solo le sei del pomeriggio, ma cominciava a imbrunire. Carlo Minotri, il Comandante dei Vigili del Fuoco, gli si fece incontro. - Salve De Giorgi. Siamo riusciti a domare l’incendio. Per fortuna passavo di qui per caso e ho dato subito l’allarme, altrimenti… - Meno male Minotri. Cosa ha causato l’incendio, lo sai già? - Non ne sono ancora sicuro, ma credo sia stato un incidente, la vittima stava fumando nel letto, abbiamo trovato parecchi mozziconi. - Capisco. Posso andare a vedere? Indossò i calzari e i guanti, salì al piano superiore e si avvicinò al corpo. Una donna con i vestiti e i capelli bruciacchiati era riversa su un materasso annerito dal fumo. La riconobbe nonostante le bruciature: Violante. Tutti la conoscevano in paese. Bellissima come una modella, con un carattere solare e le vedute molto aperte, e non solo quelle… tutti i maschi della città, prima o poi, avevano ricevuto un qualche servizio da lei: persino De Giorgi. Raccolse un mozzicone risparmiato dal fuoco e lo mise in una delle bustine di plastica delle prove. - Guarda Cinini, che ti pare? - Una Winston, le fumavo anch’io prima di smettere. Vizio pericoloso quello del fumo. - Già. – annuì De Giorgi - decisamente pericoloso. Finite le pratiche del medico legale e portato via il cadavere, ebbe via libera per ispezionare come si deve la scena del crimine. La camera non era bruciata del tutto, per fortuna. C’era un gran disordine come se qualcuno avesse cercato qualcosa a lungo. Cominciò a cercare anche lui, senza sapere cosa. L’attenzione di De Giorgi fu catturata da una cartelletta annerita dal fumo, il contenuto era sparso sul pavimento: erano delle foto con i contorni deformati e bruciacchiati. Nonostante fossero parzialmente bruciate, si vedeva chiaramente Violante con molti uomini diversi. Erano tutte prese dalla stessa angolazione e non fu difficile capire che erano state scattate da una fotocamera nascosta, probabilmente degli autoscatti. Riconobbe tutti: c’era il sindaco, il direttore della Banca Centrale, il dirigente dell’ufficio postale e, dulcis in fundo, il parroco. Erano tutti in atteggiamenti intimi con la ragazza. - Cinini, vieni a vedere che ho trovato – tuonò al suo sottoposto – te l’avevo detto che sarebbe stata una rogna! - Questo vuol dire che non è stato un incidente. Forse stava ricattando uno di questi uomini. - Ma perché l’assassino ha lasciato qui le foto? Solo un idiota non le avrebbe rimosse dal luogo del delitto. - Solo un idiota si farebbe fotografare senza accorgersene, del resto. - Sei sicuro? Guarda un po’… In fondo al plico c’erano delle foto più piccole che ritraevano altre persone del paese tra cui proprio il buon Cinini intento a ricevere un bel lavoretto dalla vittima. - Per essere un idiota sei venuto bene in queste foto. Sorvoliamo sul doppio senso. – ridacchiò De Giorgi. Cinini diventò paonazzo. L’imbarazzo era a un livello tale che si pentì di averlo preso in giro e gli mostrò che non era tutto. In una c’era pure lui, di spalle, a fare un bel servizio alla vittima, lo si riconosceva solo dalla giacca sulla sedia che portava appeso il distintivo e la targhetta col nome. - Come vedi non sei l’unico idiota della città. Noi siamo uomini single, non siamo ricattabili, ma questi quattro sono tizi influenti e tutti sposati, a parte il parroco. Le loro foto sono più grandi delle altre. Potrebbe essere uno di loro. - Andiamo in centrale, facciamo il rapporto e domani decideremo come muoverci. Una volta a casa, non riusciva a togliersi dalla mente la visione di quella povera donna mezza carbonizzata. “Sarà un bel casino capire chi è stato, non credo confesseranno da soli. Povera dolce e bella Violante… chi mi scoperò adesso che non c’è più nemmeno lei?” Pensò stappandosi una birra davanti al frigorifero. “Saranno in molti a piangerla, che imbarazzo e che risate quando mi sono scontrato col Minotri uscendo da quella casa. Ah se quei muri potessero parlare!” Tra mille pensieri e alla quinta birra, cadde praticamente in coma sul divano e si svegliò la mattina successiva. Si fece una doccia, si sbarbò e andò in caserma. Nel primo pomeriggio arrivò l’esame preliminare del medico legale: dichiarava che la vittima era deceduta per soffocamento, ma prima dello scoppio dell’incendio. “Dunque è veramente un omicidio. Che Dio ci aiuti!” Fece convocare i quattro sospettati. Sembravano molto sorpresi e affranti nello scoprire della morte di Violante e tutti restarono parecchio imbarazzati nel vedere le fotografie ritrovate. - Che il Signore l’accolga tra le sue braccia – disse il parroco facendosi il segno della croce. - Mancherebbe solo Lui all’appello, in effetti - ironizzò De Giorgi, ma nessuno rise: la tensione era altissima. Il Sindaco, foto numero tre, dichiarò di essere stato al cinema, da solo. Il farmacista, ritratto nella foto numero uno, dichiarò di essere rimasto a casa con i figli. Il Banchiere, foto numero quattro, disse di essere stato a casa con la moglie. Il parroco invece, intento a leccare un capezzolo nella foto numero cinque, era stato in chiesa a pregare e per controllare il suo alibi avrebbe dovuto scomodare il Padre Eterno, un po’ complicata come opzione. “Siamo punto e a capo!” disse tra sé De Giorgi. “Deve esserci qualcosa che mi sfugge, ma cosa?” Andò a casa arrovellandosi, setacciando tutte le possibilità. L’immagine della bella Violante che se ne andava tra le volute di fumo, non lo abbandonò per tutta quella tormentata nottata. Al rientro in centrale, l’indomani, trovò sulla scrivania il rapporto dei Vigili del Fuoco che definiva l’incendio, accidentale. - Cinini! Convoca i sospettati e anche il Comandante Minotri, voglio che assista. Dopo due ore, erano tutti nella sala interrogatorio. - Buongiorno signori, perdonate l’attesa, ma ho dovuto fare gli ultimi controlli. Ognuno di voi aveva la possibilità e i mezzi per commettere l’omicidio e soprattutto il movente. Il parroco si dimenava sulla sedia, il farmacista si mordicchiava le unghie in maniera ossessiva, il sindaco giocherellava con il sigaro spento e il banchiere aveva la faccia tirata in un sorriso forzato. - Ora ditemi, signori, voi tutti e ahimè pure io, conoscevamo la vittima. Secondo voi: quante sigarette fumava al giorno la nostra Violante? - Nessuna, Commissario, che io sappia non fumava – disse il farmacista e tutti gli altri confermarono. - Quindi la teoria dell’incendio accidentale non regge, comandante Minotri. - Mah, magari qualcuno che era con lei aveva fumato e poi è scappato… - Sì, probabilmente l’uomo ritratto nella foto numero due. Manca solo quella, sono tutte numerate, io sono il numero quarantadue, spero non sia una classifica. Qualcuno ha sottratto la foto numero due e ha lasciato le altre per fare incriminare uno di voi. Fissò i sospettati sperando in una qualche reazione rivelatoria, poi proseguì: - Scusatemi, facciamo cinque minuti di pausa, se non fumo una sigaretta sclero. Minotri, me ne offriresti una? Il capitano gli porse un pacchetto di Winston blu. - Interessante. Strana coincidenza. Come il fatto che sei stato il primo a dare l’allarme, e sei l’unico dannato uomo che non è presente su queste foto… possibile che tu non abbia mai frequentato la sua camera dell’Hotel Supramonte? Comunque appena avremo il DNA estratto dai mozziconi avremo la conferma. Il Comandante restò impietrito per un attimo e poi cercò di scappare, ma Cinini lo attendeva dietro l’uscio con le manette in mano. Il Commissario De Giorgi sorrise compiaciuto, aveva risolto il caso in tempi da record, guardò i quattro sbigottiti ospiti e disse: - Voi altri potete anche andare, il caso è chiuso.
