Vai al contenuto

greenintro

Utenti
  • Numero contenuti

    41
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Days Won

    5

greenintro last won the day on Ottobre 19

greenintro had the most liked content!

Su greenintro

  • Rank
    Contributor
    Contributor
  • Data di nascita 28/08/1985

Visite recenti

947 visite nel profilo

greenintro's Achievements

Contributor

Contributor (5/14)

  • First Post Rare
  • Collaborator Rare
  • Dedicated Rare
  • Conversation Starter Rare
  • Reacting Well Rare

Recent Badges

58

Reputazione Forum

  1. L'unica cosa al mondo peggiore delle discoteche è la gente che pensa che chi non le frequenta non sappia come divertirsi

    1. Mattia Alari

      Mattia Alari

      Beh, gente che non merita neanche il tempo di stare ad ascoltarla. Per altro esprimerebbero malamente il (deficiente) concetto a grugniti e "oouuuh", incapaci come sono di un grado di comunicazione superiore.
      Le discoteche sono roba per un certo tipo di persone con le quali mi onoro di non avere niente a che fare. In questi postacci ci ho messo piede solo per due feste di compleanno dalle quali sono scappato perché tutto si è rapidamente trasformato in un putt***** nel quale non avevo nessuna intenzione di rovistare. Se una persona ama la musica, divertirsi, parlare con persone in grado di farlo e non scopare in giro (perché le discoteche sono fondamentalmente dei bordelli e soprattutto questo) ti divertirai in posti molto diversi da queste fogne.

  2. questa cosa dei convegni/conferenze ancora da remoto deve finire, non può diventare un'abitudine eterna. Lo sanno tutti che le parti più interessanti sono le chiacchierate, gli scambi di idee informali nei momenti in cui non si tengono le relazioni ufficiali, quelle possono benissimo essere registrate e viste online, tutto il resto no. Se poi il problema è permettere un'interazione attiva a chi non può muoversi, basta tenere aperta la connessione da remoto, nelle sedi fisiche dove gli incontri si tengono. Le persone devono tornare a vedersi. Non ne posso più di vedere schermi a quadratini!

    1. Mattia Alari

      Mattia Alari

      Io invece sono molto aiutato da queste modalità e mi piacciono ma... ti capisco.
      Non tutti sono dei "cosi" strambi come me.

    2. greenintro

      greenintro

      nessuna stramberia, in realtà anche a me incuriosiva la novità nei primi tempi del lockdown, ma il mio timore riguarda il fatto che si finisca con il diventare un'opzione permanente, magari adagiandosi sulla maggiore comodità del non spostarsi da casa per partecipare agli eventi

    3. Mattia Alari

      Mattia Alari

      Mi piace soprattutto per questo ma ammetto di avere sempre meno interessante per gli incontri. In genere sono così ... deludenti!

    4. Desy Icardi

      Desy Icardi

      Dal punto di vista umano, ma anche professionale, è essenziale incontrarsi, fare e mantenere conoscenze; le famose public relation. Talvolta però ho rinunciato a prender parte a dei corsi o a partecipare a seminari e convegni scoraggiata dai tempi e costi di spostamento/pernottamento. Insomma, a mio avviso l'ideale sarebbe poter avere entrambe le opzioni.

  3. Terminato "Alabama" di Alessandro Barbero, ho iniziato il saggio dello psicoterapeuta Eugenio Borgna "I grandi pensieri vengono dal cuore. Educare all'ascolto"
  4. Dopo la prima recensione ricevuta nella mia vita, anche la prima da fare... è stato per me motivo di soddisfazione che l'autrice della recensione al mio libro mi abbia chiesto di ricambiare il favore e recensire il suo. Un segno di stima e fiducia che mi onora e verso cui spero di esser degno.

  5. greenintro

    Jukebox

    Ringrazio "Morte a Venezia" di Visconti di avermi fatto conoscere questa bellissima musica. Cioè quando ieri sera l'ho ascoltata nel film ho avuto l'impressione di averla già sentita da qualche parte, ma senza il film non avrei avuto lo stimolo di ricercarmi autore e nome dell'opera
  6. Concordo in parte, nel senso che mi sembra un pensiero che vale soprattutto dal punto di vista dell'autore, per cui certamente ogni libro non è mai qualcosa di isolato, ma la tappa di un percorso esistenziale, incarna una fase della sua vita, riflette la sua personalità, in esso rivede se stesso. Diverso, credo, il discorso per quanto riguarda il lettore, nei cui confronti nulla impedisce di poter apprezzare un singolo libro di un autore, senza per forza leggere gli altri dello stesso. Nella saggistica effettivamente può essere utile leggere un libro di un autore successivamente ad altri dello stesso, a partire da cui chiarire meglio dei presupposti teorici (non necessariamente in ordine cronologico di scrittura, ma anche retrospettivamente) senza i quali la lettura di un libro è più complessa, ed ha senso vedere le diverse pubblicazioni collegate a un filo conduttore unico che è l'autore stesso ( per quanto penso anche che il "bravo saggista" dovrebbe comunque sforzarsi in ogni suo libro, per quanto possibile, di "ripartire da zero", esplicitare il più possibile le premesse teoriche senza pretendere che tutti quelli che prendono in mano il libro debbano aver già letto tutti gli altri suoi libri). Nella narrativa, tale vincolo c'è ancor meno, le emozioni suscitate dalla lettura di una storia sono qualcosa di estremamente personale, legate alla soggettività del lettore, che sussiste indipendentemente dalla conoscenza delle intenzioni dell'autore. Poi può succedere che un lettore attratto dallo stile dell'autore senta la curiosità, dopo aver letto un libro, di leggerne altri dello stesso autore, ma considero questa possibilità come accidentale, non necessaria all'apprezzamento del libro. Nel momento in cui un libro viene letto, fuoriesce dall'ambito di significato della vita dell'autore, per entrare in quella del lettore, che lo vivrà sulla base di coordinate del tutto diverse da quelle dell'autore, quella lettura avrà un senso in relazione ai momenti della sua vita, senso che sussisterà anche senza tener conto del senso con cui invece il libro è stato vissuto da chi lo ha scritto. Personalmente non avrei problemi, ad esempio, a leggere il libro di un anonimo. La mia curiosità rimarrà insoddisfatta per un certo aspetto, ma non per questo le sensazioni che vivrò leggendolo saranno meno autentiche. Chiedo scusa per il fuori topic, ma il punto mi ha stimolato.
  7. Il materialista è colui che crede all'esistenza di solo ciò che si vede, non tenendo conto che non si possa vedere affatto che la realtà sia tutta in ciò che si vede

    1. greenintro

      greenintro

      @Mattia Alari, volevo dire che, dato che i sensi corporei, che per il materialista dovrebbero essere l'unico accesso alla conoscenza della realtà, ci offrono solo l'esperienza di singoli oggetti in un certo tempo e in un certo spazio (vedo questo  particolare albero, ascolto questo determinato suono ecc.), essi non possono darci l'idea che TUTTA la realtà coincida con ciò che cade sotto la loro esperienza. L'idea di "totalità" è astratta, immateriale, per cui nel momento in cui il materialista la utilizza per dire che "tutta" la realtà è quello che si percepisce con i sensi, cioè materia, e oltre non c'è nient'altro (Dio, anima ecc.) sta assumendo un punto di vista astratto che, in base alla sua stessa tesi, non dovrebbe condurci ad alcuna vera conoscenza, e dunque finisce col cadere in contraddizione con se stesso.

    2. zio rubone

      zio rubone

      @greenintro sembrerebbe che tu ti riferisca al materialismo medioevale. Già nel secolo XIX i filosofi materialisti sono stati ben consci della critica Kantiana.

       

  8. Mi piacerebbe tornare su un punto che mi pare sia emerso nel corso della discussione, per il quale si considererebbe l'autopubblicazione più favorevole per le opere di nicchia, saggistica scientifica, mentre la narrativa resterebbe più appropriata per l'editoria tradizionale. Io troverei più probabile il contrario, nel senso che una valutazione qualitativa scientifica credo sia più facilmente ottenibile giovandosi di una struttura di controllo preesistente all'interno di una casa editrice o delle riviste che a quella casa fanno capo (comitato scientifico) con le procedure di peer review, mentre per chi si organizza in totale autonomia suppongo sia più difficile trovare una rete di professionisti adeguata a tale fine, in assenza di una struttura precostituita. Cioè, si possono trovare soluzioni, ma immagino con molte più difficoltà, dipende dalle contingenze. Mentre per quanto riguarda la narrativa, non vincolata a garanzie di controllo scientifico in quanto più soggetta a valutazioni legate al gusto soggettivo e arbitrario del lettore, tale necessità cade, e suppongo che, almeno da questo punto di vista, la mancanza di una casa editrice dovrebbe farsi meno sentire. Non so se avrete voglia di tornare sull'argomento. Per quanto riguarda la contrapposizione fra punto di vista "autorecentrico" e "lettorecentrico", trovo che tale contrapposizione possa esistere, ma solo oltre certi limiti inerenti la pretesa quantitativa di un pubblico. Cioè, quanto più la soglia numerica di lettori che ci si pone come obiettivo si alza, tanto più i due punti di vista confliggono, ma quanto più si tiene bassa tanto più c'è conciliabilità. Se a me ponessero, come alternativa, scrivere su di un tema che mi coinvolge poco o nulla come interesse, ma su cui avrei ampie possibilità di avere un vasto numero di lettori, oppure scrivere in piena libertà su di un tema scelto da me e trattato da me, ma essendo letto da massimo tre, quattro persone, sceglierei senza indugio la seconda alternativa. Al tempo stesso però non concepisco (ma è una posizione del tutto personale e arbitraria) il concetto di "scrittura privata": mai tenuto un "caro diario", appunti personali tenuti solo per me. L'idea di scrivere senza alcuna prospettiva, per quanto minimale e improbabile, di essere letto, mi demotiva completamente, la sentirei come fatica buttata via. Ho bisogno di mettermi alla prova, avere un riscontro esterno, e proprio qua ci si riconnette al punto di vista "autorecentrico", apparentemente opposto a questo! Perché il mettersi alla prova, al giudizio di un ipotetico lettore, ha senso solo se ciò che viene letto sia davvero farina del tuo sacco, espressione massima della libertà autorale (altrimenti come si potrebbe parlare di "mettersi alla prova", il giudizio del lettore non riguarderebbe il mio vero "io", ma una maschera fittizia creata appositamente per piacere, e allora che soddisfazione ne avrei?) Questa coincidenza tra riferimento al lettore e esigenza di massima libertà autorale resta in piedi però fintanto che le aspettative sul numero di lettori resta limitato a una nicchia, finché si parla di nicchia ha senso pensare che la libertà dell'autore potrà essere riconosciuta e apprezzata da una ristretta tipologia di lettori che condividono con lui interesse per il tema e apprezzamento per un determinato stile o idee, mentre nel momento in cui le aspettative arrivano al fare del proprio libro un best seller, allora i compromessi e un certo snaturarsi per conquistare un pubblico tanto ampio diventano necessari, ed ecco che l'armonia tra "autorecentrismo" e "lettorecentrismo" si spezza e inizia la contrapposizione. Personalmente, muovendomi serenamente nell'ultra-nicchia, questa contrapposizione è un problema che non sento, o meglio posso sentire e magari l'ho già sentita, ma nulla su cui non si possa trovare una sintesi soddisfacente.
  9. Personalmente non mi autopubblicherei mai, magari sbaglio, ma sono ancora condizionato dall'idea della lusinga di vedere il tuo lavoro accompagnato da una firma editoriale più o meno prestigiosa (relativamente all'ambito specifico della pubblicazione), di sottoporre il tuo lavoro alla valutazione di direttori editoriali o comitati scientifici, al piacere di scegliere una collana su misura e di ricevere l'accettazione in essa. Soprattutto, preferisco delegare a professionisti editing (limitandolo possibilmente agli aspetti formali e grammaticali, refusi, sintassi, senza alterazioni contenutistiche) impaginazione, rilegatura, promozione (anche se riguardo quest'ultima, riguardo al mio primo libro, ho preferito muovermi prevalentemente da solo, organizzando la presentazione in un locale di mia conoscenza). D'altra parte non ho pregiudizi, e riconosco la mia scelta come una preferenza del tutto soggettiva e arbitraria. In vita mia credo di aver letto un solo libro edito con autopubblicazione, e l'ho apprezzato molto, in generale non credo che l'inserimento in casa editrice o come autopubblicazione sia adeguata garanzia di alta o bassa qualità. Tutto sta, riguardo la scelta di autopubblicarsi, ad un'onesta consapevolezza delle proprie capacità di accollarsi gli oneri e gli impegni che si evita di delegare ai professionisti delle case editrici (ferma restando la possibilità, per chi avesse la fortuna di usufruirne, di una rete di amicizie o conoscenze in cui trovare supporto).
  10. Sono un sinestetico. Mi viene spontaneo associare mentalmente colori a numeri e lettere. Da loro una materialità. Come una carezza dell'anima al corpo, che lo rassicura rendendogli familiari i suoi pensieri, tranquillizzarlo perché lei possa in pace effettuare i suoi voli, senza che entri in conflitto con ciò a cui sempre resta abbracciata.

  11. greenintro

    Jukebox

    Omaggio alla mia regione (a 1.27, la mia Fabriano) https://video.espresso.repubblica.it/visioni/l-inno-delle-marche-di-giovanni-allevi/3683/3705
  12. Apro questa discussione per parlare di un "problema", se così si può dire, che a volte avverto riguardo alla visione di una trasposizione cinematografica di un romanzo, particolarmente bello. Penso che un aspetto centrale del piacere della lettura sia la possibilità per il lettore di formarsi in piena libertà delle immagini mentali dei luoghi e dei personaggi, o anche delle voci (ad esempio sono portato ad associare le voci dei personaggi a quelle di miei conoscenti che in qualche modo i personaggi fanno venire in mente), è un processo abbastanza spontaneo, credo. Il mio timore nell'approcciare un film ispirato a certe letture, è che le immagini cinematografiche, esterne, finiscano col sovrapporsi a quelle ricavate liberamente da me, finendo con "spersonalizzare" i ricordi della lettura, staccando il complesso degli elementi estetici in qualche modo legati al mio vissuto soggettivo da questo vissuto, sostituiti da dettagli fisici, voci, colori, lineamenti del film, che potrei trovare meno belli o comunque meno in linea con l'idea che mi son fatto nel corso della lettura, magari anche più belli (non è che ci voglia tanto, rispetto a quello che la mia immaginazione può inventarsi), ma meno connessi con la mia soggettività, e quindi meno emotivamente coinvolgenti. Mi incuriosiva sapere se fosse solo una mia paranoia oppure un pensiero che anche altre persone condividono, o quantomeno troverebbero in parte sensato. Un altro esempio dello stesso processo riguarda la musica, il fastidio che si prova nell'ascoltare una melodia, utilizzata magari per qualche spot pubblicitario in tv, dovuto al fatto che le immagini dello spot finiscono per sostituirsi alle immagini mentali che ti verrebbe spontaneo associare a quelle melodie, rovinando il tutto, come un furto della fantasia.
  13. greenintro

    Jukebox

    1 Maggio 1994. Lo ricordo bene quel pomeriggio
  14. Non c'è sempre corrispondenza tra le frequentazioni effettive e le persone che vorremmo aver vicino. Quando una persona ti piace tanto somiglia a un bellissimo vaso di cristallo da cui resti lontano per paura di sporcarlo con le tue negatività, di romperlo per la tua goffaggine. Mi sta bene restare a distanza, solo sarebbe bello se a volte i vasi di cristallo avessero occhi per accorgersi di chi li osserva e bocche per sorridergli.

×
×
  • Crea Nuovo...

Cookie, cookie e ancora cookie

Come saprai, usiamo dei cookies per garantire il miglior funzionamento del sito. Puoi leggere la cookie policy, oppure cliccare su "Accetto". Consulta anche la privacy policy completa. Privacy Policy