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Sofia C.

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  1. Non lo era, invece: hai voluto mettere sul medesimo piano due cose molto differenti. E io non faccio correzioni concettuali su un'eventuale imprecisione formale. Ad ogni modo, ti faccio presente, in merito alla tua ultima precisazione, che ognuno discute come può e si esprime con i mezzi e i modi che ha. Elasticità e varietà di contenuti, prima ancora che formale. Hai tacciato i tuoi interlocutori, neanche tanto tra le righe, ora di banalizzare, ora di polemizzare, ora di partire con "mini-flame", e quindi si sono persino lette puntualizzazioni un po' pretenziose e dal tono di sufficienza: è questo, mi chiedo io, il modo giusto di discutere, ovvero alla pari? Per me, no. Se hai in mente un interlocutore tipo, che ragioni come piace a te e non faccia digressioni (ammesso che siano tali) e si appassioni a certi aspetti del tema invece che ad altri, beh... allora non si può discutere. Faccio anche notare che sembri molto interessato a rispondere più che altro a un solo utente (Mattia, nella fattispecie), con un certo accanimento che esclude gli altri, di fatto. Lo trovo poco educato nei confronti di tutti (compreso l'utente in questione, ovvio), e ancora meno produttivo. E stancante. Ma non volermene. Prendo atto del fatto che questo è un modo di fare ricorrente che trovo scorretto.
  2. Scusa ma, a proposito di precisazioni, questo non è esatto. Si può pubblicare con una casa editrice senza investire un soldo in schede di valutazione o in tutti i servizi professionali necessari alla realizzazione di un libro, che sono forniti dalla CE. E si può anche fare self senza investire in tutto ciò di cui parli, no? Si è detto. Infatti, accade quotidianamente. Certo, la tua opera risalterà meno. Anche nel tuo esempio, di fatto, è una selezione basata sul reddito. È ovvio che la scelta di fare self è a portata di tutti. Ma se ho un reddito basso dovrò risparmiare e quindi aspettare molto più a lungo di chi ha più soldi. Tempo. Tempo prezioso. E sacrifici ulteriori. Inoltre, verosimilmente, accederò anche a servizi da professionisti meno "blasonati", e molte cose le farò da me. Potremmo pensare a chi ha un reddito basso ma un patrimonio a disposizione, tuttavia la sostanza, molto precisa in sé, rimane la stessa: soldi. In realtà è una storia interessante, proprio a proposito del self. Ad esempio, è uno dei fattori discriminanti che non mi fa considerare il self, o un certo tipo di editoria, con stima. Né un luogo meritocratico o almeno onesto. Conosco abbastanza bene questo tipo di logica e di pensiero: lungi da me volerlo banalizzare, ma è una tiritera che ha svuotato ogni cosa di senso e ha legittimato delle schifezze in ogni campo. Alla fine, se il prodotto è l'autore, possiamo smettere di scrivere e di pubblicare. Se il prodotto è l'autore, perché scrive? Potrebbe anche solo fare finta di farlo, e via con una situazione degna di un racconto di Borges. Perché dovrei leggere le sue pagine? Potrebbero essere vuote o scritte in farfallino. Sto volutamente esagerando, ma nella realtà, comunque la si veda, il prodotto è il libro: se mi vendi l'autore, il libro non vale una cicca o è sopravvalutato. Delle due, l'una. Nel self, ti sostieni con le tue forze, perché ti sei pubblicato e nessuno ti ha scelto o valutato (e già... Non so se è lucida follia o una stima di sé davvero considerevole). Dunque... ti vendi? Ma, allora, altro che scrittore-imprenditore! Qui c'è del marketing, della comunicazione, c'è di tutto. Sicuri di voler fare... Lo scrittore? (Scherzo. Fino a un certo punto.) No, ripeto. Puoi (sto usando un "tu" generico, a scanso di equivoci) prendere quello che hai scritto e farne un libro col self-publishing senza scimmiottare nessuno e facendo poco o niente. Non si capisce perché farlo, però. Meglio (parere mio) prendersi la briga di selezionare delle case editrici a cui inviare il manoscritto. Gratis.
  3. Non sono arrivata al punto di poter rispondere a questa domanda, sinceramente. So che i costi variano a seconda della lunghezza del testo e della proposta del traduttore. E' pure difficile, da principiante, riuscire a capire quale tariffe applicare... Non esiste un listino prezzi unificato, almeno non qui in Italia. All'estero, poi, non saprei. Comunque sia è un costo abbastanza importante, se poi ci si vuole aggiungere anche una revisione ulteriore. Diciamo che Giulia Beyman, la scrittrice del video, viene proprio da una situazione agli antipodi rispetto a quella tipica dell'esordiente che può valutare di darsi al self oggi. E' una storia interessante, molto, ma non è paragonabile alla media delle esperienze. Quindi... E' sicuramente un esempio, ma un esempio ben preciso di una persona con già una professionalità e un giro di conoscenze e, per come scorre il tempo nel mercato editoriale e specie nel self, un esempio proprio di altri tempi.
  4. Il self se lo possono permettere più o meno tutti, invece. E' proprio questo che ho detto anche io, ma con un doveroso distinguo: non c'è nulla di naif nell'ammettere che esiste modo e modo di fare self-publishing. Anzi, sarebbe onesto mostrarne le due facce: lo si può fare investendo poco o investendo molto. Puoi non investire nulla, o quasi, oppure utilizzare più risorse e farti fare un editing come si deve del testo, una copertina che sembri il più possibile professionale, poi spendere per promuoverlo con pubblicità online, ad esempio. Non credo che tutti se lo possano permettere, o se lo vogliano permettere. Io sono molto critica anche nei confronti di quelle CE che mandano avanti l'autore tipo piazzista, aspettandosi che sia l*i a organizzare eventi e piazzare copie del libro, appunto, che è cosa ben diversa dal chiedere di partecipare attivamente alla promozione del libro, in questi tempi di ... beh, magra culturale ed economica. Ma col self c'è eccome la differenza: economica (come sopra), di impegno e di mezzi. E rappresentanza. Io nella vita non posso occuparmi di promuovere e distribuire il mio libro (l'idea dello scrittore imprenditore di sé stesso esiste ma non fa per tutti ed è anche a doppio taglio), né mi sento, come dire, tanto narciso da mettermi a pubblicizzarlo, perciò avere alle spalle una CE che ha creduto nella mia opera e vi ha investito tempo, soldi e risorse umane per darle una forma compiuta, mi fa sentire rappresentata, apprezzata e "tranquilla". Senza farsi false speranze sul successo del libro in sé, mi pare chiaro. Ecco, a me sembra invece che si guardi spesso il self in maniera pregiudizievole, perché potrebbe essere una nuova forma di circolazione del libro, una terra della Libertà e della Rivincita dove esprimere forme narrative e idee nuove altrove osteggiate, ma di fatto così non è. E' un enorme contenitore in cui ci si può trovare di tutto. Una cosa che ieri ho appositamente evitato di scrivere per non dare giudizi potenzialmente fuorvianti, ma che a questo punto mi pare necessaria, è che il self ha dato il via libera alle velleità letterarie di tanti scrittori di genere, più che altro: romanzi rosa, gialli, fantasy e cose in ogni declinazione possibile e immaginabile. Ma non solo: manuali di sedicenti wannabe influencer/guru a vario titolo; pedante saggistica che fa le pulci; diari, persino... In mezzo al tanto di discutibile c'è sicuramente l'apprezzabile, ma soltanto perché la porta è enorme, aperta, e nessuno all'ingresso ti giudica. Un po' troppo facile e allo stesso tempo difficile. Non c'è competizione prima, e quella in corsa è diluita in una marea di concorrenza troppo vasta e multiforme. Di fatto, "Opere che se ne fregano del pubblico", per quanto riguarda il punto di vista dell'autore, non ne esistono. Scrivo per me, ma se desidero la pubblicazione voglio, bramo, il contatto e il confronto col pubblico. Semmai bisogna vedere quale pubblico si può raggiungere, e il self attira di tutto (troppo?) da un lato e dall'altro della barricata, col rischio per certe opere di non essere notate neanche di striscio, e confuse in un mare di scritti di qualità infima o terribilmente mediocre - e si torna alla necessità di promuovere. C'è anche scarsa conoscenza del mondo delle CE. E' un po' un "chi cerca trova" l'editore giusto, oggi come ieri. Le CE sono tante e varie (tanti e vari gli autori, alcuni con pretese e aspettative irrealistiche), ma tutte sono imprese che cercano di non fallire - ah, la quantità di libri che si pubblicano perché vendono e dunque permettono di pubblicare altri libri meno facili! In questo non c'è niente di male, né svilisce il loro ruolo nella cultura (e si parla sempre di quelle meritevoli, non di qualunque CE). Avere un catalogo orientato in un certo senso e incapace di accogliere altro, può assicurare la qualità dell'offerta e evitare all'autore che si propone con un testo valido ma non adatto al pubblico della CE (o che, come ad esempio nel caso di certa saggistica, necessita di un fact-checking rigoroso che la casa editrice non specializzata in quel genere non può offrire) la cosa peggiore che può capitare a chi scrive: vedere sprecato il proprio lavoro. Poi, però, se ci mettiamo a parlare di come funzionano le CE e di quanto certi meccanismi e pretese impediscano ad alcuni autori di essere presi in considerazione, è un altro thread. Anche su questo si possono aprire infinite discussioni, per esperienza molto più scomode e spinose di quelle sul self. Adesso leggerò le altre risposte. Se ho scritto cose già dette, è per questo.
  5. Grazie, @Mattia Alari. Sono contenta di aver letto in questo thread pareri ed esperienze ragionati (e ragionevoli). Quanto a me, rispetto al self-publishing resto critica, nel senso che non riesco a considerarla una modalità di pubblicazione come un'altra. Non ho niente contro chi vi ricorre, né dubito della possibilità di trovare testi validi autopubblicati. Per alcuni progetti ha sicuramente senso prenderla in considerazione e... ben venga, per carità! Qui è stato citato il caso di saggi o manuali molto specifici: ma davvero, specie nel caso di un saggio che, per quanto di nicchia, può trattare proprio argomenti importanti da un punto di vista interessante e originale, magari persino coraggioso, non vale la pena - a maggior ragione - cercare L'editore giusto? D'altro canto, purtroppo, non si può nemmeno essere tanto ingenui da credere che qualunque cosa venga pubblicata da una ce non a pagamento sia davvero meritevole o che tutti gli autori validi attualmente in giro abbiano trovato l'editore, ma resta il fatto che al self chiunque può accedere con qualunque opera, dunque... Che dirne? E' un mezzo, un canale, per dare a uno scritto lo status di "libro"? Sì, lo è. Ma non so se lo si possa classificare come editoria. Di certo la frase "ho pubblicato un libro" acquista un senso pieno, visto che proprio tu hai scelto di pubblicarlo. Ma, se fatto come dovrebbe, e non tanto per poter dire "ho scritto questo libro", il self assomiglia più a un'onerosa impresa imprenditoriale e di marketing che non tutti possono e vogliono permettersi (altrimenti, tanto vale aprire un blog, un profilo e una pagina FB, una pagina IG, e buttare lì le proprie riflessioni - incappando anche nel "rischio" fortunato di essere notati da un editore o un agente, no?), che ad altro; e si potrebbe dire che anche una casa editrice è un'impresa di questo genere. Ma se è seria, piccola o grande che sia, è ben di più. E' animata da un intento, una linea editoriale, un progetto e, guardate, ci può essere molta sincera passione. C'è una cultura, LA cultura dell'editoria e della produzione e circolazione del libro. Con le sue scelte, l'editore è una roccaforte, una specie di avamposto che porta avanti una forma di educazione e resistenza contro un'idea liquida, priva di forma, della letteratura. Quella che, bene o male, ha portato a pensare che tutti possiamo scrivere; e sì che tutti noi possiamo, CERTO, come tutti possiamo prendere in mano un pennello (compresa la sottoscritta) per voglia, hobby, necessità di esprimersi, ma senza pretesa di essere pittori o di saper fare i tagli alle tele come Fontana. Per il resto, sono già stati detti da Mattia (sostanzialmente, mi trovo d'accordo con lui) i meccanismi che regolano il self e le dinamiche del pubblico di lettori. Perciò non sto a ripeterli. Spesso sono proprio quelli. Credere, data la mancanza del filtro di un editore, che il merito si misuri in seconda battuta con la risposta del pubblico è utopistico nella maggior parte dei casi (anche per autori emergenti pubblicati da piccole ce, figurarsi!). Personalmente, poi, anche se non credevo che avrei trovato un editore interessato (ci credeva invece @Mattia Alari) non avrei mai voluto pubblicare le mie poesie col self. Piuttosto, a un certo punto, ne avrei stampato pochissime copie, se non una per me e una da regalare alla persona a cui sono dedicate, per il piacere di vederle in forma fisica. E si parla di poesia: un genere che vende pochissimo, di nicchia e, per quanto riguarda le ce non a pagamento, preso in considerazione proprio da realtà coraggiose e appassionate che scelgono di dedicarsi (anche) a questo. Un genere, anche, persino più soggetto di altri alla carica di poeti autodichiaratisi tali perché scrivono frasi e aforismi sulla vita, l'universo e tutto quanto, o sanno tutto tutto del metro e della rima baciata o tripla carpiata con torsione della strofa. Per un romanzo o una raccolta di racconti, poi, è improponibile non sottoporre il testo a un editing professionale. E se te ne sobbarchi tu, paghi profumatamente. E se puoi pagare qualunque cosa, dov'è la soddisfazione di essere scelto? E, alla fine, rischi comunque di dare il tuo lavoro di mesi o anni in pasto al grande e accogliente nulla di internet o ai recessi polverosi degli scaffali della libreria locale. Beh, questo è il mio parere. Ci tengo a ripeterlo: non sto dequalificando a priori un autore che ricorre al self. Lungi da me. Critico proprio il sistema in sé. Come ci sarebbe da criticare tanta editoria, ovviamente.
  6.  

    Ieri pomeriggio, una cosa strana - e definirla strana su un forum di scrittura mi fa ridere. Assecondando un impulso che non assecondo mai (per la poesia è diverso), ho iniziato a scrivere una cosa. Mi sono detta che poteva essere l'incipit di un racconto. Il fatto è che il racconto, la storia, non c'è. 

    Mi rendo conto dei limiti della mia immaginazione (narrativa) anche se ancora non ci ho fatto pace e, bè, pur sapendo che non ho il talento per raccontare storie, alla totale mancanza di questo tipo di immaginazione non ci credo fino in fondo. Qualcosa mi sfugge. Me ne sono voluta convincere, immagino per comodità, però in questa convinzione non mi ci trovo bene.

    Lasciando perdere i tormenti e la frustrazione (e che cliché, e che palle!), resta il fatto che scrivere quella pagina e mezzo è stato molto soddisfacente, nonché la cosa più piacevole della giornata, probabilmente proprio per il suo carattere estemporaneo - che è anche il suo limite (e il mio, il mio...). Vorrei però non lasciarla lì com'è. 

    Ecco, io ammiro chi sa raccontare e inventare storie, più dei poeti. Alcuni pianificano, altri dicono di "seguire" i personaggi e le situazioni man mano che si svolgono, prima di capire la direzione. Mi chiedo se per me sia possibile almeno questo. Almeno lasciar andare.

    Non ho nessun talento da narratore. Mi sarebbe piaciuto esserlo fin da quando ho preso in mano la penna, dico la verità. Alla fine ho scritto poesie. Tuttavia, quello di scrivere resta tuttora un desiderio quotidiano inappagato, un impulso che sono troppo stupidamente e inutilmente "complicata" (senza falsa modestia!) per assecondare. 

    Ma sono stanca un po' di tutto. Anche di questo. Anche dei blocchi. Qualcuno dice di no, beat* l*i, ma i blocchi esistono.

    Oggi continuerò a dedicarmi a quella pagina.

    E scusate del "tormento" da cliché.

     

     

    1. Le Notti Bianche

      Le Notti Bianche

      Tu scrivi. Continua a scrivere quella pagina a cui, da quello che dici, potrebbero seguirne altre. Poi rileggi, riscrivi. Magari una storia c'è e ancora non la vedi, magari un punto da cui far partire una storia lo trovi e da lì ricostruisci, dieci, venti volte, anche di più. Il solo sentire di volerlo fare unito al provarci, è già il primo passo. So che è difficile (e te lo scrive una che vive di insicurezze ventiquattro ore al giorno) ma prova a non ripetere a te stessa, continuamente, "non ho talento per scrivere storie". Alla fine quella vocina che ti dice questo diventa predominante e oscura tutto il resto, anche la voglia di fare, di scrivere, che oggi hai. Quindi lascia spazio alla voglia, oggi, al desiderio di scrivere, non alla vocina. E scrivi. Dai! 

    2. Desy Icardi

      Desy Icardi

      Quello che è successo a te non è poi tanto strano, ho una cartella piena di file che potrei intitolare: "non so cosa sono né che cosa potrei diventare".

      Va bene così, è tutto allenamento alla scrittura, e poi fa  bene per alleggerire lo spirito. 

      L'attitudine narrativa, invece, credo sia presente in ciascuno, ma in quantità differenti. Se t'interessa svilupparla, ci sono tanti mezzi ed esercizi. In rete si trovano tantissime risorse di questo genere, anche gratuite, con le quali potrai cimentarti. 

    3. Mattia Alari

      Mattia Alari

      Si può leggere quella pagina?

  7. @Riccardo per Tempesta Edit senza offesa (sul serio!), ma continuare a dare reazioni "OMG" in questo thread a messaggi in cui una persona esprime un'opinione che non si condivide - ma è comunque ragionevole, rispettosa e sensata... È un atteggiamento molto poco professionale e sportivo. Alla faccia del dibattito.
  8. Credo invece che tra due buoni testi l'editore scelga (o dovrebbe farlo) quello più in linea col suo catalogo, oppure quello che reputa il migliore al netto di tutto, o che preferisce per ragioni di gusti della redazione oppure, semplicemente, il più vendibile. Senza che questo abbia a che fare con le capacità comunicative dell'autore in quanto persona. Perché in realtà il valore e la vendibilità di un libro non hanno mai a che fare con questo. Fare il tour di presentazioni del libro di un esordiente (si parla soprattutto di casi del genere, ma vale anche per tanti che hanno già pubblicato) altrimenti sconosciuto non serve a vendere un numero tale di copie da arricchire autore o editore, ma a far parlare dell'opera Come è giusto. Risultato, questo, che si può raggiungere anche in altri modi. Perciò, tirando le somme sono giunta alla personale conclusione che l'editore che ritiene imprescindibile che l'autore ci metta la "faccia", e che non valuta, o non vede di buon occhio per partito preso, testi di autori che desiderano pubblicare sotto pseudonimo e/o non sono disposti a mettersi in mostra, non sta cercando davvero un buon libro (cosa di per sé già rara). Ma altro. Se avrò modo di cambiare idea, non mi tirerò indietro.
  9. Ciao @Annasilvia, e benvenuta! Non preoccuparti, sei nel posto giusto. Mi spiace per le tue disavventure editoriali. A volte si riescono a evitare, è vero, studiando il catalogo della casa editrice e facendo ricerche al proposito, ma altre, purtroppo, no. E poi non ci si aspettano perciò, diciamolo, magari ci si resta un po' (TANTO!) male. L'editoria è bella (anche) perché varia, perciò - e a maggior ragione - far presente, come hai fatto tu, che possono succedere certe cose, è sacrosanto, a tutela degli autori e degli editori onesti (ce ne sono eccome, non temere!). Il nome di Aletti editore, in particolare, è uscito fuori più volte come quello di casa editrice che richiede (o richiedeva?) acquisto di copie, una pratica che a molti, giustamente, non va giù.
  10. Grazie Sofia per il like...è che ho l'impressione di non essere accolta da nessuna parte...ma forse è la mia...:anguished:

    1. Sofia C.

      Sofia C.

      Nah! Non credo sia il caso di qui.
      Ci piace discutere, scambiare opinioni, perciò l'importante è essere fan di uno scambio onesto e non spaventarsi se si hanno punti di vista diversi.
      Hai menzionato Aletti. So che si occupa di poesia (ma non solo). Tu scrivi poesie?

  11. Suppongo che il senso di ciò che ho scritto sia chiaro, però, se la mia frase non viene decontestualizzata. Non "a che serve pubblicare con una casa editrice?", ma "a che serve pubblicare con una casa editrice se questa nemmeno si occupa della promozione e non si impegna insieme (ma più, per questioni di mezzi e possibilità) all'autore?".
  12. Continuo a non capire se stiamo parlando di autori o di piazzisti/ragazz* immagine/addetti ufficio stampa e marketing. Perché pare davvero la seconda. E' deprimente. Comincio a pensare che la vanità autoriale sia un fattore primario, allora. Anche la presunzione di meritare attenzione. Ma quello che più si ignora è che giustificando un sistema in cui "vince" chi più si fa vedere, non si sta di certo premiando chi sa scrivere. Infatti. E chi ha detto che l'autore debba stare fermo? Nessuno. Ho chiaramente detto altro. Ma proprio chiaramente. Posto il fatto che stiamo parlando di piccole e medie case editrici... Non è neanche vero che Mondadori o altri grandi marchi obblighino qualunque autore a fare quel 30/40% di parte attiva nella promozione: dipende dal libro, dal target di riferimento, dalla possibile efficacia della promozione. E nemmeno è detto che vi sia interesse a promuovere tutti i libri allo stesso modo. Anzi. Se occuparsi all'80% di far girare e conoscere il tuo libro devi essere tu... A che serve pubblicare con una casa editrice? Quasi a niente. Ad avere un bel libro, inteso come oggetto. Forse a partecipare a qualche concorso riservato a testi editi. E basta. Non puoi nemmeno dire di aver pubblicato perché credevano nel tuo testo, a quel punto, perché evidentemente non ci credono abbastanza da prendere e rimboccarsi le maniche per trovare modi di farlo conoscere. Insieme all'autore, ripeto, nella misura in cui gli è possibile. Perché di spocchiosi è pieno il mondo, siano essi autori o editori. E nessuno ha detto che l'alternativa sia stare fermi. Ma neanche che l'unica opzione sia farsi piacere le cose. Ogni volta che "le cose" sono cambiate è perché qualcuno si è preso la briga di far presente quanto siano imperfette, se non sbagliate, e le ha messe in discussione.
  13. @AlexMai Io credo che nessuno scrittore esordiente, tranne uno sciocco senza la minima cognizione di causa, si aspetti miracoli consegnando il manoscritto all'editore. Ti parlo dal punto di vista, il mio, di chi scrive poesie: se l'attenzione che riceve un vero esordiente (un "signor Nessuno", senza conoscenze utili all'attivo) nella prosa è minima, quella di un poeta è infima, a meno di particolari coincidenze. E lo si sa. Tuttavia, sinceramente, fare la PR di me stessa sarebbe deprimente. E' una constatazione limitata a me, perciò chiunque è libero di farlo, ma... Tanto per cominciare, io scrivo. Non presento me stessa, bensì la mia opera. La mia opera dovrebbe parlare per me. E l'editore, piccolo o medio che sia, dovrebbe ascoltare e valutare ciò che ho scritto. Se una casa editrice è veramente aperta alla valutazioni di inediti, non fa un favore a nessuno. Se decide di pubblicare il manoscritto di Tal de' Tali, si deve prendere la briga di promuoverlo nei modi più consoni e nel rispetto delle possibilità dell'autore. Che potrebbe voler restare sotto pseudonimo e non farsi riconoscere per i motivi più disparati, oppure avere il carisma di una fetta di pane secco, oppure non avere tempo, oppure, ancora, avere altre e personali idee in merito e a esse volersi attenere. Idee che andrebbero rispettate, tanto più che... Siamo scrittori o siamo addetti alle pubbliche relazioni? La prima. Io alla fiera di paese a farmi ascoltare da quattro gatti e due cani messi in croce che sono capitati lì per caso e sbadigliano dalla noia o dalla fame in attesa della porchetta, e magari dal solito gruppo di due o tre parenti e due o tre amici che mi segue (e per altro, non ne ho)... Non ci voglio andare! E' un mio diritto. Il che non vuol dire di certo che un emergente debba starsene seduto sulla pila dei manoscritti in attesa dello scuot letterario dei suoi sogni che lo introduca nell'agenzia dei suoi sogni per farlo infine approdare nella casa editrice perfetta. Ma più che stare dietro a riviste letterarie, aggiornarsi sul mondo dell'editoria, spulciare cataloghi e quant'altro per comprendere se e come e dove proporre la nostra opera, cosa dovremmo fare? E anche una volta pubblicato (urrà! magari.)... non mi ripeto. Ho già detto sopra. Se una casa editrice, sia Mondadori o una realtà minuscola, vuole impegnarsi per un autore, i mezzi ci sono. Vale più una recensione fatta dalla rivista online giusta o da un bookblogger/bookinfluencer, che tutto il resto. Tutto ciò che l'autore fa in più... Interviste, apparizioni, siti personali, ecc, è esattamente in più. La maggioranza acconsentirà. Altri no. Siamo onesti. L'editoria vera, coraggiosa e appassionata, è sempre più rara. L'editoria che vuole fare servizio di tipografia con correzione bozze è fin troppo diffusa. Fatto il libro, messo isbn e quant'altro, stampate quelle pochissime copie, quasi nessuno si impegna e si "sbatte" per... un'opera che ha voluto pubblicare! Ha dell'assurdo. E poi si lamentano che "gli costa", ma non fanno niente per far fruttare quel costo che hanno sostenuto. Ho recentemente avuto contatti con una ce che mi chiedeva esattamente questo: di fare l'ufficio stampa di me stessa. Loro non avrebbero fatto NIENTE, neanche presentare la mia silloge a un concorso o inviare una copia a qualcuno per farla recensire. Sarei stata io a fare pubblicità a loro. I contatti si sono interrotti e non ho nemmeno avuto cortese risposta al mio gentile rifiuto. La verità è che il "sistema" non funziona. E' zoppo. E si può continuare ad andargli dietro (liberissimi), oppure dirlo, che non funziona. Ed è questo sistema a non essere corretto.
  14. Grazie @Mattia Alari per avermi taggata. Al momento non mi occupo di traduzione verso l'inglese (ma soltanto verso l'italiano), e non mi intendo di tariffe. Tuttavia suggerirei a @SoniaSun di chiedere anche, se non l'ha già fatto, in qualche gruppo di traduttori su Facebook. In genere sono molto disponibili a dare informazioni (e lasciare contatti, se è il caso).
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