Vai al contenuto

Annasilvia

Utenti
  • Numero contenuti

    22
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Days Won

    2

Annasilvia last won the day on Luglio 21

Annasilvia had the most liked content!

Su Annasilvia

  • Rank
    Rookie
    Rookie
  • Data di nascita 19/06/1980

Visite recenti

221 visite nel profilo

Annasilvia's Achievements

Rookie

Rookie (2/14)

  • First Post Rare
  • Collaborator Rare
  • Conversation Starter Rare
  • Week One Done Rare
  • One Month Later Rare

Recent Badges

8

Reputazione Forum

  1. Qui ho dato un pó di sostanza al soggetto che avrebbe potuto sembrare superficiale. I bimbi sono il suo contorno, anche se Doriana potrebbe essere un bel personaggio a se stante.
  2. Si deve essere saltata la parola...strano ho riletto diverse volte...d'accordo sul termine materializzare. Userei...sempre in senso metaforico, era volato al piano superiore. Le parole a volte ti sfuggono sotto gli occhi
  3.  

    Iris- Il gioco di Maier – parte prima

    Matteo era uscito prima quella mattina. Ci sarebbero stati tre incontri con tre piccoli pazienti dell’Ospedale civile. Le istruzioni erano state molto chiare e ognuno di loro aveva avuto un dono dai genitori il giorno prima. L’esperimento di quel giorno consisteva nel riuscire a ricordare quale oggetto fosse, richiamandolo al pensiero attraverso le schedine disegnate.
    Ne avrebbero parlato al dottore come  avrebbero fatto con un compagno di giochi, dando libero sfogo alla creatività, così che il risultato di abbinare l’oggetto alla sua utilità in casa, avrebbe creato un’impressione forte, pronta a dare stimoli importanti al bambino. Due maschietti di sette. e otto anni, Giorgio e Davide ed una bimba di 6, Doriana, erano questi i nomi e le età dei pazienti e tutti venivano accompagnati da genitori o nonni.
    Matteo era freddo e determinato,  i suoi modi garbati non lasciavano spazio a momenti di dolcezza, era dell’idea che proprio i bambini dovessero essere in grado di riconoscere un momento serio in cui tenere un atteggiamento più discreto e uno in cui lasciarsi andare ad effusioni e smancerie .
    Aveva scelto dal grande armadio a muro, camicia e pantalone, aveva fatto la sua toeletta giornaliera per intero con meticolosità, posizionando i prodotti nella stessa posizione in cui erano stati posizionati il giorno precedente, poi aveva fatto colazione con una centrifuga di arance, kiwi, mela verde e zenzero, indossato la sua giacca Armani e qualche spruzzata di essenza di Giò, posizionata in una nicchia tutta sua all’uscita, molto ben illuminata  e posizionata su un disco di metallo lucido. 
    Infine era uscito con la sua station wagon nera e il suo zainetto multitasking, organizzato ad hoc per la giornata. Giunto in reparto ed indossato il camice immacolato, aveva appena degnato Debora, la capo reparto grossa ed impicciona mai sofferta e si era materializzato al piano superiore dove avrebbe incontrato, in orari diversi, i tre bimbi.
    < Che cavolo di educazione!> aveva borbottato l' infermiera con i due tirocinanti, Barbara e Luca.
    < Ma che gli hanno fatto a questo, sembra un cadavere profumato, aaaah lo odio, quel suo perfezionismo da strapazzo> poi balzando da dietro la scrivania aveva spruzzato in aria, una soluzione salina mangia-odori.
    Luca e Barbara sorridevano a denti stretti per non dispiacere l’imponente Debora.

    Davide e Giorgio furono puntuali alla seduta. Il gioco del “ Ricordare” portò i suoi frutti.
    Il primo aveva ricevuto un cavalluccio a dondolo che, in realtà, era chiuso in cantina da quando era molto piccolo ma che non era mai stato usato per la paura che l’animale suscitava nel bambino.
    Riconobbe il cavalluccio dalle schedine disegnate e ne imitò il verso.
    Il secondo aveva gettato le schedine via dal tavolo con un gesto di stizza per lo sforzo che quel gioco gli aveva richiesto. L’oggetto era un drago in gomma. Alla fine, dopo essere stato persuaso a raccogliere le schedine con il dottore, lo riconobbe, riconducendo il drago alle fiamme. Erano connessioni logiche non troppo remote che il bambino riusciva a cogliere subito, pur applicando uno sforzo commisurato alle sue cognizioni.
    Doriana, la bimba di 6 anni, sarebbe arrivata molto più tardi, ma il gioco fatto, gli impose di attendere nelle sue stanze e terminare la sequenza.
    < Scusate Dottore> era la nonna ad accompagnarla < abbiamo avuto qualche imprevisto>.
    Matteo, senza dire nulla, prese in consegna la piccola e la condusse in laboratorio.
    < Dottore, io non sono malata, sono molto brava> disse, rompendo il silenzio tra i corridoi del reparto.
    < lo so Doriana, dobbiamo solo fare un gioco per esercitare la mente> giunsero nella piccola stanza e cominciarono il gioco del ricordare.
    Doriana non ricordò il dono ricevuto, un fornetto con degli stampi e del pongo, ma ogni volta che si arrivava al fornetto, ella costruiva una storia diversa, non sempre pertinente alla realtà, ma sensata.
    Che nel fornetto veniva cucinata ogni tipo di pietanza, che qualche volta ci cucinava i cavoli, che aiutava la nonna a fare i ciambelloni, che bruciava tanto però era tanto utile.
    La bambina creava storie, o meglio, interpretava la realtà secondo suoi canoni .
    Matteo decise allora di tirar fuori le sue doti innate con un gioco che aveva imparato nell’apprendistato e che avrebbe rilevato nei pazienti, grandi o piccoli, una propensione ad “uscire dagli schemi”.

    Si chiamava Il Gioco Di Maier o dei nove punti. Obiettivo del gioco, unire nove puntini su un foglio o una lavagnetta, disposti a file di tre, a formare un quadrato, con sole quattro linee senza staccare la penna dal foglio.
    La bambina, dopo averne compreso il senso, risolse il gioco, sotto gli occhi stupefatti del dottore.
    Incredibile, aveva trovato una piccola creativa, capace di uscire dagli schemi e, dopo averne informato i suoi, volle subito scrivere una relazione da presentare alla Commissione Medica, proponendo il suo progetto ambizioso: un centro medico dedicato ai problemi dell’infanzia e diretto da lui personalmente.
    Quella sera, uscì per ultimo, guardò Debora con sufficienza, salutandola con un leggero movimento del collo, quella abbassò lo sguardo, poi lo guardò uscire, osservando la sua andatura decisa, quasi robotica, e con una smorfia, terminò il caffè che aveva in mano.

    All’Accademia Iris era intenta nella lettura di un prezioso cofanetto sulla storia delle scienze mediche dove aveva passato ore ad indagare sul mistero del passaggio dall’ Alchimia Medica con le figure del guaritore e dello speziale a quelle del medico Dottore e del farmacista moderno.
    Il mistero sarebbe stato semplicemente il passaggio all’età dei lumi o prima nel XIV sec. quando secondo una “ tesi misterica”, i cavalieri templari, presagendo la loro fine e persecuzione, affidarono i famosi “ Semi della Virtù”, legati alla saggezza del simbolismo, ai Tarocchi, rimettendo al popolo rozzo e ignorante, la possibilità di coglierne l’importanza e approfondirne i contenuti. Tutta la diatriba rimase del tutto ignara ai più con le prime importanti scoperte, l’apertura di gabinetti medici e orti botanici in cui effettuare sperimentazioni affiancando le Università e i tirocinanti. Ma soprattutto, la pubblicazione di 
    “Exercitatio anatomica de motu cordis et sanguinis in animalibus” del 1628 di Harvey sul cuore e sulla circolazione sanguigna che sferrò un colpo mortale alle vecchie scienze mediche.
    Volle sincerarsi della serietà del testo andandolo a pescare in una zona remota della Bibblioteca.
    Ruotava la scaletta a destra e sinistra per trovare numero e serie del volume, estraendo, una per una, la copia osservata e riflettendo tutte volte sulla possibilità di aprire un nuovo dibattito sui trascorsi della medicina moderna. Afferrò l’ultima tra le copie con traduzione rimaste e aprì il volume all’indice dei capitoli, poi sollevò lo sguardo per sincerarsi della numerazione sullo scaffale ed ecco, inaspettatamente, un paio di occhi scuri fissarla attraverso il posto-libro. Ancora una volta gridò spaventata < Aaaaah, ma cos’è?>.  
    Dall’altro lato dello scaffale, qualche piede sotto sulla scaletta, Umberto, osservava curioso la sua bella, intenta nello studio e sopraffatta dai pensieri.
    < Quando la finirai con queste improvvisate?>
    < la bibliotecaria mi ha detto che eri qua>
    < e allora?>rispose permalosa.
    < allora eccomi! Sono venuto a trovarti>.
    < pazzo! Potevi farmi cadere>
    Scese dalla sua scaletta e girò dall’altro lato dello scaffale ridendo un poco. Poi la afferrò in vita e con un balzo la fece scendere a terra.
    < Allora, sei proprio a terra adesso?>
    < che t' importa, scemo pazzo!>
    < se lo sei, andiamo a cena stasera>.
    < mmmmm>
    < mmmmm> la imitò lui.
    < Dopo questo comportamento sconsiderato, non saprei davvero…> alzò un po’ la testa ruotandola verso il suo banchetto.
    < vorrei farmi perdonare per il gesto sconsiderato>
    < bene, in questo caso….potrebbe essere> poggiò il libro su uno degli sgabelli, accanto il banco comune. 
    Poi sedette su quello e, guardando intensamente l’interlocutore, gli gettò le braccia al collo.
    Era lì davanti alla fine della bufera che, inevitabilmente, aveva colto lei e le amiche e, per la prima volta, si sentì davvero felice e tranquilla. 
    Lui la strinse a sua volta  e, ancora una volta, si sciolsero in un tenero bacio.
    < Perché hai il vizio di sparire così?> le disse un po’ irritato.
    < Non voglio compromettere il suo buon nome, Signore>
    < Non vuol dire niente, da oggi dovrai tenermi in considerazione in ogni momento, buono o cattivo, promesso?> le domandò ricambiandole dolcemente lo sguardo.
    < Promesso!!!> rispose sicura mettendo la mano destra sul cuore.


    Il Lanternafilmun si sarebbe riunito la prossima settimana. Si vociferava che dall' Ospedale sarebbe giunta un’ equipe di medici per discutere circa una possibile collaborazione con l' Accademia per organizzare corsi e scuole brevi per specializzandi, da qui l’intenzione di Iris e tanti altri di avvicinarsi alle scienze mediche attraverso filoni comuni. Avrebbe potuto, quantomeno, collaborare a reperire le fonti dei testi accademici, più antichi o anche, più all’avanguardia e assistere all’organizzazione dei programmi come coadiuvatrice.
    Tutto ciò solo per essere stata insignita “ lanternina”. Al di fuori della cerchia del Club tutto taceva, come sempre, una realtà stantia, bloccata, ognuno a pensare a sé. Le strade desolate delle ore notturne e quelle trafficate delle ore di punta parevano, scandire cicli di una routine senza fine.
    Nel pomeriggio voleva condurre un esperimento sul cavaliere che tanto galantemente l’aveva invitata a cena. Perciò gli diede appuntamento nell’area verde del campus e arrivò all’edicola di fronte ad acquistare gli strumenti.
    < sediamoci qui> gli disse, poggiando uno dei larghi volumi che aveva in mano, sull’erba tra loro.
    < cosa facciamo un picnic?>
    < magari, spiritoso> scartò il pacco dei tarocchi, li mescolò velocemente e poi disse < scegli tre carte dal mazzo> nelle due ore di buca, dopo pranzo, le ragazze erano state occupate, così ne aveva approfittato per leggere l' opuscolo e diventare una zingara apprendista.
    Umberto aveva scelto, poi con un gesto solenne  d' imposizione della mano, aveva aggiunto le sue che sarebbero servite alla lettura del destino secondo gli astri.
    Tra gli Arcani maggiori, il cavaliere galante aveva pescato: gli amanti, il carro, la giustizia.
    Iris vi aveva letto una vittoria imminente forse legata ad una storia d' amore e un fatto ambiguo dove la giustizia avrebbe trionfato.
    Felici, i due innamorati trascorsero un pomeriggio sereno e una serata indimenticabile.

    I giorni successivi li passò con le ragazze a spettegolare e a studiare le mosse del Lanternafilnum.
    Michela sapeva di un nuovo incontro tra Miranda e  Georgia Von Philphen e non tardò a riferirlo alle ragazze. A quanto pare, Grandi Senior aveva deciso di confermare il patto con l’equipe medica dell’Ospedale Civile e che aveva messo a disposizione un bottino bello goloso ai partecipanti del Gioco della Stagione. 
    La squadra accademica pertanto avrebbe gareggiato con la squadra medica sempre sotto la supervisione di Miranda e Georgia.
    Le tre, nonostante le lanternine apposte sul petto, navigavano nel buio: né Umberto avrebbe potuto aiutarle con informazioni o azioni di qualsiasi genere né avrebbero avuto dalla loro competenze scientifiche per decifrare segni o indizi di qualsiasi genere.
    < A cercar col lanternino> era la scritta apposta sulla grande bacheca dell’Accademia ma sino a quel momento non ne avevano carpito il senso occulto.
    Studio, concentrazione, ricerca…sfida delle convenzioni (per quanto possibile). Forza, prudenza, astuzia e solidarietà. Tutte doti da mischiare sapientemente per la conquista del bottino.

    Iris- Il gioco di Maier- parte seconda

    Il progetto di Matteo sul Centro per i problemi infantili era stato discusso e apprezzato dalla Commissione Medica e lo stesso giorno, alcuni dei suoi membri, avrebbero incontrato  Miranda e il suo team.
    Partendo dalla disquisizione sulla piccola Doriana e sulla sua creatività, passando per lo schema di Maier sino a giungere ai risultati delle sue sperimentazioni, aveva senza dubbio, solleticato l’interesse di ogni socio presente all’assemblea.
    Era di sicuro un punto di partenza. Poi, come proposto da regolamento, vi sarebbe stata una concertazione unita a valutazione e qualora si fosse giunti all’approvazione si sarebbero aggiunti anche rilettura, analisi del progetto completo ed esecuzione.
    Certo che tracciare una linea unica spezzata in quattro parti avrebbe articolato oltremodo il gioco e 
    ‘raggiungere una quadra’, paradossalmente, avrebbe significato uscire dagli schemi.
    Uscire dagli schemi non sarebbe stato facile per Matteo, tanto rigido e inquadrato ma per Iris avrebbe significato entrarci, riuscire a comprenderli e uscirne. 
    Il Lanternafilmun era d' accordo…i partecipanti nominati…il bottino stabilito…i giochi aperti!

    Quella mattina Iris era stato distratta da Tigrina, il gatto arrampicatore femmina più piccolo della colonia.
    Tigrina era chiamata così perché striata grigia e marrone e particolarmente incline all’arrampicata sul grande pino. Era riuscita a volare sul davanzale della cucina, dove aveva beccato una ciotola di latte caldo e tante carezze, poi con timidezza, era volata tra i rami del pino e ridiscesa tra i felini mortali.
    Anche lei sarebbe scesa e avrebbe raggiunto a piedi la pensilina lungo la strada principale già trafficata e rumorosa. Il tempo, grigio e piovoso, non le aveva consentito di uscire senza il suo impermeabile arancio e il suo ombrellino a concerto e, fermandosi proprio accanto la panchina, non aveva potuto fare a meno di notare un manifestino un po’ sbiadito con delle linguette che mostravano un numero di cellulare, qualcuna già staccata. < PERFAVORRE NO TEMPOREGGIA, CHIAMA VELOCE, TU VUOI VINCERE OPPURE NO?, ALLORA?IO STO ASPETTANDO!!!>.
    Iris, aveva già il cellulare tra le mani. Sul gruppo Inseparabile Trio, le ipotesi sui giochi si erano sprecate.
    < Insomma basta! >Aveva risposto loro brutalmente <quel che sarà sarà>.
    Poi curiosa aveva cliccato sulla cornetta verde e aveva composto lo strano numero di ben 14 cifre sul plexy della pensilina.
    < Si Prontoooo> rispose la voce squillante?
    < pronto, salve io…beh…aspettavo il mio bus….quando…> 
    < Non avere più tempo, PRESTO CORRERE CORRERE VELOCE>
    Guardò intorno confusa, poi disse nel panico < correre? Dove…dove devo correre?
    < ADESSO NON ESSERCI PIÙ TEMPO…MI DISPIACE CIAO> era una voce strana, squillante e androgina, né troppo maschile né femminile. Guardò il display. La telefonata era stata interrotta.
    Poi guardò la strada ignara. Uno strano uomo, un corridore da maratona in ciclisti, una canotta a strisce  e una bandana al petto col numero 1, correva veloce, in senso inverso alla marcia delle auto, senza far caso né alla pioggia né agli schizzi delle ruote delle auto nelle pozzanghere.
     Intuì che qualcosa collegava quella strana voce e il corridore e cominciò a correre anche lei all’impazzata.
    Nel traffico, tra le auto impazzite e un uragano di vento e acqua, riusciva a vedere solo un soggetto in movimento: il corridore a strisce fluorescenti.
    < Ehiiiii! Un attimo, un attimo Aspettiiiii. Ma cosa…?> Aveva svoltato dietro dei caseggiati, invadendo un’isola pedonale e trascurando ogni semaforo.
    < DOVE VA? ASPETTIIII, SENTAAA?>L’ombrellino, ormai mezzo rotto, le era sfuggito dalle mani, volando via lontano trasportato dal vento. Aveva anche lei invaso l’isola e attraversato la strada tra i clacson intimidatori delle auto. Poi svoltò anche lei sul vialetto del corridore, un po’ angusto e oscuro, e notò che il soggetto era sparito tra quelle case a schiera, senza lasciare traccia.
    Uscì camminando adagio dal vicolo e si trovò in un area periferica mai vista dov' era situato un campo da calcetto abbandonato, spogliatoi e cabine fatiscenti, reti bucate, campetto invaso da erbacce.
    Aveva smesso di diluviare e il vento spazzò via, poco a poco, le nubi in cielo.
    Si aprì uno spiraglio di luce che andò a illuminare quel luogo angusto.
    Non voleva mollare la presa, sentì che qualcosa o qualcuno di importante potevano trovarsi a pochi passi da lei. Si avvicinò ancora e ancora, e quando si trovò accanto ad una delle porte semiaperte della struttura cadente e abbandonata, vi entrò, credendo che lo sportivo vi fosse entrato prima di lei.
    < Ehiiiii, c’è nessuno?, signoreee…> le stanze buie e polverose contenevano rifiuti, cartoni e pallonetti sgonfi.
    Le latrine completamente divelte, lasciavano il posto ad enormi buche maleodoranti, a muri umidi e scrostati, a colate di ruggine e mucillagine. 
    Constatava che in quel luogo non c' era più niente e nessuno. Ma l’ennesimo foglio di carta attaccato su uno dei vetri, quello non infranto, del portone vetrato, attirò la sua attenzione.
    Era uno schema calcistico.  Nove puntini, un classico 4- 4- 1 più il puntino estremo della porta, il numero 10.
    La sensazione era quella di cadere in una trappola, quella di fare delle cose consapevolmente ma rifiutandone la logica di volta in volta. Staccò quel foglio e corse via, raggiungendo nuovamente la strada principale, una delle circolari stava per passare in quel momento. Quel quarto d' ora avrebbe potuto non essere stato mai.

    All’Accademia erano le 9:30 passate. Per giustificare il ritardo, inventò un contrattempo dovuto all’acquazzone appena sceso giù e al conseguente ritardo dei mezzi.
    < Che strano> mormorò Arnalda al terminale della postazione all’uscio della Biblioteca, < il mio non ha fatto ritardo…> sembrava uno scheletro di topo dietro i suoi grandi occhiali pesanti con la montatura nera, i suoi maglioncini in ciniglia spelacchiati e i suoi tacchetti marroncini del 1950. Il loro rancore era nato qualche anno prima quando, dopo una disquisizione su dove dovessero trovarsi certi volumi, Iris l' avrebbe mandata nel posto in cui non batte mai il sole e lei si sarebbe precipitata come un’arpia dal Presidente con la pretesa di essere l' unica responsabile della postazione. Al che Iris sarebbe passata da bibliotecaria ad uno scomodo ruolo di “inserviente dei volumi”.
    <Serve qualcosa? Occorre trasportare fascicoli? Ricercare manoscritti perduti? ci sono io!!!> rivolgendosi ironica a chi la guardava incerto sul posto di lavoro.
    Guardò Arnalda sospirando, < certe cose non cambiano mai> tra sé e sé.
    Poi cominciò a spulciare qualche manuale digitalizzato sulle formazioni sportive, ripercorrendo la storia della Nazionale di Calcio, finché non trovò alcuni schemi interessanti, movimentati da vettori, a formare strani scarabocchi su fogli immacolati. Ne sorrise, chiedendosi in che modo funzionasse la mente di un allenatore in gamba, quasi come quella di un contorsionista probabilmente.
    Nel pomeriggio l' incontro con le ragazze fu lungo ma proficuo.
    Raccontò l’episodio della pensilina e quello del corridore, poi l' arrivo al campetto fantasma e, infine, mostrò loro lo schema ritrovato.
    Parlarono a lungo dell’accaduto, non mancando di apostrofare l’amica come imprudente e impenitente.
    < …ma potrebbe essere l' indizio del nuovo gioco?> disse per discolparsi.
    < Certo perché un po’ di vita in più, invece, è assai pesante> gli urlò Betta infuriata
    < Non capisco come diavolo ti sia saltato in testa fare una cosa tanto sciocca> aggiunse Michela, sfumacchiando la sigaretta sottile all’essenza di menta piperita.
    < Diciamo che ho compreso cosa propone il Lanternafilnum nel suo menù…ma voi chissà> girò il capo e incrociò le braccia in segno di dissenso.
    < Già> Betta invece continuava a fissarla <diciamo che chi non risica non rosica e chi rosica…prima o dopo…schiatta!!!come un topo sulla colla>
    < bene, mamme! Adesso volete aiutarmi a capirci qualcosa?>
    < certo cara figlia intelligente> Michela le mostrò uno dei manuali nuovi per la didattica delle scuole medie e tra i diversi giochini estivi proposti ai ragazzi, c' era il gioco “unisci i puntini”.
    < Vedi?, guarda bene cosa viene fuori alternando i numeri nelle diverse posizioni…disegnini sempre diversi…
    un cespuglio strano, uno scoiattolo, una vignetta e altre, frutto della stessa fantasia dei ragazzi> Michela sfogliava il manualetto, frutto di una collaborazione con le scuole inferiori, che proprio in quei giorni le era capitato per le mani.
    < Dunque?> borbottò Betta
    < Dunque dall’unione di nove puntini potrebbe nascere qualsiasi scarabocchio, illustrazione o tracciato e altre combinazioni nascere da diverse interpretazioni fantasiose>.
    < ma perché proprio 9 puntini…non contando la porta certo…> Iris cercava di immaginare quante e quali immagini potessero venir fuori dall’unione di soli nove punti, considerando il dieci come base da raggiungere.
    < IMMAGINI- IMMAGINAZIONE, ma perché questo tipo di didattica?> chiese curiosa.
    < perché sviluppa fantasia, immaginazione, questo è chiaro. E guardando un cielo stellato riuscirai ad unire le stelle a formare piccolo carro, grande carro, toro, sagittario ed ogni casa celeste…>
    < ma è comunque uno schema!!!qualcosa in cui qualcos’altro viene inquadrato, solo lo spazio è infinito> aggiunse perplessa.
    < beh non so che dirti> concluse Michela < chiedilo al tuo scienziato> e guardandosi, risero di gusto.

    Quel giorno l' Accademia aveva il piacere di ospitare l’alta dirigenza ospedaliera composta da medici primari, manager e direttori amministrativi. Un giovane uomo, distinto per le sue importanti missioni nell’ambito della ricerca psico-pedagogica, presentava il suo visionario progetto sulla nascita del primo Centro Medico per i Problemi dell’infanzia:
    < e dunque… Vi presento con grande piacere il caro collega e amico Matteo Bassetti che ci illuminerà sul progetto che, con la vostra approvazione, troverà compimento nel prossimo anno.
    Umberto lo osservava con grande attenzione. Il discorso di Matteo, molto pulito e coinciso, verteva sul diligente lavoro svolto in ospedale e sulle nuove opportunità che la Comunità Europea proponeva in questo ambito. Sul fatto che gli altri paesi erano già dotati di tali strutture e l' Italia non avrebbe potuto perdere la sua sfida col futuro…perché ogni bimba o bimbo lo sarebbero stati presto.
    Fu proprio in quel momento che il suo braccio si levò in aria, quasi perdendo il contatto con la mente e il resto del corpo.
    < Prego> esclamò secco, quasi irritato.
    Umberto temporeggiò qualche secondo, cercando di capire perché avesse alzato la mano,  quasi opponendo la sua presenza.
    < Prego> continuò l’oratore insistendo affinché parlasse.
    < ah si, certo, bene…io vorrei chiedere, come sarà possibile offrire le giuste terapie ai bimbi di famiglie indigenti, considerato che il Centro sarà sostenuto, per metà, dalle tariffe di servizio> un gran mormorio si diffuse nell' aula. 
    < non sarebbe meglio potenziare le risorse della struttura pubblica, se posso permettermi, una giudiziosa divagazione> Grandi Senior era balzato dalla sedia e si era voltato verso il figlio con aria decisamente contrariata. Sulla sua destra Miranda e Georgia continuavano a sussurrargli qualcosa all’orecchio e nella confusione aveva notato che una planimetria arrotolata era scivolata ai piedi della Von Philphen.
    < Boni, Boni> continuava a parlare con l' assistente sordomuto e, sfruttando il linguaggio dei segni, gli aveva comunicato di raccattare il rotolo, con molta prudenza.
    < Bene, scusate…il collega voleva, in nome della filantropia che lo contraddistingue, porre freno alla scienza e al suo sviluppo, ma non è il nostro caso, faremo il possibile…il possibile per offrire cure agli indigenti ma in ogni caso, l' Ospedale sarà collegato al Centro e continuerà le sue Missioni> Si guardò intorno. Tutti lo applaudivano battendo le mani violentemente.
    Uscì dall’aula velocemente e dall’uscita opposta veniva fuori Boni con la planimetria tra le mani.
    L' appuntamento con il cavaliere galante sarebbe stato quella stessa sera in un aula dell’Accademia.
    Le ragazze erano andate via insieme.
    < Ci facciamo una pizza?> aveva proposto Betta.
    < Oh no, aiuto, stasera ho appuntamento con Umberto, facciamo domani?>
    < va beeeene, cuoricini, ma domani facciamo anche shopping!!!>
     < ok, ok, domani mi farò perdonare tutto> le ragazze erano sempre molto sincere e protettive ma, conoscendo meglio lo scienziato avevano schiarito le idee, ottenebrate, in qualche modo, da un pregiudizio dettato dall’ambiente un po’ snob dov' era cresciuto e dove la stessa Michela non aveva mai messo piede.
    Poi erano andate via, erano quasi le sette di sera.
    I due innamorati si erano incrociati nel lungo corridoio che dall’Aula Magna portava alla Biblioteca, si erano scambiati un timido bacio e subito dopo si erano seduti sul patio, in cattedra.
    < Ho qualcosa da mostrarti> disse deciso. Aprì la planimetria della Von Philphen e mostrò ad Iris il progetto.
    < La planimetria è una mappa che ci mostra la destinazione d' uso dei locali in un uno stabile. Questo è destinato alla Discius srl, una delle società della Fondazione Città del Sole. Mio padre e i suoi sono decisi a partecipare al progetto con la cessione del fabbricato. Oggi uno dei medici fondatori stava presentando all’Accademia i suoi buoni propositi…ciò che mio padre non sa è che l'astuto giovanotto è stato in una delle mie compagnie estive, che era stato accusato della sparizione di un altro giovane e scagionato per assenza di prove…e chissà di che altro>.
    < …quindi…il bottino del Lanternafilnum sarà suo…> mormorò Iris, un po’ timidamente.
    < beh, suppongo di si…ma tu che…> Umberto la guardò incuriosito.
    < Ho da raccontare delle cose anche a te…ma tu…non ti arrabbierai…>  Cominciò da principio: il numero, il corridore, il campetto, lo schema, la ricerca di Michela…ogni cosa.
    Gli occhi di lui sembravano cambiar di colore ogni istante, ma l’espressione del viso era fissa. 
    Le strinse forte la mano e la rimproverò dolcemente…le ragazze avevano già fatto un buon lavoro e l’interlocutrice era più che pentita.
    < Aspetta…> aggiunse poi il cavaliere galante < a proposito dei tuoi puntini…guarda bene la planimetria in trasparenza> la sollevò verso la luce, poi sovvenne, appoggiandola sulla lavagna luminosa di fianco al patio.
    Accese la lavagna. In ogni stanza dello stabile, ben dieci, era disegnato un punto nero tranne che in una.
    Quella stanza era segnata in legenda come “ Direzione”…< figurati…la vedo già con il suo nome> aggiunse lui.
    < Ma certo, è chiaro, è quella la porta> Iris sgranò gli occhi.
    < La porta?> chiese Umberto.
    Aprì lo schema calcistico che aveva in tasca. < Vedi? È la porta, del giocatore numero 10, dove si segna e dove potrebbe essere stato riposto il bottino>.
    Umberto allargò le spalle e con la mano trascorse i nove punti…fino alla porta del possibile goal.
    < Hai ragione…ma si…potrebbe essere. Dobbiamo andare. So dove pescare le chiavi, andiamo>.

    Le chiavi erano in presidenza. Grandi Senior era andato via e fu facile individuarne la posizione.
    Erano tutte riposte in un armadietto. La chiave “ Stabile Discius” era sotto la sua etichetta, l' afferrò veloce, poi scappò fuori tenendo Iris per mano.
    Sfrecciarono veloce verso il Discius, la strada era buia e sgombera. In fila diverse auto parcheggiate nei box tratteggiati ed un faro puntato proprio sull’entrata, acceso e fortissimo.
    Inserirono la chiave nella toppa ed entrarono. Abbassando la leva dell’interruttore principale, si accesero le luci di tutte le stanze, camminarono verso la stanza numero 10, molto piano spalancarono la grande porta che la separava dal resto degli uffici, ancora vuoti.
    Ed ecco il bottino sulla grande scrivania al centro della stanza, unico mobile all’interno dello stabile.
    L’agenda era lì, il display era acceso e li monitorava, come lo zoom di una telecamera puntato sui loro volti stupefatti. Si guardarono, sorrisero e di comune accordo si avvicinarono all’oggetto con molta cautela.
    La mano di Umberto si tese per prendere il dispositivo.
    < Sarebbe troppo facile, non è vero?> il tono intimidatorio della voce di Matteo era sopraggiunto dopo un click metallico che presagiva un colpo pronto nella canna di una pistola.
    I due si voltarono piano, a mani alzate. La figura imponente e snella del giovane intimoriva quasi più dell’arma che aveva tra le mani, intanto un profumo intenso si era espanso in tutta la stanza.
    < Ti avrei riconosciuto solo per il tuo dopobarba del ca**o> Umberto lo guardò con aria di sfida cercando di non lasciar trapelare le sue paure.
    <E tu? Dolcissima, ci metti poco a metterti nei guai> guardò malizioso la ragazza, spostando un poco la posizione della mano armata.
    < bleaa> irriverente e con un verso di dissenso Iris rispose allo sfacciato.
    < Non hai ancora smesso di uccidere gente per arrivare dove vuoi arrivare…> Umberto incalzò.
    < Ci sarei arrivato comunque…questo è il mio gioco, voi siete gli intrusi nel mio gioco…quale gioco?> osservava fisso gli occhi interrogativi di Iris < il mio gioco, il Gioco di Maier. Solo che questa volta i puntini li ho uniti io, non piccoli ritardati. Nove puntini, quattro linee continue…ma senza staccare mai la penna dal foglio, ualààà, magia, dopo anni di studio, anch’io ci sono riuscito. Lo schema che si risolve uscendo dagli schemi>.
    < Ma non è così…il gioco è uno schema calcistico e noi ci troviamo in porta…al numero dieci> urlò Iris.
    < Ah ah ahahahahaha> una fortissima risata squarciò il silenzio dello stabile, rimbombando ovunque.
    <bene! Se è vero quanto dici, manca solo un bel colpo…in questa maledetta porta> e mentre il dito cominciò a premere sul grilletto, un evento inaspettato forzò il giovane a lasciare l' arma, una profonda siringata di un potente sonnifero piantata nel collo, direttamente all’altezza dell’arteria.
    < Sei ancora vivva? Veloce veloce correre adesso> era proprio lui! Il russo che le aveva risposto al telefono alla pensilina, una specie di angelo custode del Lanternafilnum, a quanto pare, inviato dall’impulso del dispositivo sulla scrivania.
    Quella sera, la carriera del giovane era stata stroncata per sempre. Il bottino era stato vinto dai due giovani ai quali vennero inviate le scuse più sincere da parte del Lanternafilnum per la mancata fiducia nel loro operato…il giorno dopo Grandi ricevette Iris nel suo ufficio complimentandosi per il suo intuito eccezionale e il suo impegno in Accademia. A lei venne anche consegnato un piccolo presente da parte della socia insigne, Georgia Von Philphen, un cofanetto elegantissimo, con una rosa intarsiata e, all’interno, un profumo molto raro creato con fior di loto proveniente dal Giappone.

