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K. Wendice

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Tutti i contenuti di K. Wendice

  1. Sul dai e ricevi e più in generale sul mondo del feedback... c'è tanto da migliorare. Quando leggo un libro (o anche altro tipo di testo), cerco sempre di circostanziare il mio "voto" spiegando cosa mi è piaciuto e cosa no, non metto mai un voto giusto per dare, piuttosto mi astengo. E quello che scrivo lo scrivo pensando che lo leggerà l'autore, prima che gli altri lettori. Questo esperimento ha dimostrato che il canale self con KDP non mantiene questa promessa (se mai l'ha fatta). Mi rendo conto che la platea di chi legge gli ebook (probabilmente da un dispositivo Kindle, che non aiuta nella scrittura di testi più o meno lunghi di argomentazione) trovi più semplice limitarsi al compitino di cliccare su una delle stelle. Il mondo del cartaceo (analizzando le recensioni di svariate centinaia di testi, in self e non, di autori famosi e autori meno noti) è molto diverso: chi lascia un commento, lo fa volutamente, si è preso il tempo per farlo e magari lo fa da un PC o da uno smartphone. Interessante (opzione che non avevamo neanche immaginato) l'ipotesi di sottoporre il testo in altri contesti, non necessariamente nello spietato mondo del self.
  2. Su guadagno posso rispondere in fretta: non si guadagnano cifre strepitose, ma d'altra parte non era il nostro obiettivo. Lo scopo è sempre stato quello di capire se eravamo all'altezza di scrivere (e concludere) un romanzo che ci sarebbe piaciuto leggere e verificare se i risultato sarebbe piaciuto solo a noi. Il resto è un di più. Sulla reputazione non so rispondere
  3. Dopo un periodo di assenza dal forum abbastanza lungo, un breve aggiornamento sull'esperimento di autopubblicazione, che ha lo scopo più che altro di condividere un po' delle cose che abbiamo imparato strada facendo. Disclaimer: i dati sono quelli del nostro libro, per altre persone e relativi libri i risultati possono essere molto diversi. Il libro è stato pubblicato in anonimo e non si è praticamente minimamente la rete di contatti diretti (inclusi parenti e amici) per promuovere il libro. Di conseguenza non è stata fatta nessuna attività di promozione tradizionale, come presentazione del libro o similari. Di contro, sono stati creati un profilo social (e un mini sito) con risultati a dir poco imbarazzanti (ma si è dedicata un'energia veramente infima per seguirli e costruire una rete di relazioni). A 114 giorni dalla pubblicazione i riscontri sono i seguenti: Kindle Unlimited funziona più della vendita (al momento il 57% delle letture arrivano da KU) in generale l'ebook vende molto di più della carta (200 ebook contro 24 copie cartacee) essere messi in una lista promozionale (su KDP si può richiedere di partecipare alle offerte gestite da Amazon) aiuta tantissimo le vendite: nel mese di novembre il libro ha venduto 99 copie, contro le 125 totali dei tre mesi precedenti. L'effetto si è trascinato anche sulle letture Kindle Unlimited il sistema di promozione (adverstising) di Amazon aiuta, ma non fa miracoli; se usato con poca oculatezza può fare molto male al portafoglio (tanti soldi spesi per poche vendite), ma almeno nel primo mese di pubblicazione ha sostenuto le vendite (circa il 50% delle copie del primo mese arrivano da advertising). Come approccio, abbiamo reinvestito parte delle royalties per fare pubblicità (e il bilancio al momento è ampiamente positivo tra royalties "guadagnate" e soldi spesi) essere ben posizionati in una classifica di genere (nel nostro caso, "Gialli su crimini internazionali") aiuta a essere visti e quindi letti; la selezione della categoria è un'arte oscura, ma alla fine il criterio che per noi ha funzionato meglio è stato di cercare autori ai quali ci sentissimo affini e abbiamo scelto la categoria in cui più spesso appaiono i loro libri il sistema di valutazione e recensione è spietato. Al momento ci sono 121 valutazioni (poco più di un lettore su quattro), con un numero inquietante di valutazioni a 1 e 2 stelle (tutte senza recensioni); le recensioni sono infinitamente poche (11) rispetto alle valutazioni, e tutte positive. Questo aspetto limita molto la capacità di capire cosa abbia funzionato e cosa no e come migliorare un successivo esperimento metà dei lettori ha dato un voto positivo (62 voti a 4 o 5 stelle); un quarto ha dato un voto neutro (ma comunque critico, secondo gli standard di Amazon) e il restante quarto un voto negativo abbiamo pubblicato tre revisioni del libro (due per "refusi" che erano passati inosservati a più cicli di revisione e una terza che ha rivisto e, sperabilmente, migliorato un paio di capitoli che avevano oggettivamente meno mordente) e cambiato una volta la copertina (desaturando i colori, che facevano sembrare il tutto meno convincente rispetto ad altri libri nella stessa categoria) Al momento il libro ha superato i 520 lettori (tra copie vendute e pagine lette su Kindle Unlimited), che è un risultato che va al di là di ogni nostra più rosea aspettativa. Che conclusioni ne abbiamo tratto? Un'enorme soddisfazione, tanti punti interrogativi, ma la convinzione di di continuare e riprovarci, anche se sicuramente qualcosa cambierà nel processo di scrittura (quello creativo, ma soprattutto quello post-scrittura). Su questo, ahimè, ci stiamo ancora lavorando 😉
  4. Esatto, è fondamentale incominciare a essere presenti e annunciare in anticipo, anche per validare l'idea prima di buttarsi a capofitto nell'opera. Tra l'altro avevo letto da qualche parte di una scrittrice self (su KDP) che usava questo approccio più le prenotazioni sugli ebook per misurare l'interesse. Rimane il problema di emergere (un po' di rumore lo si deve pur fare perché questo tipo di misurazione abbia un senso 😉) Nel nostro caso, alcune cose le abbiamo decise troppo tardi (il titolo e lo pseudonimo, giusto per citare due inezie 🤦‍♂️), altre le abbiamo scoperte a pubblicazione già avvenuta. Va anche detto che con il self, i tempi di reazione si accorciano e si può (parzialmente) rimediare agli errori anche dopo aver cliccato per la prima volta il tasto "Pubblica" 😅. Usando uno pseudonimo, il self può essere un'ottima palestra per esercitarsi e testare le proprie idee con un livello di rischio mediamente molto basso (soprattutto reputazionale). Di contro, si hanno molti gradi di libertà: dalla copertina, alla sinossi, ma anche le keyword, la categoria, i social. Non escludo che qualcuno possa pensare di farlo come esperimento prima di trovare dentro di sé la forza di proporsi a una CE (ma non era negli obiettivi del nostro esperimento). Per assurdo, considerando che i rischi sono trascurabili, si può anche pensare di farlo a costo zero o investendo cifre irrisorie (e forse, se si sperimenta, dovrebbe essere questo l'approccio), ma questo poi va tenuto in considerazione quando si valutano i risultati. Quello che si risparmia in soldi, tra l'altro, si spende in tempo, con un fattore moltiplicativo importante. Bisogna studiare e mettere in pratica un sacco di roba: meccanismi di funzionamento delle piattaforme di pubblicazione, dei social, del SEO e del SEM, senza contare tutto ciò che attiene al libro. Insomma, può essere davvero un super sbattimento e comprendo perfettamente chi non se la senta di affrontarlo.
  5. Domanda molto interessante. Faccio una piccola premessa: il libro che abbiamo pubblicato in self prevedeva sin dall'inizio la pubblicazione in self con pseudonimo, era in un certo senso parte integrate di un esperimento che si prefigurava, tra le altre cose, di capire come funziona il self, le sue dinamiche, i riscontri e tutto il resto. Non ho quindi un confronto con la proposta a una CE. Pubblicare in self da anonimo (o con pseudonimo) si può fare, ma complica maledettamente le cose: non hai un'identità, non hai una rete di contatti, non hai nulla su cui normalmente potresti basare una comunicazione sui social. Lo so, perché è quello che abbiamo fatto. Per complicarcela di più, abbiamo utilizzato in modo quasi nullo la nostra rete di contatti del mondo reale, per non essere "scoperti", anche in modo indiretto, tramite recensione di amici, o di amici di amici. Insomma, si parte da zero e ci si complica maledettamente la vita. Quello che abbiamo fatto è stato di investire poche decine di euro in advertising e qualche riscontro lo abbiamo avuto. Le circa 120 copie in un mese (tra ebook, cartaceo e letture su kindle unlimited) e le 26 recensioni ricevute (tante valutazioni, anche con voto basso, sfortunatamente senza commento a corredo) sono quasi esclusivamente di perfetti sconosciuti e probabilmente più sincere. Sicuramente ci sono altre strade (ma costruire un network da zero è davvero faticoso e time consuming). L'unico suggerimento che mi sento di dare è di dare vita allo pseudonimo sui social molto in anticipo rispetto all'auto-pubblicazione (almeno 3 mesi prima, meglio 6). L'unico vantaggio che ci vedo è che se anche ci si dovesse bruciare (perché magari il libro è una ciofeca), uccidi lo pseudonimo, ti rimbocchi le maniche, studi, impari, ti affidi a professionisti diversi, e ci riprovi. Il plus è non doversi prestare a eventi e presentazioni, neanche online 😉. Non sono sicuro, tornando indietro, che rifarei questa scelta, ma c'erano (e ci sono ancora) ottime ragioni personali per mantenere l'anonimato.
  6. @greenintro Io parto dall'idea che più o meno ognuno di noi, indipendentemente da quello che legge e quanto legge, ha uno o più autori preferiti (e magari li cambia nel tempo), non importa che abbiano scritto un solo libro, dieci, cento, una serie o libri auto-conclusivi. E in casi eccezionali, potrebbe essere anche un anonimo. Secondo me non c'è confine tra narrativa e saggistica. Nella saggistica cerco l'autore perché ne riconosco la competenza, anzi magari lo conosco prima professionalmente che non come scrittore, o perché lo trovo citato in bibliografia, o per referenze. E magari leggo altre opere. Nella narrativa le dinamiche sono molto diverse. Personalmente faccio scelte molto irrazionali e ho letto un'infinità di libri di perfetti sconosciuti (e continuo a farlo in modo quasi compulsivo). Alcuni di questi mi hanno lasciato molto più di altri, nel modo in cui hanno saputo raccontare la storia, tratteggiare i personaggi e, in ultima analisi, entrare in sintonia con me. Di questi autori, finisco inevitabilmente per cercare altre opere per scoprire se sia stato un caso o meno, e se si crea il feeling finisco per leggere quasi tutto quello che ha pubblicato. Quando scopro che non è un caso, non cerco più la singola storia, ma l'autore. E anche quando non succede, se vedo un libro nuovo di un autore che è stato capace di emozionarmi con una qualunque delle sue opere, lo guardo con maggior interesse. Allo stesso tempo, so anche che alla prima delusione, probabilmente me ne allontanerò, pur mantenendo nel cuore il primo libro, quello che ha fatto scoccare la scintilla. @Mattia Alari Non esiste confronto: essere pubblicati da una CE seria e in grado di garantire un certo livello di distribuzione, non ha paragoni, per le ragioni che hai elencato e tutte quelle che troviamo nel lungo thread. Non c'è confronto, il self perde su quasi tutta la linea e, a dieci anni più o meno dalla sua nascita, è diventato una giungla in cui tutti scrivono e tanti cercano di lucrare (se avete tempo da perdere, cercate "low-content self-publishing", per capire il livello di degenerazione a cui si è arrivati) e dove emergere è praticamente impossibile. Per rendere ancora più chiaro il mio pensiero, non consiglierei il selfpublishing quasi a nessuno. Non a quelli che hanno ricevuto l'ennesimo rifiuto da una CE, non a quelli che lo fanno per vanità, non a quelli che cercano una scorciatoia, nemmeno a quelli che pensano che magari una CE mi nota grazie al self, per non parlare di quelli che pensano addirittura di guadagnarci. Per quella ristretta minoranza di persone che ne hanno compreso limiti e potenzialità, l'impegno che richiede, in termini di studio, soldi, tempo e ansia, allora, forse, se ne può parlare. In rari casi il self può essere fonte di soddisfazione, nella maggior parte dei casi sono soldi buttati e tanta frustrazione (con tutti i se e i ma di cui ho ampiamente scritto).
  7. @Sofia C. @Mattia Alari, intanto grazie per aver risposto. Accetto le critiche e le osservazioni, non le condivido tutte, ma mi permette di rileggere le cose notando cose che non avevo notato, in ciò che ho scritto e in come l'ho scritto. Mi interessa l'argomento di cui si parla, senza volontà di accanimento nei confronti di nessuno in particolare (non ce l'ho con Mattia, quotato spesso solo perché ha scritto molto più di altri). Non c'è la non volontà di discutere, al contrario. Non sarei qui, non avrei partecipato attivamente. Non c'è neanche la volontà di bacchettare o di cercare un interlocutore tipo. Non sarebbe produttivo, non è il motivo per cui sono qui. Per cercare il confronto, come strumento di arricchimento collettivo di chiunque partecipi al forum. Non giudico le persone, per abitudine e mentalità, e non tiro cazzotti, neanche verbali, non ho il physique du role. Questo non mi impedisce di portare fatti e opinioni, di discutere quelle degli altri (sapendo che è difficilissimo separare il giudizio su quanto scritto dal giudizio su chi l'ha scritto), consapevole che quanto scrivo potrà essere criticato, più che disponibile ad accettare le critiche per cercare di migliorare. E di modificare il mio punto di vista, sulla base di nuove informazioni. La mia vita professionale è fatta di feedback, non ho paura a chiederlo perché sono disposto ad accettarlo, anche quando non mi piace. La lista (incompleta) che ho pubblicato qualche post fa ne è un esempio lampante. In una prima stesura mi ero perfino azzardato a indicare i punti per cui CE è meglio di Self (ma risultava meno leggibile). Nove punti su dodici (post-integrazione) sono lì a dimostrare come la strada CE sia preferibile alla strada Self (in tutta onestà, un paio di punti sono neutrali, perché dipendono da chi li legge). Quando ho iniziato a partecipare a questa discussione ero molto più sbilanciato su un cinquanta-cinquanta. E nonostante questo, continuo a provare più attrazione dal lato oscuro del self che da quello delle CE. E questo mi dà da pensare.
  8. Devo aggiungere una voce all'elenco (che avevo nella testa ma poi, non so perché, ho dimenticato): Passando da una CE, lo scritto viene valutato da uno o più professionisti, che decidono se il tuo lavoro vale l'investimento della CE stessa, perché di qualità. Nel Self, questo filtro non esiste per definizione (e, a scanso equivoci, questo è il più grande problema del selfpublishing). La conseguenza è che c'è tanto ciarpame (e mai detto che quanto abbiamo pubblicato in self non lo sia, non siamo così presuntuosi 😉) Al quale si deve aggiungere un corollario della non generalizzazione: se nel self ci sono tante cose di bassa qualità (anche quelle dove la gente ha investito dei soldi), non significa né che non ci siano cose di qualità, né che queste non siano visibili e non abbiano successo (ammetto che stabilire quale sia il criterio di successo, non l'ho ancora capito: Stefania Crepaldi, nell'intervista a Giulia Beyman, dice che 400 copie sono una miseria, io conosco un paio di persone a cui piccole CE non a pagamento hanno fatto una tiratura iniziale di 250 copie, poi vediamo. Come si misura il successo di un libro? Quanti lettori deve avere? Contiamo solo le copie fisiche o anche gli ebook? Ho cercato ma non ho trovato sul forum, sapete se c'è una discussione su questo argomento?) Il secondo corollario è che se nella media, i testi pubblicati dalle CE sono di qualità MOLTO migliore rispetto al self, ho avuto tra le mani testi (di CE importanti) con errori ortografici, grammaticali e problemi di impaginazione e stampa. Pochi, ma succede. Corretto, avrei voluto scrivere "può richiedere" anziché "richiede"; il senso è quello che dici tu 😉 Non mi piacciono gli assolutismi. Comprendo, ma non condivido. Per pubblicarsi, probabile, non ne conosco neanch'io. Esistono altre strade, magari più impervie, ma a costo potenzialmente nullo (ad esempio, proporsi a una CE). Ma, nel mondo reale, tante formichine hanno messo da parte (a volte fatto debiti) per realizzare qualcosa: comprare una casa, andare in vacanza, comprare l'iphone o creare la propria impresa. Non vorrei banalizzare la questione come una mera discussione sui redditi e le ricchezze familiari, si rischia banalizzare il tema della disparità sociale a suon di ovvietà. Proseguite pure, io mi tiro fuori da questo discorso. Ripeto, sul reddito, la precisazione era meramente linguistica. A dire il vero voleva essere una domanda aperta, fatta proprio perché non so come voglio fare e vorrei confrontarmi. Non so quale sia il modello più sensato, ma quello che vedo e osservo è proprio quell'offerta (nella filiera del self) che chiede al povero sfigato di turno di diventare Editore per un giorno, come se dalla sera alla mattina diventasse l'amministratore delegato di Mondadori o di Einaudi, anche se per un solo libro. Nella mia esperienza professionale, raramente i processi industriali scalano verso il basso, né verso l'alto (semplificando all'osso, l'artigiano non lavora come la multinazionale, e viceversa). Ammesso e non concesso che possiamo considerare il self come l'artigianato dell'editoria, cosa e come cambia? Le ricette di successo che ci racconta chi (in pieno "conflitto di interessi") ci propone la sua soluzione per vendere i propri servizi è l'unica via? Non ho una risposta, mi tengo il dubbio e mi piacerebbe discutere senza pregiudizi di questo tema. Infine, il tema che sapevo avrebbe scoperchiato il vasetto di pandora: autore come prodotto. La cosa è complessa e non riguarda (solo) il self. Anzi, a giudicare da come si muovono le grandi CE, è spesso più vero che il prodotto sia l'autore che vende, a prescindere da cosa scrive (sono sorte leggende più o meno metropolitane sulla schiera di ghostwriters che lavorerebbero per autori di bestseller). Voglio provare a chiarire il mio pensiero. Il prodotto autore nasce con la sua opera prima, evolve, a volte anche cambiando genere e stile, sperimenta, instaura un rapporto con i suoi lettori, che magari aspettano impazienti di leggere qualcosa di nuovo. A volte si blocca e smette di scrivere, per sempre, o magari perché aveva un solo libro dentro di sé. I libri che scrive, sono solo tappe di questa evoluzione. Anche quando scrive un'unica opera, autore e libro si fondono, fino a creare un unicum difficilmente separabile. Mi spiace per il malinteso, non c'è niente di commerciale in tutto questo, neanche nell'uso della parola prodotto. Concedo che la frase lasciata lì così, senza commenti, potesse generare un mini-flame. Chiudo con una riflessione: per quanto accetti volentieri, e spesso stimoli, le provocazioni, perché attivano il pensiero critico, mi sembra che a volte si discuta solo per iperboli, senza entrare nel merito delle cose, a volte banalizzandole 😞. Ma forse sono io che fraintendo, dimenticandomi che, anche se siamo in un forum di scrittori, stiamo utilizzando la forma meno completa e più ambigua di comunicazione: quella scritta.
  9. Una precisazione: non c'è una selezione sul reddito, ma sulla disponibilità finanziaria (mi rendo conto che si tratti di una precisazione linguistica, ma in un forum di apprendisti scrittori credo sia perfettamente in topic). Anche con un reddito basso, potrei decidere di risparmiare come una formichina, fino ad avere abbastanza risorse per percorrere una strada piuttosto che l'altra. Ciò premesso, mi pare si stia convergendo su alcuni punti: Sulla filiera editoriale, si sono aggiunte professionalità che lucran... ehm, offrono servizi più o meno onerosi per arrivare ad avere un vero e proprio libro, e questo riguarda sia il self che il CE I consigli per gli acquisti per i self-publisher sono infiniti, si è creato un ventaglio di offerte che neanche le CE hanno: ufficio stampa (really???), vedita di recensioni, promozione su blog e social... c'è davvero di tutto Proporre un libro (CE o Self) richiede un investimento (anche economico) per far risaltare la propria opera; nel caso di pubblicazione con CE, può essere sufficiente una scheda valutazione, un editing o una revisione bozze; per il self c'è anche tutto il resto (dalla copertina in poi) Self non è coraggio: è impresa, che si preoccupa non solo di scrivere, ma di fare (quasi) tutto quello che farebbe una CE; aggiungo una nota: per me il prodotto non è il libro, ma l'autore (ma questa è una storia più lunga) Questo permette non scrittori di pubblicare solo perché possono permettersi di pagare ghost writer, editor, grafici, correttori di bozze, stampatori, scegliete voi. A volte, per sola vanità 😉. Chiaramente una competizione ad armi impari con chi questo non se lo può permettere Il self è un'opportunità, ma non è né ottima, né per tutti (per attitudine, mentalità e disponibilità di risorse finanziarie) Il mercato editoriale è letteralmente sommerso di nuovi libri, quello in self è straripante. Per emergere, è necessario promuovere il libro. In self, questo è sempre a carico dello scrittore, con la CE ci si augura di essere aiutati in questo senso I libri in Self non sono acquistabili in libreria (fattore molto limitante per una fetta importante di lettori) Con il self si hanno dei tempi di pubblicazione (molto) più brevi, e non è sempre un bene Con il self si possono modificare rapidamente i libri dopo la pubblicazione, senza nuove edizioni (a vantaggio dei nuovi lettori, per il cartaceo, a vantaggio di tutti, per i libri digitali) Con il self si hanno riscontri più immediati (leggo ovunque che ci sono autori pubblicati da CE che non hanno mai visto un rendiconto sulle vendite dei loro libri) Sicuramente mi sono dimenticato qualcosa. Rileggendo, per l'ennesima volta, il thread, mi sorge un dubbio: ma per fare self-publishing, c'è davvero bisogno di scimmiottare una vera CE, magari una grande, senza essere una CE?
  10. Siccome questa frase me l'ero persa, vorrei chiarire: no, non ho mai detto che il self è il futuro, non lo penso neanche. Dico, ed è una cosa molto diversa, che è l'editoria sta cambiando e che non può ignorare il fenomeno self, con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni. Che non sia per molti, l'ho detto in modo quasi ossessivo e compulsivo, sin dal primo post che ho scritto (ma non è solo una questione di soldi, ripeto, questa cosa non mi convince).
  11. Ambiguità linguistica, per quanto mi impegni, finisce che il mio pensiero non sempre venga letto come lo avevo nella testa, anzi a volte succede il contrario alla ricerca di una maggior chiarezza. Non parlo di te, né del tuo approccio, né li giudico. Non te la prendere, ma è più interessante discutere dei temi affrontati nel thread che non parlare di Mattia o di K. o di chiunque altro 😉. Mi spiace per l'incomprensione e spero di aver chiarito. Per essere ancora più chiari, non ho mai detto né pensato che tu sia naif, o che lo sia chiunque abbia contribuito a questa conversazione. Abbiamo punti di vista diversi, raggiunti con esperienze diverse, ed è una cosa ottima, perché solo attraverso il confronto su posizioni diverse ci si arricchisce e si matura un pensiero evoluto rispetto al precedente. Sfortunatamente, è rimasta una cosa sulla quale non riesco a convincermi: l'importanza che si dà alla disponibilità economica dell'autore in self-publishing (e quindi escludo tutto ciò che non ha a che fare con il mestiere di scrivere). Ma forse, qui, quello naif sono io.
  12. Capisco il tuo punto di vista, ma non è obbligatorio foraggiare tutti quelli che si mettono a mangiare sull'autore. Il fatto che esistano anche quelli che ti vendono il libro o il corso su come vendere il tuo libro su amazon, o come avere un milione di followers, non significa che tutti debbano abboccare e spendere. Questa filiera non è tutta obbligatoria. Alla fine, sull'autore ci mangiano comunque in tanti, si tratta di decidere chi, come, quanto e quando. Io un po' di conti li ho fatti e la differenza non mi è sembrata così stratosferica. Per ufficio stampa ed eventi, posso dirti che sopravvivo benissimo senza (forse non sono abbastanza ambizioso 😜). Non generalizzerei in maniera così ampia, anche se capisco quello che intendi. Allo stesso modo ti potrei dire che gli artisti che lavorano con le major (scegli tu l'ambito) siano tutt'altro che indipendenti, costretti a sviluppare l'arte che chi "mecenate" (si fa per dire) di turno decide che tu debba sviluppare. E alla fine nessuno è realmente indipendente. Ma così non se ne esce. Questo succede anche nella vita lavorativa. Ho conosciuto persone che hanno lanciato startup, pluripremiate, ma oltre alla vana gloria, non c'erano i soldi per proseguire. Adesso queste persone fanno i dipendenti. Il mondo dell'indie, compreso il self, cambierà. Tutto cambia ed evolve, a volte in meglio, a volte no. Possiamo solo decidere se abbracciare il cambiamento, farne parte o accelerarlo, magari in direzioni che consideriamo più funzionali rispetto ai nostri ideali, oppure continuare a pensare che si è sempre fatto così 😅.
  13. Il selfpublishing riflette lo specchio dei tempi in cui viviamo. Non possiamo pensare che l'editoria sia ancora quella dell'Ottocento (quando erano più le persone analfabete che quelle in grado di scrivere), ma neanche quella di fine Novecento, e nemmeno quella di dieci anni fa. Il cambiamento è ineluttabile, se sarà una cosa effimera o una duratura non lo posso sapere. Sicuramente cambierà anche il mondo del self. Mi viene da citare, molto impropriamente, Gandhi: Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Alla fine, vinci". (Per essere chiari, non mi interessa che vinca il self, mi interessa leggere libri di qualità, da dovunque arrivino.) Questo cambiamento non riguarda solo la letteratura, ma anche altre forme espressive a cavallo tra l'arte e l'opera dell'ingegno (come la musica, il cinema, e forse anche la pittura e la scultura). Oggi ci sono opere d'arte digitale che si vendono con in non fungible tokens, senza dover passare per una casa d'arte (ometto cosa ne penso realmente), band più o meno note che si auto-producono, video-maker indipendenti che partecipano con successo ai festival. Hanno tutti preso scorciatoie? Hanno tutti investito gazilioni di euro, più di chi ha fatto un percorso "tradizionale" (etichetta discografica, produttore cinematografico, ...)? Non penso, e sono sicuro che qui nessuno lo pensi, anche se... rimane il fatto che tutto il mondo indie è visto un po' come di serie B. Trovo, tra l'altro, un po' naif il pensiero che il self sia per chi se lo può permettere, pagando. Chi propone a una CE, spesso e volentieri, se vuole avere più probabilità di essere seleziionato, un servizio di miglioramento del testo lo percorre (che sia una scheda di valutazione o un editing serio). La promozione, a meno di non essere uno scrittore di best seller, e soprattutto nelle CE importanti, è in larga misura a carico dell'autore. Non dico che non ci sia differenza "economica" e di impegno tra l'una e l'altra strada, solo mi sembra che la si guardi in modo molto sbilanciato e pregiudizievole. Altra cosa che forse è stata interpretata in modo diverso dal mio pensiero è il concetto "lettore centrico". Credo, da questo punto di vista, che il self sia più aperto a opere che se ne fregano del pubblico e siano una libera espressione dell'autore. Le CE sono imprese, devono fare profitti, e se devono rischiare con uno sconosciuto che ha scritto qualcosa di difficilmente catalogabile, lo scartano più per un mismatch con il loro pubblico che non per le qualità del libro. Detto questo, credo che nel cuore di ogni scrittore ci sia il desiderio di essere pubblicati da una casa editrice che lo valorizzi e che rispecchi l'autore, in termini di collana e linea editoriale. Ma richiede tempo, sacrificio, dedizione, pazienza. Esattamente come il self (anzi, il self ne richiede un po' di più 😜)
  14. Probabilmente è stato un mio commento a lasciar intendere questo, che non è esattamente quello che intendevo. Nella non fiction, chi scrive (e successivamente auto-pubblica) ha più da perdere che da guadagnare. E' un problema di reputazione e credibilità. Se scrive un libro imbarazzante (nei contenuti, prima ancora che nella forma), ci rimette professionalmente, non ha solo scritto e pubblicato qualcosa di brutto. Di solito, chi scrive non è l'ultimo arrivato in quello specifico settore, ma è qualcuno che ha studiato e lavorato in quell'ambito, qualcuno che ha qualcosa da aggiungere alla base di conoscenza della nicchia in cui opera. Una rete di peer con cui confrontarsi di solito esiste e viene ampiamente utilizzata durante la stesura del testo, con cicli di feedback rapidi, su stesure preliminari e incomplete dell'opera. In ambito accademico questa cosa funziona meno, o non funziona affatto, perché di solito l'auto-pubblicazione non viene considerata molto dal punto di vista reputazionale. Ci sono case editrici specializzate per aree e domini, se pubblichi fuori da quel giro, è come se non avessi pubblicato nulla. Per cui, non posso dire in assoluto che sia la strada preferenziale per la non-fiction, in molti casi non lo è affatto. Ma il problema non è la qualità dei contenuti, che, soprattutto per chi vuole mantenere credibilità nel proprio lavoro, sono validati da persone esperte, quanto o forse più che un comitato scientifico di una CE. La narrativa è un'altra storia, secondo me. La rete che una persona può avere è generalmente quella di amici che nella migliore delle ipotesi sono avidi lettori, ma non sono esperti. La qualità del "come scrivi" è essenziale (non parlo solo di correttezza formale, ma di come è costruita e narrata la storia). Ma anche qui, i distinguo sono troppo: bisogna tenere conto di tanti fattori, a partire dal genere, che, ci piaccia o no, ha spesso degli elementi codificati in modo preciso (penso al fantasy, al giallo, alla fantascienza). In questo senso, non avendo una rete di professionisti scrittori, editor, etc, è probabilmente necessario affidarsi a chi questo lavoro lo sa fare. Una CE, in teoria, queste cose le sa fare.
  15. (potenzialmente OT, perché non si parla squisitamente di self) Nel momento in cui scrivo, so che ciò che scrivo dovrà essere letto, compreso e apprezzato da qualcun altro. Uno qualunque, anche l'ultimo degli ultimi. Non importa chi. Ci sarà almeno una persona, che non sono io, autore, che dovrà entrare in sintonia con il mio testo, con la mia storia, quella che ho immaginato, sognato, cesellato parola per parola. Questo qualcuno non è necessariamente come me, ma a questo ultimo degli ultimi, questo essere immaginario, è a lui che mi rivolgo. Io parlo a lui, non a me stesso. Altrimenti finisco nell'autocompiacimento (è un mio limite, e lavorare in team ha aiutato enormemente). Questo non mi impedisce di fare ciò che mi piace fare. Non è lavorare su commessa, è la volontà di sintonizzarsi su una frequenza di ricezione che non sempre coincide con quella di trasmissione. Diversamente, posso anche dire di essere rimasto all'ermetismo, e va bene lo stesso (ma poi non devo crucciarmi se qualcuno mi stronca 😜). Aggiungo che, con un background professionale di stampo tecnico e scientifico, penso che il risultato della fase creativa dovrebbe essere già di qualità alla prima stesura, mettendo l'editor nelle condizioni di non dover disperare sulla grammatica, l'ortografia, le ripetizioni e la punteggiatura, ma di concentrarsi su come migliorare la storia (lessico, sequenza degli eventi e della narrazione, consistenza e coerenza della trama, etc). Non ricordo quale autore molto famoso dicesse che ogni giorno scrive più o meno dieci pagine, e il giorno dopo, prima di dedicarsi al resto, rivede e corregge le dieci pagine del giorno precedente. Ha ancora bisogno dell'editor, ma fanno, insieme, un lavoro di maggiore qualità e a più alto valore aggiunto. Approcci di questo tipo, utilissimi in una filiera editoriale tradizionale, sono IMHO essenziali nel selfpublishing. Alla grande. Grazie a te 🙏
  16. Non ho dati significativi, se non quelli estrapolabili dalle classifiche di vendita di Amazon, che non è necessariamente un campione significativo. E quello che posso osservare è che l'ebook vende, e tanto. Magari non seppellirà mai la carta, ma non è vero neanche il contrario. Non ho elementi per affermare che le CE te lo vendano per non investire, ma credo di aver capito che sia una tua, legittima, opinione. Per me l'ebook è un mezzo, estremamente pratico, a onor del vero (te lo dice una persona che compra 80% cartaceo e 20% ebook), e anche più economico (per il lettore). Trovo riduttivo pensarlo come una scorciatoia per risparmiare. Tutte le volte che nella mia vita ho scritto qualcosa, ho sempre pensato che qualcuno avrebbe letto il risultato del mio lavoro. Poteva essere il prof di lettere che avrebbe letto il mio tema, o il lettore di una rivista sulla quale ho pubblicato un articolo, o il visitatore del sito web o del social su cui ho postato, o il destinatario di una mail, o il partecipante a un forum. Questo non mi ha mai tolto il piacere di farlo, né ha condizionato il mio stile e i miei contenuti. Ma mi ha sempre aiutato a ricordare che dall'altra parte ci sarebbe stato qualcuno, anche solo una persona, che avrebbe letto e che la mia missione, scrivendo, era di far arrivare il mio messaggio (qualunque fosse). Mi piace ricordare che la scrittura esiste innanzitutto come mezzo di comunicazione, con l'innegabile vantaggio che scripta manent e che nel tempo è diventata, anche, una straordinaria forma d'arte. Il suo limite è che a volte è un modo di comunicare profondamente ambiguo e non ci si capisce 😉 Al contrario, ho visto molti autori pubblicare in self, prevalentemente ebook (ma più che altro per limitazioni sul numero minimo di pagine accettate). Non è (più) il mio genere, ma una nicchia di mercato mi pare esistere ancora, non solo nelle riviste o nelle raccolte 😊. C'è qualcosa in questo lungo thread che abbia smosso anche solo di un millimetro il tuo profondo preconcetto, da lettore o da scrittore? Non è fondamentale, ma se questo non succede, forse il confronto non sta procedendo sui binari corretti 😅. Personalmente, ho avuto modo di riflettere su aspetti che non consideravo, anche se ammetto che non ho mai avuto particolari pregiudizi sulla forma dell'editoria (tranne forse sulle EAP). La mia esperienza da lettore e da autore è sicuramente diversa dalla tua, tendenzialmente molto positiva, Insomma, posso solo parlar bene del selfpublish. Ma, ça va sans dire, non è come essere pubblicati da una vera casa editrice.
  17. Qui mi pare ci si concentri sul libro stampato; per me un libro è anche un ebook, che raramente soffre di tutti questi problemi (e sicuramente le pagine non si scollano). Tra l'altro, nella mia esperienza di acquisto, i libri che stampa Amazon con il Print On Demand sono rilegati piuttosto bene (quelli a copertina rigida infinitamente meglio) e reggono tranquillamente almeno quattro letture senza i problemi che citi (non sono mai andato oltre); se proprio voglio trovare un difetto, le copertine scure tendono ad accumulare le ditate. Altre opzioni non le conosco e non mi sono capitate disavventure come quelle di cui parli. Sono un lettore che cerca prima di tutto evasione e un apprendista scrittore con zero velleità artistiche. Nel caso del collettivo con cui abbiamo pubblicato, l'opera esiste perché c'era il desiderio di condividere una storia (nata per caso) e questo, inevitabilmente, necessita di almeno un lettore (possibilmente più di uno, meglio ancora se non nella cerchia di parenti e amici). Potrei farlo con un blog, con un canale youtube, con un podcast. Scegliere di scrivere è la conseguenza del fatto che prima di tutto ci piace leggere.
  18. No, non sono d'accordo su questa affermazione. Il self è potenzialmente a costo zero. Gli strumenti per scrivere, pubblicare, creare copertine, etc., sono spesso completamente gratuiti. Il risultato non è professionale? Da lettore lo so bene e infatti, quando leggo su unlimited libri autopubblicati, tendo a essere molto indulgente, mi concentro sulla trama e su come è scritta prima che sulla grammatica e l'ortografia, mentre non lo sono affatto quando il testo è edito da una CE. Io vedo il self come un'opportunità, aperta a tutti, molto democratica, mentre ho qualche dubbio sul fatto che sia meritocratica. Essendo aperta a tutti, ci sarà chi lo vede come un ripiego dopo l'ennesimo rifiuto, qualcuno che avrà tempo e soldi da investire, qualcuno che invece preferirà fare tutto in economia, qualcuno che farà comprare copie ai parenti stretti per poter dire "ho scritto un libro", qualcuno che lo fa per esporsi pubblicamente e liberamente, senza filtri, attraverso qualcosa che, indipendentemente dalla qualità, rimane pur sempre un libro. E, infine, ci sarà anche qualcuno che del self non vuole sentire parlare neanche da lontano: anche in questo, l'autopubblicazione, è molto democratica. Ma questo modo di vedere è molto scrittore-centrico. Io penso, invece, che sia importante ricordarsi che al centro c'è chi legge, non chi scrive. In questo, ma questa è una mia personalissima opinione, il self è un'opportunità in più per il lettore, la chance di scoprire tesori nascosti, che altrimenti rimarrebbero sepolti in un cassetto. Nessuno ha mai detto che trovare un tesoro sia facile, che non ci si debba insudiciare con il ciarpame che inevitabilmente si incontrerà in questa avventura. Ma, come diceva @Desy Icardi, su quasi tutte le piattaforme si può leggere un'anteprima del libro, indicativamente il 10% del libro, e questo permette di scremare e ridurre le scorie da pessime letture che ci portiamo dietro, aspettando di trovare la perla nascosta. Non posso e non voglio generalizzare, parlo della mia esperienza. So che un libro non si giudica dalla copertina, ma di fatto so bene che nella mia personalissima lista di priorità in fase di acquisto (in libreria) ci sono: copertina, titolo, sinossi, prime pagine del libro. Quando guardo nel mondo del self, la copertina e il titolo perdono rilevanza a favore di sinossi e delle prime pagine. Questo non mi impedisce di fare scelte sbagliate, come le tante che ho fatto frequentando le librerie. Tema complesso, non solo nei libri. Se ci sono poche recensioni, è come se non ci fossero. Se sono tante, le cose cambiano, ma sono più che note le imperfezioni dei sistemi "social" di valutazione e recensione. Ma questo vale per il self, per quanto pubblicato con CE, per gli aspirapolvere o le pennine USB. Per me questo è un tema OT, perché non è specifico per il self-publishing.
  19. @Mattia Alari è difficile non condividere quello che scrivi, ma ci sono tanti, troppi casi distinti, e l'offerta che è emersa negli ultimi anni cavalca in modo molto "smart" questa voglia di scrivere che porta al famoso luogo comune che ci siano più scrittori che lettori. Tra tutti i casi ci sono, sicuramente, anche quelli che dopo aver trovato le porte delle CE chiuse a doppia mandata, hanno deciso di fare da sé, giusto per dire di aver pubblicato qualcosa 😉 Il collettivo con il quale abbiamo scritto il nostro primo romanzo ha sperimentato con il self-publishing per scelta, consapevole dei pro e dei contro, e soprattutto dei rischi. Non ci siamo neanche posti il problema se passare o meno da una casa editrice, volevamo ridurre al minimo indispensabile le intermediazioni tra autore e lettore. Eravamo interessati soprattutto al feedback di chi il libro lo ha letto, attraverso un voto, una recensione o un messaggio privato, per poter imparare da chi legge come migliorare quello che come collettivo abbiamo cercato di fare. Che era semplicemente scrivere un libro che ci sarebbe piaciuto leggere (e non è detto che ci siamo riusciti al cento per cento). Posso aggiungere che l'investimento è stato molto più basso delle cifre che hai indicato (ma magari avessimo speso di più il risultato finale sarebbe stato migliore). In tutto questo, facendo la scelta di rimanere anonimi e di non coinvolgere parenti e amici nella promozione del libro. Per qualcuno è stato il trampolino per arrivare a una CE. E' il caso di un mio caro amico, il cui libro è stato per circa un anno in self, poi è stato acquistato da una CE e adesso è acquistabile in libreria. Io però ribalto la questione. Il problema del self publishing, non è l'autore, ma il lettore e la sua esperienza. Se vado in libreria, guardo il titolo, la copertina, la sinossi, sfoglio qualche pagina per capire se fa per me, e poi magari compro comunque in modo compulsivo. Le piattaforme di self consentono esperienze virtualmente molto simili, ma non è sufficiente. Concludo con tre domande (e qualche breve risposta). Esiste un mercato di lettori, vero, per il mondo del self? Dopo tre settimane di esistenza sullo store di Amazon posso dire che esiste (piccolo, ma esiste) Esiste qualcuno disposto a spendere 3, 4 o 5 euro per un ebook di uno sconosciuto? Idem (molto più di quanto pensassi) Che cosa si aspetta un lettore che sfoglia il catalogo di kindle unlimited, saturato da esordienti (ma non solo) che non passano da una CE? Questo non l'ho ancora capito 😅
  20. Qui secondo me rischiamo di andare pesantemente off-topic (la promozione non è solo un problema del self-publish). Magari ne parliamo in un thread a parte 😉
  21. @Mattia Alari sono d'accordo, non è per tutti, soprattutto nella narrativa. Come scrivevo qualche post addietro, il self non è per tutti, e forse nemmeno per molti. Richiede spirito imprenditoriale e comporta faticacce e investimenti. Tuttavia, credo che nel "mercato" editoriale in cui viviamo, uno scrittore debba acquisire un minimo di competenze che vadano oltre al solo scrivere, possibilmente bene. Fosse anche solo per relazionarsi meglio con i professionisti della filiera editoriale. Ad esempio, mi sono convinto, dalle testimonianze di un paio di amici che hanno pubblicato fiction con CE, che la promozione, volenti o nolenti, tocchi sempre all'autore (poi è anche vero che alcune CE riescono a farti entrare in giri ai quali non accederesti mai in self, ad esempio recensioni su riviste e blog, firmacopie in libreria, eventi di presentazione). Nella non fiction molte persone autorevoli autopubblicano (e spesso spendono parecchi soldini per i servizi che lo scrittore quadratico medio si aspetta di ricever da una CE) . E non di rado ricevono recensioni e promozioni dalla community, ma è oggettivamente un mondo molto diverso, con dinamiche particolari. Uno dei miei contatti personali ha venduto oltre 3500 copie su leanpub (testo in inglese molto di nicchia), ma é un'eccezione. Senza contare che la sua scelta è stata dettata da disaccordi con tre CE di levatura internazionale sul formato di stampa 😆 (e alla fine esiste solo l'ebook, stampabile).
  22. Nella comunità tecnico scientifica ci sono ottimi esempi di testi pubblicati in self-publishing, spesso editati da editor professionisti e curati in modo molto professionale dal punto di vista editoriale. In questo ambito, Leanpub è probabilmente più interessante di KDP. Non posso giudicare l'operato di chi seleziona le opere nelle collane non-fiction (in particolare, non ho idea di come funzionino i comitati editoriali e scientifici), ma posso senz'altro dire che, nel settore in cui opero quando non gioco a fare lo scrittore, essere pubblicati da editori anche di un certo rilievo (scusate se non faccio nomi) non è garanzia di qualità, anzi, purtroppo ho comprato testi piuttosto scadenti. Ovviamente, questo rischio è ancora più marcato nel mondo del self-publishing. Ma è anche vero che chi pubblica in un settore specialistico e non-fiction, non lo fa per i soldi, ma per una questione di autorevolezza nella materia in cui opera. Quasi tutti i professionisti che conosco e che hanno pubblicato in self-publish (una decina di persone, quasi tutti stranieri), hanno sottoposto il lavoro a una review estesa all'interno del loro network professionale. Nessuno di loro si sarebbe giocato la credibilità con un testo di bassa qualità e contenuti scadenti. La conseguenza è che spesso ho trovato più qualità nei testi in auto-pubblicazione che non nell'editoria tradizionale. C'è un altro aspetto che rende il self attraente: i tempi di pubblicazione sono molto più rapidi e questo, in alcuni contesti soggetti ad alta volatilità e tasso di cambiamento. è un vantaggio non da poco. I tempi editoriali sono spesso incompatibili con la velocità di aggiornamento delle tecnologie rischiano di portare a mercato un libro che è già "vecchio" nel momento in cui viene pubblicato. Con il self-publishing e l'editoria digitale (senza voler fare le cose più velocemente del necessario) questo rischio si riduce (pur non azzerandosi).
  23. La situazione La situazione è proprio di questo tipo, ma è solo il contesto iniziale, perché poi si prosegue con qualcuno (un italiano) che parla bene l'inglese e quindi il dialogo sarà tradotto. Avevo già iniziato a buttare giù qualcosa seguendo quanto consigliato da @Russotto e questo mi conforta 😊
  24. Aggiungo una nota sulle recensioni, questa volta specifica per il self-publishing su Amazon. Amazon permette di dare sia il solo voto (da 1 a 5 stelle), sia il voto più la recensione. Molto spesso mi capita di vedere libri in self-publishing che hanno tanti voti e poche recensioni testuali. Ne traggo due considerazioni. La prima: è un vero peccato, per l'autore, che non ha modo di capire il valore del voto (un voto a 3 stelle senza commento cosa vuol dire? Cosa gli è piaciuto e cosa no? Cosa posso fare per migliorarmi? E un voto a 5 stelle? Perché 5 e non 4? Cos'è piaciuto davvero?). Ma anche come lettore, tendo a guardare i commenti degli altri, per capire qualcosa di più del libro che sto per scegliere, a volte guardando proprio le recensioni negative per provare a smentirle leggendo il libro. La seconda considerazione, forse più un retro pensiero, è trovo molto strano quando mi imbatto in libri che hanno tantissimi voti e poche recensioni. Non voglio fare strane congetture su come e perché ci siano queste situazioni, ma personalmente, quando valuto un libro, cerco sempre di spiegare il perché del mio voto. E qui mi sorge una domanda: che tipo di recensori siete? (magari sto andando off-topic e bisogna aprire un nuovo thread)
  25. Diciamo che stavo pensando a qualcosa di molto meno complicato, anche e soprattutto dal punto di vista sociale. Effettivamente sono stato troppo sul vago, quindi provo a darvi un contesto più chiaro. Un turista (immaginiamo di madrelingua inglese, per semplicità del resto della storia) ha un malore, o un incidente. In ogni caso sviene. La scena, descritta in terza persona, riprende nel momento in cui il turista si "risveglia" e sente qualcuno che parla con lui in una lingua che non capisce. Potrebbe essere un medico che gli chiede "Riesce a sentirmi?" e lui sente il suono della voce, probabilmente riconosce che qualcuno sta parlando in italiano, ma non capisce quello che gli viene detto. La scena prosegue. Qualcuno si rende conto che è un turista straniero e decide di rivolgersi a lui in inglese, qualcosa tipo "Can you hear me?". Questa frase ha senso scriverla in inglese? Rispetto alla discussione che si è aperta (a proposito, grazie per gli spunti 🤩) il paradosso è che si ribaltano i ruoli. A questo punto è l'interlocutore che prova a esprimersi in inglese nei confronti del paziente, e quindi è l'italiano a trovarsi in difficoltà con la lingua 😜, costruendo frasi che nel mondo reale sarebbero intercalate da "come c***o si dice in inglese che ha la clavicola rotta?" La mia scelta sarebbe quella di lasciare tutte le frasi tradotte in italiano (anche il "can you hear me" e i successivi dialoghi in inflesecon il turista). Per quel che ricordo, la cosa più simile che ho letto è in Inferno di Dan Brown (dove Langdon è in ospedale a Firenze), e mi pare di ricordare che sia tutto in italiano, ma potrebbe essere una scelta del traduttore. Mi chiedo se ci siano esempi diversi e più in generale cosa, da lettori, trovereste più naturale leggere 😉
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