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libero

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  1. libero

    Tutti a raccolta!

    sono io E comunque lasciamo votare anche gli imbucati
  2. libero

    Tutti a raccolta!

    sbaglio o abbiamo votato solo in quattro?
  3. libero

    Augurissimi Libero 💜

    grazie
  4. libero

    Tutti a raccolta!

    OT: non è un problema di LibreOffice quanto di windows. Su linux la combinazione standard per «» è l'uso dei tasti <> in combinazione con AltGr e funziona ovunque, come vedi, anche qui. Non so se ci sia una combinazione anche su windows o se si possa assegnarla alla tastiera standard, immagino che si possa fare. Credo che sia meglio uniformarsi il più possibile su alcune modalità di scrittura. È vero che si può in fase di impaginazione, ma più ci si standardizza all'origine e mno lavoro c'è da fare dopo.
  5. libero

    Augurissimi Libero 💜

    grazie amici 😘
  6. libero

    The revenge

    Armadio niente?
  7. libero

    Maledetta Pioggia

    Ciao @Bradipone, grazie per il commento. In effetti versò era un refuso L'ispirazione era quella ;)
  8. libero

    The revenge

    Ciao @Gigiskan, grazie per il tuo commento. Devo confessarti che il racconto nasce come esercizio stilistico un po' in polemica con chi vive di assoluti: "No agli avverbi!", " Il gerundio non si deve mai usare!" ecc. ecc. Volevo dimostrare, prima di tutto a me stesso, che gerundio e avverbi hanno il loro posto nella scrittura. Scrivendo un po' alla volta mi è venuta in mente la parte più filosofica del racconto. Ma era tardi e il racconto premeva per concludersi e così ho preferito lasciare la cosa in sospeso, non dare risposte, ma suggerire domande. Il protagonista della storia vivrà il resto della vita domandandosi se ha solo sognato e se invece ciò che ha percepito era reale cosa gli è accaduto? È tornato nella realtà di sempre oppure è dentro la sfera. Ma la realtà di sempre è anch'essa dentro una sfera e semplicemente non se ne era mai reso conto? Domande a cui in effetti non ho risposta nemmeno io.
  9. libero

    Maledetta Pioggia

    Grazie del commento @Russotto Si sono talmente ben adattati al un mondo semi-desertico da considerare la pioggia come una maledizione. Volevo giocare un po' sul paradosso e invertire le situazioni tipiche dei racconti post apocalittici. Per loro il deserto è la vita normale e uno sconvolgimento del clima con un aumento delle piogge è potenzialmente disastroso per il loro stile di vita.
  10. libero

    The revenge

    Commento a Marionette - capitolo I Vagabondando. Non guardo i miei piedi che, ritmicamente, si sollevano dal suolo, compiono un lento arco nell’aria per posarsi infine circa un metro oltre la posizione originaria. Allo stesso modo lascio che siano loro a decidere non solo il come, ma anche il dove portarmi, liberando la mente dalla necessità di scegliere una meta. Lo sguardo può così vagare liberamente, soffermandosi sul volto di un vecchio, segnato dal tempo e rugoso come la corteccia di un pino, o sul sorriso indefinitamente intrigante di una ragazza, sulle linee sbilenche di un vecchio edificio, su una vetrina scintillante o sulla crepa che percorre il selciato, solcandolo come una linea di faglia. Camminando così, senza altro scopo che il guardarmi attorno, mi capita di ritrovarmi al di fuori dei percorsi abituali scoprendo ad ogni passo nuovi scorci che si nascondono capricciosamente agli sguardi affrettati, luoghi a me ignoti e inconsueti punti di vista su quelli già noti. Fu durante una di queste peregrinazioni che mi ritrovai ad assistere ad un evento peregrino. Mi trovavo ai piedi delle Alpi francesi, e più precisamente alla periferia di Dufort, nei pressi del castello da cui il paese deriva il proprio nome, in quel punto in cui la via principale curva bruscamente a sinistra e supera un ruscelletto, entrando in un boschetto di castagni e faggi. I miei piedi scelsero invece di non curvare, ma di proseguire diritto, dove l’asfalto lascia il posto al vecchio acciottolato sconnesso e consumato di una stradina stretta fra la roggia sulla sinistra e il cupo muro del castello alla sua destra. Un uomo sedeva, guardando fisso davanti a sé, sul ciglio della strada, con i piedi penzoloni che sfioravano quasi l’acqua della roggia che fluiva gorgogliando, seminascosta dalle erbacce. Improvvisamente l’uomo levò un iroso borbottio, bestemmiando panteisticamente contro ogni cosa, scagliandosi indifferentemente contro le pietre, l’acqua, le piante, gli uccelli che cantavano fra le fronde arrossate dall’autunno, dimostrando una fantasia davvero notevole, sia nella scelta degli epiteti che in quella degli obiettivi. Non sono un uomo né timido né pauroso, sono tuttavia di animo solitario specialmente quando mi coglie lo spirito errabondo, per cui mi mossi il più possibile silenziosamente nella speranza che l’uomo non si accorgesse di me. Le suole di gomma delle mie scarpe da ginnastica non producevano quasi alcun suono su quei ciottoli che in altri tempi dovevano risuonare dei colpi secchi delle suole di cuoio dei calzari; tuttavia non appena fui alle spalle dell’uomo questi si girò verso di me. «E tu? Credi forse di poter sfuggire al destino solo perché ti fai piccolo e silenzioso?» mi apostrofò. Mi bloccai, interdetto, troppo sorpreso dalla sua domanda per poter rispondere. Lo fissai scrollando le spalle e mi accinsi a riprendere il cammino. L’uomo si alzò: «Aspetta» disse. «Voglio mostrarti una cosa che mai hai veduto nei tuoi vagabondaggi e che mai vedrai nuovamente.» Come potesse sapere dei miei vagabondaggi era sicuramente un mistero, ma in qualche modo egli sembrava conoscermi molto più di quanto avesse dovuto. Raccolse da terra una sacca che prima non avevo notato, vi frugò dentro con una mano e ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo. Mi avvicinai per osservarla meglio: sembrava un mappamondo di marmo lucido, fatto per riprodurre non solo i continenti e i mari, ma anche l’atmosfera e le nuvole. Osservandolo meglio mi accorsi però che non era liscio, come mi era sembrato dapprincipio, ma era invece sovramagnificentissimamente intagliato; si scorgevano infatti i rilievi delle montagne più alte, per quanto minuscoli anch’essi, intagliati con incredibile precisione. Lo stupore mi tolse il respiro e la mia mente si rifiutò malthusianamente di generare alcuna idea, quasi che un istinto di conservazione primitivo cercasse di preservare la mia sanità psicologica togliendomi provvisoriamente la ragione. «Guarda meglio, non hai nulla da temere» disse l’uomo allungando il braccio e avvicinando la sfera ai miei occhi. Essa sembrò ingrandirsi davanti al mio sguardo e mi parve così di poter scorgere ulteriori dettagli, altre montagne, vallate, rocce che si generavano partenogeneticamente da quell’unico lievissimo corrugamento che avevo scorto dapprincipio. Vedevo boschi così finemente intagliati da scorgere perfino i più precisi dettagli degli aghi delle conifere, ruscelli, prati, baite alpine e paesi. Mi sentii inghiottire da quel mondo, volando senza controllo, guidato da qualcosa che sembrava attirarmi a sé. Sorvolai le pendici di montagne che mi ricordavano le Alpi; precipitando sempre più velocemente intravvidi un cittadina e poi un castello, identico in tutto e per tutto a quello alle mie spalle. Due uomini erano fermi, in piedi, in uno stretto viottolo accanto alle mura, uno dei due sembrava mostrare qualcosa all’altro. Convinto ormai di sfracellarmi chiusi gli occhi un istante e quando li riaprii mi ritrovai esattamente nel punto in cui ero sempre stato. L’uomo con la sfera mi guardò sorridendo, la ripose velocemente nella sacca e si avviò scuotendo la testa. «Le regressioni infinite sono pericolose.»
  11. libero

    [Capitolo 1] Marionette

    Ciao @Artemide, il tuo racconto è interessante, sono in attesa della parte 2 per scoprire come va avanti. Ti lascio alcune osservazioni: Tutta la prima parte presenta la situazione, solo dopo, quasi a metà del testo, arriva un dialogo. Io non sono un fanatico dello Show dont' Tell, al contrario, tuttavia partirei in modo più brusco, introducendo successivamente la presentazione della situazione. Potresti tranquillamente partire con il dialogo Se inizi con questa frase che dice già moltissime cose, poi la spiegazione può essere più breve. Si capisce che la bambina è una ribelle, che il suo unico alleato è il fratello e nel palazzo aleggia una presenza inquietante. Inframmezzi il dialogo con qualche informazione. Alcune le puoi addirittura far dire ai personaggi. Ad esempio puoi trasformare l'incipit in un'esternazione rabbiosa della bambina: "Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi. Sai che ti dico? Tanto non vinceranno. Non ammetterò mai di avere torto, non accetterò i loro schifosissimi castighi e non mi farò umiliare. È tutta un’ingiustizia." La tua parte iniziale è scritta bene e non è pesante, però spezzandola renderesti il racconto più scorrevole. Visto che è solo la prima parte hai tempo per spiegare meglio l'ambientazione. Mi ricorda un po' Il racconto dell'ancella della Atwood in cui la società è retrocessa ad un mondo dominato dai principi religiosi e una setta cristiana ha imposto la sua visione ultra-ortodossa. A quando la seconda parte?
  12. Leggendo più avanti nel racconto si capisce la faccenda dei capelli, rimane un po' difficile capire la personalità della moglie. È una spaccapalle che si è sempre scontrata con un marito ancora più testardo? Io direi che è sempre stata una che comandava e probabilmente l'unica cosa su cui il marito non si è piegato è stato il tagliarsi i capelli. Però è una mia illazione, non lo si comprende dal racconto. Questo è chiaro, lo si capisce bene. Invece non ho capito perché la donna si spaventa vedendo Francesca. È una fantasia di Francesca che vede anche in lei il marito oppure è un fatto reale? Il tentativo è riuscito Il racconto mi piace e m i ricorda alla lontana un racconto di Lovecraft di cui non ricordo il titolo, ma in cui c'era un morto che si vendicava di un becchina per colpa del trattamento subito (molto più cattivo che tagliarli i capelli).
  13. libero

    Maledetta Pioggia

    Ciao @Artemide, grazie per il tuo commento e per gli apprezzamenti. Pensavo che un rallentamento qui aiutasse a rendere il finale più efficacie, ma evidentemente ho pensato male Qui hai visto proprio giusto. Devo dire che è una scelta in parte inconscia e in parte conscia. Ti dirò che tendenzialmente sono abituato a strutture più complesse utilizzando coordinate e subordinate. Mi sono reso conto però che c'è una netta preferenza per una semplificazione, poche subordinate, e non esagerare nemmeno con le coordinate. In realtà dipende dai racconti che scrivo, ce ne sono alcuni in cui utilizzo comunque una struttura molto più complessa. Però il suggerimento di variare di più è senz'altro buono, lo terrò in considerazione, Grazie ancora
  14. libero

    Maledetta Pioggia

    Commento a [Parte 1] Vieni con me amore, non ci separeremo mai più Tolse dal gancio gli occhialoni da sole, sputò sulle lenti rotonde e scure e le strofinò con la manica della tunica. Allacciò le cinghiette dietro la testa e controllò che la pelle attorno alle lenti aderisse perfettamente a quella del viso; era una delle prime cose che si imparavano da bambini per non ritrovarsi con gli occhi pieni di sabbia. Si allacciò il fazzoletto sulla bocca, indossò il cappello di paglia tesa larga e passò nella camera intermedia. Si chiuse la porta alle spalle, verificò due volte che fosse sigillata e guardò il termometro: 35 gradi, era ancora piuttosto fresco per essere mattina inoltrata. Aprì la porta esterna, fece qualche passo nella sabbia calda e si girò a controllare la casa. La polvere portata dal vento notturno aveva ricoperto quasi del tutto le piccole finestre e si era depositata sul tetto. Decise di spazzarla via, non gli piaceva quando la sua casa diventava indistinguibile dalle rovine annegate nella sabbia che segnavano il paesaggio attorno. Due bambini sbucarono da dietro una duna: «Buongiorno signor Ferro,» gridarono all’unisono, con le voci soffocate dai fazzoletti, «vuole che le spazziamo via la sabbia?» «Per due bicolore togliamo fino all’ultimo granello anche dalla camera intermedia» aggiunse uno. «Che ve ne fate di due bicolore?» «È arrivata una carovana. Sono accampati al condensatore pubblico e hanno cose meravigliose da vendere.» «D’accordo ragazzi, due bicolore e quattro brune piccole se mi aiutate a ripulire il mio condensatore.» I bambini annuirono con entusiasmo e seguirono Ferro sul retro della casa dove si ergeva una struttura cilindrica di tubi di metallo, legno e plastica, ricoperta di fitte reti e teli trasparenti. Tolsero la sabbia che si era accumulata alla base, pulirono i teli e controllarono che il raccoglitore di condensa non fosse intasato. «Tutto a posto signor Ferro» disse uno dei bambini. «Ottimo lavoro ragazzi» rispose frugandosi in tasca. Ne trasse alcune monete e le guardò. Una, di due metalli diversi, recava il disegno di un obelisco davanti a un grande edificio. L’obelisco era familiare, ma l’edificio non assomigliava a nessuna delle rovine dei dintorni. L’altra moneta bicolore aveva su un lato un uomo con quattro braccia e quattro gambe. Ferro scosse la testa, meravigliandosi come sempre per l’incredibile fantasia degli antichi. Diede una moneta a ciascuno dei bambini e vi aggiunse alcune monete più piccole di metallo scuro. «Pensate alla casa, io vado a controllare gli impianti.» I bambini fecero sparire le monete nelle tasche e annuirono. Ferro li guardò prendere la scala dalla camera intermedia e salire sul tetto per spazzare via la sabbia, poi si avviò versò un colle poco distante su cui spuntava una rada sterpaglia spinosa che contendeva lo spazio alle immancabili rovine. Alcune capre, che masticavano caparbiamente i cespugli, incuranti delle spine, si dispersero al suo passaggio. Ferro raggiunse la sommità del colle e si guardò attorno. Sulle cime delle montagne a nord-est, offuscate dal pulviscolo sottile sospeso nell’aria, il cielo era cupo, indice di una tempesta di sabbia in arrivo. In basso, nel caos di edifici distrutti e dune sabbiose vi erano altre case come la sua, invisibili per chi non sapeva cosa cercare, ben protette dal sole e dal calore. Più di cinquecento persone abitavano in quella città, una delle comunità più grandi al mondo, a quanto si diceva. Spiccavano invece, ben visibili, delle aree ripulite dalla sabbia, piccole oasi verdi, sottratte al deserto grazie alle torrette di condensazione. Sembrava tutto a posto, ma Ferro sapeva troppo bene che un piccolo dettaglio all’apparenza insignificante poteva fare la differenza fra vita e morte. Si avviò per il giro di controllo, tutto andava verificato: i condensatori, gli impianti di irrigazione, le cisterne di raccolta. Era passato un mese dalla pioggia e per altri undici non ne sarebbe caduta altra. Il vento spostava continuamente la sabbia, scoprendo un pezzo di un edificio da una parte e ricoprendo qualcos’altro da un’altra in un paesaggio sempre mutevole. Ferro diede un calcio a un blocco grigio che si sgretolò sotto il suo piede. Doveva essere antico per ridursi in polvere al solo toccarlo. Ricordò suo nonno che diceva sempre che i muri grigi che si sgretolavano cotti dal sole erano quelli più recenti, mentre quelli di grosse pietre e mattoni erano assai più antichi. Ma suo nonno era mezzo pazzo. Ferro sentì gli occhi inumidirsi e ricacciò indietro le lacrime. Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi. Riprese il giro di ispezione, fissando meglio i teli allentati dal vento e sistemando ogni cosa che non fosse a posto. Un rubinetto lasciava cadere ancora qualche goccia che evaporava toccando il suolo. Lo chiuse bene, ogni goccia uscita durante il giorno era sprecata; i campi andavano irrigati solo la notte, quando l’acqua faceva in tempo a raggiungere le radici delle piante. Raggiunse l’ultimo campo da controllare, aprì il portello della cisterna e la trovò quasi piena, come le altre. Si inginocchiò fra le piantine che frusciavano nel vento caldo che si era levato nel frattempo. Affondò una mano nella terra, calda e secca alla superficie, ma ancora lievemente umida in profondità grazie all’irrigazione notturna. Un piccolo cratere sfrigolante si formò d’improvviso accanto al suo ginocchio. Impiegò qualche istante prima di rendersi conto che si era trattato di una goccia di pioggia. Alzò gli occhi, quelle che aveva scambiato per una tempesta di sabbia erano invece nuvole scure. Il rombo di un tuono squarciò il silenzio e diede il via ad una pioggia torrenziale. Ferro si affrettò verso casa, un temporale inaspettato non andava sprecato, doveva raccogliere più acqua possibile. Si soffermò sulla cima del colle, la pioggia non accennava a diminuire e con la sua violenza ripuliva gli edifici dalla sabbia. Ferro si augurò che non fosse troppo violenta per i suoi preziosi raccolti, ma in fondo le piante amano l’acqua. Scese la collina correndo e aprì tutte le vasche di raccolta dell’acqua piovana. Diede uno sguardo alla casa: i bambini avevano fatto un buon lavoro e la pioggia contribuiva a ripulire il tetto e le finestre dagli ultimi rimasugli di sabbia. Si avvio versò il centro dell’abitato, contrassegnato da una colossale struttura circolare di pietra e mattoni vuota all’interno, dove, con il lavoro di tutta la comunità, era stato eretto il grande condensatore pubblico. Nell’ombra dei corridoi a volta che portavano all’interno ci si trovava per commerciare, scambiarsi cose o semplicemente chiacchierare. Era anche il luogo dove si accampavano le carovane in transito e i rari viaggiatori, il luogo dove avere notizie del resto del mondo. Il temporale si esaurì di colpo, così come era cominciato e il sole tornò a bruciare la terra. Ferro si infilò sotto le volte di pietra accolto da un brusio di voci agitate. La carovana aveva esposto le merci, ma stranamente non erano al centro delle attenzioni di tutti. Ferro si avvicinò a un gruppetto di persone fra cui spiccava un vecchio con la faccia incartapecorita dal sole. «Che succede?» chiese incuriosito. «Notizie dal nord» rispose il vecchio indicando gli uomini della carovana. «Buone o cattive?» «Dicono che al nord sta piovendo tantissimo, più volte al mese. Perfino per dei giorni di seguito.» Ferro impallidì. «Quanto a nord?» «È iniziato molto in su, posti dove già pioveva più volte all’anno, ma non tanto come adesso. Ma il tempo sta cambiando anche qui.» Una luce improvvisa seguita da un cupo brontolio sottolineò le sue parole. «Visto?» Il vecchio indicò il cielo che si andava nuovamente oscurando. «Su a nord stanno marcendo le coltivazioni, la pioggia porta via le terra e le case sono tutte allagate.» «Nessuno può sopravvivere con un clima così tremendo. Dovremo spostarci più a sud e sperare.» interloquì un uomo. Ferro uscì all’aperto e lanciò uno sguardo al cielo. Gli occhialoni si riempirono di gocce che gli velarono lo sguardo. «Maledetta pioggia.»
  15. Ciao @Russotto, volevo inserire il mio commento alla fine della seconda parte (che ho già letto), ma rileggendolo vedo che ci sono alcune cose che mi piace segnalare in questa prima parte. Mi piace molto l'incipit secco che inquadra subito la vicenda. Io andrei a capo dopo la prima frase, per staccarla di più e renderla ancora più dura. Qui non mi è chiarissimo come si concordino queste due parti. Se per lei non cambia nulla significa che era abituata a fare le cose a modo suo e da sola. Poi però sembra che sia la prima volta che fa qualcosa senza il marito e con la libertà di scegliere. Ehmmm, non si chiamava Francesca? Devo dire che questa parte non l'ho capita. Suona meglio incontri inquietanti Questa prima parte funziona bene e accende la curiosità, trovo più interessante il pezzo in cui incontra il vecchio e il chitarrista ed equivoca totalmente sulle situazioni, incapace di andare oltre le apparenze. Il parco "infestato" con le radici che sbucano all'improvviso è meno incisivo. Insisterei di più sul suo sgomento nel rendersi conto che la sua incapacità di interpretare correttamente le situazioni dipende dal suo non saper andare oltre le apparenze. La storia funziona ed è ben scritta, ma forse puoi snellire il pezzo nel parco.
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