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  1. Trilce

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    http://ultimapagina.net/forum/topic/504-violino/?do=findComment&comment=4847 Il pensiero come vapore sospeso nell’aria; lo respiravo, giorno dopo giorno, non era nebbia, non aveva forma. Sentivo la sua presenza intorno a me, attraversava la mia mente per poi restare nella mia testa. Ero scontenta, confusa, irrequieta, disperata… Fuggì di casa, allontanandomi di questa presenza che mi rendeva oppressa. Non capivo cosa fosse, un angelo? il fantasma di un famigliare morto? dio? O semplicemente stavo impazzendo, disincantata delle mie carenze, dei vuoti di memoria, delle false promesse, delle idee scontate… Il fumo mi resse leggera, mi aprì gli occhi, un terzo occhio che mi permetteva di vedere l'invisibile. Come un pulsante per accendere la luce, ma questa luce rivelava tutto quel che era nascosto, oltrepassando le persone e gli oggetti. Tornai a casa, tollerante, cosciente dei miei sbagli, dei miei utili egoismi anche se solo a me stessa, e dopo la dolce caduta, non approfondì nell’abisso, lo guardai dritto negli occhi; con serenità mi raccontò tutto quello che da una vita mi avevo chiesto, sciogliendo le mie insicurezze, trattenni il fiato, rallentando i battiti del cuore, solo per continuare a sentire la sua voce sottile. Come non posso che essergli riconoscente? Se in ogni sua parola, sembrava materializzarsi nei libri che leggevo, come scritte dalla mia stessa mano, perché non era per capacità né talento, era perché lo capivo intensamente, ogni emozione morta nel passato, stampata nel foglio giallastro era ora mia, e la sua anima era risorta in me, mi avevano impossessato. Un’immortale legione di anime che hanno bruciato in me per sempre ogni senso di solitudine.
  2. Ehi amico, ce l'hai una storia dico... Allora vivevo ancora nel paese in cui sono nato. Non c’era nulla in quel borgo, poche famiglie e molti vecchi consumati più dalle mancate telefonate dei figli che dalle malattie. Eppure c’era una sera, un’unica sera d’estate, in cui quella gente sembrava scrollarsi di dosso il torpore che la opprimeva. Intorno alla metà di agosto, presso il convento francescano, si teneva una festa in onore della bella stagione. L’abbazia era situata sul fianco della collina e due incantevoli ruscelli le scorrevano vicino; i monaci, dal canto loro, ne avevano molta cura e l’adornavano con fiori variopinti e profumati. Quell'anno andai alla festa del convento con Michele, un ragazzo della mia età, magro come un chiodo, che viveva due case dopo la mia. Tutti lo chiamavano Spazzola, non so se per l’orrenda pettinatura o per il padre netturbino. A questa festa di paese, Spazzola ed io, presi dalla noia, ci ubriacammo a dovere. S’impadronì di noi una strana fretta di vivere, quasi ci sentissimo braccati dallo scorrere inesorabile del tempo e, forse, era davvero così. Saltando da una botte all'altra riempivamo più bicchieri di quanti ne riuscissimo a bere, fregandocene degli sguardi grevi e impietosi che ci rivolgevano. Finimmo, ubriachi come asini, a camminare per la festa reggendoci l’un l’altro e pestando, più di una volta, i mocassini d’occasione della gente. Le luci, la musica, le parole, tutto diventava più forte nelle nostre teste. Così, brilli e frastornati, ci allontanammo svelti dal convento e dalla festa. Non ricordo come, ma, insieme a Spazzola, mi ritrovai sdraiato lungo la vallata di là dal torrente. Ormai lontani da tutto, contemplavamo il cielo cercando fra le sue tante stelle una che avesse per noi risposte o miracoli; ma si sa: i miracoli capitano solo a quelli fortunati. “Ehi amico - disse Spazzola - i miei genitori mi hanno sbattuto fuori di casa”. “Che hai combinato?”. “Per sbaglio ho dato fuoco ad una pentola, quella buona dico”. “Tranquillo, tanto ti tornano a prendere. Credo”. Tante volte anch’io ero stato messo alla porta, per cose ben più gravi di una pentola, ma alla fine erano sempre tornati a prendermi. Di quegli anni ricordo con nostalgia le curiosità malate, i primi amori e le litigate coi genitori, quelle stupide, che volevano insegnarti la vita ricordati che l’età delle cazzate era finita, che era ora di riporre la fionda e annodare la cravatta. “Spazzola, ma tu, i sogni ce li hai?” chiesi. “Ma scherzi amico?! I sogni ti fottono dico”. “Perché?”. “Se li insegui diventi pazzo dico, e poi le persone ti ammazzano perché sei pazzo. Se invece ci vai contro, è la tristezza ad ammazzarti amico”. “Mmh, se sei convinto tu”. “Fidati amico. Ehi, dico, secondo te, in paradiso il cielo si vede così bello?”. “Secondo me non si vede proprio”. “Il paradiso è una merda”. Il freddo della notte cominciava a scendere sulla vallata e il suono del ruscello arrivava vagamente alle nostre orecchie. Eravamo ubriachi, ma per la prima volta avevamo la sensazione di vivere in un mondo vero, vivo. “C’è una ragazza che mi piace” dissi a Spazzola. “E quindi?”. “Non ho il coraggio di farmi avanti. Temo di rovinare tutto”. “Ehi amico, sei felice quando stai con lei?”. “Sì”. “E allora tira fuori le palle dico, non lasciare intiepidire la roba. Quella pentola non le lasciava intiepidire… Vai e prenditela! Se ti fa felice amico”. Spazzola la faceva facile per qualsiasi cosa. Viveva giocando le sue carte, buone o brutte che fossero e, se perdeva, si ubriacava. C’era una certa filosofia in quello che faceva, una certa disperazione in come lo faceva. “Ehi amico, hai mai pensato a qualche roba strana, di quelle che costano parecchio?” chiese. “Diavolo no, quella merda ti fotte il cervello”. “E che ci devi fare del cervello?”. “Ci devo scrivere” risposi. “Scrivi bene? Cioè, dico, sennò che ci devi fare di una cosa scritta brutta”. “Boh, non so se scrivo bene. Frattanto scrivo che poi vediamo”. “Fai bene amico, semmai leggerò un libro, sarà un tuo libro”. “Tu che ci devi fare col cervello?”. Non rispose mai. Si alzò e andò a vomitare vicino a una pianta d’ulivo. Ci stette vicino un bel pezzo, poi tornò a sdraiarsi sulle margherite. Quella sera uno strano odore si era preso la vallata; era l’odore di un barbone buttato sul marciapiedi, di un disertore, di un figlio, di un orgasmo, qualcosa come di libertà. Una cicala donava al vento i suoi accordi più alti. Mi alzai e andai verso l’ulivo più vicino. Un anno più tardi Spazzola venne arrestato per possesso di stupefacenti. Quel giorno mi sorrise e disse: “Ehi amico, tu che ce l’hai ancora un cervello dico, scrivi qualcosa di bello anche su di me”. Anche se con qualche anno di ritardo, ci ho provato amico mio. Per quel che mi riguarda, continuo a scrivere e a sognare. Un giorno pubblicherò un libro e Spazzola avrà qualcosa da leggere in cella. Ma, se così non dovesse andare.. Beh, sono certo che torneremo sulle margherite per fare domande alle stelle.
  3. Trilce

    Donna di fuori

    Tutti i fenomeni indecifrabili accadono di notte. Ed io da ianatica alimentava nutrendo la curiosità che si espandeva pagana ascoltando senza estraneità, popolando la mente che faceva di ricettacolo di numerosi voci, che intrecciate sembravano di tessere frasi che mi connettevano con l'ignoto, cariche d'incantesimi che mi trascinavano verso un affascinante bosco. E così sono saltata dal letto, uscita dalla stanza, e persino di casa. Attirata da una forza superiore, aldilà della coscienza, spingendomi ad andare in avanti, come uno spirito errante, addentrando scomparì come una pallida presenza lume, nell'alone dell'orizzonte creato dalla nuvolosa nebbia. Mi sono gettata all'improvviso dopo un impulso iniziale di resistenza che calò col susseguire svaccamento della volontà di potere sminuire sciupata dai sogni subiti. Statico il pensiero, imbianchito si azzerò in un mistero che mi separava tra due mondi. Arrivata in centro a un spoglio campo che si aprì dopo camminare per un lungo sentiero di cipressi, ecco che comparve una presenza più nera dal buio, che però non si confondeva nella penombra. Due occhi rossastri come due gocce di sangue mi fissarono assorbendo la mia ultima essenza. Mi concessi subito a questa forza, potentemente maschile e attraente, e con parsimonia, i miei passi obbedivano le indicazioni di una bussola che mi portavano invaghita da un letargo assonnato, verso di lui. Questa figura in groppa a un cavallo se ne andò, ma la mia conversione alla rinuncia fu inevitabile, battezzata in quel istante, mi fu trasmessa telepaticamente antiche memorie, seminandole nell'inconscio, rinviando l'attesa in un ulteriore incontro. Al risveglio non ricordai come sono tornata, il passato recente, risalito al presente, era di una possente nullità. Un vuoto infelice mi pervase, portandomi a dormire in continuazione per l'intera giornata, recapitandomi nel letto, insecchita da un letargo assorbente che mi lasciava senza energie, prigioniera di un corpo senz'anima, divenendo una donna di fuori, al di fuori di me, dove non c'ero in nessun luogo.
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