    La pizza della sera con le amiche e lo scienziato fu memorabile. Si parlò di buoni propositi, si scherzò tanto e venne deciso all’unanimità che parte del bottino sarebbe andata all’ orfanotrofio regionale di Santa Claretta.
    Il Gioco di Maier si era concluso e con il gioco si concludeva una piccola, piccola parte della lunga vita di Iris,
    ma non verrà tutta narrata…il gioco della vita va giocato fino in fondo, ogni capitolo una gioia, un dolore, una sorpresa, di già, un emozione troppo lunga per essere descritta.

                                                                                              FINE

     

    1. Annasilvia

      Annasilvia

      @Russotto

      ok? Effettivamente ci sono anche gli altri episodi qui dalle Bacche del giardino di Emily D. fino al gioco di Maier, ma è abbastanza indifferente posizionarsi in discussione o in narrativa o anche, per sbaglio, come mi è capitato, in vetrina. Ho letto il vostro regolamento due volte e non ho trovato un collegamento link con la sezione narrativa...trovo sempre molta difficoltà a pubblicare. Poi...non commenta nessuno...ma su questo non può dirsi nulla, considerando che nessuno è obbligato a farlo...non so, tu che pensi?    hai avuto modo di dare un'occhiata ai miei testi?

    2. Desy Icardi

      Desy Icardi

      Giusto un commento di forma, e non di sostanza:  usi i segni matematici di maggiore e minore anziché le virgolette "caporali", ovvero queste: «»

      Sottigliezze... Nulla che un giro di "trova e sostituisci" non possa risolvere in pochi minuti.

      Buona scrittura.

  4. https://ultimapagina.net/forum/applications/core/interface/file/attachment.php?id=1114&key=2875b5a6366f880caf80b941bb9d6568 Ora che succede?😌
  5. Iris- Il gioco di Maier.docx
  6. Iris- Il Circolo Lanternafilmun.docx
  7. IRIS- Il Circolo Lanternafilnum L' accademia stava organizzando la serata annuale d' incontro con l' Associazione filatelico-numismatica di Genova, “La Lanterna”. Ognuno dei soci ne aveva approfittato per vuotare scatoline e scatoloni a casa o anche, in angoli reconditi della biblioteca. Qualcuno ci avrebbe messo la cartolina, qualcuno il francobollo, altri sottobicchieri, altri ancora autografi e marche da bollo. Grandi Senior aveva unito insieme ad altri una fitta documentazione telegrafica e affrancature meccaniche, provenienti da plichi ufficiali dello stato. Betta, Michela e Iris, dopo un’estenuante ricerca tra gli scaffali della biblioteca accademica, presentavano lettere di contadini affidati a scriba non troppo eruditi di emigranti italiani nel mondo. < sei tu che non capisci niente…> borbottava Betta a Michela < adesso che navighiamo in buone acque, continuiamo ad essere banali e prevedibili, perfino più di Umberto> Grandi Junior era stato insignito di un’onorificenza scientifica che gli consentiva di intrattenere relazioni e diatribe intellettuali con tutto il mondo accademico e universitario, mentre, dopo il ritrovamento dello Specchio di Venere, Iris, aveva solo ottenuto di poter continuare le sue ricerche senza preoccuparsi delle sovvenzioni. Certo, non era poco, né scontato. < Umberto di quà e Umberto di là, quante volte dovrò ricordarvi genere e razza del soggetto…> Iris, continuava a riordinare i plichi per poterli presentare in modo ordinato e c' era ancora molto da riuscire a comprendere tra quelle pagine tipo perché una “sciura timorada de Dio” dovesse avere un’amante in Australia e continuasse a ripetergli di non tornare indietro. O perché una ragazzina di quindici anni venisse sposata ad un vecchio di cinquanta per procura, solo per un posto fisso in miniera, o ancora, perché i siciliani emigrati a Milano, insistessero a coprirsi oltremodo anche durante la stagione estiva. Piccoli e grandi misteri che Iris perplessa valutava per la sua presentazione. < volete prestare un attimo di attenzione? Sembrate oche impazzite. Oddio eccolo!> era lui, il geologo intemperante, sfilava nel corridoio principale per dirigersi all’anfiteatro, con la sua andatura decisa e il consueto mezzo sorriso sulla bocca, andava incontro al gruppo della Fondazione Città del Sole e vi prendeva posto. Si sarebbe svolto, successivamente, un soirée in cui ogni piccola comitiva, avrebbe degustato vino e cantucci, badando a non sconfinare troppo dall' area di appartenenza. < e allora? Lo guardi come se fosse il papa, sbruffone, sbruffone, sbruffone> Betta continuava ad inveire senza badare al tono di voce> < la vuoi finire, basta adesso, se ti sentisse…> Michela la riprendeva, temendo in cuor suo di generare contrasti in famiglia. Soprattutto con la zia, sorella di Grandi Senior e cugina diretta di sua madre, Miranda Grandi. < La vedi o no, la zietta seduta accanto al presidente?>poi le sfilò una sigaretta dall’astuccio e si voltò dall’altra parte < e tu finiscila di rovistare come un topo tra quelle lettere pidocchiose, disse ad Iris>. Per un attimo Betta ed Iris si guardano, poi soffocarono le risate nel palmo delle mani. Miranda era una donna alta, magra, capelli grigi molto lunghi e occhi nocciola. Teneva tra le mani uno dei plichi del presidente e, mentre confabulavano, Umberto chiedeva il permesso di aprire le danze. Il Presidente annuì. Salì sul palco, con aria solenne posizionò i cartigli sul vetro del proiettore e cominciando a presentare il lavoro del gruppo scientifico. Parlò dell’invenzione del codice Morse e dei primi telegrammi, dei codici segreti della Marina Militare durante la guerra mondiale, sino a giungere al moderno telegramma come antesignano della moderna messaggistica. Miranda fu invitata a parlare al suo fianco, Iris ne seguiva con attenzione tutti gli spostamenti e ascoltò attentamente ogni parola, in modo particolare, il contenuto delle comunicazioni tra le ambasciate internazionali durante i conflitti mondiali. Il Circolo della Lanterna, aveva molto apprezzato la documentazione, al punto da incitare una standing ovation alla fine della presentazione. A quel punto toccò a lei e alle ragazze che tra i borbottii dei Grandi e il clamore per l' indagine appena rappresentata, salirono sul palco a presentare le strane, a volte incomprensibili, corrispondenze tra italiani nativi ed emigrati in fase di trapianto. Avevano strappato sorrisi e qualche lacrima, in ultimo Iris aveva salutato gli ospiti con una cartolina molto particolare del Golfo di Napoli, in cui, un giovane siculo (a fede di timbro postale), da una provincia molto povera della Sicilia, cercava di riacciuffare una fidanzatina neo-emigrata negli States, con la menzogna di essersi stabilito proprio là…nella Bella Napoli. Guardò ancora una volta tra le file del circolo e notò che quelle persone, sia uomini che donne, avevano tiepidamente accolto questo stravagante prodotto di filatelia made in Italy. Infine toccò a loro, un gruppo misto, due uomini e due donne, presentarono il loro lavoro numismatico, attraversando la storia della nostra moneta, terminando con l’enigma dei pesci e delle spighe di grano, simboli storici della lira fino a non molto tempo fa. < …dunque perché inserire degli elementi così se non per il loro valore commerciale e sociale? Lasceremo che il dubbio vi incuriosisca e vi rimandi alle letture consigliate. Passeranno dei collaboratori a distribuire delle riproduzioni grandi di monete da 10 lire come segno di gratitudine e di ricordo verso tutti voi…grazie dell’attenzione>. La beniamina di Miranda concludeva in bellezza e l’applauso dell’ammiratrice durò qualche secondo in più del previsto, con un seguito accorato. Al soirée mancava qualche pezzo. Una delle due donne della presentazione era scomparsa, inducendo Iris a seguirla al parcheggio delle auto per accertarsi che uscisse davvero e capire se prendesse l’auto o l’elicottero in affitto della compagnia. All' entrata Michela le aveva fatto notare che Città del Sole non usava mai gli elicotteri per spostarsi se non per accompagnare alcuni svizzeri facoltosi fuori dal confine italiano. Chi fossero le era del tutto ignoto, né Miranda né Grandi Senior ne avrebbero mai parlato davanti a lei. In qualche modo però ne aveva carpito l’importanza. E avrebbe presto saputo che una donna fra quegli svizzeri facoltosi era stata proprio lì e apparteneva al Circolo della Lanterna. L' elicottero si era appena alzato scompigliandole la chioma benché nascosta dietro una delle colonne all’ingresso. I giardini erano ampi ed erbosi, il mezzo, partito a gran velocità aveva spettinato anche i ciuffi di erba tutt’ intorno. Tornata al soirèe aveva notato di non essere troppo mancata alle amiche. Michela intratteneva Miranda e il loro discorso sembrava aver preso una lunghissima piega, Betta era al buffet a degustare le prelibatezze della casa. Poco distante Boni, l’assistente sordomuto, parlava il linguaggio dei segni con il numismatico del gruppo di lavoro, cercando di spiegare che l’area filatelico-numismatica dell’Accademia, conteneva anche un piccolo patrimonio di corrispondenze tra uomini facoltosi dell’ottocento tra cui quelle di Mazzini, Cavour e tutta la nobiltà italiana, anche quella meridionale. Era poggiata spalla e fianco alle porte della sala, quando delle mani grandi, un po’ fredde le si adagiarono sulle spalle, appena sotto il collo. < Uaaaah> esclamò forte, che freddo!!!>era lui, Umberto era dietro di lei con le mani poggiate sulle sue spalle. < Allora…questo furbetto siciliano era riuscito poi a farsi sposare dalla sua bella?> le domandò incerto? < oh sei tu…beeh non so, è probabile di si>. < Guarda che bella riproduzione> le porse la 10 lire con spighe e ulivo < non l’hai presa…guarda quella signora le sta distribuendo> le sorrise mentre con una mano le indicava la seconda donna con lui sul palco e con l’altra prendeva la sua per baciarla. < oooh, siamo in vena di galanteria questa sera…va bene vado a prenderla, voglio appenderla in casa>. Con la stessa mano che l’aveva corteggiata la scortò fino al palco, attraverso la saletta del buffet, si sentì per un attimo regale e bellissima. Certo non avrebbe potuto negare anche a sé stessa, che, dopo le gratifiche per il ritrovamento dello Specchio, si sentiva legata a lui da qualcosa di speciale e magico. L’atteggiamento da galantuomo sembrava stargli addosso a pennello, quasi come il completo che indossava per la serata, si lasciò trasportare dal momento e allargò la campana del suo abito come una principessa. Sfilarono sotto gli occhi straniti dei Grandi e delle due amiche, di tutti i colleghi che negli anni avevano conosciuto i loro approcci “ cordiali”, ironicamente. Poi giunsero dalla lanternina che, indaffarata nella distribuzione, non si accorse del loro arrivo. Iris né prese una a caso dalla pila più piccola, poi si voltò verso il cavaliere…< beh, missione compiuta…possiamo andare>. Uscirono nuovamente dalla sala, ma anziché raggiungere gli altri al buffet, optarono per un giro in giardino, dove i sentieri in pietra, coperti da muschi e foglie autunnali, rimandavano odori freschi di sottobosco. Si udivano gli uccellini fremere nei nidi e le allodole in amore emettere versi inconsueti, la !una piena li condusse tra quella vegetazione rigogliosa verso il gazebo liberty che conteneva alcune tra le piante grasse più rare al mondo. Osservavano in silenzio la natura, non mancando di alzare gli occhi al cielo. < Pensi che vivere nello spazio, potrebbe essere una soluzione alla noia?> irruppe il galante accompagnatore. < No, in verità. Sarebbe una noia mortale non poter osservare tutto questo> rispose lei. < Giusto, e poi, indossare tutti quei chili di tuta per uscire…> < meglio mangiare tanti hamburger, almeno anche quelli sono chili naturali> Iris, desiderava da tempo un momento in solitudine con lui ma non voleva confidarlo a nessuno, temeva il giudizio e le chiacchiere. Quando ne parlavano Betta e Michela era per insultarlo o schernirlo, era stata proprio lei a spingerle a quei giudizi, a dir poco, affrettati. La situazione si era però raddrizzata, prendendo una piega che non aveva minimamente considerato. Si trovarono faccia a faccia con questa nuova realtà e quando Umberto le prese la punta delle dita delle mani, portandole al viso, capì che la situazione era più che buona. Arrivò un bacio, poi due, poi un abbraccio avvolgente. E l’ampio manto della notte sembrò conciliare il sodalizio, e tutto ciò che c' era, una natura delicata e sapiente, faceva da sfondo a quel ritratto romantico, immortalato per sempre sulle vetrate del gazebo. Sul gruppo whattsapp Inseparabile Trio c' erano 42 messaggi. Si era fatta riaccompagnare sino al portone della palazzina, ignorando il tempo trascorso e le amiche. < Ti direi di salire…ma ho casa un po’ in disordine> lo guardò, poi voltò il capo verso un ombra scura in movimento sul muretto di pietra cadente. Era Ciccio, uno dei gatti arrampicatori del cortile, la stava aspettando da quando era uscita. < che cavolo!> esclamò a gran voce. < Che succede?> replicò lui. < oh niente, scusa tanto, devo andare> in gran fretta uscì dall’auto, quasi senza accorgersi dell’interlocutore. Poi tornò sui suoi passi, si rimise a sedere e con un altro bacio veloce, suggellò l’incontro. Riuscì correndo sul viale pietroso, inseguendo l’ombra scura mentre svaniva nel nulla. Ciccio aveva aperto le compostiere dei rifiuti facendole cadere su un lato e facendo fuoriuscire le buste al suo interno. Poi, con gran dedizione, lui e gli amici vi avevano banchettato. < Cattivo, molto cattivo Ciccio, domani niente pappa>. < Ma dove sei? Ma chi ti ti accompagna? Stiamo andando via!!!circa sei!!!rispondi al telefono! Hai le orecchie basse come la suoneria dell’I- phone. Brutta stronza…e ancora fino a quando la macchina delle amiche non giunse sotto casa>. Neanche il tempo di aprire la pochette per verificare che le strombazzate della jaguar di Michela avevano svegliato tutti. Affacciò veloce dalla cucina, spalancano le ante. < Basta siete pazze!!!>. Qualcuno da una finestra al piano di sopra aveva ululato qualcosa in dialetto stretto. Salite come furie impazzite, spalancarono la porta già accostata < dimmi che ti è successa una disgrazia o stasera te la faccio succedere io?> Betta era fuori di sé, Michela annuiva senza batter ciglio. < ok, ok, avete ragione, sono stata una stupida, non vi ho avvisate, ma è successo qualcosa che credevo impossibile al punto di dimenticare tutto…> Raccontò l’accaduto mentre qualche lacrima di gioia mista a dispiacere cadeva giù. < Quindi scusate, Mamme, se non ho guardato l’orologio, se non vi ho avvisate lasciando l' Accademia…mi capita questa cosa per la prima volta dopo 15 anni. Mi sento una quindicenne, innamorata! Molto innamorata>. Iris, non credeva che la differenza d' età o quella sociale fossero elementi trascurabili, dunque per quanto una distanza di circa dieci anni non contasse nulla, quella tra la sua palazzina in periferia e la villa nei quartieri alti del giovane scienziato, poteva in realtà rappresentare un ostacolo bello e buono. < E pensate se la cosa è stata notata, pensate alla famiglia, pensate ai colleghi…> < ehi calmaaa, calmaaa, respira a fondo e non pensare a questo adesso, cerca di godere del momento>. Michela, che aveva letto nei suoi occhi la preoccupazione, non voleva ferirla con ipotesi e illazioni, per quanto giustificate potessero essere, e tentava di deviarla sulla sua storia e le sue sensazioni. Betta, dopo una sana sfuriata le accarezzava la spalla e la stringeva. < Ecco, il ricordo della mia serata…la avrete anche voi> aprì la borsetta e prese la moneta da dieci lire con la spiga di grano e il ramoscello d’ ulivo del 1946. < Si ce l’abbiamo…> Betta la prese delicatamente tra le mani, rigirandola più volte. Poi osservò qualcosa di strano. < Ma non è uguale però!> guardate il ramoscello d' ulivo sulla parte posteriore. <Già> aggiunse Michela< sembra più piccolo, sotto c' è un codice alfanumerico, sopra la dicitura “lanternafilmun”. < Ma dove l’hai presa?> aggiunse curiosa. < Ma era proprio lì…me l' ha data…no! apettate un attimo, l’ho presa da sola, da una pila più piccola sul banco doni>. <Beh, è strana! E chissà il codice che significa>. < Guardate sul sito…il lanternafilmun o Club della Lanterna, ha sedi in tutto il mondo> < una delle socie è volata via con l’elicottero, l’ho vista io…> aggiunse Iris, tralasciando di ammettere che la sua curiosità aveva giocato d' anticipo. < Allora è volata via per la Svizzera, questo è sicuro, ve l’avevo detto all’entrata dove volano gli elicotteri…> < mmm, lo dicevo io, che la Lanterna puzzava di bruciato> <direi che è arrivata l’ora di constatare dove volano gli elicotteri della Fondazione dei Grandi>. < Ragazze, c' è qualcosa che dovete sapere> aggiunse Michela. < Bene> sospirò Betta, < anche tu! Direi che la luna piena ha avuto i suoi effetti>. < Miranda, e quella donna, la Von Philpher, sono amiche di vecchia data ed entrambe hanno pieno accesso alle banche dati storiche della Lanterna. Quindi dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi. A volte, si connette da casa della mamma…potrei provare a scavare in cronologia>. <io potrei provare a prendere informazioni sugli scali, approfittando delle conoscenze in Amministrazione> aggiunse Betta. < A me non resta che indagare sulla fattura della moneta e sul Circolo chiuso della Lanterna, il Lanternafilmun> disse Iris, aprendo le mani e stringendo le spalle. < Già!> < Già Già> le ragazze le ricambiarono lo sguardo annuendo. Per fortuna l’ira si era placata, e anche il sentimento lasciava spazio alla ragione, come in un romanzo di Jane Austin. Il Lanternafilmun era poco distante da Corso Italia. Betta aveva appurato che spesso i soci della Lanterna vi facevano scalo alloggiando all’ Hotel Helvetia. Il piano era prenotare un magico weekend con le ragazze proprio in quell’ Hotel e dare un’occhiata ai loro spostamenti, in più…una visitina al Circolo, nel massimo della segretezza. Il conio originale della moneta sembrava recente, tuttavia quel codice alfanumerico poteva significare qualcosa. Ad esempio le iniziali di un nome e di un cognome con una data di nascita o la combinazione di una cassaforte. Poteva essere un numero di matricola del Lanternafilnum, essere abbinato all’invito per uno o più eventi. La cosa certa è che aveva pescato quella moneta da una pila non destinata a lei o alle sue amiche. E se qualcuno ne avesse già scorto lo smarrimento? se qualcuno si fosse accorto di lei e Umberto al banco-doni? Cosa sarebbe potuto succedere? Non voleva coinvolgere lui, se non dopo la scoperta, poteva essere pericoloso per entrambi se la famiglia Grandi ne fosse venuta a conoscenza. La moneta avrebbe potuto essere destinata a Grandi Senior o a Miranda o a qualcuno in particolare del Club, a quel punto sarebbe stato un furto, con colpa e senza dolo, ma pur sempre un furto! Partirono col treno del mattino verso Roma, dalla Capitale a Genova con il treno veloce avrebbero impiegato poco più di un’ora. Avrebbero anticipato tutte le spese per poi presentare i conti all’Accademia, nei limiti del consentito ovvio…al resto avrebbe in parte pensato la bella Michela. Iris le era sempre tanto grata al punto da invitarla spesso a pranzo o cena, quando gli orari di lavoro lo consentivano, seguirla nella follia dello shopping compulsivo, eseguire per lei ricerche molto particolari negli archivi della Bibblioteca. Con Betta il rapporto era un po’ diverso. Era come amica tanto possessiva ma sincera e decisamente fedele. Chiamava almeno tre volte al giorno, anche per stupidaggini, sapeva di trovare in Iris terreno fertile. < Sei peggio di una mamma!!!> . Da quando anche la madre era venuta a mancare, pochi anni in verità, ricordava spesso le sue filippiche < stai attenta, non dare confidenza, studia, mangia, pulisci, riguardati!>. Il padre le aveva lasciate un giorno in autunno in un centro commerciale e non s' era più visto. Era stato così forte lo shock della perdita che la bambina Iris rimase fedele ai misteri irrisolti, sino a conoscere la bellezza delle arti, della letteratura e delle sue profondità. Unendo le due cose cominciò a lavorare del tutto gratuitamente in Accademia come topo da biblioteca, fino alla sua modesta fortuna da ricercatrice. Le amiche, che portava avanti ormai da diversi anni erano diventate la sua nuova famiglia e, semmai avesse avuto la fortuna di potersene fare una, si era giurata di non perderle, mai! Si chiedeva spesso se per loro era lo stesso e cosa avrebbero fatto in quel caso. Dunque, giungendo in mattinata a Genova, si erano concesse una lauta colazione su Corso Italia, Iris aveva preteso qualche scatto sulla rosa dei venti che tanto l’appassionava, qualunque fosse la località visitata. Poi una corsa in taxi ed ecco l' Helvetia, con la sua struttura circolare ed elegante. L’Hotel era dotato anche di piscina e solarium, i magnati delle ricche società con le loro famiglie utilizzavano tutti i servizi messi a disposizione, compreso l’atterraggio in elicottero e il trasporto in Hotel. Osservavano oltre le lenti degli occhiali da sole se qualche signora avesse la fisionomia della donna alla presentazione della Lanterna, ma niente. Dopo il check-in, presero una camera con room service e riposarono un po’. La giornata fu serena e divertente, ebbero anche la possibilità di partecipare ad uno spettacolo di magia e fecero un lungo bagno in piscina con vista mozzafiato sul mare. A sera, dopo cena e bar con doppio Martini, erano ubriache e stracotte di sonno. Neanche il tempo di rientrare in camera che caddero addormentate tra il divanetto della piccola sala interna e il lettone matrimoniale. La notte Iris cadde in un sonno profondo. Era come smarrita in una grande casa bianca, seguitò a camminare in un lungo corridoio fino ad un portone, molto grande e antico. Afferrò il battistello e cominciò a bussare forte. Finché un rumore simile non la svegliò di colpo. Si svegliò col fiato corto e corse alla porta. La aprì, guardò a destra e sinistra ma non c' era nessuno. A terra invece c' era una busta da lettera con una strana affrancatura…era una piccola immagine di Sestri Levante del 1946. La prese ed entrò, chiudendo di nuovo la porta a chiave. Il biglietto nella busta recitava: Non es gratus; revertere ad cards et dimitte nobis Con una traduzione approssimativa voleva dire: Non siete benvenute, tornate alle vostre carte e lasciateci alle nostre. La calligrafia in stile e il piccolo sigillo in ceralacca non lasciavano spazio ad ipotesi stravaganti: chi aveva lasciato quel messaggio era del Lanternafilnum e, in qualche modo, si sentiva minacciato dalla loro presenza. Al mattino presto, prima di colazione Iris svegliò le compagne e mostrò loro il biglietto. < Dobbiamo andarci!> sentenziò Betta. < Ma sei impazzita> replicò Michela< ci riconosceranno, ci hanno già riconosciute, cosa andiamo a raccontare?>. < Sottovaluti l’arte del camufflage> ridendo Betta rievocava ricordi adolescenziali quando per sfuggire alle grinfie dei parenti e incontrare l’innamorato, si travestiva da ragazzo fino ad essere irriconoscibile perfino ai genitori. < cioè?> chiese Iris curiosa. < Datemi 15 minuti> volò in bagno, portando con sé trucco, ferretti per capelli e una visiera denim dell’amica. Nel frattempo arrivava il servizio in camera. Sul carrello un ben di dio, dolce e salato tra cui croissant, panini morbidi, affettati freschi e formaggi, marmellata, succo d' arancia, caffè, thè e biscotti frugali. Michela ed Iris, mettendo l’ansia da parte, gradirono ogni tipo di colazione ma non poterono fare a meno d' ingoiare a fatica l’ultimo boccone osservando l’amica tornare uomo. Betta che aveva già di suo un colore olivastro, aveva preso una bella abbronzatura il giorno prima. I capelli tirati indietro e raccolti in un tupè quasi invisibile, sopracciglia molto scure disegnate con l’eyeliner e una incipriata più scura a definire zigomi e mento, l’avevano completamente trasformata. < …il piano è questo> esordì da dietro le quinte < mi presenterò come referente di socio svizzero cercando di capire se il codice sulla moneta definisca o no il mio status, è rischioso lo so, ma nel frattempo voi guarderete cosa succede all’esterno e soprattutto se esistano entrate laterali. Li terrò a bada per un po’. Fotograferete tutto, qualsiasi movimento lo catturerete in un video. Solo così potremo capire. Michela ed Iris assentirono senza parole. Indossò un abbigliamento neutro ed elegante. Dei pantaloni blu a palazzo, un corpino molto stretto, una camicia bianca con una giacca di cortesia rubata al ristorante dell’albergo. Le altre due jeans e dolcevita neri, in stile Eva Kant. Raggiunsero la sede, presente sulla rete, ma senza immagini di repertorio e seguirono il piano. Il signor Bet James s' introdusse dall’ingresso principale e chiese di poter parlare col presidente. La segretaria, impenetrabile, gli rispose che aveva altri appuntamenti e non era in sede. Gli rispose allora che era referente di un socio svizzero molto in vista e che non aveva ricevuto la sua moneta preziosa al congresso della Lanterna. La segretaria lo guardò con interesse. Senza parole, scomparve dietro la porta alle sue spalle. Comparve con uno strano tipo, molto magro e piccolo, nascondeva lo sguardo dietro lenti opache gialle. Con un tono di voce molto basso e greve, Bet James gli raccontò di una strana moneta, forse invisibile, che non era arrivata a destinazione. < Si, abbiamo ricevuto la segnalazione da parte fondazione Città del Sole, ma a parte questo nessuno dei soci ne ha denunciato la scomparsa, tranne, ovviamente, lei oggi. < Certo perché la Signora Von Philphen è volata via prima della consegna delle monete personalizzate, e subito dopo la Fondazione deve averne segnalato la mancanza, ora però sappiamo grazie alla stessa, di averne fatto a meno…e ci dispiacerebbe tanto, non averla…> < Ma certo, capisco, la Von Philphen è stata sempre una delle nostre socie migliori, ma le riproduzioni dei soci sono uniche e personalizzate da un codice di rete, quindi sono spiacente…ma non è possibile far nulla, ora devo congedarmi, scusate>. L’uomo andò via quasi di corsa e Bet James non poté far altro che uscire a sua volta. Intanto Iris e Michela avevano filmato ogni piccolo particolare del cortile esterno. E sul retro, un piccolo magazzino con scatole stracolme di vecchia documentazione. Tornarono in albergo, Bet si trasformò in Betta e nessuno si accorse di nulla. < cos' è un codice di rete?> si chiese Iris dopo il racconto di Betta. < Aspettate…ho visto dei codici simili tra i cartigli dello zio, ma erano sempre diversi e sempre su documentazione cartacea…perché inciderlo su una moneta?> Michela rivide con gli occhi tutta la documentazione della Fondazione e si rese conto che tutti quei codici erano sempre diversi, dunque variabili. <Dovrebbe essere…qualcosa di permanente…> aggiunse Iris,< QUALCOSA DI FISICO!!!> gridò scattando in piedi. < Dammi quella moneta, andiamo…> sollecitò Michela che continuava a rivoltarla tra le mani. Afferrò la moneta e cominciò a scuoterla, poi ne osservò attentamente tutte le parti e a premerne le estremità, i due lati ad un secondo tocco sembravano più torniti e bombati. Li toccò contemporaneamente. Le due facce della moneta fecero un giro inverso fino a ricongiungersi e, con uno scatto imprevisto, venne fuori una chiave piccola e sottile, di un metallo scintillante, che aveva nelle due facce della moneta sovrapposta, la sua impugnatura. < È chiaro, una chiave fisica e una digitale, unite, corrispondenti, in modo tale da prelevare il contenuto della cassettina di sicurezza e rimandare il segnale ad un Hub centrale che rileva il prelievo fisico della documentazione> Le due amiche guardavano la scena sotto shock senza proferire parola. < Ragionate. Se si tratta di versamenti o prelievi finanziari, ormai bastano dei codici temporanei, ma se un prelievo è fisico e riguarda carta o altri oggetti, come viene comunicato uno spostamento…le cose non volano né si smaterializzano. Bisogna inserire una chiavetta nella sua toppa e poi comunicarne l’uso, e dove si trovano tutte le cassette di sicurezza del mondo…> < IN SVIZZERA!!!> urlarono insieme le ragazze. < Cominciate a chiamare l’elicottero, bambine, si parte>. Certamente Michela non avrebbe potuto intercedere per un elicottero, a meno che…non fosse stata la Von Philphen a richiederlo personalmente. La telefonata alla Fondazione fu curiosa e divertente. Sentire Betta imitare una voce ascoltata per circa mezz' ora non fu facile. Risate soffocate e ansia presero il sopravvento. < Si pvonto? Potvei pvenotare vostvo elicopter?> ecc ecc. La Fondazione non chiedeva mai spiegazioni alla Signora del Lanternafilnum, mandava l' elicopter e basta. E neanche il pilota, concentrato sul suo mestiere lo avrebbe fatto. Lasciarono il bagaglio in albergo, assicurandolo alla direzione e atterrato il mezzo, salirono in gran fretta. Al pilota non dissero nulla se non < dalla Von Philphen per favore> e via, con la traversata più spettacolare del mondo, città, laghi, fiumi e le alpi, spettacolare! Atterrarono in un campo da golf, dove era situata la piattaforma, scesero e congedarono il pilota con un < grazie mille, arrivederci> e un applauso di cortesia. Si guardarono intorno, parevano essere in un deserto verde, se non fosse che la sfarzosa villa dei Von Philphen appariva in lontananza come un miraggio. < Certamente non possiamo andare da quella parte> Michela guardò perplessa il chilometro verso la villa. < no andiamo di là, credo di sentire macchine passare, deve esserci la strada> disse Iris sicura. Prima della strada, sul lato sinistro del campo da golf, v’ era un boschetto piccolo e molto folto e, al suo interno un giardino di rose e camelie circondate da aiuole ben curate, dei tavolini in ferro battuto ed una dependance contemporanea in legno e vetro. Si avvicinarono piano e cominciarono a spiare dai vetri che davano sul giardino. Sembrava disabitata se non fosse che appesi alle grucce c' erano delle toghe scure con bordi gialli e sulle tasche apparivano chiari i loghi del Lanternafilnum. Sparsi in giro posaceneri con mozziconi all’interno e diversi bicchieri di brandy. Erano nel cuore del Circolo della Lanterna, il Lanternafilnum, e tutte le pareti erano tappezzate da riproduzioni o originali di foto del secondo conflitto mondiale, modellini di auto su tutta la parete attrezzata, nessuna moneta però. Solo una gigantografia in bianco e nero di un uomo, apparentemente sulla cinquantina. La targa sotto recitava: <In Erinnerung an Philippe Von Philphen> In memoria di Philippe Von Philphen, che secondo google era fratello di Georgia Von Philphen e banchiere a capo della Pride Swisse Bank. La famiglia invischiata in torbidi affari finanziari, cedette la maggioranza delle quote a soci stranieri, in quel frangente Philippe era deceduto per cause ignote. Il mistero pareva diventare più fitto ad ogni passo percorso e, come quelle nuvole che velocemente si addensavano sul loro capo, minacciava di lasciar trapelare fiumi di porpora e acqua. Corse in fondo alla strada non riuscirono a trovare riparo, non prima di veder scritto qualcosa su una corteccia levigata a caratteri cubitali Ostello Lugano. Tuttavia, prima di poterlo raggiungere passò un’altra buona mezz’ora, e la pioggia timida si trasformò in un monsone indiano. Arrivarono correndo e tutte fradicie. < Per la miseria> esclamò qualcuno che usciva fuori completamente coperto da un impermeabile scuro, < siete nostre ospiti?> chiese in Italiano perfetto. < da ora siii> gridò Iris. Facendo un gesto di accoglienza estrema, aprì tutto l’impermeabile e le accompagnò all’interno dell’ostello. Era un uomo corpulento, di mezza età, segnato dal sole e dalla cuperose ma con un’espressione molto dolce sugli occhi, azzurro-chiari e nascosti da pesanti occhiali. All’interno il bancone del bar con annesso frigo contenente patate e crauti, salsicce bianche, panini a formaggio fuso con salse varie e bevande di ogni genere tra cui birra e vino. A fianco una piccola saletta dove andarono a sostare che faceva all’occorrenza da sala da bar o da osteria. Anche l' interno era tutto in legno ma ai muri non erano appesi trofei o teste di cervo come nelle baite montanare, v’erano foto di famiglia, di vacche al pascolo, di vecchi aratri, qualche stendardo sportivo e varie credenze con giganti boccali di birra. La signora, anche lei molto robusta ma radiosa in viso, uscì da dietro la porta a vento delle cucine e le strinse fortissimo la mano, poi anche a Betta e Michela. < Benvenute, all’ostello Lugano> prepariamo specialità locali e fittiamo stanze, anche ad ore, da qui parte un lungo sentiero naturalistico tra le bellezze della nostra terra, voi siete qui per questo? O lavoro? < lavoro…diciamo> disse Iris, cercando l’approvazione delle due amiche> < vorremmo una stanza gentilmente e…un posto dove asciugare i nostri abiti>. < venite con me, ci penso io a voi> disse e un po’ bruscamente le afferrò il braccio. Salirono una scala a chiocciola ed entrarono come in un altro ambiente, caldo, illuminato, la lunga passeggera rossa nel corridoio e la carta da parati verde a rombi dorati, facevano da sfondo alle porte massicce delle stanze, l’una di fronte all’altra, in fondo al corridoio un mobile in legno massello e dei candelabri, molto eleganti, più dei fiori freschi. Ci aprì una delle stanze e scostandosi disse <prego!>. L' imponente mole ostacolò un poco l' entrata delle ragazze, < Ilde!!!se vi serve qualcosa urgente, suonate quel campanello, chiedete di Ilde o Beniamino>. Poi indicò un pulsante elettrico con un campanellino disegnato su. Le ragazze lo guardarono e annuirono. < grazie, Ilde, vi lasciamo i vestiti nel carrello dietro la porta, come d' accordo>. < ho l' asciugatrice…ve li faccio in un attimo> e con un sorriso scomparve dietro la porta. La stanza era piccola e confortevole con un piccolo bagno e una finestra che dava sul sentiero appena trascorso. Un letto matrimoniale più un lettino, dei comodini sui lati e un armadio a due ante con uno specchio, interamente tappezzata da fiori colorati. Avrebbero avuto l’indomani una fitta giornata e dopo quella scarpinata, l’Ostello Lugano rappresentava un’oasi nel deserto. Fecero una doccia e si asciugarono. La sera mangiarono patate e crauti all’osteria e bevvero birra con la benedizione di Beniamino che alimentò il fuoco per riscaldare quell’ambiente già tanto familiare. < Beniamino, mi scusi> chiese Iris discretamente < dove si trova la Pride Swisse Bank?> < Pride Swisse???> scuoteva la testa da destra a sinistra, poi i suoi occhi si riaccesero, come una lampadina. < Non più bank..ok? È una Diadorn… Cassette di sicurezza!, Pride Swisse è solo un ricordo> < e come possiamo raggiungerla?> < È in città!!! A Lugano, sul lungo lago, a 20 km da qui, non si va a piedi. Vi accompagno io con il furgone del latte fresco. < Le tre si guardarono, cercando di trattenere una risata che venne spontanea>. La mattina dopo scesero in tempo per il trasporto del latte, decisamente non avevano l' abbigliamento giusto, ma avevano lo spirito giusto. Si strinsero a Beniamino e salutarono Ilde dal finestrino. Durante il percorso sullo sterrato sentivano la botte gorgogliare, l’oste sorrideva. Decisamente furono i venti chilometri più strani che avessero mai percorso e finì proprio nel punto in cui volevano e dovevano arrivare, il vecchio deposito di sicurezza della Pride Swisse Bank. Salutarono l’uomo affettuosamente, poi andarono. Il Deposito Diadorn, era molto grande rispetto a ciò che conteneva, ma era pur sempre stata una banca nazionale, quindi le dimensioni erano più che giustificate. Entrando, attraversarono l’ingresso piantonato dalle guardie, lasciando borse e orpelli d' ogni tipo. Portarono con loro solo la chiave. Al piano superiore le venne richiesta solo una firma su di un registro, che decise di apporre come una sigla non molto chiara. I dati erano tutti su quel codice di rete…ma non erano i loro, questo era più che certo. Entrarono in una grande stanza fatta solo da cassettine, molte riportavano un display e una tastiera sulla quale digitare il codice di rete, si avvicinarono alla loro, chiave numero G58386HR, digitarono il codice è inserirono la chiavetta, Iris ne ebbe l' onore e l’onere. La serratura scattò forte e l’antina si aprì, si resero subito conto che si trattava di un plico rivestito al suo interno con un contenuto ignoto. Lo presero e di corsa uscirono dal deposito. Sedute su una panchina del lungo lago, s' interrogavano sul contenuto del plico, sospirando. Avevano come l’impressione di essere osservate e poteva essere plausibile l' ipotesi, considerata la minaccia ricevuta all’Hotel, ma dovevano continuare, dovevano violare la segretezza di quel plico…non avrebbe avuto senso arrivare sin qui. Iris col cuore a mille cominciò ad aprirlo, strappandone una striscia orizzontale all’estremità superiore, poi ne scrutò il contenuto sotto gli occhi attenti delle amiche. Sembrava una superficie liscia, come un piccolo scrigno. Lo estrasse dalla busta…si trattava in realtà proprio di un astuccio, che aperto pareva una semplicissima agenda elettronica, da collezione ormai. < Accendiamola!> era decisa ad andare fino alla fine della storia. Nel Menù erano presenti vari accessi: - Swisse Bank - Attività - Incontri - Eventi - Circoli - Codici di Rete Esplorarono le aree cautamente, senza inviare segnali né feedback di alcun tipo. La sezione Incontri era decisamente l' incognita più grande poiché anche per partecipare occorreva richiedere dei codici, cosí come per il resto delle attività, finanziarie o sociali. Ma la cosa a cui non riuscì a credere fu di trovare il nome di Miranda Grandi tra quello dei soci più importanti, con la storia della sua vita e delle opere compiute. Tra le attività principali erano presenti delle < Scommesse> e cliccando in quella sottosezione, veniva fuori una strana modalità di puntata su ‘incontri reali’ eseguiti da uomini e donne, per raggiungere ‘ il bottino’ a rischio della vita. Erano storie costruite per far combattere fisicamente o mentalmente esseri umani, a costo della stessa vita per avere una ricompensa, in denaro…proveniente direttamente dalla oramai defunta Pride Swisse Bank. Ogni socio poteva essere promotore di un Gioco e delle relative scommesse. Lo shock fu grande, ma non ebbe il tempo per rimuginarci su che sentì qualcosa di freddo e pungente tra le scapole. < Sollevate le mani cretine> sollevarono le mani lentamente < cosa credevate di fare, datemi quel bottino o vi faccio saltare le cervella davanti questo stupendo panorama>. Fecero qualche passo in avanti. < Ora voltatevi>disse la voce perentoria. Era lui! L' esile omino del Lanternafilnum, sempre con la stessa giacca e gli stessi occhiali opachi. < Ora mi darete quel bottino, perché sarò io il prescelto dell’anno per l’encomio del Club, io l' ho meritato! E tu, cagna stupida, hai preso quella chiave per un caso del tutto fortuito, ma quella chiave, doveva capitare a me, quella chiave mi era stata promessa dalla Von Philphen>. < Ascolta> rispose Iris < adesso sta calmo…questa promessa non può essere vera…questi giochi sono basati sul caso, la tua Signora ti ha mentito>. Una sonora risata ruppe il silenzio di quel piccolo angolo deserto di lungolago. <non esiste il caso, esistono uomini e donne prescelte, io lo sono, la Von Philphen mi ha assegnato ricerche importanti, cose che non immaginate neanche, io l’ho servita, io lo merito. Adesso dammi quel bottino, p****na!> le mani tremavano così come la voce, sembrava parecchio nervoso, così come incapace a tenere un arma in mano. A maggior ragione Iris lo accontentò. < Questo tuo gioco non ti porterà lontano..> gli rispose Betta. Afferrò l’astuccio con bramosia. Iris rialzò le mani. Poi scappò via come un cane bastonato. A questo punto le tre amiche capirono in qualche modo di essere entrate in uno dei giochi del Club e compresero che quell’ agenda avrebbe potuto suggellarle come Socie Alte del Lanternafilnum, per quanto quei meccanismi rappresentassero ancora un incognita e un dilemma etico. Ciò che non sapevano e non seppero mai è che il gioco lo avevano vinto abbastanza onestamente ( certo qualche bugia a fin di bottino), che Miranda aveva scommesso su di loro e che l' accolito della Von Philphen sarebbe stato seguito dalla polizia svizzera fino alla fine del suo percorso grazie al trasmettitore satellitare presente nel display dell’agenda. ‘Sottrazione illecita di informazioni e tentativo di furto telematico’ . Il ritorno nei ranghi accademici non fu facile. Pochi giorni dopo, Iris e le ragazze, furono convocate a colloquio dal presidente Grandi. Per delicatezza Miranda e la Von Philphen decisero di non presenziare. Dopo uno shampoo abbondante, le ragazze ebbero anche un piccolo encomio. Grandi appose al loro petto una spilla con la forma di piccola lanterna designandole lanternine. Il patto era quello di star fuori dagli affari della Fondazione e di non contattare membri del Lanternafilnum che non fosse la loro unica referente, Miranda. Dopodiché avrebbero potuto continuare il loro percorso da ricercatrici e dipendenti dell’Accademia. Dopo essere state sveglie, sentirono i loro occhi chiudersi ancora. Questo il prezzo del loro silenzio, osservare la realtà con il metodo critico di un ricercatore ma con il tatto di un essere mondano, del tutto libero, del tutto privo di scrupoli. FINE
  8. Sdraiata sul grande tappeto ai piedi del divanetto rivestito da un telo mare acquistato per una vacanza sognata e mai giunta, Iris respirava col diaframma difronte alle palette pigre della ventola. Aveva l' iPhone tra le mani e continuava a trascorrere le pose di Michela tra Sardegna e Corsica,e ancora, le pose di Betta nell’agriturismo di famiglia nell’atto di cogliere pere ed uva per la vendemmia. Sgranocchiava una barretta di cioccolato e riso soffiato, i chicchi si spandevano sul telo ad ogni suo movimento andando su e giù come palline impazzite, l’afa estiva aveva bruciacchiato perfino il fogliame degli abeti nel cortile, già pieno di polvere e bacche indurite al sole. I gatti arrampicatori, stesi all’ombra come piccoli zerbini maculati, boccheggiavano, attendendo che la mano paziente di qualche condomino, lei compresa, riempissero le ciotoline di acqua e latte fresco. Nel primo pomeriggio era arrivato uno strano tipo, parcheggiando il suo ridicolo carretto proprio nel cortile sotto la sua finestra. Vendeva pentolame, biancheria, scialli di cotone e ninnoli di ogni forma e dimensione. Aveva attirato la sua attenzione e si era affacciata. Lo osservava mentre affabulava, in uno strano dialetto etrusco, le signore del pianoterra. La città, le strade, il quartiere sembravano deserte e la sua voce squillante rimbombava tra le mura dei palazzi e sui muretti a secco intorno al cortile alberato. Scese di corsa. < ehi, buon uomo> <prego signorina> si sforzava di scandire in italiano frasi comuni, ma ricadeva subito nel peccato, utilizzando quell’idioma, decisamente primordiale. Un romanesco greve. < avete una ventola piccola…si insomma, trasportabile> < no, c' ho il cappellino ventilato, per idee sempre fresche…poi ho il ventaglio in bambù e pizzo, questo con le rose vedete…e poi ho questo telecomando…vedete…> Iris guardava ipnotizzata tutta quella roba. Non aveva mai visto tanto casino in cosí poco spazio in vita sua finché gli occhi non le si inchiodarono su una vecchia mappa in un astuccio di cuoio. <Cos' è questa?> <eeeeh lo sapevo che eravate specialista, vecchia cartografia dell’isola di Pantelleria, con il sentiero turco dal Gadhir alla Kuddhia…è stata trovata in “Arabia Saurita”, poi replicata, ma questo ha poca importanza>. < Si si certo…>afferrando la mappa, Iris sentì l’odore della fregatura unito alle polveri del deserto dello Yemen. Rifletteva però sul fatto che una copia era pur sempre una stampa fedele all’originale. Attratta dai quei colori e dall’astuccio in cuoio originale chiese il prezzo. < allora se prendete anche la scarpetta araba in coccio vi faccio un prezzo straordinario> < sparate> <15 euri tutto e vi aggiungo il laser puntatore> <affare fatto>il carrettiere andò via contento ma Iris era incuriosita più che mai. La stessa sera ebbe un sonno turbato. Le sembrò di scorgere Grandi Junior ai piedi del vaso con l’agave sul pianerottolo, mentre con le mani affaccendate, analizzava i ciottoli sulla superficie. Allora chiedeva stupita al figlio del Presidente, cosa facesse e lui rispondeva che avrebbe dovuto svolgere un lavoro meticoloso sull’isola. < ma quale isola> rispondeva lei< questo è un pianerottolo, e quelli sono dei ciottoli>. Il vulcanologo allora si guardava intorno stupito, poi rispondeva perplesso < Si però togliendo le scale e il corrimano…> poi svaniva nel nulla. L’indomani aprì la finestra molto presto, ancora l’aria era fresca, settembre stava arrivando e con uno sforzo disumano era riuscita a sopportare il caldo torrido di quell’estate da dimenticare. Per assicurarsi che fosse tutto a posto uscì sul pianerottolo e guardò l’agave, non era diversa, ma un piccolo ciottolo era fuori dal vaso, sul marmo consumato del pianerottolo, a sinistra proprio vicino al corrimano. Lo prese. Era un semplice ciottolo, non ci sarebbe voluta un indagine geologica pagata dall’Accademia per capirlo ma era strano trovarlo fuori dal suo contenente. Così lo portò dentro con sé e lo ripose nella scarpetta araba, accanto alla mappa. La notte successiva era caduta in un sonno profondo. Le finestre spalancate lasciavano entrare una brezzolina tiepida che muoveva le tende. Gli appunti accademici sparsi sul telo svolazzavano a destra e sinistra e il lume fioco dell’abat jour nella saletta illuminava solo la mappa dell’isola siciliana completamente stesa sull’ampio tavolino postovi sotto. Dormiva lasciva, la bocca leggermente socchiusa e la mano destra penzolante, indossando ancora il pantaloncino da giorno e un bikini da mare, quando una piccola zanzara cominciò a punzecchiarla sul naso. La mano penzolante si agitò in fretta sul viso e gli occhi si socchiusero appena, ma il sonno fu maggiormente infastidito da un rimestio tintinnante che proveniva dalla sala. Le palpebre si spalancarono tutte e, con uno scatto, il busto si drizzò veloce. Il tintinnio aumentò. Infilò veloce i sandali e si precipitò in sala ma giunta sul posto non notò nulla di strano. Si voltò indietro verso il tavolino illuminato ed era ancora lì, la vecchia mappa, completamente aperta, ma con un particolare che le fece strabuzzare gli occhi. Il sassolino di Grandi era saltato fuori dalla scarpetta in coccio e si era posizionato su una particolare zona geografica dell’isola, era il cratere spento del monte Gibele a circa 700 m sopra il livello del mare. Afferrò la scarpetta e ci rimise dentro il sassolino. La scosse. Era proprio quello il rimestio tintinnante che aveva sentito. La scarpetta araba era incantata? O forse lo era il sassolino venuto fuori dal sogno della notte precedente? Cercò soluzioni logiche tra le più improbabili, tra cui, strani fenomeni di magnetismo nelle notti di luna piena. Ma più la cercava, più la stessa logica sembrava venir meno. Il monte Gibele era un antichissima formazione vulcanica viva e florida a fianco della Montagna Grande. Dominando la Valle della Ghirlanda, il vecchio vulcano pareva non avere altra entrata che quella. E lungo il sentiero battuto da centinaia di turisti, era posta la stele rupestre di Tanit. Chiunque, al di fuori da logiche storiche, avrebbe affermato che la stele era uno scarabocchio su di una roccia a simboleggiare la toelette per signora. Beh non era così...Il mito di Tanit, divinità fenicia e cartaginese, risaliva al VI sec. Avanti Cristo ed evocava divinità celesti dell' olimpo, quali Afrodite ed Apollo. Tanit, dea della fertilità e delle messi, innamorata di Apollo, aveva chiesto consiglio alla dea della Bellezza e dell' Amore affinché potesse far nascere in lui la stessa fiamma ardente. Afrodite le consigliò di trasformarsi in una coppiera colma di ambrosia, vino sublime e nettare degli dei. Ella si trasformò, invece, in una coppiera di mosto di Pantelleria, a lei propizio, facendo nascere in lui passione e amore profondo. Tanit era venerata nelle isole maggiori del Mediterraneo e sulle coste del nord Africa sino alla Siria. La triade sacra ( Ishtar-Tanit, Baal ed Eshmun) aveva caratterizzato le religioni politeiste di quelle lontane terre esotiche, dai culti mesopotamici a quelli greci e fenici. A Tanit venivano offerti perfino sacrifici umani fini a propiziare messi. Tanit era anche demone, protettrice di streghe così come Baal, Dio supremo e principe dell' inferno, mostrando un entità ambigua simboleggiata dal Sole-Luna posto sul suo capo. Aveva passato giorni interi a studiare antichi passi storici alla Biblioteca dell' Accademia, completamente deserta ma ideale per la concentrazione. Uno di questi giorni, dietro la colonna del grande arco in legno che introduceva alla sala lettura, aveva origliato che il presidente Grandi stava trascorrendo le vacanze in Sardegna e che suo figlio avrebbe sfruttato l' incarico accademico per esplorare antiche formazioni nel Mediterraneo. Il sangue le risaliva agli occhi, non poteva credere alle sue orecchie. Scrisse subito a Betta e Michela. < non ci posso credere neanche io> rispondeva la prima < e pensare che quei soldi sono anche i nostri, versati con tasse, associazioni e acquisto di volumi> <che ci vuoi fare>rispondeva Michela< i poveri restano poveri e i ricchi diventano più ricchi> a questo era seguito un selfie in cui la bella Michela prendeva il sole con sua zia sul veliero del presidente Grandi. < ancora non posso crederci!!! spero per te che il tuo lavoro di infiltrata non sia compromesso o sarai out>a questo punto l' emoticon inserito era rosso di rabbia. < tranquilla sorella di cultura, saprò come servire il nostro inseparabile trio. Per ora, confermo quanto mi hai detto e aggiungo che al momento Grandi junior, alias Umberto l' esperto, si trova in Africa a prelevare i suoi campioni inerti >. < Michela> rispondeva Betta sul gruppo WhatsApp 'InseparabileTrio' < hai una sbavatura di ciccetta sotto le braccia> Lei rispondeva con un emoticon di perplessità. Poi il passo e chiudo di Iris, < ho capito che dovrò cavarmela da sola anche questa volta, tenetemi aggiornata su qualsiasi cosa>. Aveva letto più o meno di tutto sul monte Gibele e sul mito di Tanit. La stele nei suoi pressi nascondeva forse un mistero iniziatico? forse propiziatorio? Erano diversi i rituali dedicati alla Dea, sacrifici di infanti e danze lunari, doni per l’auspicio, preghiera ed estasi sacerdotale. Avrebbe potuto essere un evento naturale legato all’attività del vulcano e tanto altro. Ma lei era là e l’estate volava via. Tornando decise di dar fondo ai risparmi invernali, avrebbe prenotato un aereo per l’isola e una tipica casetta araba sul posto, un dammuso. Sul posto avrebbe svolto meglio le sue osservazioni e la scarpetta l’avrebbe forse condotta in fondo a questa storia. Era atterrata alle ore 10 all’aeroporto di Pantelleria con il suo zainetto e la mappa tra le mani. Una navetta l’accompagnò al porto dove prese uno scooter a noleggio che la portò al Dammuso Zanzibar. Si sistemò alla meglio nel piccolo monolocale, bevve un litro di thè freddo acquistato al negozietto affacciato sul vico e dormì qualche ora. Al risveglio il cellulare era pieno di messaggini. Michela era tornata in città ed era passata dalla sua palazzina. Non trovandola e non ricevendo risposta ai whattsapp, aveva allertato anche Betta che, intanto, era impegnata nella vendemmia al vecchio casale di famiglia. Le due sarebbero accorse se ce ne fosse stato il bisogno ma intanto le spedivano una valanga di parolacce, immaginando cosa l’amica aveva tramato. < Se sei partita per Pantelleria solo per una pietra e una scarpetta stregata dal carrettiere te la vedrai con me al ritorno> scriveva Betta. Aveva raccontato del sassolino nella scarpetta alle amiche che avevano farneticato per ore sul significato simbolico dei < sassolini nella scarpa> non trovando strano né magico quel balzo sulla mappa. Proprio mentre rispondeva alle amiche ecco un altro tintinnio. La scarpetta era su una vecchia scrivania in legno. Sfilò veloce la mappa dall’astuccio e la spiegò sulla superficie rugosa del vecchio tavolo. Il sassolino cominciò a vibrare fortissimo sino a balzar fuori, sulla mappa, precisamente in località ‘ Valle della Ghirlanda’ alle tombe bizantine. Per la seconda volta nei pressi del monte Gibele, noto per la stele di Tanit. Non ebbe più dubbi, infilò le scarpette sportive e riprese lo zainetto con acqua, mappa e scarpetta che l’avrebbe lì condotta. Tanit e il suo mito la stavano aspettando. La Valle della Ghirlanda, tra natura selvaggia e distese di zibibbo, dava la possibilità di raggiungere la bocca del cratere da un sentiero molto battuto, voleva seguire quello ma nei pressi delle tombe bizantine, dopo aver imboscato il mezzo in un luogo sicuro, sentì nuovamente il ticchettio del sassolino nella scarpetta araba. Si fermò tra due solchi degli scavi e delle lapidi in pietra grezza scaldata al sole e spiegò la mappa. Il sassolino dopo il tintinnio più forte cadde all’esterno, indicando una strana simbologia rupestre ai piedi di un sepolcro: ¥ § ※ Sembravano lettere di uno strano alfabeto, impossibile da decifrare. La chiave rovesciata l’aveva già scorta. Nella simbologia delle prime età, soprattutto quella del bronzo, voleva significare Forza Poteva trattarsi di un trinomio. Ma certo…< com' era…> si arrovellava appoggiata con le mani su di una lapide…< FORZA, AMORE, SCALTREZZA> erano le virtù dei guerrieri autoctoni, gli Ausoni ( poi siculi), che con zattere avevano attraversato partendo dalla Sicilia, tutto il Mediterraneo. Da loro nacquero i primi culti propizi alla fertilità e probabilmente l’origine del culto di Tanit. Riprese il sassolino e arrotolò la mappa, e mentre lo faceva alzò il viso, come quando una fortuita intuizione fa capolino e ti rimanda a tempi non sospetti. Ogni virtù umana nell’antichità era governata dalla logica superiore di un Dio che, in piccola misura, dotava i suoi rappresentanti umani della stessa dote. Nelle tribù autoctone, soprattutto in quelle europee, la Forza, dominata da Baal era detenuta dal capo-cacciatore, o anche capo-tribù; l’Amore era la sacerdotessa primitiva dominata da Ishtun- Astare o Tanit; infine la scaltrezza insieme con la guarigione era posseduta dallo sciamano, governato da Eshmun. Identificando i tre Dei con le tre primordiali figure, sulla mappa potevano essere identificati punti specifici di un sentiero: Baal-bocca del cratere vulcanico, dove Marte forgiava le sue armi, pendici del Gibele; Tanit-tempietto di venere presso lo specchio del lago, dove la Dea venerava la sorella maggiore, Afrodite; Eshmun- bosco di lecci, Montagna Grande, famosa per un sito fitto di radici dalle proprietà guaritive. Avrebbe anche capito cosa la scarpetta e il sassolino volessero dire? Doveva unire dei punti sulla mappa, identificare il vertice della figura e recarvisi. Tempio di Venere Gibele Montagna Grande Simbolicamente Tanit era raffigurata con un triangolo alla base ( il corpo) e un cerchio ( il capo) posto su. Unendo i tre punti geografici, il vertice era proprio il tempietto. Dunque il capo poteva essere simbolicamente solo lo Specchio di Venere, cioè il grande lago dell’isola. Nello Specchio di Venere poteva essere racchiuso il mistero tanto agognato indicato dal sassolino nella scarpetta. Aveva visitato la stele e si dirigeva, zaino in spalla, verso il cratere. Il sole calava in fretta, doveva sbrigarsi. Le gambe erano stanche, i piedi gonfi, si fermò un attimo a cercare conforto tra due rocce ai piedi di un pino. La scarpetta sembrava tranquilla, ma ciò che attirò la sua attenzione furono dei fruscii tra i cespuglietti del sottobosco. Afferrò un ramo secco lì a terra. Aveva letto che i cinghiali erano fiere astute ed imprevedibili, si avvicinò furtiva e cominciò a colpire la flora circostante con energia. < Ooooooh, basta, basta> da un cespuglio di biancospino venne fuori un capo umano. Quando venne fuori l’intera sua figura non potè crederci. Era proprio lui! Grandi figlio, in tenuta da trekking, con dei campioni di terra e pietra tra le mani. < Umberto!> Esclamò con tutta la forza che aveva in gola,< mi hai fatto paura>. < tu, invece, mi hai fatto malissimo> aveva una cartina sotto il braccio sinistro ridotta malissimo, ginocchia e mani completamente consumate. < ma come ti viene in mente…> Iris spaventata agitava le mani facendo finta di darsi aria sul viso. < invece tu, che ti metti a colpire dei cespugli…> < potevano essere cinghiali o fiere selvatiche del sottobosco, anche serpenti, e comunque> aggiunse< non mi sono troppo sbagliata>. Grandi rispose con un sorriso serafico, poi aggiunse < e se avessi scagliato una di queste…>. I campioni di inerti erano grandi e avevano forme spigolose, scure e con dei cerchi concentrici più chiari. < Ti avrei finito prima che lo potessi fare>. Pensò a Betta e Michela, diede uno sguardo al cellulare e non c' era ombra di linea. Di sicuro l’avevano avvisata ma i messaggini tardavano ad arrivare. Ora che si trovava lì avrebbe dovuto far buon viso a cattivo gioco non sapeva se poteva fidarsi di quell’ uomo, non sapeva se la sua ricerca potesse in qualche modo c' entrare con lei. Dopo il sogno e la caduta del sassolino dal vaso più volte si era chiesta il perché la sua strada e quella di lui si fossero incrociate, ora aveva la certezza che il fatto avesse un senso più reale e profondo. Ed eccolo…il sassolino ricominciò a vibrare nella scarpetta. < che cos’è questo rumore?> domandò Umberto S' inginocchiò, aprì lo zainetto prese la scarpetta e il sassolino balzò fuori ancora una volta, battendo sui campioni dello scienziato. Il volto dell’uomo era pallido. < Ma…che cos…> prima che potesse esprimere il suo stupore, Iris, gli prese le pietre dalle mani e comincio ad analizzarle. Tra il sassolino e le pietre sembrava esserci una carica elettrostatica. Se il sassolino si avvicinava, le pietre più grandi si muovevano…non poté far altro che raccontare tutto al suo antagonista accademico, dal sogno al viaggio alle supposizioni sulle indicazioni ricevute sino a quel momento. Grandi ascoltava attentamente, sembrava riconoscersi in quel viaggio e gli tornarono in mente diversi particolari del suo. < Vengo da Malta e dall’Africa…e posso dirti con certezza che la pietra è stata fondamentale per lo sviluppo umano e che una leggenda primitiva narra che prima della separazione della Pangea, esisteva un Onphalon, un centro del mondo, collocato da qualche parte nel Mediterraneo, rivendicato da ogni popolo e rappresentato da una formazione rocciosa che, spaccandosi in mille pezzi, lasciò in ogni terra, una parte di sé e del suo potere. Il tuo sassolino deve essere una piccola parte di quella roccia, estratta, lavorata e messa lì in quel vaso. E Le mie rocce probabilmente vi appartengono…prese tra la grecia, la Sardegna, Malta e NordAfrica, nei pressi della vecchia Cartagine, approdano a Pantelleria, non sarà un caso…ed ecco perché noi stessi, parte del gioco della Grande Madre, ci troviamo insieme ad unire i pezzi della storia secolare>. < c' è una cosa che non quadra però…perché le mie ricerche indicano un lago…> < potrebbe essere che l’Onphalon, spaccandosi dall’interno abbia lasciato una conca che con i secoli abbia dato origine ad un lago…non potremo mai saperlo>. E riconducendo quelle osservazioni all’immagine della Dea, il punto estremo risultava essere proprio un punto centrale del lago. Se così fosse, vorrebbe dire che il cuore dell’Onphalon è ancora presente sul fondo del lago ed è più che mai attivo, attirando ancora a sé, le schegge sparse nel mondo. <Incredibile…il sassolino attratto dal suo vecchio parente anche attraverso una cartina, come avesse coscienza propria>. < Già, anche la geologia ha i suoi misteri…non solo le lettere> ribatté pronto. Continuarono a camminare, arrivarono alle radici curative di Eshmun e ne raccolsero un po’, infine discesero al tempietto di Venere e, notando che intorno crescevano stupende ginestre, ne raccolsero un po’. Da sempre la ginestra era simbolo di femminilità. Avevano anche i tre elementi naturali associati alle tre divinità: pietra, radice, fiore. Li deposero come buon auspicio sui ruderi del tempietto e si spostarono sulle sponde dello Specchio di Venere. Proprio in quel momento il sassolino cominciò a tintinnare fortissimo nella scarpetta. La riprese tra le mani. Il sassolino in tre balzi si tuffò in acqua, poi, sfiorando la superficie, in più riprese, raggiunse il centro del lago, dove si fermò creando dei cerchi concentrici. Ed ecco risalire qualcosa…a prima vista sembrava solo una tavoletta sottile di pietra grezza scura. Umberto tolse scarpette e giacca e raggiunse lo strano oggetto a nuoto, faceva un po’ fatica a trascinarlo a riva, sotto gli occhi stupiti di Iris che lo raggiunse tra le fanghiglie della riva per aiutarlo. Era uno scrigno in bronzo con i tre simboli di Forza, Amore, Scaltrezza, le tre virtù divine iscritte sulla superficie, solo un gancio incastrato in un occhiello lo teneva incastrato, chiusura tipica delle fibule nell' era del bronzo. Gli Ausoni lo avevano riposto nell’antro dell’Onphalon ed eccolo tornare a galla, dopo secoli, in tutto il suo splendore. I due lo tenevano stretto a quattro mani, lo portarono sulle rive del lago, poi aprirono lo scrigno e innanzi a loro la meraviglia… un magnifico specchio d' oro, ricavato da un unico blocco, cavato e lamellato alla perfezione, intarsiato di piccoli zaffiri cerulei, quasi traslucidi, sembrava proprio lo Specchio di Venere, l’oggetto di una dea. A quella vista i due si guardarono stupiti esclamando insieme < Didone!!!>. Spesso il suo personaggio era stato associato alla Dea Tanit e al suo mito. Didone era vissuta come donna e principessa nella grandezza di Cartagine, la sua forza, il suo grande amore per Enea e la sua scaltrezza, avevano attraversato il mondo conosciuto sino a quel momento. Lo specchio era stato un dono per il suo grande amore che partiva alla scoperta delle coste italiane proprio in quegli anni, condotto dagli Ausoni attraverso quei mari, ancora da scoprire. Le sue parole, secondo testi apocrifi dell’Accademia erano state: < guarda lo specchio ed io sarò davanti a te e sarò con te, per sempre>. Dove avrebbe potuto custodirlo se non al centro del mondo? Poiché l’una per l’altro erano proprio questo, il centro del mondo! Il loro mito era ancora vivo e l’Accademia lo custodiva con grande cura. Il ritorno in quella culla di civiltà fu indimenticabile, entrambi furono premiati e Iris ottenne anche lei l' assegno di ricerca tanto sudato e meritato. Lo Specchio di Venere venne preso in custodia dal museo e sotto il patrocinio di Grandi senior, l’Accademia ottenne di poter presentare al mondo la grandiosa scoperta. Lasciando il palco della presentazione Betta e Michela la aspettavano tripudianti, battendo forte le mani e abbracciandola con affetto. < dica ai nostri microfoni…come si sente> le gridò Michela all’orecchio. < come una povera che diventa ricca…discretamente ricca>si guardarono scoppiando a ridere di felicità. FINE
  9. Grazie @Russotto. Sono pienamente d' accordo con te. Magari ogni tanto può anche venir fuori qualche commento sgradevole ma in giro c' è anche chi vuole demolirti per puro gusto. La maggior parte poi crede di aver difronte un nemico più che un concorrente. Talvolta è qualcosa che trasuda dagli stessi testi che vengono valutati. Ho appena pubblicato in vetrina Il giardino delle bacche di Emily D. Magari puoi dargli un' occhiata e valutare tu stesso se i commenti sono veri o falsi...o quello che sono...
  10. Annasilvia

    Discromia

    Ok ok. Si spiega tutto allora.
  11. Annasilvia

    Discromia

    A ah allora esiste un seguito che mi sono persa...poi controllo meglio...
  12. Annasilvia

    Discromia

    L'unica cosa davvero inconsueta è il pentimento finale della satanassa
  13. Il signor Franco però, dopo anni di lavoro allo sportello, ha capito una cosa fondamentale, la gentilezza non ha prezzo...la rabbia del suo sfogo fa intendere bene che la vera " inefficienza" nella pubblica amministrazione non ha a che fare spesso con le competenze ma con l'umanità e la cortesia. Ecco...probabilmente bisognerebbe insistere sul fatto che la scena nasca nella sua testa, dove il subconscio kafkiano aveva già lavorato a fondo.
  14. Le bacche del giardino di Emily D. Circa due secoli fa, una severissima dama di nome Emily D. viveva nella cittadina di Fargo, presso le rive del Red River. Magra, colletto alto e veste nera sino alle caviglie, ella conduceva una vita sobria. Si diceva avesse un amante, che con lo pseudonimo di Austin, rendeva i suoi versi ricchi di passione e pura dolcezza. Il codice segreto della Dickinson, era il codice di un grande cuore ma, di sicuro, anche di un grande temperamento. Qualcuno sbeffeggiava Iris, quando, insistentemente né parlava ai microfoni sordi dell’accademia. < Ancora la solita solfa> sussurrava il giovane prof. Grandi all’orecchio del suo assistente muto e servile. Era entrato alla fondazione Città del Sole, a sostegno, dell’Accademia Nuova, poco dopo suo padre, che, invece, aveva impiegato degli anni a divenirne presidente e a trovare i giusti investitori, mecenati a sostegno della letteratura. Giorgio Boni, l’assistente muto, aveva fatto domanda ed era subito entrato come assistente di dipartimento nella categoria protetta per gli handicappati. Iris, parlava con le amiche, Betta e Michela, sorridendone… < la categoria protetta per Boni e la categoria dei protetti per Grandi>. Quel giorno si teneva la conferenza: Donna e Poesia, tra realtà e immaginario. Iris mostrava le sue slide, sicura di suscitare un qualche interesse, quantomeno, tra i cultori della poesia moderna d’ oltre oceano. Tra la seconda e la terza fila, il presidente, Grandi Senior, sonnecchiava, liberando, di tanto in tanto, russate rauche e spaventose, coperte dalle risatine delle file circostanti. E di tanto in tanto, anche Iris partecipava, facendo partire piccoli colpi di tosse, come a rischiarare una voce, già perfettamente chiara, ma desiderosa di attirare proprio quello sguardo, distrutto più che distolto. < Presidente Grandi, mi guardi> pensava< mi ascolti, anche per un minuto consecutivo>. Tossí fortissimo, e, alla fine, tra la lettura dei versi criptati e il loro commento, Iris, ottenne la sua attenzione. <Stanno rubando-dove? Un boccale- un cucchiaio-orecchini, un gioiello, un orologio, qualche vecchia spilla molto cara alla nonna stanno dormendo là>. < In sostanza, ladri o oppositori razzisti, infastidirono lei oltre che la comunità nera del Wisconsin e del North Dakota…È sempre più vicina l’ipotesi che la sorellanza pellegrina vigilasse, attraverso il suo personale ausilio, sui poveri e gli oppressi>. Qualche istante di silenzio, poi ancora la sua voce. < bene io, avrei concluso>. Il presidente Grandi si alzò per primo ad applaudire, poi uno scrosciante applauso da tutta la platea. Sentì in quel momento un misto tra soddisfazione e umiliazione, ma sorrise a 32 denti, lasciando il leggio ancora in lacrime e solitudine. Tante strette di mano. Michela e Betta la salutavano dal fondo della sala. Grandi junior la salutò con ben tre baci e dappresso Boni con versi d' assenso, le strinse la mano con entrambe le sue, costringendola in una morsa fatale. < Cosa avrò detto per meritare questo> sorrise ancora, parlando tra sé e sé>. Smaltita la folla, raggiunse le amiche sul fondo della sala. Entrambe alte, bionda Michela, con gli occhi grandi molto chiari, bruna Betta ma gli occhi nocciola e un po’ più corpulenta, lasciavano dietro l’amica di una decina di centimetri. Iris, piccola ma graziosa, nascondeva il suo bel viso, in un foltìo di ricci castani. Gli occhi di un colore indefinito, assumevano spesso, il colore grigio del cielo di Verona. Il jeans scolorito e la felpa verde scuro, con uno strano ghirigoro non lasciavano spazio a considerazioni sull’abbigliamento. Decisamente più eleganti le amiche. Michela con un tubino morbido a collo alto e Betta in giacca e pantalone, rigorosamente neri su di una camicia bianca in seta. < Ti abbiamo portato la ricerca che ci avevi chiesto…brava comunque> la gentilezza della bella Michela la commuoveva. < Andiamo alle panchine dell’aula 9> Betta né aveva l' esclusiva, l’ultima volta il grande vaso accanto al lampione contava circa una decina di sigarette. < ho capito> disse Iris esausta < devi andare a fumare>. Uscirono dall’aula magna e raggiunsero le panchine. Betta accese la prima sigaretta, Michela continuò a sorseggiare il grande bicchiere di thè caldo al limone, il suo preferito. Poi parlarono. < Non esiste sulla cartina geografica, la zona di cui parli…anche ammettendo che la Dickinson si spostò a Fargo e visse in isolamento forzato nei boschi del Red River, non se ne hanno testimonianze. Inoltre il lago artificiale ormai domina la città, tutt’ intorno, il paesaggio sembra quasi artificiale. C' è stato però un fatto, abbastanza grave, la biblioteca locale è stata messa a soqquadro lo scorso anno, qualcuno si è introdotto, ha avvelenato il custode e ha rubato l' Antico Tomo della Colonia Inglese del Red River, in cui erano presenti, a quanto pare, tracce del suo passaggio e della fondazione della Colonia Dickinson, presso l’omonima città. Voci di corridoio, raccontano, inoltre, che il custode facesse parte di una setta segreta, di cui, però, non si conosce il nome. < Ci devo andare, non ne posso più> Iris, leggeva gli articoli e fremeva, agitando la punta dell’ombrello che aveva poggiato sul gomito. < se il presidente non deciderà di darti quei fondi per la ricerca, dovrai pagare tutto da te. L’accademia non ti darà il becco d' un quattrino. E se fallirai, Grandi junior, ti darà il tormento per l’eternità> replicó Betta. Michela annuí, poi disse < inoltre è proprio suo figlio ad essere candidato ai fondi per la ricerca>. < che bestia! Non lo sopporto, con quel suo tirapiedi muto tutto il giorno, tra i corridoi e il parchetto delle studentesse, basta, basta, basta!> <non ti resta che aspettare la prossima settimana, intanto cercherò di lavorarmi Grandi senior per te>Michela, archivista del Presidente Grandi per conto della Fondazione Città del Sole, avrebbe avuto accesso alle informazioni sugli assegni di ricerca già qualche giorno prima. Amica e confidente della sua vecchia cugina, Miranda Grandi, poteva spingere, in qualche modo, la candidatura dell’amica, proponendosi successivamente per la cattedra di Storia Medievale, ambita da tempo. Certo la ricerca di Iris, avrebbe potuto essere un fiasco, ma, in caso contrario, sia lei che le due collaboratrici, avrebbero fatto grande carriera all’Accademia Nuova, sovvenzionate dalla Fondazione e dai suoi saggi veterani, gente molto seria, sempre dalla parte della cultura. < Va bene allora, io…organizzerò comunque il mio viaggio a Fargo, tu parla con i Grandi senior, Betta continuerà la sua ricerca su questi strani personaggi della setta del Red River>. < Ci sentiamo ragazze, buona fortuna> Betta spense l’ultima delle tre sigarette fumate, nel vaso in terracotta. Ognuna prese un vialetto diverso, tutte sulla stessa strada ma con una diversa missione. Le chiamavano le “ Bacche nere del fiume rosso”. Contenevano la sostanza che avrebbe ucciso il custode della biblioteca. Dalle ricerche fatte, sembrerebbe che, un po’ come succede per l’assenzio, il sangue rimarrebbe caldo per diversi minuti dopo il decesso. Dopo il watthapp di Betta, si era chiesta 1000 volte perché. Perché questa scelta? Dopo le 10: 30 di notte la biblioteca chiudeva. Il custode faceva il turno di notte e rimaneva seduto lì per ore, senza battere ciglio. Non avrebbe avuto senso “ lasciarlo in caldo” come un brodino, se nessuno avrebbe dovuto toccarlo, immaginando che dormisse. Eppure, un certo senso per la botanica le suggerì qualcosa che non avrebbe mai pensato se la sua Emily, ragazza di bosco, non glielo avesse suggerito. Dovevano essere spuntate là da qualche parte, le bacche si trovavano nei dintorni, lei stessa avrebbe dovuto trovarle. Nessun libro, né google map glielo avrebbero suggerito. Tanto bosco, tante bacche. Erano passati 4 giorni, Michela non aveva chiamato ma aveva anche lei mandato un messaggio la sera prima: Nessuno dei Grandi sembra avere molto interesse per la letteratura americana. Tra i vecchi invece hai almeno due amici illustri Sperò e pregò nei giorni successivi che il Presidente boicottasse suo figlio per conflitto d' interesse, ma niente da fare. Non solo non ebbe l’assegno, ma la fondazione le comunicò con raccomandata che la poesia moderna non sarebbe più stata materia d' indagine. Vani gli sforzi di Michela, costretta a subire i vaneggiamenti di Miranda e Grandi Senior, su come Umberto ( Grandi Junior) avrebbe condotto la ricerca geologica sulle sedimentazioni vulcaniche. Non riuscì a concepire possibile la cosa, fino a che, le amiche, non bussarono alla vecchia porta della palazzina isolata e decrepita alla periferia della città dove abitava. < Andiamo apri, non fare la sciocchina, dai, e dai> Michela e Betta avevano modificato il tono della voce, trasformandola in vocina stridula da strega. < Dai, piccola beach, apri questa porta>. Il citofono trillò un suono orrendo e la porta si aprì. In lacrime, la poveraccia aprì la porta. Il grande maglione in lanetta fine le copriva mani e ginocchia, un leggins nero e degli enormi scarponi in gomma, definivano passi stanchi, fatti per inerzia. < entrate> sogghignò tirando su la commozione. In casa profumo di lavanda e muschio bianco, le fragranze preferite. A terra sparsi, libri e appunti, penne, matite e mappe al confine tra Canada e Nord America. Sto facendo il ginseng, abbiate pazienza e trovate un angolo su cui poggiare il culo. < Certo non mi aspettavo miracoli…ma questo proprio no, la mia Emily, trattata così> continuava a piangere, puliva il naso sui fogli di carta da cucina, destando l’ilarità di Betta che la accarezzava, prendendo un riccio, ogni tanto, e districandolo tra i polpastrelli. < Partirò domani, il biglietto è fatto e ho preso già i giorni, malattia!> < Sei pazza e se vengono a controllare…> Michela cercava invano di domare un cavallo già da tempo imbizzarrito. < Mi licenziassero, voglio fare solo il mio lavoro come si deve, a costo di sperperare gli ultimi risparmi>. < Rifletti, se parti adesso, brucerai una possibilità importante. L’anno prossimo, avrai, di sicuro l’assegno. Potresti titolare diversamente la ricerca ma occuparti ugualmente del caso Dickinson>. <No, non posso aspettare, devo farlo, la mia anima è già là, mi dispiace, ma ci dovremo salutare>. Betta e Michela si guardarono ma non aggiunsero altro. Non poteva essere compito di due amiche distruggere un sogno tanto importante. Bevvero il gingseng e risero tutto il tempo sulla colonia di gatti nel cortile della vecchia palazzina, così vivaci da riuscire ad arrampicarsi su di un pino, proprio in cima e spiare attraverso la finestra della cucina. Passarono ore liete, poi si lasciarono con un sorriso. < Buona Fortuna, torna presto> le ripeté Betta. Lei sorrise ancora, poi si sciolsero in un lungo abbraccio. Fargo era una città abbastanza estesa e popolata. Aveva prenotato 7 giorni e 7 notti in un ostello della gioventù tra la città e il bosco. Si chiamava Green Dream, Sogno Verde e contava circa una quindicina di posti letto. La biblioteca distava pochi metri dal centro, anch’essa affacciata sul lago, non era grandissima ma godeva di buona fama per gli innumerevoli volumi di storia americana. Dopo i fatti gravi accaduti in seguito al furto dell’Antico Tomo del Red River, era stata dedicata una sala al custode Daal Seen e alcuni aggiustamenti all’interno della biblioteca, avevano fatto si che i volumi più datati fossero spostati al piano superiore. Il permesso di visitare questa sala doveva essere chiesto al direttore in persona e tutti i documenti dovevano essere preventivamente depositati. Dopo la sistemazione all’ostello e un buon pisolino, Iris aveva subito chiesto tutte le indicazioni possibili. Doveva attendere la linea 651 a circa 400 metri dall’ostello, poi scendere al centro e percorrere altrettanti metri sulla via principale per raggiungere la biblioteca. Così fece. Arrivando all’edificio, notò subito la fermata dei taxi e la rete tramviaria. L’assassino, venendo da qualche zona limitrofa al bosco, aveva avuto libero accesso alla biblioteca fino alle 10:30, orario delle ultime corse del tram. Era penetrato, forse approfittando di una distrazione del custode e ci era rimasto oltre l' orario di chiusura. Ma come aveva fatto a somministrargli le bacche? Entrò. All' ingresso principale il banco del custode, con dei distributori e una piccola sala di lettura, al cui interno, si trovava, un ampio scaffale dedicato ai contemporanei. Subito alla sinistra dei bagni. Le bacche, o una loro centrifuga, potevano essere finite in una bevanda calda e scura o, anche, essere forzatamente somministrate. Si fece forza, si avvicinò al banco e chiese di poter parlare col direttore al nuovo custode, un tipo rigido, un giovane di circa 35 anni, magro con grandi occhiali. Firmò l’entrata e compilò un modulo. Alle sue spalle uno strano stemma, un’aquila con gli artigli aguzzi e il becco aperto, sullo sfondo alcuni alberi e una mezza luna rossa. Salutò e salì le scale. Bussò alla porta. Il direttore era molto alto, stempiato, con orecchie piccole e appuntite, vestito elegantemente. La accolse stringendole la mano, poi la invitò a sedersi. Parlarono in lingua madre inglese. Lui le dimostrò apprezzamento per la ricerca, auspicando un avvicinamento con la citta di Verona. Lei ringraziò, spiegando che, in verità, l’Accademia Nuova non aveva approvato il progetto, il quale era stato, interamente, frutto di una sua iniziativa. A quel punto, il Direttore, si alzò di nuovo e la congedò. Non fu sgarbato, ma, la fretta con cui l’aveva fatto, le dimostrò un sopravvenuto disinteresse. Richiuse la porta alle sue spalle e salì al piano della bibliografia antica. Il grande leggío con la teca in vetro vuota, era messo all’angolo. Tutt’ intorno, uno scaffale unico a forma ellittica con circa una decina di mensole. La scaletta a ruota, permetteva di visionare da vicino qualsiasi volume. Passò circa due ore a visionare testi in lingua madre, versi inediti degli ultimi poeti pellegrini e simpatiche leggende indiane ma nel riporre l’ultimo volume, ecco generarsi, complice la gravità, una piccola valanga di vecchi volumi. < Dannazione, che casino!, dovrò scendere e risalire tre o quattro volte da questa dannata scala>. L’involontario esercizio di step le costò, almeno altri 15 minuti ma ecco l’ultimo volume, Intruglio di Medicamentos. Sfogliò distrattamente qualche pagina. Ai suoi piedi cadde, come una piuma leggera un piccolo appunto. Lo raccolse e aprì la pagina. Erano proprio loro, come nelle foto su wikipedia: Le Bacche Nere Del fiume Rosso. Utilizzate con alcune spezie potenti in piccole quantità, le bacche, potevano curare disturbi assolutamente gravi legati al sonno e alla depressione. Tuttavia una concentrazione di circa 100ml, sarebbe stata fatale a chiunque, pur mantenendo il cadavere “ vivo”, ovvero caldo, proprio come aveva carpito dai libri medici dell’accademia. Fotocopiò tutto e tenne con sé il post it, vuoto ma con una filigrana in trasparenza con scritto Fac Simile. Riprese i documenti e uscì di corsa dalla biblioteca. Accese di corsa il cellulare e cliccò sulla barra di google “ Fac Simile Fargo”: Stationery shop Fac Simile, Fargo, center long Street. Era una cartoleria a pochi km da lì. Non era ancora buio, così decise di arrivarci. Camminò qualche km sulla long street, finché giunse ad un insegna gialla luminosa. FAC SIMILE STATIONERY SHOP Entrò nella cartoleria. Era molto grande e fornita. Sulla parete dietro le casse, campeggiava l' aquila con gli alberi e la mezza luna rossa. < salve, desidera?> la ragazza, disponibile e cortese distolse Iris dagli occhi feroci dell’aquila. < ah si grazie, una confezione di post it, grazie>. Ed eccoli… i post it con la filigrana azzurra. Non poté fare a meno di chiedere. < scusi signorina, so che la domanda è strana… ma da quando personalizzare i vostri Post It?> La ragazza sorrise eloquentemente, < da poco, circa un mese>. <Se ne vendono molti?> < no, a dire il vero, quella del post it è un esigenza datata ormai, li comprano bibliotecari e studenti>. Pagò e andò via. L’assassino era stato lì, aveva acquistato i post it. Li aveva portati con sé in biblioteca, voleva prendere appunti sulle bacche nere del Red River, ma poi, era andato via, lasciando il foglietto nel libro. Quasi sicuramente apparteneva ad una confraternita, quella dell’aquila e della mezza luna. L' indomani la sveglia era fissata per le 7: 30, avrebbe perlustrato il bosco con una guida locale per 25 dollari. La guida le avrebbe fatto percorrere un sentiero standard, poi l' avrebbe lasciata circa un’ora nei pressi di un lido sul fiume, in prossimità della Meridiana. Aveva tutto nello zaino, acqua, snack, panino, plaid e una bussola datata circa 50 anni prima, acquistata al mercato delle pulci ma perfettamente funzionante. Partirono. La guida, non di molte parole, narrò della fondazione di Fargo, dei coloni fino all’indipendenza e ancora, dell’istituzione di comune e bibblioteca. < esiste ancora una congregazione di pellegrini Red River?> domandò Iris. < non che io sappia> rispose fredda la guida < ma esiste un comitato Red River a difesa delle specie autoctone del fiume, il loro stemma è un’aquila in volo sul bosco con una mezza luna rossa, e la loro sede è sull’altra sponda del fiume>. Certo, poteva essere! L’assassino poteva anche lui appartenere al Comitato Red River. Avrebbe portato importanti informazioni al gruppo sulle fondazioni dello stesso. O anche, eliminare definitivamente delle tracce importanti ma terribili sulle loro fondazioni. I Martiri Poeti non dissero a parole- ma scrissero la loro pena in sillabe- così che, spentosi il loro nome mortale- sia di conforto ad ognuno, quel loro fato La sua poesia era stata una traccia di questi fatti orrendi. Le colonie del nord erano state, come quelle del sud, sede di brutali persecuzioni e di scempio della cultura. Emily era stata il faro del Red River e delle sue vicissitudini. < il nostro percorso guidato termina qua, ti ringrazio per l' attenzione> disse il giovanotto, rallentando il passo. < io ringrazio te per le preziose informazioni> gli strinse la mano, poi continuò, sola, inoltrandosi sul sentiero nel bosco, proprio come Alice dietro al bianconiglio. La sede del Comitato Red River, era sull’altra sponda del fiume. Sarebbe stato necessario raggiungere la postazione del ranger di zona e farsi traghettare con uno scafo. Aveva prima 4 ore prima che facesse buio. Il bosco era fitto e umido. Stava seguendo una mappa datata e la posizione google. Ma solo fino a quando il segnale gps s' interruppe totalmente. Era entrata in una strana zona in cui era più fitto il sottobosco. Tra i rami secchi e gli arbusti divelti, scorse un rigagnolo del fiume in cui le rane facevano concerto. Decise di attraversarlo a piedi. Quando immerse gli scarponi nel torrente, senti subito una sensazione di gelo in tutto il corpo. Fortuna che l’acqua non riuscì a permearli. Con molta cautela giunse dall’altra parte dell’affluente. Continuò, spezzando con mani e piedi le sterpaglie del fiumiciattolo, quando una visione la colpì come un bagliore nel buio del nulla. Una ringhiera nera in ferro battuto circondava un piccolo cottage in pietra completamente avvolto di bacche nere. Un cancelletto semi aperto sembrava custodirlo timidamente. Penetrò piano in quel piccolo giardinetto fiorito e bagnato di brina fresca. Le bacche erano fitte e scure, sembravano spuntare dalla pietra grigia scaldata al sole. Quando temetti, bene mi ricordo che giorno era- i mondi si tuffavano nel sole ma la Natura si faceva gelo- ghiaccioli azzurri freddi mi spingevano l' anima in ogni dove uccelli salmodianti- io solamente- muta La porta pesante in quercia si spalancò al primo tocco, il chiavistello arrugginito pendeva su un lato. Dinanzi sé, una piccola stanza con un fireplace a sinistra (un piccolo focolare). Un vecchio tavolo e una sedia, in legno di noce, quasi intatti. Sulla parete in fondo una cassapanca e una credenza con vetrina e suppellettili in cotto. A destra una porticina, una stanza molto piccola con una spalliera in ferro battuto, senza materasso ma con una pila di scialli e copertine in lana fatte ai ferri, un comò con vangeli e rosario e sul lato opposto un piccolo armadio. Scrutando dal finestrino alto della stanzetta, dietro al cottage una piccola latrina coperta da una cabinetta in legno. L’ aria sacrale le impediva quasi di muovere il passo, poi si fece forza e aprì la cassa baule dietro al tavolo, al suo interno un’iscrizione le fece venire la pelle d’oca. Questo baule è della signorina Emily Dickinson, consegnarlo a lei di persona in caso di smarrimento in country of Fargo 1860. I Bauli e le panche viaggiavano da una parte all’altra con mezzi di fortuna, vascelli, carrozze e carovane. Quello doveva essere stato proprio il caso della signorina Dickinson, poetessa dell’infinito e della Natura Celeste. All’interno un piccolo quadernino con dei versi inediti. Il suo cuore batteva forte, l’aveva tanto cercata e, infine, la trovava, sepolta tra i rami più fitti del Red River, a pochi chilometri dal male, a pochi chilometri dall’aquila e dalla luna rossa. Aveva passato due ore a leggere i versi incantati, davanti al fireplace spento, I soli spettacoli che vedo Sono il Domani e l’Oggi- Forse l’Eternità- L’unico essere che incontro è Dio- unica strada- l’Esistenza Passarono senza che se ne accorgesse. Quando uscì dal cottage con il suo dono per l’umanità, aveva il cuore pieno di gioia ma c' era ancora qualcosa che non capiva. Quale collegamento poteva esserci tra Emily e il comitato del Red River? La luna in cielo cominciava a prendere un colore rosso fuoco. Iris non capiva se la posizione geografica o uno strano effetto ottico potessero creare quell’effetto cromatico. <La luna non diventa rossa quando è piena?>pensò tra sé e sé. Arrivando alla postazione del ranger, non trovò nessuno. Si fece coraggio, azionò lo scafo e partì a razzo verso la sede del Comitato. Appena si trovò sull’altra sponda, avvenne qualcosa di inaspettato. Una grande aquila sopra di lei, quasi oscurò la luna rossa, distendendo le enormi ali, e ripetendo il suo verso, quasi a decantare una tenebrosa nenia. La guardò tendendogli la mano tremante. Poi agganciò la corda ad una bitta e scese con un saltello. Sembrava tutto chiuso. Poi sentì delle voci sul retro della grande baita e dalle imposte scorse un ufficio illuminato. Il Comitato era in Assemblea, a quanto pare, al centro del tavolo l' Antico Tomo del Red River e alla sua estremità il nuovo bibliotecario. Il ragazzo magro e serioso con i grandi occhiali che l’aveva accolta e le aveva fatto compilare i moduli d' entrata. Un fitto panico le costrinse la gola. Se l' avessero beccata, ci avrebbe rimesso le penne. Voleva andare via, scappare, ma andando indietro, i suoi piedi inciampano in qualcosa di estremamente intricato. Si guardò le mani, erano completamente nere. < Dannate bacche! sono dappertutto>ci ripensò e avanzò nuovamente. Quell’uomo urlava, parlava del Comitato e delle sue origini come qualcosa che avrebbe impedito la crescita…ma non era chiaro di che cosa. Poi aprì il libro e cominciò a leggere di roghi in cui erano finiti bruciati uomini neri e bianchi compiacenti; stupri di ragazze More e Indiane, finite con le condanne di innocenti finiti alla forca. Genocidi sui vascelli che trasportavano gli schiavi del cotone e del tabacco e tanto altro. Il Comitato era proprio un Ku Klux Klan, mascherato da associazione per la salvaguardia delle aquile e lei ne era a conoscenza. Senza contare di aver ben capito identità, natura e strumenti dell’assassino. Molto piano staccò la corda dalla bitta e cominciò ad avviare il motore. L’intero Comitato si precipitò fuori, avevano dei fucili. Riuscì a partire a fatica, lo scafo aveva fatto il capriccioso e quando partirono i primi spari Iris era già lontana qualche miglio. Attraversò con lo scafo tutto il Red River. Piangeva e singhiozzava. Emily aveva vissuto quelle lotte, quei turbamenti erano concentrati nei suoi versi inediti. Era stata un’eroina, una combattente ed un’artista grandissima. Il vecchio bibliotecario né era a conoscenza e conosceva bene le origini del Comitato, era forse l’unico che se n’è era interessato in un mondo dove la Storia e la Poesia non contano più nulla. Il cottage di Emily, coperto dalle bacche, era stato ignorato, poi dimenticato come se lo avessero attanagliato in un sonno profondo e mortale, lo stesso che aveva preso il bibliotecario per opera del Presidente del Comitato nonché nuovo bibliotecario. Quella sera, interamente dedicata al commissariato di Polizia, le fecero guadagnare un biglietto di ritorno gratuito. Raccolse i suoi quattro stracci al Green Dream e subito fu accompagnata all’aereoporto con la promessa di tenerla aggiornata e in anonimato. Michela e Betta, aggiornate dallo scalo di New York , la attendevano a Ciampino la mattina successiva. Da lontano la salutavano con le braccia e le mani. < ce l’hai fatta!!!Super, la nostra Eroina>. Ebbero modo di ascoltare tutta la storia dell’amica, che, tra un bicchiere di vino rosso e l’altro, teneva stretto il paper tra le mani, piangendo ed emozionandole come avessero assistito a tutta la vicenda in prima persona. < Cosa farai adesso?> Betta la guardava stranita e incuriosita. < credo che consegnerò il paper all’ufficio ministeriale, poi mi ritirerò dagli studi accademici, credo di aver concluso la mia missione>. < e che farai poi?> Michela la incalzò, agitando il calice. < non so, forse chiederò ad un giornale o magari scriverò un libro sulla mia Emily>. < un libro su Emily?> sorrise maliziosa Betta. < si, un libro su Emily…magari un giallo…un giallo da circa mille euro>. Ok...Spero che adesso il file sia leggibile...e godibile
  15. Ok allora provo a farlo nella giusta sezione
×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy