Vai al contenuto

Artemide

Utenti
  • Numero contenuti

    14
  • Iscritto

  • Ultima visita

Tutti i contenuti di Artemide

  1. Grazie mille, Gemini! Tra l'altro, se posso, vorrei dire che il tuo commento è scritto molto bene :) Dato che tutti concordano, penserò un po' a rimescolare le sequenze narrative, descrittive e dialogiche per creare più ritmo per i lettori.
  2. Grazie per i commenti, Libero! Sì, l'idea in effetti è quella che hai descritto, forse dovrei leggere questo romanzo della Atwood E la seconda parte...sì, lo so, spero presto!
  3. Complimenti per il racconto! Bella scelta di tema, non c'è niente di più attuale dei cambiamenti climatici. L'ambientazione è molto suggestiva, soprattutto per il paesaggio con le rovine coperte di sabbia, ma anche per i vari dettagli sparsi quà e là. Dura realtà, ma potente impressione narrativa. All'interno della trama questo paragrafo non mi ha molto convinto. Forse sarebbe meglio descrivere il condensatore pubblico prima. Nel paragrafo precedente il ritmo narrativo si alza, è il momento culminante del racconto, e la lunga descrizione/divagazione sul condensatore sembra spezzarlo. Ho inoltre notato vari periodi con la stessa struttura elencativa: "Frase 1, frase 2 e frase 3". Si potrebbe provare con costruzioni sintattiche più varie.
  4. Titolo: Bacio Feroce Autore: Roberto Saviano Editore: Feltrinelli Anno di pubblicazione: 2017 Genere: narrativa Numero di pagine: 387 Copertina: in allegato Proseguendo il ciclo sulla paranza dei Bambini, in «Bacio Feroce» Roberto Saviano continua a raccontare la sua gioventù bruciata portandone la storia alle estreme conseguenze. Tra contrattazioni, violenze, vendette e ritorsioni, i paranzini, guidati da Nicolas ’o Maraja, devono ora rinsaldare il proprio potere sul quartiere di Forcella – fondamentale piazza di spaccio nel centro di Napoli – ed espandere il proprio dominio a scapito delle vecchie famiglie di camorra. L’obiettivo è il potere, sì, ma soprattutto il denaro. E «il limite è 'o cielo». Nella realtà presentata da Saviano «è tutta una questione di soldi». «Nicolas guardava le persone. Qualsiasi cosa doveva misurarla. Quanto guadagni? Quanto vali? A chi stai pagando? Tutto per lui aveva un valore che poteva essere calcolato. […] Tutto per lui si riduceva a una graduatoria di soldi e di potere». È una ricchezza che va mostrata tramite i vestiti firmati, le scarpe alla moda, i Rolex, le auto, tutti oggetti che diventano una misura del valore della persona e un traguardo di vita. Ma è soprattutto importante che provengano da soldi facili, guadagnati senza sudore; l’astuzia, la violenza e la prevaricazione sono invece benaccette. A una giornalista i paranzini dichiarano: «Più che cattivi, noi quello che ci vogliamo prendere ce lo pigliamo. […] Legale è chi se lo può permettere e illegale è chi non se lo può permettere. Si’ illegale fino a quanno non ti compri la legalità». Pensieri e atti dei protagonisti, così distorti e incomprensibili nella nostra logica della normalità, sono dettati da una realtà priva di altra speranza, un mondo dove s’impara e s’insegna solo la legge del più forte, del più ricco, del più potente. La Napoli descritta da Saviano – «Napoli del mare, Napoli della terra, Napoli sotto terra e poi Napoli dei tetti» – è bella, a volte, ma è crudele sempre. È una città di bunker, di aree presidiate, di case, bar e botteghe con segreti ben celati sotto l’apparenza della normalità, e con la connivenza di tutti. I rari flebili tentativi di redenzione da questa realtà sono destinati al fallimento per mancanza di una vera volontà di cambiamento e finiscono addirittura per spianare la strada alla tragedia. Qui non c'è un prete armato di determinazione e compassione, come in "Ciò che inferno non è" di Alessandro D’Avenia, nessuno tenta di permeare il cuore terribilmente duro di questi ragazzi. È per questo che l’unica via è giocarsi il tutto per tutto: non si fermano davanti alla possibilità di morire, di restare sfigurati o menomati, di vivere rinchiusi in un bunker o in un carcere; qualunque cosa pur di non essere gli ultimi, i poveri, i perdenti. Non dobbiamo però dimenticare che Nicolas, Drone, Pesce Moscio, Tucano, Lollipop e gli altri compagni non sono altro che adolescenti – intraprendenti, determinati, impavidi, spietati – ma pur sempre ragazzini ritratti nel tentativo di imitare le imprese dei propri idoli televisivi: i Corleone del film Il Padrino, il Pablo Escobar della serie Narcos e gli storici condottieri rievocati nei documentari. Ne vogliono riprodurre la grandezza e le vittorie, ma con lo slancio innovativo tipico dei giovani e per ciò stesso incompreso dalle vecchie generazioni. Mirano a modernizzare la camorra utilizzando strumenti tecnologici, il cosiddetto «metodo Google», e introducendovi una nuova democrazia. È così che le vicende della paranza acquisiscono al contempo un carattere epico e una straniante connotazione infantile. Pur mantenendo assoluta neutralità, il narratore riesce a far vivere al lettore questo contrasto quando mostra come questi boss della camorra, questi self-made men, siano anche alunni delle scuole medie e «criaturi» delle proprie madri. Anche il linguaggio dei dialoghi manifesta questa commistione di elementi: è per lo più un dialetto intriso di volgarità e violenza, ma è contaminato dalla più pura attualità, ad esempio quella che distingue tra i «brother» e gli «higuain». Il punto di forza di questo libro, accanto a una trama avvincente sin dalla prima pagina, è l’invisibilità del narratore. Saviano si limita a presentarci la realtà dei protagonisti, senza invadenza, senza pedantismo, senza accenti patetici, e ci lascia liberi di trarre le nostre conclusioni. D'altro canto, è questa stessa neutralità, assieme all'epilogo, a evidenziare un profondo pessimismo. La realtà infernale di questi ragazzi non solo è incontrovertibile, ma anche destinata a ripetersi in eterno. Non esito a consigliare questo romanzo capace di lasciare il lettore con il fiato sospeso e al tempo stesso spingerlo a riflettere sui lati oscuri della nostra società.
  5. Complimenti, questo prologo è davvero intrigante e suscita la curiosità di sapere come continuerà la storia. Mi piace l'ambientazione dark e le immagini mai banali con cui l'hai descritta Vorrei segnalare che gli incisi, per quanto si veda sullo schermo, sono racchiusi tra due trattini, invece bisognerebbe usare le lineette. Ad es. "Togliti di mezzo, puttana - ansimò - devo raggiungere la stazione delle diligenze" > "Togliti di mezzo, puttana – ansimò – devo raggiungere la stazione delle diligenze"."
  6. Ciao Bradipone, grazie mille per la tua analisi, mi è molto utile Sgridarmi, minacciarmi e punirmi dipendono da "non smettono", mentre "si ostinano" è allo stesso livello di "non smettono". Per questo le due "e". La parola balia è proprio fuori luogo, la toglierò. Niente pupi, perché sarebbero soltanto i paladini, Angelica, ecc., mentre per il mio personaggio c'è bisogno di altre marionette.
  7. Grazie per i commenti. Potrei aver sbagliato qualcosa nel raccontare....perché la storia è ambientata in un ambiente retrogrado e regressivo, una sorta di società distopica dove si rivivono principi, usi e credenze che per noi sembrano ormai appunto legati al passato. L'ambientazione, da un punto di vista fattuale, dovrebbe però essere odierna o in un prossimo futuro.
  8. Mi ripetono sempre che le bambine come me, sfrontate e testarde, finiscono all’inferno. Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno. Non ammetterò di avere torto, non accetterò quei perfidi castighi, non mi arrenderò all’umiliazione. È tutta un’ingiustizia. Con i miei fratelli lontani, la vita a palazzo è un’agonia silenziosa. Non si può fiatare nella cappella durante le orazioni del mattino, non ci si può muovere, non si può nemmeno respirare. Non si può dire nulla a tavola, a meno che non venga richiesto; e non succede quasi mai. Non è permesso rifiutare i tristi piatti di verdure né mangiare più tardi; perché bisogna avere fame, sonno e perfino voglia di giocare a comando. E neanche giocando si può parlare, perché le brave figlie di Dio stanno sempre zitte e composte, con la schiena ben dritta e un’espressione garbata in viso. Quindi non si può neppure cantare quando si va per i corridoi del palazzo, e non si può mai correre, neanche in giardino. Devo sempre camminare tutta zitta e a passo leggero come se nessuno volesse mai accorgersi della mia presenza, nemmeno i passeri e le formiche. Per questo a volte non mi resta che gridare. Quando non riesco più a sopportarli, mi metto a strillare con tutto il fiato che ho in gola e, se ancora non mi ascoltano, tiro oggetti contro le pareti. Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita. Per questo la prozia Adelaide, quando è in visita a palazzo, va dicendo a tutti che ho il demonio in corpo e dovrebbero portarmi da don Lapo. Ma a me non importano le sue chiacchiere, è solo una vecchia strega. A me piace che durante le mie scenate tutta la casa vada in subbuglio. Soprattutto se abbiamo ospiti – e il reverendo zio ne riceve quasi ogni giorno quando è a palazzo – tanto rumore è per tutti un insopportabile fastidio. Non c’è soddisfazione più gustosa. L’unico problema è che alcune volte la balia mi prende a forza per nascondermi in una stanzetta sperduta dove le mie grida restano imprigionate tra le pareti. Per quanto protesti scalciando e graffiando, finisco comunque rinchiusa in questo sgabuzzino pieno di cianfrusaglie in un angolo del terzo piano, a metà della scala per il terrazzino. Qui c’è una luce fioca fioca e tante ombre, troppi angoli bui tra i teli, le casse, gli specchi e il fitto strato di polvere. In questo luogo di spavento posso continuare a strillare finché non mi brucia la gola, ma nessuno degli ospiti mi sentirà, né dai salotti, né dal giardino. È una punizione crudele. Però dalla finestra, guardando un po’ all’insù, posso vedere mio padre appoggiato alla ringhiera del terrazzino. Aspira il sigaro in tutta tranquillità per poi spingere fuori a grappoli il fumo rimasto. Un giorno, se urlerò abbastanza forte, si accorgerà della mia presenza e verrà a consolarmi con una carezza tra i capelli. Così tento e ritento, dando fondo alle mie forze, sempre invano. Poi piano piano sento nascere una strana sensazione dentro di me, mi arrabbio, m’intristisco, mi vergogno, e le urla si sciolgono in un flusso di lacrime costellato di singhiozzi. Ore e ore passano così e, se non mi prosciugo prima, è mio fratello Cesare a porre fine al pianto non appena rientra a casa da scuola. Verso le quattro sento la chiave rigirare nella toppa e Cesare, ancora con lo zaino in spalla, viene verso di me con un sorriso comprensivo. Dall’alto dei suoi trenta centimetri e cinque anni in più, mi prende le guance arrossate tra le mani. Al suo dolce tocco il furore si sgonfia e tutto intorno s’inonda di una pace improvvisa. Quando la balia va via, mio fratello mi tende la mano e mi riporta giù per le scale. «Voglio restare qui» lo fermo, sapendo già che mi accontenterà e si siederà con me sull’ultimo gradino, stringendomi in un tenero abbraccio. «Devi stare attenta, sorellina» mi mette in guardia. «Te lo dico sempre, è pericoloso comportarsi in questo modo, soprattutto se il reverendo è a palazzo». «Non li sopporto» protesto, voltandomi a guardarlo con un rimprovero negli occhi. Almeno Cesare dovrebbe capirmi. «Lo so, neanch’io li sopporto. E la scuola dell’istituto è una prigione, molto peggio di questo palazzo. Ma non è una buona idea ribellarsi, almeno non così. Ci vuole prudenza, bisogna agire in segreto. Altrimenti ti puniranno prima o poi». «Mi hanno già punita». «No, una punizione vera, Maria, terribile». Mi fissa con quei sottili occhi verdi carichi d’inquietudine. Poi mi stringe ancora a sé e prende a giocare con i miei boccoli bruni. Li rigira, li pettina, li guarda stregato. «Li odio» mi lamento ancora «mi zittiscono, mi escludono da tutto e si accorgono di me solo per sgridarmi». «Allora è meglio che ti ignorino. Quantomeno non ti puniranno». «Credi che mi porteranno da don Lapo, vero?» chiedo in preda a un improvviso terrore. «Dario non lo permetterà» tenta di tranquillizzarmi, ma neanche lui crede a queste parole. Dario, il maggiore dei nostro fratelli, si prende cura di me quand’è a palazzo, però studia a Milano e torna a Catania solo nei fine settimana. Non potrà sempre impedirlo, alla fine mi manderanno da quell’orribile sacerdote. Cesare mi ha raccontato che don Lapo vive nella Chiesa del Santo Spirito di Viagrande. È una casupola sbilenca e tetra, al bivio tra due strade di campagna dove non passa mai nessuno. Solo la domenica mattina, per la messa, la chiesetta si riempie di quelli che, come la prozia Adelaide, considerano don Lapo un vero prete. «Ma se mi ci portassero» chiedo esitante «che cosa mi farebbe?». Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette. È il vecchio pastore barbuto dall’aria sinistra. Ne impugna i fili e inizia a mimare il racconto. «Quando il portale della Chiesa si schiude, il reverendo ti afferra per il collo e ti porta nella sagrestia. Ti lega a una sedia con catene di ferro e recita formule incomprensibili in una lingua sconosciuta». Ascolto impietrita. «Dopo crea una pozione con olio benedetto, vino consacrato, incenso e le erbe spinose che va a prendere nel bosco di notte. Quand’è pronta, ti costringe a berla tutta d’un sorso». «E che effetto fa?». Il pastore si porta una mano alla bocca spalancata. «Nessuno lo sa. Dopo aver preparato l’intruglio, il reverendo fa uscire tutti, nessuno ha mai visto che cosa succede. Però si dice che si sentano delle grida agghiaccianti e un rumore assordante di catene». «Ma non ti preoccupare» riprende Cesare, messo da parte il pastore. «Come ti ho detto, Dario non lo permetterà». «E se Dario è a Milano quando vogliono portarmi da don Lapo?». «Allora glielo impedirà Consalvo». «Cesare!» lo rimprovero sconsolata.Nostro fratello Consalvo vive in Olanda, non c’è praticamente mai. «Ma torna oggi pomeriggio, non ricordi? Per il compleanno di nostro padre». Mi sorride sicuro e lascia sfilare uno dei miei boccoli tra le sue dita. Poi si fa serio. «Se non lo faranno i nostri fratelli, ti difenderò io.Ti proteggerò sempre, Maria». È una promessa, e la accolgo con un sorriso. «Però devi aiutarmi» aggiunge «devi promettermi che starai attenta. L’Istituzione non ha solo sacerdoti spaventosi, ma anche tante prigioni, perfino peggiori della mia. Prometti». «Prometto» rispondo, ricevendo in cambio un altro abbraccio. Man mano la presa si fa più forte, Cesare mi rigira e inizia a solleticarmi. «Basta, basta, ho detto basta!» esclamo supplichevole tra le risa. «Ti prego, no!». Mio fratello smette di colpo, come se si fosse già arreso. D’improvviso ha uno sguardo buio e rabbioso, puntato verso la cima delle scale. Eccolo nostro padre, snello ed elegante nel completo scuro, in procinto di scendere. È il momento che aspettavo. Ci alziamo in piedi e ci ricomponiamo per chinare le teste al suo passaggio. Sembra quasi non notare la nostra presenza, finché non si ferma per posare la mano sulla testa ricciuta di mio fratello. «Padre» salutiamo in coro. Ma è già andato via. Lo guardo allontanarsi con il solito pungolo della delusione. La prossima volta toccherà a me, forse.
  9. Ciao Emy, anche se con un po' di ritardo, ecco anche un mio commento al tuo racconto. Una storia incantevole con una trama lineare. Com’è stato notato, però, la frase "Per accontentare il Re" genera una certa confusione, perché finora si è parlato solo del re della terra. Non sono molto convinta dell’immagine della "spessa nuvoletta bianca". L’idea dello spessore è in contrasto con il vezzeggiativo. Preferisco la "nuvola lattea sospesa in aria", che crea anche un’atmosfera misteriosa, quindi proseguirei con le immagini su questa scia. La piccola Luna è descritta con alcuni dettagli che la caratterizzano bene e ispirano tenerezza nel lettore. Del principe conosciamo il grande sogno e la perseveranza che lo spinge a inseguirlo ogni notte. È un peccato non sapere di più della principessa, a parte il fatto che sia genericamente bella e triste. Negli altri commenti è stata già notata qualche sbavatura sintattica e un paio di refusi. Ti segnalo anche la virgola in "I due omini bianchi e lucenti come l’amica del principe che gli sorrideva da lassù, si avvicinarono al giovane parlando all’unisono." Andrebbe tolta perché è tra soggetto e verbo. Non sono certa riguardo all’uso delle maiuscole, per esempio per le parole "re", "sole", "montagna". Ho inoltre notato "al scoprire", mentre avrei detto "allo scoprire". Che ne pensate?
  10. Artemide

    Ciao a tutti

    Sì, certo, lo farò al più presto. Mi piacerebbe avere un parere su quello che scrivo
  11. Artemide

    Ciao a tutti

    Sì, la Svizzera è meravigliosa, ha paesaggi mozzafiato. Eppure deve mancare qualcosa, perché non sono mai riuscita a pensare a una storia da ambientare qui. Quando si tratta di scrivere, il pensiero torna sempre alla vecchia cara Italia.
  12. Artemide

    Ciao a tutti

    Ciao a tutti, forse vi sembrerà strano, ma questo è il primo forum a cui partecipo... sì, in tutta la vita, e non sono né troppo giovane né troppo vecchia per questo genere di cose. Ovviamente solo la passione per i libri poteva spingermi a vincere questa sorta di timidezza virtuale. Quindi mi presento. Siciliana di origine, vivo in Svizzera – nello zoccolo duro di lingua tedesca – da qualche anno e lavoro come traduttrice di testi finanziari. È l'attività più vicina alla scrittura che sono riuscita a trovare, finora. Nei miei sogni mi vedo scrittrice, editor o più semplicemente traduttrice editoriale. Vorrei poter creare con le mie parole la tensione che pervade i thriller di Robert Harris e i romanzi storici di Philippa Gregory. Nella realtà sono di certo lontana da questi obiettivi, ma spero di potermi avvicinare al mondo dell'editoria passo a passo in futuro. Su Ultima Pagina spero di trovare occasioni di confronto, collaborazioni e magari anche amicizie. A presto e buona serata, Artemide
×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy