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Trovato 15 risultati

  1. Artigianale, come una volta Riccardo Lanciani arrivò alla fine del Tempo e vi trovò una gelateria. La strada di fermioni accelerati sul bordo della struttura negaquantica terminava proprio a ridosso di un locale di modeste dimensioni con l'insegna sagomata di un cono gelato e la dicitura '50 Gusti'. Non era esattamente quello che il Crononauta si aspettava di trovare alla fine del Tempo, quindi si avvicinò con fare sospetto. Dopo aver varcato la porta, si trovò in una vera e propria gelateria, e non mancavano i cinquanta gusti, ciascuno in contenitori refrigerati di metallo. Coni da 2, 3 o 4 euro, volendo coppetta. -Buongiorno-, disse lui il signore canuto che stava armeggiando con la calcolatrice, dietro la cassa. -Un attimo e arrivo.- Riccardo Lanciani premette il pulsante apposito, in modo che l'esoscheletro cronomantico si aprisse, consentendogli di vedere coi propri occhi e non attraverso i sensori. -Questa è una gelateria-, disse. -Non è un concessionario di automobili. Pensavo si capisse anche da fuori-, replicò il signore, spingendo la calcolatrice a lato. -Cosa desidera? Il bagno è guasto.- -Ok. Il bagno è guasto-, scandì Riccardo, incredulo. -Questa cosa sarebbe? Un'influenza di tachioni sul flusso mnemonico?- -Credo sia stracciatella, se si riferisce a quello che ha davanti-, ipotizzò il gelataio. -E' sicuro di sentirsi bene?- Riccardo azionò il servomeccanismo. L'esoscheletro si aprì come il guscio di un gamberetto e fu libero di scendere. Indossava una tuta da iperlavoro, con le insegne dell'Agenzia O.U.M. e i gradi di FeldMaresciallo. -Non sono sicuro di sentirmi molto bene, adesso. Posso sedermi?-, chiese, indicando al tavolino nell'angolo. -Prego. Però non facciamo servizio ai tavoli.- -Va bene lo stesso-, si spicciò Riccardo, lasciandosi andare sulla sedia. Borbottò. -E' tutto molto reale. Verosimile. Deve trattarsi di una sorta di reflusso negaquantico. Questo è solo l'assioma percettivo di un luogo familiare creato a partire dalle mie onde alfa.- Il gelataio, a braccia incrociate, piegò la testa da un lato. -E va bene, è una gelateria-, concesse Riccardo. -Una gelateria alla fine del Tempo.- Il FeldMaresciallo era avvinto di emozioni contrastanti, come la rabbia, l'euforia, l'istupidimento, l'allegria. Colpì il tavolo con la mano. -Dodici anni di addestramento. Accettare il paradosso quantistico. Tre anni di iperspazio che nemmeno un coma sarebbe così noioso. E tutto per trovarmi in una gelateria.- -Con 50 gusti.- -Esatto, 50 gusti. Eh, no, che mi frega, potevano essere anche 20 soli. O un milione. Il punto non è questo. E' che non doveva esserci una gelateria artigianale, qui!- Il gelataio si rabbuiò. -Voleva una di quelle catene in franchising? Sa con cosa lo fanno il gelato, quelli?- Riccardo scosse il capo. -Mi aspettavo una qualche risposta. Una verità. Una soluzione. Cose del genere, di quelle che trasformano il mondo.- -Magari un cono Malaga potrebbe avre lo stesso effetto? Malaga e Pistacchio. Io suggerirei anche- -La smetta!-, si spazientì il crononauta, alzandosi in piedi. L'altro assunse un'espressione che si traduceva in 'che maniere!'. -Quale è il segreto?- -Latte fresco e molte uova.- -Il segreto del Tempo! Come funziona! Sono stato scagliato come un sasso sul fondo dell'oceano del Tempo per capire da cosa nasce. Qui non c'è nulla!- La frustrazione era diventata prevalente. Lanciani, per dare significato a una vita scialba e densa di delusioni, aveva accettato di partire nonostante le conseguenze quantistiche. Tre anni per lui, ma oltre milleduecento per il pianeta Terra. Al rientro, ogni persona che conosceva sarebbe stata morta da un pezzo. Le città polverizzate e riedificate. La civiltà umana forse neppure si sarebbe ricordata di averlo fiondato laggiù. Che senso aveva quel sacrificio, se non riportava indietro qualcosa di valore con lui? Puntò il dito al gelataio, che ne fu sorpreso. -Cosa sei tu? Un'intelligenza sovradimensionale? Sei per caso... Dio? Dimmi chi sei!- L'uomo canuto indicò alla spilla appuntata alla propria camicia. Recitava 'Faliero'. -Oh beh, questo spiega tutto. Chi non conosce l'onnipotente Faliero. Sto impazzendo!-, concluse Riccardo Lanciani, le mani nei capelli (nei tre anni di iperspazio si erano allungati molto). Faliero il gelataio sfilò un cono medio da una pila, quindi usando uno strumento piatto cavò della materia dolce da una vaschetta. La spalmò sul bordo e la riprese, così tre volte, per ammorbidirla. La pose sul cono di biscotto. Ne aggiunse una verde e quindi una rossa, intensa. Porse il risultato verso Riccardo, dall'altro lato del bancone. -Su. Glielo offro.- Riccardo prese l'oggetto con incertezza. Aveva il peso, la sostanza e l'aspetto di un cono gelato a tre gusti (tre dei cinquanta offerti). -Non conosco nulla al mondo che rimetta in sesto più di questo. Per quanto la vita si accanisca contro di noi, un bel gelato artigianale, come una volta, è tutto quel che serve a ripartire.- Riccardo sporse la lingua di pochi millimetri, e con essa saggiò la materia verde disposta sul cono. Era fredda e sapeva di pistacchio e latte. -E' gelato al pistacchio-, sentenziò. -Non le sfugge nulla-, ammiccò il gelataio.-Per questo l'hanno fatta generale?- -FeldMaresciallo-, specificò Riccardo, assaggiando quello che aveva consistenza, sapore e densità di gelato ai frutti di bosco. -Ora mi dica: è o non è meglio di quello che si trova nelle catene franchising? Eh? Tutta chimica, quella.- Riccardo Lanciani, Crononauta, ammise che il gelato era delizioso. Abbondante. Per un attimo si dimenticò dove si trovava e perché. La sua attenzione era tutta rivolta all'effetto che il gelo aveva sulle papille gustative, che venivano quindi predisposte alla carezza del latte che si liquefaceva e al gusto addizionale (fruttato o cremoso) che a quel modo si spargeva in tutto il cavo orofaringeo. Era un'esperienza assieme gustativa, cinestetica e organolettica. Il tempo si fermò. A causa di questo, Riccardo, come legato a un lungo elastico teso lungo la direttrice cronologica, schizzò indietro a velocità folle. Ripercorse tutti i tre anni di iperspazio e fermioni accelerati in un baleno. Atterrò sui piedi presso la rampa di lancio dalla quale, tre anni prima, si era imbarcato vero i confini dello scibile. Con un gelato in mano. -Che ci fa lei con un gelato in mano? Dove lo ha preso? Dov'è il suo esoscheletro?-, sbraitò l'UberGenerale andandogli incontro sulla piattaforma. Il viaggio, per tutti gli altri, non era mai avvenuto. Di punto in bianco le cose non quadravano coi piani costosi e misurati dell'operazione. Prima di dare una qualunque risposta, Riccardo mangiò una porzione al gusto Malaga, chiuse gli occhi e piegò la testa indietro, con espressione di infinito piacere. Era tornato bambino.
  2. Matt

    I giorni del cambiamento

    Commento I GIORNI DEL CAMBIAMENTO Capita che, d’improvviso, qualcosa che si ritiene ordinario manchi. Quel qualcosa è parte della vita in un modo che, nel momento della sua scomparsa, crea subito subbuglio. Era successa la stessa cosa con Internet. Quando era stato annunciato che non sarebbe funzionato per un po’ di tempo, causa problemi tecnici, nessuno aveva pensato che non sarebbe mai più tornato. Quello fu l’inizio di ciò che chiamarono il Cambiamento. Internet era un modo per tenere i contatti, e quando svanì ci fu il caos generale: non si seppe mai come successe, come il mondo perse la miglior fonte di informazioni di sempre, scomparve semplicemente e nessuno poté far nulla per ricrearla. Con Internet assente le informazioni passavano tutte per tv e radio: il tg era presente in ogni canale, salvo alcuni per cercare di salvaguardare la normalità, e dalla radio sedicenti veggenti avevano iniziato a predire l’apocalisse. Il panico, totale, immenso panico invase come una tormenta ogni parte del mondo quando la tv annunciò che per precauzione conveniva serrarsi in casa e non uscire. Perché? Cosa stava accadendo fuori? Non vollero dirlo per qualche intricata ragione che non aveva fondamenta; ma poi la curiosità passò in secondo piano, sorpassata dall’istinto di sopravvivenza. Le finestre vennero sbarrate, le porte sigillate, e chi per sfortuna era rimasto all’aperto si sperava che Dio l’avesse in gloria. La tv sparì due settimane più tardi dal Cambiamento, più nessuno era rimasto a ripetere il mantra “non uscite, restate al riparo”, anche se pian piano era divenuto palese per tutti. Eppure la radio sembrava dell’idea opposta. Dallo stereo a corrente con l’entrata dei cd rotta, gli ultimi speaker rimasti annunciavano che c’era un rifugio e che era pronto a ospitare chiunque fosse ancora in vita. “Mi rivolgo a tutti voi: a chi non ha più cibo, a chi non ha acqua, a chi ha bisogno di cure mediche. Esiste un rifugio, esistono viveri e infermieri pronti ad aiutarvi, esiste un pozzo per l’acqua e altre persone. Non siete soli.” Quello che l’annuncio non diceva era che l’esterno uccideva, mieteva vittime peggio del colera e se qualcuno avesse deciso di ascoltare il messaggio avrebbe incontrato solo la morte. Null’altro. E allora perché incitare la gente a uscire? Perché assassinare volontariamente tutte quelle persone? C’era una teoria in proposito che si era radicata via via: parlava di un santone, convinto che il Cambiamento fosse colpa di qualcuno e che l’unico modo per fermarlo fosse l’espiazione dei peccati. Morti, troppi per contarli o solo per pensarli, immaginarli dava un senso di suicidio. Io lo so, l’ho vissuto. Mi sono rintanato in casa come tutti gli altri, nascondendomi da qualcosa che non potevo vedere né immaginare. Era un nemico sconosciuto, con le sembianze di una leggenda narrata dalla radio, plasmato dalle parole di sedicenti santoni. All’inizio ci avevo creduto, volevo rimanere vivo e sperare che quanto prima tutto si potesse sistemare. Quella speranza era rimasta, mentre il cibo svaniva in modo inesorabile. Ero da solo, come lo ero stato in tutta la mia inutile vita, mangiavo il minimo indispensabile per allungare la terribile agonia. Fu proprio la speranza a tenermi in vita per due mesi, senza sapere cosa stesse succedendo fuori, senza sapere se c’era ancora qualcuno o se erano tutti morti. Fu in un pomeriggio, cinque settimane e due giorni dopo il Cambiamento, che sentii distintamente delle voci in strada. Erano urla, qualcuno che cercava qualcun altro, pianti e grida di disperazione. Tentai di sollevare la tapparella ma la ritrovai bloccata e in quel momento capii che ero in una prigione senza uscita. Morirò, avevo pensato, morirò come tutti gli altri. Verso la fine del secondo mese la radio aveva smesso di funzionare, ipotizzai che le linee elettriche fossero andate, abbattute dalla bufera che rimbombava sulla casa senza sosta. Era un brusio, continuo, che entrava nel cervello ed era impossibile liberarsene. Accusai momenti di follia. Pensai di uccidermi perché ormai avevo capito che non ci sarebbe più stato nessuno miglioramento. Il mondo era finito, ka-boom, andato, checché ne dicesse il santone. Perciò, conscio dell’avvenire che mi attendeva, sapendo che la mia vita era stata solo un inutile cumulo di scene programmate, la scuola, i problemi, l’amore non corrisposto, il lavoro mai voluto, decisi quindi che dovevo rendere almeno la morte dignitosa. Potevo scegliere se farla finita in casa o uscire e vedere cosa davvero stava accadendo al mondo che mi aveva ospitato per ben settantacinque anni. Quindi presi un capotto, quello lungo di pelle che mi piaceva tanto, indossai un berretto, una sciarpa e mi preparai davanti alla porta. La mano tremava mentre stringevo la maniglia, mi voltai per l’ultima volta ad osservare la casa, poi torsi in senso antiorario il polso e mi affacciai all’esterno. Quello che vidi? Non era neppure la punta di quello che mi ero immaginato. Sabbia rossa aveva coperto tutto: giardini, strade, case, macchine, bidoni della spazzatura, cassette delle lettere; sospinta da un vento incessante aveva assunto la veste del Cambiamento, il messaggero della morte. E io ne ero succube. Camminavo lento, cercando di non farmi trascinar via, inciampai un paio di volte, e in una di queste andai a sbattere contro un’auto. Quando riuscii a sollevarmi notai uno scheletro alla guida, la mascella caduta e la pelle sciolta e mischiata all’imbottitura del sedile. Tossii e ebbi un conato di vomito che a stento trattenni. M’imposi di continuare ad avanzare ma più lo facevo più i cadaveri immersi nella sabbia aumentavano di numero. Fu in quelle strade che vidi le prime scritte: “La radio mente”, “Noi siamo gli impuri, noi siamo il sacrificio”, “Non c’è speranza, solo morte”, “Torna indietro”. La maggior parte degli autori era diventata parte stessa del messaggio, sciolti come cera contro le pareti. E non capii che stavo diventando anche io come loro, non sentivo che il respiro si faceva sempre più veloce e non avvertito il cappotto arricciarsi mentre si scioglieva a contatto con la sabbia. Raccolsi un foglio, la grafia di qualcuno dalla mano tremante di paura. “Dicono che siamo solo cadaveri per un fato superiore, carne per espirare i peccati compiuti nei secoli. Se è davvero così spero che il nuovo mondo non possa mai più vivere questo momento, spero che nessun altro debba vedere la propria moglie morire senza poter fare nulla e in fine spero con tutto il cuore che il nostro sacrificio non sia vano. Ti amo Jillian e ti amerò per sempre.” Sentii un dolore al petto che mi fece barcollare, mi appoggiai al palo di un semaforo e cercai di respirare a fondo. Sul muro accanto l’ennesima scritta, mi fermai a osservarla. “Qui giace il bottino della morte, l’attesa è finita: la fine è giunta.” Una figura in rientranza contro il muro teneva ancora il braccio sollevato dove finiva la frase. Tossii di nuovo e questa volta sputai sangue. Mi chinai, lo stomaco ritratto, i polmoni che non immagazzinavano sufficiente aria. Finii per terra, la lettera in mano, incapace di muovermi. Con la sabbia che bruciava la pelle compresi che era la fine. Di tutto. Tenni il foglio in mano e immaginai che quella lettera fosse mia diretta a un amore che non avevo mai avuto. Esalai l’ultimo respiro, chiusi gli occhi e lasciai che la sabbia facesse il resto.
  3. libero

    Maledetta Pioggia

    Commento a [Parte 1] Vieni con me amore, non ci separeremo mai più Tolse dal gancio gli occhialoni da sole, sputò sulle lenti rotonde e scure e le strofinò con la manica della tunica. Allacciò le cinghiette dietro la testa e controllò che la pelle attorno alle lenti aderisse perfettamente a quella del viso; era una delle prime cose che si imparavano da bambini per non ritrovarsi con gli occhi pieni di sabbia. Si allacciò il fazzoletto sulla bocca, indossò il cappello di paglia tesa larga e passò nella camera intermedia. Si chiuse la porta alle spalle, verificò due volte che fosse sigillata e guardò il termometro: 35 gradi, era ancora piuttosto fresco per essere mattina inoltrata. Aprì la porta esterna, fece qualche passo nella sabbia calda e si girò a controllare la casa. La polvere portata dal vento notturno aveva ricoperto quasi del tutto le piccole finestre e si era depositata sul tetto. Decise di spazzarla via, non gli piaceva quando la sua casa diventava indistinguibile dalle rovine annegate nella sabbia che segnavano il paesaggio attorno. Due bambini sbucarono da dietro una duna: «Buongiorno signor Ferro,» gridarono all’unisono, con le voci soffocate dai fazzoletti, «vuole che le spazziamo via la sabbia?» «Per due bicolore togliamo fino all’ultimo granello anche dalla camera intermedia» aggiunse uno. «Che ve ne fate di due bicolore?» «È arrivata una carovana. Sono accampati al condensatore pubblico e hanno cose meravigliose da vendere.» «D’accordo ragazzi, due bicolore e quattro brune piccole se mi aiutate a ripulire il mio condensatore.» I bambini annuirono con entusiasmo e seguirono Ferro sul retro della casa dove si ergeva una struttura cilindrica di tubi di metallo, legno e plastica, ricoperta di fitte reti e teli trasparenti. Tolsero la sabbia che si era accumulata alla base, pulirono i teli e controllarono che il raccoglitore di condensa non fosse intasato. «Tutto a posto signor Ferro» disse uno dei bambini. «Ottimo lavoro ragazzi» rispose frugandosi in tasca. Ne trasse alcune monete e le guardò. Una, di due metalli diversi, recava il disegno di un obelisco davanti a un grande edificio. L’obelisco era familiare, ma l’edificio non assomigliava a nessuna delle rovine dei dintorni. L’altra moneta bicolore aveva su un lato un uomo con quattro braccia e quattro gambe. Ferro scosse la testa, meravigliandosi come sempre per l’incredibile fantasia degli antichi. Diede una moneta a ciascuno dei bambini e vi aggiunse alcune monete più piccole di metallo scuro. «Pensate alla casa, io vado a controllare gli impianti.» I bambini fecero sparire le monete nelle tasche e annuirono. Ferro li guardò prendere la scala dalla camera intermedia e salire sul tetto per spazzare via la sabbia, poi si avviò versò un colle poco distante su cui spuntava una rada sterpaglia spinosa che contendeva lo spazio alle immancabili rovine. Alcune capre, che masticavano caparbiamente i cespugli, incuranti delle spine, si dispersero al suo passaggio. Ferro raggiunse la sommità del colle e si guardò attorno. Sulle cime delle montagne a nord-est, offuscate dal pulviscolo sottile sospeso nell’aria, il cielo era cupo, indice di una tempesta di sabbia in arrivo. In basso, nel caos di edifici distrutti e dune sabbiose vi erano altre case come la sua, invisibili per chi non sapeva cosa cercare, ben protette dal sole e dal calore. Più di cinquecento persone abitavano in quella città, una delle comunità più grandi al mondo, a quanto si diceva. Spiccavano invece, ben visibili, delle aree ripulite dalla sabbia, piccole oasi verdi, sottratte al deserto grazie alle torrette di condensazione. Sembrava tutto a posto, ma Ferro sapeva troppo bene che un piccolo dettaglio all’apparenza insignificante poteva fare la differenza fra vita e morte. Si avviò per il giro di controllo, tutto andava verificato: i condensatori, gli impianti di irrigazione, le cisterne di raccolta. Era passato un mese dalla pioggia e per altri undici non ne sarebbe caduta altra. Il vento spostava continuamente la sabbia, scoprendo un pezzo di un edificio da una parte e ricoprendo qualcos’altro da un’altra in un paesaggio sempre mutevole. Ferro diede un calcio a un blocco grigio che si sgretolò sotto il suo piede. Doveva essere antico per ridursi in polvere al solo toccarlo. Ricordò suo nonno che diceva sempre che i muri grigi che si sgretolavano cotti dal sole erano quelli più recenti, mentre quelli di grosse pietre e mattoni erano assai più antichi. Ma suo nonno era mezzo pazzo. Ferro sentì gli occhi inumidirsi e ricacciò indietro le lacrime. Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi. Riprese il giro di ispezione, fissando meglio i teli allentati dal vento e sistemando ogni cosa che non fosse a posto. Un rubinetto lasciava cadere ancora qualche goccia che evaporava toccando il suolo. Lo chiuse bene, ogni goccia uscita durante il giorno era sprecata; i campi andavano irrigati solo la notte, quando l’acqua faceva in tempo a raggiungere le radici delle piante. Raggiunse l’ultimo campo da controllare, aprì il portello della cisterna e la trovò quasi piena, come le altre. Si inginocchiò fra le piantine che frusciavano nel vento caldo che si era levato nel frattempo. Affondò una mano nella terra, calda e secca alla superficie, ma ancora lievemente umida in profondità grazie all’irrigazione notturna. Un piccolo cratere sfrigolante si formò d’improvviso accanto al suo ginocchio. Impiegò qualche istante prima di rendersi conto che si era trattato di una goccia di pioggia. Alzò gli occhi, quelle che aveva scambiato per una tempesta di sabbia erano invece nuvole scure. Il rombo di un tuono squarciò il silenzio e diede il via ad una pioggia torrenziale. Ferro si affrettò verso casa, un temporale inaspettato non andava sprecato, doveva raccogliere più acqua possibile. Si soffermò sulla cima del colle, la pioggia non accennava a diminuire e con la sua violenza ripuliva gli edifici dalla sabbia. Ferro si augurò che non fosse troppo violenta per i suoi preziosi raccolti, ma in fondo le piante amano l’acqua. Scese la collina correndo e aprì tutte le vasche di raccolta dell’acqua piovana. Diede uno sguardo alla casa: i bambini avevano fatto un buon lavoro e la pioggia contribuiva a ripulire il tetto e le finestre dagli ultimi rimasugli di sabbia. Si avvio versò il centro dell’abitato, contrassegnato da una colossale struttura circolare di pietra e mattoni vuota all’interno, dove, con il lavoro di tutta la comunità, era stato eretto il grande condensatore pubblico. Nell’ombra dei corridoi a volta che portavano all’interno ci si trovava per commerciare, scambiarsi cose o semplicemente chiacchierare. Era anche il luogo dove si accampavano le carovane in transito e i rari viaggiatori, il luogo dove avere notizie del resto del mondo. Il temporale si esaurì di colpo, così come era cominciato e il sole tornò a bruciare la terra. Ferro si infilò sotto le volte di pietra accolto da un brusio di voci agitate. La carovana aveva esposto le merci, ma stranamente non erano al centro delle attenzioni di tutti. Ferro si avvicinò a un gruppetto di persone fra cui spiccava un vecchio con la faccia incartapecorita dal sole. «Che succede?» chiese incuriosito. «Notizie dal nord» rispose il vecchio indicando gli uomini della carovana. «Buone o cattive?» «Dicono che al nord sta piovendo tantissimo, più volte al mese. Perfino per dei giorni di seguito.» Ferro impallidì. «Quanto a nord?» «È iniziato molto in su, posti dove già pioveva più volte all’anno, ma non tanto come adesso. Ma il tempo sta cambiando anche qui.» Una luce improvvisa seguita da un cupo brontolio sottolineò le sue parole. «Visto?» Il vecchio indicò il cielo che si andava nuovamente oscurando. «Su a nord stanno marcendo le coltivazioni, la pioggia porta via le terra e le case sono tutte allagate.» «Nessuno può sopravvivere con un clima così tremendo. Dovremo spostarci più a sud e sperare.» interloquì un uomo. Ferro uscì all’aperto e lanciò uno sguardo al cielo. Gli occhialoni si riempirono di gocce che gli velarono lo sguardo. «Maledetta pioggia.»
  4. CAPITOLO 6 BACCHETTE CINESI Sigi osservava la scena dalla videocamera presente nella voliera, lo sconosciuto rimaneva nascosto dal raggio di tiro ma non sembrava pericoloso. Lo vide lanciare con un movimento svelto la pistola, che cadde più in là, in mezzo al fogliame secco. «Non vorrete mica sparare a qualcuno disamato, vero?» disse, uscendo poi allo scoperto con le mani in alto e un sorriso stampato sul volto, sicuro che non l’avrebbero fatto. Suo malgrado non conosceva la ragazza che lo stava mirando. Una tempesta di proiettili si abbatté verso di lui, che si spostò rapido al sicuro dietro alla corteccia. «Hai altre idee discutibili da provare, per caso?» «No!» esclamò lo sconosciuto con un gridolino spaventato, che rinforzò subito con un’affermazione più decisa. «Qui le regole le decidiamo noi, ora esci e non fare stronzate.» La voce della ragazza non ammetteva obiezioni, perciò lo sconosciuto uscì di nuovo e questa volta senza il sorrisino di poco prima. Intanto Diablo era ritornato da Sigi, dopo essersi perso nel labirinto che si spacciava da giardino. Entrambi non avevano mai visto quel tizio, ma non sembrava uno di Loro perché non presentava nessuno degli indizi per riconoscerli. Matt e Lynnet entrarono poco dopo in casa, alla tempia di Black la pistola della ragazza, che forse ci stava pure prendendo gusto a minacciarlo. «Puoi abbassarla? Non è necessario, non voglio farvi del male» insistette lui, sentendo la canna della pistola spingere un po’ troppo contro la propria tempia. «Allora prima chi ha fatto cadere il pene?» gli chiese Lynnet. Sigi spalancò gli occhi. «Hai sparato alla statua del pene? Perché?» «Aveva una forma inquietante!» Black era sicuro che, negli incubi, quel coso lo avrebbe tormentato per sempre. «Il tizio non ha tutti i torti.» Ammise Matt. «Ora basta con ‘sti discorsi del cazzo: voglio sapere chi sei e che ci fai nel mio castello!» «Fagli la domanda!» suggerì Matt, sicuro dell’efficacia di quel rito. «Già, la domanda! Ascoltami bene ragazzo e rispondi. Pensa bene a cosa dirai perché da quelle parole dipenderà la tua vita.» Matt ricordò in quella frase le uguali parole che aveva usato Sigi il giorno in cui era stato testato. Si schiarì la voce e poi disse: «Con che cosa tagli l’erba?» Un silenzio palpabile calò nella stanza, nessuno osava proferir parola durante quel rito intenso. «Eciuuu!» fece Diablo all’improvviso. Tutti si voltarono verso di lui che scosse la testa chiedendosi che cosa volessero. «Oh, scusate.» Il silenzio allora ritorno a riempire la stanza, il nulla, totale nulla era ciò che l’abitava in quel momento assieme ai cinque. «Ebbene?» chiese Sigi, stanco di aspettare. Black ci pensò su ancora un po’, poi disse: «Con le forbici a punta arrotondata, così mi ha insegnato mio nonno.» A tutti nell’udire quella risposta sembrò di sentire una parola, qualcuno che domandava “fatto?” ma forse era solo uno scherzo della tensione. I presenti allora si guardarono annuendo, ma stava a Sigi dare il verdetto. «Risposta corretta, ma non mi fido. Tu sembri un tipo astuto e da tempo in realtà penso che la domanda sia conosciuta anche tra le schiere nemiche.» «Sigi, fagli la sacra domanda» propose Matt. «La sacra domanda, giusto, grande idea… sì, ehm…» Sigi si spostò con la carrozzina verso la scrivania, cominciando a rovistare tra le carte, guardando in particolare un’antica pergamena. La srotolò, la girò su se stessa, la rigirò e poi disse con le sopracciglia aggrottate: «Qualcuno conosce il cinese?» Tutti si guardarono: chi mai conosceva il cinese? «Quello che vende cover degli iphone davanti alle mura della citta? Si chiama Jiu di ly e…» Tutti lo guardarono male. «Okay, scusate» disse Matt, abbassando la testa. Lynnet però si avvicinò alla scrivania. «Dà qui.» Prese la pergamena e iniziò a leggerla mentalmente. La stanza rimase in silenzio per un po’, in attesa di un cenno di risposta da Lynnet. «Allora con questa domanda?» spronò Black. «Vuoi tacere un attimo? Il cinese non è mica semplice e sembra che chi l’ha scritto non avesse neppure tanto la mano ferma.» La ragazza rimase ancora un po’ in silenzio, poi ripose la pergamena sul piano di legno della scrivania e si rivolse a Black. «Se dovessi scegliere, in una imminente catastrofe, di salvare un cucciolo di scoiattolo o il noto cantante Gigi D’alessio, chi salveresti?» È quella, in fine, la sacra domanda… pensò Sigi, conoscendo per la prima volta il contenuto della pergamena, il suo potere in un solo quesito. «Rispondi, avanti» lo incitò, stringendo il calcio di una pistola nascosta attaccata sotto alla scrivania e puntata dritta verso di lui. Black però non sembrava incline al rispondere ad altre domande, in realtà nel suo sguardo c’era una sorta di… incertezza. Sigi notò la differenza, forse aveva ragione nel pensare che la prima domanda fosse davvero conosciuta nelle schiere oscure. «Ragazzo, non te lo dirò un’altra volta.» Era pronto a sparargli, una sola parola sbagliata e un proiettile gli avrebbe attraversato la gamba, successivamente un altro avrebbe finito il lavoro puntando alla testa non appena si sarebbe accasciato dolorante. Black non dava segni di voler rispondere. In quel momento i presenti non seppero cosa pensare dello sconosciuto, si era presentato in abiti informali, aveva risposto alla prima domanda ma poi si era bloccato. Eppure per Matt qualcosa non quadrava. Chi mai sarebbe così pazzo da intrufolarsi in un castello per uccidere quattro membri della resistenza? Loro non erano così stupidi. Forse Black nascondeva qualche segreto che non voleva confessare. «Bene allora» annunciò Sigi, e in quel momento Matt vide che stava impugnando qualcosa. Lo voleva uccidere? «Hai deciso il tuo destino, Maggiordomo.» Nello stesso momento successero più cose. Matt si protese in avanti verso Sigi per urlargli di non farlo; Lynnet spalancò gli occhi osservano qualcosa che stava facendo Black; Sigi premette di più il dito sul grilletto; Diablo si stava chiedendo perché tutto andasse al rallentatore e nello stesso istante la porta si spalancò e Esperançia entrò nella stanza. Il proiettile venne sputato dalla pistola con un forte boato, Black però si spostò velocemente e afferrò Esperançia togliendola dalla traiettoria. Un buco grosso come un dito sulla porta. Silenzio. «Stai bene?» chiese Black a Esperançia. Aveva ancora il petto contro quello della donna e avvertiva il suo cuore battere all’impazzata. C’era mancato poco. «Togliti da lei immediatamente!» Sigi divenne furente, incapace di sparare senza rischiare di colpire la donna. Fu proprio lei però a pararsi davanti all’uomo, per proteggerlo. Sigi non riusciva a capire, ma sembrava l’unico. Matt era calmo, Lynnet gli diceva di non farlo e Diablo gli faceva gesto di abbassare l’arma. Poi quando Lynn avanzò e si piegò per raccogliere qualcosa da terra, quando vide due bacchette di legno nelle sue mani capì. «Mi chiamo Black e faccio parte della lega delle bacchette cinesi.» «Quindi è per questo che sei qui» disse alla fine Lynnet, stupita. «Per anni abbiamo perso e guadagnato terreno in maniera equilibrata. Poi, due anni fa, è accaduto. Abbiamo una talpa nell'organizzazione. Ha spifferato tutto. La maggior parte delle nostre basi segrete è stata attaccata e annientata . Siamo rimasti in pochi, la maggior parte dispersi o morti.» «Aspetta» disse all’improvviso Sigi. «La pergamena è in cinese!» «Bravo, acuta osservazione. È stata scritta da uno dei nostri fondatori all’inizio della guerra per distinguere i buoni dai cattivi. Se guardi troverai il nostro simbolo inciso a fuoco: due bacchette incrociate. Mi sorprende che tu ne abbia una copia.» «Ne sapevi qualcosa tu, Sigi, di questa lega?» chiese Matt, pensando che in qualche libro dovesse esserci per forza qualcosa al riguardo. «No, non ne ero a conoscenza, ma questo significa che non siamo soli. Non siamo gli unici a combatterli.» «Ora so che esistete ancora e voglio potervi aiutare. Avete un piano? Insomma, non capita da anni di vedere così tanti membri della resistenza in un solo posto.» «La tua talpa ti ha mai parlato del progetto Charlotte?» «Sì, ne so qualcosa. So che è rinchiusa in una parte della loro fortezza più sorvegliata, so che le guardie la sorvegliano ventiquattro ore su ventiquattro. So che per passare devi essere uno di Loro oppure vai incontro alla morte.» «Be’: ecco il piano.» «La morte non mi è mai sembrata il piano migliore…» disse Diablo, un po’ scettico. «Il ragazzo non ha tutti i torti, sarebbe un suicidio solo provare ad entrare in città» convenne Black. «È la nostra unica risorsa, potrebbe essere immune.» Erano le tre di notte quando l’allarme risuonò in tutto il castello. Un forte rumore continuo che non prometteva nulla di buono. Matt si alzò dal letto, con addosso solo una maglietta dei Metallica e le mutande. Cernobyl era già sull’attenti, accanto alla porta. Indossò quindi dei jeans e gli anfibi. Poi prese la pistola da sotto il cuscino e usci dalla stanza. Nel corridoio incontrò subito Lynnet, i capelli arruffati e uno sguardo infastidito dalla sveglia funesta. «Che sta succedendo?» gli chiese. «Nulla di buono mi sa, andiamo.» Diablo uscì anche lui dalla stanza, in boxer e mitragliatore alla mano. «Ho visto delle luci fuori dalla finestra, che succede?» I tre videro Sigi correre verso di loro, due brasiliane dietro di lui vestite con delle tute da combattimento. «Che succede?» fece Diablo. «I maggiordomi si stanno dirigendo qui e non sembrano in pochi!» Sigi indicò un’ampia finestra che dava all’esterno. In lontananza si potevano scorgere delle luci tremolanti, forse torce. «Maledizione! Come hanno fatto a trovarci?» Lynnet si guardò attorno. «Aspettate, dov’è Black?» «Non lo so, non l’ho più visto da ieri sera.» Un’esplosione fece tremare il pavimento. «Non c’è tempo, i sistemi di protezione sono fuori uso, dobbiamo cavarcela da soli! Lynnet e Diablo, andate sulla torre ovest e copriteci, io e Matt staremo giù e che Zeus ce la mandi buona.»
  5. libero

    Memorie del soprasuolo

    Commento a Il mio amico Acquaman Memorie del soprasuolo Bo aprì gli occhi di scatto. Nel rettangolo di luce spalancato sul corridoio si stagliava una sagoma scura. La postura aggressiva e i capelli ricci che si srotolavano sulle spalle gli fecero capire che erano arrivati guai. «Guarda guarda» proruppe una voce femminile. «Quel secchione di Bo in punizione.» Scoppiò a ridere. «Ciao An.» Le luci diffuse dalle pareti aumentarono d'intensità. La ragazza dai lineamenti orientali entrò, scortata da un piccolo robot che si fermò a lato della porta, e crollò sulla poltroncina accanto a Bo. «Allora? Tu in punizione?» «Non sono in punizione. Questa è la biblioteca. È una punizione solo per te.» Si rilassò sulla poltroncina e le luci si affievolirono. «Studiavo storia.» «Appunto. Se non è una punizione questa» sospirò lei appoggiandosi allo schienale. «Penso di poter soffrire assieme a te, se Rob non ha nulla in contrario» aggiunse lanciando un'occhiata al robot. «Ti sono state comminate due ore di studio obbligatorio. La storia è un'ottimo argomento» rispose il robot. Bo sfiorò il display installato sul polso. Le luci si affievolirono e iniziò una proiezione tridimensionale. «La rivolta dei campagnard,» disse una voce sintetica «dieci anni dopo la Prima Discesa, sfociò in quella che viene chiamata la Seconda Discesa. Le tecnologie di sintesi alimentare resero obsolete coltivazione e allevamento, permettendo ai pochi uomini rimasti in superficie di raggiungere il resto della popolazione nelle sicure e confortevoli città commerciali nel sottosuolo.» «Che palle!» An diede una manata a Bo sfiorando inavvertitamente i controlli sul polso. Svanirono le immagini di impianti chimici e le facce felici di persone nei corridoi della città. Apparve un paesaggio alberato, il sole splendeva in un cielo blu intenso e alcuni animali brucavano l'erba. I due ragazzi sobbalzarono spaventati. Le proiezione si affievolì e le luci si riaccesero. «Cos'era quella roba?» Chiese An. La biblioteca interpretò la domanda come un'esortazione a proseguire la lezione. «Immagini della superficie. Risalgono a un tempo anteriore alla Prima Discesa.» La proiezione riprese mostrando persone impegnate in varie attività all'aperto. «Guarda. Erano costretti a vivere schermandosi gli occhi.» Osservò Bo indicando alcune persone che indossavano occhiali da sole. «Non sarà vietato guardare queste cose?» Chiese An. «Non esiste alcun divieto riguardante la superficie» rispose la biblioteca. «Però è un argomento che non interessa a nessuno ed è considerato maleducazione parlarne.» Le immagini si susseguivano trasportandoli in un mondo di colori vividi e forme irregolari che faticavano a interpretare. Bo percepì il turbamento di An e si sentì contagiato dalla sua agitazione. «Voglio andare fuori.» disse la ragazza stringendogli con forza una mano. «Puoi uscire se vuoi.» Bo controllò il display. «Sei qui da più di due ore. La punizione è finita.» An si alzò facendo accendere le luci e lo fissò negli occhi. «Non voglio uscire da questa stanza. Voglio andare fuori» aggiunse indicando verso l'alto. «Sei pazza?» Bo impallidì. «Nessuno vuole uscire. È pericoloso, scomodo, sporco.» «Bla bla bla» rispose An alzando gli occhi al cielo. «Voglio andarci. Dev'essere bellissimo.» «Non hai sentito cos'ha detto la biblioteca? Gli ultimi uomini rimasti all'esterno hanno fatto una rivolta per poter scendere nelle città. L'avrebbero fatto se lì fuori fosse così bello?» «Io ci vado» rispose lei. Si rivolse al robot che attendeva immobile. «Rob, è possibile uscire all'esterno?» Il robot si sforzò di sembrare imbarazzato per quanto glielo permetteva la faccia metallica. «Sì, è possibile. Ma la gente è fuggita dal soprasuolo. La luce era troppo forte, nessuno riusciva mai a leggere il display dei propri smartphone.» «Cos'è uno smartphone?» Chiese Bo per sviare la conversazione. «I display non erano installati nel polso e la gente se li portava in giro in mano. E le proiezioni retiniche funzionano male con troppa luce.» «Non mi importa» affermò An. «Non voglio vivere fuori, voglio solo dare un'occhiata. Forza Rob, guidaci.» Il robot protestò, ma An fu inflessibile. Visto che nessuno desiderava uscire non era parso necessario vietarlo, quindi il robot, con grande sconforto di Bo, non poté opporre obiezioni valide. Si incamminarono. Ovunque c'erano persone che compravano, bambini che facevano capricci davanti alle vetrine, odore di cibo e grida. I corridoi della città rilucevano di vetrine ammiccanti stracolme di merci e l'onnipresente musica di sottofondo riempiva i pochi istanti di silenzio. Il robot si diresse verso la periferia, regno delle piccole botteghe di abiti a basso prezzo e bigiotteria. Percorsero un ultimo corridoio vuoto e si fermarono davanti a una porta che sbarrava loro il cammino. «Sono anni che nessuno apre questa porta» disse il robot. Le luci che si riflettevano nel vetro non permettevano di vedere al di là. Un cartello recitava: «ɘɿɒɿiƚ – ATAЯTИƎ» Rimasero perplessi ad osservare la scritta. «Perché diavolo scrivevano al contrario?» chiese Bo. An sentì un brivido. «Non è al contrario! È scritta per essere vista da fuori. Dice 'ENTRATA – tirare'. Venivano da fuori.» Rise eccitata. «Forza, apri.» Bo si appoggiò ai battenti e spinse con la segreta certezza che non si sarebbero mossi. Invece la porta si aprì senza grande sforzo. Le loro facce deluse fecero ridere il robot. «Non è l'esterno. Siamo parecchi metri sotto il livello del suolo.» Erano in un corridoio simile a quello da cui provenivano, tranne per lo strato di polvere che ricopriva ogni cosa. Il robot indicò una porta. «Lì ci sono le scale. Gli ascensori non funzionano da almeno un secolo.» Si precipitarono oltre la porta ritrovandosi immersi nel buio assoluto. Il robot accese un faro sul centro della fronte. «A volte mi tocca eseguire manutenzioni in luoghi male illuminati» disse, quasi scusandosi. Salirono alcuni piani di scale finché arrivarono davanti a una porta d'acciaio su cui campeggiava il numero zero. «Oltre quella c'è la superficie.» An spinse con forza, e la porta si aprì di schianto facendola ruzzolare all'esterno, in quello che un tempo era stato il parcheggio del centro commerciale. Si rimise in piedi con una capriola suscitando un sussulto di ammirazione in Bo. Una vertigine improvvisa li colse quando guardarono in alto, inghiottiti da un blu infinito senza soffitto. Chiusero gli occhi per lo stordimento e la luce intensa. An prese la mano di Bo e la strinse forte. Il cuore le batteva all'impazzata. «Ho paura. Torniamo indietro.» Bo sembrò non sentirla. Ripresosi dallo spavento fissava affascinato davanti a sé. «Quelli sono alberi» disse incamminandosi trasognato. Il sole bruciava sulla pelle; profumi sconosciuti, suoni e colori stimolavano i loro sensi. «Toccate qui» disse Bo sfiorando la corteccia rugosa di un albero. «Non ho mai sentito niente di simile.» An si precipitò ad appoggiare la mano accanto alla sua. Il robot rimase a fissarli. «Spiacente, non ho il senso del tatto.» Accarezzarono l'erba soffice, gridarono meravigliati alla vista dei fiori e si ritrassero spaventati quando un'ape svolazzò loro attorno. «Perché sono fuggiti da tutto questo?» chiese meravigliata An. «Non lo so. Ma noi non fuggiremo. Verremo a vivere qui. Fuori.» Guardò il display sul polso, ma non era possibile leggere nulla nella luce intensa. La pelle delle braccia stava iniziando ad arrossarsi e coprirsi di piccole pustole. «È il sole» disse il robot. «Non siete abituati.» Si spostarono all'ombra di un albero, ma An lanciò un grido di dolore. «Quella è un'ortica. Non toccatela» spiegò il robot. L'aria aveva iniziato a muoversi vorticosamente, come accadeva davanti ai grandi condizionatori dove giocavano da bambini. Si guardarono. Non c'era nessun ventilatore. «Perché l'aria si muove?» sussurrò An. Una grande nuvola di puntini bianchi volava nell'aria verso di loro. «Ho paura.» Un gridò si levò dal bosco. Bo deglutì. «Forse è meglio rientrare.» Corsero alla porta e si precipitarono all'interno con un sospiro di sollievo
  6. Gas

    Coniugi pandimensionali

    Commento. Foster si tolse le braccia e le lasciò cadere sul pavimento. La testa gli schizzò verso l'alto come un tappo di spumante, colpì il soffitto e rimbalzò a terra. Masha, che era presente alla scena, si impressionò fino al punto di urlare. Le gambe di Foster si staccarono con un suono metallico dalle anche e il busto di Foster cadde all'indietro dopo un'oscillazione. Le gambe restarono ritte, ma solo per un gioco di equilibri. -Non è difficile, puoi farlo anche tu-, disse una voce che aleggiava nella stanza. -Se vuoi ti converto.- -Perdiana no, non voglio! Anzi, ricomponiti che mi spaventi!-, esclamò la donna, visibilmente smarrita. Ci fu un brontolìo. -Da solo non posso. Rimettimi assieme.- La donna guardò una delle braccia di Foster. Sembrava ancora viva. -Devo farlo davvero?- Nel dubbio afferrò un braccio, e la consistenza molle della giuntura, il calore vivo e la pelle molliccia le diedero una brutta impressione. Lo avvicinò al torso. Avvicinò allo stesso modo gli altri pezzi di Foster, con grande schifo quando toccò alla testa. -Senti, lascia perdere. Non ti riesce per nulla bene. Non vorrei trovarmi col gomito al posto di un ginocchio-, si lamentò la voce nella stanza. -Grazie, non è che tutti i giorni capiti di dover fare... questo. Che poi io ti ho pure sposato. Siamo andati a letto assieme. Se ci penso mi vengono i brividi.- -Ora fai la schizzinosa, ma sul momento mi sembrava ti piacesse.- -Ho fatto sesso con un marziano!-. Masha sbraitava volgendosi per ogni dove, dato che non le era chiaro dove si trovasse suo marito in quel momento. -Potevi avvertirmi prima che accadesse!- -Non sono un marziano. Trovo offensivo questo qualunquismo. Non vengo da un altro pianeta, vengo da un'altra dimensione. Mi sembrava di essere stato chiaro. E' da quando frequenti quelle amiche del circolo letterario che hai queste prese di posizione assolutiste. Mi preoccupa.- Masha sbuffò. -Cosa c'entrano adesso le mie amiche. E' un miracolo che sia riuscita a farmene, col musone che sei. O che eri. Accidenti, ora non so più cosa sia vero o cosa no.- Masha dovette abbassare i toni perché il vicino batté un paio di colpi alla parete. Tracciò cerchi con l'indice, sperando di puntarlo sotto il naso del marito. -Tu ora rimetti a posto tutto quanto, poi facciamo le pratiche e te ne vai.- Ci fu silenzio per alcuni attimi. -Che intendi con "le pratiche"? Amore, capisco tu sia un po' sconvolta, o che qualcuna delle tue compari zitelle ti abbia infilato in testa idee femministe. Ci sta. Ma che si arrivi a una separazione soltanto per questo... no, mi pare eccessivo. Mica hai scoperto che sono convertito a Scientology.- Masha digrignò i denti. -Soltanto per questo. Amiche femministe. Ti rendi conto di quel che dici? Sei un fantasma.- -Per la precisione sono un pandimensionale. Dovresti ringraziarmi, potevo tenertelo segreto...- -"Ringraziarmi"???- -...e continuare come nulla fosse. L'ho fatto per rispetto di te. Senti, te lo propongo di nuovo. Posso convertirti. Diventeresti pandimensionale anche tu. Come direbbero le tue amiche progressiste, sarebbe fico. Sarebbe molto più facile anche per il nostro rapporto. In quel corpo mi sentivo stritolare.- Masha battè i piedi sul pavimento. -Vuoi che diventi un fantasma? E come faccio col lavoro?- -Non dovresti lavorare. Ti nutriresti della vibrazione delle superstringhe. Che poi come cuoca non è che tu fossi questo granché. Fingevo.- Masha divenne rossa e gonfiò le guance. -Siamo nel cerchio dell'onestà, ti devo dire o no tutto quanto? Lo hai voluto tu.- -Ma io immaginavo tu mi confessassi un'amante o che tua cugina te l'aveva fatta vedere e ci eri rimasto sotto. O che tu fossi gay, o stornavi fondi in ufficio o qualunque altro segreto una donna si aspetta di ascoltare in quei frangenti. Non che tu fossi un fottuto fantasma. Ti è saltata in aria la testa!- -Le molle non tenevano bene. Facciamo così, ti converto un paio di minuti, vediamo se ti piace.- Masha disse no no no guardando agli angoli del soffitto, ma non aveva modo di opporsi. Una patina rosa le si fece sugli occhi, avvertì odore di ciclamino e poi la strana sensazione di precipitare in orizzontale. Dopo questo assieme di cose vide il proprio corpo sdraiato sul pavimento, a braccia larghe e con l'espressione ebete sul volto. -Ho davvero quelle doppie punte?-, chiese a voce alta. Una massa muscolosa di colore cangiante le si approssimò galleggiando per aria. -Come ti senti?- -Perdiana mai sei tu, Foster?- -Quello che vedi è il mio corpo astrale, sono dodici dimensioni che si intersecano dando luogo a una panmateria che è qui ma non è qui. Si, ok, sono io, i tecnicismi te li spiego dopo.- -Sto volando. E non sento male alla schiena. Tutto sommato mi trovo bene. Si, una sensazione piuttosto piacevole.- -Sei molto bella in versione astrale.- -Lo dici per lusingarmi. Toglimi una curiosità, ma se la tua specie di marziani è così tanto sexy, perché ti sei fissato con me? Perché ficcarti in quello scafandro?- Foster le tese una mano. Masha non riuscì ad opporsi, avendo ancora pensieri da umana trovava quella manifestazione irresistibile, quasi angelica. Toccata la mano schizzarono verso il soffitto, di qua al cielo metropolitano e dopo una traslazione vagarono attraverso dimensioni di luci incrociate che creavano arabeschi di colore, sapore e suono. -E' un trip mistico, meglio di quando andavo al Greenwich.- -Ti piace? Sono contento-, le sorrise Foster. -Il problema è che questo scenario delizioso si ripete sempre a questo modo ovunque nel multiverso. Dopo qualche secolo se ne ha abbastanza della bellezza astratta, si vuole impegnarsi in qualcosa di più pratico. Mi piaceva il modo col quale ti mangiavi le unghie.- -Mi hai sposata per quello?- Foster pandimensionale si grattò la testa cangiante. -Ci sono persone che si sposano per ragioni meno importanti. Magari perché si amano. Quello è un vero tormento.- Masha ebbe un dubbio. Si guardò attorno cercando un difetto nell'intrico della bellezza multiforme. -Se mi converto pure io resteremo qui, e hai detto che dopo qualche secolo viene a noia. Non mi sembra un bell'affare quello che proponi.- -Questo è vero, ma il vantaggio di essere pandimensionali è che si può viaggiare attraverso il tempo e lo spazio a piacere, creando corpi adeguati a contenerci. Eravamo Foster e Masha a San Diego nel 2016. Possiamo essere molte più cose. Una regina egizia e il suo schiavo, o due briccoli del pianeta Undra. Due tostapane se ti va. Mi piacerebbe averti con me in queste esperienze.- Masha rivalutò moltissime cose che aveva pensato di suo marito fino a quel momento. Cercò di ricordare le ragioni per le quali lo aveva sposato, non trovandone alcuna che fosse sensata. Mentre quella proposta era davvero romantica, e il fatto che un pandimensionale avesse scelto lei la riempiva di eccitazione. Si sentiva importante. -Lo voglio. Eccome se lo voglio. Cioè, è come se tutti i sogni chimici che avevo a diciassette anni prendessero corpo. Ci vedevo qualcosa di più in quella canapa, ma i sensi di colpa e il marxismo impedivano approfondimenti.- -Questo borbottare sconclusionato significa che resterai con me?- Masha si tuffò ad abbracciare Foster. -Senza corpo e peli superflui sei l'uomo della mia vita. Certo che resterò con te.- Dal loro abbraccio serrato scaturirono onde oscillanti di gravitoni, fulmini azzurri e tre pesci volanti. -Purché tu non cucini.- Masha mollò un pugno alla spalla multidimensionale del marito, ma lo fece per gioco. -La consulente lo aveva detto, che il cerchio dell'onestà poteva avere conseguenze impensabili-, concluse. -Che facciamo ora?- -Per prima cosa direi che sarebbe appropriato presentarti ai miei. Hanno solo descrizioni vaghe. Ti piaceranno.- -Sono come te?- -Sono due buchi neri senzienti con un nucleo di iperstringhe cationiche. Li trovo spassosi.- Masha replicò col corpo astrale quello che avrebbe fatto sulla Terra col suo corpo originale, cioè alzò di spalle. -Mi abituerò anche a quello. Ci teletrasportiamo o cosa?- -No, dobbiamo aspettare l'autobus-, la informò Foster. -Ne dovrebbe passare uno a momenti. Ah, eccolo, siamo proprio fortunati.- Masha suo malgrado era raggiante. Quella nuova esistenza prometteva molto di più di quanto avrebbe chiesto, e non volle fare troppe domande per paura che l'idillio finisse. Neppure perché alla guida dell'autobus ci fosse qualcuno che assomigliava in modo così sfacciato a John Lennon. Poteva essere solo una coincidenza, dopo tutto. Di colpo gli assilli della quarantenne media le parvero vaccate, lontani anni luce dalla verità dei fatti, e cioè che suo marito era un coso transqualcosa e l'universo un quadro hippie. -Non scherzavo quando dicevo che sei molto bella-, sussurrò Foster quando furono al posto, abbastanza impacciato nel farlo. Non era congruo che una creatura pandimensionale venisse smentita, i normodimensionali erano tutti un aaah e un oooh e rivelazioni mistiche quando capitava un contatto. Confermare un'asserzione gli era nuovo. Masha lo lesse come delizioso imbarazzo. -Voi entità pandimensionali potete mentire?- -Non è mai carino farlo.- -Continua a mentire, mi sta piacendo-, sorrise Masha, poggiandogli la testa sulla spalla. Quindi aggrottò quelle che erano le nuove sopracciglia. -Se puoi mentire, allora quel giorno che ti chiamavo a lavoro e non rispondevi…- -Guarda, cara, guarda là fuori! Una singolarità!- -Non mi freghi, signor millebagliori. Ora mi spieghi per filo e per segno dove eri finito quella sera.- Foster sbuffò. Sapeva che non sarebbe finita là. Cercò di ricordare come Masha si mangiava le unghie per trovare la pazienza, la ragione e il premio per quegli sforzi che compiva. Due anziani coniugi neutrinici annuirono: ci erano passati anche loro.
  7. lean

    Indagine interstellare

    http://bookinprogress.net/forum/index.php?/topic/131-il-sistro/ Il suono del campanello riempie il silenzio della casa. Mio marito è al lavoro, i bambini a scuola, sono tentata di non rispondere immaginando l’ennesimo scocciatore quando uno strano rumore sul pianerottolo mi accende di curiosità. Uno strano bip bip, intervallato da una specie di clangore metallico. «Chi è?» «C7- 800 unità di ricognizione». Resto un attimo interdetta prima di sbraitare una risposta colorita, poi ritorno verso la cucina. In quel momento, una luce intensa si diffonde nel corridoio e la porta si apre sbattendo violentemente. Quasi rischio l’infarto e, terrorizzata, mi volto di scatto. Un incredibile essere verdognolo mi sorride dalla soglia. Un misto tra Joda ed ET e io capisco che mio marito ha ragione: sono esaurita. Penso a qualcosa da dire o fare ma lui mi precede. «Ciao Anna!» la voce è gentile, anche se robotica. «Chi- chi diavolo sei tu e da dove arrivi?» La creatura alza il dito per aria. «Dalla galassia interstellare 547xz». Ok, sto proprio fuori, ma tanto vale assecondare la mia allucinazione. «E come fai a sapere il mio nome?» L’alieno mi guarda con due occhi enormi, muovendo le piccole orecchie a punta. «Ti ho trovata su FB». Se il panico non fosse già alle stelle, ci sarebbe da ridere. «Su FB?! Mi vuoi dire che gli alieni non solo esistono ma usano i social?» «Confermato!» Respiro a fondo, cercando di non perdere il controllo. I miei occhi cercano l’orologio a parete… le dodici, ho ancora un’ora prima che i miei figli tornino a casa e si traumatizzino a vita. «Senti, qualunque cosa tu voglia questo non è il posto giusto. Devi andare via, adesso». «Negativo. Tu corrispondi ai miei criteri di ricerca». «Scusa, ma non sei il mio tipo». «Nemmeno tu, ma devo fare una ricerca sui figli terrestri e tu sei una mamma». Penso al numero di donne che abitano il pianeta terra e, subito dopo, a quante di queste saranno mamme e capisco che la sfiga che mi perseguita negli ultimi tempi ha raggiunto proporzioni galattiche. «Solo qualche domanda». Rifletto sulle alternative possibili ma, data l’originalità della situazione, mi rendo conto che faccio prima ad assecondarlo. «Dai, entra!» gli abbaio contro, poi a grandi passi lo precedo nel salone. Mi accendo una sigaretta che rivela la mia agitazione, mentre lui con molta calma si accomoda sul divano. «Ti aiuterò ma dobbiamo far presto e la tua prossima ricerca la farai dall’altra parte del globo!» «Sì, questo è previsto dal protocollo». Grazie a Dio! Inizio a camminare per la stanza mentre quella specie di ET sorride sornione, poi lo guardo allungare un dito e davanti a lui si accende una specie di lavagna luminosa. Nonostante una serie di simboli incomprensibili catturi la mia attenzione, cerco di non distrarmi e ripenso alla storia del fiore e dell’ape che con mia figlia è servita perfettamente allo scopo, ma C7-800 mi spiazza. «Dov’è installato il comunicatore dei bisogni nei neonati e come funziona?» Mi basta un attimo. «Nella bocca. Il bimbo emette un allarme acuto e il genitore ha il ricettore nelle orecchie». «Interessante, e come differenzia i bisogni?» «L’allarme si disattiva solo quando indovini». «Non è molto pratico… » risponde lui storcendo il naso. «I nostri figli comunicano con noi telepaticamente e senza essere rumorosi» mi spiega, scuotendo la testa. «E il pulsante di spegnimento?» «Spiegati meglio… » «Come li mettete in stand by?» L’immagine di un ipotetico on/off sulla nuca dei miei figli si palesa davanti ai miei occhi, questa è quasi impossibile, ma ci provo. «La televisione, il tablet, la play… tutti dispositivi miracolosi che annullano ogni forma di disturbo che proviene da loro e rende felice il genitore concedendogli la ricarica». «Quindi il figlio rimane cosciente?» «Diciamo… in realtà è in una sorta di stato catatonico nel 90% dei soggetti visionati» rispondo sicura di me. ET digita sicuro sulla sua lavagnetta e io, ormai più rilassata, prendo posto al suo fianco. «A quale età i figli terrestri pensano all’accoppiamento?» «Le femminucce nell’adolescenza ma è difficile stabilire un’età precisa. I maschietti invece nascono con questa necessità attivata dalla nascita, sono difettosi». «E non li curate?» «Si è provato di tutto, ma non c’è rimedio». L’alieno sembra scioccarsi ogni secondo che passa. «Fare il genitore sulla terra è un atto di coraggio» dice infatti. Come dargli torto! «Beh, spero di esserti stata utile». «Affermativo, ho concluso il mio lavoro». «E che idea ti sei fatto?» «Che voi genitori terrestri siete programmati per amare i vostri figli a dismisura e siete alimentati da un ingrediente miracoloso, la pazienza». Poi si alza e spegne il dispositivo. «Aspetta! Potresti…» Gli sussurro nell’orecchio la mia richiesta e lui ride sotto i baffi iridescenti. «Addio Anna e che la forza sia con te!» Dio, era una vita che sognavo di sentirmelo dire!
  8. Ospite

    La casa degli spiriti

    commento LA CASA DEGLI SPIRITI Carmela Spizzichini si presentò nella caserma di Bracciano al tramonto. Entrò insieme a una folata gelida e si diresse senza indugi alla scrivania del Comandante Gracchi. Lui la osservò con aria interrogativa; era infagottata in un cappotto rosso a scacchi che si intonava con i capelli. - La Leda l’è sparit! – disse la signora Spizzichini appoggiando la borsa dello stesso colore del cappotto sul tavolo e frugando al suo interno. - In che senso sparita? - fece il comandante. Carmela Spizzichini terminò la sua ricerca estraendo una ricevuta. - Sparita con l’affitto che mi deve! - esclamò sventolando il foglio sotto il naso del Comandante Gracchi. Un fulmine tagliò in due il cielo mentre Gracchi lasciava la strada principale e imboccava un viottolo sterrato in salita. Le prime gocce iniziarono a picchiettare sul vetro e Gracchi sospirò pensando alle fettuccine ai funghi porcini che la moglie gli preparava ogni lunedì e che probabilmente si stavano raffreddando nel piatto. Raggiunse la casa di Leda Argenti che diluviava. Leda in paese era conosciuta come “la poetessa” perché in gioventù aveva vinto un premio letterario con una poesia dedicata alla mamma. Poi la madre era morta e lei non ne aveva più scritte. Viveva da sola con una magra pensione; in paese si vedeva poco, era una donna magra con il viso lungo e triste e gli occhi buoni da bue. - Se la son portata via gli spirit! – gli aveva detto la Spizzichini facendosi il segno della croce e aveva aggiunto che la casa era infestata, piena di luci strane. “Le luminarie, certo” osservò il Comandante Gracchi guardando i fili di lampadine colorate che pendevano sulla veranda. Bussò e attese che qualcuno si facesse vivo prima di prendere le chiavi sotto lo zerbino come gli aveva indicato la Spizzichini. La casa era vuota ma ogni cosa era in ordine; la lampada del soggiorno illuminava il tavolo di cucina su cui c’era il pollo lasciato a marinare e un cestino con il pane fresco. Il computer era acceso, ma il video era disturbato. Gracchi provò a spingere qualche tasto ma non cambiò nulla e poi non si era neppure portato gli occhiali per vedere da vicino. Al centro della stanza s’era formata una pozza d’acqua, evidentemente la pioggia s’era infilata tra le travi del tetto ed era penetrata in casa. Il Comandante scosse la testa, quel posto era un vero schifo: la casa cadeva in pezzi, nell’orto non c’era neanche un filo d’erba e la connessione internet era pessima. Tornò in caserma per stendere il verbale rassegnato alle fettuccine fredde. Non si accorse neppure che il foro nel soffitto era un cerchio perfetto, così come lo era quello nell’orto che aveva polverizzato le piante e il computer continuava a inviare lo stesso messaggio da ore. “Vado con loro”.
  9. Matt

    Luce notturna

    Commento quiVi: http://bookinprogress.net/forum/index.php?/topic/212-il-cane-nero/&do=findComment&comment=1606 LUCE NOTTURNA La radio emise di nuovo il dannato sibilo di quando perdeva la sintonizzazione, cosa che faceva fin troppo spesso. Guido strinse la consumata rotellina tra pollice e indice, cambiando poi stazione. Sempre la stessa storia: quando pioveva quel trabiccolo non accennava a funzionare, diffondeva solo quel irritante chiasso. Se il fastidio avesse posseduto un rumore, be’, di certo quello sarebbe stato il più affine. Decise di lasciarla dove si sentiva meglio, quel meglio era rappresentato da parole sconnesse, quella che sembrava musica lirica e degli sibili. Nella vecchia punto del duemila verde pisello faceva un freddo cane. Il riscaldamento aveva smesso di fare il suo dovere pochi giorni prima e l'unico modo per scaldarsi, in attesa del fine settimana in cui avrebbe portato l’auto da meccanico di fiducia, era stringersi nel giubbotto di piuma d'oca e proseguire. I piedi avevano smesso di pulsargli, dopo aver sopportato ininterrottamente il peso del suo corpo per oltre dieci ore avevano ottenuto l'agognata tranquillità. Un raggio giallognolo prepotente illuminò di più la strada deserta quando accese gli abbaglianti, l’asfalto bagnato da qualche ora rifletteva la luce traballante del fanale che stava per tirare gli ultimi. «Paaaarlami d'amore mariuuuù, tutta la mia vita sei tuuu, gli occhi tuoi bell-bzzz bzzz…» Un colpo della mano di Guido contro lo stereo e la musica scomparve del tutto. «Fanculo, rottame» esclamò, rassegnandosi. Riprese la ricerca della stazione, trovando solo Radio Maria che prendeva a palla, manco stesse trasmettendo Iddio in persona. Girò la manopola volentieri mentre da lontano una luce singolare spiccava tenue in movimento. Guido tolse gli abbaglianti, riportando la mano sulla radio, sperando nei trasmettitori di RDS. La luce era dal lato opposto della strada, si muoveva a ritmo e veniva verso di lui. Guido trovò in lei un nuovo momentaneo passatempo e si immaginò che fosse. Di certo non era uno scooter, in quanto sobbalzava e la circonferenza da cui proveniva il bagliore era troppo piccola. L'opzione migliore sembrava quella di un corridore, che armato di buone intenzioni si stava cimentato in una corsetta notturna e decisamente gelida. Guido ne rimase colpito, poiché lui non avrebbe di certo affrontato il freddo di fine ottobre per rassodare i glutei, quindi tanto di cappello al corridore. Senza accorgersene rallentò come per assaporare il momento in cui lo, o la, avrebbe visto in faccia. Iniziò a immaginarsi la sua ipotetica miss da corsa: blu con strisce nere sui fianchi, scarpe leggere ma comode, berretto di lana e cuffie all'orecchio, e poi la torcia. Probabilmente la indossava sul petto, con una propria cinghia a sorreggerla. Sì, doveva essere così, forse sbagliava solo sul colore della tuta ma sul resto ci avrebbe scommesso. «Giusto, ovviamente è palese che- bzzz bzzz…» Guido non prestò nemmeno attenzione alle informazioni criptate fornite dal coso che non era più una radio, ma un produttore di sibili ambulante; troppo concentrato sulla figura la osservava e la studiava. Sembrava che il tempo si stesse fermando, forse anche lui in attesa dell'incontro, in tacito fermento come Guido. Non mancava molto. La punto aveva rallentato, pronta per assecondare lo scambio di sguardi. Era una cosa stupida alla fine, nulla di differente da un passaggio di un tipo sconosciuto che correva con la gola arsa dall'aria gelida. Nulla di più. Eppure Guido Bertassi seguì con lo sguardo la figura mentre gli sfilava di fianco, con la luce che saltellava, sempre più grande. La macchina doveva proseguire ai venti chilometri all'ora quando si incrociarono. La testa di Guido seguì il passaggio del corridore: guardò sul petto, certo di trovare una torcia a led da cui proveniva il bagliore, errando però la supposizione. Non emise alcuna parola, i pensieri erano taciti e la radio, che straordinariamente aveva preso a trasmettere una canzone pop di Madonna, non sembrava in grado di distogliergli l’attenzione. Stava osservando un uomo correre al di là della strada: la tutina aderente blu, le scarpe comode e in testa... be’, in testa aveva un fanale. Cioè, la sua testa era un enorme fanale simile a quelli delle biciclette anni novanta, dal contorno argenteo e decisamente grosso. Il fascio di luce illuminò la punto quando il guidatore si voltò verso di lui, la mano del corridore si alzò per salutarlo e lui ricambiò sbigottito, senza sapere il perché lo stesse facendo. Poi la punto sorpassò l’uomo e di lui rimase solo un puntino sullo specchietto retrovisore che si restringeva a mano a mano che si allontanava. Guido rimase a lungo a osservarlo, smarrito da quello che aveva visto, senza saper che dire o se quello che aveva visto fosse reale o meno. La luce divenne impercettibile e poi scomparve. La radio aveva ripreso a sibilare ed era l'unico rumore all'interno della punto, assieme ai pensieri bloccati di Guido. Una sola domanda però rimaneva, imperterrita era l’unica cosa che gli venne da chiedersi in quel momento. Che diamine era quel coso?
  10. Inizio di un racconto lungo a capitoli che vi aprirà gli occhi. Qualcuno lo conosce già, per gli altri leggete e capirete molte cose :gesi: CAPITOLO 1- PROLOGO ISOLATI Attizzò di nuovo il fuoco del camino. I grossi ciocchi di legna bruciavano gradualmente, ardevano tra le fiamme che emanavano calore. Matt Wolf si strofinò le mani sbuffando davanti alle fiamme crepitanti: odiava il freddo. La notte era buia e calma, attraverso le grandi vetrate antiproiettile si scorgeva a malapena il manto erboso e umido del giardino della villa ottocentesca. La dimora era deserta, tutti gli inservienti erano stati cacciati da tempo, per sicurezza. Tornò a sedersi sulla poltrona di velluto rosso e aiutato da una lampada vintage d’ottone, riprese la lettura del libro: I voi-sapete-chi: origine e ascesa della più grande minaccia dei nostri giorni di Gaunt Melton. Matt, per tenersi al sicuro e lontano da Loro, aveva reso la sua villa una fortezza inespugnabile. Un muro di tre metri la circondava, una rete elettrica alta un altro metro e mezzo impediva che Loro potessero in qualche modo scavalcarlo. Decine di torrette erano disposte in posizioni strategiche nell’ampio giardino, tarate per individuarli e annientarli. Sulla fontana al centro troneggiava una gamba pietrificata di quei cosi, come monito di avvertimento. Matt ricordava ancora quel pomeriggio. Era in giardino a giocare assieme a Cernobyl, quando uno di Loro scavalcò il muro. La barriera elettrica non era ancora stata installata. Lo aveva visto correre verso di lui, con quel smoking, i baffi curati, il suo comportamento formale. Da quel che ne sapeva non potevano nemmeno scalare un albero, figurarsi un muro di tre metri! Maledetto. «Attacca Cernobyl!» aveva gridato. Cernobyl era un cucciolo di cerbero alto quasi due metri, amante della carne cruda e particolarmente protettivo. Si era scagliato contro di Lui costringendolo a salire su di un albero. Si ricordava ancora come quel bastardo aveva tentato di negare la sua natura, ma Matt l’aveva scoperto e gli aveva aizzato contro il cane da guardia. La gamba era quello che ne era rimasto, messa in bella vista come un monito, qualcosa che avrebbe potuto scoraggiare quelle creature abominevoli. Negli anni Matt aveva imparato a combatterli, anche se sapeva che erano troppi. I loro occhi vedevano tutto. Perciò si era segregato nella villa da parecchio tempo, con una scorta di cibo sufficiente per sei mesi, un arsenale di armi e un cerbero come guardia del corpo. Girò un’altra pagina. La biblioteca era muta, l’unico rumore proveniva dallo crepitio del fuoco e dal cerbero che ronfava in mezzo alla stanza, le tre teste che sbavavano sul tappeto. Quell’animale era diventato la sua assicurazione sulla vita, gli era rimasto solo lui. All’improvviso un rumore. Urla strazianti, lontane. Matt si voltò verso le vetrate e vide un chiarore intermittente, il fulminio della rete elettrica. «No, non è possibile!» Poi più nulla. La luce della lampada sul tavolino si spense. Un brivido freddo lo attraversò da capo a piedi. Delle ombre si muovevano oltre il vetro: erano riusciti a passare. Attese che le torrette si attivassero, inutilmente: i bastardi dovevano aver staccato la corrente. Senza perdere tempo si precipitò verso il generatore di emergenza in cantina. L’abbaiare di Cernobyl proveniente dal piano superiore l’accompagnava, mentre una fiacca luce d’emergenza al neon gli faceva strada tra bottiglie di vino riposte accuratamente in ripiani di frassino. Il generatore in fondo alla stanza era enorme: abbassò la leva di sicurezza e premette il tasto per l’accensione. La macchina si mise in moto sobbalzando, prima con un fischio leggero, poi aumentando sempre di più. Immediatamente sentì in lontananza gli spari delle torrette, le Loro urla. Matt a quel punto salì di corsa saltando gli scalini a due a due. Cernobyl era di fronte al vetro della sala, graffiava con le zampe e ringhiava più che mai. La barriera aveva ricominciato a funzionare, ma alcuni di loro dovevano essere all’interno della villa. All’improvviso una torretta esplose. Un grosso botto e una fiamma rossa si innalzò nel scuro cielo, la situazione gli stava sfuggendo di mano. Si avvicinò al Gargoyle di marmo vicino alla libreria, gli mise una mano in testa la spinse in giù. La libreria si mosse, cominciando a roteare su se stessa e rivelando un arsenale completo: fucili d’assalto, pistole, granate, lanciarazzi; non mancava nulla. Prese un AK-47 modificato, controllò se il caricatore era pieno. Stava riarmando l’arma quando sentì battere contro il vetro della sala. Uno di Loro era arrivato fino a lì. Era da un pezzo che non ne vedeva uno da vicino, non che gli mancasse. Cernobyl si mise a ringhiare mentre quell’uomo di mezz’età batteva ripetutamente con un vassoio d’argento sul vetro. Sempre le stesse parole, sempre quel tono troppo serio. «Cernobyl, vieni con me!» Armò il fucile, guardò se Cernobyl fosse pronto e poi aprì la porta d’ingresso. Una quindicina di loro stavano scorrazzando per tutto il giardino, cercando di mettere fuori uso le torrette con coltelli e forchette. Matt puntò il fucile e iniziò a sparare, mentre Cernobyl azzannava e dilaniava. Uno di loro si avvicinò troppo a Matt. «L’arrosto è cotto a puntino, Sir?» gli urlò addosso. Il ragazzo lo colpì con il calcio del fucile, l’essere cadde a terra e Matt lo finì con una scarica di proiettili. Continuò a sparare abbattendoli uno a uno, quando sentì il guaito di Cernobyl. Era circondato da quei cosi che lo colpivano ripetutamente con delle forchette. «Schifosi! Lasciatelo!» Matt perse la testa. Non arrischiandosi a sparare per timore di colpirlo, corse verso l’unico amico che gli era rimasto. Colpì violentemente uno di Loro con il calcio, facendolo finire a terra. Un altro cercò di prenderlo da dietro, legandogli attorno al collo un tovagliolo, Matt lo colpì prima allo stomaco e poi al volto. A uno a uno crollarono come birilli, freddati poi da colpi precisi alla testa. Quando si fermò aveva il fiato corto: non era rimasto più nessuno. Si avvicinò a Cernobyl che gemeva e si leccava le ferite. «Ci sono io Cernobyl, ti proteggerò.» Da diversi tagli sul fianco usciva parecchio sangue. «Adesso ci penso io, torniamo dentro.» Matt raccolse alcuni tovaglioli dai cadaveri e tamponò la ferita meglio che poté. Si guardò attorno: il giardino cosparso dei Loro corpi, le torrette distrutte, la rete di protezione elettrica piegata. Stava ricominciando. Ma stavolta è diverso, si disse. Si erano spinti oltre questa volta: non avevano più paura. Stava per ripartire un altro attacco, forse più pericoloso di qualunque altro. Non avrebbe potuto farcela da solo, gli serviva aiuto. Schifosi maggiordomi.
  11. (pre-scriptum: non vorrei essere bannato prima ancora di incominciare, ho letto le regole, penso di aver fatto tutto giusto ma non ne sono sicuro, scrivo da una postazione aliena e ho avuto problemi con la formattazione, sorry se ho sbagliato qualcosa) Trafalgar Square, 3 febbraio 2017. Era da poco spuntata l’alba e si preannunciava una giornata come tante: fredda, piovigginosa a oltranza, madida di smog che penetrava nelle ossa e le faceva gemere di malcelato fastidio. Radi ombrelli attraversavano velocemente la piazza ancora assopita. Ai piedi di uno dei quattro leoni che sorvegliavano la colonna di Nelson stavano avvinghiate due figure nude, in atteggiamento non equivoco: un agente di polizia si avvicinò con circospezione e fissò incredulo la scena che gli si presentava di fronte in tutto il suo realismo. Dopo un istante, elaborato lo sconcerto, iniziò a soffiare con forza nel fischietto di ordinanza. Nulla, i due non si mossero. Il Bobby urlò ordini con voce strozzata, estrasse lo sfollagente e lo agitò minacciosamente nella loro direzione. Finalmente i due si sciolsero dall’abbraccio e si voltarono verso il poliziotto con aria smarrita. Nessuna parola, nessun gesto, nessuna intenzione di rivestirsi. Peraltro, non c’era traccia di vestiti lungo tutto il perimetro dell’obelisco. Il poliziotto chiamò la centrale, arrivò un cellulare sul quale i due furono caricati, addobbati con le coperte in dotazione e portati a Scotland Yard. La nebbia, unita alla sorpresa, aveva impedito all’agente di notare alcune peculiarità che divennero evidenti non appena si tentò di procedere all’identificazione: i tratti erano indubbiamente umani, di un uomo e una donna di statura superiore alla media, ma il colore della cute tendeva all’azzurrognolo e le iridi brillavano incandescenti, come accese da un rosso fuoco. Lo stupore degli inquirenti e il reiterato mutismo degli sconosciuti non impedì tuttavia la prosecuzione del consueto iter burocratico con la loro traduzione immediata di fronte alla Corte. Il giudice non era avvezzo a perdere tempo in quisquilie di secondaria importanza e sentenziò: - Gli imputati sono condannati per atti osceni in luogo pubblico, occultamento di identità e immigrazione clandestina. Otto mesi di reclusione. La sentenza è immediatamente esecutiva. Si ritirò, lasciando Scotland Yard in preda a interrogativi di non piccolo conto. I due sconosciuti avrebbero potuto rappresentare un pericolo? Per sé? Per gli altri? Forse anche per la sicurezza nazionale? Inoltre Glenn Turow, l’ispettore capo, ardeva dalla curiosità di conoscere i motivi delle peculiari singolarità fisiche presenti nei due condannati e voleva rinviare per quanto possibile la loro traduzione nelle patrie galere. Compose un numero, rispose il centralino del Dipartimento di Antropologia forense. Chiese del professor Von Frankenstein. - Ciao Glenn, qual buon vento, o tempesta potremmo dire, dal momento che mi chiami di persona... - Scusami Viktor, penso che faresti bene a fare un salto in centrale... sì, so che sei molto occupato, ma ho qualcosa da mostrarti che ti ripagherà del tempo perso... no, subito... non posso anticiparti niente per telefono... va bene, ti aspetto! Un’ora dopo, Glenn e Viktor se ne stavano, muti e riflessivi, nello studio dell’ispettore. Infine l’antropologo ruppe il silenzio: - Te lo ripeto per l’ultima volta, Glenn, non sono umani. Non esistono né razze né etnie che presentano quei caratteri. Non sono frutto di mutazioni. Non solo le iridi e il colore della pelle, anche altri particolari anatomici meno appariscenti ma che ho rilevato depongono per il fenotipo di un genoma che non si è mai sviluppato sul nostro pianeta. - Ti credo Viktor, ma come sono arrivati fin qui? E adesso che possiamo fare? - Occorre cercare di comunicare con loro e informare il mondo scientifico di questa eccezionale scoperta. Avremo bisogno della collaborazione di molte competenze, di molti laboratori, di molti scienziati. Al termine del colloquio fu adottata una decisione condivisa: i presunti alieni, provvisoriamente registrati come Numero 1 e Numero 2, sarebbero stati temporaneamente ospitati nel laboratorio di Antropologia forense, in due gabbie che erano servite in passato per lo studio dei primati, in attesa di decisioni. Il premier britannico, opportunamente avvertito, aveva dato il suo assenso all’operazione, raccomandando un assoluto riserbo. Nel frattempo, Numero 1 e Numero 2 erano stati rivestiti con indumenti recuperati dal magazzino e sembravano tranquilli, pur avendo rifiutato con un cenno il cibo offerto; distesi sulle cuccette della cella non parlavano, non rispondevano alle domande, sembravano come assorti in meditazione. La notizia aveva iniziato a trapelare all’esterno e si rincorrevano voci sull’arresto di pericolosi terroristi; a questo punto Glenn e Viktor decisero per un trasferimento immediato, prima dell’inevitabile assedio da parte di cronisti e curiosi. Nel giro di un’ora Numero 1 e Numero 2 erano al sicuro, collocati in due gabbie dello stabulario, comunicanti ma separate da un’inferriata chiusa con un lucchetto. Viktor e Glenn si erano sistemati nell’ufficio dell’antropologo per organizzare il fitto programma per l’indomani, una giornata che si annunciava impegnativa. Jim Easting, un dottorando in esobiologia che stava svolgendo uno stage presso il Dipartimento, era stato incaricato di sorvegliare e annotare ogni eventuale anomalia di comportamento dei prigionieri. All’esterno dell’edificio due agenti armati, in borghese. Stava scendendo la notte, Jim si accorse che Numero 1 e Numero 2 si erano avvicinati alle sbarre, i loro occhi incandescenti lo stavano fissando. Una voce metallica dalla cadenza londinese interruppe il silenzio teso che si era creato nella stanza: - Liberaci per favore, abbiamo conosciuto questo mondo a sufficienza; abbiamo imparato la vostra lingua, studiato le vostre leggi, indagato la vostra storia e i vostri costumi; ora possiamo tornare a casa a riferirlo. Aveva parlato Numero 1. Jim era rimasto impietrito, non sapeva che fare e neppure cosa dire. Intervenne Numero 2, con la stessa voce metallica anche se con un’impronta più femminea: - Comprendiamo il tuo stupore ma non devi avere paura. Abbiamo letto le vostre menti, nella tua abbiamo trovato la necessaria empatia. Se non ci permetti di andarcene ora, i tuoi simili ci terranno prigionieri per sempre, forse ci vivisezioneranno. La paura dell’ignoto e dello straniero è un istinto troppo forte e radicato nel tuo popolo. Anche la volontà di dominio è una forza potente. Vorranno conoscere la tecnologia che ci ha permesso di attraversare l’universo e non ci crederebbero se gliela illustrassimo. Puoi decidere solo tu e devi deciderlo subito, dopo sarà troppo tardi. Jim esitava, pur condividendo i timori espressi non voleva assumersi una responsabilità così grande. Infine si fece coraggio e domandò, con voce tremante: - Da dove venite? Siete venuti in pace? Come avete viaggiato? - Poi il fiato gli venne meno e attese. - E’ giusto che tu ci ponga queste domande, è giusto che ti rispondiamo. Poi la decisione sarà solo tua – rispose Numero 1, che proseguì – Il nostro mondo dista 500 anni luce dalla Terra, voi l’avete da poco scoperto e l’avete denominato Kepler-186f. Il nostro popolo è pacifico, a differenza di quello che abbiamo colto essere il vostro. La nostra esplorazione è mossa solo dal desiderio di conoscere e di non sentirci soli nell’universo. Quando i nostri scienziati hanno individuato il vostro pianeta come potenzialmente abitabile da una specie simile alla nostra, ci hanno inviato in veste di esploratori. Non siamo ambasciatori, non ne abbiamo la facoltà. Dobbiamo tornare e riferire. Da quanto abbiamo appreso nel leggere le menti dei vostri governanti, dubito che il nostro popolo voglia allacciare rapporti con il vostro, decideranno gli anziani. Se non ci lascerai partire dovremo sopprimerci, la nostra gente capirà il motivo per cui non siamo tornati. La scelta adesso è tua, è sufficiente che tu apra l’inferriata che ci divide. Jim, che era rimasto in apnea per tutto il tempo, espirò con forza e balbettò: - Ma, se vi libero, come farete a tornare? Rispose Numero 2: - Esiste una forza che non appartiene alle leggi fisiche da voi conosciute, o che forse non avete ancora riconosciuto: l’energia universale dell’amore. In quel momento Jim udì un rumore di passi, intuì che Glenn e Viktor erano in procinto di entrare nello stabulario, si precipitò ad aprire la prima gabbia, poi il lucchetto tra le due, infine si ritrasse all’esterno. Numero 1 e Numero 2 si avvicinarono, si spogliarono, si abbracciarono, si congiunsero e svanirono in un istante. - Buon viaggio di ritorno – mormorò Jim, mentre un sorriso triste gli incorniciava il viso.
  12. Nome: Cut-Up Edizioni Sito Web Generi pubblicati: saggistica, narrativa, graphic novel e fumetto d’autore, narrativa popolare tra Ottocento e Novecento, noir, fantascienza, thriller, horror Indirizzo: Via Genova, 300, 19123 La Spezia Email: http://www.cut-up.it/contatti.php Distribuzione: RDE, “Il libro” di Dallavalle, Nda, Pan Distribuzione Modalità di invio manoscritti: non viene specificato Non richiedono contributi per la pubblicazione
  13. Nome: Antonio Tombolini editore Sito web Generi pubblicati: Steampunk, rosa, narrativa, saggistica, fantascienza, noir, mistery, horror, fantastico, reportage Indirizzo: email: info@antoniotombolini.com Distribuzione: non specificato Modalità di invio manoscritti: email secondo queste indicazioni Editore digitale ma non solo, non richiede contributi per la pubblicazione
  14. Kate

    Asterisk Edizioni

    Nome: Asterisk Edizioni Sito WebGeneri pubblicati: Saggistica, Attualità, Narrativa di viaggio, Fantascienza, Formazione Indirizzo: via Mario Musco 75, 00147 Roma E-mail: info@asteriskedizioni.it Distribuzione: //Modalità di invio manoscritti: Inviare una breve sintesi del proprio progetto a pubblica@asteriskedizioni.it, qualche foto se necessario, e il CV (se è possibile anche un link da navigare). Una volta valutato il materiale verrai ricontattato via email sia per ricevere la proposta editoriale sia nel caso non fossimo interessati al tuo progetto. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
  15. Nome: Alcheringa Edizioni Sito WebGeneri pubblicati: tutti i generi tranne Poesia.Indirizzo: 03012 Anagni (Fr) Via della Sanità 20 E-mail: alcheringaedizioni@gmail.com Distribuzione: Libri DiffusiModalità di invio manoscritti: inviare il manoscritto (in formato doc., docx. oppure rtf.) a manoscrittialcheringa@gmail.com. Insieme al manoscritto, inviare anche una biografia e una sinossi dell'opera. Verrà data conferma di ricezione e verrà mandata una mail anche in caso di esito negativo. I tempi di lettura si aggirano sui sei mesi dal momento dell'invio del manoscritto. In caso di esito positivo la CE occ si occuperà dell’editing, dell’impaginazione, della grafica di copertina. Tutti i libri saranno dotati di codice ISBN. Editore che non chiede contributi per la pubblicazione
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