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  1. Ospite

    Crocevia

    CROCEVIA Chiuse a chiave la porta del camerino - pur sapendo che nessuno avrebbe osato importunarlo durante l’intervallo - gettò la parrucca di scena su di una sedia e sprofondò nella poltrona, innanzi allo specchio illuminato. Si accese una sigaretta. Subito evanescenti volute di fumo tracciarono arabeschi nell’aria circostante. Per qualche minuto avrebbe potuto finalmente abbandonare il consueto sorriso ebete e rilassarsi. Dall’esterno giungeva attutito il fragore degli ultimi applausi, ma la gioia che esprimevano, assieme all’evidente desiderio di gustare la seconda parte dello spettacolo, sembravano infastidirlo più che compiacerlo. I riconoscimenti non erano diretti a lui, bensì a Julius il pagliaccio, il personaggio che l’aveva reso celebre, amato da genitori e bambini, vezzeggiato dai circhi rivali, che se ne contendevano le prestazioni a suon di contratti e dollari. Tra un’ora appena, il suo alter ego sarebbe lentamente scomparso, sbiadito da mani che provvedevano ad asportare il pesante trucco e l’immagine divenuta odiosa e, dalle sue ceneri, sarebbe, infine, riemerso il volto di Hans Knut. Terminato lo spettacolo, spente anche le ultime luci, il ragazzo sarebbe tornato alla sua consueta vita, rivestendo i panni di un uomo totalmente anonimo, uno sconosciuto come tanti, che non destava certo curiosità alcuna. Ricordava un pomeriggio di tanti anni fa, quando aveva svelato a un giornalista di essere lui Julius, lui il portentoso pagliaccio, lui il mago della risata facile e solo grasse risate avevano accolto la sua rivelazione. Il tentativo di riprodurre una delle ormai famose scenette per avvalorare le sue parole, poi, era stato liquidato come un patetico espediente per farsi notare sfruttando il talento altrui. Hans sentiva ancora il calore della rabbia che aveva lacerato il suo animo in quei momenti, le prime perplessità, l’amarezza giunta inattesa a ingrigire la sua esistenza. Probabilmente, in quello stesso pomeriggio, nel suo cuore, il pagliaccio che tanto amava aveva smesso per sempre di ridere. La sua vita svaniva oltre una maschera. A nessuno importava quale viso, quale vita, quale indole si celasse realmente oltre il trucco. L’interprete si dissolveva nel nulla: solo il personaggio restava e viveva, quasi possedesse un’esistenza propria. Certo, Julius non avrebbe assolutamente potuto vivere, né respirare, né far ridere nessuno senza l’apporto di Hans. Ma Hans sembrava non contare nulla, tranne quando rivestiva i panni del celebre pagliaccio. Erano entrambi legati da una sorta di speciale gemellaggio: nondimeno uno dei “fratelli” finiva sempre per annullare l’altro. Hans sospirò e torse le mani in un gesto che esprimeva tutto il suo malumore. Gettò uno sguardo all’uscita d’emergenza del suo camerino. Oltre quella soglia, il mondo reale prendeva il sopravvento sulla finzione. Nessun Julius, nessun confronto, una vita anonima, forse, ma vera; un’esistenza in cui ogni menzogna sarebbe stata abbandonata per sempre. Forse avrebbe dovuto farlo anche lui. Forse avrebbe dovuto abbandonare il circo, abbandonare quella maschera che tanto gli aveva donato, ma anche tanto sottratto e prediligere la propria vita di ogni giorno, lontano dalla pista, dai riflettori, dal pubblico. Poi rievocò il sorriso dei bambini, gli applausi, il boato che l’accoglievano quando appariva in scena e pensò che, in fondo, anche se nessuno sembrava accorgersene, la sua bravura non poteva esser sconfessata, giacché il valore ela popolarità del suo personaggio nascevano e morivano con lui. Gli applausi gli sarebbero certamente mancati. Nulla di simile lo attendeva nel mondo reale. Ma non erano rivolti a lui gli applausi, né tutti i riconoscimenti. Julius, a cui aveva dato vita nel lontano novembre del 1957, aveva annullato tutta la sua esistenza, fagocitandola nel proprio onnipresente sorriso. Talora sembrava addirittura che quel ghigno ebete stesse proprio ridendo di lui e della sua silente sudditanza. Dilemmi su dilemmi sorsero improvvisi nella sua mente, stremandola. Hans spostò la poltrona un po’ più indietro. Dal nuovo punto d’osservazione, contemplava sia la porta del camerino sulla sinistra, sia la porta d’emergenza poco distante, sulla destra. Il mondo del circo, il mondo reale. Finzione e realtà, Successo e anonimato. Prigionia dorata, grigia libertà. Che fare? Dall’esterno, una voce lo stava esortando a tornare in scena…
  2. Ospite

    [Parte 2] Cuor di rondine

    CUOR DI RONDINE [Parte 2] Nestore sgusciò a malincuore dal suo caldo bozzolo, depose i resti del pasto, pulì le mani sui pantaloni e, dopo qualche infruttuoso tentativo, lottando con artrite, cappotto e coperta, riuscì infine ad alzarsi. Raccolse un ciottolo e lo lanciò in prossimità di quel misterioso fantasma. Non intendeva certo ferire eventuali animali, ma solo spaventarli e farli andar via. Detestava gli ospiti indesiderati. Con suo enorme disappunto, non accadde niente. Provò, allora, a gridare, a battere le mani, a produrre rumori assai bizzarri, ma nulla parve assecondare i suoi patetici sforzi. Non restava che avvicinarsi, per mettere in chiaro le cose e riaffermare il proprio sacrosanto diritto a una cena tranquilla. Giunto a destinazione, fece un ultimo tentativo battendo il piede a terra, ma ottenne solo di sfondare definitivamente la scarpa destra, ormai stremata dalla troppa strada percorsa. Un nuovo rumore spense sul nascere una scusabile imprecazione. Qualcosa si muoveva sotto quelle cartacce. Non si capiva se stesse cercando cibo o tentasse semplicemente di liberarsi da un impiccio. Nestore raccolse un bastoncino da terra e lo avvicinò tremante al piccolo cumulo, attendendosi un guizzo, un balzo, una sagoma pelosa che si allontanava spaventata. Invece, quando scostò parte della spazzatura, contemplò una scena che gli strinse il cuore. Un grumo nerastro di piume si muoveva scomposto a terra. Le fattezze dell’uccellino gli erano familiari. Nestore strinse forte gli occhi, quasi dovesse spremere faticosamente il ricordo da chissà quali nascosti recessi. Fortunatamente, andò meglio rispetto al discorso sull’angoscia. Forse perché il calore di certe esperienze permane più saldo rispetto alle astratte e fredde nozioni. Si rivide bambino - non ricordava che età avesse - nel vecchio casolare del nonno, mentre litigava con Nino, il fattore e cercava di strappargli un bastone dalle mani. La nonna, irritata da quel trambusto era accorsa per sedare la lite. Dapprima lo aveva sgridato, poi, udite le sue rimostranze, aveva ripreso lo stesso Nino, minacciando di riferire tutto al marito se avesse tentato nuovamente azioni così crudeli. Nestore ricordava con orgoglio il giorno in cui la sua determinazione e bontà avevano salvato dalla distruzione tanti piccoli nidi di creta, che le rondini appena giunte da lontano, avevano così amorevolmente costruito vicino alle travi del porticato. Il nonno, nell’udire il resoconto dei fatti, da quel giorno l’aveva soprannominato “cuor di rondine”. Ora, ai suoi piedi, uno di quegli stessi uccellini che tanto l’avevano incantato da bambino, giaceva a terra nella sporcizia, come un re spodestato. La mano callosa del vagabondo scese a raccoglierlo. Incurante delle beccate, lo sollevò con estrema delicatezza, soffiò via la polvere dalle sue ali e se lo avvicinò al petto, sussurrando cantilene per tentar di calmarlo. Non sembrava ferito, non c’era sangue sul suo corpo. Pareva ancora vispo. Forse aveva urtato un ostacolo sfrecciando e ora, incapace di spiccare il volo per via delle corte zampette, attendeva il proprio incerto destino senza poter far nulla per opporsi. Come l’uomo in balia della vita: ingenuamente convinto di poter plasmare l’avvenire a piacimento, sin quando la sofferenza lo svela naufrago inerme, in un oceano di tempeste. Nestore gettò un’occhiata alle sue spalle, mentre stringeva il proprio tesoro tra le mani. Nessun pericolo all’orizzonte. Dimenticò il proprio appetito, dimenticò le stelle, dimenticò persino i ratti e il mondo intero. Si avvicinò al giaciglio scomposto. Per la prima volta dopo tanto tempo, finalmente avrebbe avuto compagnia. Mentre carezzava il capino della rondine sperando di rassicurarla, un pensiero improvviso sbocciò nel suo animo, come un’illuminazione. I suoi occhi si spalancarono felici. Magari avrebbe potuto tenerla con sé, prendersene cura, non farle mancare nulla. Non si sarebbe sentito più solo e la vita avrebbe finalmente acquisito uno scopo, un senso, una ragione per svegliarsi al mattino, senza l’opprimente compagnia del silenzio. Ma gli occhi della rondine guizzavano in ogni direzione. Sembravano cercare qualcosa. Nestore sorrise mesto a un contegno che esprimeva più di mille parole. Conosceva lo sguardo affamato non tanto di cibo o futilità, bensì del bene più prezioso concesso da Dio: la libertà. Nelle lunghe notti trascorse in cella, mentre lo sguardo vagava lontano, contemplando un universo squisitamente libero, proprio a pochi metri dalla sua mano prigioniera, solo il pensiero della futura scarcerazione l’aveva sostenuto, solo il sapore della libertà sempre più vicina aveva sfumato di colore giornate cupe e interminabili. Non avrebbe potuto tenerla con sé, pur desiderandolo tantissimo. Sarebbe stato un autentico sacrilegio. Non si sarebbe sentito diverso da Nino o da tutte le persone che pongono il proprio egoismo dinanzi alla felicità altrui. Nulla simboleggia la perfetta libertà più del volo spensierato di un uccello, che sfida le immensità celesti e i limiti dell’uomo, recando ovunque stupore e meraviglia. Doveva fare la cosa giusta, pur sapendo che un pezzettino di cuore sarebbe volato via con lei per sempre. Forse, in un nido simile a quelli che aveva salvato da bambino, alcuni piccoli attendevano trepidanti il ritorno del proprio scomparso genitore. Nestore si allontanò dal vicolo. Il tramonto splendeva come un incendio, contrastando la sera ormai imminente. C’era ancora luce sufficiente perché la rondine potesse orientarsi. Il vagabondo guadagnò uno spazio sufficientemente aperto, mentre il suo respiro cresceva d’intensità man mano che il momento si avvicinava. Chiuse gli occhi, mormorando una breve preghiera, poi si chinò e gettò le braccia verso il cielo, gridando. Il respiro trattenuto, attese un attimo prima di guardare. Il timore di scorgere l’uccellino nuovamente a terra lo atterriva. Ma quando vide la rondine sfrecciare felice nel cielo, il suo volto si illuminò di gioia e una lacrima scese a rigare la sua guancia, suggellando quel momento così toccante. Frammenti di spensieratezza bambina giunsero a riscaldargli il cuore. Mentre l’uccellino svaniva all’orizzonte, garrendo insieme ai compagni ritrovati, un sorriso illuminò il viso di Nestore. Risplendeva sereno e non era mai stato così bello.
  3. Ospite

    [Parte 1] Cuor di rondine

    commento CUOR DI RONDINE [Parte 1] Una pagnotta scura e un misero avanzo di carne. Non la si poteva certo definire una cena luculliana, ma fu comunque accolta con gratitudine: altre volte era andata decisamente peggio. Meglio godere del poco che si possiede in misura certa, anziché struggersi per desideri illusori. Del resto, era tardi per tentar di procacciarsi qualcos’altro. Il furgone dell’immondizia all’orizzonte, efficienza dell’amministrazione comunale, aveva già iniziato a inghiottire schiere infinite di bidoni e, con esse, le ultime speranze di un pasto migliore. Sorpreso da un brontolio allo stomaco, Nestore si ricordò dell’associazione che distribuiva pasti gratuiti ai senzatetto pochi isolati più avanti, ma accantonò sdegnato quell’eresia improvvisa. Dipendere dagli altri in maniera così palese l’avrebbe umiliato. Anche nell’indigenza, un certo decoro non doveva venir meno. Fare da sé. Non chiedere niente a nessuno. Mai elemosinare. Strinse con una mano il bavero del proprio liso cappotto e trascinò passi claudicanti lungo strade che aveva imparato a conoscere palmo a palmo. Scarpe memori di frangenti migliori calpestavano un acciottolato reso lucido dalla recente pioggia. Lo sguardo assente, meditabondo, Nestore scansava gruppi di persone dirette alle rassicuranti comodità domestiche. Un sorriso amaro fece capolino dalla sua barba incolta. Lavoro, letti morbidi, pasti caldi, a volte persino un cenno benevolo. Anche lui li aveva conosciuti. Anche lui aveva fatto parte di quella società schiava dell’incerto avvenire, dedita con ogni mezzo a scongiurare l’ombra della povertà. Ora che aveva toccato il fondo, invece, tutte le paure di un tempo erano svanite e il futuro, l’esistenza stessa, pur nelle sue costanti incertezze, lo lasciava quasi indifferente. Il mondo e le prospettive erano divenuti molto più piccoli. Così gli obiettivi, le aspettative, talvolta anche i sogni. Stravaganze della vita, spesso chi versava nelle condizioni peggiori si scopriva più sereno di chi le temeva solo. Dimenticava l’angoscia, la paura del nulla. Come aveva detto quel predicatore tedesco…. Nestore si fermò a riflettere, mentre il contesto circostante, magicamente, svaniva. Nemmeno si accorse che qualcuno lo aveva urtato e s’era allontanato imprecando. In quei momenti restava solo con se stesso e con i frammenti di una memoria sempre più labile. Un tempo avrebbe risposto con sicurezza a un simile quesito, ma troppi anni erano passati e la vita di strada aveva consumato tanti ricordi innocui per far posto a molta malinconia. Pazienza: prima o poi se ne sarebbe ricordato. Non era poi così importante. Un vicolo maleodorante lo accolse in silenzio. Difficile considerarlo veramente casa propria. Un senzatetto non ha fissa dimora. Il nome stesso che la società usa per classificarli esprime adeguatamente il concetto. Nondimeno vi sono posti che anche chi vive per strada considera propri più di tanti altri. Forse perché riesumano qualcosa da un animo spesso scontroso, forse perché hanno concesso riparo in frangenti particolarmente difficili. Chissà... Una sorta di empatia. Nestore s’inoltrò sin quasi alla fine del vicolo. Non sbucava da nessuna parte e questo, indubbiamente, lo rassicurava. Eventuali pericoli sarebbero potuti giungere da una sola direzione. Spalle al muro, poteva controllare benissimo lo spazio antistante. Nulla l’avrebbe colto impreparato. Del resto non dormiva mai granché. Le notti dei vagabondi sono notti insonni, tormentate dal ricordo di un passato che non possono più rivivere e amareggiate da un avvenire simile a un lento inabissarsi. Il cielo appariva limpido agli occhi ingenui di Nestore. Un tramonto caldo e rassicurante lambiva le asperità del suo viso, quanto una carezza infine concessa. Semplici piaceri, che si dissolvono innanzi agli sguardi indifferenti di chi non sa più coglierli. Il vagabondo chiuse gli occhi commosso e assaporò quella dolcissima sensazione sino all’ultima goccia. Quasi pianse. Con l’avanzare della sera, si sentiva emotivamente fragile. Non era stata una buona giornata. Mentre perlustrava i dintorni in cerca di cibo, il suo sguardo era caduto accidentalmente sulla superficie di una pozzanghera. Quanto vi aveva scorto l’aveva profondamente colpito. Si può anche tollerare di vivere come un vagabondo, forse, ma vedere il riflesso del proprio viso, scorgervi i segni di un progressivo abbrutimento e rivivere, per un istante, il doloroso percorso che ha condotto a divenir l’ultimo degli infelici, è un’esperienza che avvelena l’anima. Scacciò le lacrime con gesti rabbiosi. Non era il momento di cedere al sentimentalismo o rievocare pensieri dolorosi, ma di cenare e godersi una meritata tranquillità. Fece alcuni profondi respiri per riprendersi e si dedicò ai preparativi. Scorse la propria coperta sotto i giornali dove l’aveva riposta. Gli parve assurdo vedersi costretto a nascondere oggetti così poveri per timore di venir derubato da chi versava in condizioni simili, ma sapeva anche quanto la strada possa annerire il cuore di un uomo disperato e mutarlo in ladro. Meglio non correre rischi inutili. Aveva bisogno di quel misero panno. Durante la notte, la temperatura scendeva parecchio. La primavera era appena all’inizio. La calura estiva, madre benevola dei sonni ristoratori, lungi dall’offrirsi. Nestore stese uno dei pochi cartoni ancora asciutti, vi si sedette sopra e strinse al corpo la coperta lisa. Non ricordava in che modo l’avesse rinvenuta e trasformata nella discreta compagna di una vita. Anche la sera precedente si era posto lo stesso dilemma, senza riuscire a risolverlo. Più i giorni passavano, più si rassegnava a quei vuoti di memoria. La strada, la sua costante incoerenza, l’assenza di scopi, le giornate sempre identiche, svilivano la cognizione del tempo tanto quanto privavano del necessario respiro più di un ricordo. Presto il silenzio avrebbe concesso un po’ di pace. Niente più rumori, clacson, grida, lo sterile cicalare dei passanti. Se le nuvole si fossero dissolte, magari avrebbe potuto trascorrere la serata tracciando figure tra le stelle, come faceva da bambino. Distratto da quel gioco puerile, avrebbe differito il sonno e il passato non sarebbe giunto a tormentarlo, com’era solito fare. Ripensando a quante cose dimenticava ogni giorno, biasimò la propria memoria, precisa e puntuale nel rievocare solo ciò che più lo feriva. Quando restava inattivo o la malinconia spezzava la sua volontà, tornava con la mente a un giorno funesto, contemplava mani sporche di sangue rappreso, si osservava fissare incredulo il cadavere del rapinatore da lui ucciso, rammentava gli anni trascorsi in carcere, innocente, prima che la strada l’inghiottisse e le promesse dell’avvenire sprofondassero per sempre nell’oblio. Forse aveva meritato quella punizione. Forse era davvero la persona orribile che il dibattimento aveva inteso mostrare, per indurre il giudice al castigo. Il mondo intero l’aveva ripudiato. Una vecchia coperta senza identità rappresentava, ormai, la sua sola compagnia innanzi agli impervi crocevia dell’esistenza. Un sommesso brontolio giunse fortuito a rammentargli la sua parca cena. Iniziò a mangiare, cercando di non far troppo caso a quanto ingurgitava. Il pane era anche passabile, ma solo uno stomaco avvezzo ai disagi quanto il suo avrebbe potuto risolversi ad approcciare la carne. Quasi a umiliare la miseria, era stata gettata praticamente intera, ma liquidi di non ben precisata natura, colati dalla vicina immondizia sulla sua superficie, le avevano conferito un odore rivoltante. Impassibile quanto Diogene il cinico, Nestore si astenne dal criticare la qualità del cibo rivenuto, né l’ennesimo spreco di chi poteva mangiare a sazietà ogni giorno, giacché era proprio grazie a tali sperperi che riusciva a campare. Contrastando il comprensibile disgusto, ossequiente solo all’istinto di sopravvivenza che mostra commestibile quasi ogni cosa, si accingeva ad assaggiare quell’orrore con mesta rassegnazione, quando un brusio improvviso lo fece sussultare. La bocca ancora spalancata e un’espressione ebete spalmata sul viso rugoso, sollevò lo sguardo con fare perplesso, indagando l’origine di quel rumore e paventando il peggio. In quella parte della città non era infrequente dividere il proprio spazio con bande di ratti affamati. Giungevano alle prime ore del crepuscolo, uscendo da fogne o altri nascondigli e rastrellavano le strade in cerca di cibo. Molti vagabondi li temevano. Leggende metropolitane riferivano addirittura di uomini divorati nel sonno. Nestore derideva simili fandonie, ma non gradiva comunque la compagnia di quelle creature e le temeva quali potenziali veicoli di pericolose infezioni. Forse l’odore della sua cena li aveva richiamati. Rimase immobile un istante. Quasi non respirò nemmeno. Poco distante, sulla sinistra, colse un movimento in un cumulo di cartacce. Ecco da dove proveniva quel rumore! Il suo ospite segreto si era tradito. Non restava che passare all’attacco.
  4. Mi ripetono sempre che le bambine come me, sfrontate e testarde, finiscono all’inferno. Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno. Non ammetterò di avere torto, non accetterò quei perfidi castighi, non mi arrenderò all’umiliazione. È tutta un’ingiustizia. Con i miei fratelli lontani, la vita a palazzo è un’agonia silenziosa. Non si può fiatare nella cappella durante le orazioni del mattino, non ci si può muovere, non si può nemmeno respirare. Non si può dire nulla a tavola, a meno che non venga richiesto; e non succede quasi mai. Non è permesso rifiutare i tristi piatti di verdure né mangiare più tardi; perché bisogna avere fame, sonno e perfino voglia di giocare a comando. E neanche giocando si può parlare, perché le brave figlie di Dio stanno sempre zitte e composte, con la schiena ben dritta e un’espressione garbata in viso. Quindi non si può neppure cantare quando si va per i corridoi del palazzo, e non si può mai correre, neanche in giardino. Devo sempre camminare tutta zitta e a passo leggero come se nessuno volesse mai accorgersi della mia presenza, nemmeno i passeri e le formiche. Per questo a volte non mi resta che gridare. Quando non riesco più a sopportarli, mi metto a strillare con tutto il fiato che ho in gola e, se ancora non mi ascoltano, tiro oggetti contro le pareti. Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita. Per questo la prozia Adelaide, quando è in visita a palazzo, va dicendo a tutti che ho il demonio in corpo e dovrebbero portarmi da don Lapo. Ma a me non importano le sue chiacchiere, è solo una vecchia strega. A me piace che durante le mie scenate tutta la casa vada in subbuglio. Soprattutto se abbiamo ospiti – e il reverendo zio ne riceve quasi ogni giorno quando è a palazzo – tanto rumore è per tutti un insopportabile fastidio. Non c’è soddisfazione più gustosa. L’unico problema è che alcune volte la balia mi prende a forza per nascondermi in una stanzetta sperduta dove le mie grida restano imprigionate tra le pareti. Per quanto protesti scalciando e graffiando, finisco comunque rinchiusa in questo sgabuzzino pieno di cianfrusaglie in un angolo del terzo piano, a metà della scala per il terrazzino. Qui c’è una luce fioca fioca e tante ombre, troppi angoli bui tra i teli, le casse, gli specchi e il fitto strato di polvere. In questo luogo di spavento posso continuare a strillare finché non mi brucia la gola, ma nessuno degli ospiti mi sentirà, né dai salotti, né dal giardino. È una punizione crudele. Però dalla finestra, guardando un po’ all’insù, posso vedere mio padre appoggiato alla ringhiera del terrazzino. Aspira il sigaro in tutta tranquillità per poi spingere fuori a grappoli il fumo rimasto. Un giorno, se urlerò abbastanza forte, si accorgerà della mia presenza e verrà a consolarmi con una carezza tra i capelli. Così tento e ritento, dando fondo alle mie forze, sempre invano. Poi piano piano sento nascere una strana sensazione dentro di me, mi arrabbio, m’intristisco, mi vergogno, e le urla si sciolgono in un flusso di lacrime costellato di singhiozzi. Ore e ore passano così e, se non mi prosciugo prima, è mio fratello Cesare a porre fine al pianto non appena rientra a casa da scuola. Verso le quattro sento la chiave rigirare nella toppa e Cesare, ancora con lo zaino in spalla, viene verso di me con un sorriso comprensivo. Dall’alto dei suoi trenta centimetri e cinque anni in più, mi prende le guance arrossate tra le mani. Al suo dolce tocco il furore si sgonfia e tutto intorno s’inonda di una pace improvvisa. Quando la balia va via, mio fratello mi tende la mano e mi riporta giù per le scale. «Voglio restare qui» lo fermo, sapendo già che mi accontenterà e si siederà con me sull’ultimo gradino, stringendomi in un tenero abbraccio. «Devi stare attenta, sorellina» mi mette in guardia. «Te lo dico sempre, è pericoloso comportarsi in questo modo, soprattutto se il reverendo è a palazzo». «Non li sopporto» protesto, voltandomi a guardarlo con un rimprovero negli occhi. Almeno Cesare dovrebbe capirmi. «Lo so, neanch’io li sopporto. E la scuola dell’istituto è una prigione, molto peggio di questo palazzo. Ma non è una buona idea ribellarsi, almeno non così. Ci vuole prudenza, bisogna agire in segreto. Altrimenti ti puniranno prima o poi». «Mi hanno già punita». «No, una punizione vera, Maria, terribile». Mi fissa con quei sottili occhi verdi carichi d’inquietudine. Poi mi stringe ancora a sé e prende a giocare con i miei boccoli bruni. Li rigira, li pettina, li guarda stregato. «Li odio» mi lamento ancora «mi zittiscono, mi escludono da tutto e si accorgono di me solo per sgridarmi». «Allora è meglio che ti ignorino. Quantomeno non ti puniranno». «Credi che mi porteranno da don Lapo, vero?» chiedo in preda a un improvviso terrore. «Dario non lo permetterà» tenta di tranquillizzarmi, ma neanche lui crede a queste parole. Dario, il maggiore dei nostro fratelli, si prende cura di me quand’è a palazzo, però studia a Milano e torna a Catania solo nei fine settimana. Non potrà sempre impedirlo, alla fine mi manderanno da quell’orribile sacerdote. Cesare mi ha raccontato che don Lapo vive nella Chiesa del Santo Spirito di Viagrande. È una casupola sbilenca e tetra, al bivio tra due strade di campagna dove non passa mai nessuno. Solo la domenica mattina, per la messa, la chiesetta si riempie di quelli che, come la prozia Adelaide, considerano don Lapo un vero prete. «Ma se mi ci portassero» chiedo esitante «che cosa mi farebbe?». Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette. È il vecchio pastore barbuto dall’aria sinistra. Ne impugna i fili e inizia a mimare il racconto. «Quando il portale della Chiesa si schiude, il reverendo ti afferra per il collo e ti porta nella sagrestia. Ti lega a una sedia con catene di ferro e recita formule incomprensibili in una lingua sconosciuta». Ascolto impietrita. «Dopo crea una pozione con olio benedetto, vino consacrato, incenso e le erbe spinose che va a prendere nel bosco di notte. Quand’è pronta, ti costringe a berla tutta d’un sorso». «E che effetto fa?». Il pastore si porta una mano alla bocca spalancata. «Nessuno lo sa. Dopo aver preparato l’intruglio, il reverendo fa uscire tutti, nessuno ha mai visto che cosa succede. Però si dice che si sentano delle grida agghiaccianti e un rumore assordante di catene». «Ma non ti preoccupare» riprende Cesare, messo da parte il pastore. «Come ti ho detto, Dario non lo permetterà». «E se Dario è a Milano quando vogliono portarmi da don Lapo?». «Allora glielo impedirà Consalvo». «Cesare!» lo rimprovero sconsolata.Nostro fratello Consalvo vive in Olanda, non c’è praticamente mai. «Ma torna oggi pomeriggio, non ricordi? Per il compleanno di nostro padre». Mi sorride sicuro e lascia sfilare uno dei miei boccoli tra le sue dita. Poi si fa serio. «Se non lo faranno i nostri fratelli, ti difenderò io.Ti proteggerò sempre, Maria». È una promessa, e la accolgo con un sorriso. «Però devi aiutarmi» aggiunge «devi promettermi che starai attenta. L’Istituzione non ha solo sacerdoti spaventosi, ma anche tante prigioni, perfino peggiori della mia. Prometti». «Prometto» rispondo, ricevendo in cambio un altro abbraccio. Man mano la presa si fa più forte, Cesare mi rigira e inizia a solleticarmi. «Basta, basta, ho detto basta!» esclamo supplichevole tra le risa. «Ti prego, no!». Mio fratello smette di colpo, come se si fosse già arreso. D’improvviso ha uno sguardo buio e rabbioso, puntato verso la cima delle scale. Eccolo nostro padre, snello ed elegante nel completo scuro, in procinto di scendere. È il momento che aspettavo. Ci alziamo in piedi e ci ricomponiamo per chinare le teste al suo passaggio. Sembra quasi non notare la nostra presenza, finché non si ferma per posare la mano sulla testa ricciuta di mio fratello. «Padre» salutiamo in coro. Ma è già andato via. Lo guardo allontanarsi con il solito pungolo della delusione. La prossima volta toccherà a me, forse.
  5. Ayame

    Broadchurch

    Ho appena finito di vederla e sono in estasi. È un giallo/thriller/poliziesco del 2013, sono due stagioni di 8 episodi ciascuna; ho appena finito di vedere la prima stagione. Il protagonista maschile è interpretato da David Tennant; è una serie britannica, scritta e ideata da Chris Chibnall (futuro nuovo showrunner di Doctor Who) e ho appena scoperto che ne è stato realizzato un remake americano sempre con Tennant protagonista, intitolato "Gracepoint" Questa è la trama da Wikipedia, e davvero, non si può dire di più. Ogni scena nasconde qualcosa, ogni persona ha un segreto, i fili sono ingarbugliati e fino all'ultimo si rimane col fiato sospeso. È una serie che coinvolge ed emoziona, e personalmente mi ha tenuta incollata a Netflix per le ultime quattro ore consecutive. Qualcuno di voi l'ha vista? (P.S.: ho appena visto che a febbraio è stato confermato il rinnovo per la terza stagione )
  6. Fu avvolto da un boato assordante, seguito da un silenzio irreale e da un odore conosciuto. Cercò di sollevare le palpebre che si ribellarono ai suoi comandi, testardamente incollate da un mastice umidiccio e appiccicoso. Odore di plastico. Si stropicciò gli occhi che finalmente gli ubbidirono e si dischiusero, velati di caramello e investite da folate di fumo acre. Un odore sconosciuto si aggiunse a quello noto e più volte frequentato nei campi di addestramento: il fetore della morte. Chiuse gli occhi. Si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore. Allungò la mano a cercare il pulsante in uno spazio fluttuante: nessun abat-jour, né comodino, né letto, niente di niente, una sensazione non dissimile da quella dell'assenza di gravità. Fu trafitto da un freddo pungente che trasformò in un istante le perle di sudore in spilli di ghiaccio. Tastò il suo corpo alla ricerca di un addome scomparso e si scoprì nudo. Sclere scarlatte indagarono il luogo: solo buio. Una sensazione di vuoto gli riempì la bocca dello stomaco. Era diventato cieco? Stava sognando? Nessun indizio confortò il suo terrore crescente. Improvvisamente riaffiorarono i ricordi... la quiete prima della tempesta... gli occhi disperati di sua madre... lo sguardo muto di suo fratello... la mano infilata sotto il giubbotto... il dito sopra il pulsante... la tempesta dopo la quiete... I ricordi riaffiorarono. E lui li spense. Si assopì. Fotogrammi al ralenti gli inondarono la corteccia visiva: brandelli di carne pendula monconi anneriti fumanti arterie lacere pulsanti sangue vermiglio a fiotti occhi vitrei sbarrati gambe senza piedi piedi senza scarpe scarpe con i piedi. fuochi fatui. click click click... un silenzio ovattato e complice copriva i rantoli dei feriti l'agonia dei morenti l'incredulo stupore dei morti Chiuse gli occhi. Questa volta il risveglio fu più lento e lucido e consapevole. Freddo e buio lo incalzavano ma lui non se preoccupava, ormai conosceva il suo destino e anche il suo premio conosceva, se lo ricordava bene quel premio. Si sollevò a fatica, mosse qualche passo incerto, i suoi piedi presero confidenza con un suolo liscio come lava solida e gelido come ghiaccio urente. Si inoltrò nell'oscurità e iniziò la ricerca. Vana e infruttuosa e frustrante, come il destino che si era scelto, ma continuò a cercarle per l'eternità: non ne trovò neppure una, delle settantadue che gli erano state promesse. Solo settantadue chicchi trovò, settantadue chicchi di uva passa.
  7. Trilce

    Donna di fuori

    Tutti i fenomeni indecifrabili accadono di notte. Ed io da ianatica alimentava nutrendo la curiosità che si espandeva pagana ascoltando senza estraneità, popolando la mente che faceva di ricettacolo di numerosi voci, che intrecciate sembravano di tessere frasi che mi connettevano con l'ignoto, cariche d'incantesimi che mi trascinavano verso un affascinante bosco. E così sono saltata dal letto, uscita dalla stanza, e persino di casa. Attirata da una forza superiore, aldilà della coscienza, spingendomi ad andare in avanti, come uno spirito errante, addentrando scomparì come una pallida presenza lume, nell'alone dell'orizzonte creato dalla nuvolosa nebbia. Mi sono gettata all'improvviso dopo un impulso iniziale di resistenza che calò col susseguire svaccamento della volontà di potere sminuire sciupata dai sogni subiti. Statico il pensiero, imbianchito si azzerò in un mistero che mi separava tra due mondi. Arrivata in centro a un spoglio campo che si aprì dopo camminare per un lungo sentiero di cipressi, ecco che comparve una presenza più nera dal buio, che però non si confondeva nella penombra. Due occhi rossastri come due gocce di sangue mi fissarono assorbendo la mia ultima essenza. Mi concessi subito a questa forza, potentemente maschile e attraente, e con parsimonia, i miei passi obbedivano le indicazioni di una bussola che mi portavano invaghita da un letargo assonnato, verso di lui. Questa figura in groppa a un cavallo se ne andò, ma la mia conversione alla rinuncia fu inevitabile, battezzata in quel istante, mi fu trasmessa telepaticamente antiche memorie, seminandole nell'inconscio, rinviando l'attesa in un ulteriore incontro. Al risveglio non ricordai come sono tornata, il passato recente, risalito al presente, era di una possente nullità. Un vuoto infelice mi pervase, portandomi a dormire in continuazione per l'intera giornata, recapitandomi nel letto, insecchita da un letargo assorbente che mi lasciava senza energie, prigioniera di un corpo senz'anima, divenendo una donna di fuori, al di fuori di me, dove non c'ero in nessun luogo.
  8. commento: «Ce li ho! Ce li ho!» urla papà. Quindi improvvisa una specie di danza scoordinata, agitando lo spiedone di ferro, che risplende alla luce delle fiaccole. Ha infilzato ben tre scarafaggi e io sono felice, perché sono di quelli grossi e succosi: tra poco sfrigoleranno sulla brace e potremo mangiare di gusto. Sono giorni che non mettiamo qualcosa di decente sotto i denti. Nonno non è dello stesso avviso. Sul volto ha solo ribrezzo. «Io non so come tu faccia» dice a papà, sputando a terra per ribadire il disgusto. «Semplicemente anticipo qualcosa che dovrai fare anche tu, quando avremo finito lo scatolame.» «Piuttosto la morte.» «Già.» Papà non ama discutere con il nonno. Chiude sempre le conversazioni prima che degenerino. A volte, quando il suo vecchio non può sentirci, mi sussurra nell'orecchio che quello è impazzito, ma noi gli dobbiamo volere bene comunque. Da quando abbiamo perso il gruppo un mese fa, lui e papà sono gli unici esseri umani che ho, quindi non posso far altro che amare il nonno in modo incondizionato, anche se lui ci mette del suo per farmi dubitare. Passa le giornate riverso in terra, su un giaciglio che ricrea con delle foglie secche di palma, ogni volta che ci spostiamo. La cosa bizzarra è che indossa degli occhiali da sole sul volto e comincia a fischiettare allegramente, come se non ci trovassimo in un dedalo di tunnel improvvisati e l'unica luce fosse quella fioca delle torce. Abbiamo provato a chiedergli di aiutarci nel cercare cibo e una via per ricongiungersi con mamma e gli altri, ma lui se ne sta a terra e si rilassa. Dice che noi non possiamo capire quanto gli manchi la sensazione di placido calore sulla pelle, perché già quando papà era un ragazzo della mia età, il Sole non era più lo stesso. Era diventato violaceo, cattivo. Inaspriva la terra, bruciandola. Non donava più vita alle piante, cosicchè uno potesse coltivarle e trarne del cibo sano. La sua giovinezza è coincisa con l'ultimo periodo di benessere sulla Terra, poi si è dovuto iniziare a scavare. Lui non ha mai accettato la cosa e il voler stare sotto al sole fino all'ultimo momento, gli ha procurato delle macchie sulla pelle che non vanno più via. «Figliolo, la cena è pronta.» Il sorriso di papà brilla grazie alla fiaccola alla sua sinistra. Si è dato da fare e ha portato un poco di normalità, dove non era possibile. Con una carriola arrugginita, che abbiamo trovato in un vecchio tunnel cieco, ha improvvisato un braciere trasportabile: grazie alle riserve di legna che i primi scavatori hanno piazzato nei checkpoint del sottosuolo, riusciamo quantomeno a dare una cottura decente a ciò che troviamo. Piccoli scarafaggi grigi in genere. Topi di media taglia, quando siamo fortunati. Uno potrebbe pensare che facciano schifo, ma in realtà non sanno di nient'altro che vita. Abbiamo l'acqua che i primi scavatori hanno portato quaggiù con delle tubature chilometriche, ma non sappiamo dove queste iniziano e finiscano. Quando ci allontaniamo dalla base, per cercare gli altri, la paura di non ritrovare la via del ritorno e quel mezzo litro d'acqua a testa che ci tiene in vita, è così forte che mi tremano le gambe. «Ti manca la mamma?» Papà mi coglie impreparato. Ero perso nei miei pensieri e stringevo tra i denti la blatta arrosto, nel tentativo di sfondare la corazza e succhiare l'interno. «Sì.» «Anche a me. Ti prometto che la ritroveremo.» «Giuramelo.» «Te lo giuro, Giacomo.» Lo scarafaggio si spacca e posso inghiottire famelico il contenuto. Papà ha lasciato il terzo da parte per il nonno. Sappiamo entrambi che non lo mangerà mai, ma lui spera che prima o poi si ravveda. A me invece lo spreco infastidisce. «Posso prendere anche l'altro?» chiedo, speranzoso. «Sai come la penso: gli verrà fame di qualcosa di diverso dai fagioli un giorno.» «Ho paura che il nonno non ce la farà. Sta tutto il giorno a terra ed è sempre più debole. Verrà schiacciato dal suo zaino pieno di scatolame e foglie secche prima o poi.» Non so perché ho detto delle parole così ciniche. Non volevo, ma sono venute fuori. Forse sto impazzendo, chi lo sa. Papà non risponde. Sa che ho detto la verità, ma l'amore per il nonno è più forte dell'illogicità di cui quello si sta rendendo protagonista. Vorrei dire che mi dispiace, che non volevo, ma il doppio confronto generazionale viene interrotto da uno squittio. Un topo grande come un gatto adulto scatta fra le gambe di mio padre che, ormai abituato alla caccia spietata dei sotterranei, gli infilza al volo la testa con lo spiedone e lo inchioda a terra. Nemmeno il tempo di festeggiare che altri due ratti della stessa dimensione, passano tra di noi. Il primo viene uncinato da papà alla stessa maniera del precedente. Il secondo viene raggiunto da un poderoso calcio del sottoscritto. Finalmente possiamo abbracciarci. «Ravviviamo il braciere, Giacomo! Abbiamo da mangiare per tre giorni!» L'incubo è sempre lo stesso. Il fratello di mia madre che cade con una capriola scoordinata nel vuoto, dopo aver messo un piede in fallo. Io, papà e il nonno che ci caliamo nel baratro con delle corde, nel disperato tentativo di recuperarlo. La parete che cede. Io che mi ritrovo sul corpo senza vita di mio zio, dopo un volo di non so quanti metri. Le lacrime. L'eco delle urla disperate della mamma. Sono sveglio. Alla mia destra metto a fuoco la parola "Ceci" su una targhetta. È capovolta e se ne sta attaccata su un barattolo di latta. Mi metto a sedere sul pavimento roccioso e posso vedere attorno a me altro scatolame sparso. Ciò che colgo un secondo più tardi mi fa scattare in piedi. Papà e nonno sono stretti in quello che sembra un abbraccio. Il mio vecchio mi intima con la mano di restare fermo dove sono. Quello con gli occhiali scuri continua a urlare «Scusa! Scusa! Non potevo sopportarlo», mentre sulle sue guance scendono lacrime copiose. Un attimo dopo capisco il motivo del teatrino. I ratti che io e papà abbiamo scuoiato e cotto alla brace per conservarli al meglio, sono stati buttati a terra e resi immangiabili dal brecciolino e la polvere di cui sono coperti. «Non possiamo nutrirci di quelle cose. È inumano!» urla ancora il nonno. «È tutto ok. Non è successo niente.» C'è una sfumatura nelle parole di mio padre che non riesco a cogliere. Per la prima volta lo sento distaccato. Stanco. Il nonno sorride, felice di essere stato compreso e con questa espressione felice muore, lo spiedone da caccia di papà infilato nel collo, da parte a parte. Poi il corpo cade a terra e io lo imito, inerme. Vedo papà tagliargli la testa e scuoiarlo con fare deciso. Quindi accende la brace e cuoce ogni singola parte. «Abbiamo cibo per più di tre giorni ora. Credo otto, se razioniamo.» Mi dico e mi ripeto per più di un'ora che non toccherò nemmeno un pezzo di quell'orrore. Poi in me scatta qualcosa. Mi alzo e mi precipito sulla carne profumata, mordendo fino all'osso. Mi netto il grasso via dal muso, usando dei movimenti rapidi del polso. Spero di incontrare di nuovo mia madre, un giorno.
  9. Gigiskan

    Tramonto

    Commento Siamo fermi qui, aspettando il tramonto. La brezza marina che accompagna il volo dei gabbiani in fuga dall'orizzonte porta con sé un sapore dolciastro che sa di malinconia e che lascia in bocca un retrogusto amaro. Il mare respira quando le sue onde si infrangono sulla riva dissolvendosi in una schiuma bianca e fumosa. La natura vive e parla. Noi tratteniamo il fiato, seduti sulla sabbia, in un insolito silenzio religioso. Non ho mai visto così tante persone assorte nella contemplazione, nemmeno in chiesa durante la preghiera. I bambini sono stanchi, dormono. È un peccato che debbano perdersi un tale momento. Ma forse è meglio così, forse è meglio che non provino questa spiacevole sensazione di sconforto, forse è meglio che nella loro memoria il ricordo rimanga incontaminato. Il cielo arrossisce, mentre la luce del mondo si concentra verso l'orizzonte, al di là del mare. Che spettacolo, sospiro. Ci hanno detto di aspettare il tramonto e noi aspettiamo. Ci hanno detto che domani il Sole non sorgerà, che non potremo vederlo mai più. Ci hanno detto che si spegnerà, lasciandoci al buio del cosmo per l'eternità. Non so come sia possibile, ma è questo che ci hanno detto. Il Sole si spegnerà. Dopo averci illuminato per miliardi di anni, dopo averci regalato la vita, senza mai volere nulla in cambio, alla fine anche Lui ha perso la fiducia nel genere umano. Ci abbandona, per sempre. È una sentenza definitiva, da cui non si torna indietro. Credevamo di avere tutto il tempo del mondo, ma avevamo torto. Il nostro tempo finisce qui e adesso, senza concederci alcuna possibilità di riscatto. Alla fine siamo stati sconfitti. Dall'ingenuità, dall'ignoranza, dalla cattiveria. Abbiamo combattuto una guerra contro noi stessi, ci siamo uccisi a vicenda, abbiamo raso al suolo questa terra che è dimora di tutti, e ne siamo usciti sconfitti. Il mare placa le sue onde e stende onorato il suo tappeto trasparente e uniforme. Il Sole cala alle sue spalle ma continua a irradiare il cielo con il suo caldo rossore. Una sensazione piacevole e familiare si affaccia in me e la accolgo con gioia. In un attimo mi sento come uno di quei bambini che continuano a dormire tra le braccia dei genitori: insignificante di fronte all'immensità di questo mondo, ma protetto da una mano amorevole e confortante. Non so come faremo domani, quando il Sole si sarà spento. Quando la Guida che ci ha tenuto per mano sin dalle origini, insegnandoci a orientarci seguendo il suo movimento e il suo esempio, non sarà più qui ad aiutarci. Quando la fonte di energia e vita si sarà esaurita e ci avrà abbandonati al nostro destino, senza lasciare nemmeno una spiegazione. In qualche modo dovremo fare, anche se non so come. Adesso il Sole è solo una semisfera lontana ma avverto con certezza il suo calore. So che continuerà a guidarci finché la sua luce potrà raggiungerci, fino all'ultimo momento. So che il tramonto sarà lento, perché Lui vorrebbe rimanere. So che ha fatto una scelta difficile, ma è l'unica opzione possibile. Una lacrima mi riga le guance, mentre osservo attento il declino. L'ultimo raggio di luce mi accarezza il volto. Il Sole svanisce all'orizzonte. Non ci incontreremo un'altra volta. In breve anche la fascia dei crepuscoli si estingue e le tenebre si impossessano del mondo. Ora vedo il buio, nient'altro che il buio. Addio, Sole.
  10. Ospite

    Come le rondini

    Commento: commento Come le rondini Danes lavorava sodo fin da quando aveva cinque anni. Gli avevano messo in mano uno straccio e lui l’aveva passato sotto la macchina per cucire come aveva visto fare tante volte dalla madre e dalle sorelle. Non era difficile, bastava seguire la linea tratteggiata con il gesso e poi bisognava stare attenti a non strappare il tessuto quando la macchina si inceppava. Danes era bravo e con il tempo era diventato molto veloce. In un giorno riusciva a rifinire anche cento cappotti ed era bravissimo nel fare le asole e attaccare i bottoni a tempo di record. A dieci anni si era guadagnato il permesso di fare una pausa insieme agli uomini. Prendevano l’ascensore e salivano fino alla terrazza. Durante il tragitto nessuno diceva una parola, avevano tutti gli occhi bassi e le mani in tasca. A qualcuno di loro mancava un dito o anche due perché avevano avuto un incidente sul lavoro di cui non parlavano mai. L’unico che parlava con lui era Syrte, un ragazzo di Jakarta che aveva la pelle più scura di qualsiasi indonesiano avesse mai visto. Syrte aveva pochi anni più di lui e fumava le sigarette. Quando andavano in terrazza, insieme agli altri uomini, Syrte ne tirava fuori una dalla tasca dei pantaloni e fingeva di arrotolarla e di prepararla, anche se non ce n’era bisogno. In questo modo prolungava il piacere che avrebbe provato nel portarsela alla bocca e aspirare il fumo. Danes lo invidiava anche se Syrte zoppicava, perché era finito sotto un carretto e si era fratturato un ginocchio. Quando erano sulla terrazza, distesi su un telo cerato color smeraldo, con gli occhi rivolti verso il cielo, la fabbrica, le macchine e gli operai, smettevano di esistere. Si perdevano con lo sguardo tra le nuvole soffici che sembravano panna montata e certe volte, quando il sole tramontava, prendevano un colore rosato. Era allora che si facevano le confidenze, cose di cui non avrebbero parlato con nessuno. Segreti. Un giorno, mentre erano distesi sotto il cielo pallido, Syrte si girò verso di lui e lo guardò serio. “Se ti dico una cosa, ti offendi?” disse. Danes staccò gli occhi da uno stormo di uccelli e li piantò in quelli di Syrte. “Se non me la dici mi offendo” rispose. Syrte si mise a sedere e tirò fuori una sigaretta rigirandosela tra le mani, senza decidersi a parlare. “Allora?” fece Danes sbuffando. “Niente, era una cosa su tua madre” Quando tornarono giù, avevano la testa bassa come gli altri operai. Syrte non aveva detto nulla, ma non ce n’era bisogno, perché Danes conosceva le voci che giravano sulla madre e si era accorto che gran parte del tempo lo trascorreva nell’ufficio del Direttore. Quando Syrte si fece male alle macchine, lui non alzò neppure la testa. La teneva china come tutti gli altri operai per non vedere, per non dover guardare quello che aveva intorno. Quell’anno le rondini fecero il nido sulla terrazza e lui stava lì a pensare a quanto sarebbe stato bello imparare a volare e non si decideva a tornare giù.
  11. Ospite

    Mani

    Il mio commento: qui. MANI Mio padre morì nel Novembre ’89. Ricordo che, al momento dell’ultimo respiro, aveva un’espressione felice. Io gli tenevo forte la mano rattrappita, lui appena stringeva. Ricordo la pelle macchiata, la pelle di un vecchio: le mani che mi tenevano in aria da piccolo erano forti e vigorose, quelle che mi davano i ceffoni quando combinavo qualche cazzata erano enormi e dure. Quelle erano raggrinzite, macchiate, scure, mollicce, con le vene tanto gonfie da sembrare come esplodere. Quelle erano le stesse mani? Erano le stesse mani che sfioravano mia madre e mia sorella? Le stesse mani verso le quali provavo terrore e al contempo amore? Come potevano quelle mani essere così dolci e severe allo stesso tempo? E come potevano essere solo pezze di pelle gettate svogliatamente sulle ossa in quel Novembre ’89? Ricordo che ogni volta che gli facevano la flebo avevo paura che l’ago lo trapassasse da parte a parte. Vedevo già il suo corpo svuotarsi dell’aria e volare via, fuori dalla finestra, lontano dall’ospedale; lontano dalla vita. Lontano da me. Mio padre aveva degli splendidi occhi azzurri. Nel Novembre dell’89 erano grigi. Mio padre aveva i capelli neri come la pece e folti come il sottobosco. Nel Novembre ’89 erano bianchi e radi, tanto sottili che avevo paura a respirarci vicino, come se potessero volare via come facevano quei fiori bianchi. Mio padre aveva un piccolo tatuaggio sull’avambraccio: il simbolo del reggimento che aveva servito nella guerra contro il Führer. Nel Novembre ’89 aveva perso forma e colore, ed era una piccola macchia d’inchiostro sbiadita tra le pieghe della carne molliccia. Mio padre aveva una voce possente, roca, ferma; una di quelle che ti fanno trasalire se sentite nel cuore della notte. Nel Novembre 1989 era poco più che un sussurro. Poco più che un respiro grottesco. Chi era quell’uomo al quale tenevo la mano? Ricordo che lui mi guardò, forse percependo la mia espressione di disgusto nel vedere ciò che era diventato. Mi sentivo stampato in faccia lo sguardo di chi osserva qualcosa di sconosciuto e se ne rende conto solo in quel momento: chi era quell’uomo al quale tenevo la mano nel momento della morte? Chi era? Dov’era mio padre? Era già morto? Da quando? E io dov’ero? Quell’uomo cercò di parlare, cercò di stringermi la mano; ma uscì un rantolo incomprensibile e la mano ebbe solo un impercettibile sussulto. Pochi attimi dopo il rumore d’allarme dell’elettrocardiogramma piatto mi riempì le orecchie. Quell’uomo era morto; ed era morto tenendo la mano di suo figlio. Un figlio che, nel guardarlo, non lo riconosceva. E, nonostante tutto, aveva un’espressione felice. Le infermiere accorsero in massa per cercare di catturare la vita di mio padre, la stessa vita che ormai era volata via dalla finestra. Io rimasi a guardare la scena, sinceramente un po’ divertito. Sentii il peso dell’ultimo regalo di mio padre nella tasca del pantaloni; lo presi. Era un vecchio orologio da taschino dorato, lo stesso orologio che aveva mentre combatteva contro i Nazisti. Se al tempo fosse già uscito Pulp Fiction mi sarei sentito come quel bambino che riceve in regalo l’orologio del padre. Lo stesso orologio che il compagno del morto aveva nascosto nel sedere per tutti gli anni che era stato prigioniero. Che schifo. Se avessi avuto questo pensiero, allora, di certo non l’avrei accettato. Lo aprii: le lancette giravano al contrario. Sul coperchio d’oro la scritta: «Per ricordare sempre che il tuo tempo è limitato. Vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo, vivi! E non temerai la morte». Naturalmente la scritta era molto piccola e mi sforzai parecchio per decifrarla, ma alla fine ci riuscii. Uscendo, mi guardai allo specchio: avevo gli occhi azzurri, i capelli neri e folti, le mani grandi. Guardai l’orologio. Guardai il morto. Riconobbi mio padre.
  12. Commento: http://bookinprogress.net/forum/index.php?/topic/218-breve-delirio-insensato-di-un-uomo-sugli-uomini-sul-deserto-sulla-vita-sulle-stelle-sulle-cose-aliene-sul-senso-sui-sensi-sulle-cose-senza-senso-e-su-una-cosa-chiamata-codardia-che-è-invero-lunica-cosa-degna-della-medaglia-per-il-coraggio/&do=findComment&comment=1673 Vi siete mai fermati a pensare al l'immensa bellezza del mare nelle ore più buie della notte? Mi riferisco a quelle che precedono l'alba. Essendo in inverno scelsi le cinque del mattino, quando non c'è pericolo di vedere luci all'orizzonte. Inoltre si ha un buon margine di tempo in cui riflettere. Non ho mai amato davvero il mare. In nessun caso avrei immaginato di trovarmi qui, anzi, che sarebbe stato qui. Le onde che si infrangono sulla costa, a volte più grandi e impetuose a volte quasi invisibili, l'orizzonte in cui si l'acqua si fonde col cielo. Qualcuno potrebbe obiettare che preferirebbe una notte estiva per l'ovvio motivo che è più facile rimanere fuori e resistere al vento, o perlomeno una notte serena che permetta alla luna e alle stelle di riflettersi. Io credo che sarebbe davvero un peccato che qualcosa rovinasse l'immensa superficie scura davanti a me. Una stella ora rappresenterebbe per me solo una trappola, un puntino luminoso che chiama: "Vieni a prendermi " Ma è solo un illusione, non c'è nulla li se non correnti tumultuose che ti trascinano a fondo. Il che nel mio caso è comunque un bene. In questo c'è la vera bellezza, nel buio, nel vento freddo, nel resistere per non staccare gli occhi, nel gabbiano che mi gira intorno come ad avvisarmi che sono di troppo in questa scena. "Stai tranquillo vecchio mio, non ti disturberò ancora a lungo" Si, gliel'ho detto davvero. Forse sono impazzito. E chi non lo sarebbe in questa situazione. Forse ho toccato il fondo. "Disturbarmi? Ti dai troppa importanza " Mi correggo, ora ho toccato il fondo. "Io mi do importanza? Si vede che non mi conosci" "Ne ho visti tanti come te " "Mi vedrai ancora per poco " "Questo lo dici tu " "Lo dico io perché è così, mi stai solo facendo perdere tempo. E vola lontano dalla mia auto" "Un altro che crede di sapere tutto. Dove portano le correnti, come affondano le auto, ma fammi il piacere" " Tu non esistiti è inutile che ti rivolga la parola " "Se non esisto come fai a sentirmi parlare ? " C'erano tante possibili risposte. Stanchezza, disperazione, depressione, gin tonic, quelle pillole blu che mi ha dato il tizio dell'autogrill... Tornai a guardare il mare. L'enorme massa d'acqua purificatrice in grado di far sparire qualsiasi cosa. Quella era la,scelta giusta. C'è chi ha preferisce le armi, ma fanno troppo rumore e lasciano troppo casino da ripulire. L'unica vera soluzione...il mare. Adesso. Prima che arrivi l'estate con le sue false promesse di una vita migliore "Quindi che fai, non ho tutta la notte" "Stai tranquillo..tra poco potrai tornare a rovistare in qualche discarica" "Quello insoddisfatto della vita non sono io" Salii in auto. Chiusi la portiera. Accesi la mia vecchia Volkswagen. Portai la mano sul cambio, ora di prendere una decisione. Marcia avanti o marcia indietro?. Da una parte la fuga, dalle delusioni, dallo sguardo di pietà delle persone, fine della lotta. Dall'altra un'ennesima vana speranza. Guardai il volante della mia auto. "Ne abbiamo passate tante io e te. Pensi che riuscirei a guidarti anche in fondo al mare?" Le macchine non rispondono, neanche vicino alla fine. Solo ai gabbiani è riservato questo lusso. "Allora che fai la dentro?" Il finestrino era abbassato, già. Non risposi. Non volevo incazzarmi con un dannato pennuto che probabilmente neanche esiste. "Hai deciso di sporcare il mare con le vostre carcasse o no ?" Era anche arrogante. Stupido gabbiano. Mi scoprii incazzato, ed era strano. La rabbia è pur sempre un'emozione. "Ora basta!" Urlai. Inserii la marcia e partii. Dopo un'ora la polizia arrivò sul promontorio. Un passante aveva visto le luci di un'auto vicine al dirupo, aveva capito la situazione e chiamato la centrale. Gli agenti erano in due, un giovane alle prime armi e uno più anziano, con quindici anni di carriera. "Un altro che ha lasciato questo mondo" disse il più vecchio. "Scelgono spesso questo posto per..insomma.." "Ammazzarsi? Si. Tu sei nuovo qui. Tu forse vieni qui a guardare i tramonti sul mare con la tua ragazza ma di notte chi viene qui lo fa per scappare dalla sua vita.” I due si incamminarono verso la fine della salita, il novellino per primo, ansioso di esaminare la scena, a differenza del collega. "Ecco le tracce.. partono da qui e.. aspetta! Vieni a vedere presto!" "Che c'è ? " "I segni delle ruote non arrivano fino alla cima. Ecco guarda!" Il vecchio agente si chinò. "Porca troia è vero!..." “Le era mai capitato?” “No..mai. Ancora faccio fatica a crederci” "Che facciamo quindi?" chiese il giovane. "Ce ne andiamo, non c'è niente per noi qui. E speriamo che questo povero diavolo trovi la pace." Mi ero fermato sul ciglio del dirupo. Appena prima della caduta. Per l'ennesima volta non ce l'avevo fatta. I miei pensieri erano confusi, ricordo di esserci quasi riuscito. Eppure sentivo ancora quella voce che mi tormentava. "Sei tu quello insoddisfatto della vita, quello che crede di sapere tutto" Ed era vero. Non conoscevo la vita, non abbastanza. Come potevo essere certo che fosse la mia ora? Che da qualche parte non ci fosse qualcosa anche per me? Non potevo farla finita prima di scoprirlo, almeno al momento della morte volevo essere sereno, completamente sereno. Non mi buttai in mare e non tornai indietro. Continuai lungo la strada, deciso a seguirla ovunque mi portasse. Tirai fuori la foto dal portaoggetti. L'avevo messa lì nella speranza che non si danneggiasse nell'eventuale tuffo. Io, mio fratello, il nostro Sam, un pastore tedesco di 9 anni a cui volevamo un bene dell'anima. Eravamo su quella stessa spiaggia, un pomeriggio d'inverno di tre anni fa. I nostri sguardi sorridenti, il cane con la bocca aperta ansimante. Da allora era andato tutto storto. Però ricordavo ancora, nel caos della mente. Sam mi corre incontro, io mi inginocchio. Era stanco, ormai le energie lo stavano abbandonando. Eppure lo facemmo correre e giocare tutto il giorno, e forse capì come sarebbe andata. "Non sembra neanche malato vero? Solo un po' stanco..." Non risposi, non avrei potuto far sentire il mio tono di voce in quel momento. Mentre col cane, con lui era impossibile avere barriere. Mi avvicinò il muso alla faccia. Gli chiesi scusa per le lacrime che inumidirono il pelo. Tornai nella realtà. Senza Sam. Senza mio fratello, portato via da una strada simile a quella che seguivo. La realtà della foto. Le onde, il sole che tramontava alle nostre spalle. Un gabbiano che in volo che sembrava guardarci incuriosito. "A quanto pare...non sono ancora pronto a raggiungervi"
  13. Ospite

    Zampa di legno

    commento ZAMPA DI LEGNO - Chi arriva ultimo è una checca! I ragazzini si lanciarono giù per la scarpata tra rocce e sterpaglie gridando a perdifiato. Stefano fece qualche passo fino all’orlo del precipizio e guardò giù asciugandosi il naso con il dorso della mano. I suoi amici erano già arrivati alla spiaggia e si stavano spogliando per fare il bagno. Uno di loro alzò gli occhi e lo vide. - Guardate zampa di legno! - Gridò. - Non ci ha neanche provato! Tutti risero, poi si dimenticarono di lui e si gettarono nel blu per rinfrescarsi. Stefano tornò a casa a testa bassa, la gamba gli faceva male perché non aveva fatto gli esercizi che gli aveva consigliato il medico. Del resto, non sarebbero serviti a rendergli la funzionalità dell’arto, avrebbero solo limitato i danni dell’incidente. Si sdraiò sul letto e guardò le pale che giravano sul soffitto con i pesci di legno che pendevano e si rincorrevano come in una giostra. Non era affranto né avvilito: era arrabbiato. La gamba non gli permetteva di fare tutte le cose che faceva prima, ma era ancora lo stesso bambino che giocava a pallone e che aveva sollevato la coppa della scuola. Gli altri non riuscivano più a vedere quanto fosse forte e temerario, vedevano solo lo storpio. Zampa di legno. Un perdente. Quella notte non riuscì a dormire, c’era la luna piena e il chiarore, attraverso le imposte, si rifletteva sul soffitto. Il vento prese a soffiare forte portando l’odore del mare e dei fiori selvatici che crescevano sulla scogliera. Si alzò a fatica, la gamba gli faceva ancora male e si era gonfiata vicino al ginocchio. Allontanò il tutore con le stecche metalliche e si infilò la felpa con il cappuccio. Uscì e vide che la luna era più grande del solito: sembrava un enorme occhio nel cielo nero. Si diresse verso la scarpata zoppicando, trafitto dalle raffiche del vento, bagnato dalla bruma, rallentato da rocce e rovi. A ogni passo il dolore aumentava, ma nello stesso tempo aumentava anche la sua determinazione, diventava più forte. Quando arrivò sul picco più alto, guardò il mare e lo vide ammantato d’argento, come se fosse ricoperto di scaglie. Gli sembrava di avere la febbre perché bruciava come se qualcuno gli avesse acceso un braciere nel petto. Cominciò a scendere con cautela rischiando di inciampare e rotolare a ogni passo, ma le mani erano forti e si aggrappavano saldamente a ogni appiglio. Raggiunse la spiaggia e si tolse le scarpe. Il dolore della gamba era lancinante e quasi non lo faceva respirare. Si trascinò fino alla risacca e lasciò che il lento respiro del mare spingesse le onde fino a lui.L’acqua gli lambiva le caviglie e pareva alleviare il male che lo affliggeva. Il tenue chiarore del mattino annunciò il nuovo giorno e Stefano restò ancora un poco, perché voleva essere il primo a vedere l’alba.
  14. Ospite

    Lorely

    commento LORELY Elmer trovò un piccione sul balcone e se ne innamorò a prima vista. Non era grigio come gli altri, era bianco e aveva le zampette rosa. Quando lo mostrò al nonno ci rimase male perché quello uscì fuori come un matto e lo cacciò via. Così Elmer imparò che al nonno non piacevano i piccioni così come non gli piacevano le persone del palazzo, né i suoi amici. Dopo la morte della mamma, il nonno era l’unico parente e anche se aveva un pessimo carattere, Elmer gli voleva bene e aveva imparato a convivere con le sue manie. Niente televisione né computer, però aveva il permesso di giocare a pallone, ma solo quando il nonno era via per fare la spesa. Quando non andava a scuola, Elmer trascorreva il tempo a ritagliare le figure dei giornali e incollarle sull’album. Non aveva giocattoli a parte le biglie che teneva nascoste e il pallone. Tutto dava fastidio al nonno e gli provocava le crisi che lo facevano urlare con le vene del collo che si gonfiavano e gli occhi che parevano voler schizzare via dalle orbite. A parte questo, il nonno gli voleva bene; doveva volergli bene per forza perché Elmer era il suo unico parente. Il piccione non aveva il permesso di avvicinarsi al balcone, almeno fino a che il nonno non andava a dormire. Elmer preparava un intruglio di mele e biscotti che al piccione piacevano tanto e lo metteva da parte fino a che tutte le luci della casa non si spegnevano. Allora, sgattaiolava sul balcone con il pigiama a righe di qualche taglia più grande e aspettava che il piccione venisse a trovarlo. Quando il candido uccello atterrava sulla ringhiera, Elmer tendeva la mano con l’intruglio che aveva preparato per lui e cercava di fare amicizia. Il piccione però non si fidava e se lui si avvicinava troppo, si allontanava o volava via. Allora Elmer gli gettava i bocconcini e lo guardava mangiare ed era così felice di avere un amico che si sarebbe messo a danzare o a fare il matto, come il nonno. Trascorse l’estate e arrivò l’autunno. A scuola le maestre avevano cominciato a chiedere del nonno. Volevano incontrarlo, parlargli, conoscerlo. Vennero persino delle assistenti sociali ma fu tutto vano: il vecchio non voleva vedere nessuno, meno che mai persone che “vogliono portarti via da me”. Elmer sapeva che c’era qualcosa che non andava nel suo nonnino e che un giorno o l’altro le cose sarebbero cambiate e più il tempo passava, più certe manie andavano peggiorando, come ad esempio il fatto di parlare da solo o di grattarsi fino a che non usciva il sangue. Per fortuna c’era Lorely il piccione bianco che gli faceva visita ogni notte e gli teneva compagnia. Con il tempo il bambino aveva guadagnato la sua fiducia e il piccione gli permetteva di avvicinarsi e di accarezzarlo. Una notte arrivò la neve e il piccione volò via prima del solito. Il bambino tese la mano verso quel puntino bianco che si allontanava nel buio fino a diventare piccolo come un fiocco di neve. Fu la notte in cui il nonno morì. Il piccione non tornò più.
  15. Ospite

    Settantadue milioni di anime

    Il mio commento: Qui NOTA: è da un sacco di tempo che non scrivo un racconto; spero sia decente. SETTANTADUE MILIONI DI ANIME Come avrei potuto sparare a un uomo ferito? Era così indifeso, gettato lì per terra, con la gamba piena del sangue provocato da una granata esplosagli accanto; ed io gli puntavo il fucile dritto sulla testa, preso com’ero dalla foga della battaglia. Non ricordo se piovesse o ci fosse il sole; è un dettaglio indifferente. Nelle trincee c’era sempre fanghiglia, tanto era il sangue che si mischiava alla terra in quei giorni. Eppure... non avrei dovuto avere pietà per quell’uomo; non se la sarebbe meritata. No. Non avrei dovuto. Tutto quel sangue; e tutta quella sofferenza... solo colpa mia. Tutto per merito mio. L’uomo posò il bicchiere di vetro sul bancone del bar. Era vuoto ormai, e il soldato non poté fare a meno che rivedersi nel bicchiere: così inutile, così colpevole, così crudelmente segnato da un destino scritto in un giorno come tanti; durante una delle mille battaglie da lui combattute. Ne aveva uccisi tanti, di uomini, ma i sensi di colpa venivano subito repressi dalla convinzione che quello che faceva lo faceva perché doveva essere fatto, per il bene del suo paese. Per difendere gli innocenti e vendicare i giusti caduti; sanare i torti commessi e combattere per un sogno chiamato “pace”. Eppure... Già: eppure... Chiamò il barista con voce spezzata e chiese un altro bicchiere. «Lascia la bottiglia» disse mentre l’altro s’accingeva a riposarla in uno degli scaffali dietro il bancone. «Non crede di aver bevuto troppo, per stasera?», ma l’altro non rispose; nemmeno lo aveva sentito. In un sorso solo il bicchiere era già vuoto, e un attimo dopo era di nuovo pieno. Lo lasciò lì sul bancone, il soldato Tandey, mentre guardava la tempesta che infuriava fuori dalla finestra. Ammirò le persone che camminavano per strada, protette da grandi ombrelli d’indefinibile colore; e immaginò di essere come loro: libero da una così grande colpa. Accese una sigaretta e continuò a fissare il liquido ambrato mentre il fumo bluastro lo avvolgeva e le terribili immagini degli anni precedenti gli balenavano davanti agli occhi. Si era sentito subito in colpa, non appena seppe l’identità di quell’uomo, ma solo dopo anni il peso della sua azione si era manifestato in tutto il suo terribile splendore. Un peso sicuramente troppo gravoso per una persona sola. Quasi settantadue milioni di anime gli toglievano il sonno e la voglia di vivere. Aveva risparmiato una vita; ma a quale prezzo. A quale prezzo... non avevo mai immaginato che una buona azione potesse avere simili conseguenze: decine di milioni di vittime; e quanti feriti e morti di fame, e dispersi, e famiglie distrutte. Tutto per un unico gesto magnanimo che non avrei dovuto concedermi. Tutto per un attimo di debolezza che non doveva esserci. Sono stato decorato decine di volte, porto sul petto le più importanti medaglie Inglesi; e sono stato io la causa di tutto. Io, ed io soltanto. Ricordo ancora quando il primo ministro mi disse che lui mi portava i suoi più sentiti saluti. Lui. L’essere più spregevole della storia; vivo grazie a me. Ha persino appeso un quadro in memoria di quel giorno. Perché non mi aveva dimenticato. Come avrebbe potuto farlo? Ha detto che mentre gli puntavo il fucile pensava di non poter rivedere mai più la Germania; la sua Germania. Avrei dovuto sparargli senza pensarci, e se potessi tornare indietro lo farei senza la minima esitazione. La bottiglia ormai era vuota e della sigaretta rimaneva solo la cenere. Le persone erano andate via quasi tutte e il barista s’accingeva a chiudere per la notte. D’un tratto un pensiero scoppiò nella mente del soldato: e se in quei momenti di terrore, mentre lui stava per morire, avesse deciso di fare ciò per il quale è passato alla storia? Dio, abbi pietà di me! Allontana questa colpa dal mio buon cuore; permettimi di sognare, o di morire se preferisci. Ma ti prego, signore, allevia la mia pena! È colpa mia! Sono stato io a insediare il seme malato nella mente di quell’essere! Io ho la colpa e io sono l’unico responsabile! Ti prego, Dio, cancellami dalla faccia della terra, e cancella il ricordo di me! Non posso più vivere con questo peso sul petto! Li rivedo tutti, ogni notte. Anche se non li ho mai conosciuti. E vedo le loro famiglie distrutte dal dolore; e la sofferenza provata dagli innocenti che io avevo giurato di proteggere! Io, che merito oggi tutte le pene che sono state inflitte a loro. Ma Dio non rispose, né l’ascoltò. Settantadue milioni di anime erano troppe persino per lui. Il barista osservò il soldato da lontano, e notò una lacrima farsi strada attraverso le rughe. Non l’aveva mai visto piangere, anche se veniva nel suo bar da quasi tre anni. Da quando era finita la guerra, per la precisione. Non avevano mai parlato di se stessi, né si salutavano se s’incrociavano per le strade; e non c’era nulla di particolarmente strano in questo. Soprattutto per quei tempi. Eppure non aveva mai immaginato che quell’uomo potesse piangere: l’aveva sempre visto forte, come una roccia; e si meravigliava del fatto che bevesse così tanto. Evidentemente aveva qualcosa da dimenticare; motivo per il quale non gli aveva mai chiesto niente. Era andato a caccia di informazioni su di lui in giro per la città, anni prima; ma nessuno era in grado di darne d'interessanti: si era trasferito dopo la guerra e non parlava con nessuno; né aveva amici. Era sempre solo e tanto malinconico da incutere uno strano senso d’angoscia nell’animo del barista il quale, senza volerlo, si rendeva conto di evitare sempre il suo sguardo. Eppure quella volta non ci riuscì: il soldato si voltò di scatto e i loro occhi s’incrociarono per un solo istante; uno solo, ma il barista si sentì mancare e s’appoggiò al bancone. Era come se avesse visto la sofferenza di settantadue milioni di anime.
  16. Ospite

    Una vita migliore

    commento UNA VITA MIGLIORE Fin dagli anni settanta gli emigranti centro americani provenienti dall’Honduras, dal Guatemala o da El Salvador, tentano di attraversare il Messico per arrivare negli Stati Uniti. Fuggono da sistemi corrotti, da bande di criminali, da paesi tra i più violenti del mondo. Durante la strada, che percorrono senza documenti per non essere riconosciuti e rimpatriati, sono uomini e donne senza identità in cerca di una vita migliore. Molti di loro spariscono durante il tragitto perché sono facile preda di banditi, stupratori e assassini senza scrupoli. Tapachula è un paese che si trova al confine tra il Messico e il Guatemala. Un posto dove la criminalità è forte e se non fai parte di una banda, che siano i temuti Los Zetas o la Gang 18, la tua vita è a rischio. Ismael lavora nell’officina meccanica del signor Zuta. È un ragazzo cresciuto in fretta, ha un ciuffo alla Elvis Presley e una passione per i motori e le ragazze. Il signor Zuta era amico di suo padre, era presente quando fu ammazzato per strada con due colpi di fucile, ma non parlò mai degli esecutori. Quel giorno, forse le stesse persone che hanno ucciso il padre di Ismael, lo crivellano di colpi mentre esce di casa per andare al lavoro. Adesso Ismael è senza protezione, senza lavoro e senza una famiglia. Trascorre le giornate nei campi in cerca di un’occupazione e talvolta, quando ha qualche spicciolo extra, nel negozio di bibite di Ortensia. Lei lo ha visto crescere e non vuole vederlo morire come tanti altri giovani. Forse, proprio per questo motivo decide di condividere con lui qualcosa che cambierà la sua vita. Gli porta una soda e si siede accanto a lui con gli occhi cerchiati di blu e i capelli raccolti a crocchio sopra la testa. - Mio figlio ha trovato qualcuno che gli farà passare il confine - dice. - Bisogna pagare se si vuole arrivare tutti interi e io ho intenzione di affidare i miei risparmi a Santhos. Perché non parti con lui? Via da questa barbarie, via da un paese malato che ti succhia il sangue. Ismael scuote la testa. - Non voglio lasciare Tapachula, sono nato qui e ho seppellito prima mia madre e poi mio padre. Adesso che è morto anche il signor Zuta posso dire che tutta la mia famiglia è nel cimitero vicino alla pietraia. Ismael non è solo, ha un cane che si chiama Lupe. Lupe era un cane del deserto, il padre lo aveva trovato ferito e affamato mentre era a caccia e lo aveva portato a casa. Tutti pensavano che non avrebbe trascorso la notte, invece Lupe era sopravvissuto ed era diventato un molosso con il pelo scuro che faceva paura a guardarlo. Adesso Ismael ha solo Lupe e Lupe ha solo Ismael. Il giorno dopo si mettono in cammino che il sole non è ancora spuntato. Attraversano il cimitero, la pietraia e si inoltrano nella giungla. Santhos non li sente neppure arrivare, il machete gli tronca la giugulare e il sangue si spalma sulle foglie e si mischia alla rugiada. Mentre il giovane esala gli ultimi respiri nel fango, Ismael gli fruga nelle tasche e trova il tesoro di Ortensia. Con quelle banconote avrebbe rilevato l’officina del signor Zuta e avrebbe ripreso la vita di sempre. Lupe lo strattona tirando il guinzaglio, forse sta arrivando qualcuno. È il momento di tornare a casa.
  17. Ospite

    Il pianto di un bambino

    Il mio commento lo trovate cliccando qui IL PIANTO DI UN BAMBINO La pioggia era fine e rada; faceva freddo e la strada era deserta. Roma, in quelle condizioni, di certo era una delle città più malinconiche del modo. Il rumore delle gocce di pioggia sulle pozzanghere era ritmico e cadenzato; in lontananza si sentiva il fruscio di un lampione che stava per fulminarsi e l’aria era impregnata di una tristezza palpabile; quasi fisica. La stessa tristezza che era chiaramente leggibile negli occhi dell’uomo seduto sulla panchina di piazza Vittorio Emanuele secondo. Era grottescamente accasciato lungo lo schienale; il bastone gettato di lato e le scarpe sporche di fango. Boccheggiava sommessamente e si premeva con la poca forza rimasta una mano contro lo stomaco. Tra le mille gocce di pioggia che gli scendevano lungo il volto era impossibile riconoscere l’unica lacrima che aveva avuto il coraggio di uscire, ma l’uomo la sentiva bruciare come fosse fuoco liquido e la percepiva distintamente. Non pensava di poter piangere ancora, non dopo tutte le lacrime che aveva versato dopo la morte della moglie; e si sorprese nel constatare il contrario. I ricordi erano confusi e gli passavano davanti agli occhi in modo indistinguibile, come fossero tutti uniti dal peggior direttore della fotografia della storia del cinema. D’un tratto sentì l’odore di quel prato appena tagliato sul quale giocava da bambino, percepì il calore dell’abbraccio di quella madre morta prematuramente, provò la gioia di quella volta che gli regalarono il modellino di un treno di latta; e la tristezza il giorno che lo perse. La gioia della prima volta che aveva visto la moglie; quella del matrimonio e dell’angelica visione di lei con il lungo abito da sposa che camminava, sinuosa, lungo la navata della piccola chiesa medievale nel piccolo paesino appena fuori Roma. La sensazione di tenere in braccio la figlia appena nata; e quelle lacrime di gioia alla sua prima carezza. E l’oblio nel constatarne la morte a causa di un problema respiratorio, la depressione nella quale era caduta la moglie; il silenzio, gli sguardi evitati, le bottiglie sempre più vuote e gli occhi sempre più velati. E lei che mangia sempre di meno, lei che non si alza più dal letto, lei che non parla più. Lei che esce dalla finestra e si mette in bilico sul parapetto; lei che si butta pronunciando il nome della figlia che mai aveva sentito parlare. Perché il problema degli affetti è il momento in cui li si perde; e se li si ama così incondizionatamente come una madre fa con il proprio figlio, la perdita è troppo forte per essere superata. E l’uomo aveva provato a seguire la moglie, ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Iniziò a voler morire, pregando Dio ogni giorno e ogni notte affinché gli togliesse la vita, ma Lui si faceva sordo e non l’accontentava mai. A quanto pare Dio si diverte a vedere la sofferenza, pensava. In quei momenti, lì seduto, morente, sulla panchina; l’uomo si sentiva come subito prima di un orgasmo: stava per stare bene, ma mancava ancora poco. Lo avevano accoltellato dopo essere uscito dal bar: volevano dei soldi, ma se li era già bevuti tutti. Il ladro era scappato a mani vuote e l’uomo si era diretto verso casa, ubriaco e sanguinante; ma aveva preferito fermarsi lì, al centro esatto del parco, dove aveva visto, anni prima, la moglie per la prima volta. Con immane sforzo riuscì ad alzare la testa e osservò i sentieri artificiali mentre la pioggia aumentava d’intensità. Poi la forza venne a mancare, la pressione della mano sulla ferita scemò, la testa cadde all’indietro, le gambe si lasciarono andare e l’uomo spirò; in silenzio. In lontananza, il pianto di un bambino.
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