Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Mostra risultati per il tag 'distopico'.



More search options

  • Search By Tags

    Tag separati da virgole.
  • Search By Author

Tipo di contenuto


Forum

  • Incipit
    • Info Point
    • Ingresso
  • On writing
    • sUPporto Scrittura
    • PowerUP Creativo
    • Narrativa
    • Sceneggiatura
    • Poesia
    • Arena
  • LetterArea
    • (Parliamo di) Libri
    • In Vetrina
  • Editoria e dintorni
    • Catalogo Editori
    • Agenzie e Professionisti
  • Community Lounge
    • Bar Sport
    • Companion's Circle

Find results in...

Find results that contain...


Data di creazione

  • Start

    End


Ultimo Aggiornamento

  • Start

    End


Filter by number of...

Iscritto

  • Start

    End


Gruppo


Hai già pubblicato?


Il tuo sito


I tuoi libri


Facebook


Twitter


Instagram

Trovato 14 risultati

  1. Matt

    I giorni del cambiamento

    Commento I GIORNI DEL CAMBIAMENTO Capita che, d’improvviso, qualcosa che si ritiene ordinario manchi. Quel qualcosa è parte della vita in un modo che, nel momento della sua scomparsa, crea subito subbuglio. Era successa la stessa cosa con Internet. Quando era stato annunciato che non sarebbe funzionato per un po’ di tempo, causa problemi tecnici, nessuno aveva pensato che non sarebbe mai più tornato. Quello fu l’inizio di ciò che chiamarono il Cambiamento. Internet era un modo per tenere i contatti, e quando svanì ci fu il caos generale: non si seppe mai come successe, come il mondo perse la miglior fonte di informazioni di sempre, scomparve semplicemente e nessuno poté far nulla per ricrearla. Con Internet assente le informazioni passavano tutte per tv e radio: il tg era presente in ogni canale, salvo alcuni per cercare di salvaguardare la normalità, e dalla radio sedicenti veggenti avevano iniziato a predire l’apocalisse. Il panico, totale, immenso panico invase come una tormenta ogni parte del mondo quando la tv annunciò che per precauzione conveniva serrarsi in casa e non uscire. Perché? Cosa stava accadendo fuori? Non vollero dirlo per qualche intricata ragione che non aveva fondamenta; ma poi la curiosità passò in secondo piano, sorpassata dall’istinto di sopravvivenza. Le finestre vennero sbarrate, le porte sigillate, e chi per sfortuna era rimasto all’aperto si sperava che Dio l’avesse in gloria. La tv sparì due settimane più tardi dal Cambiamento, più nessuno era rimasto a ripetere il mantra “non uscite, restate al riparo”, anche se pian piano era divenuto palese per tutti. Eppure la radio sembrava dell’idea opposta. Dallo stereo a corrente con l’entrata dei cd rotta, gli ultimi speaker rimasti annunciavano che c’era un rifugio e che era pronto a ospitare chiunque fosse ancora in vita. “Mi rivolgo a tutti voi: a chi non ha più cibo, a chi non ha acqua, a chi ha bisogno di cure mediche. Esiste un rifugio, esistono viveri e infermieri pronti ad aiutarvi, esiste un pozzo per l’acqua e altre persone. Non siete soli.” Quello che l’annuncio non diceva era che l’esterno uccideva, mieteva vittime peggio del colera e se qualcuno avesse deciso di ascoltare il messaggio avrebbe incontrato solo la morte. Null’altro. E allora perché incitare la gente a uscire? Perché assassinare volontariamente tutte quelle persone? C’era una teoria in proposito che si era radicata via via: parlava di un santone, convinto che il Cambiamento fosse colpa di qualcuno e che l’unico modo per fermarlo fosse l’espiazione dei peccati. Morti, troppi per contarli o solo per pensarli, immaginarli dava un senso di suicidio. Io lo so, l’ho vissuto. Mi sono rintanato in casa come tutti gli altri, nascondendomi da qualcosa che non potevo vedere né immaginare. Era un nemico sconosciuto, con le sembianze di una leggenda narrata dalla radio, plasmato dalle parole di sedicenti santoni. All’inizio ci avevo creduto, volevo rimanere vivo e sperare che quanto prima tutto si potesse sistemare. Quella speranza era rimasta, mentre il cibo svaniva in modo inesorabile. Ero da solo, come lo ero stato in tutta la mia inutile vita, mangiavo il minimo indispensabile per allungare la terribile agonia. Fu proprio la speranza a tenermi in vita per due mesi, senza sapere cosa stesse succedendo fuori, senza sapere se c’era ancora qualcuno o se erano tutti morti. Fu in un pomeriggio, cinque settimane e due giorni dopo il Cambiamento, che sentii distintamente delle voci in strada. Erano urla, qualcuno che cercava qualcun altro, pianti e grida di disperazione. Tentai di sollevare la tapparella ma la ritrovai bloccata e in quel momento capii che ero in una prigione senza uscita. Morirò, avevo pensato, morirò come tutti gli altri. Verso la fine del secondo mese la radio aveva smesso di funzionare, ipotizzai che le linee elettriche fossero andate, abbattute dalla bufera che rimbombava sulla casa senza sosta. Era un brusio, continuo, che entrava nel cervello ed era impossibile liberarsene. Accusai momenti di follia. Pensai di uccidermi perché ormai avevo capito che non ci sarebbe più stato nessuno miglioramento. Il mondo era finito, ka-boom, andato, checché ne dicesse il santone. Perciò, conscio dell’avvenire che mi attendeva, sapendo che la mia vita era stata solo un inutile cumulo di scene programmate, la scuola, i problemi, l’amore non corrisposto, il lavoro mai voluto, decisi quindi che dovevo rendere almeno la morte dignitosa. Potevo scegliere se farla finita in casa o uscire e vedere cosa davvero stava accadendo al mondo che mi aveva ospitato per ben settantacinque anni. Quindi presi un capotto, quello lungo di pelle che mi piaceva tanto, indossai un berretto, una sciarpa e mi preparai davanti alla porta. La mano tremava mentre stringevo la maniglia, mi voltai per l’ultima volta ad osservare la casa, poi torsi in senso antiorario il polso e mi affacciai all’esterno. Quello che vidi? Non era neppure la punta di quello che mi ero immaginato. Sabbia rossa aveva coperto tutto: giardini, strade, case, macchine, bidoni della spazzatura, cassette delle lettere; sospinta da un vento incessante aveva assunto la veste del Cambiamento, il messaggero della morte. E io ne ero succube. Camminavo lento, cercando di non farmi trascinar via, inciampai un paio di volte, e in una di queste andai a sbattere contro un’auto. Quando riuscii a sollevarmi notai uno scheletro alla guida, la mascella caduta e la pelle sciolta e mischiata all’imbottitura del sedile. Tossii e ebbi un conato di vomito che a stento trattenni. M’imposi di continuare ad avanzare ma più lo facevo più i cadaveri immersi nella sabbia aumentavano di numero. Fu in quelle strade che vidi le prime scritte: “La radio mente”, “Noi siamo gli impuri, noi siamo il sacrificio”, “Non c’è speranza, solo morte”, “Torna indietro”. La maggior parte degli autori era diventata parte stessa del messaggio, sciolti come cera contro le pareti. E non capii che stavo diventando anche io come loro, non sentivo che il respiro si faceva sempre più veloce e non avvertito il cappotto arricciarsi mentre si scioglieva a contatto con la sabbia. Raccolsi un foglio, la grafia di qualcuno dalla mano tremante di paura. “Dicono che siamo solo cadaveri per un fato superiore, carne per espirare i peccati compiuti nei secoli. Se è davvero così spero che il nuovo mondo non possa mai più vivere questo momento, spero che nessun altro debba vedere la propria moglie morire senza poter fare nulla e in fine spero con tutto il cuore che il nostro sacrificio non sia vano. Ti amo Jillian e ti amerò per sempre.” Sentii un dolore al petto che mi fece barcollare, mi appoggiai al palo di un semaforo e cercai di respirare a fondo. Sul muro accanto l’ennesima scritta, mi fermai a osservarla. “Qui giace il bottino della morte, l’attesa è finita: la fine è giunta.” Una figura in rientranza contro il muro teneva ancora il braccio sollevato dove finiva la frase. Tossii di nuovo e questa volta sputai sangue. Mi chinai, lo stomaco ritratto, i polmoni che non immagazzinavano sufficiente aria. Finii per terra, la lettera in mano, incapace di muovermi. Con la sabbia che bruciava la pelle compresi che era la fine. Di tutto. Tenni il foglio in mano e immaginai che quella lettera fosse mia diretta a un amore che non avevo mai avuto. Esalai l’ultimo respiro, chiusi gli occhi e lasciai che la sabbia facesse il resto.
  2. lean

    Fighters

    Stamattina l’aria è pungente ma non piove, una gran cosa considerato che nell’ultima settimana non ha mai smesso. Finalmente posso tornare a correre. Adoro fare jogging, non mi fa pensare e, nello stesso tempo, mi fa immaginare che sto andando verso un posto migliore, lontano da questo schifo di baia, lontano dai Vigilanti. Sono passati otto anni da quando la Società ha chiuso i confini e la vita per noi è diventata un inferno. Prima sono iniziate le sperimentazioni sugli animali. Intervenivano sul loro cervello per farne degli automi da controllare a distanza. Ne morirono centinaia di migliaia fino a quando, ottenuti i primi risultati, le cavie che avevano non furono più sufficienti. Così passarono agli uomini… Per non dare nell’occhio attingevano ai barboni, gente che viveva da sola, abbandonata negli ospizi, ma adesso anche questo è cambiato, Ogni giorno qualcuno scompare o muore. Dicono che sono incidenti ma molti di noi hanno capito che non è così, per questo ho deciso di scappare, so che prima o poi toccherà anche a me. Il cielo comincia a tingersi di rosa e, senza rendermene conto, raggiungo il porto. È sabato, sono appena le sei e trenta e ancora c’è poca gente, giusto qualche pescatore e qualche guardia che si sta ritirando dalla ronda notturna. Mi fermo a respirare quel profumo di salsedine che riesce sempre a infondermi serenità, quando lo vedo arrivare… Si fa strada nelle acque ricoperte dalla foschia dell’alba, dondolando piano, sospinto dalla corrente e tristemente deserto. L’Hope. Mi sento morire e faccio uno sforzo tremendo per non mettermi a piangere. Lo yacht alla deriva non è un’imbarcazione come un’altra. Mesi fa alcuni di noi l’avevano costruito pezzo dopo pezzo in una rimessa abbandonata, pianificando la fuga con l’arrivo della bella stagione. Erano settimane ormai che era partito per il primo viaggio e, ogni giorno che passava, cresceva in ognuno di noi la speranza che i nostri compagni ce l’avessero fatta, ma adesso… Mi sento mancare la terra sotto i piedi però so che devo fare il possibile per non tradire lo sconforto che provo. Potrebbero esserci Vigilanti in borghese e non posso rischiare di tradirmi, man mano che l’imbarcazione avanza però mi sento peggio. Vederla emergere dalla nebbia la fa sembrare una nave fantasma e non posso non pensare che è questo che ormai saranno gli uomini e le donne che erano a bordo. Avrei potuto esserci io lì sopra, ma non ero stata sorteggiata, Quel giorno me la presi con la sorte per non avermi voluto concedere la libertà ma adesso, capisco che avrei dovuto ringraziarla perché mi ha salvato dalla morte. I miei buoni propositi vacillano non appena lo yacht sbatte contro la banchina in cui mi trovo. Sulla fiancata, proprio sopra la scritta Hope, è conficcato qualcosa, un coltello: capisco subito che è una delle armi che usano i Vigilanti per la forma allungata dell’impugnatura e lo stemma a cinque punte inciso sopra. Il messaggio è chiaro: non avete speranza. Improvvisamente le gambe mi abbandonano e sarei caduta a terra se una mano forte non mi avesse presa in tempo. «Ciao amore, scusa il ritardo» Mi volto bianca come un cencio e mi ritrovo davanti un volto sconosciuto. I suoi occhi mi indicano dei tizi che mi fissano dalla torretta e io capisco che sono delle spie. Istintivamente sto al gioco e sorridendo gli getto le braccia al collo per evitare di cadere a terra. Il cuore mi sta esplodendo e faccio fatica a respirare. Lui approfitta dell’abbraccio per sussurrarmi qualcosa all’orecchio: resistenza. Poi mi sfiora le labbra con un bacio, si scioglie dolcemente dalla mia stretta e, prendendomi per mano, inizia a camminare dalla parte opposta a quella dell’imbarcazione. Intanto diversi curiosi si avvicinano e ben presto ci confondiamo tra la folla. Non appena ci allontaniamo dal porto e raggiungiamo una piccola radura a poche centinaia di metri, mi lascio cadere a terra, poggiando la testa contro il tronco di un albero. «Chi sei?» chiedo con un filo di voce. «Mi chiamo Adam» esita un attimo «Appartengo alla ribellione» Lo guardo incredula. «Allora esiste davvero?... la resistenza?» «Sì, esiste davvero» Sento la speranza tornare a scorrermi nelle vene ma invece di essere felice, lo aggredisco. «E perché diavolo non avete fatto nulla in tutto questo tempo? Avete idea di quanta gente hanno ucciso questi bastardi?» «Ti assicuro che stiamo facendo più di quello che credi ma la cautela è necessaria: se ci scoprissero sarebbe la fine per tutti» Immagino abbia ragione ma continuo a guardarlo male. «Perché ti sei avvicinato a me?» «Sapevamo dell’Hope, qualcuno vi ha visto nel capannone» Tira fuori qualcosa dalla tasca del giubbotto e me la porge. È una foto. Riconosco diverse persone, stanno armeggiando intorno a un’imbarcazione. In fondo, sulla destra, ci sono anch’io. Rivivo la speranza che mi aveva animata in quei giorni, il sogno a occhi aperti di una nuova vita, lontana da tutto questo ma poi rivedo quel coltello conficcato sulla fiancata, mi viene da piangere. «Saranno tutti morti?» Lui non risponde e vedo dolore nei suoi occhi, di colpo capisco. «Ma certo… cavie» Abbasso gli occhi sulla foto e mi sento pervadere da una furia cieca. Adam sembra accorgersene. «Tutti gli altri sono già al rifugio, mancavi solo tu. Siamo quasi pronti, siamo tanti e lotteremo insieme per riprenderci la nostra libertà» Sento nella sua voce una determinazione e una convinzione che mi infondono coraggio. Coraggio per tornare a sperare e credere in un domani migliore. Gli porgo la mano e, sorridendo, mi aiuta a rialzarmi. Sono passati già sei mesi da quando ho conosciuto Adam e guardandomi allo specchio con la divisa della resistenza, quasi non mi riconosco. È stata dura qui dentro. Mi hanno addestrata a combattere, a lottare, a resistere, ma adesso mi sento pronta. Siamo tanti, molto più di quelli che credevo e ognuno di noi è animato dallo stesso odio verso i la Società e i Vigilanti. «Tutto bene?» Mi volto e Adam e lì davanti a me. «Sì, più che bene» dico, mentre istintivamente stringo la mano sull’impugnatura della pistola. Lui mi abbraccia e sento la tensione svanire. Ricambio la stretta mentre penso che oggi lotterò anche per lui. In tutto questo schifo è la cosa più bella che mi potesse capitare. «Ce la faremo, ne sono certo» mi sussurra all’orecchio, poi si scosta quel tanto che basta per darmi un bacio. «Ehi, voi due piccioncini!» Ci stacchiamo ridendo. È Lucas, è lui che guida la resistenza. Ha un fucile poggiato sulla spalla e dietro, un esercito di ribelli. Non sembra uno che sta per guidare la rivolta del secolo. È tranquillo, sorridente e determinato. «Siamo pronti» dico con una sicurezza che provo davvero e lui mi strizza l’occhio. La porta d’acciaio del sotterraneo si apre e un esercito di combattenti inizia la sua marcia verso la libertà. Non ho paura e mi sento viva come non mai. Finalmente la resa dei conti è arrivata e non saremo noi a uscirne sconfitti…
  3. lean

    Ghiaccio infernale

    Le urla della ragazza dai capelli rossi giungono fino alla sala d'attesa del dipartimento medico X51, al trentesimo piano sotterraneo della Torre Bianca. L'ho vista poco fa, mentre due soldati la trascinavano a forza verso il laboratorio: aveva gli occhi allucinati, il corpo tremendamente smagrito e un colorito giallognolo tipico di chi, avendo contratto il contagio, è già in una fase avanzata della malattia. Sarebbe sicuramente morta ma, per sua fortuna, l'avevano destinata al recupero. Eppure non era felice. Scuoto la testa con stizza, non riesco a comprendere come ci possa essere gente così ingrata nei confronti del Sistema, ma forse non sono ingrati, sono semplicemente incapaci di comprendere, di andare oltre le chiusure mentali. L'ultima guerra contro il regime orientale aveva lasciato una tale devastazione che l'umanità intera era arrivata a un passo dalla fine. Le nuove armi batteriologiche avevano sterminato milioni di persone e, chi era sopravvissuto grazie ai rifugi sotterranei, si era infettato non appena uscito all'aria aperta. Anche a mia madre era successo ed era morta dopo un anno di agonia. Così siamo tornati sottoterra. In questo clima terribile è nato il nuovo regime. Le menti più eccelse si sono riunite per dare a tutti una nuova speranza e, grazie a loro, adesso tutto cambierà. Nessuno più morirà o, quanto meno, non morirà veramente. Hanno compiuto il miracolo, proprio qui nella Torre bianca che, ormai, tutti chiamiamo Torre Fenice, come segno della rinascita che renderà ognuno di noi un essere nuovo, immortale. Tutto ciò che abbiamo di infetto verrà rimosso e, una volta curati, potremo nuovamente tornare in superficie. Sono trascorsi sei mesi da quando il Sistema supremo ha mandato in onda i filmati sui sani, è così che chiamiamo i fortunati che si sono salvati dal contagio. Vedere quei visi abbronzati e sorridenti correre su un vero manto erboso, divertirsi tra i flutti delle onde, mi aveva provocato una terribile invidia e così mi ero consegnata. Sì, consegnata, perché qui sono molti che non accettano la procedura, non solo la rossa. Dicono che preferiscono morire anziché diventare dei mostri... stupidi idioti. La cura è quasi pronta, ma il male dentro di me avanza e io devo fermarlo. Le menti eccelse hanno messo a punto una tecnica perfetta: la criogenesi. Non so bene di cosa si tratti, ma mi hanno garantito che il mio corpo rimarrà integro e al sicuro per tutto il tempo che ci vorrà e questo mi basta. Ho visto cosa fa la malattia, ho visto la gente andare in giro con la carne a brandelli, come fosse stata dilaniata dalle fauci di un terribile mostro, contorcersi dal dolore e invocare la morte come una sorta di liberazione. Un corpo sano, invece, mi assicurerà una nuova vita fuori da queste dannate cripte, lontano dai sepolti vivi. Finalmente la rossa ha smesso di urlare e un'infermiera esce dal laboratorio spingendo un carrello pieno di strani arnesi. - Hanno finito? Quando potrò entrare? La donna mi lancia uno sguardo strano che mi mette a disagio. - Pazienta ancora un po', tra poco ti verranno a prendere. Lo dice distogliendo lo sguardo e la voce le trema un po'. Sta per andare via, ma poi ci ripensa. - Quanti anni hai? - mi chiede. - Diciassette. - Non sembri malata... - Perché sono solo al primo stadio. La donna mi guarda, poi guarda la porta alle sue spalle. - Non è detto che la malattia avanzi... potrebbe fermarsi, potrebbe... - Io non voglio più stare qua, voglio andare in superficie. Ma tu che diavolo vuoi? Di colpo capisco e la guardo con disprezzo. Deve essere una delle tante simpatizzanti dei reazionari, un movimento ostile al Sistema che fomenta rivolte e malumori. Credono che non esista alcuna cura e che la criogenesi sia solo un abominio. - E adesso sparisci! La donna scuote il capo, riprende il suo carrello e si allontana. ***** Non ho smesso di lottare un solo momento e ho le braccia ricoperte da lividi, ma non è servito a nulla. Le porte del laboratorio si aprono e io ormai non ho più voce. - Ehi rossa, finalmente siamo arrivati, sei contenta? L'uomo col capo rasato sbotta in una risata fragorosa, seguito a ruota dal suo compare. Mi trascinano verso un grande tubo nero, da cui esce una base di ferro con i cinturini di cuoio ai lati, mi fanno sdraiare legandomi ben stretta. C'è un pungente odore di disinfettante, così forte che mi dà la nausea. Le pareti bianche della stanza sono rese ancora più accecanti dai grandi fari che ricoprono il tetto. Fatico a tenere gli occhi aperti e ciò che riesco a intravedere è distorto dalle lacrime che ancora mi bagnano gli occhi. I due soldati sono andati via e al loro posto arrivano un'infermiera e tre uomini col camice nero, il viso nascosto da una voluminosa mascherina. Non mi guardano, non mi parlano, è come se non esistessi e tra poco questo è quello che mi accadrà. - Ciao Rose. La voce proviene dalle mie spalle, una voce che conosco molto bene. - Adam. Grazie a Dio ho parlato con voce ferma, non voglio che capisca quanto mi turbi saperlo lì. Compare nella mia visuale e io riconosco subito la divisa rossa dei capi del Sistema. - Vedo che hai fatto carriera - lo provoco. - Avresti potuto avere le stesse cose, invece hai rovinato tutto - lo dice scuotendo il capo, guardandomi con commiserazione, come se fossi una povera stupida per cui provare pena. - Tu sei un assassino – urlo con disprezzo. - No! Non è così. Noi diamo speranza - lo dice come se ci credesse per davvero. Una risata amara mi esce dalla bocca. - Questo puoi raccontarlo agli altri non a me. Ho lavorato abbastanza qua dentro da saperne più di quel che vorrei e non sai quanto me ne vergogno. - Vergognarti? Di cosa? Dimentichi la cura. - La cura? Non esiste nessuna cura e tu lo sai benissimo, così come sai che le menti eccelse sono in realtà un manipolo di folli esaltati che a una cura non ci sono nemmeno vicini. La mascella di Adam s'indurisce. - Non ancora, ma presto accadrà, grazie anche a questi ragazzi che si offrono per la causa. Lo guardo come fosse impazzito. - Si offrono? Voi li state ingannando! Lì fuori è una landa deserta così intrisa di veleni, che ci vorranno ancora chissà quanti anni prima di potervi tornare senza morire. E intanto sperimentate, provate, giocate con le vite di questi disperati che non vogliono arrendersi alla morte e si aggrappano a una vita che non avranno mai. Prova a dire loro dove finiranno: in dei silos pieni di azoto liquido, immersi in un lungo sonno che, se mai avrà fine, restituirà solo corpi senz'anima e vedremo quanti ancora faranno la fila! Ho parlato con foga, riversando su di lui tutto il disprezzo verso il Sistema, sperando di leggere nei suoi occhi un minimo di dubbio o pentimento, ma non c'è nulla di tutto questo. - Generale, dobbiamo iniziare. Adam si volta verso uno dei medici che finora sono rimasti in disparte, poi mi guarda un'ultima volta e si allontana. Incredibile pensare che fino a qualche mese fa diceva di amarmi. Ma ormai non ha più importanza, tanto tra poco tutto questo finirà. Mi uccideranno, per poi procedere alla criogenesi. Il mio cuore smetterà di battere e inizierà il processo di congelamento. Vedo l'infermiera avvicinarsi con la siringa stretta tra le mani tremanti, la riconosco subito. Lavoravamo insieme e avevamo le stesse idee sull'orrore scoperto qua dentro, ma lei ha voluto restare. Era sicura che ci avrebbero trovato e sottoposte alla procedura e il fatto che io stia per morire e lei no, le ha dato ragione. Non so perché, penso alla ragazza che ho visto in sala d'attesa. Le ho letto negli occhi, la speranza, la trepidazione per il sogno di una vita migliore, illusa dai finti slogan montati dal Sistema in una squallida area dei sotterranei. La donna si avvicina, scoprendomi il braccio martoriato. -Procediamo. Sussulta all'ordine perentorio del medico e m'infila l'ago nel braccio, regalandomi un accenno di sorriso ed io capisco... capisco che manterrà la promessa che ci eravamo scambiate prima che io fuggissi: in caso fossi stata presa mi avrebbe uccisa, uccisa davvero, salvandomi dalla mostruosa prospettiva di diventare una sorta di zombie vivente. Ricambio il sorriso, adesso sono felice. Poi tutto si ferma e il freddo mi avvolge.
  4. CAPITOLO 6 BACCHETTE CINESI Sigi osservava la scena dalla videocamera presente nella voliera, lo sconosciuto rimaneva nascosto dal raggio di tiro ma non sembrava pericoloso. Lo vide lanciare con un movimento svelto la pistola, che cadde più in là, in mezzo al fogliame secco. «Non vorrete mica sparare a qualcuno disamato, vero?» disse, uscendo poi allo scoperto con le mani in alto e un sorriso stampato sul volto, sicuro che non l’avrebbero fatto. Suo malgrado non conosceva la ragazza che lo stava mirando. Una tempesta di proiettili si abbatté verso di lui, che si spostò rapido al sicuro dietro alla corteccia. «Hai altre idee discutibili da provare, per caso?» «No!» esclamò lo sconosciuto con un gridolino spaventato, che rinforzò subito con un’affermazione più decisa. «Qui le regole le decidiamo noi, ora esci e non fare stronzate.» La voce della ragazza non ammetteva obiezioni, perciò lo sconosciuto uscì di nuovo e questa volta senza il sorrisino di poco prima. Intanto Diablo era ritornato da Sigi, dopo essersi perso nel labirinto che si spacciava da giardino. Entrambi non avevano mai visto quel tizio, ma non sembrava uno di Loro perché non presentava nessuno degli indizi per riconoscerli. Matt e Lynnet entrarono poco dopo in casa, alla tempia di Black la pistola della ragazza, che forse ci stava pure prendendo gusto a minacciarlo. «Puoi abbassarla? Non è necessario, non voglio farvi del male» insistette lui, sentendo la canna della pistola spingere un po’ troppo contro la propria tempia. «Allora prima chi ha fatto cadere il pene?» gli chiese Lynnet. Sigi spalancò gli occhi. «Hai sparato alla statua del pene? Perché?» «Aveva una forma inquietante!» Black era sicuro che, negli incubi, quel coso lo avrebbe tormentato per sempre. «Il tizio non ha tutti i torti.» Ammise Matt. «Ora basta con ‘sti discorsi del cazzo: voglio sapere chi sei e che ci fai nel mio castello!» «Fagli la domanda!» suggerì Matt, sicuro dell’efficacia di quel rito. «Già, la domanda! Ascoltami bene ragazzo e rispondi. Pensa bene a cosa dirai perché da quelle parole dipenderà la tua vita.» Matt ricordò in quella frase le uguali parole che aveva usato Sigi il giorno in cui era stato testato. Si schiarì la voce e poi disse: «Con che cosa tagli l’erba?» Un silenzio palpabile calò nella stanza, nessuno osava proferir parola durante quel rito intenso. «Eciuuu!» fece Diablo all’improvviso. Tutti si voltarono verso di lui che scosse la testa chiedendosi che cosa volessero. «Oh, scusate.» Il silenzio allora ritorno a riempire la stanza, il nulla, totale nulla era ciò che l’abitava in quel momento assieme ai cinque. «Ebbene?» chiese Sigi, stanco di aspettare. Black ci pensò su ancora un po’, poi disse: «Con le forbici a punta arrotondata, così mi ha insegnato mio nonno.» A tutti nell’udire quella risposta sembrò di sentire una parola, qualcuno che domandava “fatto?” ma forse era solo uno scherzo della tensione. I presenti allora si guardarono annuendo, ma stava a Sigi dare il verdetto. «Risposta corretta, ma non mi fido. Tu sembri un tipo astuto e da tempo in realtà penso che la domanda sia conosciuta anche tra le schiere nemiche.» «Sigi, fagli la sacra domanda» propose Matt. «La sacra domanda, giusto, grande idea… sì, ehm…» Sigi si spostò con la carrozzina verso la scrivania, cominciando a rovistare tra le carte, guardando in particolare un’antica pergamena. La srotolò, la girò su se stessa, la rigirò e poi disse con le sopracciglia aggrottate: «Qualcuno conosce il cinese?» Tutti si guardarono: chi mai conosceva il cinese? «Quello che vende cover degli iphone davanti alle mura della citta? Si chiama Jiu di ly e…» Tutti lo guardarono male. «Okay, scusate» disse Matt, abbassando la testa. Lynnet però si avvicinò alla scrivania. «Dà qui.» Prese la pergamena e iniziò a leggerla mentalmente. La stanza rimase in silenzio per un po’, in attesa di un cenno di risposta da Lynnet. «Allora con questa domanda?» spronò Black. «Vuoi tacere un attimo? Il cinese non è mica semplice e sembra che chi l’ha scritto non avesse neppure tanto la mano ferma.» La ragazza rimase ancora un po’ in silenzio, poi ripose la pergamena sul piano di legno della scrivania e si rivolse a Black. «Se dovessi scegliere, in una imminente catastrofe, di salvare un cucciolo di scoiattolo o il noto cantante Gigi D’alessio, chi salveresti?» È quella, in fine, la sacra domanda… pensò Sigi, conoscendo per la prima volta il contenuto della pergamena, il suo potere in un solo quesito. «Rispondi, avanti» lo incitò, stringendo il calcio di una pistola nascosta attaccata sotto alla scrivania e puntata dritta verso di lui. Black però non sembrava incline al rispondere ad altre domande, in realtà nel suo sguardo c’era una sorta di… incertezza. Sigi notò la differenza, forse aveva ragione nel pensare che la prima domanda fosse davvero conosciuta nelle schiere oscure. «Ragazzo, non te lo dirò un’altra volta.» Era pronto a sparargli, una sola parola sbagliata e un proiettile gli avrebbe attraversato la gamba, successivamente un altro avrebbe finito il lavoro puntando alla testa non appena si sarebbe accasciato dolorante. Black non dava segni di voler rispondere. In quel momento i presenti non seppero cosa pensare dello sconosciuto, si era presentato in abiti informali, aveva risposto alla prima domanda ma poi si era bloccato. Eppure per Matt qualcosa non quadrava. Chi mai sarebbe così pazzo da intrufolarsi in un castello per uccidere quattro membri della resistenza? Loro non erano così stupidi. Forse Black nascondeva qualche segreto che non voleva confessare. «Bene allora» annunciò Sigi, e in quel momento Matt vide che stava impugnando qualcosa. Lo voleva uccidere? «Hai deciso il tuo destino, Maggiordomo.» Nello stesso momento successero più cose. Matt si protese in avanti verso Sigi per urlargli di non farlo; Lynnet spalancò gli occhi osservano qualcosa che stava facendo Black; Sigi premette di più il dito sul grilletto; Diablo si stava chiedendo perché tutto andasse al rallentatore e nello stesso istante la porta si spalancò e Esperançia entrò nella stanza. Il proiettile venne sputato dalla pistola con un forte boato, Black però si spostò velocemente e afferrò Esperançia togliendola dalla traiettoria. Un buco grosso come un dito sulla porta. Silenzio. «Stai bene?» chiese Black a Esperançia. Aveva ancora il petto contro quello della donna e avvertiva il suo cuore battere all’impazzata. C’era mancato poco. «Togliti da lei immediatamente!» Sigi divenne furente, incapace di sparare senza rischiare di colpire la donna. Fu proprio lei però a pararsi davanti all’uomo, per proteggerlo. Sigi non riusciva a capire, ma sembrava l’unico. Matt era calmo, Lynnet gli diceva di non farlo e Diablo gli faceva gesto di abbassare l’arma. Poi quando Lynn avanzò e si piegò per raccogliere qualcosa da terra, quando vide due bacchette di legno nelle sue mani capì. «Mi chiamo Black e faccio parte della lega delle bacchette cinesi.» «Quindi è per questo che sei qui» disse alla fine Lynnet, stupita. «Per anni abbiamo perso e guadagnato terreno in maniera equilibrata. Poi, due anni fa, è accaduto. Abbiamo una talpa nell'organizzazione. Ha spifferato tutto. La maggior parte delle nostre basi segrete è stata attaccata e annientata . Siamo rimasti in pochi, la maggior parte dispersi o morti.» «Aspetta» disse all’improvviso Sigi. «La pergamena è in cinese!» «Bravo, acuta osservazione. È stata scritta da uno dei nostri fondatori all’inizio della guerra per distinguere i buoni dai cattivi. Se guardi troverai il nostro simbolo inciso a fuoco: due bacchette incrociate. Mi sorprende che tu ne abbia una copia.» «Ne sapevi qualcosa tu, Sigi, di questa lega?» chiese Matt, pensando che in qualche libro dovesse esserci per forza qualcosa al riguardo. «No, non ne ero a conoscenza, ma questo significa che non siamo soli. Non siamo gli unici a combatterli.» «Ora so che esistete ancora e voglio potervi aiutare. Avete un piano? Insomma, non capita da anni di vedere così tanti membri della resistenza in un solo posto.» «La tua talpa ti ha mai parlato del progetto Charlotte?» «Sì, ne so qualcosa. So che è rinchiusa in una parte della loro fortezza più sorvegliata, so che le guardie la sorvegliano ventiquattro ore su ventiquattro. So che per passare devi essere uno di Loro oppure vai incontro alla morte.» «Be’: ecco il piano.» «La morte non mi è mai sembrata il piano migliore…» disse Diablo, un po’ scettico. «Il ragazzo non ha tutti i torti, sarebbe un suicidio solo provare ad entrare in città» convenne Black. «È la nostra unica risorsa, potrebbe essere immune.» Erano le tre di notte quando l’allarme risuonò in tutto il castello. Un forte rumore continuo che non prometteva nulla di buono. Matt si alzò dal letto, con addosso solo una maglietta dei Metallica e le mutande. Cernobyl era già sull’attenti, accanto alla porta. Indossò quindi dei jeans e gli anfibi. Poi prese la pistola da sotto il cuscino e usci dalla stanza. Nel corridoio incontrò subito Lynnet, i capelli arruffati e uno sguardo infastidito dalla sveglia funesta. «Che sta succedendo?» gli chiese. «Nulla di buono mi sa, andiamo.» Diablo uscì anche lui dalla stanza, in boxer e mitragliatore alla mano. «Ho visto delle luci fuori dalla finestra, che succede?» I tre videro Sigi correre verso di loro, due brasiliane dietro di lui vestite con delle tute da combattimento. «Che succede?» fece Diablo. «I maggiordomi si stanno dirigendo qui e non sembrano in pochi!» Sigi indicò un’ampia finestra che dava all’esterno. In lontananza si potevano scorgere delle luci tremolanti, forse torce. «Maledizione! Come hanno fatto a trovarci?» Lynnet si guardò attorno. «Aspettate, dov’è Black?» «Non lo so, non l’ho più visto da ieri sera.» Un’esplosione fece tremare il pavimento. «Non c’è tempo, i sistemi di protezione sono fuori uso, dobbiamo cavarcela da soli! Lynnet e Diablo, andate sulla torre ovest e copriteci, io e Matt staremo giù e che Zeus ce la mandi buona.»
  5. Link al commento: Mi chiamo Harry, vengo dal futuro, per la precisione anno 2040. Sono un cavaliere del tempo. Il NWO mi ha arruolato per scoprire la causa di morte dei miei genitori, dalle prime indagini si sospetta una “Sindrome da Social Network”. Ne ha parlato il rapper Marracash un ventennio fa, ma ora la profezia si è più che avverata: la sindrome è l’AIDS del mio tempo. Sono rimasto orfano di entrambi i genitori. Da semplice artrite acuta quale era, si è evoluta in sindrome divorandoli. Mentre vi scrivo questa lettera mi scende qualche lacrima, domani farò un giro sulle loro bacheche a mettere qualche like. Se lo meritano, io non mi sono scordato di loro. Mi rimprovero solo di non essere riuscito ad impedirgli di usare troppo Candy Crash Saga, è da lì che è avvenuto il declino; sono stati degli ingenui. Menomale che io ho smesso con Pokèmon Go… Beh ogni tanto qualche Squirtle lo catturo, ma da lì a dire che sono un goista, proprio no. La gente va ancora a commentare sulla loro foto profilo, quanti cuori e quanti emoticon… Sì, i miei erano voluti bene da tutti: mai una segnalazione, mai bannati da nessuno e ogni volta che un qualsiasi bug si presentava alla loro porta, altri erano subito pronti per l’assistenza remota. Mamma e papà erano i miei idoli, se lo sono meritati fino all’ultimo quel profilo certificato; la spunta blu è fiera di voi. Ci fu anche l’era dei fake e dei troll, ma loro non si lasciarono scoraggiare, mille spam ogni giorno in bacheca, ma loro nulla, commentarono sempre con diplomazia. Oggi però è un giorno triste, la Sindrome è stata diagnosticata anche a me, ho condiviso la connessione con i vicini, chissà che nell’ora della nostra morte non uniscano i profili. Mi mancano, ma non so se riuscirò mai a rendere loro giustizia, Sigh.
  6. L’arena è gremita in ogni ordine di posto e le urla dei presenti si uniscono all’inno di sottofondo che ormai da anni identifica gli Orphans Games. Tutto aveva avuto inizio dopo l’ultima guerra chimica: milioni di persone sterminate e danni permanenti ai sopravvissuti. Gli uomini erano diventati quasi tutti sterili e avere un figlio era diventato una sorta di utopia. Era stato allora che la Società Suprema aveva istituito i Giochi. Gli aspiranti genitori non dovevano far altro che iscriversi e sperare in un miracoloso sorteggio; solo dieci sarebbero stati i fortunati prescelti e uno il vincitore: il più abile o, come me, il più determinato. Mi metto lo zaino sulle spalle, è pesante ma niente del suo contenuto è sacrificabile: acqua, scorte di cibo, una corda e la cosa più preziosa… i proiettili. Ne ho duecento in dotazione e, finita la scorta, sarò fuori dai giochi. Le regole sono chiare: quello è l’unico modo per eliminare l’avversario. L’inno termina, i boati si placano e tutti gli sguardi vanno in su in attesa di lei, della prescelta. Finalmente un fascio di luce taglia l’aria e il volto di una bambina riempie il cielo. È bellissima: occhi grandi e azzurri, sorriso timido e sincero e due treccine bionde che poggiano sulle spalle. Sento un vuoto nello stomaco: quell’orfanella potrebbe diventare mia figlia. È questione di secondi prima che l’immagine motivazionale sparisca. Già ne avverto la mancanza ma so che spesso, durante i giochi, apparirà per darmi forza. Il suono della sirena mi scuote e la piattaforma su cui mi trovo inizia a muoversi. Prima di scomparire nel passaggio sotterraneo guardo i miei avversari, anche loro saranno condotti in un punto diverso dello scenario da battaglia costruito per noi. Arrivato a destinazione, mi ritrovo in una sorta di foresta tropicale. La vegetazione è così fitta da rendere quasi impossibile camminare. Scorgo una telecamera fra i rami di un albero, ce sono a centinaia in modo tale che tutti possano assistere ai Giochi. La Società ha creato intorno a noi un grosso business, ma nessuno si lamenta perché il premio in palio è fin troppo ambito. All’improvviso sento un rumore e mi getto a terra: un paio di scarponi neri entrano nella mia visuale, trattengo il respiro fin quasi a scoppiare, poi trovo il coraggio e balzo fuori dal nascondiglio sparando all’impazzata. Gli occhi del mio avversario si riempiono di incredulità e paura: il suo giubbino è ricoperto di rosso. Ce l’ho fatta, l’ho colpito. Lucas, questo è il suo nome, impreca, si toglie le protezioni e mi consegna i proiettili di vernice che ha in dotazione, così come previsto dal regolamento, poi abbandona l’arena. Un video motivazionale appare di nuovo. La bambina sta facendo merenda e, per gioco, lancia molliche di pane imburrato all’istitutrice… che dolce! La vedo svanire, portando con sé il suo simpatico sorriso e, ancora più deciso, mi addentro nella foresta. Faccio solo pochi passi quando un sibilo risuona vicino al mio orecchio e una grossa macchia di vernice gialla imbratta l’albero dietro di me. Schivo il secondo colpo rotolando a terra, incurante delle pietre acuminate che colpiscono le mie parti basse e, quasi alla cieca, con le lacrime agli occhi, sparo ancora. «Merda!» Sorrido, l’ho colpito. La stessa scena di poco prima si replica e il numero dei miei avversari si riduce. Sono stanco e sudato ma continuo a camminare. Dopo un’ora appare nel cielo un nuovo ologramma, è Zorda il Comandante supremo. Vengo a sapere che altri cinque avversari sono stati eliminati… siamo rimasti in tre. Il cuore perde un battito, non posso rischiare nulla adesso, sono troppo vicino. Mi arrampico in cima a un albero e mi assicuro con la corda. Ho bisogno di una pausa che viene allietata da un altro video motivazionale: la bambina che gioca a indiani e cowboy, la bambina che studia, la bambina che dorme. Il mio cuore si gonfia di gioia. Mangio rapidamente qualcosa e penso a come stanare gli ultimi due rivali, quando ecco un colpo di fortuna. Li vedo, uno sta giungendo alla mia destra, l’altro dalla parte opposta. È la mia occasione. Carico la pistola e aspetto. Kail è quasi a portata di tiro, ancora qualche passo e sparo. «Nooo!» Lo vedo battere i piedi a terra, come un bambino a cui hanno appena rotto il giocattolo preferito, mi dispiace ma non posso distrarmi, non ora. Mi volto frettolosamente in cerca di Steve. È ancora lì, appiattito contro un tronco. Non mi ha visto e capisco di avere la vittoria in pugno. Scendo piano dall’albero e con passo felpato mi avvicino. In un attimo me lo trovo davanti. Io sono perfettamente in posizione, mentre lui sente troppo tardi il rumore del ramoscello che ho appena spezzato con la scarpa. Sto per sparare e, per l’ultima volta, un’immagine mi riempie la mente: l’istitutrice. La vedo lì davanti ai miei occhi, in lacrime, con le molliche di pane in testa, legata a un albero travestita da cowboy, disperata per le caricature sul quaderno al posto del problema di matematica e infine, felice, quando quel mostriciattolo con le treccine viene vinto dal sonno. Ma che cazzo sto facendo! Lancio la pistola a terra come fosse una serpe e, con sollievo, vedo la vernice fluorescente imbrattare il mio giubbino. Sorrido alla vita, mentre la minacciosa bambina abbandona il mio futuro. In fondo, penso, meglio prendere un gatto!
  7. libero

    Memorie del soprasuolo

    Commento a Il mio amico Acquaman Memorie del soprasuolo Bo aprì gli occhi di scatto. Nel rettangolo di luce spalancato sul corridoio si stagliava una sagoma scura. La postura aggressiva e i capelli ricci che si srotolavano sulle spalle gli fecero capire che erano arrivati guai. «Guarda guarda» proruppe una voce femminile. «Quel secchione di Bo in punizione.» Scoppiò a ridere. «Ciao An.» Le luci diffuse dalle pareti aumentarono d'intensità. La ragazza dai lineamenti orientali entrò, scortata da un piccolo robot che si fermò a lato della porta, e crollò sulla poltroncina accanto a Bo. «Allora? Tu in punizione?» «Non sono in punizione. Questa è la biblioteca. È una punizione solo per te.» Si rilassò sulla poltroncina e le luci si affievolirono. «Studiavo storia.» «Appunto. Se non è una punizione questa» sospirò lei appoggiandosi allo schienale. «Penso di poter soffrire assieme a te, se Rob non ha nulla in contrario» aggiunse lanciando un'occhiata al robot. «Ti sono state comminate due ore di studio obbligatorio. La storia è un'ottimo argomento» rispose il robot. Bo sfiorò il display installato sul polso. Le luci si affievolirono e iniziò una proiezione tridimensionale. «La rivolta dei campagnard,» disse una voce sintetica «dieci anni dopo la Prima Discesa, sfociò in quella che viene chiamata la Seconda Discesa. Le tecnologie di sintesi alimentare resero obsolete coltivazione e allevamento, permettendo ai pochi uomini rimasti in superficie di raggiungere il resto della popolazione nelle sicure e confortevoli città commerciali nel sottosuolo.» «Che palle!» An diede una manata a Bo sfiorando inavvertitamente i controlli sul polso. Svanirono le immagini di impianti chimici e le facce felici di persone nei corridoi della città. Apparve un paesaggio alberato, il sole splendeva in un cielo blu intenso e alcuni animali brucavano l'erba. I due ragazzi sobbalzarono spaventati. Le proiezione si affievolì e le luci si riaccesero. «Cos'era quella roba?» Chiese An. La biblioteca interpretò la domanda come un'esortazione a proseguire la lezione. «Immagini della superficie. Risalgono a un tempo anteriore alla Prima Discesa.» La proiezione riprese mostrando persone impegnate in varie attività all'aperto. «Guarda. Erano costretti a vivere schermandosi gli occhi.» Osservò Bo indicando alcune persone che indossavano occhiali da sole. «Non sarà vietato guardare queste cose?» Chiese An. «Non esiste alcun divieto riguardante la superficie» rispose la biblioteca. «Però è un argomento che non interessa a nessuno ed è considerato maleducazione parlarne.» Le immagini si susseguivano trasportandoli in un mondo di colori vividi e forme irregolari che faticavano a interpretare. Bo percepì il turbamento di An e si sentì contagiato dalla sua agitazione. «Voglio andare fuori.» disse la ragazza stringendogli con forza una mano. «Puoi uscire se vuoi.» Bo controllò il display. «Sei qui da più di due ore. La punizione è finita.» An si alzò facendo accendere le luci e lo fissò negli occhi. «Non voglio uscire da questa stanza. Voglio andare fuori» aggiunse indicando verso l'alto. «Sei pazza?» Bo impallidì. «Nessuno vuole uscire. È pericoloso, scomodo, sporco.» «Bla bla bla» rispose An alzando gli occhi al cielo. «Voglio andarci. Dev'essere bellissimo.» «Non hai sentito cos'ha detto la biblioteca? Gli ultimi uomini rimasti all'esterno hanno fatto una rivolta per poter scendere nelle città. L'avrebbero fatto se lì fuori fosse così bello?» «Io ci vado» rispose lei. Si rivolse al robot che attendeva immobile. «Rob, è possibile uscire all'esterno?» Il robot si sforzò di sembrare imbarazzato per quanto glielo permetteva la faccia metallica. «Sì, è possibile. Ma la gente è fuggita dal soprasuolo. La luce era troppo forte, nessuno riusciva mai a leggere il display dei propri smartphone.» «Cos'è uno smartphone?» Chiese Bo per sviare la conversazione. «I display non erano installati nel polso e la gente se li portava in giro in mano. E le proiezioni retiniche funzionano male con troppa luce.» «Non mi importa» affermò An. «Non voglio vivere fuori, voglio solo dare un'occhiata. Forza Rob, guidaci.» Il robot protestò, ma An fu inflessibile. Visto che nessuno desiderava uscire non era parso necessario vietarlo, quindi il robot, con grande sconforto di Bo, non poté opporre obiezioni valide. Si incamminarono. Ovunque c'erano persone che compravano, bambini che facevano capricci davanti alle vetrine, odore di cibo e grida. I corridoi della città rilucevano di vetrine ammiccanti stracolme di merci e l'onnipresente musica di sottofondo riempiva i pochi istanti di silenzio. Il robot si diresse verso la periferia, regno delle piccole botteghe di abiti a basso prezzo e bigiotteria. Percorsero un ultimo corridoio vuoto e si fermarono davanti a una porta che sbarrava loro il cammino. «Sono anni che nessuno apre questa porta» disse il robot. Le luci che si riflettevano nel vetro non permettevano di vedere al di là. Un cartello recitava: «ɘɿɒɿiƚ – ATAЯTИƎ» Rimasero perplessi ad osservare la scritta. «Perché diavolo scrivevano al contrario?» chiese Bo. An sentì un brivido. «Non è al contrario! È scritta per essere vista da fuori. Dice 'ENTRATA – tirare'. Venivano da fuori.» Rise eccitata. «Forza, apri.» Bo si appoggiò ai battenti e spinse con la segreta certezza che non si sarebbero mossi. Invece la porta si aprì senza grande sforzo. Le loro facce deluse fecero ridere il robot. «Non è l'esterno. Siamo parecchi metri sotto il livello del suolo.» Erano in un corridoio simile a quello da cui provenivano, tranne per lo strato di polvere che ricopriva ogni cosa. Il robot indicò una porta. «Lì ci sono le scale. Gli ascensori non funzionano da almeno un secolo.» Si precipitarono oltre la porta ritrovandosi immersi nel buio assoluto. Il robot accese un faro sul centro della fronte. «A volte mi tocca eseguire manutenzioni in luoghi male illuminati» disse, quasi scusandosi. Salirono alcuni piani di scale finché arrivarono davanti a una porta d'acciaio su cui campeggiava il numero zero. «Oltre quella c'è la superficie.» An spinse con forza, e la porta si aprì di schianto facendola ruzzolare all'esterno, in quello che un tempo era stato il parcheggio del centro commerciale. Si rimise in piedi con una capriola suscitando un sussulto di ammirazione in Bo. Una vertigine improvvisa li colse quando guardarono in alto, inghiottiti da un blu infinito senza soffitto. Chiusero gli occhi per lo stordimento e la luce intensa. An prese la mano di Bo e la strinse forte. Il cuore le batteva all'impazzata. «Ho paura. Torniamo indietro.» Bo sembrò non sentirla. Ripresosi dallo spavento fissava affascinato davanti a sé. «Quelli sono alberi» disse incamminandosi trasognato. Il sole bruciava sulla pelle; profumi sconosciuti, suoni e colori stimolavano i loro sensi. «Toccate qui» disse Bo sfiorando la corteccia rugosa di un albero. «Non ho mai sentito niente di simile.» An si precipitò ad appoggiare la mano accanto alla sua. Il robot rimase a fissarli. «Spiacente, non ho il senso del tatto.» Accarezzarono l'erba soffice, gridarono meravigliati alla vista dei fiori e si ritrassero spaventati quando un'ape svolazzò loro attorno. «Perché sono fuggiti da tutto questo?» chiese meravigliata An. «Non lo so. Ma noi non fuggiremo. Verremo a vivere qui. Fuori.» Guardò il display sul polso, ma non era possibile leggere nulla nella luce intensa. La pelle delle braccia stava iniziando ad arrossarsi e coprirsi di piccole pustole. «È il sole» disse il robot. «Non siete abituati.» Si spostarono all'ombra di un albero, ma An lanciò un grido di dolore. «Quella è un'ortica. Non toccatela» spiegò il robot. L'aria aveva iniziato a muoversi vorticosamente, come accadeva davanti ai grandi condizionatori dove giocavano da bambini. Si guardarono. Non c'era nessun ventilatore. «Perché l'aria si muove?» sussurrò An. Una grande nuvola di puntini bianchi volava nell'aria verso di loro. «Ho paura.» Un gridò si levò dal bosco. Bo deglutì. «Forse è meglio rientrare.» Corsero alla porta e si precipitarono all'interno con un sospiro di sollievo
  8. CAPITOLO 5 CHARLOTTE «Che succede? Chi siete?» Lynnet arretrò di qualche passo, alzando la pistola lanciafiamme: non aveva più gas, certo, ma loro non lo sapevano. Un uomo in stampelle e codino, un ragazzo barbuto con evidenti occhiaie e una donna vestita con un abito semitrasparente stavano davanti a Lynnet e a Diablo. Solo in quel momento si accorse che attorno non c’era più la sala da tè diroccata e disseminata da cadaveri in smoking, ma un’ampia stanza dai muri ricoperti di libri. Il soffitto era in legno e un lampadario d’oro, a dieci braccia con complicati intarsi floreali, illuminava il luogo dov’erano sbucati dal portale. «Cazzo!» inveì all’improvviso Diablo: «il numero sessantanove!» Senza curarsi della situazione, e del fatto che si trovasse in un luogo sconosciuto, si mise a rovistare attorno alla ricerca della preziosa rivista. Lynnet scosse la testa, poi ritorno a guardare gli sconosciuti. «Allora? che ci facciamo qui, cosa volete? Questa casa sembra proprio una Loro base: siete dalla Loro parte?» incalzò, alzando la pistola, pronta a sparare solo un tiepido alito di gas insufficiente per dare la giusta scintilla. «Calma, calma, siamo tutti sotto la stessa bandiera» si schernì Sigi, alzando le mani. «Nessuno qui vuole uccidervi, anzi: se non era per noi non sareste nemmeno qui a parlarne.» La donna al suo fianco lo aiutò ad adagiarsi su una sedia a rotelle che gli aveva avvicinato. «Non ho bisogno del vostro aiuto» fece invece la ragazza. «Sono capace di difendermi da sola. Ad ogni modo, se mi dite dov’è l’uscita toglierei volentieri il disturbo.» A quel punto la donna si distinse dal trio, avanzando. Aveva lunghi capelli viola scuro e indossava un abito di seta semitrasparente che lasciava intravedere la biancheria dello stesso colore: sembrava una dèa. «Mi dispiace ma non puoi andartene: io ti ho vista.» Lynnet allora abbassò piano la pistola. Quella donna sembrava possedere una sorta di alone misterioso, quasi sapesse più di chiunque altro nella stanza. «Vedi» continuò, «io sono in grado di prevedere gli eventi che potrebbero portare e conseguenze disastrose e i modi per impedirlo. Voi due, come Matt» indicò con un gesto delicato della mano il ragazzo con le occhiaie, «siete questi modi.» «Capisco Matt, ma lui? Davvero?» Tutti si misero a guardare Diablo che in quel momento stava uscendo da sotto al tappeto, mezzo impolverato e senza la rivista. Si accorse che tutti gli occhi erano puntanti su di lui. «Che c’è? Che ho fatto?» esordì lui, con gli occhi sgranati e uno sguardo dubbioso dipinto sul volto. «E, di preciso» continuò Lynnet, «che dovremmo fare?» «Vorrei capirlo anche io» si aggiunse Matt, privo come gli altri di una reale risposta alla situazione. «Insomma, sono stato trascinato qui ma non so perché. Vuoi dirci che sta succedendo una volta per tutte?» Sigi allora si voltò verso Esperança, fece un gesto e lei uscì dalla stanza, richiudendo la porta. «Che sta succedendo?» ripeté l’uomo, avvicinandosi alla scrivania con la sedia a rotelle. «Non lo vedete? Il mondo sta crollando sotto il Loro dominio. Miliardi di persone sono rinchiuse in città come queste.» Lanciò su un tavolo una serie di foto raffiguranti delle alte mura in cemento armato, fin troppo conosciute, che rinchiudevano intere città. Matt ne prese una in mano, vedeva distintamente la Tour Eiffel con appesa in cima la Loro bandiera. Lynnet Osservò invece il Big Ben, sfregiato da due cucchiai al posto delle lancette. Diablo stava riponendo una foto dove un piccione la stava facendo sopra alla statua della libertà, la Loro bandiera ben visibile in alto sulla fiaccola. «Nessuno osa affrontarli, gli unici ribelli sono costretti a nascondersi, a muoversi per non morire.» «E allora cosa possiamo fare? Non siamo diversi da loro, non conosciamo nulla che potrebbe avvantaggiarci» commentò Diablo. «È qui che ti sbagli. In questi anni di prigionia forzata ho raccolto molti dati, informazioni che nessuno conosce, a parte Loro, e ho formulato un piano.» I tre si guardarono, curiosi di sentire quello che l’uomo stava per rivelare. «Continua» lo incalzò Lynnet. Sigi però non lo fece. «Prima voglio sapere se ci state, devo potermi fidare di voi. Non sarà facile, il rischiò è notevole e c’è la possibilità di non tornare.» «Io ci sto» disse subito Diablo. «Sembra una cosa fica e ho voglia di spaccare qualche culo in smoking!» Si spostò l’enorme arma sulla spalla, eccitato all’idea. Matt e Lynnet si guardarono, entrambi consci di quello che sarebbero andati incontro, ma allo stesso tempo sicuri che il dominio di quei mostri dovesse finire al più presto. «Io ci sto» disse Lynnet. «Pure io e Cernobyl. Non mi muovo senza di lui.» Sigi sorrise compiaciuto, si piegò verso un cassetto della scrivania ed estrasse una cartella ingiallita. Un solo nome campeggiava in bella vista con un colore rosso acceso come fosse un timbro. CHARLOTTE Matt aprì la cartella e per prima cosa vide una foto. Ritraeva una ragazzina dai capelli scuri e dai lineamenti dolci, gli occhi castani e una scritta stampata sulla foto: Fallito. Cominciò a leggere i suoi dati: Charlotte Apples, 16 anni, strappata dai genitori e portata via da Loro. «Che ha di speciale?» fece Matt, perplesso. «Leggi tutto.» Matt ci aveva provato, ma c’erano pagine e pagine su quella ragazzina. «Ti dispiacerebbe farmi un riassunto?» «È stata infettata da uno di loro ma secondo il file non ha mai presentato i sintomi della trasformazione. Si rifiuta di toccare argento o di indossare uno smoking, oppure un papillon.» «Pensi che sia immune?» chiese allora Lynnet. «Non lo credo, il gene viene solo rallentato ma non eliminato. Più passa il tempo più rischia di cadere nelle loro mani. So che la tengono prigioniera in città ma non sono riuscito nemmeno a varcare le mura.» Sigismondo si fermò e guardò Matt, quest’ultimo capì che cosa voleva. «No, scordatelo! Ho già rischiato abbastanza, ed entrare in città è un puro suicidio.» «E poi siamo in tre e tu hai una gamba rotta, saremmo solo facile carne da uccidere una volta dentro» avvisò Diablo. «Andiamo, sappiamo tutti che qui non ci sono semplici persone, no? Tu Lynnet, eri famosa per aver ucciso cinquanta pinguini usando solo una teiera d’acciaio*. Tu Diablo, quell’arma è di sicuro quella che è sparita un anno fa dall’elicottero che hanno trovato a pezzi contro il muro sud-ovest della città. E tu Matt, so che riesci a creare armi funzionati da rottami, e, perdio, sei l’unico ad aver addomesticato un cerbero! Tutti voi avete fatto parte di ciò che è stata La Resistenza, non siete per nulla gente comune.» Nessuno osò parlare, il ricordo dei compagni morti per riportare l’ordine nel mondo era ancora vivo nonostante fossero passati dieci anni. La Resistenza si era spaccata, disseminata ovunque e alcuni pensavano addirittura che fosse morta. Ma in quel momento tre di loro erano in quella stanza, forse gli ultimi rimasti o forse no, di sicuro gli unici talmente pazzi da poter affrontare una sfida simile. «Ci servono armi» disse Diablo. «Molte armi» corresse Lynnet. «Io so dove trovarle, ma non sarà facile arrivarci» informò Matt. «E quando lo è mai?» rispose la ragazza, che cominciava ad essere eccitata dalla cosa. «Ti conviene caricarla quella, ho delle bombole a gas giù in cantina» informò Sigi, che si era accorto da subito che era scarica. «Una volta prese le armi potremo…» Sigi però non finì la frase. Un fastidioso allarme si propagò nella stanza, poi la luce giallognola del prezioso lampadario divenne rossa a intermittenza. «Che cos’è questo fracasso?» fece Diablo, tappandosi un’orecchia con la mano e l’altra con la canna dell’arma. «Qualcuno è entrato nella tenuta! Computer: sistema di sicurezza attivato.» A quelle parole il quadro sopra al camino in centro stanza, raffigurante un Chihuahua con gli occhiali da sole, si protese in avanti mediante un braccio meccanico e al suo posto apparve uno schermo incorniciato d’oro. Sigi si avvicinò con la sedia a rotelle, tamburellò un po’ e poi lo individuò. «È vicino alla gabbia, nella parte Est!» Indicò un puntino rosso rappresentante lo sconosciuto che si muoveva lento verso il castello. «Ci pensiamo noi» assicurò Matt, uscendo dalla stanza seguito dagli altri due, mentre Sigi gridava: «vi invio la mappa sul cellulare!» Fuori era buio, timidi lampioni rischiarivano l’enorme giardino e parte delle sagome di foglie e rami. Matt estrasse le due colt, le armò e cercò di capire da che parte doveva andare. «Okay: Diablo, tu vai dalla parte opposta e controlla che non ci sfugga da dietro, io e Lynnet gli andiamo incontro.» «Okay, ma non mi piacciono le cose da dietro» rispose Diablo, sogghignando e precedendo con l’arma pronta. Era scarica ma molto pesante. «Prendi» disse Matt, lanciando a Lynnet una delle sue pistole. La ragazza l’afferrò, controllò se fosse armata e ringraziò, procedendo verso il punto stabilito. Dopo un po’ però cominciarono a perdere l’orientamento, il giardino era troppo ampio e sembrava più un labirinto senza via di fuga. «Di là» indirizzò la ragazza, che aveva estratto il cellulare con la mappa di Sigi aperta. «Non siamo distanti, occhi aperti.» Alcuni minuti dopo sentirono dei movimenti e si nascosero dietro a una siepe. «Uhm, dotato sto tizio» fece Lynnet, indicando un lungo pene d’erba proprio sopra alla loro testa. In quel momento sentirono uno sparo e il pene si spezzò a metà cadendo davanti a loro. Partì un altro botto e Matt fece per tirare indietro Lynnet, ma lei fu sorprendentemente più veloce e lo schiacciò contro la siepe prima che il proiettile lo ferisse. «Stai dietro a me se vuoi restare in vita.» Detto questo scattò in avanti e rincorse l’intruso, che entrò in una grossa voliera di ferro abbandonata e dominata dall’edera. L’erba aveva preso il sopravvento e l’oscurità dominava; una figura stava protetta dietro a un albero, appena visibile. «Se ti muovi sei morto» esclamò Matt, che come Lynnet aveva la pistola puntata su di lui: gli sarebbe bastato un movimento per morire. «Vi conviene non uccidermi, se vi è cara la vita, membri della Resistenza.» * parte che non ho aggiunto per mancanza di caratteri ma che volevo vedeste lo stesso
  9. CAPITOLO 4 IL CANTO DEL MALE Il gomito rinforzato e coperto dalla camicia nera infranse la lastra di vetro sporca di povere, una mano esile agì sulla serratura e la porta del bar si aprì. Occhi castani si posarono su una stanza rivoltata come un calzino, i tavoli erano rotti e marci, le sedie spaccate come se avessero vissuto più risse di quante ne avrebbero potute tollerare. Degli stivali scuri sbriciolarono i cocci di vetro, mentre la figura si voltava a chiudere la porta e liberare una tenda logora per coprirla. Si mise a girare per il bar, osservando il decadimento del posto. Quando Loro erano insorti molti negozi, locali, case o bar come quello erano stati testimoni di innominabili atrocità, troppo abominevoli solo per poterle pensare. Notò numerose posate a terra, alcune macchiate di sangue secco, ne prese una in mano. Portava il Loro marchio: due cucchiai incrociati in un cerchio e la scritta Siamo qui per ripulire il mondo che lo circondava. Andò dietro al bancone, sopra di esso l’insegna del Barbery Tea House era stata rotta e la tazzina rosa che accompagnava il nome risultava così infranta. Controllò i cassetti rivoltandoli uno a uno e sparse scartoffie malridotte sulla pedana di legno decrepito. Il bancone presentava una patina di polvere spessa, appiccicosa abbastanza da attaccarsi ai suoi guanti: forse dell’alcol sprecato, pensò. Continuò l’ispezione controllando un’altra piccola stanza, dove del sangue macchiava il parquet con aloni vecchi e scuri. Nulla neanche lì, tranne una rivista dal carattere sconcio che stonava in quell’ambiente un tempo sublime, la migliore sala da tè della zona. La sfogliò per sfizio e la lasciò sul tavolino dov’era. Si stava stancando, non si sentiva a suo agio lì dentro in pieno centro città. Se Loro avesse saputo che una ribelle stava girovagando per vecchi bar, alla ricerca di uno stupido libretto, avrebbe passato dei guai. Cercò di fare mente locale pensando a dove potesse averlo lasciato. Dette un’altra occhiata attorno cercando di guardare in ogni angolo del locale fino a quando non lo vide. Un libretto azzurro con brillantini e dalla copertina trasparente era per terra tra le macerie, lo prese e lo spolverò con la mano, sospirando. Il quel momento sentì un rumore. Con una velocità quasi sovraumana si nascose dietro al bancone, stringendo l’impugnatura di una grossa pistola simile a un lanciarazzi, ma più discreto. Avvertì la porta aprirsi, dei passi avanzare e l’uscio richiudersi. Un ragazzo si palesò: capelli lunghi, barba incolta e una maglietta di un gruppo mai sentito: i bury the cat. Un grosso fucile riposava a tracolla, aveva quattro canne e sembrava pesante. La ragazza aspettò che si voltasse si voltasse e poi scattò verso di lui, puntandogli la pistola alla nuca. «Non fare cazzate, togli il fucile e passalo a me» intimò allo sconosciuto. Lui fece quello che gli era stato detto. «Ora voltati, lentamente.» Il ragazzo eseguì e vide la figura che lo stava minacciando: indossava un corsetto con molte cinghie, dei pantaloni stretti scuri e una camicia rossa e nera. Aveva capelli corti e ricci anch’essi rossi e uno sguardo che non ammetteva esitazioni. «Chi sei?» chiese la ragazza, continuando a puntargli l’arma contro. «Mi chiamano Diablo, stai calma» disse lui, abbassando gli occhi in modo palese sulla scollatura della ragazza. «Ehi, gli occhi ce li ho più su. Ora ti consiglio di stare fermo.» La ragazza lo guardò male, poi prese a tastarlo con una mano, mentre con l’altra lo teneva sotto tiro; Diablo non sembrava dispiaciuto. Controllò che non avesse segni rivelatori, tipo oggetti in argento, fazzoletti o guanti bianchi. «Non ho uno Swiffer nel culo, se è questo che cerchi» assicurò Diablo. «Che ci fai qui?» gli chiese dopo aver constatato che non aveva nulla addosso, ripuntandogli la pistola alla tempia. «Dovevo solo prendere una rivista.» La ragazza strabuzzò gli occhi: «Quella robaccia è tua?» Diablo non sembrava pericoloso, più che altro dava l’idea di uno malato di donnine nude, talmente tanto da ritornare in un vecchio locale per riprendersi l’essenziale rivista. «Il numero 69 di Playboy, altro che robaccia! Ora mi togli questo affare dalla testa?» La ragazza abbassò la pistola. «Grazie» disse lui, iniziando a rovistare per cercare l’oggetto del desiderio. «E tu chi sei?» le chiese, alzando un tavolo per poi rilasciarlo, sbuffando. «Mi chiamo Lynnet, non devi sapere altro. È nell’altra stanza» aggiunse, sperando che tutto il casino che stava facendo il ragazzo non destasse qualcuno di Loro. «Ah, l’hai letta quindi» disse, mentre attraversò l’uscio. «Non leggo quelle schifezze» rispose lei, offesa. Lui ritornò con la rivista arrotolata e infilata della tasca dietro dei pantaloni, tutto soddisfatto. «Allora, Lynnet, ora dammi quel coso e levo il disturbo.» Diablo allungò la mano ma restò immobile. «Il coso lo tengo io, se permetti.» Diablo fece uno sguardo contrariato. «No, rossa, l’ho strappato con le mie mani da un tizio su un elicottero, quello ritorna a casa con me.» Diablo allungò la mano per afferrarlo, ma di tutta risposta si sentì tirare uno schiaffo sulle mani da Lynnet. Non l’aveva però vista muoversi. Il ragazzo rimase stupito. «Come hai fatto?» In quell’istante un fischio rimbombò all’esterno e della musica rimpiazzò i rumori, una voce risuonò forte e dolorosamente si ficcò nelle orecchie dei due giovani. Besame siente como suena el corazon E il suo sorriso nelle labbra mi fermò Sia Lynnet che Diablo sbiancarono. Era il Loro allarme, erano stati scoperti. «È colpa tua, dannazione!» imprecò contro Diablo, «tu e della tua stupida rivista!» Non era un angelo, ma forse un diavolo E quella notte nel fuoco il mio cuore con lei si bruciò «Hei, non prendertela con Playboy!» si difendette l’altro, mentre le funeste parole di Gigi D’alessio fendevano il silenzio. «Ora siamo alleati, se vuoi avere una possibilità di sopravvivere devi aiutarmi a sbarrare la porta, se entrano siamo finiti!» Diablo sbuffò, ma capì che la prospettiva di essere catturato da Loro non era delle migliori, perciò l’aiutò a bloccare la porta con un frigo, dei tavoli e una bottiglia di birra vuota. «Che c’è?» disse lui irritato dallo sguardo severo della ragazza. «Prendi questo coso e vediamo di non farci ammazzare.» Lynnet gli passò il fucile, la stringa di proiettili tintinnò contro la carcassa di un nero opaco. «Oh, adesso mi piaci.» Si rimise a tracolla il fucile tutto giulivo e pronto a usarlo di lì a poco.
  10. Luca

    Invasion

    Per la mia prima discussione in ambito serie tv vi vorrei parlare di "invasion". Pochi la conosceranno probabilmente, fu trasmessa in Italia nel 2006, se non ricordo male lo davano su canale 5 in seconda serata. Lo ricordo per essere forse la prima serie ad appassionarmi tanto da farmi aspettare con ansia l'episodio settimanale (ai tempi lo streaming non era una moda)...tanto che nell'estate di quell'anno fui operato alle tonsille e prima che mi addormentassero chiesi a mia madre di registrarmi l'episodio di quella sera Putroppo esiste solo una stagione. Evidentemente in America non raggiunse la popolarità sperata e fu interrotta dopo i 22 episodi iniziali. La storia parte da uno spaventoso uragano in una cittadina della Florida, Homstead, durante il quale si verificano fatti strani. Diverse persone spariscono improvvisamente per poi essere ritrovate, anche giorni dopo la fine della tempesta, illese. Ma in stato confusionale. Inoltre molti, sia scomparsi che non, avvistano strane luci gialle che sembrano arrivare dal cielo e "piovere" dentro l'acqua. Nei giorni successivi le stranezze continuano, creature luminose vengono viste nuotare nel lago e nelle zone paludose intorno, e contemporaneamente tutti coloro che durante la tempesta erano dispersi inziano a mostrare cambiamenti della personalità, nonostante ogni esame provi che effettivamente sono le stesse persone di prima dell'uragano. Il protagonista, un ranger della zona, comincia a indagare e si imbatterà in quella che sembra essere un'invasione di esseri alieni, ma molto diversa da altre viste in televisione. Amico/nemico del ranger sarà lo sceriffo (interpretato da William Fichtner), da una parte interessato a andare a fondo della questione, dall'altra custode di alcuni segreti su questa "invasione", e membro del gruppo delle persone scomparse durante la tempesta. Da tanto non riguardo gli episodi...ma devo ammettere che ricordo ancora molte scene. Anche diversi particolari. E confermo quello che ne pensavo allora, storia interessante, personaggi ben costrutiti sotto ogni punto di vista. In particolare lo sceriffo, d'altra parte Fichtner non è esattamente uno sconosciuto (prison break, armageddon...). In particolare il rapporto tra lui e il protagonista tiene la situazione tesa fino agli episodi finali. Il punto piu forte rimangono però queste creature, a tratti mostri, a tratti salvatori. A tratti animali e a tratti esseri intelligentissimi, il tutto senza mai rivelare troppo su di loro, "costringendo" chi guarda ad arrivare all'ultimo minuto della serie nella speranza di poter capire. Se qualcun altro ha visto Invasion, offro birra, patatine, e un tavolino per fare un remember
  11. Si nascosero dietro a un tavolo e aspettarono che entrassero, Diablo con il pesante mitragliatore e Lynnet con quella pistola strana. Attesero ma non comparve nessuno, poi d’improvviso la TV si accese e uno di Loro apparì nel monitor. «Vi consiglio di arrendervi, signori, non vorremmo spargere inutile sangue, difficile poi da togliere dai vestiti se non si sa come fare. Sapete, il sangue è ostinato e se non si usa il giusto candeggio si rischia di lasciare l’alone sul vestito.» Lynnet e Diablo si guardarono chiedendosi perché quell’uomo stesse impartendo regole sul candeggio. «Perciò abbandonate ogni ostilità e uscite dal locale, vi prometto che non vi sarà fatto alcun male.» «Fanculo!» gridò invece Diablo, alzando l’arma e scaricando preziosi colpi contro il macchinario trasmittente, come ogni cosa tecnologica anche quella tv a schermo 3D era sotto il loro controllo. Urlò per un po’ mentre i bossoli cadevano a terra uno dopo l’altro, poi si fermò ansimando ma soddisfatto. «Finito?» gli chiese Lynnet. «Credo di sì.» Diablo ricevette un’altra occhiataccia dalla ragazza che sembrava pensare “se avessi saputo che oggi sarei morta, di certo me ne sarei rimasta a casa a bere del tè.” Guardò l’orologio al polso. “Cazzo, mi sono dimenticata quello pomeridiano.” La porta saltò e uomini vestiti in smoking entrarono come uno sciame d’api costretto a uscire dall’alveare. Lynnet schiacciò un bottone sulla pistola per liberare il gas, poi premette il grilletto. Una fiammata uscì dalla canna e bruciò i primi maggiordomi, mentre gli altri cercavano di spegnerli con fazzoletti candidi. Sembrava che tutti i maggiordomi della città si fossero radunati in quel piccolo locale disabitato. I primi vassoi cominciarono a volare, conficcandosi sul tavolo e sul muro dietro di loro. Diablo stecchiva quei mostri con facilità disarmante, il fucile faceva il suo lavoro. Uno di Loro si avvicinò troppo e Lynnet premette sulla pistola, ma il fuoco non uscì perché il propellente era terminato. La ragazza uscì allo scoperto e colpì con il calcio della pistola l’uomo pinguino sulla tempia. Diablo la vide combattere con naturalezza e movimenti troppo veloci, sembrava la figlia vittoriana di Flash. Colpiva i nemici con destri precisi e calci ai gioielli, spostandosi da una parte all’altra in modo talmente rapido che non riuscivano neppure ad afferrarla. Diablo riprese a sparare e colpì di striscio Lynnet, che si guardò la ferita sul suo braccio, scoccandogli poi un’altra occhiataccia. Diablo lo sapeva: se non fosse morto grazie a Loro di sicuro Lynnet avrebbe rimediato. La ragazza colpì un nemico alla mandibola, gli dette una ginocchiata allo stomaco e poi le gettò a terra, dolorante. Più combatteva più si rendeva conto che erano troppi, non avrebbe resistito ancora a lungo, bastava uno sbaglio e sarebbe stata sommersa da corpi scuri e profumati di acqua di colonia. Uno di Loro le si avventò contro colpendola al volto con un vassoio, una scarica di proiettili venne verso la sua direzione, Lynnet fece in tempo a buttarsi a terra per schivare i colpi che bucarono come un groviera l’assalitore e i suoi alleati. Poi il flusso mortale finì e l’imprecazione di Diablo segnò la fine dei proiettili. Lynnet arretrò e si ritrovò contro il muro accanto a Diablo. «Dannazione» disse quest’ultimo: «Non ho neanche finito di guardare tutto il numero sessantanove.» Lynnet si chiese come facesse a pensare a quelle cose in quel momento. Una ventina di Loro si avvicinavano minacciosi, posate e vassoi pronti a porre fine alle loro sofferenze. «Avete causato molto disagio, pagherete per non aver ascoltato i nostri consigli.» Fece uno di Loro, e fu proprio a lui a cui scoppiò la testa all’improvviso come un palloncino pieno d’acqua, quando un sibilo anticipò la comparsa di un portale dal nulla. Tutti rimasero sbigottiti quando videro uscire due figure, un ragazzo e un uomo, entrambi con dei grossi fucili in mano. «Salve signori, scusate l’interruzione, ma avremmo bisogno dei due ragazzi in vita.» Così dicendo l’uomo aprì il fuoco e il ragazzo gli andò dietro. Un fascio azzurro simile alle pistole dei Ghostbusters dilaniò uno a uno i maggiordomi, che caddero impotenti al suolo assieme ai loro compagni. Il ragazzo si voltò verso Lynnet e Diablo. «Entrate nel portale, non c’è molto tempo!» gridò, sperando che facessero in fretta. Diablo non se lo fece ripetere due volte e si fiondò nel vortice che sbucava nell’ignoto, Lynnet titubò un po’ ma alla fine lo seguì. «Andiamo prima che ne arrivino altri!» spronò Matt a Sigismondo. «Un attimo ancora!» Sigismondo puntò il fucile plasmante verso la finestra dove riusciva a vedere il megafono, la voce di Gigi D’Alessio venne interrotta da uno scoppio, La canzone finì e il posto calò nel silenzio. Sigismondo sorrise e seguì Matt oltre il passaggio che si chiuse alle loro spalle subito dopo. Ora Loro sapevano che la resistenza era ancora in vita.
  12. * «Questo posto è enorme!» disse Matt, entrando in uno studio, un’altra delle innumerevoli camere del castello. Anche quella era immensa, aveva pareti ricoperte di libri di ogni sorta, un caminetto, una poltrona davanti a un tavolino e una scrivania cosparsa di scartoffie e libri. Sigismondo si posizionò con la seria a rotelle dietro a una scrivania, con la gamba ingessata alla bene e meglio ma non rotta. «Credimi, nemmeno io conosco tutte le zone… Ora chiudi la porta, per favore.» Matt fece quello che gli era stato chiesto, si sentiva un po’ strano senza Cernobyl, Sigismondo sembrava avere troppa paura dell’animale e perciò l’avevano lasciato con le brasiliane. L’uomo guardando Matt fisso per un attimo. Un secondo dopo la serratura dello studio scoccò. «Che cosa vuol dire?» chiese Matt, interpretando quel gesto non nel migliore dei modi. «Ti prego di stare calmo e di rispondere a una sola domanda. Pensa bene a cosa dirai perché da quelle parole dipenderà la tua vita.» Quasi per sottolineare la pericolosità della sua futura risposta, aprì un cassetto ed estrasse una pistola, appoggiandola al tavolo. «A che gioco stai giocando?» chiese Matt, iniziando ad agitarsi. «Con che cosa mangi la minestra?» domandò Sigismondo, viso tirato e occhi sul ragazzo. «Che razza di domanda è?» «Rispondimi: con che cosa mangi la minestra?» Matt sapeva che l’uomo faceva sul serio, se avesse risposto sbagliato non avrebbe esitato a bucagli la fronte con un proiettile. La mano di Sigismondo si strinse sulla pistola. «Con la forchetta, così prendo solo la minestra e il brodo me lo bevo a parte facendo i gargarismi» disse alla fine Matt. Sigismondo tirò un sospiro di sollievo. «Menomale. Non sei uno di Loro.» Rimise la pistola nel cassetto e sbloccò la porta. «Perdonami, ma dovevo esserne sicuro.» «Non capisco, Sigismondo.» «Sta tutto scritto qui, e chiamami pure Sigi.» Spinse verso Matt un grosso libro dalla copertina in pelle, probabilmente contava più di mille pagine, se pensava che le avrebbe lette tutte si sbagliava di grosso. «Sai, leggo lento io, puoi farmi un riassunto?» «Questo libro contiene la storia dei Tu-sai-chi, la domanda che ti ho fatto è l’unico modo per identificare uno di Loro da uno di noi. Conosci la Loro storia?» Matt scosse il capo e Sigi iniziò a raccontare. «I tu-sai-chi non erano così malvagi vent’anni fa; certo, non erano ben visti per la presunzione, fondata, che fossero sempre i colpevoli di delitti afferrati e misteriosi. Nessuno però ci faceva caso all’epoca, parliamo del 2015, le persone erano ancora ignare del loro progetto di insurrezione. Tu eri più piccolo e ti ricorderai meno di come hanno preso il potere, ma io ho ancora quei giorni terribili e bui stampati in mente. Ricordo ancora quando comparve il messaggio. Era l’ora di punta, lo schermo di ogni televisore, cellulare e tablet, emisero il messaggio in contemporanea. Nessuno poté resistere a quelle parole, le parole del loro sicario: Gigi D’Alessio. Il suo video venne trasmesso ovunque e su ogni apparecchio, la sua voce venne ascoltata da miliardi di persone. Se lo chiedi nessuno si ricorderà di quel video, nessuno ti dirà le immagini dannate di vassoi e cravatte che friggevano il cervello. Eppure quello fu l’inizio, ogni persona perse la memoria, salvo alcuni fortunati, divenne schiava di Loro.» Matt si ricordava poco di come era scampato al disastro, sapeva solo che da piccolo la televisione lo faceva piangere continuamente e quindi non gliela facevano guardare mai. «In pochi giorni successe il caos: uomini e donne in smoking con il papillon o cravattino si riversarono in strada, pulendo ogni cosa; in pochi mesi ogni città d’Italia subì il Loro controllo. Passarono in casa in casa a ritirare la falsa argenteria, perché loro ammettevano solo argento puro e luccicante, la chincaglieria di bassa lega era considerato un affronto.» «Ma tu come sei riuscito a scamparla? E chi sono quelle ragazze?» chiese Matt, cercando di capire. «Da ragazzo ebbi un incidente e persi la memoria, quando mi svegliai mi ritrovai qui. Non sapevo chi ero e dove mi trovassi. Girando per il castello trovai delle foto e delle cartoline dal brasile. Un teletrasporto usa e getta era vicino a un indirizzo, preso dalla voglia di capire usai il teletrasporto e mi trovai a Rio durante il carnevale. Lì le persone sembravano conoscermi, incontrai una grossa donna che parlava in portoghese, capii solo che mi chiamavo Sigismondo. Quando lei comprese che avevo perso la memoria, chiamò una dozzina delle sue figliocce, sembrava che loro mi conoscessero meglio. Loro mi riportarono indietro, si trattennero qualche mese, il tempo che serviva ai Tu-sai-chi per colonizzare anche Rio. Decisero che non potevano ritornare a casa e che io non potevo stare da solo, perciò rimasero con me. Ho insegnato loro l'italiano e loro mi hanno detto ciò che sapevano su di me. Successivamente trovai il libro esattamente qui, nello studio di mio padre, li compresi con chi avevo a che fare. Scoprii di Loro. Ancora adesso penso a quella donna, sono sicuro che lei sapesse di più…» In quell’istante la porta dello studio si spalancò e una ragazza in bikini giallo entrò trafelata. «Esperançia! Lo sta rifacendo!» Sigi sbiancò, uscì dalla scrivania e si diresse verso di lei, manovrando la sedia a rotelle con il joystic. «Che sta succedendo?» chiese Matt, seguendo a passo svelto la carrozzina che sembrava avere il turbo. «Esperançia ha un dono, a volte cade in trance e viene colta da delle visioni. Grazie a lei ti ho trovato, o meglio, lei mi ha detto di andare in quella catapecchia ma non pensavo di trovare te all’inizio.» «E chi pensavi di trovare?» «Non ora, tutto a tempo debito» taglio corto lui, entrando in una stanza dove tutte le brasiliane erano radunate attorno a una sola, distesa sul letto in preda a convulsioni. «Quand’è iniziata?» chiese Sigi a una di loro. «Un attimo fa» rispose lei, con la voce tremante. «La morte…» disse Esperaça all’improvviso. «Loro cercano la morte.» Tutti si zittirono, tranne Sigi. «Dove, cara?» «L’argento luccica e un dolore sonante accompagna gli spari…» «Dimmi dove, Esperança» insistette Sigi. «Le mura circondano il male… una tazzina infranta… gli spari…» Subito dopo Esperança smise di delirare, riaprì gli occhi, prendendo grandi boccate d’aria. «Che ho detto?» chiese la ragazza a Sigi. Lui sembrava preso da un milione di pensieri. All’improvviso si girò verso il ragazzo e con sguardo illuminato gli disse: «Matt, mi devi dare una mano, dobbiamo andare al più presto in città.»
  13. Gigiskan

    The 100

    In seguito a una guerra nucleare che ha devastato la Terra, la continuità della specie umana è garantita solo dalla stazione spaziale dell'Arca, che raccoglie i fortunati superstiti della nostra specie. 97 anni dopo, cento ragazzi vengono inviati sulla terra per verificare che questa sia abitabile e che le radiazioni dovute al conflitto nucleare non siano fatali per l'uomo. I Cento devono affrontare le insidie della natura e organizzarsi in una società corretta e funzionale, che garantisca la giustizia e l'uguaglianza tra i cittadini. Leader dei Cento è Clarke, protagonista della serie, cui spettano le decisioni più difficili, addirittura riguardo la vita e la morte. The 100 è una serie di fantascienza, ma è anche molto di più. Ci sono riflessioni sulla natura del potere e dello stato, sulla giustizia, sulla violenza, sull'etica nella scienza. Se lo si guarda con un occhio un po' critico si ritrovano tanti motivi interessanti e tutt'altro che superficiali. E poi è bello perché la storia si sviluppa in una maniera impressionante e perchè i personaggi sono psicologicamente approfonditi, nel bene e nel male, si fanno amare e si fanno odiare, cambiano, migliorano e peggiorano. Alcuni vivono, altri muoiono. A me piace tanto tanto! Per ora ci sono solo tre stagioni, quindi chi deve recuperare è ancora in tempo e fa in fretta (Vi prego guardatelo, ho bisogno di qualcuno con cui sclerare )
  14. https://youtu.be/FLT3YUALJno (scusate, l'ho trovato solo in inglese ) TRAMA: Un giorno il 2% della popolazione mondiale scompare nel nulla. Per alcuni è il preannunciato "Rapimento della Chiesa", ovvero quando i giusti vengono portati direttamente in cielo con anima e corpo. La serie ha inizio tre anni dopo nella cittadina di Mapleton. Coloro che sono rimasti lottano ancora con i "fantasmi" delle persone scomparse e i loro ricordi. La cittadina è divisa in due: coloro che tentano di andare avanti e coloro (i membri dei Colpevoli Sopravvissuti) che vogliono non dimenticare ciò che è successo. La storia è incentrata sulla famiglia Garvey: il padre, Kevin, è il capo della polizia di Mapleton, che cerca di far tornare la normalità nella sua cittadina anche se la sua testa vacilla; Laurie, la madre, è entrata a far parte dei Colpevoli Sopravvissuti, lasciando la famiglia alle spalle; il figlio maggiore, Tom, abbandona il college per seguire un guru chiamato "Santo Wayne"; la figlia minore, Jill, è colpita duramente dalla perdita della madre e la conseguente dissoluzione della sua famiglia. Qui io mi fermo, che rischio di spoilerare... In realtà ci sono due stagioni, con la seconda che però non segue il libro. Ammetto di non aver letto il libro, anche perché so che è abbastanza diverso. Il telefilm però ve lo consiglio (la prima stagione, la seconda devo ancora vederla). Tanto, davvero. A me è piaciuto moltissimo, ti fa riflettere, poi nel finale ho pianto come una fontana Qualcuno è riuscito a vedere questa serie, che mi sa che è passata soltanto su sky al momento?
×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy