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  1. Rombo era un aquilone molto colorato e molto vivace, era nato in una piccola fabbrica di giocattoli e amava volare. Be’ a tutti gli aquiloni piace volare ma a Rombo piaceva di più che a tutti gli altri. Già prima di uscire dalla fabbrica, quando lo provarono per vedere se volasse bene, non voleva mai scendere a terra. Venne il giorno in cui Rombo finì sullo scaffale di un negozio assieme ad altri aquiloni e tutti aspettavano un padroncino, un bambino che li comprasse e li portasse a fare la cosa che più piaceva a tutti loro: volare. Ma a Rombo, volare piaceva più che a tutti gli altri. E infatti parlava in continuazione e chiedeva: “Quand’è che mi vengono a prendere? Io voglio volare. Perché nessuno mi viene a comprare?” Gli altri aquiloni non ce la facevano più, erano stanchi di sentire Rombo che si lamentava. Finché giunse un bambino che vide Rombo e disse: “Voglio questo”. Rombo fu felicissimo… e anche gli altri aquiloni. Tra Rombo e il bambino nacque subito una bellissima amicizia, tutti i giorni il bambino prendeva Rombo e lo faceva volare; sempre più in alto. Rombo era felice, amava volare; dall’alto vedeva tutto il panorama e si sentiva libero. Ci fu poi un giorno, uno come tanti, in cui Rombo e il suo amico erano in un prato e, come sempre, il bambino faceva volare Rombo ma quel giorno c’era un altro aquilone. Era più grande, colorato e… volava altissimo! Rombo non ci aveva mai pensato. Fino a quel giorno si era accontentato di volare ma quando vide quell’altro aquilone desiderò volare in alto come lui. Passarono i giorni e Rombo cercava ogni volta di andare più in alto, si faceva spingere dal vento per andare sempre più in su ma il suo amico lo ritirava sempre indietro. Ogni tanto gli capitava di incontrare altri aquiloni, tutti tenuti dai loro amici umani. Un giorno chiese a uno di loro se non avesse mai provato a staccarsi dalla mano del suo amico. “Sei pazzo?- rispose l’altro aquilone -Finiresti spiaccicato per terra e magari una macchina ti passa sopra e ti rompe! Non ci pensare nemmeno.” Ma Rombo non riusciva a pensare ad altro, voleva volare più in alto, ora non si sentiva più libero perché c’era sempre quel cordino che lo teneva legato e alla fine lo costringeva sempre a tornare a terra. Un giorno vide un palloncino staccarsi dalla mano del bambino che lo teneva, lo vide volare sempre più in alto finché fu così lontano che non riuscì più a vederlo. “Lui sì che è veramente libero adesso” pensò “potrei farlo anche io, dopotutto io so volare; mi farei un giro e poi tornerei dal mio amichetto.” E così si decise a fare quello che ormai pensava da tempo. L’indomani, quando il suo amico lo portò in un prato per farlo volare lui si preparò, aspettò il vento migliore e si fece trascinare in alto talmente forte che il cordino scivolò tra le dita del bambino. “Tranquillo amico mio, ritorno subito.” disse Rombo mentre cominciava a volare sempre più in alto. Quella era una giornata in cui c’era veramente tanto vento. Rombo arrivò così in alto che si sentì felicissimo e pensò che potesse bastare, e non vedeva l’ora di tornare tra le braccia del suo amico. Però, quando decise di tornare giù, non ci riuscì. Il vento soffiava ancora fortissimo e lo portava sempre più in alto e più lontano. Ormai non vedeva più il suo amico e nemmeno il prato dal quale era partito. Cominciò a preoccuparsi e a sentire freddo. “Voglio tornare a casa.” pensò impaurito. Tutto d’un tratto il vento smise di soffiare e Rombo cominciò a precipitare. Mentre cadeva sbatté contro un muro, poi un camion che passava e infine arrivò a terra. Impaurito e preoccupato attese che il suo amico andasse a riprenderlo ma lui non c’era più. Dopo poco tempo Rombo si sentì sollevare da terra. “È venuto a prendermi!” pensò; ma le mani erano quelle di un uomo adulto, non quelle piccole del suo amico. Inoltre, Rombo si accorse che qualcosa non andava, una delle bacchette che lo tenevano aperto si era spezzata. Rombo fu messo nel baule di una macchina e, dopo qualche tempo, quando il baule si riaprì, Rombo venne portato in una casa. In quel momento capì che non avrebbe più rivisto il suo amico e probabilmente lui stava piangendo adesso. Mentre nella casa in cui era finito non c’era nessuno che lo facesse volare, anzi, venne riparato ma poi fu chiuso in un armadio e lasciato lì al buio. Qualche tempo dopo l’armadio si aprì, Rombo sentì voci umane parlare di un giocattolo trovato per strada poi sentì una voce che gli sembrava di riconoscere, sì era il suo amico! Lo aveva ritrovato! La voce di un adulto disse che aveva letto il nome del bambino attaccato al cordino dell’aquilone e aveva chiamato i genitori. “Per fortuna sono riuscito ad aggiustarlo- disse la voce -può volare ma dovrai fare molta attenzione a non farlo cadere più.” Così Rombo tornò tra le braccia del suo amico che subito lo portò all’aperto e lo fece volare. Rombo si sentì di nuovo libero ma fece una promessa: “Non lascerò mai più la mano che mi tiene!” La storia di Rombo l'aquilone.mp3
  2. I primi tempi del ritorno della coppia reale furono felici. Le feste per accogliere la principessa e festeggiare il ritorno del principino strano durarono fino a notte fonda. Facevano passeggiate romantiche nei boschi ai piedi della Montagna per ammirare la bellezza della Luna. La principessa piantò sulla cima i fiori lunari splendenti che crebbero numerosi e forti con il nome di Stelle Alpine. All’improvviso, ella iniziò a spegnersi lentamente, fino ad appassire come una rosa. Divenne triste, la nostalgia forte scacciò l’amore dal suo cuore sofferente. Si ammalò rendendo il consorte disperato. Sembrava che non esistesse nemmeno una cura efficiente. Un giorno, la principessa era sempre a letto con il principe in lacrime al suo cospetto, arrivò il Re della Luna. Influenzato dai poteri lunari, aveva percepito il dolore della figlia e conscio dei rischi che correva chiese al genero di riportarla a casa. «I figli della Luna possono vivere solo per poco tempo sulla Terra — spiegò ansioso — perché la nostalgia per il nostro astro è così forte che potrebbe persino uccidere. Dobbiamo partire prima che sia tardi!» Il principe si rabbuiò alla parola “uccidere”, il dolore scavò il suo volto sbiancato. Si era scordato l’avvertimento cruciale dei figli della Luna. «Lei è la cosa più importante che ho e amo, ma se stare qui la rende infelice, allora rinuncerò a tutto pur di salvarla. Partite e alla svelta, fatela guarire. Mandatemi subito però i vostri messaggeri, devo sapere come sta o morirò lontano da lei!» Il Re promise di farsi sentire presto prima che la corte regale ripartì sulla nuvoletta, gettando il principe innamorato in una solitudine profonda. Riprese le sue visite notturne ai boschi al chiaro della luna, l’unico modo che conosceva per stare vicino all’amata principessa. Luna ha il volto rigato dalle lacrime, i singhiozzi sempre più forti rattristano il vecchio. «Non piangere, non è una storia così triste, vedrai. Ora arriva il bello.» «Non è per la storia. Ho pensato alla mamma. Anche lei sente nostalgia per il suo paese, nonno?» Il vecchio sorride, lottando contro un’emozione forte. Scaccia via il pensiero struggente e abbraccia la nipote. Le montagne sono oscurate dalle nuvole, si sentono i primi tuoni. «La notte in cui il principe trovò la soluzione a tutti i suoi problemi si scatenò una terribile tempesta. Per fortuna lì vicino c’era una grotta.» La grotta era illuminata, in vicinanza il principe sentì dei passi. Si girò su se stesso per paura di un nano dalla lunga barba grigia che lo fissava sorridendo. «Non avere paura, non ti farò del male.» disse il nano con la voce tremante. «Ci hai spaventato. Che ci fai nel nostro nascondiglio?» «Io? — esclamò sorpreso — E tu? Chi sei?» «Prima ero un Re felice, ma quelli come te ci hanno cacciato dalle nostre terre perché eravamo diversi ma molto forti. Da allora siamo costretti a nasconderci qui.» Il principe commosso, sulle labbra il nome della bella principessa, raccontò al Re dei Nani la propria triste storia. «Principe, se ti fidi di me, posso aiutarti di riportare la principessa sulla Terra!» esclamò il nano. «Chiedi a tuo padre il permesso di vivere in pace nelle vostre terre, e in cambio faremo ritornare e per sempre la principessa! Ti prometto che sarà felice!» Il giovane si illuminò e corse subito al palazzo reale, incurante del maltempo. Il Re, triste per l’assenza della principessa, ascoltò la sua richiesta annuendo di continuo con la testa. «E siano nostri amici! La nostra terra sarà loro casa!» A patto siglato il regno si riempì di fortissimi nani volenterosi, che notte e giorno compivano dei delicati movimenti circolari nell’aria. Per chi volesse sapere cosa stessero facendo, il Re dei Nani rispondeva orgoglioso: «Filano la luce lunare e la raccolgono in gomitoli luminosi. C’è bisogno di una grossa quantità per illuminare le montagne.» Una notte, mentre gli abitanti del regno delle Alpi Orientali dormivano, i nani si adoperarono per iniziare ad avvolgere i fili lunari su ogni cima che incontrarono. Alla fine della terza notte, il panorama del reame fu completamente diverso: magico e luminoso come se il regno si fosse all’improvviso trasformato nella Luna. Per festeggiare, il principe volò dall’amata, ma la trovò nel letto in fin di vita. «Amore mio, sono qui! Ora sulla Terra c’è uno spicchio lunare, non c’è più il pericolo che tu ti ammali di nuovo.» «E poi, nonno — grida Luna — tornarono sulla Terra?» Il nonno sorride, contagiato da quell’allegria che gli mancava da quando la nuora si era ammalata. «Tornarono, sì. La principessa si innamorò dei monti pallidi, si sentì finalmente a casa. Fu una regina longeva e con principe vissero per sempre felici.» «Come papà e mamma erano prima? Anche la mamma si è ammalata della nostalgia per il Brasile?» L’uomo tace. Si accorge che sono arrivati alla fermata. «Eccolo A, sta arrivando.» «Guarirà come la principessa, nonno?» L’autobus si ferma e l’anziano prende in braccio la bimba, il volto rigato da lacrime.
  3. La notte cala lentamente tra i sussurri del vento. Nel cielo oscuro domina una luna sorridente i cui raggi illuminano la montagna incantata. I due innamorati, mano nella mano, si guardano negli occhi promettendosi l’amore eterno. Un vecchio e una bambina passeggiano per le vie affollate. Trento, nel periodo di feste, è piena di turisti da ogni angolo del mondo. Le diverse lingue si accavallano, la piccola gira la testa di continuo sorridendo allegramente. Tutto quel chiasso la diverte, ma anche stanca. Dopo un bel girovagare tra le bancarelle, i due fanno una sosta nell’unico bar in piazza che ha le sedie ancora fuori. L’uomo ordina una cioccolata calda per la ragazzina e un caffè d’orzo per sé. In lontananza si vedono le montagne imbiancate che sovrastano la città. «Tu sai come chiamano le nostre Dolomiti, nonno?» domanda Luna, gli occhi azzurri brillano di curiosità e fantasia. Il vecchio, i capelli corti brizzolati, il viso marcato dalle rughe di saggezza, sorride e accarezza la testa della bambina. «Ci sono vari nominativi, ma c’è uno in particolare che mi è sempre piaciuto e che incanta tua madre. Mentre era in dolce attesa, si faceva raccontare la storia di continuo. È uno di motivi per cui ti aveva chiamato come la principessa.» «Quale principessa, nonno?» L’arrivo della cameriera interrompe per un attimo il racconto del vecchio. «Attenta a non scottarti! La principessa illuminata. Dicono sia stata molto bella, ma anche triste fino a quando…» Il volto della bimba si fa serio, le due manine nei guanti rosa di lana con pon pon sostengono il mento arrossato dal freddo. «Fino a quando?» «Te la racconto dal principio.» Era una notte di luna piena quando il regno delle Alpi Orientali accolse l’arrivo del principino. I saggi narravano che chiunque venisse al mondo illuminato dal chiarore lunare, ne sarebbe stato attratto per tutta la vita. Fu così che accadde al giovane principe, sempre con lo sguardo fisso sulla Luna e un sogno ricorrente: trasferirvisi in un futuro. «Figlio mio — diceva la regina — basta con questa ossessione. Non puoi stare tutto il giorno incollato alla finestra a fantasticare. Esci a fare una passeggiata. Fuori c’è un sole meraviglioso!» Il bimbo, seppur docile con la madre, si negava sempre. Non aveva mai voglia. Il Sole splendeva, a volte sembrava persino che gli sorridesse. Ma non era la Luna, né possedeva la sua bellezza eterea. La regina lasciava la stanza del figlio, protestando sconsolata tra sé e sé. Nulla che potesse dire o fare avrebbe cambiato la sorte del principe. Il giovane viveva per la notte, quando avvolto nella coperta calda sgattaiolava dalla porta nascosta del castello e si addentrava nei boschi del regno. Camminava e pensava, immaginando come sarebbe stata la vita sulla Luna. In una delle passeggiate segrete ebbe l’incontro che gli cambiò per sempre la vita. Luna batte le mani, le guance si colorano di rosso mentre esclama divertita: «Incontra la principessa, vero nonno?» Il vecchio annuisce, l’indice destro davanti la bocca. Luna ripete il gesto ridacchiando. «Scusa, nonno. Non lo faccio più.» «Non mi interrompere, tesoro. Dove eravamo rimasti, ah sì. Il principe sta per vivere un momento magico inaspettato.» Gli occhi di Luna sono sgranati dallo stupore, la bocca macchiata dalla cioccolata aperta leggermente. Sta per dire qualcosa, ma si ricorda la promessa. La voce suadente del nonno interrompe il silenzio. L’aria invernale pizzicava il naso del ragazzino, la terra innevata sotto i piedi scricchiolava. Arrivato ai piedi di un monte, nel silenzio profondo della notte, udì delle voci indistinte. Alzando la testa, la cima della Montagna era illuminata dalla luna piena, gli sembrò di intravedere delle sagome coperte da una spessa nuvoletta bianca. Il principe tremò dalla paura, che cedette subito posto al coraggio. Passo dopo passo era sempre più vicino alla nuvola lattea sospesa in aria; le voci diventavano sempre più chiare. Con il cuore a mille, si spostò ancora, giusto quanto bastava. Le ombre erano allora più chiare e si sorprese al scoprire che appartenevano a due esserini eterei e strani, a prima vista pacifici. «Nel nome del Re di queste Terre, il mio babbo, identificatevi subito! Chi siete e che fate nei nostri boschi in piena notte?» I due omini bianchi e lucenti come l’amica del principe che gli sorrideva da lassù, si avvicinarono al giovane parlando all’unisono. «Principe, siamo i figli della Luna in visita amichevole sulla Terra. Ci manda la nostra principessa, una sua coetanea che ama il vostro pianeta e vuole sempre averne notizie.» Detto ciò, i due si fecero ancora più piccoli e con un tenero sorriso salutarono il futuro Re, pronti a tornare a casa loro per essere stati scoperti in esplorazione. Un guizzo di eccitazione illumino gli occhi neri del principe. Era l’occasione che aspettava da una seppur giovane vita. Non l’avrebbe sprecato per nulla al mondo. «Amici, venite al momento propizio! Sogno da sempre di poter visitare la Luna, so che è nel mi destino. Portatemi con voi, vi scongiuro!» I figli della Luna furono sbalorditi. Si consultarono a lungo e alla fine decisero di accogliere la strana proposta del principe, non prima di averlo avvertito di tutte le difficoltà del caso. Entusiasta, il giovane non li ascoltò nemmeno fino in fondo, intento a raccogliere un corposo mazzo di rododendro per omaggiare la principessa lunare. La nuvoletta si staccò delicatamente dal monte e volò rapida in direzione del cielo. Quando arrivarono sulla Luna, gli occhi del Principe furono accecati da tutta quella brillantezza che superava la sua immaginazione. Ogni cosa era bianca! I prati intorno a lui, i fiori, gli animali, le persone, persino il cibo. «I terrestri in visita sulla luna sono pochi, altezza — disse uno degli accompagnatori — la luce è troppo forte per i vostri occhi e porta col tempo la cecità.» Il Principe ignorò l’avvertimento, felice di aver realizzato il suo sogno. Stringeva il mazzo di rododendri colorati, il dono per la principessa della Luna che chiese subito di vedere. Il primo incontrò avvenne un’ora più tardi. Alla vista della figura eterea, il cuore del principe smise di battere per alcuni istanti. La principessa era così bella, le mani erano un continuo tremolio mentre le porgeva il bouquet colorato. Parlarono a lungo della Terra e delle sue meraviglie. Si scoprirono simili più di quanto pensassero, il passo dal conoscimento all’amore folle fu breve. Innamorati persi decisero di sposarsi. Per accontentare il Re, il principe acconsentì di restare a vivere sulla Luna. Le nozze furono brillanti, come il futuro etereo che sognavano. Dopo un po’ però il principe cominciò a perdere la vista, proprio come da avvertimento. Presto sarebbe diventato cieco. La principessa decise allora di seguire il suo cuore e propose all’amato di cambiare subito la dimora. «Amore mio, trasferiamoci sulla Terra! L’ho sempre amata e finalmente potrò gustarne ogni bellezza come ho sempre desiderato.» Il Re non fu d’accordo, cosciente dei rischi che correva la sua bambina, ma vederla felice lo convinse a dare loro la sua benedizione. La principessa portò con sé, come ricordo, un mazzo dei fiori lunari, sconosciuti sulla Terra. La felicità nel salire sulla nuvoletta dipinse sul suo volto un sorriso magnifico. «Scusa, nonno. Non capisco — interrompe Luna all’improvviso — se era felice di accompagnare il principe, perché parlavi della tristezza all’inizio?» «Luna, abbi pazienza. Arriverò presto anche a quel dettaglio. Hai finito di bere?» Al vedere la bimba annuire, il nonno sorride e si alza lentamente. «Facciamo una passeggiata prima di andare dalla mamma. Dove eravamo?» «La principessa viene sulla Terra.»
  4. Mari

    Luna e il Principe Poeta

    Commento C'era una volta una giovane principessa che si chiamava Luna. Viveva in un castello in cima all’altura di Roccablu. Stava sempre con Igor, un piccolo drago blu che aveva trovato dopo un forte temporale, con un'aluccia spezzata. Una volta guarito, pur potendo volare via libero, aveva invece scelto di restare con lei. Erano inseparabili. - Igor, vieni a vedere questa farfalla. Gli indicò una meravigliosa farfalla di mille colori che era appoggiata su un ramo. Igor emise un sospiro di stupore, ma gli sfuggì dalla bocca una fiamma che incenerì all'istante la farfalla, il cespuglio e l'erba del prato accanto nel raggio di tre metri. - Devi imparare a controllarti, sei un pericolo costante. Finirà che ti cacceranno dal regno. Hai bruciato la stalla dei cavalli due volte questa settimana. Igor stava con le orecchie basse e guardava Luna con i suoi occhioni grigi e supplichevoli. La coda era immobile, abbandonata, mentre con la zampetta posteriore disegnava cerchi nella terra. Luna non sopportava di vederlo così infelice e allora sospirò e gli disse: - Ormai è fatta! Giochiamo a chi arriva prima al castello? Subito un grande sorriso si accese e la coda si sollevò a fendere l'aria. Il drago spiccò il volo e sparì dalla visuale. - Non vale volare, Igor! - disse spazientita. Ma ormai lui era lontano. Mentre s'incamminava verso il castello, Luna incontrò un nano con un'espressione triste e sconsolata. - Buongiorno - disse educatamente la principessa. - Buongiovno a voi, Pvincipessa Luna - Ci conosciamo? - Tutti vi conoscono, siete la donzella più affascinante di tutti i vegni. Luna non aveva mai sentito nessuno parlare così e quella R moscia le faceva venire da ridere. Cercò di trattenersi e fare finta di niente. - E voi chi siete? - Io sono Vodvigo Vuggevi tevzo pvincipe di Voccavubina... Aspettate l'ho scvitto su questa pevgamena, altvimenti si fa notte. Incapace di resistere oltre, la principessa Luna scoppiò in una risata cristallina che fece arrossire il principe. - Principe Rodrigo Ruggeri terzo, principe di Roccarubina – lesse ad alta voce - sono stata maleducata e vi chiedo scusa. - No, tvanquilla. Non pavlavo così pvima della maledizione della stvega Mafalda. Evo famoso pev la mia bvavuva come poeta. Mi ha fatto un maleficio pev impedivmi di tvovave moglie. Se entvo il mio ventesimo compleanno non ci viuscivò, il mio vegno andvà in mano a suo figlio. Luna s'intenerì e gli chiese: - Si può annullare l’incantesimo? - Sì, dovvei uccideve la stvega, ma anche se viuscissi a favlo, non tvovevò mai moglie in tempo, compivò vent’anni tva tve settimane e non ho una fidanzata a casa ad aspettavmi - spiegò avvilito. - Tre settimane, eh? Venite con me! Andarono al castello: Luna presentò il principe a suo padre e gli raccontò la storia. - Luna, forse so chi ci può aiutare. - disse il Re in tono risoluto. Andarono insieme dalla fata Velina che consultando la sfera di cristallo individuò il nascondiglio della strega: il bosco di Valleagiata. - So dove si trova, principe Rodrigo. Vi accompagnerò, andiamo!- esultò Luna. - Non pevmettevei mai che voi covviate dei pevicoli pev colpa mia, pvincipessa. - So combattere con la spada meglio di tanti cavalieri - disse in tono fiero – e con la scorta non correremo nessun pericolo. La carovana partì il giorno stesso. All'imbrunire, si accamparono per la notte e scherzarono attorno al fuoco. Quando si diedero la buonanotte, lei lo sorprese con un fugace bacio su una guancia e il povero nano ci rimase di stucco. Igor ridacchiò malizioso e si prese una gomitata allo stomaco; sbuffò per il dolore e incenerì all'istante un albero, un carro e l'erba del prato accanto nel raggio di tre metri. Quella notte Rodrigo non dormì, ma scrisse delle struggenti poesie dedicate alla principessa di cui si era già perdutamente innamorato. Ripartirono all'alba e giunsero a casa della strega a mezzogiorno. Rodrigo e la scorta si nascosero tra gli alberi mentre la principessa, accompagnata da Igor, bussò alla porta. Venne ad aprire una vecchietta tutta rugosa e sdentata. Fu un attimo: Luna estrasse il pugnale dalla manica, ma la strega non perse tempo e gettò verso di loro una polverina scura. Luna e Igor cominciarono a starnutire furiosamente e fu allora che successe: una grossa fiammata fuoriuscì dalla bocca del drago e incenerì all'istante la strega, la casa, e l'erba del prato accanto nel raggio di tre metri. Nello stesso istante il nano si ritrasformò e corse ad abbracciare Luna e la baciò con passione. - Principessa Luna, volete sposarmi? - le chiese trepidante. Era bellissimo, alto e con una dizione perfetta, ma lei avrebbe accettato anche se fosse stato ancora un nano. Da allora vissero tutti felici e contenti e fondarono la prima caserma di pompieri per rimediare agli incendi causati da Igor che non imparò mai a controllarsi.
  5. Violaliena

    Favola sbiadita

    Commento http://ultimapagina.net/forum/topic/236-gertrude/?do=findComment&comment=3946 Favola sbiadita “Non è per nulla semplice essere un drago delle favole” rifletté Thar sospirando. “Soprattutto quando sei l’unico e vivi in una favola scolorita” Infatti, Thar era l’ultimo esemplare di drago rimasto tra i Monti di Cristallo. La solitudine lo rendeva un po’ triste e riteneva anche di essere venuto male perché era completamente bianco. Era convinto che per qualche strana ragione gli illustratori si fossero dimenticati di colorarlo e che lo avessero lasciato in quella favola per errore. Nella storia di altri draghi non c’era nemmeno l’ombra e questo era parecchio seccante. Instancabile aveva esplorato a lungo tra gli anfratti dei monti e nelle vallate gelide ma non aveva trovato draghi. Aveva fatto amicizia con qualche pipistrello o con uccelli migratori ma nessuno di loro si era fermato mai a lungo, forse perché si erano sentiti intimiditi dalla mole imponente di Thar. Nella grande caverna dove si rifugiava per dormire c’erano gemme cristalline inglobate nelle pareti. Thar accendeva il fuoco alitando una fiammata e poi restava incantato a guardare i bagliori riverberati dalle pietre preziose. Con gli anni aveva accumulato un grosso tesoro, come tutti i draghi, ma era molto dispiaciuto di non poterlo mostrare mai a nessuno. Le scaglie candide di Thar si confondevano nel paesaggio uniforme: risplendevano argentee alla luce della luna o mandavano bagliori nivei sotto il sole. Purtroppo i ghiacci ricoprivano ogni cosa intorno a lui e tutto quel biancore era davvero stancante. Secondo Thar un mondo di fiaba avrebbe avuto bisogno di colori. La cosa che più entusiasmava il piccolo drago erano proprio i colori: li adorava. Per questo dava la caccia agli arcobaleni per uscire almeno un poco dal suo mondo scolorito. Dopo ogni temporale quando le nubi si erano dissolte e nel cielo limpido appariva l’arcobaleno, allora Thar da cacciatore provetto puntava dritto e sicuro verso la curva iridata. E s’immergeva, si tuffava e ci passava attraverso procedendo euforico a zig-zag come un calabrone impazzito. S’inebriava guardando le proprie scaglie riflettere mille sfumature cangianti. Alla fine stremato e felice puntava alla coda dell’arcobaleno e atterrava quasi sempre sul tesoro nascosto. Lo raccoglieva svelto e poi si girava a guardare il dissolversi di quel miracolo cromatico. Era sempre un momento doloroso per Thar, così cercava di consolarsi pensando al tesoro ricchissimo che stava accumulando. Ma non era di grande conforto. “A che serve avere oro se non puoi neppure comprare arcobaleni?” Quel giorno aveva scovato un arcobaleno stupendo, enorme, nitido e splendente. Giocò a lungo e solo quando si rese conto che la trama iniziava a sbiadire Thar puntò verso la coda dell’arcobaleno pronto a planare sul tesoro. Era abilissimo a trovare il punto esatto e a ghermire il bottino. Si gettò quindi nella macchia di alberi da cui sembrava sgorgare l’arcobaleno con tutta la sua foga di giovane drago impaziente. Sollevò nuvole di polvere e terreno e fece turbinare foglie umidicce, ma non scorse proprio nulla nel folto della foresta. Cercò intorno frenetico, non era possibile che stavolta non trovasse nulla. Ma intorno vide solo tronchi, terreno e arbusti carichi di bacche. Spazientito espirò una fiammella calda con stizza e batté forte le ali per alimentarla. Dal folto degli alberi investiti dalle scintille, udì una vocina implorante: «Aiuto! Non farmi del male, ti prego…» Thar scorse un piccolo cavallino che tremava spaventato. Il manto color niveo dimostrava che erano uguali e che i disegnatori avevano scordato di colorare anche lui. «Tranquillo cavallino candido, sono un drago buono e mi chiamo Thar. Fai parte anche tu della favola scolorita? Sei anche tu un cacciatore di arcobaleni? » Il draghetto non si sentiva per niente arrabbiato per la concorrenza, dopotutto il mondo era pieno di arcobaleni, anzi avrebbero potuto mettersi a cacciare assieme. «A me piace essere bianco: noi siamo tutti così. Ma gli arcobaleni sono davvero belli. Mi chiamo Vlis e cerco la saggia Moir, la manticora, quella che vive sul picco innevato più lontano. È molto antica e forse conoscerà una cura o un sortilegio capace di guarirmi. Puoi aiutarmi a trovarla?» «Perché la cerchi? Sei malato?» Thar guardò le zampe agili e snelle di Vlis, la lunga coda e il mantello colore della panna. Appena sotto la folta criniera teneva una grossa foglia legata come benda, poco sopra gli occhi azzurrissimi. Thar rabbrividì e disse: «Allora non sei malato di tristezza come me! L’unica cosa che mi rende felice sono gli arcobaleni. Tu invece sei ferito: che ti è successo Vlis?» «Avevo visto delle erbette saporite e mi sono arrampicato su delle rocce scoscese per raggiungerle. Sono scivolato e il mio bellissimo corno lungo e sottile, di cui ero tanto orgoglioso, si è spezzato. Da allora non ho più avuto il coraggio di tornare al mio branco. Così mutilato mi sento inutile: non sono più uno di loro!» Thar sapeva molto bene cosa significhi essere da soli e cercò di consolare il piccolo unicorno offrendogli la sua amicizia. «Sono un drago grande e forte e ho un tesoro favoloso. Ti porterò dalla guaritrice e se vorrà aiutarci avremo di che pagarla!» «Magari potrà anche regalarti quei colori che vorresti avere…» «Ne sono convinto, questa favola è piena di cose sbiadite o riuscite male! Magari la manticora potrà darci il nostro lieto fine.» Sul picco remoto Thar ci sarebbe potuto arrivare subito in volo, invece il piccolo unicorno lo rallentava molto. Era splendido però viaggiare in compagnia. Thar raccontava avventure del suo mondo nevoso e Vlis ricambiava descrivendogli un mondo diverso dove la natura era rigogliosa in un vero paradiso di colori. Il drago si saziava ascoltando beato e immaginava di rincorrere uccelli e farfalle, e di planare tra alberi fioriti e carichi di frutta. Dall’alto Thar perlustrava e cercava i valichi più pianeggianti e guidava Vlis nel labirinto tra i picchi innevati. Man mano che procedevano il freddo diventava più pungente, Thar era immune ma Vlis si sentiva morire. L'unicorno si accucciò in un fosso e nonostante Thar gli si stringesse al fianco non riusciva proprio a scaldarsi. Il draghetto allora accese un fuoco e poi siccome era preoccupato sollevò Vlis tra le zampe trasportandolo in volo. In quel modo si stancava tanto e non riusciva a volare alto ma almeno il suo amico non congelava. Per rallegrarlo una sera pensò di legargli sulla fronte al posto del corno una gemma oblunga e splendente. Impiegarono diversi giorni e alla fine raggiunsero la cima del più alto dei Monti di Cristallo, dove era l’antro della manticora. Moir era una bestia imponente, il volto di donna anziana la rendeva inquietante quasi quanto la coda irta di aculei velenosi. Thar rizzò il collo e allargò le ali per sembrare più grande e potente mentre spiegava alla creatura quello che desideravano. Per ingraziarsela depose ai suoi piedi ciottoli dorati e gemme iridescenti del suo tesoro. La manticora parlò con voce musicale: «Avete fatto un lungo cammino per nulla: al piccolo unicorno pian piano il corno ricrescerà e tu mio giovane amico con tempo vedrai le tue scaglie scurirsi, tutti i draghi cuccioli sono sbiaditi rispetto agli adulti.» L’unicorno dal corno di gemme e il drago pallido discesero dalla montagna più sereni. Non avevano ancora incontrato il loro lieto fine, ma avevano la certezza che un giorno sarebbe arrivato.
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