Vai al contenuto

Cerca nel Forum

Mostra risultati per il tag 'brano'.



More search options

  • Search By Tags

    Tag separati da virgole.
  • Search By Author

Tipo di contenuto


Forum

  • Incipit
    • Info Point
    • Ingresso
  • On writing
    • sUPporto Scrittura
    • PowerUP Creativo
    • Narrativa
    • Sceneggiatura
    • Poesia
    • Arena
  • LetterArea
    • (Parliamo di) Libri
    • In Vetrina
  • Editoria e dintorni
    • Catalogo Editori
    • Agenzie e Professionisti
  • Community Lounge
    • Bar Sport
    • Companion's Circle

Find results in...

Find results that contain...


Data di creazione

  • Start

    End


Ultimo Aggiornamento

  • Start

    End


Filter by number of...

Iscritto

  • Start

    End


Gruppo


Hai già pubblicato?


Il tuo sito


I tuoi libri


Facebook


Twitter


Instagram

Trovato 8 risultati

  1. L’uomo orso ricomparve davanti alle celle, aprì quella del ragazzo e poi quella del vecchio, poi trascinò entrambi lungo il corridoio che portava all’esterno della struttura. Ad aspettarli c’erano tre persone: lo stronzo con il cappellino della Marlboro sgualcito e la sigaretta perennemente in bocca, fucile mitragliatore con mirino; il coglione con gli occhiali da sole anche di notte, pistola e coltello di sopravvivenza con cui era solito finire le vittime. Poi, fucile da cecchino al fianco e uno sguardo soddisfatto sul volto, c’era Tom. «Sembra che le selezioni si siano ristrette, eh?» esordì, come se annunciare che tutti gli altri erano morti fosse una cosa divertente. Un odore di fumo aleggiava da lontano, proveniva da qualcosa che stava bruciando producendo una lunga colonna di fumo. «Non restate altro che voi. Raggiungete quel fuoco prima di morire e avrete salva la vita, ma attenzione: se arriverete tutti e due, ma ne dubito, uno di voi dovrà morire perché l’altro sopravviva. Avete un minuto di anticipo, vi conviene correre.» Un rapido sguardo tra i due contendenti prima di schizzare nel bosco il più veloce possibile. Un minuto dopo, forse anche meno, seguirono degli spari che annunciavano l’arrivo dei cacciatori di uomini. Il ragazzo si era allontanato volutamente dal vecchio poco dopo la partenza, era sicuro che se ne avesse avuto l’occasione lo avrebbe ucciso senza problemi a mani nude. Cercò di seguire la colonna di fumo usandola come bussola, ma era lento e provato dalla sera precedente e la ferita sembrava essersi infettata. Nonostante questo continuò la corsa e poco dopo sentì il primo sparo. Pensò che essendo un colpo solo fosse quello della pistola, anche perché era noto che il coglione con gli occhiali fosse anche uno dei più veloci. Pochi minuti dopo partirono le raffiche di mitra, ma erano distanti, solo per intimorire e far sentire la presenza. Attraversò un fiume e passò nella riva opposta, gli abiti lasciarono una chiazza di sangue e terra nell’acqua al suo passaggio e divennero più freddi e pesanti. Aveva percorso forse un chilometro quando il mitra lo raggiunse. Bucherellò piante e alberi poco distanti da lui, accompagnato da una risata isterica. Il fiato iniziava a mancargli, non avrebbe retto quel ritmo ancora a lungo. Scese più in basso verso uno dei fiumi che costeggiava la zona di caccia, delimitata da un’infinita rete elettrificata che impediva a chiunque di fuggire. Lui l’aveva costeggiata tutta e sapeva che poteva giocarsela a suo vantaggio. Deviò verso il punto esatto, sicuro che il cacciatore lo avrebbe seguito. Arrivato a ridosso di un rialzamento, dove subito sotto c’era la rete, si accucciò tra l’erba alta e alcuni alberi abbattuti e attese. Lo vide poco dopo, silenzioso, cauto e circospetto cercava la sua preda come se fosse un cervo. Gli passò davanti e non se ne accorse, si fermò per guardarsi attorno. Il ragazzo allora uscì gettandoglisi contro bloccandogli il mitra e spingendolo verso il punto estremo della radura. Ma questo era più forte, liberò il fucile e lo colpì al volto con il calcio. Il ragazzo arretrò con la faccia insanguinata, lui avanzò per finirlo. Con l’adrenalina a mille il giovane lo placcò allo stomaco e lo spinse di nuovo. Il cacciatore si ribellò colpendolo più volte alla schiena con il fucile ma lui non demorse, fino ad arrivare sulla punta del rialzamento. Il cacciatore perse l’equilibrio, cadde giù e si portò addietro il ragazzo. Entrambi ruzzolarono giù, il ragazzo cercò di aggrapparsi a qualcosa mentre il cacciatore finì diritto verso la rete. Il risultato fu simile a quando le zanzare finiscono sulla gabbietta con la luce che le attrae e poi vengono vaporizzate. Restò attaccato là, la rete che produceva ancora scosse sul suo corpo esamine. Il sopravvissuto raccolse il mitra, controllò il caricatore, era pieno. Guardò la distanza dal fumo, poi puntò lo sguardo dalla parte opposta e iniziò la scalata verso la vendetta. Non sapeva se il vecchio fosse ancora vivo, di sicuro si stava aggrappando a una possibilità che non aveva fondamenta, non avrebbe trovato la vita ma soltanto la morte una volta raggiunto il fumo. Certo, valeva lo stesso per il ragazzo, ma con la differenza che stava prendendo il suo destino per le briglie e aveva deciso di lottare e non soccombere. Tornare indietro gli sembrava l’unica possibilità, avere il fucile a tracolla poi gli dava più sicurezza e un barlume di vittoria iniziò a crescere dentro di lui. Aveva il fattore sorpresa dalla sua parte, poteva farcela se giocava bene. Da lontano partirono degli spari, prima uno singolo e poi a catena. Poi più nulla. Si fermò. Guardò in quella direzione, lungo un bosco sconfinato situato da qualche parte nel Brasile. Un’angoscia gli calò nel corpo, non sarebbe più stato capace di frenare il tremore di mani e gambe. Un passo in avanti, un altro ancora e riprese la corsa. Quando vide la struttura dall’aspetto fatiscente rallentò, accucciandosi cercando di vedere se c’era qualcuno. Tom era ancora dove lo aveva lasciato, si era seduto su una sedia di plastica tenendo le gambe incrociate e sembrava intento in un sonnellino. L’uomo orso però era vigile, ma di lui non gli importava, gli bastava un colpo. Si avvicinò, puntò il fucile verso la testa di Tom. Era difficile da quella distanza e lui non era un tiratore provetto, avrebbe dovuto avvicinarsi per forza. Piano piano, guardando dove metteva i piedi avanzò fino all’albero più vicino, poi si distese e continuò ad avanzare. Raggiunse una distanza sufficiente, perciò rimise il mirino davanti all’occhio sinistro e mirò. Si diede stabilità con i gomiti e spostò la croce nera del mirino sulla faccia dell’aguzzino cercando di tremare il meno possibile. Prese un respiro e si preparò. Un solo colpo sputato dal mitra schizzò verso Tom, conficcandosi tra occhio e naso uscendo dalla nuca, producendo uno schizzo di sangue e la caduta dell’uomo all’indietro. L’uomo orso lo cercò nella radura, ma il mitra si mosse veloce e produsse una scarica di proiettili che lo investì in pieno stomaco. Appoggiò l’arma a terra e si rialzò, ma d’improvviso un piede lo spinse dalla schiena di nuovo a terra. Tre spari di pistola gli bucarono il corpo, il fiato scomparve, non riuscì nemmeno a riaverne di nuovo. Tutto di fece bianco, scosso e doloroso. Poi la lama fredda di un coltello gli accarezzò la nuca. Sorrise, rammaricandosi solo del fatto che quello stronzo non sarebbe riuscito a vederlo. Avete perso, merde.
  2. CACCIATORI DI UOMINI Gli occhi impastati da un sonno denso s’aprirono lenti, sbattendo più volte alla ricerca di un appiglio conosciuto. Attorno a lui un denso manto d’oscurità si stagliava per chilometri, piccoli bagliori appena visibili accompagnavano una luna a metà. Le mani erano unte del terreno su cui era sdraiato, molle per colpa della pioggia che era scesa mentre dormiva. Era zuppo, solo in quel momento se ne rese conto. Il maglione con il cappuccio, i jeans strappati all’altezza del ginocchio, le Adidas logore e strappate. Tutto lercio. Si rialzò, non vedeva un accidente, non ricordava come era finito lì e neanche il perché. Le scarpe sprofondarono nella melma mentre si guardava attorno cercando di capire cosa fare. Era nella foresta, di quello ne era certo. Sentiva i grilli cantare, il vento soffiargli freddo sul volto, indurendo lo sporco che sentiva appiccicato come colla istantanea. I movimenti delle foglie, anche quello era riconoscibile. Cercando di distinguerne altri individuò un movimento, qualcosa di irregolare, dei rami che si spezzavano, poi un flebile respiro che sembrava molto vicino. Un sibilo, lo avvertì prima che qualcosa si conficcasse nella sua spalla. Cacciò un urlo di dolore e ricadde a terra, mentre un’altra freccia lo oltrepassava finendo nell’erba incolta. Scavò sul terreno e a occhi ciechi s’infilò nella radura, correndo contro ogni logica di sopravvivenza, colpendo tronchi e sfregiandosi con i rami. Inciampò dopo poco, tirò in avanti le mani d’istinto ma non trovò mai l’appiglio di cui aveva bisogno. Cadde di nuovo nel vuoto, rotolando tra erba e sassi, colpendo con i piedi un arbusto coperto dalla notte, fino a ritrovarsi sulla riva di un fiume con l’acqua che lo circondava. Ogni osso che possedeva, ogni muscolo, qualunque cosa si stava lamentando a gran voce nella sua testa. I piedi gli pulsavano, la spalla faceva un male del cazzo e anche se non la toccava sentiva il sangue scorrere dalla ferita. La freccia si era spezzata con la caduta ma il pezzo era di sicuro là dentro, che scavava in cerca di dolore e bestemmie. Di nuovo, cercò di alzarsi ma questa volta non riuscì, la sofferenza lo assalì e decise che era meglio lasciarla fare. Una secchiata d’acqua gelida dall’intenso odore fognario lo risvegliò, purtroppo, riportandolo alla dura realtà. «Svegliati merda, non sei ancora morto» sghignazzò una voce proveniente da un uomo tanto peloso da sembrare un orso, che per simpatia gli piazzò una pedata sulla schiena e poi gli tirò pure il secchio addosso. Poi uscì dalla cella tutto contento, bloccando il chiavistello con un grosso lucchetto e mettendosi la chiave nel taschino della salopette macchiata di scuro grasso. O sangue secco. O tutte e due, era troppo rincoglionito per distinguere qualcosa. Cercò invece di riprendere fiato, accorgendosi di respirare in modo irregolare, veloce e con fastidiosi bruciori alla gola. Appoggiò la mano sul pavimento e cercò di issarsi, partì un intenso dolore che gli arrivò fino al cervello, paralizzandolo agonizzante per paio di minuti. Il secchio rotolò fino ad appoggiarsi alla sua testa, lui in uno scattò d’ira lo spinse contro la parete con una manata. Con quel gesto si accorse di essere in mezzo a una grossa pozza di sangue e fango. Il suo sangue. «Ragazzo!» Una voce sembrava avercela con lui. «Hei, ragazzo! Sei vivo?» «Ancora per poco… Cristo!» Altra fitta orribile, se avesse continuato a stringere i denti così tanto era sicuro che se li sarebbe scheggiati. Il vecchio che lo stava chiamando era rinchiuso in una cella poco distante dalla sua. Erano tutte in fila, la maggior parte aperte, tranne tre: la sua, quella del vecchio e un’altra più in fondo. I pochi sopravvissuti. «Il rosso è morto» lo informò il vecchio. «L’hanno lasciato a marcire nella sua cella.» Ora erano rimasti in due. L’odore di morte, ora che gli era stato fatto notare, gli entrò nel naso e decise di non andarsene mai più. Quello, l’odore di merda e di piscio erano l’unica cosa che conosceva fin troppo bene. «La tua spalla fa schifo» lo informò, come se non se ne fosse reso conto da solo. «Mi hanno tirato una cazzo di freccia, ci credo che fa schifo.» «Non ti preoccupare, con quella ferita non camperai tanto.» Il ragazzo digrignò ancora i denti dal dolore. «Fottiti, vecchio di merda.» «Vedrai.» Aveva pensato da subito che quel vecchio potesse essere un alleato per lui, ma una volta capito come funzionavano le cose l’aveva ben presto designato come nemico. Perché? Perché in quel gioco del cazzo, dove dei selvaggi si divertivano a rapire e cacciare uomini chi restava in vita fino alla fine gli veniva restituita la vita e quindi la libertà. Il vecchio pensava che se fosse sopravvissuto abbastanza avrebbe visto la luce, il ragazzo però sapeva che l’unica luce che avrebbero visto sarebbe stata quella bianca dell’aldilà. Non c’era nessuna possibilità, niente libertà, nulla di nulla. Vallo a spiegare al coglione. Comunque, a differenza sua, lui non era di certo speranzoso, sapeva che era una fregatura da subito e l’unico motivo per cui era vivo era aspettare il momento giusto per vendicarsi. Quegli schifi avevano un capo, lo chiamavano Tom, aveva la faccia da buono ma era un animale come pochi. Era stato il primo a cacciarlo, gli aveva sparato alla gamba per farlo correre di meno e poi lo aveva seguito con un fucile da cecchino per tutta la zona boschiva dove si nascondevano. I colpi risuonavano ancora nella sua testa. La paura di non sapere dove fosse, il terrore di venire colpito ma non fatalmente, perché l’unica cosa che volevano tutti quanti era morire il prima possibile. Quindi il suo piano era sì vivere fino alla fine, ma per guadagnarsi la libertà e potersi trovare a faccia a faccia con Tom. Poi l’avrebbe ucciso.
  3. Mi ripetono sempre che le bambine come me, sfrontate e testarde, finiscono all’inferno. Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno. Non ammetterò di avere torto, non accetterò quei perfidi castighi, non mi arrenderò all’umiliazione. È tutta un’ingiustizia. Con i miei fratelli lontani, la vita a palazzo è un’agonia silenziosa. Non si può fiatare nella cappella durante le orazioni del mattino, non ci si può muovere, non si può nemmeno respirare. Non si può dire nulla a tavola, a meno che non venga richiesto; e non succede quasi mai. Non è permesso rifiutare i tristi piatti di verdure né mangiare più tardi; perché bisogna avere fame, sonno e perfino voglia di giocare a comando. E neanche giocando si può parlare, perché le brave figlie di Dio stanno sempre zitte e composte, con la schiena ben dritta e un’espressione garbata in viso. Quindi non si può neppure cantare quando si va per i corridoi del palazzo, e non si può mai correre, neanche in giardino. Devo sempre camminare tutta zitta e a passo leggero come se nessuno volesse mai accorgersi della mia presenza, nemmeno i passeri e le formiche. Per questo a volte non mi resta che gridare. Quando non riesco più a sopportarli, mi metto a strillare con tutto il fiato che ho in gola e, se ancora non mi ascoltano, tiro oggetti contro le pareti. Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita. Per questo la prozia Adelaide, quando è in visita a palazzo, va dicendo a tutti che ho il demonio in corpo e dovrebbero portarmi da don Lapo. Ma a me non importano le sue chiacchiere, è solo una vecchia strega. A me piace che durante le mie scenate tutta la casa vada in subbuglio. Soprattutto se abbiamo ospiti – e il reverendo zio ne riceve quasi ogni giorno quando è a palazzo – tanto rumore è per tutti un insopportabile fastidio. Non c’è soddisfazione più gustosa. L’unico problema è che alcune volte la balia mi prende a forza per nascondermi in una stanzetta sperduta dove le mie grida restano imprigionate tra le pareti. Per quanto protesti scalciando e graffiando, finisco comunque rinchiusa in questo sgabuzzino pieno di cianfrusaglie in un angolo del terzo piano, a metà della scala per il terrazzino. Qui c’è una luce fioca fioca e tante ombre, troppi angoli bui tra i teli, le casse, gli specchi e il fitto strato di polvere. In questo luogo di spavento posso continuare a strillare finché non mi brucia la gola, ma nessuno degli ospiti mi sentirà, né dai salotti, né dal giardino. È una punizione crudele. Però dalla finestra, guardando un po’ all’insù, posso vedere mio padre appoggiato alla ringhiera del terrazzino. Aspira il sigaro in tutta tranquillità per poi spingere fuori a grappoli il fumo rimasto. Un giorno, se urlerò abbastanza forte, si accorgerà della mia presenza e verrà a consolarmi con una carezza tra i capelli. Così tento e ritento, dando fondo alle mie forze, sempre invano. Poi piano piano sento nascere una strana sensazione dentro di me, mi arrabbio, m’intristisco, mi vergogno, e le urla si sciolgono in un flusso di lacrime costellato di singhiozzi. Ore e ore passano così e, se non mi prosciugo prima, è mio fratello Cesare a porre fine al pianto non appena rientra a casa da scuola. Verso le quattro sento la chiave rigirare nella toppa e Cesare, ancora con lo zaino in spalla, viene verso di me con un sorriso comprensivo. Dall’alto dei suoi trenta centimetri e cinque anni in più, mi prende le guance arrossate tra le mani. Al suo dolce tocco il furore si sgonfia e tutto intorno s’inonda di una pace improvvisa. Quando la balia va via, mio fratello mi tende la mano e mi riporta giù per le scale. «Voglio restare qui» lo fermo, sapendo già che mi accontenterà e si siederà con me sull’ultimo gradino, stringendomi in un tenero abbraccio. «Devi stare attenta, sorellina» mi mette in guardia. «Te lo dico sempre, è pericoloso comportarsi in questo modo, soprattutto se il reverendo è a palazzo». «Non li sopporto» protesto, voltandomi a guardarlo con un rimprovero negli occhi. Almeno Cesare dovrebbe capirmi. «Lo so, neanch’io li sopporto. E la scuola dell’istituto è una prigione, molto peggio di questo palazzo. Ma non è una buona idea ribellarsi, almeno non così. Ci vuole prudenza, bisogna agire in segreto. Altrimenti ti puniranno prima o poi». «Mi hanno già punita». «No, una punizione vera, Maria, terribile». Mi fissa con quei sottili occhi verdi carichi d’inquietudine. Poi mi stringe ancora a sé e prende a giocare con i miei boccoli bruni. Li rigira, li pettina, li guarda stregato. «Li odio» mi lamento ancora «mi zittiscono, mi escludono da tutto e si accorgono di me solo per sgridarmi». «Allora è meglio che ti ignorino. Quantomeno non ti puniranno». «Credi che mi porteranno da don Lapo, vero?» chiedo in preda a un improvviso terrore. «Dario non lo permetterà» tenta di tranquillizzarmi, ma neanche lui crede a queste parole. Dario, il maggiore dei nostro fratelli, si prende cura di me quand’è a palazzo, però studia a Milano e torna a Catania solo nei fine settimana. Non potrà sempre impedirlo, alla fine mi manderanno da quell’orribile sacerdote. Cesare mi ha raccontato che don Lapo vive nella Chiesa del Santo Spirito di Viagrande. È una casupola sbilenca e tetra, al bivio tra due strade di campagna dove non passa mai nessuno. Solo la domenica mattina, per la messa, la chiesetta si riempie di quelli che, come la prozia Adelaide, considerano don Lapo un vero prete. «Ma se mi ci portassero» chiedo esitante «che cosa mi farebbe?». Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette. È il vecchio pastore barbuto dall’aria sinistra. Ne impugna i fili e inizia a mimare il racconto. «Quando il portale della Chiesa si schiude, il reverendo ti afferra per il collo e ti porta nella sagrestia. Ti lega a una sedia con catene di ferro e recita formule incomprensibili in una lingua sconosciuta». Ascolto impietrita. «Dopo crea una pozione con olio benedetto, vino consacrato, incenso e le erbe spinose che va a prendere nel bosco di notte. Quand’è pronta, ti costringe a berla tutta d’un sorso». «E che effetto fa?». Il pastore si porta una mano alla bocca spalancata. «Nessuno lo sa. Dopo aver preparato l’intruglio, il reverendo fa uscire tutti, nessuno ha mai visto che cosa succede. Però si dice che si sentano delle grida agghiaccianti e un rumore assordante di catene». «Ma non ti preoccupare» riprende Cesare, messo da parte il pastore. «Come ti ho detto, Dario non lo permetterà». «E se Dario è a Milano quando vogliono portarmi da don Lapo?». «Allora glielo impedirà Consalvo». «Cesare!» lo rimprovero sconsolata.Nostro fratello Consalvo vive in Olanda, non c’è praticamente mai. «Ma torna oggi pomeriggio, non ricordi? Per il compleanno di nostro padre». Mi sorride sicuro e lascia sfilare uno dei miei boccoli tra le sue dita. Poi si fa serio. «Se non lo faranno i nostri fratelli, ti difenderò io.Ti proteggerò sempre, Maria». È una promessa, e la accolgo con un sorriso. «Però devi aiutarmi» aggiunge «devi promettermi che starai attenta. L’Istituzione non ha solo sacerdoti spaventosi, ma anche tante prigioni, perfino peggiori della mia. Prometti». «Prometto» rispondo, ricevendo in cambio un altro abbraccio. Man mano la presa si fa più forte, Cesare mi rigira e inizia a solleticarmi. «Basta, basta, ho detto basta!» esclamo supplichevole tra le risa. «Ti prego, no!». Mio fratello smette di colpo, come se si fosse già arreso. D’improvviso ha uno sguardo buio e rabbioso, puntato verso la cima delle scale. Eccolo nostro padre, snello ed elegante nel completo scuro, in procinto di scendere. È il momento che aspettavo. Ci alziamo in piedi e ci ricomponiamo per chinare le teste al suo passaggio. Sembra quasi non notare la nostra presenza, finché non si ferma per posare la mano sulla testa ricciuta di mio fratello. «Padre» salutiamo in coro. Ma è già andato via. Lo guardo allontanarsi con il solito pungolo della delusione. La prossima volta toccherà a me, forse.
  4. Seconda parte del prologo, che si conclude così: Era un odore penetrante, che parve attraversare, più che sovrapporsi, il tanfo rancido dell'acqua inquinata del Tamigi. Un sentore forte, ma non sgradevole, come di limoni appena tagliati, o di arance sbucciate. Il fondo del palato gli si riempì immediatamente di retrogusto acidulo, per reazione. Sentì un lievissimo sibilo, uno spostamento d'aria, e seguì con gli occhi lo scintillio dorato, che si piantò nel lampione, con tanta forza da scomparirvi dentro per un buon terzo. Trucioli di metallo, lucenti come scaglie di mica, si arricciarono e caddero a terra. Cadde in ginocchio, mentre l'odore acidulo gli riempiva la bocca. Avvertì una vampata di calore salirgli dal collo, che per un momento parve bruciare, per poi farsi gelido. I gomiti impattarono dolorosamente contro il selciato, quando cadde a quattro zampe, come un cane. Il fulmine spaventoso dell'artrite gli attraversò i nervi, ma svanì subito, misericordiosamente. Notò, con chiarezza cristallina, i filamenti duri dei licheni che crescevano negli spazi tra le mattonelle, come dita sottilissime di mani deformi. Se lo vedo, è perché c'è luce, sono arrivato al lampione... La carrozza… I licheni vennero sommersi da un liquido scuro, denso. L'odore di agrumi acidi sembrava avere riempito il mondo. Un'ombra oscurò la visuale. Il gentiluomo cercò di alzare la testa, ma tutto quel che riuscì a fare su storcerla verso l'alto, mentre il gelo gli dilagava tra i lineamenti, penetrando nelle labbra, affondando nel naso, intorpidendo i bulbi oculari. Attraverso una nebbia opaca, più spessa di quella che saliva dal Tamigi, vide un ginocchio che si abbassava, davanti a lui. Il vetturino? Il calzone aveva un taglio impeccabile, dritto come una lama di coltello. Le scarpe erano nere, lucidissime, con uose immacolate e bottoni d'argento, sui quali era finemente cesellato uno stemma. La speranza che fosse il vetturino svanì. Due mani guantate di nero, seguite dai polsini di un pastrano di cammello, si tesero verso la sua giacca. Sentì il sacchettino smettere di premere in maniera rassicurante contro il petto, mentre veniva sfilato destramente, mentre la testa gli ricadeva, ormai troppo gravemente in debito d'ossigeno per trovare la forza di sostenersi. Con l'ultima occhiata che gli rimaneva, prima che la nebbia lo coprisse definitivamente, vide che il liquido sotto di lui era diventato una pozza, che aveva riempito il mondo intero. I reni erano usciti dalla sua sfera di sensibilità, e non facevano più male. Non volevo varcare questa soglia, pensò. Si accinse a pensare all'altra soglia, quella che lo avrebbe reso tanto famoso da