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Trovato 4 risultati

  1. libero

    The revenge

    Commento a Marionette - capitolo I Vagabondando. Non guardo i miei piedi che, ritmicamente, si sollevano dal suolo, compiono un lento arco nell’aria per posarsi infine circa un metro oltre la posizione originaria. Allo stesso modo lascio che siano loro a decidere non solo il come, ma anche il dove portarmi, liberando la mente dalla necessità di scegliere una meta. Lo sguardo può così vagare liberamente, soffermandosi sul volto di un vecchio, segnato dal tempo e rugoso come la corteccia di un pino, o sul sorriso indefinitamente intrigante di una ragazza, sulle linee sbilenche di un vecchio edificio, su una vetrina scintillante o sulla crepa che percorre il selciato, solcandolo come una linea di faglia. Camminando così, senza altro scopo che il guardarmi attorno, mi capita di ritrovarmi al di fuori dei percorsi abituali scoprendo ad ogni passo nuovi scorci che si nascondono capricciosamente agli sguardi affrettati, luoghi a me ignoti e inconsueti punti di vista su quelli già noti. Fu durante una di queste peregrinazioni che mi ritrovai ad assistere ad un evento peregrino. Mi trovavo ai piedi delle Alpi francesi, e più precisamente alla periferia di Dufort, nei pressi del castello da cui il paese deriva il proprio nome, in quel punto in cui la via principale curva bruscamente a sinistra e supera un ruscelletto, entrando in un boschetto di castagni e faggi. I miei piedi scelsero invece di non curvare, ma di proseguire diritto, dove l’asfalto lascia il posto al vecchio acciottolato sconnesso e consumato di una stradina stretta fra la roggia sulla sinistra e il cupo muro del castello alla sua destra. Un uomo sedeva, guardando fisso davanti a sé, sul ciglio della strada, con i piedi penzoloni che sfioravano quasi l’acqua della roggia che fluiva gorgogliando, seminascosta dalle erbacce. Improvvisamente l’uomo levò un iroso borbottio, bestemmiando panteisticamente contro ogni cosa, scagliandosi indifferentemente contro le pietre, l’acqua, le piante, gli uccelli che cantavano fra le fronde arrossate dall’autunno, dimostrando una fantasia davvero notevole, sia nella scelta degli epiteti che in quella degli obiettivi. Non sono un uomo né timido né pauroso, sono tuttavia di animo solitario specialmente quando mi coglie lo spirito errabondo, per cui mi mossi il più possibile silenziosamente nella speranza che l’uomo non si accorgesse di me. Le suole di gomma delle mie scarpe da ginnastica non producevano quasi alcun suono su quei ciottoli che in altri tempi dovevano risuonare dei colpi secchi delle suole di cuoio dei calzari; tuttavia non appena fui alle spalle dell’uomo questi si girò verso di me. «E tu? Credi forse di poter sfuggire al destino solo perché ti fai piccolo e silenzioso?» mi apostrofò. Mi bloccai, interdetto, troppo sorpreso dalla sua domanda per poter rispondere. Lo fissai scrollando le spalle e mi accinsi a riprendere il cammino. L’uomo si alzò: «Aspetta» disse. «Voglio mostrarti una cosa che mai hai veduto nei tuoi vagabondaggi e che mai vedrai nuovamente.» Come potesse sapere dei miei vagabondaggi era sicuramente un mistero, ma in qualche modo egli sembrava conoscermi molto più di quanto avesse dovuto. Raccolse da terra una sacca che prima non avevo notato, vi frugò dentro con una mano e ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo. Mi avvicinai per osservarla meglio: sembrava un mappamondo di marmo lucido, fatto per riprodurre non solo i continenti e i mari, ma anche l’atmosfera e le nuvole. Osservandolo meglio mi accorsi però che non era liscio, come mi era sembrato dapprincipio, ma era invece sovramagnificentissimamente intagliato; si scorgevano infatti i rilievi delle montagne più alte, per quanto minuscoli anch’essi, intagliati con incredibile precisione. Lo stupore mi tolse il respiro e la mia mente si rifiutò malthusianamente di generare alcuna idea, quasi che un istinto di conservazione primitivo cercasse di preservare la mia sanità psicologica togliendomi provvisoriamente la ragione. «Guarda meglio, non hai nulla da temere» disse l’uomo allungando il braccio e avvicinando la sfera ai miei occhi. Essa sembrò ingrandirsi davanti al mio sguardo e mi parve così di poter scorgere ulteriori dettagli, altre montagne, vallate, rocce che si generavano partenogeneticamente da quell’unico lievissimo corrugamento che avevo scorto dapprincipio. Vedevo boschi così finemente intagliati da scorgere perfino i più precisi dettagli degli aghi delle conifere, ruscelli, prati, baite alpine e paesi. Mi sentii inghiottire da quel mondo, volando senza controllo, guidato da qualcosa che sembrava attirarmi a sé. Sorvolai le pendici di montagne che mi ricordavano le Alpi; precipitando sempre più velocemente intravvidi un cittadina e poi un castello, identico in tutto e per tutto a quello alle mie spalle. Due uomini erano fermi, in piedi, in uno stretto viottolo accanto alle mura, uno dei due sembrava mostrare qualcosa all’altro. Convinto ormai di sfracellarmi chiusi gli occhi un istante e quando li riaprii mi ritrovai esattamente nel punto in cui ero sempre stato. L’uomo con la sfera mi guardò sorridendo, la ripose velocemente nella sacca e si avviò scuotendo la testa. «Le regressioni infinite sono pericolose.»
  2. Ospite

    La scorreggia

    Il mio commento LA SCORREGGIA Racconto umoristico magari mal riuscito che analizza l'impatto sociale delle scorregge È una strana sensazione essere morti. Tutti pensano che non si sia più in grado di percepire ciò che accade intorno al cadavere del povero disgraziato di turno, ma non è così: si sente tutto, si percepisce tutto. Ed è terribile per certi versi perché senti il formicolio al naso e non puoi grattarti. Io ad esempio, quando sono morto, ho emesso una rumorosissima scorreggia. Si dice che sia naturale, ma gli impresari funebri forse per trattenere il riso o forse per necessità, sono stati costretti a lasciare la stanza. Una bella sensazione: era una vita che me le tenevo. Vuoi per rispetto nei confronti di mia moglie, che le scorregge le odiava, vuoi per una questione di pudore, io non ho mai scorreggiato. Sembra incredibile, ma è vero: ho passato una vita senza scorreggiare. Ed è una sensazione terribile, lo assicuro: si ci sente sempre pesanti, sempre gonfi e un po’ malconci. Come un dolorino qui, appena sopra l’inguine. Una cosa terribile, per davvero. E invece da morto mi sono sentito per la prima volta realmente libero: quanto è bello scorreggiare. Non dimenticherò mai le facce degli impresari funebri, impettiti nei loro completi scuri. Io li odio. Li ho sempre odiati, forse anche più di quanto odi gli avvocati. E gli avvocati li odio veramente tanto! Al funerale è andato tutto bene. Mia moglie piangeva, i miei figli giocavano con quei maledetti cosi che dovrebbero essere usati per telefonare. Persino a tavola li usavano, figuriamoci al mio funerale. Che generazione di ingrate teste di cazzo: uno fa tanto per loro e poi si inculano a vicenda con quei maledetti aggeggi. Ho trattenuto le scorregge per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Quindici anni di matrimonio non sono tanti, ma neppure pochi; se poi sono aggravati da quella pesantezza che mi portavano mia moglie e il suo puritanesimo sono decisamente troppi. Forse chissà, sono morto proprio perché evitavo di scorreggiare. Mia moglie, poveretta, al mio funerale piangeva. Io ero al suo fianco e contemporaneamente dentro la comoda bara, e avrei tanto voluto confortarla, ma lei non mi sentiva. Ci fu un attimo di silenzio, persino mia moglie, la poveretta, aveva smesso di singhiozzare. E proprio in quell’attimo di silenzio, dall’interno della bara, il mio corpo ha emesso un’altra scorreggia che è riecheggiata per tutta la chiesa. Sono sempre stato un fiasco nei rapporti sociali e spesso mi rendevo da solo conto di come mettessi in imbarazzo mia moglie. Ma tutto quello che ho fatto in vita non potrà mai essere paragonato a quando la scorreggia riecheggiò per tutta la chiesa. Qualcuno si mise sguaiatamente e poco educatamente a ridere, qualcun altro trattenne il riso. Mia moglie, sotto quell’ennesima umiliazione, non poté far altro che piangere ancora. Considerando che in media un essere umano emette quattordici scorregge al giorno e che io le ho trattenute tutte per quindici anni, avevo ben settantaseimilaseicentocinquanta scorregge di scarto. E devo ammettere che dopo la mia morte le ho fatte tutte! Ricordo ad esempio il giorno quando iniziarono a mangiarmi gli occhi. Io non volevo che li mangiassero, ma non potevo far nulla per evitarlo. E poi una puzza terribile e persino gli insetti se ne andarono! Benedette scorregge, mi hanno salvato gli occhi! Durante la mia vita matrimoniale mi sono spesso trovato nella condizione di dover scegliere tra il poter scorreggiare e mia moglie. Visti i risultati voi già sapete quale fu allora la mia scelta; e forse fu anche quella giusta, almeno per me. Mia moglie era incredibilmente bella e odorava sempre della campagna nella quale era cresciuta. Forse per un attaccamento all’infanzia, chissà. Quando la conobbi indossava una gonna a fiori che le sfiorava dolcemente le caviglie. Rideva educatamente sotto la mano lì messa per pudore e io ne fui attratto. Uscimmo a mangiare tre mesi dopo (ero un fiasco con le donne, timido e spesso mal curato) e la portai a mangiare pesce. Inutile dire che proprio allora emisi la mia ultima scorreggia: lei dapprima rise, poi si fece seria e mi disse che non avrei dovuto più farlo. Se qualcuno oggi mi chiedesse cosa intenda io per amore, di certo direi che l’uomo che ama la donna avita per scorreggiare per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Ma adesso che sono morto e ho finito tutte le mie settantaseimilaseicentocinquanta scorregge, adesso che gli animaletti odiosi hanno iniziato di nuovo a mangiarmi, non mi resta che osservare il mio corpo che lentamente smette di essere tale. E medito sull’esistenza e sulla vita: incredibilmente da morti diventiamo tutti filosofi. L’altro giorno ho incontrato il fantasma di Moana Pozzi che mi disse di trovare la tesi Heideggeriana interessante e inconfutabile, ma che tuttavia poteva essere raggirata. Persino le pornostar diventano filosofe, e questo lascia molto pensare sull’esistenza. Oggi sono passati otto anni dalla mia morte: mia moglie si è risposata con un tipo che fa le scorregge di nascosto. Probabilmente il suo amore non è poi tanto vero come sostiene. I miei figli continuano a giocare con quegli schifosi aggeggi. La tecnologia ha fatto passi da gigante e qualche nerd ciccione ha inventato un apparecchio che maschera le scorregge non solo silenziandole ma facendole profumare i pino silvestre. A saperlo prima. E oggi, a otto anni di distanza, osservo ancora la mia vita e medito sull’esistenza. Finalmente però ho scoperto cosa sia l’esistenza, cosa sia la vita. E poi non era poi tanto difficile, ci voleva solo un po’ di impegno. La vita è Dio che, morendo, emette una terribile e puzzolentissima scorreggia.
  3. Gas

    Esibizione privata

    commento Fu senza preavviso all'ora quinta del giorno assolato che discese le scale, e nella più perfetta solitudine la signora trasse un respiro per alzarsi poi sulle punte. Verificò la lunghezza di un passo, e piacendole quanto il gioco quanto la misura lo fece ancora. Roteò con grazia. Scoperta la libertà di cui era padrona, e quanto distanti gli estremi a parentesi, non ci fu nulla che potesse fermarla dall'espressione di quel che sentiva. Muovendosi da un attimo al successivo come le buste di plastica condotte dal vento, allo stesso modo sfiorava il pavimento della stanza sgombra in quel suo balletto immaginato. Recuperando di stanza in stanza i venti anni suoi che non aveva distrutti, soltanto conservati. Per il giorno, quello, in cui spenderli appropriatamente. Immergendosi a tratti nelle diagonali di luce concesse dalle tende, saltava di locale in locale amplificando la sua presenza nell'aria quanto più le era concesso. Nella coreografia ispirata da un sogno trattenuto troppo a lungo, non le era difficile ritrovare gli occupanti della città. Gli operai che vedeva scorrere in fila al mattino, le donne agghindate per la festa, gli strilloni dietro il banco quasi sempre ben disposti, le maestre del collegio. Quelli che l'avessero vista si sarebbero interrogati sull'epifania di una donna sola in una grande casa vuota. Ma era così che andava quando ti cade nell'anima quella stilla di soddisfazione assoluta per la riappropriazione del nome tuo proprio, dopo anni di confusione nel frastuono della vita. Sono attimi di quella natura. Così, mentre un maggiordomo immaginario arpeggiava nell'atrio, svolazzavano fuori dai cassetti le lettere profumate a reclamare ancora l'attenzione di quella ragazza bionda che osservava da un balcone molti anni prima. L'imprenditore stanco del matrimonio. Il giovane sbiancato dalla dieta di un romanziere. L'ufficiale poco attento al suo lavoro. Illudeva lo stormo di essere disposta, poi si allontanava con una mossa e le lettere volteggiavano ad inseguirla per i quartieri dell'immobile. Su per le scale, nel salone, nelle camere da letto ritrovate. Tirò via i lenzuoli dalle poltrone e dai mobili, e questi ricaddero come fantasmi impigriti che non avevano voglia di giocare. Aprì le finestre dissetando le stanze digiune di sole, che singhiozzarono polvere dalla gola dei pavimenti. Puntando a soffitti forgiati da una mano più grande di lei. Verso le acque tranquille in cui nuotava ragazza, sperando di esser veduta da quelli cui pretendeva ammirazione. Imprigionò le lettere in uno sgabuzzino, irridendole. Il moto intenso attraverso le stanze le conduceva in dono le conchiglie che battezzava in giardino, i mercanti del pane inerpicati per i carrugi, le paure di un trasvolo notturno sul mare Mediterraneo. Quell'assieme di timori inesprimibili cui conseguivano prese di posizione, quando affrontati. La gelosia dei tesori accumulati. La famiglia avuta e terminata. Protagonista ancora di ogni cosa che le concesse una parte, come le scene fossero compenetrate, distinte prima soltanto per l'ipocrisia delle età, degli abiti indossati o di una geometria universale che mutava i percorsi in distanze, quindi senza arrivi. Nella casa vuota, ballando, unificò i tempi per sentirli tutti assieme addosso. Fu la sera, gentilissima, quando poggiò il piede. Tese un orecchio nell'illusione di un applauso. Non veduta si inchinò in risposta, ringraziando sé stessa per le magnifiche esperienze.
  4. Ospite

    Mani

    Il mio commento: qui. MANI Mio padre morì nel Novembre ’89. Ricordo che, al momento dell’ultimo respiro, aveva un’espressione felice. Io gli tenevo forte la mano rattrappita, lui appena stringeva. Ricordo la pelle macchiata, la pelle di un vecchio: le mani che mi tenevano in aria da piccolo erano forti e vigorose, quelle che mi davano i ceffoni quando combinavo qualche cazzata erano enormi e dure. Quelle erano raggrinzite, macchiate, scure, mollicce, con le vene tanto gonfie da sembrare come esplodere. Quelle erano le stesse mani? Erano le stesse mani che sfioravano mia madre e mia sorella? Le stesse mani verso le quali provavo terrore e al contempo amore? Come potevano quelle mani essere così dolci e severe allo stesso tempo? E come potevano essere solo pezze di pelle gettate svogliatamente sulle ossa in quel Novembre ’89? Ricordo che ogni volta che gli facevano la flebo avevo paura che l’ago lo trapassasse da parte a parte. Vedevo già il suo corpo svuotarsi dell’aria e volare via, fuori dalla finestra, lontano dall’ospedale; lontano dalla vita. Lontano da me. Mio padre aveva degli splendidi occhi azzurri. Nel Novembre dell’89 erano grigi. Mio padre aveva i capelli neri come la pece e folti come il sottobosco. Nel Novembre ’89 erano bianchi e radi, tanto sottili che avevo paura a respirarci vicino, come se potessero volare via come facevano quei fiori bianchi. Mio padre aveva un piccolo tatuaggio sull’avambraccio: il simbolo del reggimento che aveva servito nella guerra contro il Führer. Nel Novembre ’89 aveva perso forma e colore, ed era una piccola macchia d’inchiostro sbiadita tra le pieghe della carne molliccia. Mio padre aveva una voce possente, roca, ferma; una di quelle che ti fanno trasalire se sentite nel cuore della notte. Nel Novembre 1989 era poco più che un sussurro. Poco più che un respiro grottesco. Chi era quell’uomo al quale tenevo la mano? Ricordo che lui mi guardò, forse percependo la mia espressione di disgusto nel vedere ciò che era diventato. Mi sentivo stampato in faccia lo sguardo di chi osserva qualcosa di sconosciuto e se ne rende conto solo in quel momento: chi era quell’uomo al quale tenevo la mano nel momento della morte? Chi era? Dov’era mio padre? Era già morto? Da quando? E io dov’ero? Quell’uomo cercò di parlare, cercò di stringermi la mano; ma uscì un rantolo incomprensibile e la mano ebbe solo un impercettibile sussulto. Pochi attimi dopo il rumore d’allarme dell’elettrocardiogramma piatto mi riempì le orecchie. Quell’uomo era morto; ed era morto tenendo la mano di suo figlio. Un figlio che, nel guardarlo, non lo riconosceva. E, nonostante tutto, aveva un’espressione felice. Le infermiere accorsero in massa per cercare di catturare la vita di mio padre, la stessa vita che ormai era volata via dalla finestra. Io rimasi a guardare la scena, sinceramente un po’ divertito. Sentii il peso dell’ultimo regalo di mio padre nella tasca del pantaloni; lo presi. Era un vecchio orologio da taschino dorato, lo stesso orologio che aveva mentre combatteva contro i Nazisti. Se al tempo fosse già uscito Pulp Fiction mi sarei sentito come quel bambino che riceve in regalo l’orologio del padre. Lo stesso orologio che il compagno del morto aveva nascosto nel sedere per tutti gli anni che era stato prigioniero. Che schifo. Se avessi avuto questo pensiero, allora, di certo non l’avrei accettato. Lo aprii: le lancette giravano al contrario. Sul coperchio d’oro la scritta: «Per ricordare sempre che il tuo tempo è limitato. Vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo, vivi! E non temerai la morte». Naturalmente la scritta era molto piccola e mi sforzai parecchio per decifrarla, ma alla fine ci riuscii. Uscendo, mi guardai allo specchio: avevo gli occhi azzurri, i capelli neri e folti, le mani grandi. Guardai l’orologio. Guardai il morto. Riconobbi mio padre.
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