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Il lamento di Loki, ossia “Il canto del ribelle” di Joanne Harris

Il lamento di Loki, ossia “Il canto del ribelle” di Joanne Harris

Premessa personale: ognuno ha i suoi gusti e le sue opinioni, e a me questo libro non è piaciuto.

La copertina italiana

Diciamolo: Loki va un casino, quest’anno.

La citazione a Zoolander è particolarmente abusata, lo so, e me la sono concessa per un motivo: in effetti, il libro di Joanne Harris un po’ mi ricorda il famoso modello cinematografico, essendo entrambi dei prodotti ben confezionati ma sostanzialmente con poco da dire. Entrambi si riscattano sul finale, certo, ma mentre a un personaggio è concesso – dopotutto la sua crescita personale è parte centrante della trama – a un libro (e quindi a una trama intera) no, e non glielo perdono.

Devo ammettere che ero stata avvertita: il libro mi era stato prestato poiché mi stavo documentando sul Ragnarok, dunque scema io che mi aspettavo qualcosa di innovativo. Paradossalmente, è giusto sul Ragnarok che Joanne Harris ha qualcosa da dire di nuovo, pur non discostandosi troppo da quanto narrato dall’Edda poetica o da quella di Snorri.

Eppure ho (colpevolmente) sperato in un retelling frizzante, una trama che partisse dai miti e dal folklore nordico e li impastasse in maniera intelligente così che, nel momento in cui in nodi fossero venuti al pettine, avrei sentito come un’esplosione nella mia mente mentre i pezzi del puzzle si ricomponevano.
Un’esplosione c’è stata, ma solo sul capitolo finale, dopo trecento pagine apprezzabili solo se di miti nordici non si sa nulla. Ma entriamo nel dettaglio.

Uno sguardo nel dettaglio a “Il canto del ribelle”

… O “The Gospel of Loki” in lingua originale; vale la pena farlo notare, perché il titolo italiano purtroppo perde quel gioco di parole che, nel finale, ti fa pensare “Joanne, vecchia volpona!” mentre l’esplosione di cui parlavo prima è in atto, e anzi crea qualche ambiguità.

Nel libro Loki ci spiega in prima persona e con un linguaggio moderno la sua versione dei fatti, dalla sua “nascita” fino al tramonto degli dei. Sebbene l’idea sia carina e tendenzialmente io apprezzi gli Urban Fantasy (e creature mitologiche che parlano come i nostri vicini di casa sono all’ordine del giorno in quel genere), questo Loki mi risulta in qualche modo artefatto. Stiamo parlando del “dio degli inganni”, uno la cui parlantina dovrebbe conquistare il lettore, farlo simpatizzare per lui, giusto? Beh, non mi è successo, anzi.
Sarò vecchia, sarò cinica, sarò una lettrice rompipalle, ma questo personaggio mi ha fatto solo pensare che, beh, la sua famosa capacità di persuasione probabilmente è stata solo fortuna.

In effetti durante l’azione è brillante e ci sa fare con le parole ma, quando si tratta di comunicare al lettore, tutto quel fascino svanisce. Insomma, finché l’autrice trascrive i miti e le parole usate dal Loki mitologico tutto bene, ma la Harris, a parer mio, non riesce a infondere nel suo Loki quello stesso carisma e ci presenta un personaggio infantile, incapace di prendersi responsabilità (ok il caos, ok il fuoco, ma da un Trickster mi aspetto una narrazione meno lagnosa), in balia degli eventi anche prima di sentire la profezia e venirne quindi coinvolto. La rassicurante visione del “portatore di caos” come perdente è un concetto moderno, ben lontano dal pensiero vichingo, ma sembra che Joanne Harris non riesca a scrollarsela di dosso.

Lo stile moderno, che a prima vista dovrebbe donare freschezza alla storia narrata, si rivela un’arma a doppio taglio che impoverisce il linguaggio, rendendolo ripetitivo. Da un Trickster famoso per il suo eloquio mi aspettavo una certa creatività, ma sono stata delusa.

I personaggi secondari, poi, non sono che ombre, e la trama ne risente: tolto Odino, che comunque non viene sviluppato appieno, le altre divinità sono macchiette che, oltre a recitare la loro parte nelle vicende mitologiche, non fanno altro che rendersi antipatici.
Tutti i personaggi maschili sono minacciosi, ottusi e pericolosi, tutti quelli femminili (tranne Sigyn, di cui parlerò poi) sono sospettosi, infidi e rancorosi.
Mi si potrebbe obiettare che è Loki che vede tutti secondo il suo metro di giudizio, ed essendo praticamente incapace di provare sentimenti positivi non sa vederne negli altri, eppure… Eppure, se cambiate tutti i nomi maschili in “Tizio” e quelli femminili in “Caia”, noterete che non ci sono effettivamente delle sfumature definite tra questi personaggi.

Non sono contraria a una storia in cui tutti a parte il protagonista sono degli stronzi, non lo ritengo nemmeno troppo irrealistico, ma ogni personaggio dovrebbe avere una sua orribile personalità, mentre qui non succede. Colpa delle poche nozioni su alcune divinità, forse? Va bene, ma dovrebbe essere il lavoro della scrittrice quello di riempire i vuoti, e se in un libro simile gli antagonisti non sono interessanti, anche il protagonista diverrà inutile agli occhi del lettore.

Sigyn, dicevo, fa caso a sé. Avendo a che fare con una divinità di cui si sa davvero poco, la Harris decide di percorrere la strada più facile: renderla una cretina. Anche qui, nulla di sbagliato, non fosse che nemmeno quando Sigyn impazzisce dal dolore (o almeno così pensa il nostro Loki) ci sono grandi differenze. Quindi abbiamo una tizia con la testa tra le nuvole che sforna crostate, parla agli animali a cui dà nomignoli imbarazzanti e scrolla le spalle ad ogni problema, che sia questo l’infedeltà del marito o la morte orribile dei figli. Fosse il solo personaggio “vuoto” avrebbe un senso, ma come ho già detto tutti i personaggi lo risultano, nessuno spicca per qualcosa, nemmeno questa zuccona che risponde al nome di Sigyn.

Quindi, ricapitolando: la trama è la solita trascrizione dei miti norreni, con qualche lamento di Loki su come sia stato trattato male e ingiustamente; i personaggi sono le solite divinità nordiche, che in sostanza fanno le solite cose di sempre ma questa volta commentate da Loki che si lamenta di loro. Il linguaggio, più che modernizzato, viene semplificato.

Cosa salviamo?

Si salvano alcune descrizioni di come viene creato il mondo: anche qui non viene detto molto di innovativo, ma viene descritto bene.

Come ho già detto il finale è, passatemi il francese, una figata: mi spiace non potermi sbilanciare oltre ma davvero, con uno spoiler toglierei l’unico motivo che avete per sorbirvi le trecento pagine precedenti, e magari qualcuno di voi ci tiene (ripeto: se non ne sapete nulla di miti nordici, la lettura de “Il canto del ribelle” può effettivamente intrattenervi, dando un ordine cronologico e una certa continuità a storie altrimenti slegate tra loro). Unica nota negativa: rimane una certa ambiguità su chi, in effetti, sia Loki alla fine (forse “Runemaker“, libro di cui questo potrebbe essere visto come prequel, dà risposte a riguardo. D’altra parte, la Harris dice che i due libri possono anche essere letti separatamente, quindi chi non volesse approfondire rimarrà con qualche dubbio).

Personalmente, poi, giacché i personaggi volutamente trattati male dall’autore mi suscitano simpatia, ho rivalutato tantissimo la figura di Sigyn, e sono alla ricerca di testi su di lei… Ma non sono certa che vada propriamente considerato un aspetto positivo di questo libro.

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