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Kuno

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  • Data di nascita 07/07/1996

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  1. Spero di non infrangere nessuna regola rispondendo a un commento del mese scorso. Volevo semplicemente ringraziare, anche se in ritardo, @Giovanna Evangelista, che ha perso tempo a leggere e commentare.
  2. Sì, queste sono due cose che avevo già in mente di migliorare! Non vorrei dire troppo sull'identità dei due vecchi, perché non è importante, non è quello il punto. Sono angeli o roba del genere, aggiungerei giusto qualcosina, ma senza dare mille informazioni fuorvianti. Invece dovrei spiegare molto meglio la sensazione di pace del protagonista. Non sono riuscita a farlo in questa prima stesura perché non potevo andare oltre gli ottomila caratteri ed ero anche un tantino di fretta, ma quando riprenderò il racconto cercherò di migliorare questo aspetto. Non ci avevo fatto caso, grazie. Ahahah Sai che sei il primo che me lo fa notare?! Sono proprio scemo. Qualche genere di comfort però potrebbe esserci. Il senso era: mi lasciano in un posto dove non c'è nulla. Le porte e le finestre però... Certo, da eliminare! Grazie @Gigiskan, contento che ti sia piaciuto
  3. Kuno

    Qui si sta proprio bene

    Con questo coso ho vinto un contest, di quelli che ti danno qualche oretta di tempo per leggere il tema e arrangiarti come puoi. Fretta, regole, limiti... Ora mi piacerebbe ampliare (o forse riscrivere) il racconto, partendo dai vostri consigli, senza ostacoli e con calma. Mi date una mano? --- Qui si sta proprio bene Mi lancio nel vuoto e venti metri più tardi incontro l'asfalto. Rinvengo sdraiato con la testa che affonda nella sabbia, i polpacci bagnati a metà dalle onde. Alzandomi in piedi, senza alcuna difficoltà, non posso che accorgermi di essere illeso e di sentirmi per di più splendidamente riposato: in forma come non mai; eppure pochi istanti fa ero esausto, in preda al panico e col volto pesante di lacrime. Stavo nel mio appartamento, ad Ancona; avevo appena scritto e lasciato sul tavolo della cucina una lettera d'addio, carica di belle parole e tante scuse rivolte ai miei genitori e fratelli. Volevo che non si sentissero in colpa. Poi il salto. E adesso questa spiaggia: deve essere l'inferno, o il paradiso, o chissacché. È qui che evidentemente dimorano i non più vivi, tutti o alcuni o uno alla volta. Se lo venisse a scoprire mio padre, lo stimatissimo e scettico chirurgo, che c'è vita dopo la morte! La spiaggia è lunga e stretta, una lingua di sabbia chiusa tra il mare e un'alta parete rocciosa. Laggiù, quasi appoggiata alla detta parete, c'è una piccola capanna. Da quella direzione, camminano con percepibile fretta due anziani signori, un uomo e una donna. Vengono verso di me e decido di andargli incontro; ci troviamo a metà strada. Esordisce lei: «Ciao, benvenuto sull'isola. Io sono Nadia e questo è mio marito Gregorio.» Continua lui: «Lo sai di essere morto, vero?» «Sì, è evidente, ho saltato da molto in alto.» «Bene - sorride Gregorio - è sempre imbarazzante quando non capiscono o fingono di non capire. Allora seguici, vieni.» Mi conducono fino a una piccola grotta scavata nel muro e mi dicono che abiterò qui dentro. «Bel posto - commento io - non c'è nulla, nemmeno un accenno di arredamento, ma mi sento stranamente felice. Sapete, non sono mai stato felice da vivo, mai come ora.» Risponde Nadia: «Siamo contenti che ti piaccia.» E il marito conclude: «Non ti ci abituare.» Lei gli lancia un'occhiataccia, poi se ne vanno entrambi, lasciandomi solo nella piccola grotta senza porte, né finestre, né televisore, né frigorifero. Passano le ore e penso ai miei genitori: a quest'ora avranno già trovato la lettera. Mio Dio, saranno disperati! Mi hanno sempre amato moltissimo e cercato di aiutarmi in ogni modo. Loro però non potevano fare niente di troppo utile, purtroppo. Vorrei tornare indietro ora e aggiungere soltanto una breve frase a quelle già scritte: Dove vado è un bel posto e sarò felice. Qui si sta proprio bene, infatti, ma non ci sono parole umane per spiegare perché. Passano tre giorni e penso ai terribili ventitré anni della mia vita: l'odio subito e l'odio nutrito; l'amore respinto e l'amore represso; la solitudine mia gabbia e la solitudine mia ancora. Non potevo che ammazzarmi, a costo di trovare il nulla eterno, la mia assenza, l'oblio. Ho dovuto agire perché ogni istante era una martellata sul cranio. Qui si sta propio bene e sono certo che in vita nessuno potrebbe essere tanto in pace. Solo un pensiero mi turba: le parole affrettate del vecchio Gregorio. Non ti ci abituare. Significa indubbiamente che questa non è la mia ultima destinazione e il fatto mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo. Che l'isola sia in realtà una sorta di sala d'attesa, dove i morti si accampano prima di essere accolti altrove? Dove andrò somiglierà all'inferno o al paradiso? O magari cesserò di vedere, di sentire, di pensare, di essere: questa roccia comincerà a sgretolarsi e la grotta crollerà sulla mia testa, seppellendomi e uccidendomi una volta per tutte. Forse è così che finiscono i suicidi: li rianimano qui e poi li ammazzano, perché farlo da sé non è consentito. Angosciato da questi pensieri mi dirigo alla capanna, per chiedere spiegazioni a Nadia e Gregorio. Li trovo entrambi, intenti a far nulla. «Vorrei sapere che ne sarà di me, perché l'altro giorno, Gregorio, ti sei lasciato sfuggire delle parole che hanno turbato i miei pensieri...» Di nuovo Nadia fulmina con lo sguardo il marito. Il vecchio sospira e comincia a spiegare. «Di solito non parliamo di queste cose con chi arriva qui, ma dato che la colpa è mia, che mi sono lasciato sfuggire quelle parole, forse è meglio dirti come stanno realmente le cose. Vedi, tra qualche tempo dovrai rinascere.» Lo interrompo: «Io? Ma se sono appena morto?» «È vero, Michele Parrini, di 22 anni, si è suicidato il 7 Luglio del 2016 - conferma Nadia - ma sta per nascere un bambino, in un piccolo paese della Finlandia, e tu sarai quel bambino.» «Continuo a non capire. È una specie di reincarnazione?» «Tutti voi, quando morite, nascete in un nuovo corpo. Tu sei già stato qui un milione di volte. Sei arrivato nel 1955, ad esempio, col corpo e la mente di Albert Einstein.» «Io sono Albert Einstein?» domando incredulo. «Lo sei stato - mi corregge Gregorio - ma sei anche stato cento volte un ubriacone qualunque, dieci volte una zanzara, una volta persino un bonsai.» «Significa che devo tornare a vivere?» I due rispondono come se condividessero la stessa mente e la stessa bocca: «Purtroppo sì.» «Niente paradiso e niente inferno? Solo vita e vita e ancora vita?» «Esattamente.» «Ma io voglio restare qui, felice, insieme a voi. Continuerò a suicidarmi ancora e ancora, solo per tornare qui.» «Impossibile - mi ferma Nadia - quando nascerai non ricorderai nulla della tua vecchia vita, né della tua vecchia morte. Non saprai di noi.» «È terribile, non potete farmi questo! Tenetemi con voi, ora che so tutto, vi prego!» «Dovrebbe renderti meno rabbioso - mi rimprovera Gregorio - sapere che c'è sempre la felicità dopo l'infelicità, la morte dopo la vita.» «Ma perderò questa consapevolezza appena rinato, lo avete appena detto, e allora vivrò ancora nella disperazione.» Nadia mi corregge ancora: «Non tutte le vite sono disperate come quella di Michele Parrini, però.» «E ne è mai esistita una tanto felice quanto questa breve morte in questa piccola isola?» Gregorio scuote la testa, ormai spazientito: «Avete questa caratteristica, voi, di vivere in eterno. Non potete morire e restare morti per sempre.» «Voi due però potete.» «Nadia ed io sì, non possiamo nascere e non possiamo vivere. Siamo più fortunati, ma non puoi farcene una colpa.» «Quello che mio marito vuole dire, Michele, è che le cose stanno così da sempre e non cambieranno. Goditi questi giorni, finché sei in tempo: la morte è breve e non va sprecata.» Me ne vado indignato. Sapere che non esiste la morte eterna, che nessuno può sfuggire alla vita, rovina le mie ore e i miei giorni nella grotta. Vivono tutti con il terrore di morire; a me è capitato di essere un morto con il terrore di nascere. Passano sei giorni e l'anziana coppia viene a prendermi: il bambino finlandese che sarò sta per nascere. Vengo portato alla capanna e Gregorio mi indica una porta chiusa. Mi dice: «Vai e arrivederci.» Apro la porta e piango. Piango perché sto per nascere e tornerò a soffrire, a sorprendermi, a invecchiare, a essere abbandonato da chi muore, a mentire, a sentire bugie, ad avere paura del buio, del diavolo, dei tumori, dell'altezza, della morte. Piango perché mio padre, il chirurgo, non sarà più mio padre. Piango perché Michele è morto e non è servito a nulla. Piango perché voglio restare qui, dove io, proprio io, sono felice. Qui dove soffro per i ricordi della mia vita e godo della morte. Piango per mille ottime ragioni. Piango e varco la soglia. Percorro un tunnel umido e sporco, poi la luce e due mani che mi afferrano. Continuo a piangere, ma non so più perché. Commento:
  4. Kuno