  3. Titolo: La casa dalle radici insanguinate Autore: Roberto Ciardiello Editore: self- publishing Genere: thriller-horror-fantastico Numero di pagine: 224 edizione cartacea; 187 edizione digitale Link per l'acquisto: https://www.amazon.it/casa-dalle-radici-insanguinate-ebook/dp/B06Y5NRHWZ/ref=pd_rhf_dp_p_img_3?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=WP8CVE73JF44SBWKSZAF Trama: Cupo, Mago, Skizzo.Tre figure in agguato nell’oscurità, tre predatori in mezzo agli alberi, un unico obiettivo: svuotare la cassaforte di Villa Marchetti, residenza di facoltosi gioiellieri romani.Il piano: sorprendere la coppia di ritorno dal lavoro, entrare in casa, arraffare il possibile e filare verso una nuova vita, lontano dalla periferia degradata della città.Un gioco da ragazzi, come armare il cane di una pistola dalla matricola abrasa. Cupo, Mago e Skizzo questo credevano.Finché non hanno aperto la porta sbagliata. Estratto pdf: Estratto La casa dalle radici insanguinate.pdf
  4. Pane, spezie e vendetta Ormai non lo sopportava più. Avrebbe studiato un modo per eliminarlo, lo premeditava dal giorno dell’eredità lasciata dalla nonna. Aspettava il momento opportuno, e forse… «Allora Greta, ti vuoi decidere?» esordì Karl sbuffando. «Li dobbiamo preparare questi diavolo di biscotti?» e iniziò con la manfrina della tradizione. «Esageri con le spezie, secondo me metti troppa cannella» azzardò. Lo sguardo di Greta fu sufficiente a fargli capire di non intromettersi. Intanto aveva disposto sull’asse la farina e le perle di zucchero, sempre difficili da reperire. Si era in messa in testa di preparare questa specialità tipica della contea, ma non sarebbe stato semplice: era ovvio che Karl si sarebbe intromesso, ma lei sapeva come raggirarlo. «È la prima volta che provi, se non ti riesce sai la bella figura che fai?» ribadì Karl contrariato. «Taci, metti la farina sulla piana e datti da fare!» gli ordinò. L’uomo espresse la sua rabbia passando dal naturale pallore al colorito rosso vermiglio. «Tua cugina ti prenderà in giro a vita!» sottolineò, gettando in malo modo l’arnese che teneva in mano sul ripiano del tavolo. Gli schizzi del composto si sparsero ovunque e Greta s’infuriò maledettamente. «Stupido, come tutti quelli della tua famiglia. Zucca vuota, non ti entra in testa niente!» intanto ripuliva il possibile senza prestarvi troppa attenzione. «Guarda cos’hai combinato!» lo rimproverò manifestando tutto il suo rancore, mentre aggiungeva nell’impasto lo zenzero. Subito dopo inserì ancora una buona dose di cannella. «Lascia stare Greta, continuo io a impastare». Nel frattempo aveva acceso il forno. Il crepitio del legno che bruciava lasciava percepire un che di particolarmente intimo. «Lo sai come si chiama questo pane Karl?» lui non rispose, aspettando l’informazione. Si era arreso ormai, sapeva che tanto non l’avrebbe spuntata. «Suikerbrood e si offre alle neo mamme proprio come mia cugina». Il tono severo della donna lasciava intuire una scarsa predisposizione alla tregua. Karl impastava diligentemente alzando gli occhi di tanto in tanto per osservare le mosse della moglie. Greta stava tendendo al marito la trappola più attuata al mondo, e lui ci stava cascando con tutte le scarpe. «Il forno ha raggiunto la temperatura?» domandò l’uomo al termine del suo compito. La moglie si voltò di scatto per verificare. Così facendo l’ampio grembiule che indossava, rimase impigliato nel cassettone della credenza attorcigliandosi attorno al pomello. Greta non riusciva a districarsi e finse di spazientirsi. «Guarda per colpa tua cosa mi è successo!» ribadì stizzita. «È colpa mia? Smettila, stavolta io non c’entro...» replicò lui discolpandosi. Nell’avvicinarsi a prestare soccorso alla moglie diede una manata al contenitore della cannella, che rovesciandosi ricoprì di quella polverina color ruggine il mobile e anche la donna, ormai in preda a una crisi isterica. «Lascia stare, sei impedito. Non mi aiutare mai più: chiaro?» Le riusciva difficile disincastrare il tessuto dal mobile, infatti cominciava a lacerarsi. Una scena grottesca. «Girati! Così estraggo il cassetto e si fa prima» le intimò l’uomo. La donna ubbidì irritata, ritrovandosi, come supponeva, a farsi guidare dalle robuste mani del marito per trovare la posizione ideale a risolvere il problema. «Devi proprio mettere il pane in forno adesso? Sarà già in temperatura?» lo stuzzicò Greta, intuendo Karl perdersi in manipolazioni lascive. «Cosa diavolo stai combinando ora?» chiese, voltandosi il verso il marito come se avesse il torcicollo. «Al sapore di cannella ti assaggerei volentieri…» rispose lui e, con una grossolana risata, manifestò chiaramente le sue intenzioni. «È il momento di infornare il pane, levati!» sbraitò lei fingendosi infastidita. «Non muoverti, ci penso io!» eccitato da quella ridicola posizione, rimandò l’idea di sistemare il pane nel forno a legna, tentando un approccio focoso. La donna non emise un fiato per alcuni secondi, intanto così chinata escogitava la sua condanna. «Stai buona due minuti dai, che facciamo un bel dolcetto…» insistette lui ormai esagitato. «Mi fai imbestialire! Questa me la paghi eh?» tentava di disarcionarlo, mentre lui le sollevava la gonna. Nonostante la goffaggine la situazione aveva attizzato gli animi, ognuno a modo suo. Pochi attimi dopo, nella stanza si udiva l’ansimare di un uomo seguito dal ritmico rumore del cassetto, che si apriva e chiudeva con gran baccano. D’un tratto si levò un grido: «Ahhhh!» subito seguito dalla sonora risata di Greta, che se la sghignazzava senza ritegno. «Te l’avevo detto che l’avresti pagata!» gli gridò sarcastica, liberandosi da quell’assurda situazione, chiaramente compiaciuta. «Sta venendo bene il pane, sai?» aggiunse poi, con il sadico proposito d’irritarlo a morte. Karl, svenuto, giaceva prono sulla base del mobile: si era appena giocato gli attributi, ormai spappolati dentro il cassetto insieme ai vari attrezzi da cucina. «Sapevi che mi sarei vendicata per la vicenda del terreno, ricordi?» Ribadì spietata Greta, per riversargli addosso il suo perverso rancore. Poi mise un grembiule pulito e, come se nulla fosse accaduto, insensibile alla sofferenza del marito, ignorò il sangue che trafilava dal mobile, dedicandosi al buon pane speziato. La mattina seguente fu rinvenuto il corpo senza vita di Karl, morto dissanguato per un guizzo di piacere. “Di Greta nessuna traccia.”
  5. Commento: http://ultimapagina.net/forum/topic/642-uvsd-ol16-tutta-colpa-della-moretti/?do=findComment&comment=6341 Confusione, giallo Scirocc Ohm, la pipa di porcellana e il cane scomparso "DELITTO, DELITTO!" Mi sveglio di soprassalto; la poltrona mi traballa sotto il culo mentre premo una mano al petto. "Giò!" Il mio cuore malandato singhiozza come un muratore ubriaco e, prima di finire di sgridare il teppista che turbina per il salotto, devo fare una pausa per sopprimere un potenziale infarto. Cerco a tentoni gli occhiali sul tavolino, ma inforcarli non mi aiuta a capire meglio la scena che ho di fronte: mio nipote, con in testa la vecchia coppola di mio marito e un grembiule da cucina annodato al collo, si allontana di scatto dalla credenza su cui tengo il mio prezioso servizio di porcellana e si ficca qualcosa in bocca. "Giogiò, ma cosa stai facendo?" Il moccioso mi si avvicina con un'espressione colpevole stampata in volto. Quando mi arriva davanti, faccio forza sui braccioli della poltrona con le mie stupide mani artritiche e mi alzo in piedi. Gobba come sono, mi ritrovo con gli occhi all'altezza di quelli del marmocchio lentigginoso, e finalmente capisco cos'è che sta ciucciando con più gusto che se fosse una mela caramellata. Gli strappo di bocca il mio bellissimo mestolo di porcellana, poi inizio a borbottare insulti rivolti a quel cornutazzo di suo padre, che non ha la mano ferma necessaria a mettere in riga il figlio e quindi pensa bene di rifilare a me il compito. "La mia pipa!", urla il piccolo demonio, dritto dentro il mio unico orecchio buono. "Mi serve per cercare DELITTO!". Sto per spiegare a quel somaro di otto anni che, se cerca delitto, lo accontento volentieri io, ma il delinquente mi strappa di mano la 'pipa' e corre via. Mio figlio mi ha esplicitamente vietato di picchiarlo, ma Iddio Signore solo sa quanto farebbero bene un paio di sculaccioni a quel moccioso. E pure a mio figlio, a dirla tutta. Più preoccupata di quello che potrebbe succedere al mio mestolo che non del presunto omicidio, strascico le ciabatte fino all'ingresso, dove Giò ha lasciato la porta aperta e ha raggiunto Pia, una bambina del quartiere, di fianco alle bici che hanno accatastato sui gradini d'ingresso. "Cosa accidenti sta succedendo?", mi informo di malavoglia, mentre penso a come recuperare la mia preziosa porcellana e tornare a dormire prima che mi venga un'extrasistole. "È DELITTO! Il cane di Pia è sparito!". Faccio per tirare uno sberlotto a quell'ignorante che confonde un rapimento con un delitto, ma mi trattengo: se il cucchiaione gli saltasse di bocca per il colpo, non sono sicura che riuscirei a prenderlo al volo prima che si frantumi sul vialetto, coi miei penosi riflessi da ottantenne. "Io sono Scirocc Ohm e la mia magica pipa mi aiuterà a scoprire dov'è sepolto il cadavere!", continua intanto il piccolo ebete, senza essere interpellato. Sentire il nome del povero Holmes fatto a pezzi in questo modo rischia di farmi venire un ictus, ma almeno ho capito perché si è conciato a quel modo. "Da quanto tempo è sparito il cane?", chiedo sovrappensiero, grattandomi il sedere. Pia, che intanto ha fatto gli occhi lucidi al pensiero del suo cane sepolto da qualche parte, piagnucola: "Da stamattina. Soffre di narcolezzia, dev'essersi addormentato da qualche parte". Riesco quasi a sentire un pizzico di empatia per lei, prima di vederla tirar fuori la linguetta e leccare via il rivolo gialloverdolino che le cola dal naso. Mi ricorda il muso moccoloso di un cane che ogni tanto mi si nasconde in giardino, sotto al cespuglio di salvia: proprio oggi l'ho scacciato agitandogli dietro un volantino della Caritas, quando sono andata a prendere la posta. La richiesta di un'offerta libera spaventa pure i cani, a quanto pare. Giogiò, intanto, si fruga nelle tasche ed estrae una piccola cosa nera; poi la alza al cielo, sbraitando: "La mia magica pipa mi aiuterà a scoprire dov'è sepolto il cane... ANALIZZANDO LE SUE FECI!". Mi blocco, confusa dal fatto che il bimbo conosca il significato della parola "feci" (che non sia poi così idiota come sembra?), almeno finché non realizzo che il genio vuole posare quella roba sul mestolo che io uso per servire la macedonia. Gli schiaffeggio forte la mano, facendo volare le feci dritte nel mio giardino. Poi mi viene l'illuminazione: "Fermi tutti: so dov'è il cane narcolezzico!". I due bambini mi guardano, occhi spalancati e bocca aperta. Il mestolo dondola pericolosamente nella bocca di Giogiò. "Chiudete la stalla, che entrano le mosche", li rimprovero. Incantati, serrano le bocche con uno schiocco. Tendo la mano verso Giogiò e, con voce solenne, proclamo "Per sapere dove si trova il cane, esigo la tua pipa magica come ricompensa!". Giogiò sostiene il mio sguardo con aria di sfida per qualche istante. Poi guarda Pippa, il labbruccio tremolante e gli occhi lucidi. "Evvabbene!", urla, scontento, schiaffandomi il mestolo addosso e mettendo il mio cuore a dura prova per l'ennesima volta, quando rischia di farlo cadere. Quando ho l'oggetto del potere ben saldo in mano, lo uso per indicare il cespuglio di salvia. "È quasi sicuramente lì sotto". Pia si precipita verso il cespuglio, mentre Giogiò si fa pensieroso: "Quasi sicuramente? MA...". Gli sbatto la porta in faccia, una mano premuta contro il cuore che fa i capricci, l'altra ben salda attorno al mio mestolo. Dal giardino proviene un uggiolio, poi le urla contente dei bambini: "DELITTO!" Dannati mocciosi!
  6. ghigo78

    [UvsD-OL16] Charlene

    Charlene Lavoro per la Collins&Douglas. Io sono Douglas, il detective. Collins è l’eccentrico milionario che, oltre a pagarmi, si diletta nell’investigazione con pessimi risultati. Sono io a risolvere i casi, tranne quando mi fido del mio “inquilino” di sotto che mi suggerisce delle cose che io vedo come in corsivo nella mia mente. Sempre sbagliate. Cazzate Collins vuole che io mi vesta come i veri detective dei romanzi noir, con il cappotto di pelle anche con quaranta gradi all’ombra. Il sigaro non mi piace, preferisco la pipa, ma non potrei mai rubargli il ruolo di Sherlock. Ora sto dando proprio una tirata al sigaro, col tempo ti abitui anche a ciò che non ti piace. Lui ha due passioni: comprare oggetti di valore per tenerli in ufficio, e collezionare tutte le cianfrusaglie che costruisce la piccola Daphne, la figlia di sette anni. Quindi è possibile vedere un bellissimo Gauguin alla parete, non teme nemmeno i furti, e una candela fatta con un ramo di un albero sul tavolo. La candela l’aveva fatta Daphne per un’esposizione, quando me la fece vedere mi ricordò lo stronzo di un cane, ma non ebbi il coraggio di confessarglielo. Mi avrebbe licenziato. Salgo le pesanti scale in pietra del vecchio palazzo e apro la porta, il cappotto si appiccica alla schiena sudata. Ammiro per l’ennesima volta uno dei capolavori di Gauguin, che ritrae due donne mulatte che portano l’acqua in delle caraffe. Sul tavolo l’ennesima creazione di Daphne. Un rottame, è la prima cosa che mi viene in mente. È un piccolo aereo di qualche materiale ferroso e mezzo arrugginito. Lo nascondo nell’armadio, mi serve spazio per sistemare le carte dell’ultimo caso che ci è capitato, un bicchiere di valore sparito dalla collezione privata di una certa Signora Brown. Qualcuno bussa alla porta. – È aperto. La signora che mi si para di fronte ha tutte le carte in regola per una sana scopata. Ha due seni stretti in un reggiseno probabilmente di due taglie più piccolo, una vita sottile che rilascia un fondoschiena da ammirare come un tramonto sul mare. È avvolta in un aderentissimo giacchettino di pelle rossa. Forse qualcosa ci scappa stasera? Eh? Me lo sento come un bambino che tira la manica al padre chiedendogli di montare sulla giostra. Ricaccio quel pensiero. Lei mi scruta. Io l’avevo già impressa nella mia mente per eventuali lavori di falegnameria. Mora, riccioluta, labbra rosse che paiono morbide e calde, e un piccolo neo sulla guancia destra. – Non ha caldo con quell’impermeabile? – esordisce con voce suadente. – Molto. – Le credo. Mostrale il tuo fucile a canne mozze Ignoro la voce, finché posso. – Perché si è rivolta a noi? – Ho le mie cose. Porca troia, proprio oggi! Sto per dirle che il ginecologo vive al terzo piano, quando lei inizia a sbottonarsi il giacchetto. – Le faccio vedere. – Non ce n’è bisogno, sono facilmente impressionabile… – Eccole – tira fuori dalla tasca interna due anelli e una collanina. – Belle – dico con un sospiro di sollievo. Siamo ancora in ballo – Le ho trovate in casa. – Che fortuna! – Ma non sono mie! E ci sarebbe anche un paio di mutandine… Forse sarebbe il caso di mostrarmele Sorrido della sua battuta. È carina. Ogni tanto ne azzecca una. – Forse sarebbe il caso di mostrarmele – Cazzo! Ci sono ricascato. – Le mutandine?! – Le sue? – dico con la bava alla bocca. – Cosa c’entrano le mie? – No, le “sue” dell’amante – mi riprendo in extremis, le mani sudaticce. – Quindi anche lei pensa che mio marito abbia un’amante? – Lo deduco. Lei si guarda in giro, come se cercasse qualcosa. Il Gauguin, imbecille. Ecco, questa voce che vedo in grassetto nella mia mente, invece, la odio. È il mio intuito. Lo ignoro. – Non so se posso permettermi le vostre tariffe… Accettiamo pagamenti in natura Lei mi guarda. Uno sguardo lussurioso. Penetrante Evita lo sguardo! Non starlo a sentire, guardala! La guardo. Lei parla. – Accettate anche pagamenti in natura? – Sono sicuro che le mie orecchie abbiano capito male. Mentre me lo dice, tiene il dito indice dentro la bocca, più provocante che mai. – Dimenticavo, mi chiamo Charlene. È un nome da troia Però arrapante Non faccio in tempo a risponderle, che lei mi salta addosso. ‘Fanculo signora Brown. Con una manata libero il tavolo da quelle inutili cartacce e ce la getto sopra. Poi ho ricordi confusi di noi che scopiamo, io sempre con il mio cappotto ormai fuso con la schiena. Poi tutto nero. Quando riapro gli occhi lei non c’è più. Un classico Ce ne fossero Ho sempre le braghe calate. Alzo gli occhi. Sospiro di sollievo. Il Gauguin è sempre lì. Suona il telefono. – Ciao, Douglas – è Collins. – Ciao, Collins. – Hai visto sul tavolo? – Il ro… – mi fermo in tempo, stavo per dire rottame – il rombante aereo? – Ti piace? – Sì – non ho risposte di riserva quando si parla di Daphne. – Stavolta tua figlia si è superata. – Macché mia figlia, è il primo prototipo di aereo progettato da Leonardo. Mi sento come se avessi un plumcake in gola. – Da… Vinci? – No, da Pontedera! Meno male… Fu lui a proseguire. – Certo che Da Vinci. Ops L’armadio è socchiuso. Non ho bisogno di aprirlo per sapere. Ma la speranza è l’ultima a morire. Lo apro. Il rottame è sparito. – Mi è costato una fortuna, e se lo dico io, vuol dire che era molto. Ho lottato fino all’ultimo con una troietta che faceva di tutto pur di averlo, era proprio il tipo che ti fotteresti. Invece ti ha fottuto lei. – Non vedo l’ora di venire in ufficio per vederlo di nuovo, a dopo, Douglas. Mette giù. Io sorrido. Non so che scusa inventerò. Ma tutto sommato, ‘fanculo anche a Leonardo, Charlene valeva molto di più.
  7. Angy C.

    Scrap [UvsD OL16]

    commento Ecco il mio racconto in gara per UvsD OL16 Genere: Noir Tema: Rottame SCRAP 1 Pete era incazzato. Devo risolvere questo merdoso caso pensò, grattandosi gli attributi. Prese la bottiglia di vodka e ne scolò un generoso sorso, si guardò allo specchio e si fece abbastanza schifo da sentirsi bene. Guardò il letto sfatto ricordando la tipa della sera prima. Mezzo uomo, gli aveva detto. Puttana. Se sono un catorcio, un’inutile mezza sega è per colpa di mia madre! E ora gli omicidi di Albany. Il suo amico Set lo aveva chiamato per aiutarlo. Ironia della sorte. Glielo doveva: alla morte dei suoi, la madre di Set lo prese in casa con loro. Suo fratello più piccolo fu messo in un Istituto. Vaffanculo! Arrivò alla Centrale e lo trovò alle prese con un enorme sandwich al tonno. Pete lo fulminò con lo sguardo. Se dai suoi occhi fossero uscite saette e fulmini lo avrebbe bruciato seduta stante, vista la statura: era alto un pelo più di un nano, segaligno. Uno schiocco di dita e puff, addio Set. Gli sfuggì una sonora risata. “Cazzo ridi?” Dobbiamo risolvere il problema o non potrò candidarmi per diventare Sindaco” “Cos’hai?” Disse secco Pete, prendendo al volo una cartella che gli lanciò. “Lo voglio, Pete, vivo o morto! Fai quello che ti pare, ma inculalo!” “Ok, spero non sia tu,” disse ridendo, “non sei il mio tipo.” Analizzò i referti, donne uccise brutalmente in modi differenti: pugnalate, bastonate o strangolate. Unico nesso tra questi delitti, il sesso delle vittime e forse dei piccoli oggetti metallici insignificanti trovati nei pressi dei corpi. Niente impronte. Sì, c’era una pista sulla quale mettere la Polizia locale. Rifletté su come agire rigirando fra le dita uno dei suoi tanti feticci che teneva in tasca. Una vecchia abitudine che lo aiutava a pensare. O forse a ricordare cosa non era e non voleva essere. 2 Song entrò ad Albany alle prime luci del mattino, il momento che preferiva. Odiava questa cittadina perbenista dove anche ai fili d’erba veniva fatta la contro-permanente. Si guardò nello specchietto retrovisore del suo furgoncino, gettò la sigaretta, sputò- giusto per sentirsi più umano- e aprì lo sportello. Il quartiere s’allungava sulla via principale con le sue villette eleganti, i giardini lindi e lungo le siepi i cassonetti dell’immondizia appena svuotati. Rimanevano da ritirare gli oggetti ingombranti, quelli di cui le persone si disfacevano quando erano rotti o troppo vecchi. Peccato che la gente non si potesse rottamare! Da una villetta uscì Jessica che sembrava una pin up anni cinquanta. “Buongiorno Song, tutto bene?” “Sì signora, cosa ha fatto ai capelli?” “Ha! Se n’è accorto…almeno lei. Non ho l’aria stupida con questa acconciatura?” “No signora, la nasconde, non si preoccupi.” Disse Song trattenendo una risata. Oca, pensò. Se sapesse quanto è cornuta! “Che caro, grazie Song.” Gente di merda. Pensò. Hanno i soldi e sanno solo fottersi le mogli a vicenda. Poi si nascose dietro a un albero a pisciare sull' aiuola. Rifece il giro col furgone per prelevare gli oggetti che si era annotato e se ne andò. 3 La donna rientrava verso casa, un brivido la percorse dovuto al fruscio del vento tra gli alberi, ma i suoi occhi avevano registrato un movimento vicino al prato. Poi lo vide: un piccolo giocattolo, un robot che si muoveva verso di lei. Era simile a quello con cui giocavano i bambini del quartiere. Curiosa più di una scimmia si mise a seguirlo, pregustando qualche bel pettegolezzo sul figlio tal de’ tali ancora fuori a quest’ora. Lo seguì quasi correndo, le sembrò strano che avesse una tale velocità. Indecisa su come agire, attese un secondo di troppo. Una mano vigorosa l’afferrò, nascondendola alle luci della strada. Un’altra le premeva sulla bocca. Sentì solo un dolore lancinante al costato, un bruciore diffuso dallo stomaco arrivò alle gambe e capì che la vita la stava abbandonando. Il torpore si impadronì di lei. L’uomo sentì il corpo della donna cedere, farsi più pesante. Poi l’appoggiò al suolo. Lasciò il robot accanto a lei. 4 Pete accese la pila e si inoltrò nel folto del sentiero boschivo. Dopo cinquecento metri entrò in una specie di corridoio formato da vecchi frigoriferi, televisori rotti, tubi, tutto formava una catasta enorme di rifiuti. Il posto era orrendo come la sua infanzia, quando correva a nascondersi nel vecchio frigo a pozzetto per evitare le cinghiate. Un colpo forte sulla testa lo intontì, cercò di girarsi e un secondo colpo gli ruppe il sopracciglio e lo ferì a un labbro. “ Scrap fermati sono io! ” Disse sputacchiando. “ Pete? Tu?” Disse sconvolto. “Non è possibile! Da quanto sai che vivo qui?” “Da un bel po’ Scrap.” “E non mi hai mai cercato? E smettila di chiamarmi con quel soprannome, lo diceva sempre mamma, che ero uno scarto!” “E pensare che con quelli fai dei giocattoli molto interessanti! Strana la vita eh?” “Aspetta, sei venuto qui ieri? Sei tu che hai preso Robo? Conosco tutti i giocattoli che fabbrico e so se mancano.” Pete intanto si era alzato e si appoggiò al fratello. “Scusa Scrap, era terribilmente carino.” Gli sferrò un pugno che lo fece cadere, subito gli fu sopra e gli mise le mani al collo. “Stai per diventare famoso sai? il mostro d’Albany!” Allentò la presa. “ Come? Cosa?!” Disse Song con un filo di voce. “Sì, non sarai più un pezzo inutile Song, vedila così. Almeno la tua vita sarà servita a qualcosa” Strinse forte fino a soffocarlo. Si alzò, prese dalla tasca un piccolo bullone e lo gettò a terra vicino al corpo. “Rottame”. Disse.
  8. Davide Faresti entrò in casa barcollando. Tolta la giacca, si massaggiò le tempie per lenire il mal di testa dovuto ai festeggiamenti per la vittoria agli ottavi. Fu subito salutato dai suoi tre doberman. "Buoni, Buoni. Non ce la faccio a starvi dietro. Datemi tregua almeno oggi…" Diede da mangiare ai cuccioli e li coccolò. Per lui i cani erano meglio delle persone e li amava più di una donna. Infreddolito e bagnato, allentò la cravatta e accese la TV. Attentati, crisi economica e la sconfitta spagnola. Un lampo illuminò il soggiorno di Davide e la sua Moretti. Cambiò canale. Il meteo prevedeva pioggia anche per l'indomani. Sospirando, il trentenne brindò al maltempo. Si concentrò sulle bollicine ma la luce della televisione rendeva il soggiorno una trappola per chi, come lui, era molto superstizioso. Si alzò toccando ferro e chiuse a doppia mandata la porta d'ingresso. "Oh santi numi!" inveì all'ennesimo tuono. I cani abbaiarono come non mai. Visto l'acquazzone Davide li portò in garage e si concesse qualche minuto con loro per tranquillizzarli e ricevere da loro conforto. Tornato dentro, bevve la sua birra lamentandosi di quanta poca ce ne fosse. Era stanco morto, aveva sonno, ma non riusciva a dormire. Forse perché gli ultrà davano l'impressione di voler festeggiare fino all'alba. Davide, steso sul divano col cuscino dentro le orecchie li maledì ma, nella rabbia del suo dormiveglia, notò un'ombra allungarsi sulla finestra e sfiorare il soffitto. Balzò in piedi gridando, ma non vide nessuno. L'uomo aspettò in piedi uno sviluppo che il tempo non portò. Alla fine, diede la colpa alla moretti. Invece di tornare a stendersi però, andò in cucina e ne aprì un'altra. Barcollò in soggiorno. "Ehi un momento. Perché è già finita, l'ho appena aperta!" Poggiò la bottiglia sul tavolino e tornò in cucina a prendere una terza birra. Si guardò in giro, la aprì e mandò giù avidi sorsi. Tornato in salotto rivide l'ombra. Davide guardò la birra stupito. "Guarda che devi aiutarmi a dimenticare l'umanità, non a creare fantasmi." Prese la mazza da baseball accanto al letto e lancio lo sguardo dietro la poltrona. Immobile, coi nervi tesi. Davide fece qualche passo e si sporse sopra lo schienale. C'era un uomo seduto sulla sua poltrona. Strinse la mazza e colpì, fracassando la libreria alla sua sinistra. Un fumo grigio accompagnò il colpo andato a vuoto, pur avendo centrato il bersaglio. Sbilanciato, cadde sul parquet. Ripresosi delle vertigini, Davide vide due gambe lunghe e sottili davanti la poltrona. Salì con lo sguardo e vide la figura vestita di nero tenere in mano la sua seconda moretti: una mano scheletrica. Lo spavento mutò in terrore quando incrociò le orbite vuote di un teschio incappucciato. Davide gridò in preda al più forte terrore. Arretrò d'istinto, ma sbatté contro il mobile e la TV si fracassò a terra. Il tuono che sentì gli ricordò l'urlo di una ragazzina. Ad ogni modo non ebbe il tempo di pensare, perché la poltrona volò contro l'armadio e l'essere scomparve. Il trauma e il terrore uniti alla superstizione dell'uomo misero a dura prova il suo cuore. Sapeva di non poter scappare, quindi aspettò. Facendo mente locale nel minuto di stallo che seguì, Davide si accorse che parte della veste della creatura sporgeva da sotto il tavolo. Avanzò curioso, ma l'essere sparì. "Sai cos'hai fatto?!" Le parole, giunte da dietro, gli bloccarono il respiro e Davide morì nell'istante in cui si voltò. "Non uccidermi ti prego! Farò tutto ciò che vorrai!" urlò fuori di sé. La creatura lo prese per la cravatta. "Se fosse da me ti decapiterei ora. Sei fortunato che dovrò aspettare, mannaggia al contratto." "Contratto?" "Sì" mollò la presa "dovresti morire domani a mezzogiorno. Comunque…" lo sguardo tetro del mietitore divorò Davide una seconda volta "non te la faccio passare. Hai ucciso un essere innocente!" Indicò i cocci della moretti. "La… birra?" "Sì, per colpa dello spavento che mi hai fatto prendere l'ho lanciata in aria e si è rotta." Morte si disperò. "Aveva ancora qualche goccia!" Davide alzò un sopracciglio. "Non sei qui per uccidermi?" "No. Stasera dovevo solo osservarti e fare rapporto. Non riesco a credere che tu mi abbia visto." L'alitata che lo investì gli diede la risposta: Era sbronzo. Il mietitore rialzò la poltrona e vi si sedette sopra sgraziato. "Hai un'altra birra?" "Solo Heineken." Morte lo guardò male. "Allora niente." Davide non sapeva cosa fare e pensava a come togliersi di torno quel mietitore che, a guardarlo bene, non sembrava niente di ché. "Sei troppo serio, rilassati. Stasera non lavoro, sono troppo brillo." "O-ok..." Davide si sedette sul divano. Morte comparve al suo fianco e lo prese sottobraccio. "Ascoltami bene." disse puntandogli l'indice ossuto sul torace "so che per voi umani la vita è tutto; però anche l'al di là non scherza!" "E il paradiso e l'inferno?" "Oh, non voglio parlarne. Piuttosto… so che è tardi ma vuoi un consiglio? Bere per curare il tuo rancore è una cazzata. Nasci, lavori, t'incazzi e muori; andiamo, che senso ha? Ci sono molte altre cose da fare!" Davide s'illuminò e, preso da una vena d'illuminazione balzò in piedi. "Come si può essere felici in mezzo alle difficoltà della vita? Insegnami, in modo che la mia vita abbia un senso!" Morte congiunse le dita. "Non ti piacerà…" sorrise. "Non m'importa, Dimmi ti prego!" gridò Davide. "Gatti" disse infine "i gatti sono carini."
  9. commento: «Ce li ho! Ce li ho!» urla papà. Quindi improvvisa una specie di danza scoordinata, agitando lo spiedone di ferro, che risplende alla luce delle fiaccole. Ha infilzato ben tre scarafaggi e io sono felice, perché sono di quelli grossi e succosi: tra poco sfrigoleranno sulla brace e potremo mangiare di gusto. Sono giorni che non mettiamo qualcosa di decente sotto i denti. Nonno non è dello stesso avviso. Sul volto ha solo ribrezzo. «Io non so come tu faccia» dice a papà, sputando a terra per ribadire il disgusto. «Semplicemente anticipo qualcosa che dovrai fare anche tu, quando avremo finito lo scatolame.» «Piuttosto la morte.» «Già.» Papà non ama discutere con il nonno. Chiude sempre le conversazioni prima che degenerino. A volte, quando il suo vecchio non può sentirci, mi sussurra nell'orecchio che quello è impazzito, ma noi gli dobbiamo volere bene comunque. Da quando abbiamo perso il gruppo un mese fa, lui e papà sono gli unici esseri umani che ho, quindi non posso far altro che amare il nonno in modo incondizionato, anche se lui ci mette del suo per farmi dubitare. Passa le giornate riverso in terra, su un giaciglio che ricrea con delle foglie secche di palma, ogni volta che ci spostiamo. La cosa bizzarra è che indossa degli occhiali da sole sul volto e comincia a fischiettare allegramente, come se non ci trovassimo in un dedalo di tunnel improvvisati e l'unica luce fosse quella fioca delle torce. Abbiamo provato a chiedergli di aiutarci nel cercare cibo e una via per ricongiungersi con mamma e gli altri, ma lui se ne sta a terra e si rilassa. Dice che noi non possiamo capire quanto gli manchi la sensazione di placido calore sulla pelle, perché già quando papà era un ragazzo della mia età, il Sole non era più lo stesso. Era diventato violaceo, cattivo. Inaspriva la terra, bruciandola. Non donava più vita alle piante, cosicchè uno potesse coltivarle e trarne del cibo sano. La sua giovinezza è coincisa con l'ultimo periodo di benessere sulla Terra, poi si è dovuto iniziare a scavare. Lui non ha mai accettato la cosa e il voler stare sotto al sole fino all'ultimo momento, gli ha procurato delle macchie sulla pelle che non vanno più via. «Figliolo, la cena è pronta.» Il sorriso di papà brilla grazie alla fiaccola alla sua sinistra. Si è dato da fare e ha portato un poco di normalità, dove non era possibile. Con una carriola arrugginita, che abbiamo trovato in un vecchio tunnel cieco, ha improvvisato un braciere trasportabile: grazie alle riserve di legna che i primi scavatori hanno piazzato nei checkpoint del sottosuolo, riusciamo quantomeno a dare una cottura decente a ciò che troviamo. Piccoli scarafaggi grigi in genere. Topi di media taglia, quando siamo fortunati. Uno potrebbe pensare che facciano schifo, ma in realtà non sanno di nient'altro che vita. Abbiamo l'acqua che i primi scavatori hanno portato quaggiù con delle tubature chilometriche, ma non sappiamo dove queste iniziano e finiscano. Quando ci allontaniamo dalla base, per cercare gli altri, la paura di non ritrovare la via del ritorno e quel mezzo litro d'acqua a testa che ci tiene in vita, è così forte che mi tremano le gambe. «Ti manca la mamma?» Papà mi coglie impreparato. Ero perso nei miei pensieri e stringevo tra i denti la blatta arrosto, nel tentativo di sfondare la corazza e succhiare l'interno. «Sì.» «Anche a me. Ti prometto che la ritroveremo.» «Giuramelo.» «Te lo giuro, Giacomo.» Lo scarafaggio si spacca e posso inghiottire famelico il contenuto. Papà ha lasciato il terzo da parte per il nonno. Sappiamo entrambi che non lo mangerà mai, ma lui spera che prima o poi si ravveda. A me invece lo spreco infastidisce. «Posso prendere anche l'altro?» chiedo, speranzoso. «Sai come la penso: gli verrà fame di qualcosa di diverso dai fagioli un giorno.» «Ho paura che il nonno non ce la farà. Sta tutto il giorno a terra ed è sempre più debole. Verrà schiacciato dal suo zaino pieno di scatolame e foglie secche prima o poi.» Non so perché ho detto delle parole così ciniche. Non volevo, ma sono venute fuori. Forse sto impazzendo, chi lo sa. Papà non risponde. Sa che ho detto la verità, ma l'amore per il nonno è più forte dell'illogicità di cui quello si sta rendendo protagonista. Vorrei dire che mi dispiace, che non volevo, ma il doppio confronto generazionale viene interrotto da uno squittio. Un topo grande come un gatto adulto scatta fra le gambe di mio padre che, ormai abituato alla caccia spietata dei sotterranei, gli infilza al volo la testa con lo spiedone e lo inchioda a terra. Nemmeno il tempo di festeggiare che altri due ratti della stessa dimensione, passano tra di noi. Il primo viene uncinato da papà alla stessa maniera del precedente. Il secondo viene raggiunto da un poderoso calcio del sottoscritto. Finalmente possiamo abbracciarci. «Ravviviamo il braciere, Giacomo! Abbiamo da mangiare per tre giorni!» L'incubo è sempre lo stesso. Il fratello di mia madre che cade con una capriola scoordinata nel vuoto, dopo aver messo un piede in fallo. Io, papà e il nonno che ci caliamo nel baratro con delle corde, nel disperato tentativo di recuperarlo. La parete che cede. Io che mi ritrovo sul corpo senza vita di mio zio, dopo un volo di non so quanti metri. Le lacrime. L'eco delle urla disperate della mamma. Sono sveglio. Alla mia destra metto a fuoco la parola "Ceci" su una targhetta. È capovolta e se ne sta attaccata su un barattolo di latta. Mi metto a sedere sul pavimento roccioso e posso vedere attorno a me altro scatolame sparso. Ciò che colgo un secondo più tardi mi fa scattare in piedi. Papà e nonno sono stretti in quello che sembra un abbraccio. Il mio vecchio mi intima con la mano di restare fermo dove sono. Quello con gli occhiali scuri continua a urlare «Scusa! Scusa! Non potevo sopportarlo», mentre sulle sue guance scendono lacrime copiose. Un attimo dopo capisco il motivo del teatrino. I ratti che io e papà abbiamo scuoiato e cotto alla brace per conservarli al meglio, sono stati buttati a terra e resi immangiabili dal brecciolino e la polvere di cui sono coperti. «Non possiamo nutrirci di quelle cose. È inumano!» urla ancora il nonno. «È tutto ok. Non è successo niente.» C'è una sfumatura nelle parole di mio padre che non riesco a cogliere. Per la prima volta lo sento distaccato. Stanco. Il nonno sorride, felice di essere stato compreso e con questa espressione felice muore, lo spiedone da caccia di papà infilato nel collo, da parte a parte. Poi il corpo cade a terra e io lo imito, inerme. Vedo papà tagliargli la testa e scuoiarlo con fare deciso. Quindi accende la brace e cuoce ogni singola parte. «Abbiamo cibo per più di tre giorni ora. Credo otto, se razioniamo.» Mi dico e mi ripeto per più di un'ora che non toccherò nemmeno un pezzo di quell'orrore. Poi in me scatta qualcosa. Mi alzo e mi precipito sulla carne profumata, mordendo fino all'osso. Mi netto il grasso via dal muso, usando dei movimenti rapidi del polso. Spero di incontrare di nuovo mia madre, un giorno.
  10. Ospite

    La casa degli spiriti

    commento LA CASA DEGLI SPIRITI Carmela Spizzichini si presentò nella caserma di Bracciano al tramonto. Entrò insieme a una folata gelida e si diresse senza indugi alla scrivania del Comandante Gracchi. Lui la osservò con aria interrogativa; era infagottata in un cappotto rosso a scacchi che si intonava con i capelli. - La Leda l’è sparit! – disse la signora Spizzichini appoggiando la borsa dello stesso colore del cappotto sul tavolo e frugando al suo interno. - In che senso sparita? - fece il comandante. Carmela Spizzichini terminò la sua ricerca estraendo una ricevuta. - Sparita con l’affitto che mi deve! - esclamò sventolando il foglio sotto il naso del Comandante Gracchi. Un fulmine tagliò in due il cielo mentre Gracchi lasciava la strada principale e imboccava un viottolo sterrato in salita. Le prime gocce iniziarono a picchiettare sul vetro e Gracchi sospirò pensando alle fettuccine ai funghi porcini che la moglie gli preparava ogni lunedì e che probabilmente si stavano raffreddando nel piatto. Raggiunse la casa di Leda Argenti che diluviava. Leda in paese era conosciuta come “la poetessa” perché in gioventù aveva vinto un premio letterario con una poesia dedicata alla mamma. Poi la madre era morta e lei non ne aveva più scritte. Viveva da sola con una magra pensione; in paese si vedeva poco, era una donna magra con il viso lungo e triste e gli occhi buoni da bue. - Se la son portata via gli spirit! – gli aveva detto la Spizzichini facendosi il segno della croce e aveva aggiunto che la casa era infestata, piena di luci strane. “Le luminarie, certo” osservò il Comandante Gracchi guardando i fili di lampadine colorate che pendevano sulla veranda. Bussò e attese che qualcuno si facesse vivo prima di prendere le chiavi sotto lo zerbino come gli aveva indicato la Spizzichini. La casa era vuota ma ogni cosa era in ordine; la lampada del soggiorno illuminava il tavolo di cucina su cui c’era il pollo lasciato a marinare e un cestino con il pane fresco. Il computer era acceso, ma il video era disturbato. Gracchi provò a spingere qualche tasto ma non cambiò nulla e poi non si era neppure portato gli occhiali per vedere da vicino. Al centro della stanza s’era formata una pozza d’acqua, evidentemente la pioggia s’era infilata tra le travi del tetto ed era penetrata in casa. Il Comandante scosse la testa, quel posto era un vero schifo: la casa cadeva in pezzi, nell’orto non c’era neanche un filo d’erba e la connessione internet era pessima. Tornò in caserma per stendere il verbale rassegnato alle fettuccine fredde. Non si accorse neppure che il foro nel soffitto era un cerchio perfetto, così come lo era quello nell’orto che aveva polverizzato le piante e il computer continuava a inviare lo stesso messaggio da ore. “Vado con loro”.
  11. Nome: David and Mathaus Sito web Generi pubblicati: Narrativa, Romantico, Cronaca, Biografia, Storie vere, Indirizzo: via Flaminia, 66/A 61030 Serrungarina (PU) info@davidandmatthaus.it Distribuzione: DNT Modalità di invio manoscritti: Non specificato Sono free
  12. Nome: Damster Edizioni Sito Web Generi pubblicati: enogastronomia, cultura, tradizioni ed enogastronomia, letteratura erotica, narrativa, noir, giallo Indirizzo: Via Galeno,90 - Modena Email: damster@damster.it Distribuzione: http://www.damster.it/index.php/distributori Modalità di invio manoscritti: bisogna compilare i seguenti moduli: http://www.damster.it/index.php/zoo/inserite-proposta Damster edizioni pubblica collane in formato digitale e cartaceo. Non richiedono contributi per la pubblicazione.
  13. Nome: Cut-Up Edizioni Sito Web Generi pubblicati: saggistica, narrativa, graphic novel e fumetto d’autore, narrativa popolare tra Ottocento e Novecento, noir, fantascienza, thriller, horror Indirizzo: Via Genova, 300, 19123 La Spezia Email: http://www.cut-up.it/contatti.php Distribuzione: RDE, “Il libro” di Dallavalle, Nda, Pan Distribuzione Modalità di invio manoscritti: non viene specificato Non richiedono contributi per la pubblicazione
  14. Nome: Compagine Sito web Generi pubblicati: Narrativa, Saggistica, Giallo, Noir, Poesia Indirizzo: Torino . email info@edizionicompagine.com andrea@edizionicompagine.com emma@edizionicompagine.com Distribuzione: Non specificato Modalità di invio manoscritti: email Non richiedono contributi per la pubblicazione
  15. Nome: Corbaccio Editore Sito Web Generi pubblicati: azione e avventura, poesia, manualistica, gialli, narrativa fantastica, narrativa, attualità, psicologia e filosofia, ragazzi, saggistica, storia, viaggi Indirizzo: Via Giuseppe Parini, 14 - 20121 Milano Email: info@corbaccio.it Distribuzione: Messaggerie Italiane Modalità di invio manoscritti: non viene specificato L'editore non richiede contributi
  16. Kate

    Caracò Editore

    Nome: Caracò Editore Sito Web Generi pubblicati: Racconti, Romanzi (brevi e lunghi), Saggistica, Favole, Gialli, Noir, Classici teatrali Indirizzo: Via S. Isaia 73/2 40123 Bologna Email: alessandro@caraco.it Distribuzione: Libri diffusi, Fastbook, Medialibri Diffusione, Fozzi, Book Service Modalità di invio manoscritti: Per l’invio di manoscritti e proposte editoriali (si prega di allegare una presentazione di venti righe), scrivere a: manoscritti@caraco.it. L'editore non richiede contributi.
  17. *Celaena*

    Booksalad

    Nome: Booksalad Sito web Generi pubblicati: thriller, autobiografie, storie di vita, narrativa Indirizzo: Via delle mura di sotto, 4 - 52031 Anghiari (Ar) Italia E-mail: info@booksalad.it o info@booksalad.de Distribuzione: CDA Modalità di invio manoscritti: inviare i manoscritti stampati (con sinossi, testo completo e biografia) a questo indirizzo: Booksalad SNC, Via delle Mura di Sotto 4, 52031 Anghiari (AR) Non richiedono contributi per la pubblicazione
  18. Nome: Bonfirraro Editore Sito web Generi pubblicati: Saggistica, Narrativa, Giallo e Thriller, Poesia Indirizzo: Viale Signore Ritrovato, 5 94012 Barrafranca (EN) Telefono: (+39) 0934 464 646 Email: info@bonfirraroeditore.it Distribuzione: Librerie fiduciarie/Librerie marchio Mondadori Modalità di invio manoscritti: via email, seguendo scrupolosamente i seguenti passaggi Pubblica cartaceo e digitale, non richiedono contributi per pubblicare
  19. Nome: Biancoenero Edizioni Sito web Generi pubblicati: storie per l'infanzia, gialli, romanzi young adult Indirizzo: via dei barbieri 6 – 00186 roma E-mail: info@biancoeneroedizioni.com Distribuzione: Proliber-Dehoniana Libri Modalità di invio manoscritti: scrivere a proposte@biancoeneroedizioni.com Non richiedono contributi per la pubblicazione
  20. Nome: Antonio Tombolini editore Sito web Generi pubblicati: Steampunk, rosa, narrativa, saggistica, fantascienza, noir, mistery, horror, fantastico, reportage Indirizzo: email: info@antoniotombolini.com Distribuzione: non specificato Modalità di invio manoscritti: email secondo queste indicazioni Editore digitale ma non solo, non richiede contributi per la pubblicazione
  21. Nome: Alcheringa Edizioni Sito WebGeneri pubblicati: tutti i generi tranne Poesia.Indirizzo: 03012 Anagni (Fr) Via della Sanità 20 E-mail: alcheringaedizioni@gmail.com Distribuzione: Libri DiffusiModalità di invio manoscritti: inviare il manoscritto (in formato doc., docx. oppure rtf.) a manoscrittialcheringa@gmail.com. Insieme al manoscritto, inviare anche una biografia e una sinossi dell'opera. Verrà data conferma di ricezione e verrà mandata una mail anche in caso di esito negativo. I tempi di lettura si aggirano sui sei mesi dal momento dell'invio del manoscritto. In caso di esito positivo la CE occ si occuperà dell’editing, dell’impaginazione, della grafica di copertina. Tutti i libri saranno dotati di codice ISBN. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  22. Nome: Dunwich Edizioni Sito web Generi pubblicati: horror, thriller, mystery, paranormal romance Indirizzo: Via Albona 95 - 00177 Roma Email: info@dunwichedizioni.it Distribuzione: directBOOK Modalità di invio manoscritti: accettano racconti singoli, (almeno 4000 parole), novelle (fino a 40000 parole) e romanzi (dalle 40000 parole in su, senza limiti di lunghezza). Potete utilizzare questo indirizzo mail: manoscritti@dunwichedizioni.it Per il paranormal romance le opere vanno mandate a rosagotica@dunwichedizioni.it Si tratta di una casa editrice digitale, nata con l’obiettivo di pubblicare e promuovere romanzi horror, thriller e mystery. Digitale, perché credono che la nuova ondata tecnologica possa dare una grande spinta alla lettura garantendo una fruibilità del libro più immediata e a costi contenuti. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  23. Titolo: Scritto nel Sangue Autore: Andrea Alfonso Editore: Createspace Self Publish Genere: Fantasy/Poliziesco N° di pagine: 296 Prezzo: 9,99 (Cartaceo), 2,99 (Digitale) Link per l’acquisto/download: Cartaceo / Mobi / Epub Preview online Quarta di copertina: Regni di Alek: Gholan, la città con la luna nello stemma, è insanguinata da una serie di efferati delitti, compiuti da un misterioso individuo soprannominato "Il Massacratore". Qui opera Dog che, servendosi dei suoi poteri ematici, compie numerosi furti su commissione con abilità e professionalità tipica di chi è avvezzo al mestiere. Il Capitano-Commissario Vorat, su disposizione reale, giunge in città per fermare questa scia di sangue oramai fuori controllo; la sua missione è una sola: catturare l'assassino, costi quel che costi. Durante uno dei suoi ultimi lavori, la strada del ladro s'incrocia con una delle vittime del Massacratore: per lui ora si tratterà di scappare da Vorat, dimostrare la sua estraneità agli omicidi e, contemporaneamente, scoprire chi e perché ha tentato di incastrarlo. In un mondo dove i continenti ruotano attorno a un gigantesco gorgo marino, il Maelstrom, si consumano le vicende di due personaggi, destinati a incrociare le proprie strade, per fronteggiare un turbine di sangue e morte. Chi è davvero il Massacratore? Cosa c'è dietro quella sua così inumana maschera?
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