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  1. Oggi
  2. Ciao, potrebbe regalarle qualcosa di simbolico che evochi il passaporto. Magari una carta geografica ripiegata, nella quale ci sono i moduli di richiesta del passaporto. Poi bisognerebbe capire perché la mamma regala il passaporto. Il figlio non riusciva a ottenerlo (in questo caso devi spiegare il perché) e lei ha girato giorni per uffici pubblici e studi legali, finché non l'ha ottenuto? Oppure era lei a non volere che il figlio avesse il passaporto per paura che si allontanasse, ma finalmente decide di fidarsi e dare il suo consenso? In questo caso il consenso potrebbe essere rappresentato da una lettera o un oggetto simbolico, per esempio una valigia all'interno della quale ci sono i moduli di richiesta da firmare. L'unico limite è la tua fantasia. Buon lavoro e in bocca al lupo.
  3. Ieri
  4. Ciao a tutti, sono nuova in questo forum. Cercavo qualcosa che possa dare consigli e suggerimenti sul mio capitolo che sto scrivendo per un romanzo. (Almeno ci provo). Non so se sono nel forum giusto. Chiedo a voi come posso scrivere di una vicenda di cui il capitolo parla di una madre che fa una sorpresa al figlio di regalare un nuovo passaporto. Io avevo scritto che lo regalava posandolo sul tavolo il libricino del passaporto in modo che il figlio lo vede...ma credo non sia plausibile perché ci vogliono documenti da firmare , non si regala un passaporto già pronto... Cosa mi consigliate? Cosa mi suggerite ? Grazie!
  5. Ultima settimana
  6. Sono nel caos e con cento problemi, ma qualche piccola soddisfazione arriva.

    Al momento sono quattro i miei racconti in uscita, uno per mese (se vengono confermate le date).
    Ora spero che "Inferni pieghevoli" sia considerato, perché per me è valido, e così "610", (un racconto grottesco), "Unire i punti per ottenere" e il piccolo "Arianna", a cui tengo sentimentalmente.
    Ormai penso che "Incipit" sia stato scartato ma non mollo, lo manderò altrove.
    Ho materiale per un libro di racconti di lunghezza decente. Non serve a niente ma... c'è.

  7. Ultimamente sono attratta dai libri poco corposi, ma a parte questo non credo che esista una lunghezza ideale. Un romanzo è troppo lungo quando perde ritmo, diventa ripetitivo, si perde in rivoli narrativi non necessari, ma questo può accadere con un testo di 100 come di 1000 pagine. Personalmente non toglierei una virgola a Guerra e pace o a Don Chisciotte. Poi, come faceva notare @Niji ci sono generi che tipicamente abbondano nelle lunghezze, il che diventa quasi una caratteristica del genere stesso. Per esempio è raro trovare romanzi fantasy sotto le 400 pagine (e tra l'altro sono quasi sempre inseriti in saghe). Per uno scrittore esordiente che cerca un editore è invece consigliabile - non necessario, solo consigliabile! - proporre testi non troppo lunghi, perché gli editori, specie quelli piccoli, tendono a preferire formati agili con costi di stampa e vendita contenuti, specie per gli esordi.
  8. Il riferimento alla letteratura anglosassone non è mio, ma del mio amico, che legge narrativa molto più di me, mentre prediligo nettamente nelle letture di saggistica. Per questo non mi sento di fare esempi specifici, mi fido alle conoscenze in merito del mio amico, posso dire che, in effetti, questa riflessione ha cominciato a maturare in modo più "sistematico" nella mia mente nel corso della lettura di un autore americano come Stephen King, "Misery" (che peraltro mi è piaciuto moltissimo", durante la quale una certa frase (preferirei evitare di citarla, anche per non dare indizi spolier a chi non l'avesse ancora letto), mi ha colpito per la sua arguzia, al punto da farmi pensare a quanto l'autore l'abbia ben studiata, consapevole che avrebbe potuto suscitare ammirazione nel lettore. Difatti, come lettore, l'ho molto ammirata, e al contempo ha suscitato in me la riflessione su quanto in certi casi si finisca con l'essere portati al di fuori del coinvolgimento emotivo e dalla magia del racconto per spostare l'attenzione sul lavoro dello scrittore. Poi capisco benissimo anche che un romanzo come "Misery", il cui protagonista è per l'appunto uno scrittore, il tema del lavoro dello scrittore stia al centro del romanzo stesso, deve per forza correre il rischio di un "cortocircuito" fra l'idea di scrittore come personaggio di una storia e lo scrittore reale che sta dietro e che, inevitabilmente proietta parte di se stesso, della sua visione della letteratura nel suo personaggio/"collega". E tutto sommato, al netto di singoli punti, King è bravissimo a non far pesare più di tanto la cosa.
  9. Da lettrice di fantasy e fantascienza, sono abbastanza abituata ai volumoni. Se un libro mi interessa e sono già convinta, non faccio particolare attenzione al numero di pagine. Se non sono convinta, però, è in effetti un fattore ulteriore di dubbio: molto spesso mi sembra che gli autori di questi generi si sentano in dovere di scrivere un mattone, più che averne necessità per narrare la propria storia. Ti direi che per me, se devo "provare" un autore nuovo, 300/400 pagine risultano più attraenti di 600. Mi sembrano una buona lunghezza per gestire una storia e molti dei miei libri preferiti non sono troppo lunghi, per cui se ho una scelta tra più titoli di un autore di cui non ho letto mai nulla, tendo a partire da quelli non enormi. Ma per carità, se ad una storia serve un respiro più lungo non è un gran problema: prendilo come una lieve preferenza non un rifiuto assoluto, alla fine se un libro è brutto già 200 pagine sono troppe.
  10. Questo post potrebbe sembrare banale e inutile ma una chiacchieratina sull'argomento ci potrebbe pure stare quindi, vista anche la calma piatta degli ultimi giorni, ho deciso di aprirlo comunque. Tié. Allora, analizziamo il primo aspetto: fino a che punto un mattone può essere considerato scoraggiante agli occhi della maggior parte dei lettori; che a quanto pare qui in Italia sono sempre meno, anche se, forse causa covid che si è puppato tutti gli spazi informativi, nessuno pare preocucparsene più. L'ultimo libro che ho finito di leggere è stato Gli dèi di Darraj di Laura Mac Lem. Un laterizio da più di seicento pagine e oltre 900 grammi di peso. Ma devo dire che ne è valsa la pena e che quando l'ho ordinato non ho fatto caso a questa caratteristica. Diverso è stato quando ho letto Mondo senza fine di Follet. Sì, Follet è Follet ma in quel caso ho pensato che sia stato inutilmente prolisso. Oggi, se dovessi andare in libreria e scegliere un libro non so se sarei tanto attratto da un libro di oltre seicento pagine di un autore che non ho mai letto. Eppure io stesso ho paura di essere un po' prolisso. Anche per questo ho voluto aprire questa discussione.
  11. Grazie per la discussione stimolante @greenintro; potresti farmi un esempio di scrittori americani o inglesi che utilizzano gli effetti retorici ai quali ti riferisci, per favore? Se sia meglio stare nascosti o meno, detto da una scrittrice "immersiva", che punta al pieno coinvolgimento emotivo del lettore, a mio avviso non esiste una risposta. C'è chi ti fa immergere, chi ti spiazza facendo capolino tra le pagine, chi punta al naturalismo, chi allo straniamento; ma se sia meglio una cosa o l'altra è una disputa già ampiamente affrontata - con esito non unanime - non solo in campo letterario ma pittorico, teatrale, coreutico, musicale (e un sacco di eccetera), sin dal diciottesimo secolo e probabilmente anche prima. Non credo che uno dei due approcci sia più legittimo o efficace dell'altro. Come lettore, poi, ognuno ha il diritto di scegliere se lasciarsi avvolgere o straniare; personalmente apprezzo entrambe le sensazioni.
  12. Grazie per i contributi Su questo mi appello a uno dei diritti dei lettori di Pennac, il diritto di non finire i libri. Il tempo delle nostre vite è limitato, per cui non ci vedo del male, se una volta che un libro, una storia, un argomento, non ci ha preso di lasciarlo là, di modo da riservare più tempo alle letture che, più probabilmente dal nostro punto di vista, avvertiamo come più interessanti. Tornando al punto centrale della discussione, questa mia riflessione l'ho condivisa con un mio amico scrittore, che mi ha risposto dicendo che questa attitudine di inserire effetti retorici, frasi a effetto, sarebbe tipica della letteratura americana, che poi sta negli ultimi tempi, con suo grande cruccio, colonizzando un pò tutta la letteratura contemporanea, anche in Europa. Sarebbe tipico infatti della cultura e della forma mentis americana e anglosassone, prediligere uno stile molto paratattico, frasi brevi, funzionali a produrre un effetto spettacolare, anche indipendentemente dal contesto generale di una racconto, climax, parole che devono in qualche modo "rimbombare" nella mente del lettore, quando invece la grande bravura degli scrittori europei/continentali europei, tra Ottocento e Novecento (francesi, russi ecc.), stava nella capacità di attenersi a uno stile che rimane costante per tutto il libro, al punto da abituare il lettore a vederlo come un continuo sottofondo, senza troppi "sbalzi", picchi, che portino il lettore a uscire dall'emotività della storia per accorgersi dei punti specifici entro cui l'autore ha scelto di produrre un determinato effetto. Per come penso di aver inteso il suo discorso, sono d'accordo con lui. Personalmente penso che la bravura di uno scrittore sia proprio nel "nascondersi", il più possibile, portare il lettore a dimenticarsi di stare leggendo qualcosa che è stato scritto da qualcuno in carne e ossa, saper nascondere i suoi trucchi all'interno di uno stile che è un continuum che avvolge tutta la storia nel suo complesso, senza che lo si interrompa finendo con l'evidenziare i singoli punti della narrazione in cui è stata scritta una determinata frase, magari di per sé scritta con grande arguzia, ma che si nota bene sia stata inserita per mostrare le sue doti, per farsi apprezzare dal lettore. Il bravo scrittore secondo me cioè è colui che porta il lettore a dimenticarsi che sta leggendo un libro mentre lo sta leggendo, a perdersi nella storia come se la vivesse in prima persona, evitando in tutti i modo di riportarlo di tanto in tanto alla realtà della consapevolezza di star leggendo qualcosa che è il prodotto di una studiata tecnica. Il lettore va visto come un visitatore di un museo, ai musei si va per vedere i quadri, le sculture, non gli scalpelli e gli acquerelli (cioè, sì, esistono anche gli atelier dove esporre gli strumenti del mestiere, che possono essere attrattivi per chi coltiva un interesse specifico per le tecniche artistiche, ma si tratta di un contesto a parte, che non toglie e non aggiunge nulla al visitatore comune che vuole solo godere di qualcosa di bello).
  13. NUOVA RECENSIONE! In questo secondo volume della saga continuano le avventure di James Biancospino ora alle prese con l’ammissione nella confraternita della luce, ma la situazione non è come sembra e James dovrà affrontare nuove prove durissime che lo porteranno a dubitare di chiunque. Anche in questo secondo volume l’autore non si smentisce riuscendo a costruire un fantasy entusiasmante e coinvolgente, in grado di catturarti e coinvolgerti tenendo il lettore attaccato alle pagine del libro; nonostante la parte iniziale dell’opera che - in base ai gusti - può sembrare un pochino più lenta, azione e avventura non mancano sicuramente. Il protagonista è in continua evoluzione e la sua crescita è costante durante tutto il corso dell’opera costruendo così un personaggio a tutto tondo che pare quasi di conoscere dal vivo. Concludo quindi dicendo che ti tratta veramente di un ottimo fantasy tutto nostrano. ⬇⬇⬇⬇⬇⬇⬇ CONTINUA QUI
  14. Sì, mi capita spesso, ma se esco dal flusso narrativo per una frase, un periodo ben riuscito, un espediente narrativo intrigante, me lo gusto e subito mi rituffo nella storia, un po' come quando nel gelato ai frutti di bosco incontri un mirtillo bello cicciottello, cosa che non ti distrae dal gelato, ma semmai te lo fa apprezzare di più. Accade il contrario quando trovo formule pedanti, stantie, troppo arzigogolate o ridicolmente autocompiaciute, allora è come se nel gelato trovassi un pezzo di ghiaia. E che fai se trovi un pezzo di ghiaia nel gelato? Ovviamente lo butti via e se sei ancora in vena, ne prendi un altro. Una volta ero una lettrice che finiva ogni libro cominciato, oggi ho una catasta (metaforica, perché leggo ebook) di libri interrotti. Non che ne vada fiera, ovviamente.
  15. Ciao @Diedra. Ancora nessun riscontro né positivo né negativo. Sembra che la pandemia abbia allungato molto i tempi di lettura anche tramite agenzie. Ad oggi sono in letteratura presso tre grandi editori.
  16. Earlier
  17. Complimenti @greenintro, un post davvero interessante. E sei stato anche particolarmente politically correct. A me è capitato di vedere delle mancanze da parte degli autori, ovviamente non da parte di autori come Tabucchi o Pennac. Parlo di autori dilettanti come me. La prima cosa che ho notato è l'abuso delllo Show don't tell, una tecnica narrativa che si sipiega chiaramente con il suo nome e che io adoro ma va usata nella giusta misura. Poi anche a me, talvolta, capita quanto tu hai descritto (molto bene, giusto per rispondere al dubbio che hai espresso in chiusura del post). Sia con la scrittura che con la recitazione. E le due cose si fondono nel cinema e nel teatro (il mio primo scritto è stata una commedia teatrale), quando riconosco un meccanismo narrativo tipico di alcune sceneggiature spesso mi perdo l'effetto che certi meccanismi vorrebbero ricreare perché lo anticipo. Ma credo che capiti con tutto, un po' come quando in uno sport si riesce ad anticipare la mossa dell'avversario grazie all'esperienza. Credo che sia una cosa da mettere in conto in quanto non si può evitare. Ad esempio, in un film come Il padrino dove si vuole accentuare il crescendo di tensione, si crea una situazione normale che all'ultimo viene modificata. La persona che è soggetto della modifica sarà la vittima designata dell'omicidio che ha da venire. questo meccanismo viene anche riutilizzato nello stesso film dove un personaggio, vedendosi interessato dal cambiamento dell'ultimo minuto, capisce immediatamente cosa sta per accadere e chiede di essere graziato.
  18. Avevo curiosità di aprire una discussione riguardo questo argomento, su quanto l'abitudine a scrivere condizioni anche il modo di leggere. Io non scrivo di narrativa, eppure, forse in quanto frequento persone che scrivono e ambienti come forum o gruppi di lettura, mi capita di riflettere sull'idea di letteratura in generale e sul lavoro dello scrittore, e mi accorgo che spesso, quando leggo una storia, di fronte a determinati passaggi, frasi a effetto particolarmente argute, tenda a evadere col pensiero dal coinvolgimento nella storia per accorgermi dell'abilità dello scrittore, che, suppongo avrà ben pensato, scrivendo in quel modo, di produrre un determinato effetto retorico sul lettore. Ciò porta, per un verso, a motivare un'ammirazione per le doti dello scrittore, a scapito però del coinvolgimento emotivo nei confronti della storia, nei cui confronti si sviluppa una tendenza a uscire di frequente, smarrendo la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" che è ciò (lo si vede anche nel cinema o a teatro) che genera l'empatia con le vicende dei protagonisti. Sempre più l'attenzione fuoriesce dall' "incanto" per cui si vive ciò che si legge come se fosse reale, dimenticando in una certo senso che si tratta di finzione, per recuperare il rapporto con la realtà, cioè col fatto che quello che si legge è il prodotto di una abilità, di una serie di trucchi di qualcuno, lo scrittore, in carne e ossa. Viene persa un pò la magia del racconto, perché cresce la consapevolezza della realtà che alla magia sta dietro. Il pensiero "come è stato abile l'autore ha inventarsi quel modo di dire!" finisce col sovrapporsi, oscurandolo, a quello "Oddio, cosa succederà a quella persona!" Se a me, non scrittore di narrativa, capita di accorgermi di questa cosa, pensavo, a maggior ragione, potrebbe essere un fenomeno vissuto da chi di narrativa scrive quando legge, cioè lo sviluppare una tendenza ad accorgersi dei trucchi del mestiere dei colleghi, spostando l'attenzione verso di essi a scapito dell'empatia nei confronti della storia, che si finisce col vivere meno "dall'interno" e più dall'esterno, assumendo il punto di vista del collega autore, sulla base di una deformazione professionale. Spero di aver esposto il punto con chiarezza.
  19. Ciao, Ghost, grazie mille! Sei molto gentile. Un abbraccio e buona giornata!
  20. Ciao, Alice. Molto bella questa tua presentazione, Benvenuta tra noi, sono curioso di leggerti. Spero ti troverai bene, qui. Buona permanenza.
  21. Domanda molto interessante. Voglio provare a rispondere tenendo conto sia della me autrice che della me editor, proponendo il mio punto di vista. Ci sono due punti che ritengo importante prendere in considerazione per risponderti: il concetto di tradizione e quello di originalità della storia narrata. Sulla tradizione, è importante che un'opera narrativa si inserisca in una già esistente per avere una certa riconoscibilità agli occhi del pubblico. In altre parole: un testo che si sforza di sperimentare e innovare in ogni modo, proponendo una veste grafica estrema, uno stile narrativo difficile da seguire, una storia che rompe ogni struttura narrativa e, magari, non si identifica neanche in un genere o una commistione di generi, difficilmente otterrà interesse da parte di editori e lettori. Questo perché l'essere umano ha bisogno di trovare un certo livello di comfort e riconoscibilità in ciò che va a leggere: l'ignoto totale è probabile provochi sensazioni di smarrimento e paura (questo in ogni ambito). Ecco perché, quando ci sentiamo giù di morale, ricorriamo a libri e film comfort, che abbassano il nostro livello di ansia e sono, per noi, prevedibili e innocui. Sperimentare al massimo nella disperata ricerca di un'originalità a qualsiasi costo può incuriosire sulle prime ma, spesso, non paga. Inoltre, bisogna anche tenere in considerazione che è vero che tutto è già stato scritto. Può sembrare una frase fatta, ma se ci pensiamo esistono solo due possibili storie da raccontare: "uno straniero giunge in città" oppure "qualcuno parte per un viaggio". Possiamo prendere in esame qualsiasi narrazione che può venirci in mente: tutte ricadono nella prima o nella seconda traccia. Naturalmente lo straniero può essere fisico o un'entità, o ancora altro, così come il viaggio può essere interiore e non necessariamente concreto verso un altro luogo. Ciò che si può dedurre da tutto questo è che la differenza che ciascun autore può fare si gioca sul bagaglio d'esperienze, su ciò che ha vissuto, sul background e, soprattutto, su tono e voce. La sua prospettiva, il suo punto di vista unico e personale è l'unica arma che ha a disposizione, sia dal punto di vista narrativo che stilistico, per permeare le sue storie della sua idea di controllo - idea che, poi, i lettori andranno a ricercare in tutte le sue opere e percepiranno come "l'atmosfera, il mondo che sa evocare", "il modo in cui riesce a farmi sentire". Quanto ai plagi e alle ispirazioni, penso che pressoché tutti gli scrittori prendano spunto, ispirazione, o addirittura copino (omaggino!) altri autori, e che sia un atto normale e da normalizzare. Prendiamo anche il semplice dover scrivere una scena, per esempio il bacio tanto atteso tra i nostri protagonisti: magari la scena non ci riesce, o non sappiamo bene come scriverla. A quel punto, che fare? Personalmente ricorro alle costellazioni di letture fatte, "cliccando" tra i miei ricordi (o riprendendo in mano il libro relativo) su tutte le scene simili scritte da altri autori, o magari ripenso a film, serie tv, videogiochi. La mia scena sarà il frutto, così, non solo del mio vissuto e della mia visione personale dell'amore (oltre che emanazione dei miei personaggi e del loro vissuto, della loro visione sull'amore), ma conterrà anche la mia esperienza in termini di ciò che io, e solo io, ho letto, visto, giocato, nella combinazione che nessun altro autore possiede nella mia medesima sequenza. La risonanza tra tutti questi elementi e la mia identità, il mio vissuto personale, farà scaturire la mia scena, il bacio che scriverò. E non c'è nulla di male in questo. L'importante, ovviamente, è non copiare pari pari interi brani o frasi.
  22. Ciao, grazie! Senz'altro, non vedo l'ora!
  23. Ciao Alice e benvenuta!! Anche a me piace molto la fantascienza! Spero avremo occasione di parlare di letture sul forum
  24. Ma sai che ne avevo sentito parlare? Purtroppo non ho ancora visto la serie, ma ehi, vediamo il lato positivo: presto su Google qualcuno potrà cercarmi e a prescindere dalla mia indicizzazione troverà comunque la protagonista di una serie Netflix! Uhm. E insomma. Mi consolo con la tua bellissima menzione alla costellazione migliore dell'universo! Quando viene nominata mi sento un po' come Shenzi quando Banzai nomina Mufasa.
  25. Alice Bassi è la protagonista di una serie Netflix che parla di una giovane direttrice di produzione alle prese con un programma televisivo sull'astrologia. Se la serie avrà successo, forse contribuirà a far sì che google smetta di dubitare dell'intenzionalità di scrivere una i, anziché una o. Anche a me piacciono le cose che hai elencato, e molte altre, ovviamente. Suppongo che la costellazione del cane minore ti faccia impazzire, con le stelle Procione A e Procione B
  26. Ciao, Russotto, scusami per il ritardo con cui ti rispondo. Grazie mille!
  27. Ciao Alice, benvenuta e complimenti per la presentazione. Spero di leggere presto qualcosa di tuo.
  28. Ciao, mi chiamo Alice Bassi, altresì conosciuta come quella del procione. O anche quella che, se digiti il suo nome online, il motore di ricerca ti restituisce: "forse stavi cercando Alice Basso". E invece. Scrivo e correggo storie. Adoro leggere opere di fantascienza, horror, weird, ma anche di letteratura americana. Ho una passione preoccupante per le maschere antigas, la Route 66, i procioni, l'ex Germania Est, la marmellata di castagne, le stelle e i pianeti. Spero mi troverò bene in questo forum. Da parte mia, non vedo l'ora di frugare tra le bacheche in perfetto stile procionesco e di contribuire con gentilezza e obiettività. Buona giornata a tuttз e, già che ci siamo, buona Epifania!
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