    Mai na gioia!

    Praticamente hai descritto Zlatan Ibrahimovic. Non segui il calcio? Beh diciamo che gli atteggiamenti dello svedese somiglia moltissimo a quelli del tuo Hulk. Metterei i due punti, non la virgola, dopo "finale". La virgola tra soggetto e verbo non ci va. Secondo me ci vuole una pausa più forte, prima di "il vostro banco...". Un punto e virgola ci starebbe meglio. Non è un errore eh, ma preferisco "su un enorme divano". I tre punti di sospensione per me non servono qui. La congiunzione "e" basta a far capire che l'elenco continua. Anche qui c'è una virgola da togliere, che separa soggetto e verbo. Una virgola serve invece prima di "mentre". Ti è sfuggito il punto interrogativo Virgola prima del "ma". Un punto prima di "tu" o almeno una virgola. Virgola prima di "lei, il signor..." Eheh Ci sono altre cosine da segnalare: altre virgole da aggiungere, da spostare, da trasformare in punti fermi o punti e virgola. Hai anche abusato un pochino dei punti di sospensione. Insomma, la punteggiatura è da sistemare. Il racconto però è molto simpatico, anzi: divertente. Questo tuo Hulk è veramente insopportabile. E pensare che è sempre stato tra i miei supereroi preferiti! Hai rovinato la mia infanzia... Bel lavoro, clap clap.
  5. Kuno

    Saluto

    Grazie Celaena. ;)
  6. Kuno

    Il Reato al Monte

    In questo caso più che un divieto divino... è un divieto del diavolo. Capisco cosa intendi comunque: il tema è quello. La mia è una puntualizzazione che non vuole contraddirti, perché è chiaro cosa vuoi dire e sono d'accordo. Però alla fine ho scritto solo una storia: non cercavo di apparire chissà quanto originale. Era una semplice reinterpretazione. Tre giovani "diavoli" che salgono su un monte per guardare il mondo come lo guarda un angelo/Dio... che è il nemico. Quindi, diciamolo: è un esercizio, lo è tecnicamente tutto quello che scrivo (a diciannove anni non mi aspetto di avere nulla di nuova da dire, paradossalmente ci vuole esperienza.) Ti dirò che la religione mi affascina. Mi affascina proprio perché non sono credente, perché la guardo da esterno, perché sono vagamente attratto da tutto ciò che è metafisico, e interessato al modo in cui l'uomo ci si relaziona. Scusa se trovi errori di battutura o disastri vari, ma sono proprio stanco... e scusate per i millemila commenti: da "sano" non sono così distratto.
  7. Kuno

    Saluto

    Ricordo tutti e tre, grazie per il benvenuto
  8. Kuno

    Il Reato al Monte

    E niente, sto proprio fuso: nel primo messaggio volevo scrivere "il tema non voleva essere una sfida credenti contro eretici". Triplo post. Sono proprio a pezzi D:
  9. Kuno

    Il Reato al Monte

    Uh non posso editare il messaggio. Sì, ho pensato che l'uso del presente qua e là potesse infastidire... però mi sembrava sbagliato usare il passato, in alcune occasioni, anche se più bello da sentire.
  10. Kuno

    Il Reato al Monte

    Per precisare: non sono cattolico né credente. Il tema della storia non voleva essere la sfida credenti contro cattolici. Grazie per essere passato ;)
  11. Kuno

    Il Reato al Monte

    Commento: Il Reato al Monte Decisero di muoversi col sole alto, consapevoli che, nelle ore più calde, il Padrone ha sempre troppo da fare per buttare un occhio su tutti. Si sa, ma si tace, che nemmeno Lui è ovunque, anche se di occhi sembra averne quasi infiniti (ma un quasi non è mai trascurabile, quando si parla dell'infinito o del suo contrario). Si erano da poco incamminati Ahehg, Ny'hal e Keqee. Secondo il piano originale, un quarto elemento (un tale Sef'u) avrebbe dovuto far parte del gruppo, ma - all'ora stabilita per la partenza - di lui non c'era traccia. Il giorno prima avevano concordato il luogo dell'incontro: una delle mille radure terrose perse nella foresta. Ne avevano scelta una tra tutte, senza criterio: «Vediamoci là, domani, all'ora che sapete.» Sef'u tardava, insomma, e gli altri non potevano attendere oltre: il rischio di essere scoperti sarebbe stato esagerato. Frettolosamente gettarono sguardi tra le fronde, per sopire il timore di essere spiati; poi partirono, senza nulla a fargli pesante la schiena. Avevano già camminato, piuttosto svelti e sempre muti (per non attirare con la voce i curiosi), poco meno di dieci chilometri, quando il silenzio si fece tanto solido da assumere l'inquietante forma di un'assenza, e i tre pensarono subito a quella dell'amico Sef'u. Le prime parole furono di Ahehg: «Forse non se l'è sentita di rischiare.» «Eppure ieri sembrava entusiasta di questa nostra breve evasione.» «Hai ragione, Kequee, ma magari la notte gli ha regalato incubi. Il sole non scaccia certi sogni neri.» «Non vorrei - chiuse il triangolo Ny'hal - che i fedelissimi del Padrone l'avessero scoperto e arrestato.» Dei tre, Ahehg era il più vecchio, Kequee il più giovane, mentre la nascita di Ny'hal era caduta puntuale a metà strada, tra quelle dei compagni: aveva due anni in meno del maggiore e due in più del minore. Questo suo trovarsi nel punto equidistante dagli estremi gli aveva sempre ispirato l'idea che a lui toccasse il ruolo dell'asse di simmetria: dove s'incontrano le immagini identiche e opposte. Credeva fosse suo, in breve, il compito di stemperare da una parte il carattere autoritario e facilmente irritabile di Ahehg, dall'altra quello impulsivo, spesso aggressivo, di Kequee. Lo spirito violento di questi due non sorprende. Nella bellicosa comunità di cui facevano parte, strideva invece la mitezza di Ny'hal. Tutti e tre, comunque (anno più, anno meno), vivevano l'età più invidiata, ovvero la giovinezza: con le gambe solide e instancabili, non a caso, impiegarono poche ore a valicare i confini della foresta, dove un deserto di pietra ospita il Monte, la cui vetta era appunto la destinazione degli evasi. Una voce: «Saliamo?» Le altre due: «Saliamo.» Ma prima pregarono, affinché tutto si concludesse per il meglio e senza punizioni. Le mani tremavano e la fronte sudava: li animava un terrore evidente. Non gli era permesso arrivare neppure fin lì, così distanti dal cuore della foresta, ma il Monte (e in particolare la vetta) è da sempre sul gradino più alto nella scala delle mete proibite. Cominciarono a salire il fianco, inventando, un passo alla volta, un sentiero mai esistito. Nessuno aveva osato scalare il monte, fino a quel giorno: qualche angelo, al limite, ci si era avvitato intorno volando. Ma i piedi dei giovani erano i primi a calpestare quella roccia, e le loro menti le prime a capirne davvero le forme, senza il soccorso della fantasia. Presto si fermarono, ché il buio grigio della sera mutò in tenebra cieca: per i tre non c'era modo di proseguire su quelle strade appuntite e illogiche, fino a quando la mattina non avesse restituito loro gli occhi. In una grotta sognarono, coi corpi vicini, realtà distanti: Kequee si vide nella foresta, di notte, che fuggiva da bastoni in fiamme e urla diaboliche. Inciampò e lo raggiunse un colosso tatuato, seduto sul dorso di un cinghiale. Non tardarono gli altri inseguitori: chi cavalcava lupi enormi, chi orsi rabbiosi, chi cinghiali dalle fattezze leonine, chi invece uomini, robusti e dalla pelle sudicia di sangue, riconoscibili tra le bestie solo perché più stanchi e dotati di zampe deboli. Proprio un domatore di uomini, in sella a un esemplare ormai esausto, urlò qualcosa a Kequee in una lingua sconosciuta; ma il ragazzo capì: lo avrebbero cavalcato fino a ucciderlo. Difatti, l'uomo che gli aveva urlato scese dal suo animale (non si può chiamarlo in altro modo), sgozzò questo con una piccola lama rovinata da decenni di utilizzo, e montò sulle spalle del giovane Kequee, cavalcandolo nella foresta, durante l'intero giorno e l'intera notte. L'incubo di Ahehg, invece, lo privò di un corpo: egli era il suo paio di occhi e guardava un mare cordiale, riflesso di un cielo non meno pacato. Dominava la scena l'azzurro dello specchio e dello specchiato, il bianco di alcune nuvole e di pochi gabbiani, infine il grigio del cadavere di un vecchio, che al cielo offriva la schiena e il volto al mare. Ahehg riconobbe subito la postura e la tinta di un corpo che la vita ha già fuggito. Trascorso qualche momento, il morto cominciò a ruotare su stesso, rivelando il volto. E questo sorrideva. Le braccia si agitavano rapide, movendo miniature di onde; la bocca articolava parole mai sentite, ma ad Ahehg bastò per capire che l'uomo era, indubbiamente, vivo e contento. Pochi secondi e il corpo si capovolse ancora, tornando cadavere: immobile, senza respiro, grigio come non può esserlo nulla di vivo. Più volte il corpo passò dalla vita alla morte, mostrando e celando il viso. Il cielo e il suo riflesso acquoso restarono azzurri e in pace per tutto il tempo. Intanto, in un altro sogno, Ny'hal moriva in croce. I tre evasi tornarono alla realtà nello stesso momento, ed era quasi l'alba; nessuno fu capace di rammentare le immagini del proprio incubo, ma ognuno sapeva - glielo suggeriva la testa pesante - che qualcosa aveva tormentato quella notte. Ripresero la marcia, Ahehg in testa e Ny'hal a chiudere la fila, inciampando spesso e imprecando, non sempre a bassa voce. Finalmente raggiunsero la vetta. Ahehg e Kequee chiusero gli occhi: «Perdonaci, Padrone, se abbiamo peccato.» «Guardate.» disse composto Ny'hal, ma i compagni non gli davano retta, accecati dalla paura. «Guardate.» ripeté senza alterarsi. Allora gli occhi di tutti si aprirono finalmente allo stesso paradiso. Col capo chinato, videro laggiù la foresta e tutti i suoi confini: capirono che non era sterminata quanto si insegnava e che il mondo possedeva molto di più. Là, per esempio, correva un fiume, che lo sguardo dei tre accompagnò fino all'orizzonte. Non potevano seguirlo oltre, ma quell'acqua, pensarono, doveva scorrere all'infinito. Una valle verdissima reggeva una foresta bianca di pietra: riconobbero strade, piazze, case, un piccolo villaggio che forse la vita abitava dall'inizio dei tempi. Un lago, poco lontano, era senz'altro la dimora del silenzio e della pace. «Ci chiedevamo come fosse la vita di Dio. Ecco: è di infiniti attimi come questi. Il mondo intero nello spazio di uno sguardo.» Parlò così Ahehg e Kequee aggiunse «È straordinario.» e Ny'hal concluse «È un sogno.» In quel momento tremò la terra, si arrestò il vento, s'infiammò l'aria, si spense il sole. Ai giovani bastò il tempo per voltarsi e osservare il Padrone apparire, uscendo da un vortice di fiamme. Il loro amico Sef'u, vennero a scoprire, li aveva venduti. Il Padrone domandò: «Chi ha avuto l'idea?» Ny'hal avanzò di un passo. Lo crocifissero la mattina dopo, nella radura dove l'evasione era partita. A Kequee toccò portare in spalla la pesantissima croce, per lunghe ore, fino al luogo dell'esecuzione. Ahehg non poté sfuggire alla visione di quel corpo appeso che ora moriva, ora sembrava rinascere; ora insanguinava la terra, ora balbettava al cielo. Nel pomeriggio vennero lapidati tutti e tre: uno ancora in croce, gli altri ai suoi piedi. Nessuno pensò mai che la punizione fu eccessiva. In fondo erano colpevoli di tradimento, che è certo il peggiore tra i reati: se ne macchia chi è nato nella foresta del Diavolo e vuole indossare gli occhi di Dio.
  12. "In questa carestia auto inflitta era impensabile per questo misero vagabondo di potersi persino alzare dal letto. Mentre si contorceva convulsionando nelle debolezze del digiuno si domandò:" Ripetizione Questa-Questo. Il verbo convulsionare esiste? Preferirei leggere "in preda alle convulsioni". Se invece vuoi usare un altro verbo al gerundio ti consiglio di spezzare la frase con un inciso (mentre si contorceva, convulsionando nelle debolezze del digiuno, si domandò) --- "Perché dovrei sfamarmi se cibandomi non sarò mai sazio?" Frase un po' pesantuccia. Lascerei: Perché sfamarmi se non sarò mai sazio? Attenta che poi ti scordi di chiudere le virgolette. --- "Ma l’istinto materno, anche questa volta, le aveva detto di no. Così rimise giù la mano e non bussò alla porta. Tornò sui suoi passi e dopo uscì di casa." Aspetta, di che parli? Non sapevamo che la madre stesse davanti alla porta della camera pronta a bussare. Hai parlato di altro prima. --- "...rinchiuso in quella stanza, il suo senso del tempo ormai era andato a puttane." Due punti al posto della virgola. --- "...entrambe il suo tesoro che era in erezione" Il suo tesoro in erezione. --- Allora. Usi spesso possessivi che non servono (non li ho segnalati) e il racconto è molto confuso. Hai buttato troppa roba secondo me è non sei riuscita a sviluppare certe idee e temi che avrebbero invece meritato più spazio. Scrivi bene, anche se di fretta: alcune frasi sono molto carine, ma andrebbero "smussate". Il finale? Il finale non l'ho capito proprio, quindi non lo commenterò. Secondo me hai delle qualità, ma andrebbero appunto "educate". Magari scrivendo con più calma... Buon lavoro!
  13. Kuno

    Saluto

    Ciao, sono Marco, ho 19 anni e vivo ad Ancona. Mi capita di scrivere ogni tanto, ma non spesso. Ho scoperto da poco questo sito e ho già notato, guardando in giro, qualche nick che mi è familiare. Non ho altro da dire che mi riguardi (che vita vuota...), ma potete interrogarmi se vi va. Ciao!
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