oscurare il nome di Darwin, di Newton, di Cartesio, ma la nebbia si addensò diventando buio, e il gentiluomo smise di pensare una volta per tutte. L'uomo si alzò e fece un passo indietro, per non inzaccherarsi. Si era raccolto il pastrano su un braccio, attento a non spiegazzarlo, e lo lasciò cadere solo quando fu ben sicuro che non avrebbe toccato terra. Dove giaceva il cadavere, sembrava che qualcuno avesse macellato un maiale. Gli schizzi si erano allargati a ventaglio sul marciapiede e sulla strada, fin quasi sotto gli zoccoli dei cavalli, e alcune gocce sfrigolavano sul vetro del lampione, ammorbando ancora di più l'aria già appestata dai liquami e dalla nebbia. Con molta calma, stando attento a non sporcarsi l’orlo dei polsini, aprì le dita del morto per prendere il plico. Il sangue aveva imbrattato e increspato buona parte dei fogli, e li tenne per un angolo, mentre guardava le gocce rimaste che venivano assorbite dalla carta porosa. Nell'altra mano, aveva ancora il sacchettino. “Bene.” Disse con una voce morbida e sommessa, che la nebbia consumò nel silenzio. Alzò gli occhi, sopra il lampione. Nella penombra, un'ombra parve ritrarsi, con un rumore graffiante, come punte di coltello che rigano il metallo. Si sentì un brontolio sommesso, che sembrava un gatto innervosito. "Mi dispiace. Sei arrivato tardi, per lui." Le falene si sparsero dappertutto, mentre il rumore graffiante aumentava e la luce del lampione veniva inghiottita dal corpo che la copriva. Per un momento, la fiammella a gas delineò perfettamente cinque dita mobili, che terminavano in cinque mezzelune, ciascuna lunga quanto un avambraccio. La coda lunga, muscolosa, si avvolse come un viticcio al lampione, per assicurare stabilità. Una lingua bifida dardeggiò qua e là, fiutando. L’odore che si diffuse era quello ripugnante della carne marcia, surriscaldata. "Oh, no - disse l'uomo - sei arrivato tardi." Con grande tranquillità, giacché non c'era motivo di affrettarsi o di mostrarsi indecorosamente agitati, sciolse i lacci e aprì il sacchettino, rovesciandolo. I sassolini bianchi, lucenti, caddero scintillando, nella luce opaca del lampione. Ma, a metà della caduta, parvero schizzare, come se una racchetta invisibile li avesse lanciati all'improvviso. L'aria fu d'un tratto piena di saette guizzanti, linee bianche che rimbalzarono ovunque come proiettili, sibilando intorno all'uomo in piedi, immobile con il braccio ancora teso. Colpirono il selciato, il marciapiede, il terrapieno, staccando schegge e facendo volare zolle d'erba. Fecero tremare il lampione, con un dooong musicale, nel colpire lo stelo di ghisa. Il sangue schizzò in giro, anche se non abbastanza vicino all'uomo da infastidirlo. Infine, parvero riunirsi in uno sciame, come bianchi calabroni, sopra il corpo del morto. Assunsero una forma a punta di freccia, che divenne una saetta, un fulmine bianco che si avventò contro l'ombra nera, una scarica chiamata dal suo obiettivo. La coda si ritrasse, schioccando nell’aria, lasciando nella ghisa del lampione un segno che assomigliava a quello dell’edera, quando la si sradica dall'albero che ha stritolato. La freccia di sassi bianchi colpì solo aria. La fiammella del lampione tornò a diffondere la sua luce insignificante, e le ombre furono quelle di sempre, ingannevoli e allungate. L'uomo schioccò la lingua, con disappunto. Non che avesse pensato davvero di colpirlo, ma gli sarebbe piaciuto. Avrebbe risolto tanti problemi, almeno quanti ne aveva risolti il cadavere ai suoi piedi, divenendo tale. "Avrebbe fatto meglio a dedicarsi a studi più convenzionali, avvocato Turner." I sassolini si riunirono in uno sciame luccicante, sopra il cadavere. Quando lo trafissero, emisero una serie di tonfi carnosi, lasciandosi dietro tanti piccoli fori, con i bordi bruciacchiati, come se fossero stati sparati da una pistola. Alcuni uscirono dall'altra parte, per la forza con cui avevano colpito, e finirono il loro folle rimbalzare nella pozza di sangue, tingendosi di macchie rosse simili a pupille cieche. "Morto per niente. Che prezzo infimo, per un tradimento." Con quest'elegia funebre, invero più lunga di molte elegie pronunciate per molti uomini morti quella notte, a Londra, l'uomo voltò le spalle al cadavere e si diresse verso la carrozza. I cavalli, un baio e un roano, molto belli e ben strigliati, lustri, nutriti e muscolosi, tesero il muso verso di lui, per ricevere una carezza. Erano animali di proprietà privata, non ronzini da traino destinati al mattatoio, e si fidavano del padrone, volevano le sue attenzioni. Li accontentò, nel prendere la briglia e salire a cassetta. La carrozza - a vederla da vicino, troppo piccola per una diligenza di linea, ben rifinita e pulita, con gli sportelli lucidi e le ruote dipinte di rosso - si avviò. Non c'erano stazioni di linea per le diligenze, nel cuore di Whitechapel. Nella parte inferiore del lampione, conficcata tanto forte che sarebbero state necessarie un paio di tenaglie per estrarla, la moneta d'oro luccicava, nuova e fresca di conio. Il profilo della regina, sottolineato con il sangue, guardava pensoso il sangue che sgocciolava giù dal marciapiede, raccogliendosi in piccole pozze tra il selciato sconnesso, spegnendo lo scintillio dei sassolini bianchi che erano caduti fino lì.
  5. Questo è il prologo di un romanzo che ho in cantiere da troppo tempo. La seconda e conclusiva parte del prologo si trova qui. Magari mi aiutate a capire cosa non riesce a farlo funzionare nel mio cervello, per farlo andare avanti u.u Dato che non ci sono ancora racconti nella sezione, non lascio il link a nessun commento, mwahahahaha. Whitechapel, 1899 Solo le falene trovavano attraente la luce dei lampioni. L'umidità fetida che saliva dal Tamigi si addensava intorno al bagliore ingabbiato nel vetro lurido, colorandolo di una foschia spenta. Un alone butterato dagli insetti. La strada non ne era illuminata, ma riempita di ombre lunghe, angolose, e la somma di quelle ombre e quegli angoli era la visuale notturna. Oltre, la tenebra era completa. Il lampione successivo era soltanto il lontano punto di riferimento verso il quale dirigersi. L'uomo rimase ad aspettare che la carrozza si allontanasse, con un cigolio di legno da far allegare i denti. Sembrava urlare, gridare ovunque ‘è qui, lui è qui, non potete sbagliare. Lui è qui, vieni a prenderlo’. É solo una carrozza a nolo, si disse per calmarsi. Ne passano di continuo… ne devono passare di continuo, perfino qui. Storse il naso per l'odore stagnante, di acqua putrida, che stentava a scorrere. Il nuovo, grandioso impianto fognario di Londra aveva fatto sì che la città fosse di nuovo vivibile, dopo l'estate terribile del 1858, ma sul limitare estremo di Whitechapel, verso l'esterno della metropoli, sembrava che la civilizzazione fosse ancora di là da venire. Niente luce elettrica, niente poliziotti, niente fognature - i fondi stanziati non erano sufficienti a bonificare anche i bassifondi, che rimanevano associati agli stracci puzzolenti, alle strade viscide di lordura, alle sgualdrine che occhieggiavano da dietro i vicoli, tra immondizia e ubriaconi. Non penserà che sono sceso qui. Nessun gentiluomo lo farebbe. Sempre che quelle… cose… sappiano pensare. Si infilò il bastone da passeggio sotto il braccio e si aggiustò i guanti, fingendo che il tremito delle dita fosse dovuto all'ambiente malsano, umido, anziché alla paura. Il cappello a cilindro gli era scivolato su un orecchio e lo raddrizzò, con un colpo talmente deciso che glielo spedì sull'altro orecchio. Le reni gli pulsavano, dolorosamente, duri sassi sepolti nelle viscere. Ho dimenticato la medicina. Devo sbrigarmi. Si tastò la giacca, per toccare, nella tasca interna, l'oggetto che aveva portato via. Il contenuto di quel sacchettino era prezioso quasi quanto quello del plico rilegato che stringeva a sé, come una mamma apprensiva che non vuole perdere il figlioletto. Cercando di non fare rumore, e al tempo stesso di avere un incedere sicuro di sé, da uomo che non teme le ombre della notte, si incamminò verso il lampione successivo. La regola non scritta dei vetturini era di stazionare con le diligenze ogni tre o quattro lampioni, a sonnecchiare e far sonnecchiare i cavalli, in attesa di un improbabile ma non impossibile cliente. Doveva percorrere poche decine di yarde, e sarebbe stato al sicuro. Lanciò una rapida occhiata dietro di sé, sforzandosi di farla apparire casuale e non ansiosa. Oltre il buio assoluto della strada, al lampione dietro, c'era soltanto un capannello di donnette miserabili, accucciate sul marciapiede a cucire, per risparmiare le candele. Niente carrozze. Due, al massimo tre aree buie. Cercò di convincersi che fosse una buona notizia. C'era qualcosa di profondamente primordiale, nella tenebra completa oltre le ultime ombre del lampione a gas. L'illuminazione elettrica si stava diffondendo rapidamente, e nemmeno ricordava l'ultima volta che era stato costretto ad avanzare a tentoni, incespicando su pietre sconnesse, indagando con la punta del piede il limitare del terrapieno, le braccia tese in avanti, per prevenire l'impatto contro un palo o - non pensarci, non serve a niente pensarci - qualcos'altro. Il buio assoluto aveva cominciato appena ad attenuarsi, quando con la mano toccò qualcosa di caldo, cedevole ma solido. Qualcosa che incombette, emergendo dall'ombra. Lanciò un urlo e saltò all'indietro, il bastone pateticamente alzato per difendersi. Con un sorriso lascivo, reso grottesco dal belletto sbavato dai clienti precedenti, la sgualdrina avanzò. Aveva le poppe così scoperte che l'orlo superiore dei capezzoli sobbalzava a ogni passo, i capelli che cadevano da tutte le parti, appesantiti dall'umidità e dal luridume. Su un lato del naso le si gonfiavano dei porri enormi, come un'infestazione di funghi, che scendeva fino al lato della bocca. "Cosa fa un gentiluomo da solo nel buio, a tastare e cercare? Vuoi divertirti, milord?" L'uomo inghiottì il terrore, insieme al dolore alle reni, che sembrava centuplicato per lo spavento. "Togliti di mezzo, puttana - ansimò - devo raggiungere la stazione delle diligenze." Lei non si scompose e non si scoraggiò. Scomporsi e scoraggiarsi era controproducente, nel suo mestiere. "E mentre la raggiungi, non vuoi divertirti? Per mezzo scellino, puoi ficcarmelo dove vuoi, per uno scellino, prima di ficcarmelo te lo prendo in bocca. Scommetto che tua moglie non te l'ha mai preso in bocca, milord. Vieni, senti cosa si prova, quando te lo stringo con le labbra e te lo bagno ben bene con la..." "Togliti!" Servendosi del bastone, per non toccare quel corpo lurido, la spinse via, con tale violenza da farla incespicare, e passò oltre. La puttana sparì nel buio primitivo che precedeva la luce, e l'uomo si lasciò alle spalle l'odore acido della sua pelle non lavata e le sue imprecazioni, molto più volgari di qualsiasi cosa avesse udito in vita sua. Molto più forti, anche. Aveva l'impressione che l'avrebbero sentita fino a Chelsea, come minimo. Ne sarebbero serviti, di Jack, per ripulire quei bassifondi dalla feccia che li infestava. Lasciando da parte ogni precauzione, spiccò la corsa finché non raggiunse il palo di ghisa, elegantemente incurvato, del lampione. Ci sbatté contro, vi si aggrappò come a un ramo sporgente su un abisso. Doveva aver percorso poco più di quaranta piedi, e gli sembravano mille yarde. La luce successiva sembrava trovarsi in un altro mondo. E la strada sotto quella luce era vuota, deserta. Lo aspettavano altre due immersioni nel buio. L'avrà sentita? Quanto attira l'attenzione una puttana che inveisce, in un quartiere simile? Sperò che fosse ordinaria amministrazione. Non ne aveva idea. Si era sempre tenuto alla larga da quei sudici sobborghi, come deve fare un gentiluomo, e alla soglia dei sessant'anni, poteva a buona ragione vantarsi di non avere la minima idea di quali pratiche la sgualdrina parlasse, nei suoi inviti rivoltanti. La rispettabilità non gli consentiva nemmeno di soffermarsi a pensarci. La rispettabilità lo aveva portato a ereditare lo studio notarile che già era stato di suo padre, e che sarebbe diventato di suo figlio, la rispettabilità gli aveva fatto volgere l'attenzione verso studi di elevato spessore e cultura, in quegli anni in cui i gentiluomini si dedicavano alle scoperte più importanti. La rispettabilità portava a essere eccentrici, per le proprie scoperte. La rispettabilità portava a morire, per le proprie scoperte. Il terrore gli premeva la testa, dietro gli occhi, tanto che temette sarebbero schizzati fuori dalle orbite, prima che potesse controllarlo. Serrò forte le palpebre, avvertendo il sudore diaccio che gli si raccoglieva al margine superiore delle sopracciglia, come acqua su una grondaia. Il plico era incollato ai palmi appiccicosi. Tornare nella tenebra, anche se lo fece soprattutto per allontanarsi dalla puttana e da ciò che poteva aver attirato, fu l'atto che chiese più coraggio, di quanto ne avesse mai dovuto avere in vita sua. Quando un gatto sfrecciò da qualche parte nel buio, a una certa distanza da lui, fu sicuro che se la sarebbe fatta addosso. Creature che corrono nel buio, che nel buio vedono. Che nel buio cacciano. Non mi ha seguito. Sono riuscito a seminarlo, a forza di cambi. I reni sembravano volerglisi staccare dagli ancoraggi che li tenevano al loro posto e cadergli fuori dal ventre. Pulsavano, sembravano gonfiarsi, e presto il dolore sarebbe stato troppo acuto per ignorarlo. Il lampione si avvicinava sempre di più. Cominciò a smettere di preoccuparsi di inciampare. Se fosse caduto, si sarebbe semplicemente rialzato. C'era di peggio. Di molto peggio. Prenderò un'ultima carrozza, tornerò a casa e telegraferò a Scotland Yard. Anzi, al Times, al Daily News, e a tutti i giornali. Entro domani mattina, sarà di pubblico dominio. Ho tutte le prove per dimostrare che il merito è mio. Nessuno potrà contestarlo. Se solo la luce fosse stata più vicina. Se la notte non fosse stata così buia, viscida di umidità, che soffocava luna e stelle e premeva sugli occhi, come un panno soffocante. Era la tenebra in cui le prede vengono azzannate, scosse, trascinate in un vicolo. Sotto lo stimolo dei reni malati, la vescica si contrasse, ricordandogli che Dio, creandolo, non aveva pensato di fare di lui un eroe. Ma Dio sembrava aver deciso di essere benevolo. Il gentiluomo tese il braccio, toccò il palo, benedetto, benedettissimo palo che lo tirò fuori dal buio per farlo tornare un essere umano nel mondo civile. Quando vide, sotto il lampione successivo, accanto al dislivello del marciapiede, l'enorme scatola nera su ruote di una carrozza ferma, in attesa di clienti, a proiettare ombre nella penombra che si dissolveva nel buio, sentì che avrebbe potuto piangere di gioia. Tutti sapranno, e sapranno che sono stato io. Sono vecchio, sono malato, ma non sono vissuto per niente. Sta per aprirsi una nuova era, e spalancherò io quella soglia. Prima di immergersi per l'ultima volta nel buio, si tastò la giacca, in cerca del piccolo oggetto che avrebbe dimostrato il suo genio, la sua scoperta. Sotto le dita, attraverso il tessuto, sentì le piccole superfici, dure e arrotondate, che si urtavano a vicenda, nel loro involucro di velluto, il sacchetto che le conteneva. Per la prima volta da quando aveva preso bastone e cappello, per correre fuori dal suo studio, dopo che l'urto del suo inseguitore - predatore - aveva frantumato il vetro e dissolto la fiamma della candela in un nastro di fumo, sorrise. Non morirò vecchio, dimenticato da tutti, a urlare di dolore mentre il cancro mi sbrana i reni, il fegato, e solo Dio sa cos’altro, prima della fine. Io vivrò, e il mio nome vivrà per secoli, dopo di me. Si trovava immerso totalmente nel buio, ancora troppo lontano per poter chiamare il vetturino, quando sentì l'odore.
  6. Violaliena

    Attila [Sfida#1]

    Commento Attila Niente tranquilla colazione tra chiacchiere e indagini, Sara è schizzata via al mattino presto senza neppure salutarla. È ancora furiosa per le intromissioni nella propria vita sentimentale. Così Luna sorseggia un solitario caffè architettando il modo di far pace con la coinquilina. Vederla sempre triste e sfiduciata le moltiplica la voglia di sfornare Piani Cupido per cercarle l’anima gemella. Per Luna un affare di cuore non è serio se non ci si applica con delle strategie adeguate, mentre a riguardo Sara è cocciuta e parecchio sfuggente. Luna spalanca la finestra, riordina la cucina e si prepara a progettare il suo giorno di riposo. Per una volta è libera di girellare per la città senza i gruppi di turisti e i promemoria sulle cose da mostrare. programma: vetrine e ancora vetrine! Alternando lampi di entusiasmo e avvilimento s’infila nei pantaloni candidi a vita bassa. Con quelli i suoi fianchi “enormi” servono a qualcosa rendendola assai femminile. Ci abbina una impalpabile canottina rossa. Si specchia compiaciuta e lancia due improperi alla frangia che non vuol saperne di starsene dritta giù, poi prende in prestito gli orecchini dell’amica, che sono blu, ma sono gli unici pendenti che riesce a trovare. Certo a Sara stanno meglio, ma l’effetto finale le piace comunque. Scivola in strada leggera e veloce, diretta verso il centro commerciale. Scende dall’autobus qualche fermata prima dell’obiettivo, adora camminare a piedi. Raggiunge l’outlet affollato. Il tempo passa veloce, emerge trionfante col bottino pressato in un grosso borsone. Le riserve di buonumore non sono ancora esaurite, decide di tagliare per una stradetta laterale, scorciatoia che le farà raggiungere il McDonald e la fermata della metro. Cammina svelta, considerando che ha saltato colazione in fondo. All’improvviso qualcosa di scuro e peloso piomba sui suoi capelli e le artiglia la spalla. È caldo, vibrante, ansima fortissimo e possiede occhi giallastri che la fissano feroci. Dopo un attimo di orrore, Luna capisce che si tratta solo di un gatto, un felino piovuto dall’albero, che le sta massacrando una spalla. Dolorante gli urla di scendere, ma quello terrorizzato si aggrappa sempre più disperatamente a lei. Luna cerca di toglierlo da lì mentre le zampette si agitano frenetiche tra i suoi capelli e tirano i fili della canottina. Non riesce a farlo sloggiare però, perché la bestiaccia è troppo indietro agganciata alla sua nuca. -Oh brava l’hai preso! Ti prego fermalo: non farlo scappare! La padrona ci ammazza se lo perdiamo» urla una vocetta. È un bambino sui dieci anni con una zazzera di riccioli rossi. Saltella frenetico strillando senza sosta. Il dolore alla spalla è lancinante, le unghiette sono taglienti e la bestiola annaspa per tenersi in equilibrio. Intanto il ragazzino continua a urlarle ordini confusi senza fare nulla di intelligente. Esasperata Luna fa un movimento brusco e finisce per terra. Meraviglioso quando si indossano pantaloni candidi! -Oh no stia attenta! Avanti Biagio adesso prendilo!» aggiunge un’altra voce maschile alle sue spalle. Questa voce è decisamente più adulta. Magari è il padre dell’idiota zompettante… Luna si rallegra di avere a disposizione un adulto cui addebitare i danni. Il ragazzino urlatore persiste nei tentativi blandire la belva assassina, continua ad apostrofarla come “Bella” ma è inutile. Poi arriva la mano benefica e risolutrice che afferra la palletta di pelo e artigli. Mano decisa e gentile al tempo stesso. Il proprietario della mano è più abile di un mago, all’istante il mostro sbuffante si ritrasforma in un normale micino. Il salvatore ha i capelli rossi come il ragazzino, ma lui è una visione celestiale che le sorride con imbarazzo «Sta bene?» Luna coarta in frazioni millimetriche la sua giusta indignazione: non si litiga con un angelo! Ha un sorriso tanto dolce questo ragazzo. Chino su di lei ha quel ciuffo ramato che gli copre un occhio del tutto, l’altro è nascosto dietro gli occhiali ma ha un colore incredibile tra il verde e l’azzurro. Bellissimo. A Luna sembra di essere già morta e riatterrata in paradiso. Ha appena realizzato che il coso saltellante coi ricci non può affatto essere il figlio del suo angelo: è troppo grande! Lui ripete piano la domanda «Tutto bene?» E ora le tende persino la mano, da vero cavaliere. Sembra capitan Harlock. Gli sorride anche lei, nonostante rabbia e dolore aggravati dalla situazione patetica in cui si trova. Intorno a loro si è radunata gente, oltre all’angelo, al ragazzino e al crudele felino, è apparso un uomo più anziano e altre facce giovani che indossano un camice. «Scusi signorina si è trattato di un imperdonabile incidente. Sono il Dottor Vaini. Naturalmente le ripagheremo tutti i danni e se desidera l’accompagniamo in ospedale per le medicazioni.» Luna minimizza tesa solo a capire che ruolo abbia lì in mezzo il suo angelo. Giura di star bene, ma non osa guardare come siano ridotti i suoi abiti. Il dottor Vaini insiste per farla accomodare in una specie di ambulatorio. La fanno sedere e le offrono da bere. Lei chiede di andare in bagno per lavarsi le mani. Nello specchio purtroppo vede i fili tirati e i tristi buchi nella magliettina e i pantaloni leopardati di sporco. La spalla ha un ricamo di graffi rossastri che bruciano un sacco. Fuori sente discutere il dottore e il suo angelo, però non afferra le parole. Esce piuttosto avvilita. L’angelo premuroso le chiede se voglia chiamare qualcuno. Luna fa cenno di no. «Allora venga, le medico quei graffi, devono bruciare un bel po’.» Mentre lo segue docile Luna ritrova la parola «Sei un medico?» Lui sorride, con quello stesso stratosferico sorriso: «Veterinario… però per un graffio potrebbe bastare. Ma se vuoi ti posso accompagnare in ospedale» «No mai! Tutto quello che sa di medicine e ospedale mi fa terrore. Mi vai benissimo tu, grazie. E tanto non sono grave, no?» «Certo che no!» le regala ancora un sorriso in cui Luna affonda senza scampo. Le disinfetta i graffi, con tocco leggero, delicato. Non è strano per un angelo incorporeo Mentre lui la medica, Luna annota mentalmente il nome stampato sulla targhetta “Moraldi” . Servono tutti i dati per allestire un piano Cupido che sia almeno decente. Si rende conto di fissarlo senza parlare e indaga «Cosa aveva quel gatto psicopatico?» L’angelo ha l’aria mortificata e racconta che il felino era solo terrorizzato, era schizzato fuori dalla finestra rifugiandosi sull’albero. Maldestri tentativi per recuperarlo l’avevano fatto infuriare ancora di più. Ammette che il ragazzino lo aveva fatto spaventare. È lampante che l’angelo sia preoccupato, Luna cerca di capire il perché. «Birba è di quel ragazzo?» «Biagio è una specie di nipote. Lui non doveva stare qui oggi. Solo che non c’era scuola e per dare una mano a mia cugina ho deciso di portarlo con me.» «Oh e ti occupi anche dei figli dei tuoi cugini? Incredibile! Io a volte neppure ricordo quanti fratelli ho.» «Sai? Quello è il minimo che posso fare, mi ospitano. E poi Biagio è un ragazzo intelligente e simpatico, solo che non ha mai avuto un gattino e non sa come maneggiarli.» Luna fa un rapido riepilogo delle virtù dell’angelo veterinario: altruista, riconoscente, disponibile. Semplicemente magnifico. Ma serve un vero punto di contatto con e forse le è appena germogliata una luminosa zoologica idea. «Verissimo!» aggiunge con aria ispirata. Lui la guarda con simpatia e lei incoraggiata prosegue «Quindi micio non odia le bionde! Magari avrà sentito l’odore del mio cane. Possibile?» «Oh hai un cane? E di che razza?» le sorride di nuovo. « Beh è un… un… Non l’ha capito nessuno! Perché lui è un incrocio, un grosso incomprensibile incrocio!» «Guarda che non c’è nulla di male a chiamarlo “meticcio”, per i cani non è mica un’offesa. E comunque sono i più belli perchè sono unici. È molto grande?» «Oh sì, grosso, grossissimo, e ci causa un sacco di problemi. Ed è vivace, ma a me piace per quello! «I cani grandi sono anche i miei preferiti. Come si chiama?» «Attila!» L’angelo ride «…con quel nome, ci credo che non sia tranquillo. Io spero che stia sempre bene, ma se ne hai bisogno per qualunque cosa, portalo pure qui. Riceverai un trattamento di favore. Sei davvero gentile e comprensiva. Io, è da poco che lavoro qui e mi rincresce creare dei problemi al dottore che è una persona adorabile.» «Tranquillo, nessun problema. Sto bene. Adesso chiamo un taxi e vado a casa.» Il dottor Vaini ritorna dentro per informarsi, a Luna pare un po’ arrabbiato con l’angelo, così pensa di sedare gli animi parlando del suo cane immaginario Attila. Il nome piace assai pure al dottore: lo ha scelto proprio bene. Luna prende nota che per simpatizzare con un branco di veterinari un bel cagnolone è essenziale. Il dottor Vaini si scongela del tutto quando sente delle origini teutoniche della famiglia di Luna, anche lui ha antenati provenienti da quella regione. Iniziano a parlare in tedesco e Luna è sempre più euforica. Quando arriva al punto in cui dichiara che fa l’operatrice turistica li ha già conquistati del tutto e ha scoperto che il suo angelo si chiama Nico. Il taxi arriva anche troppo presto e Luna è costretta a salirci in compagnia del suo borsone strapieno e di una serie di campioncini di shampoo per cani, bastoncini, croccantini e cibo in scatola. Mentre si allontana le spiace di essere una terribile bugiarda e di non avere per davvero un peloso amico a cui portare quel tesoro di cose sfiziose. Magari potrebbe adottarne uno: sarebbe un cane fortunato già fornito di veterinario di fiducia. Sarebbe pure un’opera buona, quella di accogliere un trovatello. Al muso lungo di Sara gioverebbe parecchio un po’ di pet therapy. Subito dopo le vengono i brividi mentre s’immagina il suddetto cane enorme sdraiato sul letto, magari sopra il copriletto con la stampa Missoni. E poi chissà quanto mangia una bestia così grossa. E Sara? Che ne direbbe di un piccolo Attila che invade il loro micro-soggiorno ed è più ingombrante del divano di Ikea?
  7. Ospite

    La scorreggia

    Il mio commento LA SCORREGGIA Racconto umoristico magari mal riuscito che analizza l'impatto sociale delle scorregge È una strana sensazione essere morti. Tutti pensano che non si sia più in grado di percepire ciò che accade intorno al cadavere del povero disgraziato di turno, ma non è così: si sente tutto, si percepisce tutto. Ed è terribile per certi versi perché senti il formicolio al naso e non puoi grattarti. Io ad esempio, quando sono morto, ho emesso una rumorosissima scorreggia. Si dice che sia naturale, ma gli impresari funebri forse per trattenere il riso o forse per necessità, sono stati costretti a lasciare la stanza. Una bella sensazione: era una vita che me le tenevo. Vuoi per rispetto nei confronti di mia moglie, che le scorregge le odiava, vuoi per una questione di pudore, io non ho mai scorreggiato. Sembra incredibile, ma è vero: ho passato una vita senza scorreggiare. Ed è una sensazione terribile, lo assicuro: si ci sente sempre pesanti, sempre gonfi e un po’ malconci. Come un dolorino qui, appena sopra l’inguine. Una cosa terribile, per davvero. E invece da morto mi sono sentito per la prima volta realmente libero: quanto è bello scorreggiare. Non dimenticherò mai le facce degli impresari funebri, impettiti nei loro completi scuri. Io li odio. Li ho sempre odiati, forse anche più di quanto odi gli avvocati. E gli avvocati li odio veramente tanto! Al funerale è andato tutto bene. Mia moglie piangeva, i miei figli giocavano con quei maledetti cosi che dovrebbero essere usati per telefonare. Persino a tavola li usavano, figuriamoci al mio funerale. Che generazione di ingrate teste di cazzo: uno fa tanto per loro e poi si inculano a vicenda con quei maledetti aggeggi. Ho trattenuto le scorregge per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Quindici anni di matrimonio non sono tanti, ma neppure pochi; se poi sono aggravati da quella pesantezza che mi portavano mia moglie e il suo puritanesimo sono decisamente troppi. Forse chissà, sono morto proprio perché evitavo di scorreggiare. Mia moglie, poveretta, al mio funerale piangeva. Io ero al suo fianco e contemporaneamente dentro la comoda bara, e avrei tanto voluto confortarla, ma lei non mi sentiva. Ci fu un attimo di silenzio, persino mia moglie, la poveretta, aveva smesso di singhiozzare. E proprio in quell’attimo di silenzio, dall’interno della bara, il mio corpo ha emesso un’altra scorreggia che è riecheggiata per tutta la chiesa. Sono sempre stato un fiasco nei rapporti sociali e spesso mi rendevo da solo conto di come mettessi in imbarazzo mia moglie. Ma tutto quello che ho fatto in vita non potrà mai essere paragonato a quando la scorreggia riecheggiò per tutta la chiesa. Qualcuno si mise sguaiatamente e poco educatamente a ridere, qualcun altro trattenne il riso. Mia moglie, sotto quell’ennesima umiliazione, non poté far altro che piangere ancora. Considerando che in media un essere umano emette quattordici scorregge al giorno e che io le ho trattenute tutte per quindici anni, avevo ben settantaseimilaseicentocinquanta scorregge di scarto. E devo ammettere che dopo la mia morte le ho fatte tutte! Ricordo ad esempio il giorno quando iniziarono a mangiarmi gli occhi. Io non volevo che li mangiassero, ma non potevo far nulla per evitarlo. E poi una puzza terribile e persino gli insetti se ne andarono! Benedette scorregge, mi hanno salvato gli occhi! Durante la mia vita matrimoniale mi sono spesso trovato nella condizione di dover scegliere tra il poter scorreggiare e mia moglie. Visti i risultati voi già sapete quale fu allora la mia scelta; e forse fu anche quella giusta, almeno per me. Mia moglie era incredibilmente bella e odorava sempre della campagna nella quale era cresciuta. Forse per un attaccamento all’infanzia, chissà. Quando la conobbi indossava una gonna a fiori che le sfiorava dolcemente le caviglie. Rideva educatamente sotto la mano lì messa per pudore e io ne fui attratto. Uscimmo a mangiare tre mesi dopo (ero un fiasco con le donne, timido e spesso mal curato) e la portai a mangiare pesce. Inutile dire che proprio allora emisi la mia ultima scorreggia: lei dapprima rise, poi si fece seria e mi disse che non avrei dovuto più farlo. Se qualcuno oggi mi chiedesse cosa intenda io per amore, di certo direi che l’uomo che ama la donna avita per scorreggiare per quindici lunghissimi e dolorosissimi anni. Ma adesso che sono morto e ho finito tutte le mie settantaseimilaseicentocinquanta scorregge, adesso che gli animaletti odiosi hanno iniziato di nuovo a mangiarmi, non mi resta che osservare il mio corpo che lentamente smette di essere tale. E medito sull’esistenza e sulla vita: incredibilmente da morti diventiamo tutti filosofi. L’altro giorno ho incontrato il fantasma di Moana Pozzi che mi disse di trovare la tesi Heideggeriana interessante e inconfutabile, ma che tuttavia poteva essere raggirata. Persino le pornostar diventano filosofe, e questo lascia molto pensare sull’esistenza. Oggi sono passati otto anni dalla mia morte: mia moglie si è risposata con un tipo che fa le scorregge di nascosto. Probabilmente il suo amore non è poi tanto vero come sostiene. I miei figli continuano a giocare con quegli schifosi aggeggi. La tecnologia ha fatto passi da gigante e qualche nerd ciccione ha inventato un apparecchio che maschera le scorregge non solo silenziandole ma facendole profumare i pino silvestre. A saperlo prima. E oggi, a otto anni di distanza, osservo ancora la mia vita e medito sull’esistenza. Finalmente però ho scoperto cosa sia l’esistenza, cosa sia la vita. E poi non era poi tanto difficile, ci voleva solo un po’ di impegno. La vita è Dio che, morendo, emette una terribile e puzzolentissima scorreggia.
  8. Commento (Sfida 2 "viaggiatore nel deserto") BREVE DELIRIO INSENSATO DI UN UOMO SUGLI UOMINI, SUL DESERTO, SULLA VITA, SULLE STELLE, SULLE COSE ALIENE, SUL SENSO, SUI SENSI, SULLE COSE SENZA SENSO E SU UNA COSA CHIAMATA “CODARDIA” CHE È, INVERO, L’UNICA COSA CHE MERITA LA MEDAGLIA AL VALORE PER IL CORAGGIO. Scappare, da sempre, è considerata la “virtù” dei codardi. Scappare da tutto e da tutti, anche da se stessi è, per quanto assurdo possa sembrare, la scelta più coraggiosa che un uomo possa fare nell’arco di una intera esistenza. Perché la scelta di lasciare tutto e fuggire lontano, alla disperata ricerca di un attimo di libertà, di un brivido mai provato, di una serenità che si ha solo sognata durante quelle rare notti di piacevole sonno non interrotte da atroci incubi. E spaccare quello specchio, illudendosi di poter fare del male a quell’immagine riflessa; illudendosi di poter cambiare qualcosa nella misera esistenza nella quale siamo stati gettati come pedine di un sadico gioco; con l’angoscia perenne, la malinconia incalzante, l’insolito mal di vivere che, in genere, viene scambiato per mal di morire. La routine quotidiana diventa una dolorosa agonia: svegliarsi al mattino, consumare una misera colazione, buttarsi sotto la doccia, uscirne, asciugarsi, spazzolare una, due, tre, quattro, cinque volte i denti; vestirsi, uscire di casa, andare a lasciare i figli a scuola, andare nel misero ufficio, lottare con i clienti. Uscire, prendere i bambini, tornare a casa, cucinare, mangiare, riposare, spazzolare una, due, tre, quattro, cinque volte i denti; mettersi le scarpe, uscire. Tornare in ufficio, lottare con i clienti, prendersi una pausa. Tornare a casa, cucinare, accendere la televisione, ignorare i bambini che giocano; metterli a letto, tornare davanti la televisione; addormentarsi sul divano. E ricominciare daccapo. Giorno e notte diventano relativi, niente più giorni festivi, niente più giorni lavorativi, niente più sole, niente più luna: quando a stento si ha la forza di aprire gli occhi non si fa più caso a queste cose. In breve è la vita stessa ad alienarsi e noi stessi ci alieniamo, seguendo la sua scia. Di colpo “abbasso il potente” e “proletariato” divengono: “abbasso la vita” e “vivente”. Il comunismo diviene da utopia a realtà, ma in un modo diverso: diventa un comunismo vitale, per così dire. La stanchezza si trasforma in malattia, la malattia in morbo mortale, incurabile, virale. E non rimane altro da fare se non scappare, per evitare di morire. O forse per evitare di vivere. Perché sì: per quanto possa sembrare assurdo, l’unico modo per continuare a vivere è lasciarsi la vita alle spalle. E, bisogna ammetterlo, ci vuole coraggio. E di colpo la routine cambia radicalmente. Svegliarsi la mattina, procurarsi del cibo, camminare. Sprofondare nella sabbia, combattere contro il caldo e la sete, lottare per la sopravvivenza. Cercare un’oasi verdeggiante, sognare l’acqua; guardarsi intorno: non vedere nulla. I palazzi adesso sono fatti di sabbia: enormi dune candide, che si formano e si sformano come nulla fosse; e di colpo ti rendi conto che non sono i Romeni o gli Armeni o gli Italiani o gli Americani la migliore mano d’opera: è il vento. E costa pure di meno, anche se è un po’ più rompicoglioni. Trovare della legna, accendere un fuoco, rannicchiarsi lì vicino per sopportare il freddo. Riflettere su come sia volubile la vita: un giorno vedi solo palazzi di cemento, un altro solo di sabbia. Di giorno il sangue ti bolle nelle vene, di notte rischi di morire assiderato. E pensare che non ti è mai piaciuto il caldo. Sperare che non arrivi qualche animale a mangiarti vivo, pregare un Dio al quale non hai mai creduto, addormentarti nel silenzio della notte, guardando le stelle. Non avresti mai pensato che ce ne fossero così tante. In città se ne vedono poche, giusto uno o due miliardi; adesso ne vedi così tante da immaginare che sia giorno. Centinaia e centinaia di miliardi di piccole lucette in lontananza che ti fissano avidamente. Perché sì: le stelle sono come miliardi di occhi che ti fissano, supplici del perdono per azioni compiute da uomini innocenti. E il tuo ultimo pensiero, prima d’addormentarti, va proprio a quelle stelle: cosa avranno mai fatto per fissarti in quel modo? Costrette nel gelo dello spazio, immobili e immutabili. E pensare che non sai nemmeno se tutte quelle stelle ci sono ancora. La solitudine ti spaventava, ma ormai non ci fai più caso: non ti mancano le persone né le loro voci e, a dire il vero, hai quasi dimenticato che suono ha una voce. E che calore ha un abbraccio. Continuare a camminare diventa vitale: spostarsi di giorno in giorno, sprofondare nella sabbia, sudare, cercare dell’acqua. Non si ci fa nemmeno più caso dopo un po’, diventa normale, naturale. E si ci rende conto che si è di nuovo piombati in quella stessa routine, in quella stessa agonia, in quella stessa malinconia, in quella stesa lenta, triste, misera, dolorosa vita di sempre. E l’alienazione ha un nuovo significato. Eppure questa volta non ti pesa e a stento riesci a pensare: non sei più un uomo, ma un camminatore: uno che cammina per vivere e vive per camminare. Il deserto diventa il tuo mondo e il mondo il tuo deserto, l’acqua diventa la tua sete, la sete la tua unica fonte d’energia. E hai dimenticato tutto, di nuovo. Il comunismo vitale diventa comunismo mortale e “abbasso il potente” e “proletariato” – che erano diventati “abbasso la vita” e “vivente” – diventano: “abbasso la morte” e “morente”. Eppure, nonostante tutto, non stai male. Si ci sente diversi quando non si ha più la possibilità di sentire. Si ci sente vivi solo quando non si ha più vita. Si ci sente liberi solo quando non si ha più un motivo per volere la libertà. E, intanto, ogni notte, prima di addormentarti, fissi quei piccoli puntini di luce in lontananza che ti fissano a loro volta: come occhi supplici del perdono per azioni compiute da uomini innocenti.
×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy