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Trovato 5 risultati

  1. Ospite

    Gibran - Gesù figlio dell'uomo

    Romanzo di Khalil Gibran, indubbiamente meno noto de "Il profeta" (forse uno dei pochi libri che, se non vanta tutte le risposte, ci va indubbiamente mooolto vicino), ripercorre la vita del Cristo attraverso brevi racconti ricalcati sul modello delle comuni testimonianze. Attraverso gli occhi dei suoi detrattori, di chi credeva in lui, di chi lo considerava un maestro, di chi lo riteneva un folle e un sovversivo; attraverso gli occhi di personaggi biblicamente noti e altri assolutamente comuni (ad es. una persona alla quale Gesù aveva costruito un tavolo), Gibran traccia uno spaccato della vita di Cristo suscettibile sia di riconfermare i credenti nella propria fede sia di persuadere all'ammirazione anche chi vede in lui un semplice, ma carismatico, profeta. Non c'è testimonianza, infatti, che, tra le righe - in positivo o in negativo non importa-, non esprima una sorta d'ammirazione segreta per un personaggio che, già all'epoca, non sembrava suscitare certo indifferenza nel prossimo.
  2. Ospite

    Emile Zola L'opera

    Quattordicesimo (se non erro) romanzo del ciclo dei Rougon Macquart, squisitamente intriso della ricerca di stampo naturalistico per la quale Zola viene spesso ricordato (chi ha avuto modo di scorrere i suoi Taccuini sa bene con quale precisione traesse le informazioni necessarie per costruire le sue storie e i suoi personaggi), narra la storia e la formazione del pittore Claude Lantier, di una vita drammatica, di un rapporto pervasivo con l'arte, di un'esistenza interamente trascorsa alla ricerca di una propria personale forma espressiva anche a fronte di un gusto imperante che sembra rifiutare la sua visione della pittura. È la storia di una lenta discesa nel baratro dell'ossessione, di una vita che sembra annullarsi per lasciar affiorare solo un pervasivo desiderio di emergere, di esprimere se stesso, di lasciare il proprio contributo, di vedere il proprio nome accanto a quello dei grandi. Un libro che ho amato tantissimo e che sembra analizzare tutto il percorso creativo artistico nei minimi dettagli: positivi o negativi che siano. Per gli amanti del genere, lo consiglio.
  3. Ospite

    Martin Eden

    Probabilmente ho sempre amato Jack London più per la sua vita che per le sue opere. La nascita in circostanze particolari, la vita randagia, l'alcolismo, la sensazione d'incarnare una di quelle persone che stentano a trovar la loro collocazione in un mondo che spesso sentono estraneo, il mistero della sua morte sono tutti aspetti che mi hanno sempre affascinato parecchio. Ho amato diversi suoi scritti (spesso più i minori o la sua diaristica rispetto a opere più note) Poi ho scoperto il suo Martin Eden e non ho più smesso di leggerlo sin quando non l'ho terminato. In giornata, praticamente. Credo che chi ama scrivere possa non solo ritrovar se stesso in libri come questo, ma trovar anche risposta a diversi suoi dubbi, penetrare segreti dell'arte scrittoria, assaporare tutta la tenacia di chi crede nella propria arte e, sia pur a fronte di un contesto esterno che appare sordo al messaggio che vorrebbe trasmettere al mondo, non esita a perseguire il proprio scopo, ciò che conferisce senso e dignità alla sua vita. Martin Eden sprofonda nella cultura da premesse insolite, ma ben presto, il percorso intrapreso al puro scopo di trasmormarsi una delle tante persone che ammira, trasfigura in un percorso squisitamente personale che lo porterà a scoprirsi e, inaspettatamente, al successo. Il finale, splendidamente poetico, coglie sicuramente il lettore inaspettato, ma diviene un vero e proprio testamento spirituale della forza di una convinzione che non accetta compromessi. Lo consiglio vivamente a chiunque, confidando ne tragga tutte le emozioni che sono riuscito a trarne io.
  4. Mi è stato assegnato come lettura alla scuola di specializzazione. Ho inpiegato tre mesi per leggere una trentina di pagine. Non so perchè, mi ha annoiata a morte. Qualcuno puó incoraggiarmi a riprendere la lettura?
  5. Ospite

    Milan Kundera

    Nel panorama letterario internazionale contemporaneo, una delle figure di maggior rilevanza è senza ombra di dubbio Kundera. Nato a Brno, in Cecoslovacchia, nel 1929, ha avuto una vita interessante, segnata dall'opprimente presenza del regime comunista nella sua Patria. Lo stesso regime comunista che anni dopo l'avrebbe costretto a scappare, rifuggiandosi di fatto in Francia. Tanto era stato forte l'impatto critico al Regime che era trapelato dai romanzi fino ad allora pubblicati, che lui e le sue Opere furono letteralmente banditi dalla Cecoslovacchia; sicché si trovò orfano di patria, naturalizzato nella vicina Francia, senza più il pubblico principale al quale erano diretti i suoi scritti. I suoi scritti: spaziano dal saggio al Romanzo nella forma più completa dello stesso. Da "Amori ridicoli" (1963), passando da "Lo scherzo", "La vita è altrove", "Il valzer degli addii" (1967-1973-1976) fino a "L'insostenibile leggerezza dell'essere" ( ) del 1984. Nel saggio "L'arte del romanzo" del 1986 spiega a tutti gli effetti cosa sia per lui il Romanzo. Parla del romanzo dell'800 fino ad arrivare a Kafka, passando per Flaubert, Dostoevskij e molti altri. Per lui il romanzo è musica fatta parole (tra le altre cose) e i suoi scritti somigliano molto a una vera e propria opera teatrale. Quando lo lessi per la prima volta, mi resi conto della mia completa inettitudine nello scrivere. Stavo leggendo "L'immortalità" (Adelphi - 1990) e ne sono rimasto completamente incantato. Lui non scrive, lui non racconta: lui fa sognare. I suoi romanzi nascono da un fatto insignificante quale potrebbe essere il gesto di salutare, e spaziano fino ad arrivare all'estremizzazione più assoluta di ogni singolo significato che potrebbe avere quel gesto. Ne "il valzer degli addii" c'è un personaggio che è stato in carcere. Lui dice che un uomo deve sempre avere la possibilità di scegliere quando morire, non può semplicemente affidarsi alla sorte. Per questo motivo oramai da venti anni porta sempre con sé una piccola pillola bluastra: veleno. Lo ha, ha la certezza di averla con sé, ma non la usa. Non la usa perché è la sua libertà, la sua scelta; e gli basta averla a portata di mano per sentirsi libero. Il suo stile? Una cosa assolutamente incredibile: ha la capacità di manipolarlo come meglio crede. La seconda parte de "Lo scherzo", ad esempio, ha una prosa lunga, intervallata unicamente da virgole. È quasi estenuante leggerla: ti toglie il fiato, ti stanca gli occhi. Ma è questo quello che vuole fare Kundera: vuole stancare il lettore, perché Helena (voce narrante) è stanca, stanca e agitata. È musicale, Kundera. Di una musicalità antica che non credevo possibile. Certo, non è li ho letti in lingua originale, ma lo stesso Kundera dice (ne "l'arte del romanzo") che la traduzione fatta dall'editore Italiano (Adelphi) è probabilmente la più fedele all'originale. Tutto si basa sul saggio: la sesta parte de "L'insostenibile leggerezza dell'essere" è un saggio sul Kitch. Le tesi sono brillanti, altrettanto brillanti le soluzioni. Ho letto la sua intera produzione (quasi, devo comprare gli ultimi) nell'arco di quattro mesi (escluso "l'immortalità"). Un autore, Kundera, che merita di essere letto e riletto. Un autore, Kundera, che fa muovere i propri personaggi in un mondo sì finto, ma che conserva appieno le caratteristiche di quella Boemia comunista. E continua, nonostante tutto, a sorprendere il lettore: non è dato mai nulla per scontato, è sempre una eterna ricerca, per usare le sue parole, delle forme più arcaiche dell'essere. IlConteDiMontecristo
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