Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Mostra risultati per il tag 'fantastico'.



More search options

  • Search By Tags

    Tag separati da virgole.
  • Search By Author

Tipo di contenuto


Forum

  • Incipit
    • Info Point
    • Ingresso
  • On writing
    • sUPporto Scrittura
    • PowerUP Creativo
    • Narrativa
    • Sceneggiatura
    • Poesia
    • Arena
  • LetterArea
    • (Parliamo di) Libri
    • In Vetrina
  • Editoria e dintorni
    • Catalogo Editori
    • Agenzie e Professionisti
  • Community Lounge
    • Bar Sport
    • Companion's Circle

Find results in...

Find results that contain...


Data di creazione

  • Start

    End


Ultimo Aggiornamento

  • Start

    End


Filter by number of...

Iscritto

  • Start

    End


Gruppo


Hai già pubblicato?


Il tuo sito


I tuoi libri


Facebook


Twitter


Instagram

Trovato 31 risultati

  1. Il 23 aprile uscirà il capitolo conclusivo di un'era cinematografica che dura da più di dieci anni. Non so voi, ma io sono in fibrillazione e mi tengo molto lontana dagli spoiler. C'è qualcuno messo male come me?
  2. Nope

    La caccia dell'angelo

    È la prima cosa che pubblico qui, sono un po' in ansia è un racconto che ho scritto moooolto tempo fa, e non so bene cosa pensarne. Mi date un parere? Grazie <3 La prima cosa che sentì quando riprese conoscenza fu un dolore acuto alle spalle. Realizzò di essere su una sedia, con le braccia legate dietro di sé. Le tempie le pulsavano dolorosamente. Chiuse gli occhi piegando la testa in avanti, cercando di ritrovare un minimo di equilibrio; si era resa conto che la percezione dello spazio era completamente sfasata, il cervello non raccoglieva correttamente gli stimoli visivi e le mostrava una scia indistinta e confusa, contornata da macchie di vari colori. Finalmente riuscì a mettere a fuoco il luogo dove si trovava, probabilmente una caverna al di sotto della città. Doveva avere un po’ di sangue secco sulla palpebra destra, quando la muoveva sentiva la pelle tirare. All’improvviso capì che era stata catturata. Di nuovo. Il suo sguardo saettò da una parte all’altra della caverna, ma non vedeva nessuno. Alzò lievemente il viso, d’un tratto consapevole. Non voleva voltarsi, non voleva assolutamente, ma alla fine lo fece, slogandosi il collo. Non ci fece quasi caso. Tutto ciò che temeva e odiava era dietro di lei, e lei lo stava guardando in faccia. Un dito gelido le sfiorò la guancia, facendola rabbrividire. “Che c’è, Roux, sono qui per soddisfare le tue pulsioni sessuali? Non ci sono più gli angeli asessuati di una volta” sbottò. Il dito fu sostituito da un violento manrovescio che le fece voltare il capo dall’altra parte. Cassandra strinse i denti. “Forse, e dico forse, dovresti essere un tantino meno arrogante e sfacciata, se vuoi avere qualche possibilità di uscire viva da qui” le sussurrò lui, avvicinandosi al suo orecchio. “Sei tanto bello quanto stronzo, cazzo.” Imprecò lei, tirando su con il naso. “Ma non prendermi per stupida, so benissimo che non uscirò viva da qui. Tanto vale prendermi le mie soddisfazioni.” Si voltò di nuovo verso di lui. Stava sorridendo, quel figlio di puttana, e solo Phandros sapeva quanta voglia aveva di saltargli addosso e strappargli la carne dal viso. Ma anche di farselo. D'altronde Eros e Thanatos vanno sempre d'accordo, pensò. Roux si legò i lunghi capelli rossi. “Non voglio che mi siano d’intralciò” spiegò “e soprattutto non vorrei si macchiassero del tuo sangue”. Prese una coltello dalla cintura e le si inginocchiò di fronte, appoggiando la lama sulle labbra di Cassandra. La donna teneva saldamente piantati gli occhi in quelli dell’angelo, impassibile. “Sai che farò tutto quanto è in mio potere per guastarti la festa, vero?” “Sai che per me non è un problema, vero?” ribatté. Si alzò in piedi e si portò di nuovo dietro di lei. Le afferrò le mani, sollevandole verso l’alto. Porca puttana avrebbe voluto urlare mentre le giunture schioccavano dolorosamente. Sentì la lama gelida sfiorarle la pelle, e si ritrovò con le mani libere. Non riusciva a muovere le braccia, ma doveva riprendersi. “Liberati le gambe” ordinò Roux. Sì, cazzo, doveva assolutamente far funzionare quelle maledette braccia. Si chinò e con uno sforzo enorme riuscì a slegarsi la gamba sinistra. Le braccia le tremavano e si rifiutavano di obbedire ai suoi comandi. Finalmente si liberò anche l’altra gamba. Si alzò in piedi e si girò verso il suo carnefice. Cercò di allargare le braccia, ma il dolore che sentiva la fece desistere. “Fa male?” chiese Roux, togliendosi un pugnale dalla cintura. Lo afferrò per la lama e glielo porse. “Spero di sì.” Cassandra osservò confusa l’arma che l’angelo le stava porgendo. Lo guardò in faccia. “Prendilo, prima che decida di piantartelo in fronte. Hai una possibilità di difenderti e fuggire, non sei felice?” Lo guardò a bocca aperta. “Sii serio, idiota, ti sono scappata già due volte” disse prendendo però il pugnale. “Vuoi rischiare che ti faccia fuori?” Roux ghignò e Cassandra capì perché l’aveva liberata e le aveva messo un’arma in mano. Finora lei era stata l’unica in grado di gabbarlo e sfuggirgli, e dato che era in trappola voleva divertirsi ancora un po’ prima di dare l’addio alla sua cara nemica. Socchiuse gli occhi e gettò via il pugnale con noncuranza. Roux sollevò le sopracciglia. “Che ti prende? Dov’è finita la tua combattività?” le chiese prendendole un braccio e torcendoglielo dietro la schiena. Cassandra soffocò un’imprecazione e la trasformò in una risata goffa. “Non ti darò la soddisfazione di combattere” soffiò “non giocherai con me.” L’angelo le sferrò una gomitata allo stomaco. “Cassy, tesoro, volevo darti la possibilità di uscire di scena a testa alta. Non ho bisogno della tua collaborazione per divertirmi.” Si leccò le labbra e la lasciò andare. Cadde a terra, vicino al pugnale, e per un attimo lo guardò, incerta se prenderlo o meno. Roux prese un altro pugnale e le si inginocchiò a fianco, sorridente. Cassandra digrignò i denti e meditò di sputargli in faccia. No, meglio di no. Sentì le lacrime bruciarle gli occhi e cercò di ricacciarle indietro, ma lui le vide e il suo sorriso si allargò. “Non piangere, Cassy. Dopotutto, sei l’unica che è riuscita a scapparmi non una ma due volte. Una degna avversaria” “Piango perché mi mancherai, figlio di puttana” lo apostrofò lei. Roux scoppiò a ridere e, cazzo, l’avere i minuti contati non le impedì di meravigliarsi per quanto fosse fottutamente figo. “Forse mi mancherai anche tu” le disse poi. Si attorcigliò una sua ciocca di capelli intorno a un dito e la tagliò. “Guarda come sono romantico. Terrò questa ciocca per ricordarmi di te.” Fulminea, Cassandra afferrò il pugnale che era ancora a terra accanto a lei e lo colpì al viso. Roux imprecò ma non si mosse. La guardò furibondo, ma Cassandra sostenne lo sguardo feroce dell’angelo. “La ciocca rischiavi di perderla. Questo te lo porterai dietro a vita.” L’espressione di Roux si ammorbidì. Lo faceva sempre ridere, c’era da pensare che sarebbero stati ottimi amici, in altre circostanze. Le avvicinò il pugnale alla gola. “È proprio necessario?” chiese gettando un’occhiataccia alla lama. Roux si sedette sui talloni e la fissò. “Scusa?” Cassandra si rimise a sedere e lo guardò stranita. “Voglio dire… il tuo divertimento sta nella caccia. Hai cacciato, mi hai presa due volte, io sono scappata. Ti ho dato dei brividi ben maggiori di tutte le tue vittime. E mi ripaghi così?” non sapeva cosa stesse dicendo. Voleva prendere tempo, non voleva morire, e Roux era un dannatissimo, fottutissimo chiacchierone. “Hai altre argomentazioni?” “Sì, certo. Vediamo… a cosa serve che mi ammazzi? Ti toglierai una soddisfazione?” “Sì.” “Ah, beh… e poi come farai?” “Mh?” “Come farai, dopo che mi avrai ammazzata?” insistette. “Sono anni che mi dai la caccia, tornare alla routine quotidiana sarà avvilente” Roux la guardò con sufficienza. “Mi stai deludendo, Cassy.” “Oh, cazzo, non voglio morire! Prenditi qualcun'altra da sacrificare, porca puttana!” L’angelo sollevò le sopracciglia. “E che dovrei, secondo te? Liberarti?” “Ma che ne so… tienimi come schiava sessuale” buttò lì. “Cassy, ti sto per uccidere.” “Ma dai, ti sono più utile come schiava sessuale.” “Non ne sono sicuro.” “Proviamo?” Roux la guardò in silenzio con aria indefinibile. Cassandra gli si avvicinò e gli mise le braccia attorno al collo. Cazzo, quant’era bello quell’uomo… no, quell’angelo. Lo baciò con circospezione, ma dopo un istante Roux le passò un braccio intorno alla vita e ricambiò il bacio. “Non sono convinto che la scelta mi convenga” sibilò staccandosi. Cassandra socchiuse gli occhi e lo spinse a terra, salendogli a cavalcioni. “Vediamo se riesco a farti cambiare idea.” “Certo che è ridicolo.” Commentò Cassandra rivestendosi. Roux sollevò le sopracciglia. “Sei stata tu a proporlo. Fosse stato per me eri già morta da un pezzo.” “Non ho detto che mi dispiace” precisò, piccata “ho solo detto che è ridicolo. E comunque continui a essere un dannato figlio di puttana.”
  3. «Credo tu stia sbagliando…» provò a dire, ma poi lo vide. I due entrarono nel Foot Locker, si sporsero appena intravedendo un uomo vestito in tuta mimetica aggirarsi con una balestra. Filippo lo riconobbe all'istante. «È il signor Virna!» Lei lo guardò sbigottita. «Lo conosci?» «Certo, è il mio vicino di casa!» Sbirciò di nuovo, era proprio lui. Fece per uscire allo scoperto e chiamarlo, magari lui poteva aiutarli, ma la ragazza lo fermò. «Che stai facendo? È lui che ci bracca!» Filippo la guardò basito, poi guardò il vicino, la balestra non sembrava finta. «Cosa facciamo?» «Dobbiamo nasconderci da qualche parte. Vieni!» Filippo la seguì lungo il negozio, entrarono assieme nel magazzino e chiusero piano la porta, poi Filippo sbirciò attraverso il buco della serratura. «Dov'è? Cosa vedi?» lo incalzò, la voce acuta nonostante sibilasse. «È davanti al negozio, sta guardando dentro… è entrato!» La ragazza gli tappò istintivamente la bocca, stava diventando una prassi, poi lo scansò per poter guardare anche lei. Filippo non sapeva che stesse succedendo, e non sapeva tantomeno che avrebbero fatto se fosse entrato nel magazzino. Che diamine ci faceva il signor Virna con una balestra? Voleva ucciderli? E perché non era rimasto bloccato? Non capiva che stesse succedendo, era tutto sbagliato, non doveva andare così. «Via via via!» La ragazza lo prese di nuovo per mano e scattarono in fondo al magazzino, nascondendosi dietro a una scaffalatura piena di scatole. La porta un attimo dopo si aprì. Rimasero in silenzio, controllando il respiro asmatico. I passi del suo vicino armato, che probabilmente avrebbe voluto infilargli una freccia in testa, erano lenti e pesanti. Filippo guardò la ragazza, la ragazza guardò Filippo. Neanche sapeva come si chiamasse, e stavano per morire assieme. I passi si fermarono. Un istante in cui la sua mente gli diceva che poteva essersene andato, ma sapeva che non era così. Infatti lo sentì allontanarsi, riaprire la porta e chiudersela alle spalle. La ragazza dai capelli scuri provò a guardare. Filippo avvertì una sensazione assurda di terrore che lo investì da capo a piedi, poteva essere una finta. Non la bloccò in tempo, lei tirò fuori la testa e si immaginò una freccia saettare per la stanza e colpirla. Non successe. «Andiamo.» Lei si alzò, Filippo non si mosse di un centimetro. Si voltò verso di lui. «Che fai, dobbiamo andarcene.» «Non ce la faccio, ho troppa paura» ammise, accorgendosi di tremare, incapace di controllarsi. Lei si inginocchiò, gli prese la mano per confortarlo. «Come ti chiami?» «Filippo, Filippo Faragli, ma i miei amici mi chiamano Lu.» persino la voce gli tremava e non sapeva neanche perché gli aveva detto anche il cognome. «Io mi chiamo Laura, adesso ho bisogno che ti alzi, ce la fai?» «Io…» «Anche io ho paura Lu, ma devi essere forte adesso, puoi farlo? Dobbiamo trovare qualcuno che ci possa aiutare.» E in quel momento capì che quel qualcuno era lui. Lui aveva bloccato tutto e lui poteva sbloccarlo. Se lo avesse fatto la gente sarebbe tornata a muoversi e il suo vicino non avrebbe più potuto cercarli. Laura gli diede una mano per alzarsi, poi raggiunsero assieme la porta, la aprirono piano e uscirono. Filippo si sentì all'istante afferrare per il collo e venne tirato indietro. Il signor Virna lo bloccò con il braccio, appostato da quando era uscito accanto alla porta in attesa che uscissero. «Ferma ragazzina.» Puntò la balestra verso Laura, facendo sentire Filippo responsabile. Era colpa sua, lui aveva provocato tutto quel trambusto. «Lasciala, lei non c'entra nulla!» Virna strinse di più il braccio attorno al collo di Filippo. «Oh invece credo di sì. Pensavo di essere l'unico a poter sfuggire dal tuo raggio di azione, ma poi scopro lei. È interessante, non trovi?» Filippo incrociò lo sguardo confuso di Laura, stava arrivando alla conclusione. «Sei stato tu?» gli chiese, incapace di capire. «Non lo sapevi?» intervenne Virna. «Il tuo amichetto ha la capacità di congelare tutto attorno a sé per chilometri e chilometri! E io voglio sapere come fa. Dimmelo o ammazzo la ragazza.» Filippo esplose. «Cosa sta facendo! Lei è il vicino! La salutavo ogni giorno! Le facevo accarezzare Puzzola!» «Okay, ammetto che quel cane mi piace, però ciò non toglie che voglio sapere come fai e di solito il modo migliore per ottenere ciò che si vuole è minacciare una persona cara, almeno così fanno vedere nei telefilm.» «Si fermi! io non conosco quel ragazzino, non so neanche come si chiama! Ci siamo incrociati per caso, mi lasci andare la supplico!» «È vero! Lei non c'entra nulla! La lasci andare e le dirò tutto ciò che vuole sapere.» Virna sembrò prendere in considerazione la proposta, uccidere una ragazzina non era necessario. «L'idea è buona, tuttavia con lei ho la certezza che tu mi dirai tutto.» Sistemò la direzione della balestra, che nel tempo era diventata pesante dato che la stava tenendo a braccio teso. Filippo non sapeva se lo avrebbe fatto davvero, ma non voleva di certo vederla morire. L'unica cosa che gli restava da fare era scongelare la gente, questo lo avrebbe distratto e lui avrebbe potuto scappare. «Non ho mai capito come mai quando tutto era congelato io riuscivo a muovermi, e per un pezzo ho creduto che fossi io a farlo…» Filippo capì che stava facendo il classico monologo da cattivo, quindi pensò che non c'era altro momento per sistemare tutto. Si concentrò, bastava che pensasse di scongelarli e il gioco era fatto, quindi lo fece. Ordinò all'infinito di ridare il movimento a tutti quanti, bambini, donne, uomini, vecchi, cani, tutti. Ma non successe un bel niente. «…E non capivo come ci riuscisse, ma sapevo che lo volevo anche io quel potere. E quindi eccoci qui, alla resa dei conti.» Il ragazzino sguardò Laura, con amarezza, quasi volesse comunicarle che non aveva altra scelta. «Lascia andare immediatamente mio figlio.» D'improvviso mamma e papà comparvero davanti a loro, l'unica arma era il dito del padre con cui minacciava Virna. «Ti ho detto di lasciarlo andare.» Di fronte a tanta gente Virna perse la ragione, il dito si strinse troppo contro il grilletto e la freccia partì da sé. Sferzò l'aria, schivò non di tanto una signora immobile e puntò dritta verso Laura. Poi rallentò la corsa fino ad arrestarsi del tutto. Rimase immobile, come tutto il resto. Come anche Virna, senza che se ne rendesse conto. «Papà, mamma!» Filippo corse verso i genitori, li strinse in un forte abbraccio come mai aveva fatto. «Va tutto bene» lo rassicurò la madre, osservando interessata la ragazza che stava prendendo la freccia bloccata a mezz'aria. «E tu chi sei?» «Io… mi chiamo Laura, non c'entro niente con questa storia.» Sollevò le mani chiamandosi fuori. «Tranquilla, ogni tanto succede che qualcuno sia immune, Filippo è ancora giovane e il suo raggio non è molto preciso. Ma adesso sistemerà tutto, non è vero?» Filippo arrossì e annuì, con meno ansia nel corpo. La ragazza li stava ancora guardando stranita. «Quale raggio?» Mamma e papà si guardarono l'un l'altra, la stessa idea che balenava nelle loro teste. «Non è che ti serve un lavoro per caso?» Fu più o meno così che Filippo trovò la sua prima amica, nonché babysitter, l'unica che riuscisse a capire le sue strambe idee sul perché la gente sarebbe più interessante se fosse congelata. Cerco, avrebbero potuto contattare qualcuno su internet o qualche conoscente, ma nessuno sarebbe stata all'altezza di Laura. In fondo lei sapeva il suo segreto, e ci doveva essere sempre qualcuno di fidato che lo sapeva, come accadeva nei telefilm.
  4. Filippo lasciò i soldi sul bancone e prese il cono che il gelataio gli stava passando. Cocco, banana e cioccolato: una bomba pronta a esplodere appena lo avesse assaggiato. Ma non era ancora il momento, prima doveva trovare un posto dove sedersi. Camminò per il centro commerciale, beato, cercando le scale mobili per l’ultimo piano. Non era solito venire al Mondo, il nuovo complesso commerciale in cui non avrebbe comperato assolutamente nulla. Osservò la gente passeggiare tranquilla, dalle due alle sei borse sottobraccio provenienti da vari negozi, alcuni che nemmeno conosceva. Magari quel giorno li avrebbe visitati. Saltò un paio di gradini, il gelato era ancora in perfette condizioni. Sorrise e continuò la ricerca. L’ultimo piano, il terzo, comprendeva i vari ristoranti, McDonald, una piadineria, il KFC, un ristorante emiliano e un bar dall’aspetto retrò. Al centro c’era un grosso rettangolo che permetteva di veder i piani sottostanti e attorno a questo numerose panchine che aspettavano solo lui. Avrebbe scelto una di quelle di sicuro, se non avesse poi visto la giostra a forma di macchina di Batman. Per un ragazzino di undici anni la giostra batteva la panchina dieci a uno. Ci salì alla svelta, non mise alcuna monetina per farla funzionare che tanto da lì a poco sarebbe stato inutile. Guardò il gelato, perfetto, nonostante il viaggio era ancora preciso a come l’aveva ricevuto. Il bello di essere Filippo Faragli. Si guardò attorno, aveva un’ampia veduta del posto, era strategico, e se si allungava un pochino vedeva anche mezzo piano inferiore. Forse non avrebbe trovato di meglio, quindi procedette. Si mise in mezzo alle gambe il gelato, stando attento a non farlo cadere per sbaglio, una volta che ebbe le mani libere le sollevò se le strofinò una contro l’altra. Quello era senza dubbio il momento più bello, chiudere gli occhi lo aiutava ad aumentare la sorpresa. C’era del brusio attorno, se si focalizzava riusciva a seguire anche qualche discussione. Una madre che rifiutava la richiesta di comperare un orsacchiotto alla figlia. Due bambini che correvano urlando "non mi prenderai mai!". Due ragazzi e due ragazze che decidevano se andare a mangiare al Mc o al KFC. Chiuse i pugni, aspettò alcuni secondi e distese le mani, poi si concentrò e le serrò di nuovo, ma piano. C’era della resistenza in quel gesto, l’avvertiva bene e significava che stava funzionando. Il brusio scomparve, le discussioni si arrestarono sul colpo, i bambini smisero di rincorrersi e di urlare, le coppie rimasero con il dubbio sulla scelta del pranzo. Riaprì gli occhi. Sorrise nel vedere la gente bloccata come i manichini che venivano esposti nelle vetrine dei negozi, alcuni con posizioni strane, e i due bambini a mezz'aria come se volassero. Magari se lo avessero saputo sarebbero stati stupefatti delle loro capacità. Però non funzionava così, solo a lui era concesso vederli. Prese il gelato e lo sbloccò, altrimenti non avrebbe potuto portarlo fin lì senza che si sciogliesse lungo la sua mano. Gli era permesso bloccare cose di piccola dimensione senza usare troppa difficoltà, ma per arrestare tutto attorno a lui doveva concentrarsi. Il giochetto delle mani in realtà non serviva, ma gli piaceva farlo perché nei telefilm facevano così. Si mangiò il suo bel gelato, osservando la gente immobile attorno a lui. Facce strane sospese nell'intento di finire una parola che avrebbero detto appena lui si sarebbe stufato. Di solito ci metteva poco, altre volte anche delle ore. Finì il gelato in fretta, era troppo buono per cercare di gustarselo, gli venne in mente in automatico sua mamma. «Vai piano, così non te lo gusti!» gli diceva ogni volta, puntuale, come se avesse fatto un patto che implicava qualche clausola nel caso non l'avesse detto. Si pulì la bocca con il fazzolettino e poi si alzò, cercando un cestino dove buttarlo. Ne voleva un altro. Fece un giro del piano prima di scendere, gli piaceva vedere come aveva bloccato la gente, le espressioni, i gesti, se si stavano grattando il sedere o mettendo un dito nel naso. Ogni tanto succedeva. In quei casi avrebbe voluto fare delle foto con il cellulare che gli aveva regalato papà, e all'inizio le aveva fatte ma poi aveva pensato che non era una cosa corretta e quindi aveva smesso. Trovò un uomo, sulla quarantina, intento a guardarsi il dito che si era appena tolto dall'orecchio. Era pieno di cerume, sembrava il portatore principale del cerume, colui che lo distribuiva tipo. Il grande re del cerume. Che schifo. Scese al piano inferiore, saettando tra le persone congelate, dribblandole come facevano i calciatori nelle partite che andava a vedere con il suo papà, andò di fronte al gelataio. «Mi dia un cono in stile Filippo!» Prese, passò dall'altro lato del bancone e rispose a sé stesso. «Certo, arriva subito!» Sfilò un cono dal dispenser e depositò sopra tre belle palline di gelato: cocco, banana e cioccolato. Con la ricarica decise che era tempo di spassarsela davvero. Lasciò una caramella sulla cassa, i soldi li aveva finiti ma sapeva avrebbero comunque apprezzato perché era una delle sue preferite. Entrò in vari negozi, scegliendo tra i più costosi e si provò le giacche che più trovava strane, cravatte a quadri, papillon a pallini, bretelle che non riusciva ad agganciare e qualche cappello. Rimise tutto a posto e poi uscì, osservando al piano inferiore che cos'altro poteva fare. Non si era mai chiesto come riusciva a fare quella cosa, il congelare la gente, lo faceva e basta. Un bel giorno aveva scoperto che era capace di farlo e non aveva più smesso. Ovvio che non lo aveva mai detto a nessuno, era una delle prime regole che i telefilm insegnavano: mai rivelare il proprio segreto da eroe. E lui era un eroe, più o meno. Aveva i superpoteri, una volta aveva impedito che un tizio sfilasse il portafoglio a un altro tizio, era da eroe. Certo, avrebbe voluto fare qualcosa di meglio, ma era fifone e non ne aveva il coraggio. Quindi congelava la gente e se la spassava, attenendosi alle regole, il più delle volte. Passando in rassegna la gente, pensò a quali scherzi poteva fare, quando intravide qualcosa muoversi. Si ritrasse d'istinto, sgomento, poi ritornò a guardare verso il basso. Erano capelli? Qualcuno con dei lunghi capelli neri si era mosso? Com'era possibile? Schizzò verso la scala mobile saltando i gradini, rischiando di cadere un paio di volte, poi si diresse verso il punto dove aveva visto il movimento, correndo tra i manichini umani che non potevano vederlo. Non c'era nessuno in quel punto, né attorno. Non doveva essere lontana però. Sondò tutte le persone ma non era facile capire chi fosse, perché in molti avevano lunghi capelli neri, perfino alcuni uomini. Non gli passò per la mente di aver visto qualcosa che non c'era, perché ne era sicuro al mille per mille. Lì sotto qualcuno si era mosso. Si ricordò di un metodo che usava Maria, la sua compagna di classe e amica, quando facevano la sfida su chi rideva prima. Si mise davanti a una donna che corrispondeva alla scarna descrizione che aveva in mente, la guardò in faccia e poi si mise a fare boccacce. Continuò così per un minuto, il tempo per essere sicuro che era davvero congelata. Quindi passò a una ragazza, giovane, forse una decina di anni più di lui. La guardò bene negli occhi, si infilò due dita in bocca e l'allargò emettendo allo stesso momento parole senza senso. Niente da fare, era congelata anche lei. Continuò così fino a controllare tutte le persone lì attorno, poi passò in un negozio di Intimissimi, e fece la stessa cosa. Si piazzò davanti a una ragazza, la guardò negli occhi poi sfoderò la mossa che faceva cedere ogni volta Maria: si rivoltò le palpebre inferiori. Catturò all'istante il movimento dello sguardo della ragazza, inorridito dalla scena. «L'ho visto, ti sei mossa!» le urlò contro. Lei cercò di rimanere ferma ancora, in una posizione rigida intenta a guardare il negozio. Poi però fu costretta a cedere perché il ragazzino insisteva e le urlava dietro. La ragazza gli mise una mano sulla bocca. «Smettila di urlare! Per favore, smettila!» «Perché non sei congelata anche tu?» «Shh, ti ho detto di non urlare, o ci troverà. Pensavo di essere l'unica ad essere scampata a sta cosa, come hai fatto a scappare da lui?» Filippo inarcò un sopracciglio «Di chi stai parlando?» «Di quello che ha congelato tutti! L'ho visto girare qui, sta cercando chi non è stato bloccato. Dobbiamo andarcene.» Filippo venne preso per mano e trascinato fuori dal negozio, del tutto confuso perché era stato lui a congelare la gente.
  5. libero

    The revenge

    Commento a Marionette - capitolo I Vagabondando. Non guardo i miei piedi che, ritmicamente, si sollevano dal suolo, compiono un lento arco nell’aria per posarsi infine circa un metro oltre la posizione originaria. Allo stesso modo lascio che siano loro a decidere non solo il come, ma anche il dove portarmi, liberando la mente dalla necessità di scegliere una meta. Lo sguardo può così vagare liberamente, soffermandosi sul volto di un vecchio, segnato dal tempo e rugoso come la corteccia di un pino, o sul sorriso indefinitamente intrigante di una ragazza, sulle linee sbilenche di un vecchio edificio, su una vetrina scintillante o sulla crepa che percorre il selciato, solcandolo come una linea di faglia. Camminando così, senza altro scopo che il guardarmi attorno, mi capita di ritrovarmi al di fuori dei percorsi abituali scoprendo ad ogni passo nuovi scorci che si nascondono capricciosamente agli sguardi affrettati, luoghi a me ignoti e inconsueti punti di vista su quelli già noti. Fu durante una di queste peregrinazioni che mi ritrovai ad assistere ad un evento peregrino. Mi trovavo ai piedi delle Alpi francesi, e più precisamente alla periferia di Dufort, nei pressi del castello da cui il paese deriva il proprio nome, in quel punto in cui la via principale curva bruscamente a sinistra e supera un ruscelletto, entrando in un boschetto di castagni e faggi. I miei piedi scelsero invece di non curvare, ma di proseguire diritto, dove l’asfalto lascia il posto al vecchio acciottolato sconnesso e consumato di una stradina stretta fra la roggia sulla sinistra e il cupo muro del castello alla sua destra. Un uomo sedeva, guardando fisso davanti a sé, sul ciglio della strada, con i piedi penzoloni che sfioravano quasi l’acqua della roggia che fluiva gorgogliando, seminascosta dalle erbacce. Improvvisamente l’uomo levò un iroso borbottio, bestemmiando panteisticamente contro ogni cosa, scagliandosi indifferentemente contro le pietre, l’acqua, le piante, gli uccelli che cantavano fra le fronde arrossate dall’autunno, dimostrando una fantasia davvero notevole, sia nella scelta degli epiteti che in quella degli obiettivi. Non sono un uomo né timido né pauroso, sono tuttavia di animo solitario specialmente quando mi coglie lo spirito errabondo, per cui mi mossi il più possibile silenziosamente nella speranza che l’uomo non si accorgesse di me. Le suole di gomma delle mie scarpe da ginnastica non producevano quasi alcun suono su quei ciottoli che in altri tempi dovevano risuonare dei colpi secchi delle suole di cuoio dei calzari; tuttavia non appena fui alle spalle dell’uomo questi si girò verso di me. «E tu? Credi forse di poter sfuggire al destino solo perché ti fai piccolo e silenzioso?» mi apostrofò. Mi bloccai, interdetto, troppo sorpreso dalla sua domanda per poter rispondere. Lo fissai scrollando le spalle e mi accinsi a riprendere il cammino. L’uomo si alzò: «Aspetta» disse. «Voglio mostrarti una cosa che mai hai veduto nei tuoi vagabondaggi e che mai vedrai nuovamente.» Come potesse sapere dei miei vagabondaggi era sicuramente un mistero, ma in qualche modo egli sembrava conoscermi molto più di quanto avesse dovuto. Raccolse da terra una sacca che prima non avevo notato, vi frugò dentro con una mano e ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo. Mi avvicinai per osservarla meglio: sembrava un mappamondo di marmo lucido, fatto per riprodurre non solo i continenti e i mari, ma anche l’atmosfera e le nuvole. Osservandolo meglio mi accorsi però che non era liscio, come mi era sembrato dapprincipio, ma era invece sovramagnificentissimamente intagliato; si scorgevano infatti i rilievi delle montagne più alte, per quanto minuscoli anch’essi, intagliati con incredibile precisione. Lo stupore mi tolse il respiro e la mia mente si rifiutò malthusianamente di generare alcuna idea, quasi che un istinto di conservazione primitivo cercasse di preservare la mia sanità psicologica togliendomi provvisoriamente la ragione. «Guarda meglio, non hai nulla da temere» disse l’uomo allungando il braccio e avvicinando la sfera ai miei occhi. Essa sembrò ingrandirsi davanti al mio sguardo e mi parve così di poter scorgere ulteriori dettagli, altre montagne, vallate, rocce che si generavano partenogeneticamente da quell’unico lievissimo corrugamento che avevo scorto dapprincipio. Vedevo boschi così finemente intagliati da scorgere perfino i più precisi dettagli degli aghi delle conifere, ruscelli, prati, baite alpine e paesi. Mi sentii inghiottire da quel mondo, volando senza controllo, guidato da qualcosa che sembrava attirarmi a sé. Sorvolai le pendici di montagne che mi ricordavano le Alpi; precipitando sempre più velocemente intravvidi un cittadina e poi un castello, identico in tutto e per tutto a quello alle mie spalle. Due uomini erano fermi, in piedi, in uno stretto viottolo accanto alle mura, uno dei due sembrava mostrare qualcosa all’altro. Convinto ormai di sfracellarmi chiusi gli occhi un istante e quando li riaprii mi ritrovai esattamente nel punto in cui ero sempre stato. L’uomo con la sfera mi guardò sorridendo, la ripose velocemente nella sacca e si avviò scuotendo la testa. «Le regressioni infinite sono pericolose.»
  6. Seconda parte del prologo, che si conclude così: Era un odore penetrante, che parve attraversare, più che sovrapporsi, il tanfo rancido dell'acqua inquinata del Tamigi. Un sentore forte, ma non sgradevole, come di limoni appena tagliati, o di arance sbucciate. Il fondo del palato gli si riempì immediatamente di retrogusto acidulo, per reazione. Sentì un lievissimo sibilo, uno spostamento d'aria, e seguì con gli occhi lo scintillio dorato, che si piantò nel lampione, con tanta forza da scomparirvi dentro per un buon terzo. Trucioli di metallo, lucenti come scaglie di mica, si arricciarono e caddero a terra. Cadde in ginocchio, mentre l'odore acidulo gli riempiva la bocca. Avvertì una vampata di calore salirgli dal collo, che per un momento parve bruciare, per poi farsi gelido. I gomiti impattarono dolorosamente contro il selciato, quando cadde a quattro zampe, come un cane. Il fulmine spaventoso dell'artrite gli attraversò i nervi, ma svanì subito, misericordiosamente. Notò, con chiarezza cristallina, i filamenti duri dei licheni che crescevano negli spazi tra le mattonelle, come dita sottilissime di mani deformi. Se lo vedo, è perché c'è luce, sono arrivato al lampione... La carrozza… I licheni vennero sommersi da un liquido scuro, denso. L'odore di agrumi acidi sembrava avere riempito il mondo. Un'ombra oscurò la visuale. Il gentiluomo cercò di alzare la testa, ma tutto quel che riuscì a fare su storcerla verso l'alto, mentre il gelo gli dilagava tra i lineamenti, penetrando nelle labbra, affondando nel naso, intorpidendo i bulbi oculari. Attraverso una nebbia opaca, più spessa di quella che saliva dal Tamigi, vide un ginocchio che si abbassava, davanti a lui. Il vetturino? Il calzone aveva un taglio impeccabile, dritto come una lama di coltello. Le scarpe erano nere, lucidissime, con uose immacolate e bottoni d'argento, sui quali era finemente cesellato uno stemma. La speranza che fosse il vetturino svanì. Due mani guantate di nero, seguite dai polsini di un pastrano di cammello, si tesero verso la sua giacca. Sentì il sacchettino smettere di premere in maniera rassicurante contro il petto, mentre veniva sfilato destramente, mentre la testa gli ricadeva, ormai troppo gravemente in debito d'ossigeno per trovare la forza di sostenersi. Con l'ultima occhiata che gli rimaneva, prima che la nebbia lo coprisse definitivamente, vide che il liquido sotto di lui era diventato una pozza, che aveva riempito il mondo intero. I reni erano usciti dalla sua sfera di sensibilità, e non facevano più male. Non volevo varcare questa soglia, pensò. Si accinse a pensare all'altra soglia, quella che lo avrebbe reso tanto famoso da oscurare il nome di Darwin, di Newton, di Cartesio, ma la nebbia si addensò diventando buio, e il gentiluomo smise di pensare una volta per tutte. L'uomo si alzò e fece un passo indietro, per non inzaccherarsi. Si era raccolto il pastrano su un braccio, attento a non spiegazzarlo, e lo lasciò cadere solo quando fu ben sicuro che non avrebbe toccato terra. Dove giaceva il cadavere, sembrava che qualcuno avesse macellato un maiale. Gli schizzi si erano allargati a ventaglio sul marciapiede e sulla strada, fin quasi sotto gli zoccoli dei cavalli, e alcune gocce sfrigolavano sul vetro del lampione, ammorbando ancora di più l'aria già appestata dai liquami e dalla nebbia. Con molta calma, stando attento a non sporcarsi l’orlo dei polsini, aprì le dita del morto per prendere il plico. Il sangue aveva imbrattato e increspato buona parte dei fogli, e li tenne per un angolo, mentre guardava le gocce rimaste che venivano assorbite dalla carta porosa. Nell'altra mano, aveva ancora il sacchettino. “Bene.” Disse con una voce morbida e sommessa, che la nebbia consumò nel silenzio. Alzò gli occhi, sopra il lampione. Nella penombra, un'ombra parve ritrarsi, con un rumore graffiante, come punte di coltello che rigano il metallo. Si sentì un brontolio sommesso, che sembrava un gatto innervosito. "Mi dispiace. Sei arrivato tardi, per lui." Le falene si sparsero dappertutto, mentre il rumore graffiante aumentava e la luce del lampione veniva inghiottita dal corpo che la copriva. Per un momento, la fiammella a gas delineò perfettamente cinque dita mobili, che terminavano in cinque mezzelune, ciascuna lunga quanto un avambraccio. La coda lunga, muscolosa, si avvolse come un viticcio al lampione, per assicurare stabilità. Una lingua bifida dardeggiò qua e là, fiutando. L’odore che si diffuse era quello ripugnante della carne marcia, surriscaldata. "Oh, no - disse l'uomo - sei arrivato tardi." Con grande tranquillità, giacché non c'era motivo di affrettarsi o di mostrarsi indecorosamente agitati, sciolse i lacci e aprì il sacchettino, rovesciandolo. I sassolini bianchi, lucenti, caddero scintillando, nella luce opaca del lampione. Ma, a metà della caduta, parvero schizzare, come se una racchetta invisibile li avesse lanciati all'improvviso. L'aria fu d'un tratto piena di saette guizzanti, linee bianche che rimbalzarono ovunque come proiettili, sibilando intorno all'uomo in piedi, immobile con il braccio ancora teso. Colpirono il selciato, il marciapiede, il terrapieno, staccando schegge e facendo volare zolle d'erba. Fecero tremare il lampione, con un dooong musicale, nel colpire lo stelo di ghisa. Il sangue schizzò in giro, anche se non abbastanza vicino all'uomo da infastidirlo. Infine, parvero riunirsi in uno sciame, come bianchi calabroni, sopra il corpo del morto. Assunsero una forma a punta di freccia, che divenne una saetta, un fulmine bianco che si avventò contro l'ombra nera, una scarica chiamata dal suo obiettivo. La coda si ritrasse, schioccando nell’aria, lasciando nella ghisa del lampione un segno che assomigliava a quello dell’edera, quando la si sradica dall'albero che ha stritolato. La freccia di sassi bianchi colpì solo aria. La fiammella del lampione tornò a diffondere la sua luce insignificante, e le ombre furono quelle di sempre, ingannevoli e allungate. L'uomo schioccò la lingua, con disappunto. Non che avesse pensato davvero di colpirlo, ma gli sarebbe piaciuto. Avrebbe risolto tanti problemi, almeno quanti ne aveva risolti il cadavere ai suoi piedi, divenendo tale. "Avrebbe fatto meglio a dedicarsi a studi più convenzionali, avvocato Turner." I sassolini si riunirono in uno sciame luccicante, sopra il cadavere. Quando lo trafissero, emisero una serie di tonfi carnosi, lasciandosi dietro tanti piccoli fori, con i bordi bruciacchiati, come se fossero stati sparati da una pistola. Alcuni uscirono dall'altra parte, per la forza con cui avevano colpito, e finirono il loro folle rimbalzare nella pozza di sangue, tingendosi di macchie rosse simili a pupille cieche. "Morto per niente. Che prezzo infimo, per un tradimento." Con quest'elegia funebre, invero più lunga di molte elegie pronunciate per molti uomini morti quella notte, a Londra, l'uomo voltò le spalle al cadavere e si diresse verso la carrozza. I cavalli, un baio e un roano, molto belli e ben strigliati, lustri, nutriti e muscolosi, tesero il muso verso di lui, per ricevere una carezza. Erano animali di proprietà privata, non ronzini da traino destinati al mattatoio, e si fidavano del padrone, volevano le sue attenzioni. Li accontentò, nel prendere la briglia e salire a cassetta. La carrozza - a vederla da vicino, troppo piccola per una diligenza di linea, ben rifinita e pulita, con gli sportelli lucidi e le ruote dipinte di rosso - si avviò. Non c'erano stazioni di linea per le diligenze, nel cuore di Whitechapel. Nella parte inferiore del lampione, conficcata tanto forte che sarebbero state necessarie un paio di tenaglie per estrarla, la moneta d'oro luccicava, nuova e fresca di conio. Il profilo della regina, sottolineato con il sangue, guardava pensoso il sangue che sgocciolava giù dal marciapiede, raccogliendosi in piccole pozze tra il selciato sconnesso, spegnendo lo scintillio dei sassolini bianchi che erano caduti fino lì.
  7. Questo è il prologo di un romanzo che ho in cantiere da troppo tempo. La seconda e conclusiva parte del prologo si trova qui. Magari mi aiutate a capire cosa non riesce a farlo funzionare nel mio cervello, per farlo andare avanti u.u Dato che non ci sono ancora racconti nella sezione, non lascio il link a nessun commento, mwahahahaha. Whitechapel, 1899 Solo le falene trovavano attraente la luce dei lampioni. L'umidità fetida che saliva dal Tamigi si addensava intorno al bagliore ingabbiato nel vetro lurido, colorandolo di una foschia spenta. Un alone butterato dagli insetti. La strada non ne era illuminata, ma riempita di ombre lunghe, angolose, e la somma di quelle ombre e quegli angoli era la visuale notturna. Oltre, la tenebra era completa. Il lampione successivo era soltanto il lontano punto di riferimento verso il quale dirigersi. L'uomo rimase ad aspettare che la carrozza si allontanasse, con un cigolio di legno da far allegare i denti. Sembrava urlare, gridare ovunque ‘è qui, lui è qui, non potete sbagliare. Lui è qui, vieni a prenderlo’. É solo una carrozza a nolo, si disse per calmarsi. Ne passano di continuo… ne devono passare di continuo, perfino qui. Storse il naso per l'odore stagnante, di acqua putrida, che stentava a scorrere. Il nuovo, grandioso impianto fognario di Londra aveva fatto sì che la città fosse di nuovo vivibile, dopo l'estate terribile del 1858, ma sul limitare estremo di Whitechapel, verso l'esterno della metropoli, sembrava che la civilizzazione fosse ancora di là da venire. Niente luce elettrica, niente poliziotti, niente fognature - i fondi stanziati non erano sufficienti a bonificare anche i bassifondi, che rimanevano associati agli stracci puzzolenti, alle strade viscide di lordura, alle sgualdrine che occhieggiavano da dietro i vicoli, tra immondizia e ubriaconi. Non penserà che sono sceso qui. Nessun gentiluomo lo farebbe. Sempre che quelle… cose… sappiano pensare. Si infilò il bastone da passeggio sotto il braccio e si aggiustò i guanti, fingendo che il tremito delle dita fosse dovuto all'ambiente malsano, umido, anziché alla paura. Il cappello a cilindro gli era scivolato su un orecchio e lo raddrizzò, con un colpo talmente deciso che glielo spedì sull'altro orecchio. Le reni gli pulsavano, dolorosamente, duri sassi sepolti nelle viscere. Ho dimenticato la medicina. Devo sbrigarmi. Si tastò la giacca, per toccare, nella tasca interna, l'oggetto che aveva portato via. Il contenuto di quel sacchettino era prezioso quasi quanto quello del plico rilegato che stringeva a sé, come una mamma apprensiva che non vuole perdere il figlioletto. Cercando di non fare rumore, e al tempo stesso di avere un incedere sicuro di sé, da uomo che non teme le ombre della notte, si incamminò verso il lampione successivo. La regola non scritta dei vetturini era di stazionare con le diligenze ogni tre o quattro lampioni, a sonnecchiare e far sonnecchiare i cavalli, in attesa di un improbabile ma non impossibile cliente. Doveva percorrere poche decine di yarde, e sarebbe stato al sicuro. Lanciò una rapida occhiata dietro di sé, sforzandosi di farla apparire casuale e non ansiosa. Oltre il buio assoluto della strada, al lampione dietro, c'era soltanto un capannello di donnette miserabili, accucciate sul marciapiede a cucire, per risparmiare le candele. Niente carrozze. Due, al massimo tre aree buie. Cercò di convincersi che fosse una buona notizia. C'era qualcosa di profondamente primordiale, nella tenebra completa oltre le ultime ombre del lampione a gas. L'illuminazione elettrica si stava diffondendo rapidamente, e nemmeno ricordava l'ultima volta che era stato costretto ad avanzare a tentoni, incespicando su pietre sconnesse, indagando con la punta del piede il limitare del terrapieno, le braccia tese in avanti, per prevenire l'impatto contro un palo o - non pensarci, non serve a niente pensarci - qualcos'altro. Il buio assoluto aveva cominciato appena ad attenuarsi, quando con la mano toccò qualcosa di caldo, cedevole ma solido. Qualcosa che incombette, emergendo dall'ombra. Lanciò un urlo e saltò all'indietro, il bastone pateticamente alzato per difendersi. Con un sorriso lascivo, reso grottesco dal belletto sbavato dai clienti precedenti, la sgualdrina avanzò. Aveva le poppe così scoperte che l'orlo superiore dei capezzoli sobbalzava a ogni passo, i capelli che cadevano da tutte le parti, appesantiti dall'umidità e dal luridume. Su un lato del naso le si gonfiavano dei porri enormi, come un'infestazione di funghi, che scendeva fino al lato della bocca. "Cosa fa un gentiluomo da solo nel buio, a tastare e cercare? Vuoi divertirti, milord?" L'uomo inghiottì il terrore, insieme al dolore alle reni, che sembrava centuplicato per lo spavento. "Togliti di mezzo, puttana - ansimò - devo raggiungere la stazione delle diligenze." Lei non si scompose e non si scoraggiò. Scomporsi e scoraggiarsi era controproducente, nel suo mestiere. "E mentre la raggiungi, non vuoi divertirti? Per mezzo scellino, puoi ficcarmelo dove vuoi, per uno scellino, prima di ficcarmelo te lo prendo in bocca. Scommetto che tua moglie non te l'ha mai preso in bocca, milord. Vieni, senti cosa si prova, quando te lo stringo con le labbra e te lo bagno ben bene con la..." "Togliti!" Servendosi del bastone, per non toccare quel corpo lurido, la spinse via, con tale violenza da farla incespicare, e passò oltre. La puttana sparì nel buio primitivo che precedeva la luce, e l'uomo si lasciò alle spalle l'odore acido della sua pelle non lavata e le sue imprecazioni, molto più volgari di qualsiasi cosa avesse udito in vita sua. Molto più forti, anche. Aveva l'impressione che l'avrebbero sentita fino a Chelsea, come minimo. Ne sarebbero serviti, di Jack, per ripulire quei bassifondi dalla feccia che li infestava. Lasciando da parte ogni precauzione, spiccò la corsa finché non raggiunse il palo di ghisa, elegantemente incurvato, del lampione. Ci sbatté contro, vi si aggrappò come a un ramo sporgente su un abisso. Doveva aver percorso poco più di quaranta piedi, e gli sembravano mille yarde. La luce successiva sembrava trovarsi in un altro mondo. E la strada sotto quella luce era vuota, deserta. Lo aspettavano altre due immersioni nel buio. L'avrà sentita? Quanto attira l'attenzione una puttana che inveisce, in un quartiere simile? Sperò che fosse ordinaria amministrazione. Non ne aveva idea. Si era sempre tenuto alla larga da quei sudici sobborghi, come deve fare un gentiluomo, e alla soglia dei sessant'anni, poteva a buona ragione vantarsi di non avere la minima idea di quali pratiche la sgualdrina parlasse, nei suoi inviti rivoltanti. La rispettabilità non gli consentiva nemmeno di soffermarsi a pensarci. La rispettabilità lo aveva portato a ereditare lo studio notarile che già era stato di suo padre, e che sarebbe diventato di suo figlio, la rispettabilità gli aveva fatto volgere l'attenzione verso studi di elevato spessore e cultura, in quegli anni in cui i gentiluomini si dedicavano alle scoperte più importanti. La rispettabilità portava a essere eccentrici, per le proprie scoperte. La rispettabilità portava a morire, per le proprie scoperte. Il terrore gli premeva la testa, dietro gli occhi, tanto che temette sarebbero schizzati fuori dalle orbite, prima che potesse controllarlo. Serrò forte le palpebre, avvertendo il sudore diaccio che gli si raccoglieva al margine superiore delle sopracciglia, come acqua su una grondaia. Il plico era incollato ai palmi appiccicosi. Tornare nella tenebra, anche se lo fece soprattutto per allontanarsi dalla puttana e da ciò che poteva aver attirato, fu l'atto che chiese più coraggio, di quanto ne avesse mai dovuto avere in vita sua. Quando un gatto sfrecciò da qualche parte nel buio, a una certa distanza da lui, fu sicuro che se la sarebbe fatta addosso. Creature che corrono nel buio, che nel buio vedono. Che nel buio cacciano. Non mi ha seguito. Sono riuscito a seminarlo, a forza di cambi. I reni sembravano volerglisi staccare dagli ancoraggi che li tenevano al loro posto e cadergli fuori dal ventre. Pulsavano, sembravano gonfiarsi, e presto il dolore sarebbe stato troppo acuto per ignorarlo. Il lampione si avvicinava sempre di più. Cominciò a smettere di preoccuparsi di inciampare. Se fosse caduto, si sarebbe semplicemente rialzato. C'era di peggio. Di molto peggio. Prenderò un'ultima carrozza, tornerò a casa e telegraferò a Scotland Yard. Anzi, al Times, al Daily News, e a tutti i giornali. Entro domani mattina, sarà di pubblico dominio. Ho tutte le prove per dimostrare che il merito è mio. Nessuno potrà contestarlo. Se solo la luce fosse stata più vicina. Se la notte non fosse stata così buia, viscida di umidità, che soffocava luna e stelle e premeva sugli occhi, come un panno soffocante. Era la tenebra in cui le prede vengono azzannate, scosse, trascinate in un vicolo. Sotto lo stimolo dei reni malati, la vescica si contrasse, ricordandogli che Dio, creandolo, non aveva pensato di fare di lui un eroe. Ma Dio sembrava aver deciso di essere benevolo. Il gentiluomo tese il braccio, toccò il palo, benedetto, benedettissimo palo che lo tirò fuori dal buio per farlo tornare un essere umano nel mondo civile. Quando vide, sotto il lampione successivo, accanto al dislivello del marciapiede, l'enorme scatola nera su ruote di una carrozza ferma, in attesa di clienti, a proiettare ombre nella penombra che si dissolveva nel buio, sentì che avrebbe potuto piangere di gioia. Tutti sapranno, e sapranno che sono stato io. Sono vecchio, sono malato, ma non sono vissuto per niente. Sta per aprirsi una nuova era, e spalancherò io quella soglia. Prima di immergersi per l'ultima volta nel buio, si tastò la giacca, in cerca del piccolo oggetto che avrebbe dimostrato il suo genio, la sua scoperta. Sotto le dita, attraverso il tessuto, sentì le piccole superfici, dure e arrotondate, che si urtavano a vicenda, nel loro involucro di velluto, il sacchetto che le conteneva. Per la prima volta da quando aveva preso bastone e cappello, per correre fuori dal suo studio, dopo che l'urto del suo inseguitore - predatore - aveva frantumato il vetro e dissolto la fiamma della candela in un nastro di fumo, sorrise. Non morirò vecchio, dimenticato da tutti, a urlare di dolore mentre il cancro mi sbrana i reni, il fegato, e solo Dio sa cos’altro, prima della fine. Io vivrò, e il mio nome vivrà per secoli, dopo di me. Si trovava immerso totalmente nel buio, ancora troppo lontano per poter chiamare il vetturino, quando sentì l'odore.
  8. Titolo: La casa dalle radici insanguinate Autore: Roberto Ciardiello Editore: self- publishing Genere: thriller-horror-fantastico Numero di pagine: 224 edizione cartacea; 187 edizione digitale Link per l'acquisto: https://www.amazon.it/casa-dalle-radici-insanguinate-ebook/dp/B06Y5NRHWZ/ref=pd_rhf_dp_p_img_3?_encoding=UTF8&psc=1&refRID=WP8CVE73JF44SBWKSZAF Trama: Cupo, Mago, Skizzo.Tre figure in agguato nell’oscurità, tre predatori in mezzo agli alberi, un unico obiettivo: svuotare la cassaforte di Villa Marchetti, residenza di facoltosi gioiellieri romani.Il piano: sorprendere la coppia di ritorno dal lavoro, entrare in casa, arraffare il possibile e filare verso una nuova vita, lontano dalla periferia degradata della città.Un gioco da ragazzi, come armare il cane di una pistola dalla matricola abrasa. Cupo, Mago e Skizzo questo credevano.Finché non hanno aperto la porta sbagliata. Estratto pdf: Estratto La casa dalle radici insanguinate.pdf
  9. libero

    Violino

    Commento a Ultimo atto La folla dei mendicanti si aprì per farlo passare. Un Mosè accattone e un mare di straccioni che si spalancava davanti a lui senza nemmeno dover fare un segno con la mano. La custodia del violino gli pendeva dalla spalla: la pelle nera lacera e consunta, le chiusure ossidate, tutto portava il segno del lungo servizio prestato. Veniva da molto lontano, ma tutti sapevano chi era e lo salutavano chinando il capo con deferenza, senza osare sfiorarlo. Il tunnel sotterraneo sfociava nell'ampio spazio di una stazione della metropolitana in disuso. Seduto su un trono realizzato con un vecchio sedile strappato da un vagone distrutto, lo attendeva il re. Gli si fermò davanti e piegò lievemente il capo, in segno di rispetto. “Mi tratterò per breve tempo nella vostra città. Suonerò agli angoli delle strade.” Il re fece un cenno affermativo. “Per chi sei venuto?” “Questo non lo posso dire.” sorrise. “E sia. Hai libero accesso a tutto il mio territorio, nessuno ti importunerà. Sei sotto la protezione del re.” Piegò nuovamente il capo in segno di assenso e si allontanò. La folla si aprì nuovamente al suo passaggio. Non aveva bisogno di chiedere il permesso a nessuno, ma provava gusto nel mantenere le tradizioni. E la tradizione voleva che ogni mendicante che entrava in un territorio nuovo si presentasse al re degli straccioni a chiedere il permesso di mendicare. Risalì in superficie seguito dagli altri mendicanti che si dispersero, ognuno verso il suo luogo abituale. La città odorava di sterco di cavallo e fumo di carbone, ma nemmeno il puzzo delle strade riusciva a cancellare del tutto il dolce profumo della primavera. Camminò senza meta finché non trovò un luogo che lo ispirasse. Scelse l'angolo di una piazza contornata da palazzi antichi, aprì la custodia e tirò fuori il violino. Il legno lucido, quasi bianco, talmente chiaro da sembrare osso, contrastava con il nero della tastiera. Sistemò la mentoniera, regolò con precisione l'accordatura e passò la pece sui crini dell'archetto. Quando iniziò a suonare le note penetranti riverberarono sui palazzi antichi creando un'armonia complessa. Il suono sembrava attardarsi, scivolava lungo i muri, inondava la piazza, rimbalzava indietro, indugiava ancora, come non volesse spegnersi. I passanti si fermavano, colti alla sprovvista e lasciavano cadere qualche moneta nella custodia aperta, affascinati e spaventati dalla musica del suo violino. Suonò a lungo, pezzi famosi e brani dimenticati da secoli, suonò le sue composizioni, suonò brani per quartetto, per orchestra, per solista. Ogni nota volava magica nell'aria e ognuno portava via con se un pezzetto di quella musica e inconsapevole la faceva risuonare nella propria testa, consumando la cena, preparandosi a dormire, attizzando il fuoco nel camino, finché i sogni non la consumavano. Suonò qualche ora, poi soddisfatto del guadagno cercò una locanda dove mangiare qualcosa e fermarsi a dormire. Lo attendeva un lavoro importante. Il suo lavoro lo era sempre e vi dedicava la massima cura, non gli importava se doveva suonare per un re, un ciabattino, un marinaio, se fosse una sguattera o una regina e richiedere i suoi servigi. Dormì. Dormì uno spartito in si minore, un adagio complesso e intricato di melodie sovrapposte. Fece colazione e senza affrettarsi si recò nello stesso angolo del giorno precedente. La notizia della sua musica si sparse per la città. Vennero in molti ad ascoltarlo, appassionati, sedicenti esperti ed esperti veri, vennero bambini, insegnanti, nobili. Solo i mendicanti si tennero lontani, tappandosi le orecchie quando appoggiava l'archetto sulle corde. Attese. Suonò. Non aveva fretta. Colui che l'aveva chiamato sarebbe andato da lui quando si fosse sentito pronto. Trascorsero alcuni giorni e finalmente, proprio quando stava riponendo il violino nella custodia, lo vide. Capì subito che era lui, lo capì dallo sguardo. L'uomo non disse nulla, si incamminò nell'ombra scesa sulla città mentre ancora ls luce rosata del che ammantava i campanili e le guglie di chiese e palazzi. Lo seguì, fino a un portone rinforzato da pesanti borchie di ferro nero. Lo seguì nel cortile interno, salì le scale guidato dal suo passo ed entrò nella camera. L'uomo giaceva nel letto, consumato dalla stanchezza di una vita troppo lunga. Non gli disse nulla, un cenno del capo fu sufficiente. Appoggiò delicatamente a terra la custodia e prese il violino. Con estrema cura verificò la tensione delle corde, le pizzicò appena, lasciandole risuonare nel silenzio della casa. Controllò l'archetto, sistemò ogni cosa con estrema cura. Sorrise all'uomo che lo guardava dal letto e attaccò un brano in una tonalità inusuale, fatto di note lunghe che si sovrapponevano in dissonanze sincopate per poi mescolarsi in accordi dolci e melodiosi. Una nota alla volta guardò il cuore dell'uomo fermarsi. Con la sua musica guidò la vita fuori da quel corpo consumato. Con un lieve sorriso l'uomo esalò l'ultimo respiro che si attorcigliò all'ultima nota della melodia. Il violino è morte, è straziante lamento, è dolce riposo, è grido lacerante, è gioia. Il violino è vita, è respiro, è cuore che pulsa, sangue che scorre. Uscì dalla casa, alcuni mendicanti chinarono il capo vedendolo passare. Senza dire nulla se ne andò dalla città, verso il suo prossimo lavoro, verso il prossimo uomo che aveva bisogno di morire.
  10. Non è l'ennesima bufala, è un annuncio ufficiale. Vi lascio il link perché sono in iperventilazione e non riesco a dire altro.
  11. Commento: Contest: Uomini vs Donne [OL2016] Genere: meta-racconto Tema: Ombra Essere protagonista delle storie di Giovievan è difficile. Ci risiamo. Pareva strano che fosse stato tutto così facile… non imparerò mai a evitare di gioire troppo in fretta. Tutto qui intorno sta iniziando a sbiadire e questo può voler dire solo una cosa… no, dannazione, no! Non voglio tornare a essere un’ombra! «Allora potrei essere un poliziotto alla ricerca di un ladro in fuga!» urlo a pieni polmoni. «Esiste già. Si chiama Zenigata.» Dannazione, dannazione! «Un cacciatore! Un cacciatore di animali fantastici!» «Sei serio? Anche volendo fingere di non aver mai visto nulla del genere, ti ricordo che è appena uscito Pokémon Go. Che originalità!» «Non devono essere per forza simili ai Pokémon… magari potrebbero essere grifoni, draghi, folletti…» «I folletti non sono animali» sbuffa. Il silenzio si fa pesante, insopportabile. «Non ho altre idee» rivelo, sentendomi un condannato a morte. Per qualche secondo mi attraversa un brivido. Ecco, ora mi manderà a quel paese e andrà a spappolarsi il cervello con quel dannato Eminem. Lei lo chiama cercare l’ispirazione, ma boh, come fai a ragionare con quel folle che ti urla nelle orecchie? Sta sospirando. Cattivo segno. «Senti» esordisce «Io a questa gara ci tengo, chiaro? Quindi smettila di crearmi problemi e trova subito una buona idea. Non è possibile che per colpa tua io debba rischiare di scrivere un racconto brutto, non posso permettermi di perdere, soprattutto se il capitano dell’altra squadra è Gigis!» Non la sopporto quando fa così, ma non posso farla arrabbiare o la cosa potrebbe ritorcersi contro di me. …insomma, come se ci fossero alternative, si ritorce sempre tutto contro di me. «Ho capito, ma io cosa posso farci?» dico. «Non solo mi presto a tutte le amenità che scrivi, non solo muoio in un racconto sì e nell’altro pure, ora dovrei darti anche l’ispirazione?» «Allora non lamentarti se ti faccio crepare. Se hai da ridire che almeno siano critiche costruttive, altrimenti taci! Mi stai solo confondendo le idee.» Stringo i pugni. Vorrei ribattere ma non voglio che getti la penna per aria e lasci perdere tutto. La pazienza non è proprio il suo forte. «Allora potrei essere una principessa che…» «Oh, le principesse! Per carità! È da più di cinquanta storie che sei il mio protagonista e ancora non hai capito che tipa sono?» Dannato quel giorno in cui non mi feci i fatti miei uscendo allo scoperto e suggerendole la prima storia! Ma allora era solo una bimba e scriveva fantasy… chi se lo sarebbe immaginato che da un giorno all’altro sarebbe diventata una folle di questo genere? «Vero, hai ragione, sei più tipa da horror. Allora che ne dici se fossi il fantasma di un bambino morto in circostanze misteriose che infesta il suo giocattolo preferito che rimane in soffitta durante il trasferimento dei suoi genitori che vanno via perché non riescono a sopportare il dolore? Eh? È un’ottima idea, no?» La sento sbuffare. La già flebile consistenza delle pareti che mi circondano sta svanendo e… oh mio dio, anche il mio braccio sta diventando nero! Devo trovare una buona idea, e alla svelta. «Ci sono! Potresti scrivere un racconto in cui fai parlare me perché non sai cosa scrivere.» «Mh…» sussurra. «Insomma, racconta cosa succede nella tua testa ogni volta che devi scrivere una storia» insisto. Lei non parla. La sto convincendo? L’ho convinta? Tace. «Giovanna?» la chiamo. Lei sembra scuotersi. «Sì, forse è una buona idea» dice, ma il suo tono di voce non mi piace. Non è convinta. Ormai il mio braccio è del tutto nero e quell’infame cancrena si sta estendendo anche al petto. Il terrore si impadronisce di me. «Dai, Gio, forza, è un’ottima idea, inizia a scrivere…» «Ma non mi convince molto… cioè, tu non esisti. Sei solo frutto della mia immaginazione. Non è che gli altri mi prenderebbero per una psicopatica se scrivessi una roba del genere?» «Assolutamente no» mentii. Sì che lo farebbero. «Hai distrutto villaggi, affondato continenti, dato voce agli oggetti più disparati, ucciso i tuoi protagonisti in ogni modo possibile e immaginabile… e poi c’è Al di là della cornice… credimi, se non ti hanno preso per psicopatica con quello non lo faranno neanche adesso.» «Tu dici?» Ce l’ho quasi fatta, dannazione, non posso mollare adesso! «Ne sono certo.» Sospira ancora. «Va bene, allora credo che farò così» dice. Vittoria! Trattengo un urlo di gioia, ma dura finché non abbasso gli occhi sul mio corpo. C’è qualcosa che non va. Se è d’accordo perché il mio petto ora è del tutto nero? L’ombra non dovrebbe ritirarsi? «Vai, ti suggerisco l’incipit. “Ci risiamo. Pareva strano che fosse stato tutto così facile”…» Niente. Non scrive. Non sta scrivendo. Non sta, nel modo più assoluto, scrivendo. «Gio?» la chiamo. La voce mi trema, non ci vedo più da un occhio, metà viso mi si è annerito. «Niente, l’idea è buona ma non sono ispirata. Vabe’, tanto ho tempo fino a venerdì» dice. «Eh no, non puoi fare sempre così!» urlo, ma non mi sta più ascoltando. Si è alzata, è andata ad ascoltare Eminem, lo sapevo! Ma vi pare normale una cosa del genere? Mezz’ora ferma in un punto, a pensare, a elaborare idee su idee, e poi lascia tutto a metà e va a fare altro! Vi assicuro che fa così ogni singola volta. Io non la sopporto più! Se solo sapesse cosa mi succede quando mi abbandona, se solo sapesse che l’ombra nera si impossessa del mio corpo pian piano, cristallizzandomi, tenendomi fermo immobile finché lei non decide di ritornare a scr
  12. Speaker: «Ben trovati a “Il cerchio della vita”, amici ascoltatori! Quest’oggi, per la rubrica “Gente in forma”, abbiamo con noi un ospite molto particolare. Sono lieto di dare il benvenuto al signor Ottuso!» Ospite: «Ehm, grazie. Buongiorno a tutti. Mi scuso per il tono di voce alquanto spigoloso.» Speaker: «Ci mancherebbe. Dopotutto la voce fa parte dei lati più caratteristici di ognuno di noi.» Ospite: «Oh, non me ne parli. È una vita che i lati mi caratterizzano.» Speaker: «Già, immagino. Ed è proprio per parlare di questo che lei oggi è qui, ma ci arriveremo poco alla volta. Dunque, io so che lei attualmente ha qualche problema di coabitazione.» Ospite: «Esatto. Non ho più pace. Ormai il perimetro della casa in cui abito non può contenere tutti gli inquilini. È davvero imbarazzante.» Speaker: «Può essere più preciso?» Ospite: «Scherza? Certo che sì. La mia vita non avrebbe senso senza la precisione. Vengo al punto: il problema è sorto quando due di noi hanno cominciato a vedere il mondo sotto prospettive decisamente diverse. Noialtri pensavamo che vedere le cose su due piani differenti potesse essere un bene, ma non è stato così. La verità è che non hanno nulla in comune fra di loro, e non fanno che rimarcarlo. Uhm, forse dovrei assicurarmi di poter fare i nomi, prima di commettere una gaffe.» Speaker: «Può, anzi: deve. Sono certo che i nostri ascoltatori apprezzerebbero sapere di chi parliamo.» Ospite: «Bene, perché sono proprio stufo e voglio sputare il rospo: Concavo e Convesso, parlo proprio di voi. Siete come il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, sentirvi discutere è diventata una tortura. Con voi è tutto o niente, ogni volta partite per la tangente e correte su binari paralleli. Ci state portando all’isterismo. Per non parlare dei vostri figli: Giro e Nullo. Non ho mai visto due individui così agli antipodi fra di loro, ma devo dire che il loro grado di inettitudine è perfettamente identico.» Speaker: «Accidenti, che sfogo. Spero che i suoi amici siano in ascolto, e che possano meditare sulle sue lamentele.» Ospite: «Me lo auguro. Anche perché ho da dirne quattro su ognuno di loro. Ma la prego, non li chiami amici, perché non li considerò più tali. Ne ho fin sopra i capelli.» Speaker: «Beh, ne approfitti allora: quale migliore occasione?» Ospite: «Assolutamente. Tra l’altro, quello con cui sono più furioso in assoluto è Acuto. Non perde occasione per prendermi per i fondelli. Si crede così furbo, così pungente. Non fa che lanciare frecciatine al mio indirizzo, e francamente restare freddi e compassati comincia ad essere difficile. D’accordo, non sarò smilzo come lui, e probabilmente non brillerò per furbizia, ma ho anch’io una dignità, diamine.» Speaker: «Su questo non ci piove.» Ospite: «Certo che non ci piove. Ho meditato a lungo prima di dar un punto d’origine alle mie lamentele, e sono giunto alla conclusione di non poter più tacere. So che probabilmente loro faranno quadrato contro di me, ma ormai non me ne importa, tanto conosco così bene i miei polli da saper enumerare tutti i loro punti deboli. Prenda Piatto, ad esempio. È così vittima della sua routine che per rappresentare il suo elettroencefalogramma basterebbe disegnare un segmento di retta. Una noia mortale.» Speaker: «Capisco, ma non posso credere che la situazione fra voi coinquilini sia degenerata così. Deve pur esserci qualcuno che riesca a reggere la situazione, cercando di riportarla sotto una visione più equa. Qualcuno noto per la sua fama di individuo giusto e leale.» Ospite: «Ah, si riferisce a Retto, vero? Sa, c’è stato un tempo in cui avevo questa speranza, e ne ho parlato proprio con lui, confidando che potesse rimettere le cose a posto. Lui ha cominciato a tirar fuori teoremi che non stavano né in cielo né in terra, e ho deciso di lasciare perdere. Questo suo blaterare ha avuto soltanto l’effetto di farlo isolare da tutti noi, al che è entrato in depressione e ha cominciato ad augurarsi che tutti noi evacuassimo presto casa, di modo da lasciarlo solo con le sue elucubrazioni.» Speaker: «Peccato, però. Credevo che discutere dei vostri problemi con Retto potesse essere alquanto stimolante.» Ospite: «Per l’amor del cielo, non metta le parole “stimolo” e “Retto” nella stessa frase. Ignora che effetto abbiano su di me ormai, e mi creda, certamente non desidera scoprirlo.» Speaker: «Beh, la sua situazione è senz’altro più ostica di quanto credessi. Ha in mente qualcosa per risolverla? E soprattutto, ha parlato direttamente con loro di tutti questi problemi?» Ospite: «Naturalmente! Ho cercato il confronto più di una volta. Ho proposto loro di incontrarci per discutere del vertice del problema, ossia la nostra totale incompatibilità. Avremmo potuto analizzare la questione a 360 gradi, ma nessuno di loro si è reso disponibile ad affrontare la situazione. Mi vedo costretto ad arrendermi e a cercare casa altrove.» Speaker: «Non crede che sia una soluzione troppo estrema? Si tratterebbe di accettare che tutto va a rotoli e smettere di lottare per aggiustare le cose fra voi.» Ospite: «Ne sono consapevole, ed è per questo che non voglio rompere del tutto: mi trasferirò in un appartamento adiacente, sullo stesso piano del loro. Se mai decideranno di discutere, non dovranno far altro che uscire di casa e suonare al mio campanello. Sarò ben felice di aprire loro la porta.» Speaker: «Bene, amici ascoltatori, e voi cosa ne pensate? Via alle telefonate.»
  13. Commento Una intervista...sottovoce! Gigi Marzullo: «Buonanotte amici ancora svegli, anche questa notte il nostro appuntamento con la fine di un giorno appena tramontato e l’inizio di un altro che sta nascendo ci porterà a conoscere un personaggio, perché conoscere è conoscersi, amare è amarsi, sognare è sognarsi, toccare è toccarsi. Siamo pronti per il nostro viaggio, ovviamente sottovoce, senza far rumore, perché il rumore è nemico del sapere…» Regista (fuori campo): «Se continua con le supercazzole lo sostituisco con Luca Giurato». Gigi: «E dunque piano piano, quatto quatto, presento l'ospite di questa notte.» Triangelo: «Buonasera a tutti.» G: «Buonanotte, si dice buonanotte. E abbassi la voce, grazie. Allora, il signor Triangelo, che conoscete tutti grazie alle cronache di questi giorni, è qui per raccontarsi. Una storia di emarginazione e diversità che diventa rinascita. Prego.» T: «Sì, sì, allora, come molti sapranno i miei problemi iniziarono sin dalla nascita perché purtroppo nacqui con un grave problema. Ero un triangolo ma con un angolo in più…» G: «Quindi era un quadrato?» T: «No, il problema fu che il quarto angolo era nel posto sbagliato, non mi faccia dire. E poi sa come si dice, chi nasce rotondo non muore quadrato.» G: «E che c’entra il rotondo, scusi? Non era un triangolo?» T: «Certo, certo. Ma iscritto in un cerchio. Comunque quella è un’altra storia. Dicevo, l'infanzia fu difficile per me.» G: «Immagino. I suoi genitori come la presero? Che tipi erano?» T: «Be', mio padre è sempre stato un gran lavoratore, un triangolo…retto, onesto. Le assicuro che l’unico suo sfogo nella vita fu quello di andare ogni tanto al poligono. Non fu semplice per lui, ma accettò la mia condizione e mi dimostrò sempre vicinanza. Mia madre era una triangola tradizionale, spigolosa direi. Ma sa, ogni scarrafone è bello a mamma sua, quindi anche lei superò il trauma.» G: «Perfetto. Ci diceva di anni difficili. Come fu il suo rapporto con la scuola e i suoi compagni, crescendo?» T: «Un vero inferno! Per tutta la mia adolescenza fui considerato un diverso. Gli altri triangoli mi guardavano con diffidenza, alcuni con una pietà malcelata che faceva davvero male. Provai allora a fare amicizia con i quadrati, ma anche per loro ero uno scherzo della natura. Avevo pur sempre solo tre lati! Vissi sempre in solitudine, venivo preso in giro e fui spesso vittima di trattamenti ignobili.» G: «Ci racconti qualche episodio.» T: «Ah, ce ne sono tanti. Ma ricordo perfettamente quello che poi segnò in me un cambiamento. Un mattino i soliti bulletti mi fecero rotolare giù dagli scaleni. Mi ritirai in un angolo a piangere, pieno di lividi fuori e dentro. Fu allora che mi si avvicinò Pitagora, l'esagono della scuola. Per noi più piccoli era una divinità, il più figo di tutti. Faceva anche il trapezista, pensi. Mi si avvicinò e mi disse queste parole: “Non piangere di un dono che ti è stato fatto. Quello che agli sciocchi può sembrare un difetto, per i più acuti può diventare un pregio unico”.» G: «Molto bello.» T: «Già. Allora ascoltai il consiglio e decisi che finita la scuola avrei valorizzato la mia diversità. Mi arruolai e entrai nei servizi segreti. Così arrivò il giorno in cui riuscii a riscattarmi…» G: «Bene, prima di raccontarci l'evento chiave della sua vita, qualche domanda sui suoi gusti…film preferito?» T: «Rombo.» G: «Rambo?» T: «Sì, sì, quello lì.» G: «Prevedibile. Canzone? Non mi dica “Triangolo” di Renato Zero.» T: «No, no, quella mi fa schifo. “Teorema”, di Ferradini.» G: «Mi sembra coerente. Libro?» T: «It. Di King.» G: «Questa mi sfugge! Perché?» T: «Perché è bello, no?» G: «Non fa una grinza. Va bene, torniamo alle cose serie. Ci racconti l'episodio che l'ha resa celebre.» T: «Certo. Come le dicevo divenni un agente segreto e convinsi il mio superiore ad affidarmi una missione di vitale importanza. Entrai sotto copertura nelle file dell'Isis e in un anno scalai le gerarchie dell’organizzazione e riuscii a ottenere un colloquio privato con il capo assoluto. Fu la mia occasione, la possibilità che aspettavo per mostrare al mondo che anche un “diverso” come me poteva diventare un eroe!» G: «Sì, sì, ma abbassi la voce. Cosa fece?» T: «Semplice. Prima di entrare nella stanza dove c’era il loro capo, i soldati mi perquisirono, ma si fermarono a tre angoli. Non si accorsero del quarto, dove avevo nascosto la pistola che usai per uccidere il capo. Senza di lui l'Isis fu sgominata in poco tempo e la pace tornò, ma questo già lo sapete.» G: «Geniale! Bene, siamo giunti alla conclusione di questa puntata. Il signor Triangelo ci ha dimostrato come si possa lottare contro i pregiudizi e diventare un eroe nonostante i difetti fisici. E non dimentichiamo quanto si sia mostrato acuto nonostante i suoi angoli fossero…ottusi! Una grande lezione. E adesso, prima di andare a dormire, cari amici…» Regista (fuori campo): «No! Lo dice, me lo sento. Ancora?» G: «…fatevi una domanda e datevi una risposta!» Regista: «Lo sapevo! Lo licenzio!» G: «Fatto? Bene. Vi aspetto domani con una nuova emozione sottovoce, come noi diciamo, un modo per capire, per capirci, per capirsi, per sommi capi insomma, quando un giorno è appena concluso e uno nuovo sta per cominciare. Avremo il vincitore del Premio Strega, Moccia, a spiegarci cos’è per lui l'amore, ovviamente quattordici. Ovviamente sottovoce. Buonanotte.»
  14. Questa è necessaria. Non si scampa, GoT va discusso. Nel mio caso pure insultato, ma vabbe'. Bella la prima stagione. Bella la seconda. Carina la terza. La quarta ha segnato il tracollo. La quinta mi fa piangere. Le premesse erano ottime e con l'andar degli anni sono scadute (Martin ha dato il meglio di sé con i primi libri della saga e poi s'è perso via, quindi il materiale di partenza peggiora con il tempo); rimangono degli ottimi attori e delle buone scenografie, ma il resto ormai mi ha sinceramente irritata. Non è solo questione di essere puristi dei libri (che, appunto, sono sempre peggio a ogni uscita) ma mi chiedo da che parte siano girati gli sceneggiatori. Personaggi oggettivamente fichi come Tyrion o Jaime snaturati, ripetitivi, ridotti a macchiette; intere storyline mandate al macero (non perdonerò MAI quel che è stato fatto a Dorne, è stato orribile). Brutalità fine a se stessa, performance di alcuni attori in caduta libera... insomma, sono delusa. Sono triste e delusa perché poteva davvero essere il gancio per ridare lustro al fantasy, partendo dallo schermo e arrivando alla parola stampata. E invece è diventato una barzelletta. Vorrei tanto non essermici affezionata così tanto all'inizio, avrebbe fatto meno male la caduta.
  15. libero

    Natale

    Commento a Coniugi Pandimensionali Natale «Papà, sta arrivando qualcuno.» La piccola Lucy indicò fuori dalla finestra una macchina che sopraggiungeva nel vialetto di ingresso della fattoria. «Vediamo di che si tratta.» disse Simon Lee alzandosi. Si avviò alla porta seguito da Lucy e Jack, il figlio maggiore. La mamma rimase in cucina assieme a Thomas, che legato sul suo seggiolone guardava con invidia i due fratelli più grandi scorrazzare liberi. La macchina si fermò sbandando lievemente sulla neve alta. Era una lussuosa Cadillac nera. Scese un autista che aprì le porte posteriori. Uscirono un uomo sulla cinquantina e un ragazzo di circa dieci anni. L'uomo indossava un cappotto costoso e scarpe di classe, più adatte alla città che alla neve delle montagne. L'uomo si guardò attorno. Sembrava valutare tutto ciò che vedeva, calcolarne il prezzo che a suo parere non doveva essere molto alto. Il bambino mosse alcuni passi nella neve con aria disgustata. «Potrebbero spalare la neve almeno sulla strada.» si lagnò. Simon si schiarì la gola. «Buongiorno. Posso fare qualcosa per voi?» Lucy e Jack gli si accalcavano accanto aggrappandosi alle sue gambe. L'uomo parve sorpreso, quasi non si fosse accorto della loro presenza. «Oh, si. Stiamo cercando la foresta di Silver pass.» «È quella laggiù.» Simon indicò il fitto bosco che sorgeva a un chilometro dalla fattoria. «Non voglio farmi gli affari vostri, ma non mi sembrate equipaggiati in modo adatto per un'escursione.» aggiunse indicando le scarpe leggere dell'uomo e del ragazzo. «No.» l'uomo rise arrogante. «Nessuna escursione. Siamo qui per un albero di Natale.» «Siete venuti fin qui per un albero di Natale? Sembrate venire dalla città, non è un po' lontano?» «Mio figlio ha sentito parlare della foresta, dicono che ci siano gli alberi più belli di tutto il paese.» «Si, probabilmente è vero. Ma non avrete intenzione di prendere un albero proprio lì.» «Precisamente.» «Si, papà.» strillò il bambino. «Lo voglio. Voglio l'albero più bello che esista. Mi hai promesso che me l'avresti dato.» Simon impallidì e i suoi figli gli si strinsero con più forza. «Gli alberi della foresta non si possono tagliare. Guardate quelli piuttosto.» indicò un boschetto più rado, non lontano dalla fattoria. «Quegli alberi sono bellissimi, come quelli della foresta. Potete prendere uno di quelli.» «Io voglio un albero della foresta.» strillò il bambino. L'uomo sorrise, un sorriso freddo, ironico. «Avete sentito mio figlio. Prenderemo un albero della foresta.» «La foresta è zona protetta.» replicò Simon. «È vietato tagliare alberi o accendere fuochi al suo interno. E in effetti è anche meglio starne alla larga.» «Sciocchezze. Sono amico personale del governatore, credo proprio che nessuno mi multerà per aver tagliato un albero. Anzi, potrei comprarmi e radere al suolo l'intera foresta se mi andasse di farlo.» «Aspetti. Non si tratta solo del fatto che è zona protetta. Nella foresta vivono molte creature, creature che non apprezzano che gli alberi vengano tagliati.» disse Simon. L'uomo scoppiò a ridere. «Dovrei avere paura degli scoiattoli? Oh poveri scoiattolini,» aggiunse rivolgendosi al figlio, «resteranno senza casetta e se la prenderanno con noi. Che paura.» Risero entrambi sguaiatamente. L'uomo si rivolse all'autista che aveva ascoltato in silenzio lo scambio di battute. «Peter, prendi gli attrezzi e vai cercare l'albero più bello.» L'autista aprì il bagagliaio, si infilò degli stivali alti, bordati di pelo, prese una sega e un'accetta. «Cosa aspetti?» lo spronò l'uomo. «Noi staremo qui in macchina, lascia il motore acceso, non vogliamo congelare.» Entrò in macchina sbattendo la porta e fece cenno al figlio di seguirlo. Simon scosse la testa. «Devo farlo.» sussurrò l'autista quando gli passò accanto diretto alla foresta. «Papà.» Jack guardò in su verso il padre. «Non possono tagliare gli alberi. Ci hai sempre detto che non dobbiamo mai fare del male alle piante della foresta.» «Lo so tesoro.» il padre si accucciò e abbracciò i figli. «Nella foresta si deve sempre entrare con rispetto. Bisogna rispettare gli animali, le piante e,» fece una pausa lanciando uno sguardo al bosco che si stagliava scuro nel paesaggio innevato »tutti gli esseri che ci vivono.» Rientrarono in casa a mangiare. La mamma, che aveva seguito la conversazione dalla cucina, aveva un'espressione spaventata e triste. «Ho provato a fermarli.» Simon si strinse nelle spalle per scusarsi. «Più di così non potevo fare.» Finirono di magiare e attesero il ritorno dell'autista. Poco dopo l'uomo arrivò trascinando un abete dalla chioma folta di un bellissimo verde brillante. Il bambino e suo padre non scesero nemmeno dalla macchina per guardare, si limitarono ad abbassare il finestrino per sbraitare, «Sei sicuro di aver preso il più bello?» «A me sembra uguale a tutti gli altri stupidi alberi.» si lamentò il bambino. «È il più bello fra quelli di dimensione adeguata.» rispose l'autista. «Beh caricalo e andiamocene. Non posso perdere tutta la giornata qui.» L'autista caricò l'albero sul tetto della macchina, salutò Simon e la sua famiglia con un cenno del capo, entrò in macchina e partì. Simon scosse la testa rientrando in casa. I bambini si fermarono un attimo sulla soglia a guardare la macchina che si allontanava. La città, nonostante la spolverata di neve che la ingentiliva, puzzava di inquinamento e di gas di scarico. La neve rimaneva bianca solo per pochi istanti, trasformandosi rapidamente in una poltiglia fangosa e lurida. La macchina entrò nel giardino di una grande villa in un quartiere residenziale e parcheggiò davanti alla scalinata principale. L'autista aprì le portiere e i due occupanti salirono in casa. «Sbrigati Peter.» Urlò il bambino, «Voglio addobbarlo subito.» Entrò in casa gridando, «Mamma. Avete preso gli addobbi? Voglio le palle dorate e un sacco di luci.» Peter, occupato a scaricare l'albero non sentì la risposta della padrona. A fatica portò l'albero dentro la casa e lo fissò al piedistallo che aveva preparato precedentemente nel grande soggiorno. Il bambino si precipitò nella stanza assieme alla sorella. Strapparono le confezioni degli addobbi appena acquistati e iniziarono ad attaccarli ai rami dell'albero. La frenesia che li aveva contagiati non permetteva loro di scegliere i punti in cui mettere le luci e gli addobbi. Il risultato fu che l'albero perse la sua maestosità diventando pacchiano e sguaiato. I bambini lo guardarono soddisfatti poi se ne andarono, già stufi della novità. Cenarono e andarono a dormire lasciando accese le luci dell'albero. Un gocciolio svegliò il bambino che iniziò a strillare. «Mamma. Quell'idiota della cuoca deve aver lasciato un rubinetto aperto.» Le sue urla svegliarono i genitori e anche la sorella che dormiva nella stanza accanto alla sua. Assonnato il padre andò in cucina a chiudere il rubinetto e risalì la scala che portava al secondo piano prima di accorgersi che il gocciolio continuava e sembrava provenire dal soggiorno. «Ma che diavolo.» imprecò. Scese nuovamente le scale ed entrò in soggiorno. Lanciò un grido, sgomento. «Che succede?» gridò la moglie dalla camera. Non sentendo risposta scese le scale. I due figli le si precipitarono dietro. Il padre era fermo, sulla porta del soggiorno. Indicava l'albero. «Che c'è papà?» chiesero i bambini. «L'albero.» rispose «Che diavolo è quella roba?» Tutti e quattro guardarono l'albero, grosse gocce dense e rosse colavano dai rami. «Ma che schifo.» esclamò la moglie disgustata. «Che razza di porcheria avete portato in casa?» «È stato Peter.» si schermì l'uomo. «Ha detto di aver scelto l'albero più bello e guarda invece che schifezza. Dev'essere una malattia della pianta.» «Forse è questo che diceva quell'uomo.» disse il bambino. «Bah, quello era un idiota. Domani butteremo questa schifezza e compreremo un albero come si deve. Alto fino al soffitto.» Chiuse la porta del soggiorno e spinse la moglie e i figli su per le scale. Tornarono a dormire. Dopo pochi istanti il bambino russava già e non poté sentire così lo scricchiolio della porta del soggiorno. Jack e Lucy si precipitarono a colazione appena i genitori li chiamarono. Adoravano mangiare tutti assieme, con la stufa che scoppiettava scaldando la cucina, le tazze ricolme di latte sul tavolo di legno, il profumo dei biscotti preparati dalla mamma. Il papà si inventava sempre qualche scemenza per farli ridere e per tenere buono Thomas che strillava sul suo seggiolone. Furono sorpresi quindi di trovare il padre seduto pensieroso con un'espressione tetra sul volto. «Sei sicuro di andare?» chiese la mamma. «Devo. Appena finita la colazione.» Non disse nulla per tutto il tempo, mangiò in fretta e si alzò quando i bambini stavano ancora mangiando. Indossò gli scarponi, prese le racchette da neve, si infilò il giaccone e uscì. I figli lo guardarono avviarsi verso la foresta. Le racchette lasciavano larghe impronte sulla neve, simili a quelle di un gigante. Simon si addentrò nel bosco silenzioso. Il respiro si condensava rapidamente in nuvolette gelide. Il freddo pungente creava piccoli ghiaccioli su baffi e barba. Gli alberi lo circondavano immobili. Qualcuno avrebbe potuto trovarli opprimenti, ma Simon procedeva sicuro, conosceva i luoghi e sapeva come comportarsi nella foresta. Si diresse verso il centro, la zona più folta, quella non attraversata dai sentieri. Un piccola radura si aperse davanti a lui, con un albero al centro. Alcuni addobbi pendevano dai suoi rami. In mezzo a palle dorate e ghirlande di luci, Simon vide quattro sfere più grosse. Si avvicinò e i suoi timori trovarono conferma. Gli addobbi erano delle teste mozzate, fra le quali riconobbe quella dell'uomo e del bambino che il giorno prima avevano preteso un albero della foresta.
  16. libero

    Il cecchino

    Commento a Epic fail Si gettò a terra appena in tempo. Una scarica di proiettili seminò di crateri il muro dietro di lui, esattamente dove, pochi istanti prima, si trovava la sua testa. Ricaricò il fucile, contò fino a dieci, saltò in piedi e si lanciò in una folle corsa in avanti verso il riparo più vicino. Per un istante intravvide la divisa grigia di un nemico, un cecchino. Si sporse con prudenza, nessuno in vista. Quel bastardo stava aspettando al sicuro che lui si facesse vedere per freddarlo senza fatica. Si asciugò le mani sui pantaloni, il sudore gliele rendeva scivolose e faticava a stringere il joystick. «Ancora con quel videogioco? Cazzo Billy, quando è troppo è troppo. Dai vieni fuori, stiamo andando tutti al lago.» Mise in pausa e guardò in su. Matthew era entrato in camera e stava giocherellando con uno dei suoi personaggi di Wolves' World. «Fai piano con quello lì ti prego, il colore è ancora fresco.» «Ok, ok.» Matthew posò il modellino sulla scrivania e alzò le braccia in segno di resa. «Senti, lo sai che piacciono anche a me i videogame. Ma tu non ti molli più da lì. Adesso vieni con noi, prendiamo le bici e andiamo al lago o ti stacco la corrente. È una giornata fantastica.» Billy sospirò. «Parli come mia madre.» «Beh allora forse tua madre ha ragione. Dai forza, tanto quando torniamo il tuo nemico sarà ancora nella stessa posizione, lo sai benissimo. Avrai tutto il tempo di fargli saltare le cervella.» «Mi sa che questa volta sarà lui a far fuori me. Ma va bene. Andiamo.» Si infilò le scarpe da ginnastica e scesero le scale di corsa. «Mamma. Vado al lago con Mat e gli altri.» Sua madre fece capolino dalla porta del soggiorno. «Meno male che ti sei deciso a uscire.» Si rivolse a Matthew. «Ti devo una torta per questo.» Sorrise. «Grazie signora Peters. Molto volentieri; le sue torte sono fantastiche.» «Ok. Quando tornate sarà pronta.» Agitò la mano in segno di saluto al gruppetto di ragazzi e ragazze che stavano già sparendo in sella alle loro biciclette. La strada, appena fuori città, entrava in un bosco di conifere; piante perfettamente diritte, dai tronchi slanciati e le chiome verde cupo. Il lago non era lontano, ma la strada saliva piuttosto ripida prima di scendere nuovamente verso il fondovalle e i ragazzi pedalavano in piedi sulle biciclette per superare il punto più alto del tracciato. «Mat?» ansimò Billy. »Risparmia il fiato.» rispose Matthew con voce rotta. Raggiunsero il punto da cui finalmente si vedeva il lago e la strada cominciava a scendere dolcemente. Smisero di pedalare per recuperare il fiato e lasciarono che le biciclette scorressero spinte dalla gravità. «Che c'è?» chiese Matthew. «Niente. Mi era sembrato di vedere qualcosa, nel bosco.» Matthew rise. «Cosa? Un cecchino?» Spinse sui pedali e scattò in avanti. «Stupido.» gridò Billy iniziando ad inseguirlo. Superarono gli altri ragazzi che si unirono all'inseguimento ridendo. In pochi minuti giunsero alla riva del lago. Il bosco di pini diradava lasciando spazio a un prato punteggiato di fiori che digradava rapido verso l'acqua. Lasciarono le bici al bordo della strada e si lanciarono verso il lago. «Chi si tuffa per ultimo è un fifone.» gridò Benjamin strappandosi di dosso la maglietta. «L'acqua è ancora fredda.» replicò Barbara. «Dai buttati.» la esortò Lara. In pochi attimi tutti i ragazzi erano in costume e si lanciavano nell'acqua fredda e limpida del lago. Malgrado il coraggio ostentato tutti uscirono molto in fretta; la primavera era iniziata da poco e l'acqua era ancora gelida, nonostante l'aria fosse già piacevolmente calda. Si stesero sul prato, lasciando che i raggi del sole riscaldassero la loro pelle asciugando le ultime gocce. Billy alzò la testa. Un rumore aveva richiamato la sua attenzione. Qualcosa si muoveva nel bosco, tenendosi fuori vista. «C'è qualcuno nel bosco.» «E allora? Non siamo mica i soli a venire al lago.» replicò Steven. Si sdraiarono nuovamente. Un'esplosione fu seguita da un sibilo acuto e da uno sbuffo di terra vicino alla testa di Billy. «Oh cazzo.» gridò Steven. Le ragazze urlarono, si misero sulle ginocchia per alzarsi. Billy si lanciò verso di loro e le buttò brutalmente a terra. «State giù.» gridò. «Tutti nel lago, presto.» Strisciò verso il lago trascinando con sé le due ragazze. Gli altri li seguirono senza parlare. Si immersero in acqua. «Dobbiamo nuotare da quella parte.» bisbigliò Matthew. «Dove la strada costeggia il lago. Forse riusciamo a fermare una macchina.» «Sì. Andate da quella. Io andrò dall'altra.» rispose Billy. «Ma che fai? Sei matto?» «No. So quello che faccio.» «Billy. Non sei nel tuo videogioco.» lo implorò Matthew. «No? Ti ho detto che avevo visto qualcosa.» «Che cosa? Cosa hai visto?» Billy appoggiò le braccia alla riva e alzò la testa per dare un'occhiata. Un colpo di fucile si perse nell'acqua alle sue spalle. «È una divisa grigia. Lo sapevo di averne vista una. È me che cerca.» «Cosa sta dicendo?» Chiese Lara senza rivolgersi a nessuno in particolare. La sua voce tremava per la paura e il freddo. «La sulla riva c'è un pazzo che ci sta sparando e Billy è più pazzo di lui.» rispose Matthew esasperato. «È convinto che sia un cecchino uscito dal suo videogioco.» Il ragazzo spinse gli altri verso il punto in cui la strada costeggiava il lago. Billy si immerse senza ascoltare le implorazioni degli amici e si diresse dalla parte opposta. Raggiunse un punto in cui due alberi nodosi incurvavano i loro rami sull'acqua. Le foglie appena spuntate sfioravano la superficie del lago creando una zona d'ombra che si augurò sufficiente a coprirlo. Si afferrò a un ramo e si issò. Per sua fortuna era sempre stato bravo ad arrampicarsi sugli alberi. Ora doveva solo trovare il modo di arrivare a terra senza farsi scorgere. Sentì un altro sparo. Si lasciò cadere al suolo rotolando su se stesso. Pregò che nessuno dei suoi amici fosse stato colpito. Quella era la sua partita, solo lui avrebbe dovuto essere coinvolto. Tenendosi basso corse fino al bosco. Una figura grigia era acquattata poco oltre la prima fila di alberi. L'occhio appoggiato al mirino del fucile seguiva attento i movimenti delle onde, pronto a cogliere l'emergere di qualcuno. Billy strisciò alle sue spalle, afferrò saldamente un bastone e si lanciò su di lui con un grido. L'uomo colto di sorpresa si girò di scatto, ma non fu abbastanza rapido e il bastone di Billy lo colpì a un spalla. Il fucile gli sfuggì di mano, il soldato rotolò su se stesso, Billy colpì di nuovo, ma questa volta l'uomo afferrò il bastone e glielo strappò di mano facendolo cadere. Il ragazzo cercò di rimettersi in piedi, ma il soldato gli fu sopra e lo inchiodò a terra. Estrasse il coltello dal fodero che portava in cintura e lo impugnò saldamente. «Non dovevi andartene. Non si può abbandonare la partita. Tu dovresti saperlo.» Il soldato scuoteva la testa. «Mai lasciare un cecchino vivo.» In direzione del lago si levarono delle urla. I suoi amici stavano accorrendo, ma erano troppo lontani per aiutarlo. Il soldato si girò, solo un istante, per controllare alle sue spalle. Billy allungò una mano, sentì il freddo del metallo sotto le dita. Con la forza della disperazione afferrò il fucile e colpì la mano del soldato deviando il coltello che affondò nel terreno. «Bastardo.» il soldato lo colpì al volto e gli strappò di mano il fucile. Si rialzò in piedi, ma prima che potesse premere il grilletto gli amici di Billy gli furono addosso trascinandolo a terra. L'uomo era molto più grosso e forte di loro, ma riuscirono comunque a fargli mollare il fucile che volò sul terreno ai piedi di Billy. Il cecchino si liberò dei ragazzi gettandoli malamente a terra, si guardò attorno cercando il coltello e il fucile. Billy era fermo, a gambe larghe, con la destra leggermente arretrata, il calcio del fucile premuto contro la spalla. Il soldato fece un sorriso sardonico. «Non è così facile come credi.» Fece un passo verso Billy e crollò a terra. Una maschera di sangue copriva il suo volto lacerato da una fucilata a distanza ravvicinata.
  17. libero

    Il diavolo

    Commento a Esibizione privata Salì le scale fischiettando, un'abitudine più che un'espressione di particolare contentezza. Era uno dei pochi ad usare le scale, quasi tutti preferivano l'ascensore, anche quelli che abitavano ai primi piani. Si fermò di colpo. Sul pianerottolo, seduto accanto alla sua porta c'era un uomo. O almeno suppose che si trattasse di un uomo. Era più che altro un ammasso di stracci dall'aspetto vagamente umano. Si avvicinò con prudenza alla porta, con il braccio teso e la chiave in mano. Se solo fosse riuscito a entrare in silenzio, avrebbe potuto chiudersi dentro senza dover pensare a quella cosa lì accanto. Non che fosse particolarmente menefreghista, si dispiaceva ogni giorno per un sacco di cose. C'erano guerre da tante parti nel mondo, persone costrette a scappare dai loro paesi, c'era la crisi, gente senza lavoro, povertà. Cercava sempre di dare qualcosa a chi chiedeva l'elemosina, agli artisti di strada, a chi aveva bisogno. Era membro di un paio di associazioni benefiche, certo il pagamento della tessera non era propriamente uno sforzo terribile, ma c'era chi non faceva nemmeno quello. Però un mendicante accovacciato davanti alla porta era un'altra faccenda. Sempre che fosse un mendicante. E se fosse stato un rapinatore? O un terrorista? Tutti quegli stracci potevano anche nascondere un estremista islamico pronto a farsi saltare in aria. Perché mai dovesse farsi esplodere davanti a casa sua era un mistero di difficile comprensione, ma quelli hanno un sacco di idee bislacche. O magari voleva farsi esplodere in casa sua. Immaginò la vetrina del soggiorno che volava in pezzi, il divano squarciato, l'imbottitura che ricadeva lentamente in una morbida nevicata. La televisione! Per fortuna gli schermi piatti non esplodono, altrimenti avrebbe aumentato il danno. Si vide seduto con la camicia bruciacchiata, sulle molle del divano in mezzo a quella devastazione a guardare il suo televisore a un sacco di pollici, nessuno si ricorda mai quanti sono i pollici dei televisori, appoggiato sbilenco per terra. Silenzioso come un Sioux infilò la chiave nella toppa, non osava guardare in basso quella massa informe per paura di risvegliarla con lo sguardo. Si dice che guardare qualcuno significhi attirare la sua attenzione su di se. Allora perché tutte le volte che guardava una bella donna quella non lo notava nemmeno? Doveva essere una cazzata, comunque meglio non rischiare. Gli stracci si mossero, sembravano pezzi separati che si ricombinavano fra loro in modi nuovi e diversi. Gli ricordarono un cubo di Rubik o meglio ancora i Transformer che aveva visto al cinema. Il risultato fu un uomo, straordinariamente alto e magro. Per averne una visione completa fu costretto a muovere la testa dal basso in alto, dalle scarpe di vernice perfettamente lucide salì ai pantaloni scuri, con una piega elegante e precisa come un'auto tedesca. Ebbe la rapida visione di un operaio, Hans o Helmut probabilmente, che controllava con occhio vigile una linea di produzione robotizzata. Una lamiera veniva inserita in una pressa che, con perfezione micrometrica, piegava il metallo fino a ricavarne un paio di pantaloni. Non sembravano comunque i pantaloni di un mendicante. La giacca, di taglio un po' superato, elegante ma datata copriva una camicia di seta finemente ricamata. Con un ultimo sforzo del collo riuscì a guardare l'uomo in viso. Se il resto del corpo era straordinario il viso lo era in egual maniera per il motivo opposto. Era un viso così ordinario che non sarebbe riuscito a ricordarsene nemmeno mentre lo guardava. Come potesse essere finita lassù una faccia così normale era un mistero inspiegabile. Forse quando avevano assemblato il corpo avevano avuto in mente un viso altrettanto bizzarro, ma dovevano aver calcolato male le scorte di magazzino. «Maledizione, il corpo è pronto, non possiamo aspettare, le nuove facce ce le consegnano il mese prossimo.» «Dai, mettiamo su una faccia normale, poi in caso la cambiamo più avanti.» Poi si sa come vanno le cose, se ne sono scordati e quel corpo straordinario si è dovuto accontentare di una faccia normale. Si riscosse dalle sue fantasie quando si rese conto che il tizio gli aveva rivolto la parola. «Mi scusi. Ha detto qualcosa?» «Solamente che sono contento che sia finalmente arrivato.» «Oh, beh, grazie.» Rimasero un istante in un silenzio imbarazzato. «Lei è David Miller vero?» chiese l'uomo. «Ci conosciamo per caso?» rispose, sempre tenendo la mano sulla chiave infilata nella serratura. «Oh, no. Niente affatto. Mi perdoni se non mi sono presentato. Mi chiamo Ghruppazentstrikkyguntfir, sono stato assegnato a lei.» Si accorse di avere la bocca spalancata solo quando un moscerino ne approfittò per dare un'occhiata alle sue tonsille. L'uomo si dondolava lievemente avanti e indietro con l'aria soddisfatta di chi è molto contento del proprio lavoro. «Non capisco.» «Oh, certamente. Per fortuna mi hanno detto tutto su di lei ai colloqui formativi. Lei non ha mai letto la Genesi e non ascolta mai le parole dei religiosi. Questo me lo ricordo benissimo. Ma vede,» l'uomo estrasse chissà come un grosso volume dalle tasche della giacca, «qui c'è scritto chiaramente.» Aprì il libro e lo scorse rapidamente, «Mi scusi, credevo di aver messo un segno, è la prima volta che ho un incarico di questo tipo sa?» Finalmente trovò il punto che cercava e lo indicò col dito. «Ecco. Qui dice “Il diavolo è accovacciato davanti alla nostra porta”.» Rimise via il libro e assunse nuovamente un'espressione tutta soddisfatta. Si riscosse accorgendosi di non essere stato capito fino in fondo. «Il diavolo capisce? Accovacciato davanti alla porta. È il mio incarico. Io sono un diavolo. E sono stato incaricato di essere il diavolo accovacciato davanti alla sua porta.» «E cosa dovrebbe farci?» Il diavolo lo guardò un po' imbarazzato. «Dovrei cercare di entrare, almeno credo. Purtroppo stanno risparmiando parecchio sui corsi di formazione, devo ammettere che sono piuttosto sbrigativi.» «Beh in questo caso credo che dovrei farla accomodare.» Girò la chiave, aprì la porta ed entrò. Il diavolo rimase sulla soglia guardando sospettosamente all'interno. «Non vuole entrare?» «Si, certamente, grazie.» Titubante, mise un piede oltre la soglia, prese un respiro per farsi coraggio ed entrò. Miller si tolse la giacca e la gettò sul divano. «Non ha mica intenzione di far esplodere il mio divano vero?» «Esplodere? Il divano? Assolutamente no, perché mai?» «No, niente. Era solo un'idea. Beve qualcosa?» «Molto gentile. Un bicchier d'acqua andrà benissimo, grazie. Purché non sia acqua santa.» il diavolo fece una risatina e lo fissò per studiare la sua reazione. Miller lo osservò con curiosità. «Non fa ridere eh? Lo penso anch'io. Sono quei fanatici della formazione che si danno tante arie, sanno tutto di psicologia, loro. Fate questa battuta, dicevano. Serve per rompere il ghiaccio.» «Non si preoccupi. So come vanno queste cose. Neuromarketing, PNL, tutto su come convincere i clienti. Ne ho fatti anch'io di questi corsi. Tutte stronzate. La vuole davvero l'acqua?» «A questo punto preferirei una Coca, se ne ha.» Miller prese una CocaCola dal frigo e ne versò in due bicchieri. Tornò in soggiorno e tese uno dei bicchieri al diavolo facendogli cenno di accomodarsi sul divano. Si sedette sulla poltrona di fronte a sorseggiare la sua Coca. «E che altro dovrebbe fare ora che è entrato? Mi scusi sa, magari dovrei avere paura o cose simili, ma non sono credente e non sono mai andato in chiesa per cui non so molto dei diavoli.» «Beh si, in effetti una volta era più semplice. Tutti sapevano un sacco di cose su di noi. Bastava farsi vedere in giro con un paio di corna e tutti quanti si prendevano un bel colpo. Adesso se ti arrischi ad andare in giro con le corna si mettono a ridere. Con tutti quei film e gli effetti speciali la gente non si stupisce più di nulla. Poi ci sono quelli come lei, che non sono nemmeno credenti. Casi difficili, c'è poco da fare con voi.» Scosse la testa. «Che intende dire?» «Vede, in teoria io dovrei allontanarla dalla fede e cose del genere. Ma se lei non ha nessuna fede io non ho spazio per agire. Il mio incarico diventa più che altro un pro forma. Come tutti i venditori che la tormentano al telefono per convincerla ad acquistare qualsiasi cosa. Alcuni sanno benissimo che lei non comprerà mai i prodotti che pubblicizzano. Ma è il loro lavoro. Hanno un elenco di numeri da chiamare e lo fanno. Per noi è la stessa cosa.» «Quindi ora non ha altro da fare?» «A dire il vero non avrebbe dovuto essere così facile entrare. Il corso di formazione è arrivato solo al punto in cui si entra in casa, il resto ce lo spiegheranno nelle prossime lezioni. Lei avrebbe dovuto fare molta più resistenza, sa?» «Mi spiace.» rispose Miller mortificato. «Fa niente, non si abbatta. È colpa della sua gentilezza. Facciamo così. Se lei mi fa una firma qui,» prese dalla tasca un modulo scritto su pergamena con inchiostro rosso, «qui dove c'è lo spazio, accanto alla crocetta. Serve solo per testimoniare che sono entrato, non deve comprare niente. Lei mi fa la firma e io vado. Poi se nelle prossime lezioni saltasse fuori qualcosa di interessante mi premurerò di contattarla. Altrimenti ci salutiamo così. E grazie ancora per la su gentilezza.» «È sicuro di non dover fare altro? Non so, cercare di impadronirsi della mia anima o cose del genere?» «Sarebbe tempo sprecato. Le faccio un esempio. Lei ha la macchina?» «A dire il vero no. Non ne ho bisogno. Preferisco usare la metropolitana o il treno.» «Perfetto. Allora si immagini che io debba venderle prodotti per la cura dell'automobile. Lei non ha un'auto, non avrebbe alcun senso perdere tempo a cercare di convincerla ad acquistare un prodotto inutile. Con l'anima è la stessa cosa. Lei non crede nell'anima. Quindi non può averne una.» Il diavolo si alzò, si diresse alla porta. «Non ha senso cercare di impadronirsene. Capisce?» Miller annuì pensieroso. Il diavolo fece un breve inchino ed uscì.
  18. Titolo: La vendetta nel vento Autore: Roberto Ciardiello Editore: self publishing Amazon Genere: horror/fantastico Pagine: 56 (stima Amazon) Link per l'acquisto: http://www.amazon.it/vendetta-nel-vento-Roberto-Ciardiello-ebook/dp/B01A1LSXJW/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1450921096&sr=8-1&keywords=la+vendetta+nel+vento Trama: Fabiana ha quattordici anni e un vuoto di memoria. In una tranquilla mattina di maggio si ritrova in mezzo a un prato, circondata dalla solitudine, un manto di nebbia a offuscarle la mente. Dovrebbe essere a scuola a conquistare gli ultimi ottimi voti prima delle vacanze estive, eppure è da tutt'altra parte, senza sapere come sia arrivata lì, cosa sia successo la notte appena passata. Si è incamminata verso casa dopo aver festeggiato il compleanno dell'amica Cristina; il resto è stato inghiottito da un buco nero. Quando i ricordi le piombano addosso, il peso di un'orrenda verità la schiaccia. Le torna in mente nonna Maria, le sue parole, perché tra l'erba ha visto un soffione curvarsi sotto il vento in arrivo dal mare, oltre lo strapiombo. "Esprimi un desiderio, piccola, e soffia forte forte..." E allora Fabiana lo fa. Soffia e aspetta. Perché anche gli animi più docili possono covare rancore. E desiderio di vendetta.
  19. Nome: Antonio Tombolini editore Generi pubblicati: Narrativa (Officina Marziani), steampunk e narrativa fantastica (Vaporteppa), reportage (Sogno o Son Expo?), saggistica (Heterodoxa), racconti (Eggs), filosofia (Firiwizzo Meista), musica (Il canto della terra), thriller, noir e mistero (Oscura), narrativa rosa (Amaranta), benessere e medicina naturale (Olos), erotico (Le Baccanti), tecnologia e cultura digitale (Transiti). Da segnalare Klondike, collana che pubblica autori che si sono già autopubblicati e che sono di qualità; Perle, che pubblica testi inediti e rari provenienti da biblioteche e archivi; Twin, in cui la casa editrice pubblica in digitale testi di CE che si occupano solo del cartaceo; Outsider, collana contenitore per i fuori collana e Oceania, che pubblica racconti e romanzi di italiani che vivono all'estero. Email: info@antoniotombolini.com Distribuzione: Proprietaria Modalità di invio manoscritti: email secondo queste indicazioni Dalla loro presentazione: Editore digitale ma non solo, non richiede contributi per la pubblicazione Visualizza scheda completa
  20. CAPITOLO 5 CHARLOTTE «Che succede? Chi siete?» Lynnet arretrò di qualche passo, alzando la pistola lanciafiamme: non aveva più gas, certo, ma loro non lo sapevano. Un uomo in stampelle e codino, un ragazzo barbuto con evidenti occhiaie e una donna vestita con un abito semitrasparente stavano davanti a Lynnet e a Diablo. Solo in quel momento si accorse che attorno non c’era più la sala da tè diroccata e disseminata da cadaveri in smoking, ma un’ampia stanza dai muri ricoperti di libri. Il soffitto era in legno e un lampadario d’oro, a dieci braccia con complicati intarsi floreali, illuminava il luogo dov’erano sbucati dal portale. «Cazzo!» inveì all’improvviso Diablo: «il numero sessantanove!» Senza curarsi della situazione, e del fatto che si trovasse in un luogo sconosciuto, si mise a rovistare attorno alla ricerca della preziosa rivista. Lynnet scosse la testa, poi ritorno a guardare gli sconosciuti. «Allora? che ci facciamo qui, cosa volete? Questa casa sembra proprio una Loro base: siete dalla Loro parte?» incalzò, alzando la pistola, pronta a sparare solo un tiepido alito di gas insufficiente per dare la giusta scintilla. «Calma, calma, siamo tutti sotto la stessa bandiera» si schernì Sigi, alzando le mani. «Nessuno qui vuole uccidervi, anzi: se non era per noi non sareste nemmeno qui a parlarne.» La donna al suo fianco lo aiutò ad adagiarsi su una sedia a rotelle che gli aveva avvicinato. «Non ho bisogno del vostro aiuto» fece invece la ragazza. «Sono capace di difendermi da sola. Ad ogni modo, se mi dite dov’è l’uscita toglierei volentieri il disturbo.» A quel punto la donna si distinse dal trio, avanzando. Aveva lunghi capelli viola scuro e indossava un abito di seta semitrasparente che lasciava intravedere la biancheria dello stesso colore: sembrava una dèa. «Mi dispiace ma non puoi andartene: io ti ho vista.» Lynnet allora abbassò piano la pistola. Quella donna sembrava possedere una sorta di alone misterioso, quasi sapesse più di chiunque altro nella stanza. «Vedi» continuò, «io sono in grado di prevedere gli eventi che potrebbero portare e conseguenze disastrose e i modi per impedirlo. Voi due, come Matt» indicò con un gesto delicato della mano il ragazzo con le occhiaie, «siete questi modi.» «Capisco Matt, ma lui? Davvero?» Tutti si misero a guardare Diablo che in quel momento stava uscendo da sotto al tappeto, mezzo impolverato e senza la rivista. Si accorse che tutti gli occhi erano puntanti su di lui. «Che c’è? Che ho fatto?» esordì lui, con gli occhi sgranati e uno sguardo dubbioso dipinto sul volto. «E, di preciso» continuò Lynnet, «che dovremmo fare?» «Vorrei capirlo anche io» si aggiunse Matt, privo come gli altri di una reale risposta alla situazione. «Insomma, sono stato trascinato qui ma non so perché. Vuoi dirci che sta succedendo una volta per tutte?» Sigi allora si voltò verso Esperança, fece un gesto e lei uscì dalla stanza, richiudendo la porta. «Che sta succedendo?» ripeté l’uomo, avvicinandosi alla scrivania con la sedia a rotelle. «Non lo vedete? Il mondo sta crollando sotto il Loro dominio. Miliardi di persone sono rinchiuse in città come queste.» Lanciò su un tavolo una serie di foto raffiguranti delle alte mura in cemento armato, fin troppo conosciute, che rinchiudevano intere città. Matt ne prese una in mano, vedeva distintamente la Tour Eiffel con appesa in cima la Loro bandiera. Lynnet Osservò invece il Big Ben, sfregiato da due cucchiai al posto delle lancette. Diablo stava riponendo una foto dove un piccione la stava facendo sopra alla statua della libertà, la Loro bandiera ben visibile in alto sulla fiaccola. «Nessuno osa affrontarli, gli unici ribelli sono costretti a nascondersi, a muoversi per non morire.» «E allora cosa possiamo fare? Non siamo diversi da loro, non conosciamo nulla che potrebbe avvantaggiarci» commentò Diablo. «È qui che ti sbagli. In questi anni di prigionia forzata ho raccolto molti dati, informazioni che nessuno conosce, a parte Loro, e ho formulato un piano.» I tre si guardarono, curiosi di sentire quello che l’uomo stava per rivelare. «Continua» lo incalzò Lynnet. Sigi però non lo fece. «Prima voglio sapere se ci state, devo potermi fidare di voi. Non sarà facile, il rischiò è notevole e c’è la possibilità di non tornare.» «Io ci sto» disse subito Diablo. «Sembra una cosa fica e ho voglia di spaccare qualche culo in smoking!» Si spostò l’enorme arma sulla spalla, eccitato all’idea. Matt e Lynnet si guardarono, entrambi consci di quello che sarebbero andati incontro, ma allo stesso tempo sicuri che il dominio di quei mostri dovesse finire al più presto. «Io ci sto» disse Lynnet. «Pure io e Cernobyl. Non mi muovo senza di lui.» Sigi sorrise compiaciuto, si piegò verso un cassetto della scrivania ed estrasse una cartella ingiallita. Un solo nome campeggiava in bella vista con un colore rosso acceso come fosse un timbro. CHARLOTTE Matt aprì la cartella e per prima cosa vide una foto. Ritraeva una ragazzina dai capelli scuri e dai lineamenti dolci, gli occhi castani e una scritta stampata sulla foto: Fallito. Cominciò a leggere i suoi dati: Charlotte Apples, 16 anni, strappata dai genitori e portata via da Loro. «Che ha di speciale?» fece Matt, perplesso. «Leggi tutto.» Matt ci aveva provato, ma c’erano pagine e pagine su quella ragazzina. «Ti dispiacerebbe farmi un riassunto?» «È stata infettata da uno di loro ma secondo il file non ha mai presentato i sintomi della trasformazione. Si rifiuta di toccare argento o di indossare uno smoking, oppure un papillon.» «Pensi che sia immune?» chiese allora Lynnet. «Non lo credo, il gene viene solo rallentato ma non eliminato. Più passa il tempo più rischia di cadere nelle loro mani. So che la tengono prigioniera in città ma non sono riuscito nemmeno a varcare le mura.» Sigismondo si fermò e guardò Matt, quest’ultimo capì che cosa voleva. «No, scordatelo! Ho già rischiato abbastanza, ed entrare in città è un puro suicidio.» «E poi siamo in tre e tu hai una gamba rotta, saremmo solo facile carne da uccidere una volta dentro» avvisò Diablo. «Andiamo, sappiamo tutti che qui non ci sono semplici persone, no? Tu Lynnet, eri famosa per aver ucciso cinquanta pinguini usando solo una teiera d’acciaio*. Tu Diablo, quell’arma è di sicuro quella che è sparita un anno fa dall’elicottero che hanno trovato a pezzi contro il muro sud-ovest della città. E tu Matt, so che riesci a creare armi funzionati da rottami, e, perdio, sei l’unico ad aver addomesticato un cerbero! Tutti voi avete fatto parte di ciò che è stata La Resistenza, non siete per nulla gente comune.» Nessuno osò parlare, il ricordo dei compagni morti per riportare l’ordine nel mondo era ancora vivo nonostante fossero passati dieci anni. La Resistenza si era spaccata, disseminata ovunque e alcuni pensavano addirittura che fosse morta. Ma in quel momento tre di loro erano in quella stanza, forse gli ultimi rimasti o forse no, di sicuro gli unici talmente pazzi da poter affrontare una sfida simile. «Ci servono armi» disse Diablo. «Molte armi» corresse Lynnet. «Io so dove trovarle, ma non sarà facile arrivarci» informò Matt. «E quando lo è mai?» rispose la ragazza, che cominciava ad essere eccitata dalla cosa. «Ti conviene caricarla quella, ho delle bombole a gas giù in cantina» informò Sigi, che si era accorto da subito che era scarica. «Una volta prese le armi potremo…» Sigi però non finì la frase. Un fastidioso allarme si propagò nella stanza, poi la luce giallognola del prezioso lampadario divenne rossa a intermittenza. «Che cos’è questo fracasso?» fece Diablo, tappandosi un’orecchia con la mano e l’altra con la canna dell’arma. «Qualcuno è entrato nella tenuta! Computer: sistema di sicurezza attivato.» A quelle parole il quadro sopra al camino in centro stanza, raffigurante un Chihuahua con gli occhiali da sole, si protese in avanti mediante un braccio meccanico e al suo posto apparve uno schermo incorniciato d’oro. Sigi si avvicinò con la sedia a rotelle, tamburellò un po’ e poi lo individuò. «È vicino alla gabbia, nella parte Est!» Indicò un puntino rosso rappresentante lo sconosciuto che si muoveva lento verso il castello. «Ci pensiamo noi» assicurò Matt, uscendo dalla stanza seguito dagli altri due, mentre Sigi gridava: «vi invio la mappa sul cellulare!» Fuori era buio, timidi lampioni rischiarivano l’enorme giardino e parte delle sagome di foglie e rami. Matt estrasse le due colt, le armò e cercò di capire da che parte doveva andare. «Okay: Diablo, tu vai dalla parte opposta e controlla che non ci sfugga da dietro, io e Lynnet gli andiamo incontro.» «Okay, ma non mi piacciono le cose da dietro» rispose Diablo, sogghignando e precedendo con l’arma pronta. Era scarica ma molto pesante. «Prendi» disse Matt, lanciando a Lynnet una delle sue pistole. La ragazza l’afferrò, controllò se fosse armata e ringraziò, procedendo verso il punto stabilito. Dopo un po’ però cominciarono a perdere l’orientamento, il giardino era troppo ampio e sembrava più un labirinto senza via di fuga. «Di là» indirizzò la ragazza, che aveva estratto il cellulare con la mappa di Sigi aperta. «Non siamo distanti, occhi aperti.» Alcuni minuti dopo sentirono dei movimenti e si nascosero dietro a una siepe. «Uhm, dotato sto tizio» fece Lynnet, indicando un lungo pene d’erba proprio sopra alla loro testa. In quel momento sentirono uno sparo e il pene si spezzò a metà cadendo davanti a loro. Partì un altro botto e Matt fece per tirare indietro Lynnet, ma lei fu sorprendentemente più veloce e lo schiacciò contro la siepe prima che il proiettile lo ferisse. «Stai dietro a me se vuoi restare in vita.» Detto questo scattò in avanti e rincorse l’intruso, che entrò in una grossa voliera di ferro abbandonata e dominata dall’edera. L’erba aveva preso il sopravvento e l’oscurità dominava; una figura stava protetta dietro a un albero, appena visibile. «Se ti muovi sei morto» esclamò Matt, che come Lynnet aveva la pistola puntata su di lui: gli sarebbe bastato un movimento per morire. «Vi conviene non uccidermi, se vi è cara la vita, membri della Resistenza.» * parte che non ho aggiunto per mancanza di caratteri ma che volevo vedeste lo stesso
  21. Scoperta per caso su rai4 me ne sono subito innamorata. Sono 4 stagioni ma io, pur avendo amato moltissimo la prima, ho deciso di non vedere le altre perché non mi convincevano molto, credo che la prima sia la migliore. Telefilm molto psicologico, con un sacco di citazioni dotte che potete riutilizzare fa ridere e piangere ma soprattutto riflettere tanto e... la protagonista lavora nel mondo dell'editoria. L'ultima puntata mi fa sempre piangere (ma non voglio spoilerare). Ecco la trama (sempre Wiki e sempre priva di spoiler) Erica Strange, la protagonista, è una trentaduenne di Toronto (Canada) che in un momento di depressione, causata dai molti rimpianti riguardanti scelte sbagliate effettuate nella vita, viene ricoverata d'urgenza in ospedale per uno shock anafilattico; risvegliatasi le si presenta un medico, il dottor Tom, il quale le si proporrà come terapeuta per risolvere i suoi problemi psicologici. Questo incontro le rivoluzionerà la vita poiché il dottor Tom è un terapeuta molto "speciale": Erica accetterà di sottoporsi alla terapia, scoprendo immediatamente che il dottor Tom ha la capacità di mandarla indietro nel tempo, per tornare a rivivere i momenti in cui lei ritiene di non avere preso le decisioni giuste ed avuto il giusto atteggiamento, in modo di trarre da ciò delle lezioni di vita in grado di migliorare la sua esistenza attuale.
  22. CAPITOLO 4 IL CANTO DEL MALE Il gomito rinforzato e coperto dalla camicia nera infranse la lastra di vetro sporca di povere, una mano esile agì sulla serratura e la porta del bar si aprì. Occhi castani si posarono su una stanza rivoltata come un calzino, i tavoli erano rotti e marci, le sedie spaccate come se avessero vissuto più risse di quante ne avrebbero potute tollerare. Degli stivali scuri sbriciolarono i cocci di vetro, mentre la figura si voltava a chiudere la porta e liberare una tenda logora per coprirla. Si mise a girare per il bar, osservando il decadimento del posto. Quando Loro erano insorti molti negozi, locali, case o bar come quello erano stati testimoni di innominabili atrocità, troppo abominevoli solo per poterle pensare. Notò numerose posate a terra, alcune macchiate di sangue secco, ne prese una in mano. Portava il Loro marchio: due cucchiai incrociati in un cerchio e la scritta Siamo qui per ripulire il mondo che lo circondava. Andò dietro al bancone, sopra di esso l’insegna del Barbery Tea House era stata rotta e la tazzina rosa che accompagnava il nome risultava così infranta. Controllò i cassetti rivoltandoli uno a uno e sparse scartoffie malridotte sulla pedana di legno decrepito. Il bancone presentava una patina di polvere spessa, appiccicosa abbastanza da attaccarsi ai suoi guanti: forse dell’alcol sprecato, pensò. Continuò l’ispezione controllando un’altra piccola stanza, dove del sangue macchiava il parquet con aloni vecchi e scuri. Nulla neanche lì, tranne una rivista dal carattere sconcio che stonava in quell’ambiente un tempo sublime, la migliore sala da tè della zona. La sfogliò per sfizio e la lasciò sul tavolino dov’era. Si stava stancando, non si sentiva a suo agio lì dentro in pieno centro città. Se Loro avesse saputo che una ribelle stava girovagando per vecchi bar, alla ricerca di uno stupido libretto, avrebbe passato dei guai. Cercò di fare mente locale pensando a dove potesse averlo lasciato. Dette un’altra occhiata attorno cercando di guardare in ogni angolo del locale fino a quando non lo vide. Un libretto azzurro con brillantini e dalla copertina trasparente era per terra tra le macerie, lo prese e lo spolverò con la mano, sospirando. Il quel momento sentì un rumore. Con una velocità quasi sovraumana si nascose dietro al bancone, stringendo l’impugnatura di una grossa pistola simile a un lanciarazzi, ma più discreto. Avvertì la porta aprirsi, dei passi avanzare e l’uscio richiudersi. Un ragazzo si palesò: capelli lunghi, barba incolta e una maglietta di un gruppo mai sentito: i bury the cat. Un grosso fucile riposava a tracolla, aveva quattro canne e sembrava pesante. La ragazza aspettò che si voltasse si voltasse e poi scattò verso di lui, puntandogli la pistola alla nuca. «Non fare cazzate, togli il fucile e passalo a me» intimò allo sconosciuto. Lui fece quello che gli era stato detto. «Ora voltati, lentamente.» Il ragazzo eseguì e vide la figura che lo stava minacciando: indossava un corsetto con molte cinghie, dei pantaloni stretti scuri e una camicia rossa e nera. Aveva capelli corti e ricci anch’essi rossi e uno sguardo che non ammetteva esitazioni. «Chi sei?» chiese la ragazza, continuando a puntargli l’arma contro. «Mi chiamano Diablo, stai calma» disse lui, abbassando gli occhi in modo palese sulla scollatura della ragazza. «Ehi, gli occhi ce li ho più su. Ora ti consiglio di stare fermo.» La ragazza lo guardò male, poi prese a tastarlo con una mano, mentre con l’altra lo teneva sotto tiro; Diablo non sembrava dispiaciuto. Controllò che non avesse segni rivelatori, tipo oggetti in argento, fazzoletti o guanti bianchi. «Non ho uno Swiffer nel culo, se è questo che cerchi» assicurò Diablo. «Che ci fai qui?» gli chiese dopo aver constatato che non aveva nulla addosso, ripuntandogli la pistola alla tempia. «Dovevo solo prendere una rivista.» La ragazza strabuzzò gli occhi: «Quella robaccia è tua?» Diablo non sembrava pericoloso, più che altro dava l’idea di uno malato di donnine nude, talmente tanto da ritornare in un vecchio locale per riprendersi l’essenziale rivista. «Il numero 69 di Playboy, altro che robaccia! Ora mi togli questo affare dalla testa?» La ragazza abbassò la pistola. «Grazie» disse lui, iniziando a rovistare per cercare l’oggetto del desiderio. «E tu chi sei?» le chiese, alzando un tavolo per poi rilasciarlo, sbuffando. «Mi chiamo Lynnet, non devi sapere altro. È nell’altra stanza» aggiunse, sperando che tutto il casino che stava facendo il ragazzo non destasse qualcuno di Loro. «Ah, l’hai letta quindi» disse, mentre attraversò l’uscio. «Non leggo quelle schifezze» rispose lei, offesa. Lui ritornò con la rivista arrotolata e infilata della tasca dietro dei pantaloni, tutto soddisfatto. «Allora, Lynnet, ora dammi quel coso e levo il disturbo.» Diablo allungò la mano ma restò immobile. «Il coso lo tengo io, se permetti.» Diablo fece uno sguardo contrariato. «No, rossa, l’ho strappato con le mie mani da un tizio su un elicottero, quello ritorna a casa con me.» Diablo allungò la mano per afferrarlo, ma di tutta risposta si sentì tirare uno schiaffo sulle mani da Lynnet. Non l’aveva però vista muoversi. Il ragazzo rimase stupito. «Come hai fatto?» In quell’istante un fischio rimbombò all’esterno e della musica rimpiazzò i rumori, una voce risuonò forte e dolorosamente si ficcò nelle orecchie dei due giovani. Besame siente como suena el corazon E il suo sorriso nelle labbra mi fermò Sia Lynnet che Diablo sbiancarono. Era il Loro allarme, erano stati scoperti. «È colpa tua, dannazione!» imprecò contro Diablo, «tu e della tua stupida rivista!» Non era un angelo, ma forse un diavolo E quella notte nel fuoco il mio cuore con lei si bruciò «Hei, non prendertela con Playboy!» si difendette l’altro, mentre le funeste parole di Gigi D’alessio fendevano il silenzio. «Ora siamo alleati, se vuoi avere una possibilità di sopravvivere devi aiutarmi a sbarrare la porta, se entrano siamo finiti!» Diablo sbuffò, ma capì che la prospettiva di essere catturato da Loro non era delle migliori, perciò l’aiutò a bloccare la porta con un frigo, dei tavoli e una bottiglia di birra vuota. «Che c’è?» disse lui irritato dallo sguardo severo della ragazza. «Prendi questo coso e vediamo di non farci ammazzare.» Lynnet gli passò il fucile, la stringa di proiettili tintinnò contro la carcassa di un nero opaco. «Oh, adesso mi piaci.» Si rimise a tracolla il fucile tutto giulivo e pronto a usarlo di lì a poco.
  23. Si nascosero dietro a un tavolo e aspettarono che entrassero, Diablo con il pesante mitragliatore e Lynnet con quella pistola strana. Attesero ma non comparve nessuno, poi d’improvviso la TV si accese e uno di Loro apparì nel monitor. «Vi consiglio di arrendervi, signori, non vorremmo spargere inutile sangue, difficile poi da togliere dai vestiti se non si sa come fare. Sapete, il sangue è ostinato e se non si usa il giusto candeggio si rischia di lasciare l’alone sul vestito.» Lynnet e Diablo si guardarono chiedendosi perché quell’uomo stesse impartendo regole sul candeggio. «Perciò abbandonate ogni ostilità e uscite dal locale, vi prometto che non vi sarà fatto alcun male.» «Fanculo!» gridò invece Diablo, alzando l’arma e scaricando preziosi colpi contro il macchinario trasmittente, come ogni cosa tecnologica anche quella tv a schermo 3D era sotto il loro controllo. Urlò per un po’ mentre i bossoli cadevano a terra uno dopo l’altro, poi si fermò ansimando ma soddisfatto. «Finito?» gli chiese Lynnet. «Credo di sì.» Diablo ricevette un’altra occhiataccia dalla ragazza che sembrava pensare “se avessi saputo che oggi sarei morta, di certo me ne sarei rimasta a casa a bere del tè.” Guardò l’orologio al polso. “Cazzo, mi sono dimenticata quello pomeridiano.” La porta saltò e uomini vestiti in smoking entrarono come uno sciame d’api costretto a uscire dall’alveare. Lynnet schiacciò un bottone sulla pistola per liberare il gas, poi premette il grilletto. Una fiammata uscì dalla canna e bruciò i primi maggiordomi, mentre gli altri cercavano di spegnerli con fazzoletti candidi. Sembrava che tutti i maggiordomi della città si fossero radunati in quel piccolo locale disabitato. I primi vassoi cominciarono a volare, conficcandosi sul tavolo e sul muro dietro di loro. Diablo stecchiva quei mostri con facilità disarmante, il fucile faceva il suo lavoro. Uno di Loro si avvicinò troppo e Lynnet premette sulla pistola, ma il fuoco non uscì perché il propellente era terminato. La ragazza uscì allo scoperto e colpì con il calcio della pistola l’uomo pinguino sulla tempia. Diablo la vide combattere con naturalezza e movimenti troppo veloci, sembrava la figlia vittoriana di Flash. Colpiva i nemici con destri precisi e calci ai gioielli, spostandosi da una parte all’altra in modo talmente rapido che non riuscivano neppure ad afferrarla. Diablo riprese a sparare e colpì di striscio Lynnet, che si guardò la ferita sul suo braccio, scoccandogli poi un’altra occhiataccia. Diablo lo sapeva: se non fosse morto grazie a Loro di sicuro Lynnet avrebbe rimediato. La ragazza colpì un nemico alla mandibola, gli dette una ginocchiata allo stomaco e poi le gettò a terra, dolorante. Più combatteva più si rendeva conto che erano troppi, non avrebbe resistito ancora a lungo, bastava uno sbaglio e sarebbe stata sommersa da corpi scuri e profumati di acqua di colonia. Uno di Loro le si avventò contro colpendola al volto con un vassoio, una scarica di proiettili venne verso la sua direzione, Lynnet fece in tempo a buttarsi a terra per schivare i colpi che bucarono come un groviera l’assalitore e i suoi alleati. Poi il flusso mortale finì e l’imprecazione di Diablo segnò la fine dei proiettili. Lynnet arretrò e si ritrovò contro il muro accanto a Diablo. «Dannazione» disse quest’ultimo: «Non ho neanche finito di guardare tutto il numero sessantanove.» Lynnet si chiese come facesse a pensare a quelle cose in quel momento. Una ventina di Loro si avvicinavano minacciosi, posate e vassoi pronti a porre fine alle loro sofferenze. «Avete causato molto disagio, pagherete per non aver ascoltato i nostri consigli.» Fece uno di Loro, e fu proprio a lui a cui scoppiò la testa all’improvviso come un palloncino pieno d’acqua, quando un sibilo anticipò la comparsa di un portale dal nulla. Tutti rimasero sbigottiti quando videro uscire due figure, un ragazzo e un uomo, entrambi con dei grossi fucili in mano. «Salve signori, scusate l’interruzione, ma avremmo bisogno dei due ragazzi in vita.» Così dicendo l’uomo aprì il fuoco e il ragazzo gli andò dietro. Un fascio azzurro simile alle pistole dei Ghostbusters dilaniò uno a uno i maggiordomi, che caddero impotenti al suolo assieme ai loro compagni. Il ragazzo si voltò verso Lynnet e Diablo. «Entrate nel portale, non c’è molto tempo!» gridò, sperando che facessero in fretta. Diablo non se lo fece ripetere due volte e si fiondò nel vortice che sbucava nell’ignoto, Lynnet titubò un po’ ma alla fine lo seguì. «Andiamo prima che ne arrivino altri!» spronò Matt a Sigismondo. «Un attimo ancora!» Sigismondo puntò il fucile plasmante verso la finestra dove riusciva a vedere il megafono, la voce di Gigi D’Alessio venne interrotta da uno scoppio, La canzone finì e il posto calò nel silenzio. Sigismondo sorrise e seguì Matt oltre il passaggio che si chiuse alle loro spalle subito dopo. Ora Loro sapevano che la resistenza era ancora in vita.
  24. CAPITOLO 2 FUGGITIVI «Signore, mi ha chiamato?» L’uomo si fermò davanti alla scrivania del Capo supremo, S si faceva chiamare, abito impeccabile e braccia dietro alla schiena. «A che punto siamo con i preparativi?» S aveva capelli grigi e lunghi, sguardo impassibile come ognuno di Loro. «Signore, il piano è quasi completo: tutti sono pronti e attendono solo il Vostro segnale. Signore.» «Molto bene, avverta il Caporale che dia l’ordine, e, signor Alexander» lo fermò, prima che l’uomo convocato se ne andasse: «Mi aspetto grandi cose da lei, non mi deluda.» Alexander mantenne il viso rigido: «Non lo farò, signore.» «Bene, può andare.» S guardò il novizio uscire dalla stanza, movimenti curati e attenti: era sicuro che sarebbe diventato presto un ottimo Maggiordomo. * Erano le quattro di mattina e Matt stava mettendo a soqquadro la villa. Stava riempiendo lo zaino più grosso che aveva trovato con tutto quello che gli serviva. Erano passate quattro ore dal Loro attacco e aveva capito che ormai la base non era più sicura. Le difese che aveva installato erano state annientate da un banale blackout: ora sapevano come entrare e non avrebbero esitato a rifarlo. Finì di riempire il borsone, aveva già messo delle provviste e infilato alcuni vestiti, una coperta e degli effetti personali: ora era davanti alla parete girevole delle armi. Prese un fucile d’assalto e uno da cecchino e li mise nello zaino con le canne che uscivano dalla zip. Non aveva molto spazio ma gli bastavano quei pochi attrezzi di morte. Fece scorta di munizioni, intascandone anche un paio, e per riempire gli ultimi spazi mise il visore notturno e delle bombe a mano. Indossò le fondine per le Colt Elite semiautomatiche e ci infilò le pistole. Un coltello da sopravvivenza era ben saldo accanto alla cintura. Alla fine chiuse lo zaino e nascose la parete. In quel momento la corrente saltò. Cernobyl si alzò da terra, e iniziò a guaire: era cominciato. Un grosso boato si udì all’esterno, pezzi di cemento colpirono il vetro della biblioteca, lo stesso materiale del muro di cinta. Osservò fuor, in attesa che le mine piazzate su tutto il perimetro del giardino cominciassero a fare il loro sporco ma utile dovere, una a una si attivavano e brillavano quando Loro ci passavano sopra. Prese lo zaino e scese in cantina, seguito da Cernobyl. Altre esplosioni si udirono mentre raggiungevano il generatore. Lasciò a le armi e attivò la macchina, che gli avrebbe dato altri secondi preziosi. Si avvicinò al muro e spinse in un punto specifico: un quadrato, grande come una mano, si girò e mostrò un schermo. Matt inserì l’allarme di protezione che fece partire il countdown di sei minuti, lo schermo ritornò nella sua posizione originaria e il generatore iniziò a spostarsi di lato, mostrando un ampio tunnel nascosto. «Andiamo, Cerno.» Matt seguì l’animale e stava per chiudere il passaggio, quanto udì un fortissimo boato che fece tremare il pavimento. «Prendetelo e mettetelo a tavola!» sentì gridare dal piano superiore. Pochi istanti dopo vide uno di Loro scendere, impugnando un coltello d’argento. «Sir, si faccia servi...» Matt gli sparò un colpo in fronte con la Colt prima che finisse la frase. Si sbrigò a chiudere il passaggio, agendo su uno schermo fissato alla parete identico a quello precedente: mancavano cinque minuti alla fine del conto alla rovescia che avrebbe dato il via libera alla demolizione della villa. Matt iniziò a correre dietro al cerbero lungo il passaggio illuminato da lampade al neon. Una sirena si innescò, era il segnale che mancavano solo quattro minuti. «Aspettami, Cerno!» Matt era troppo lento per riuscire a seguire l’animale, perciò gli salì in groppa, tenendosi ben salde le armi. Abbassò la testa mentre il cerbero sfruttava al massimo le quattro zampone pelose. La sirena si fece più intensa, ma non mancava molto all’uscita. La vide davanti a lui: un muro che dava l’idea di un punto cieco. Il cerbero si fermò e Matt scese, fece comparire lo schermo per aprire il passaggio, ma proprio in quel momento il generatore si fermò. Il tunnel piombò nell’oscurità più totale, con la sirena che continuava a strillare. «Cazzo!» imprecò Matt, sapendo che era colpa Loro; gli sarebbe bastato un attimo di più. Il generatore era saltato, ma il contro alla rovescia funzionava ancora perché aveva un’alimentazione propria. Trovò a tentoni lo zaino e aprì la zip, cercando gli occhiali. Il tunnel si tinse di un verde acceso e lui si diresse verso il pannello e lo riavviò. Avrebbe dovuto funzionare lo stesso, come la bomba che sarebbe esplosa di lì a poco. Quello, però, non pareva dare segni di vita. Lo colpì con la mano, sperando che un qualche Dio sconosciuto gli facesse dono di un po’ di fortuna. La sirena emise un rumore continuo, poi si sentì la prima detonazione. Il terreno tremò di nuovo, scosso dalle esplosioni. Era in trappola, non sarebbe mancato molto prima che il fuoco raggiungesse il tunnel, o che l’onda d’urto della detonazione più vicina li rendesse un semplice fregio nel muro incenerito. Dovevano uscire al più presto. Prese dallo zaino una bomba a mano, fece arretrare Cernobyl e staccò la spoletta, lanciando la granata contro la porta. Matt protesse Cernobyl con il corpo, mentre la porta saltava in aria. La luce entrò dal buco deformato che si era creato; senza aspettare oltre prese il borsone e corse fuori assieme al cerbero. Fecero in tempo ad allontanarsi di pochi metri quando l’esplosione entrò nel vivo. La casa venne distrutta dalle fiamme, la vide accartocciarsi su sé stessa, ingoiando tutto quello che c’era all’interno. «Andiamo via, Cernobyl.» Si caricò lo zaino sulle spalle e s’incamminarono verso la foresta, dove sarebbero riusciti a far perdere le proprie tracce, mentre la sua dimora veniva rasa al suolo assieme ai maggiordomi. Era pomeriggio inoltrato. Matt e Cernobyl stavano vagato da ore in una foresta che non era ancora riuscito a riconoscere, troppo tempo rinchiuso nella villa, immaginò. Uscirono dalla boscaglia e s’inoltrarono in un esteso campo d’erba alta fino al busto, che costrinse Matt a salire su Cernobyl per capire dove andare. Sapeva che rifugiarsi in città era impossibile, aveva visto il muro che Loro avevano innalzato per tenere fuori gli stranieri e dentro gli abitanti. Perciò, quando trovò la baracca abbandonata pensò che sarebbe stata l’unico posto vicino dove avrebbero potuto nascondersi. La costruzione era a pezzi, abbandonata da troppo tempo e in balia della natura. Il tetto era per metà ceduto, ma in compenso le mura sembravano resistenti. «Meglio di niente» disse a Cernobyl, dirigendosi verso la catapecchia. La coperta era stata un’ottima idea, avvolto in essa scrutava il buio esterno. Nessun fuoco danzava accanto a lui e a l cerbero, non lo aveva acceso per paura che qualcuno li individuasse. Prese di nuovo gli occhiali notturni e cominciò a scandagliare il paesaggio che li ospitava, non si sentiva ancora al sicuro. Fino a ora non aveva visto anima viva, ed era un bene, non avrebbe voluto un altro scontro. Pii però, come se la dea della sfortuna non si fosse divertita abbastanza, notò un movimento tra l’erba alta. Non riusciva a capire che cosa fosse, ma non sembrava un animale. Matt prese l’M40 e lo appoggiò sul davanzale della finestra, guardando nel mirino. Mise a fuoco, con l’indice pronto sul grilletto: se fosse stato uno di loro gli avrebbe sparato un colpo in mezzo agli occhi. Non vedeva però smoking, o fazzoletti sul taschino, nemmeno temibili vassoi d’argento. Era un uomo, aveva un berretto in testa e un fucile a tracolla che aderiva al giubbotto imbottito. Si stava dirigendo verso di loro. Matt ripose il fucile da cecchino e, senza svegliare Cernobyl, scese giù, estraendo una delle Colt. Si mise accanto all’entrata della casa, priva di porta. Sentì l’erba muoversi e l’uomo sospirare, il cuore di Matt era in fermento. Lo sconosciuto sbucò trafelato nella baracca, Matt lo agguantò al collo e gli puntò la pistola alla tempia. «Non ti muovere o ti spappolo le cervella.» Lo sconosciuto fece per alzare le mani, ma poi colpì Matt al fianco con una gomitata e si liberò, puntandogli la canna del fucile. Erano uno davanti all’altro, armi puntate contro il proprio avversario. «Chi sei?» chiese Matt. «Mi chiamo Sigismondo, ti consiglierei di tenere i proiettili per quelli che stanno per raggiungerci. » rispose l’uomo. «Ti hanno seguito?» Matt era incredulo, tenne puntata la pistola verso lo sconosciuto e guardò oltre l’erba con gli occhiali: li vedeva, erano molti e stavano venendo verso di loro.
  25. La vita di Scott McCall, adolescente di Beacon Hills, cambia irreversibilmente quando viene morso da un lupo mannaro e diventa a sua volta un licantropo. Insieme ai grandi poteri arrivano per lui e per i suoi amici anche tante responsabilità e tanti problemi, che rendono la loro adolescenza una continua lotta per la sopravvivenza tra cacciatori, demoni, altri licantropi e mostri di varia natura e forma. Quando ho iniziato a guardare la serie volevo provare qualcosa di fantasy, e questo stava in cima alla lista. Il fantasy c'è, però spesso si perde tra le varie storielle d'amore stereotipate e inutili complicazioni. Per ora sono cinque stagioni (la quinta è finita giusto qualche giorno fa) e ce ne sarà una sesta. Per quanto mi riguarda, le prime tre sono più che sufficienti, e già in quelle ci sono non pochi difetti, su cui si passa perché bisogna sapere come va a finire, sempre e comunque, anche se avrei voluto abbandonarla quasi dopo ogni puntata. Le altre due oscillano tra il delirio e lo scandalo. Non che non ci sia nulla da salvare, ma rispetto alle altre sono terribilmente terribili, secondo me. Poi c'è da dire che c'è un certo target. La serie è evidentemente pensata per un pubblico adolescente (con me però non ha funzionato xD). Quindi, se volete iniziare, sappiate che vi aspettano cose che voi umani non potete nemmeno immaginare (anche perché è fantasy xD)
×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy